368.  Foedus cum eo percussit: Liudpr., III, c. 16.

369.  Wido interea, Tusciae provinciae marchio, cum Marocia uxore sua de Johannis papae dejectione cepit vehementer tractare, atque hoc propter invidiam, quam Petro fratri papae habebant, quoniam illum papa sicut fratrem proprium honorabat: Liudpr., III, c. 43. Nulla ei sa pertanto di ciò che Pietro fosse confinato ad Orta; e tutto questo accadde dopo la morte di Alberico.

370.  La notizia ne è data da Liudprando. Anche Bened. di Soratte, c. 29, sa dell’assalimento dato al Laterano: Romani in ira commoti unanimiter ad palatium Lateranensis properantes, interfecto Petro marchio, ad apostolicos nullus adtigit. Primamente dice, che Petrus marchio, dopo di aver chiamato gli Ungheri, era venuto di Orta a Roma. Che il Papa finisse per opera di Marozia, lo dice, oltre a Liudprando, anche Flodoardo ad. ann. 929: Dum a quadam potenti femina — Marocia principatu privatus sub custodia detineretur, ut quidam vi, ut plures astruunt, actus angore defungitur; così nei suoi versi: Patricia deceptus iniqua. Il Chron. S. Benedicti: Ab illis occulto Dei judiccio tamen justo vivus depositus est; un’altra lezione: Vivus laqueo confectus est. Una tradizione di Veroli narra che il Papa fosse prima tratto a San Leucio in Veroli, indi in Roma ucciso. Vedi la prefazione dello Statuto di Veroli, nel Liverani, p. 535. — Liudpr.: Ajunt enim, quod cervical super os ejus imponerent, sicque eum pessime suffocarent. Gli Annal. Benevent. (M. Germ. V) in castro jugulatus.

371.  La notizia di Benedetto di Soratte è confermata da Bonizo: hic aedificavit basilicam in Palatio Lateran. Forse Giovanni X restaurò anche il san Clemente: a lui si riferisce il monogramma che è nella cancellata del coro di questa chiesa. Probabilmente fu sepolto in Laterano. Di lui si conoscono tre monete: Joh. S. Petrus Berengariu imp.; nel mezzo è scritto: Roma. Le altre due hanno eguale leggenda.

372.  Il Cat. Vat. 1340 attribuisce a Leone mesi sette di reggimento; il Catal. Vat. 2953 (del secolo duodecimo): m. 6, d. 13; il Catal. Vat. 1361: m. 7, d. 15; il Catal. Mont. Cas. 257, soltanto: m. 5, d. 12. La Cronica di san Bened. registra perfino mesi dieci. Parimenti si discorda sul tempo di Stefano. Georgius (in nota al Baronio, a. 929) riporta un Diploma dal Reg. Subl. 77: Anno Deo prop. Pont. Dom. Stephani Papae I, Ind. III, mens. Dec., d. 22 (dunque nell’anno 929), e il Pagi crede che sia morto addì 15 Marzo del 931.

373.  La legge mosaica imponeva al fratello di sposare la cognata che restasse senza figliuoli: nè questo, pensa Liudprando, era il caso, perocchè Marozia ne avesse. Nostra tuo peperisse viro te, secula norunt. E si solleva ad enfatici versi:

Quid veneris facibus compulsa Marozia saevis? —

Advenit optatus ceu bos tibi ductus ad aram

Rex Hugo, Romanam potius commotus ob urbem.

Quid juvat, o scelerata, virum sic perdere sanctum,

Crimine dum tanto satagis regina videri,

Amittis magnam Domino tu judice Romam.

374.  Di questo vitupero si risentiva ancora Benedetto di Soratte: Subjugatus est Romanam potestative in manu femine, sicut in propheta legimus: Feminini dominabunt Hierusalem: c. 30.

375.  Munitio vero ipsa — tantae altitudinis est, ut ecclesia quae in ejus vertice videtur, in honore summi et celestis miliciae principis archangeli Michaelis fabricata, dicatur S. Angeli Ecclesia usque ad coelos: Liudprand., III, 44.

376.  In ingressu Romanae urbis quaedam est miri operis (così anche Procopio) mireque fortitudinis constituta munitio; ante cujus januam, pons est praeciosissimus super Tiberim fabricatus etc. Da lungo tempo era caduto in distruzione il ponte Vaticano o Neroniano, e sui suoi ruderi erano collocati allora dei mulini mossi dalle acque del fiume.

377.  Liudprando mette in bocca ad Alberico un arguto discorso: Romanorum aliquando servi, Burgundiones scil., Romanis imperent? e fa che Alberico così ne spieghi facetamente il nome: Burgundiones a burgo, ed expulsi: nei Mon. Germ., l’editore stranamente lo interpreta: sine (ohne germanice) burgo. Alberico propone di chiamarli gurguliones. Tutto ciò mal si acconcia a quelle condizioni di cose.

378.  Expulsus igitur rex Hugo cum praefata Marozia (errore) Romanae urbis Albericus monarchiam tenuit, fratre suo Johanne summae atque universali sedi praesidente: Liudprando, III, 45. Ben. di Soratte dice che Ugo avesse voluto acciecare Alberico, e che questi allora congiurasse coi Romani. Flodoardo narra nel Chron., ad a. 933, che genti reduci a Reims, vi portavano la novella che Alberico sosteneva prigionieri il Papa e Marozia.

379.  Nos Albericus Domini gratia humilis Princeps atque omnium Romanorum Senator: questo prezioso Diploma dell’anno 945 appartenne al convento dei santi Andrea e Gregorio, le cui carte perirono al tempo della Republica francese-romana; lo publicò primamente il Mittarelli, Annal. Camald., I, App. n. XVI, indi l’Ughelli, I, 1026, e il Marini, Pap. C. — In una Bolla di Agapito II, a. 955 (Marini, n. 28, p. 88), Alberico è chiamato soltanto omnium Rom. Senator, ma io mi ho il sospetto che, nell’autografo, il Princeps non mancasse. Nelle Croniche Alberico talvolta ha nome di gloriosus Rom. Princeps; così nella Destruct. Farf., p. 536; così lo dice sempre Benedetto di Soratte: Albericus princeps Romanus, oppure princeps omnium Romanor. Per verità, in Flodoardo e nelle Vitae Pontif., il titolo Romanor. Patricius sta da solo, ma che i Romani così pure lo appellassero, massime in tempo posteriore, mel dichiara un Diploma dell’anno 983, Cod. Sessor. CCXVII, p. 192, nel cui testo è detto: Tempore Alberici olim Romani Patricii. Il Provana, Studî critici etc. p. 141, chiama non malamente «podestà dittatoria» quella onde i Romani investirono Alberico.

380.  Gli Atti del Sinodo di Giovanni IX, a. 898: Constituendus pontifex convenientibus episcopis et universo clero eligatur, expetente senatu et populo; e la Petitio del Sinodo di Ravenna di quello stesso anno: Si quis Romanus cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de Senatu.

381.  C. Hegel, I, 288, toglie il titolo di Alberico semplicemente in senso di Senior o Signore. Il concetto di Senior, nel secolo decimo, era già universalmente in uso anche fuori d’Italia. Ad esempio, in Roma, in un documento dell’anno 1006, dove Rogata dice: Pro anima Johannis Patricii Romanor. germani mei, et Senioris nostri; non dunque Senatoris nostri: Cod. Sessor. CCXVIII, n. 472 (Farfens. Diplom). L’opinione dell’Hegel è difficile a sostenersi. L’antico frammento Hist. Aquitan. (Pithoeus, Annal. et Histor. Francor., Paris, 1688, p. 415) dice indeterminatamente: Et Romani de Senatoribus suis elevaverunt in regno Albericum.

382.  Nel documento dell’anno 945, le due sorelle, già defunte, Marozia e Teodora sono appellate quondam Romanor. Senatricis filie. Nell’a. 970: Stefania Senatrix (Petrini, p. 394); nel 987 Stefania, moglie a Benedetto conte: Illustrissima Femina, Comitissa, Senatrix (Nerini, p. 382). Ben. di Soratte chiama Senatrices le sorelle di Alberico. Nel Cod. Sessor. CCXVIII, p. 99, la più giovine, Marozia, è detta Senatrix omn. Romanor. In Diplomi dati da Gaeta trovai più spesso il costume, tolto da Roma, di chiamare donne di casa principesca col nome di Senatrix; ad esempio, nel Maggio del 1002: Nos Ymilia gr. Dei Senatrix atque Ducissa una per consensum Domni Joh. glor. Consuli et Duci et nostri Senioris Deo servante hujus suprad. civitatis rectores. Il figlio di lei Leone (e questo è caso meritevole di nota) si chiama illustris Senator. Altre donne della stessa famiglia, Maria, Teodora Senatrix (a. 1055), Ageldruda Comtissa et Senatrix (a. 1064). È possibile cosa che Emilia fosse romana, e forse della casa di Alberico.

383.  Albericus princeps omnium Romanor. vultum nitentem sicut pater ejus, grandevus virtus ejus. Erat enim terribilis nimis, et aggrabatum est jugum super Romanos, et in s. sedis apostolice: Ben. di Soratte, c. 82. Che le corporazioni durassero, lo rilevo da Diplomi; nell’anno 978 trovasi sottoscritto un Stephano priore candicatore testis (Galletti, del Prim., p. 214, n. 18).

384.  Le monete di Alberico datano dal tempo di Marino II e di Agapito II. La prima tiene scritto: S. Petrus; nel mezzo il monogramma Marin; dalla parte rovescia Alberi pri †; nel mezzo Roma. Delle due monete di Agapito, la prima: Agapus in monogramma; all’intorno Albericvs †; dall’altra parte Scs Petrvs colla sua imagine. L’altra: Agapitvs Pa.; nel mezzo l’imagine di San Pietro; dalla faccia opposta scs Petrvs e il monogramma Albr. — Il Provana, Studî, p. 143, col Carli, collo Scheidius e coll’Argelati lesse nel monogramma Agapvs la parola Patricius, ed è cosa che desta meraviglia. Io ho esaminato questa moneta nel gabinetto Vaticano in presenza del direttore signor Tessieri, e lessi Agapus, come lesse il Promis. Pertanto cadono le erronee conseguenze trattene dal Provana, che Alberico avesse ceduto ad Agapito una parte del potere.

385.  A. IV Pont. Dom. Stephani VIII P. P. Ind. XV m. Aug. die 17. Io trascrissi questo documento dal Cod. Subl. Sessor. CCXVII, pag. 65. Il Giesebrecht, I, 818, lo pone all’anno 939, locchè tuttavia darebbe la Ind. XII e non la XV, l’A. I e non già il IV di Stefano. Benedetto è il primo Conte della Campagna ossia del Latium che sia noto: questo officio di Conte ebbero introdotto i Papi allorchè furono signori di quel paese; corrispondeva al Praesidium della provincia, quale era all’epoca dell’Impero romano.

386.  Vi si sottoscrivevano nove assessori; uno si segnava così: Balduinum nobilem virum interf. Il nobilis vir che spesso si trova è pari al bonus homo, Rachimburgius dei Franchi, ossia prud’homme; chè a siffatti uomini ingenui germanici corrispondono in Roma i nobiles viri.

387.  Perciò Liudprando, Legatio, c. 62: Verum cum impiissimus Albericus, quem nos stillatim cupiditas, sed velut torrens, impleverat, Romanam civitatem sibi usurparet, dominumque apostolicum quasi servum proprium in conclavi teneret.

388.  Collecta multitudine proficiscitur Romam; cujus quamquam loca et provincias circum circa misere devastaret, eamque ipsam quotidiano impetu impugnaret, ingrediendi eam tamen effectum obtinere non potuit: Liudpr., IV, c. 2. Flodoard., Chron. a. 933: Hugo R. Italiae Romam obsidet.

389.  Flodoardo, a. 936; Liudpr., IV, c. 3; Vita S. Odonis; Surius, VI, 18, Nov. II, c. 5; II, c. 7: Cum Romuleam urbem propter inimicitias, quae ei erant cum Alberico principe, Hugo rex — obsideret vir sanctus et intra et extra urbem discurrens hortabatur eos ad mutuam pacem etc.

390.  Consilio iniit Albericus princeps, ut de sanguine Graecor. imperator. sibi uxore socianda. Transmissus Benedictus Campaniam (è questi Benedetto Campanino; il Cronista era bene informato) ad Constantinopolim, ut perficeret omnia, qualiter sibi sociandos esset etc. Verumtamen ad thalamum nuptiis non pervenit, c. 34.

391.  Della concessione del Pallium parla Liudprando, Legatio, c. 62. Ugo, nell’anno 943, sposò Berta, sua bella figliuola bastarda, con Romano II. Di già nel 927, egli aveva spedito a Bisanzio il padre di Liudprando.

392.  

Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,

Fratre a Patricio juris moderamine rapto,

Qui matrem incestam rerum fastigia moecho

Tradere conantem decimum sub claustra Joannem,

Quae dederat, claustri vigile et custode subegit.

Flodoardo.

393.  Il Pagi dimostra che la consecrazione di Leone VII avvenne prima del giorno 9 Gennaio 936, e lo fa dalla Bolla di lui, che è data: V. Id. Jan. Ind. XI, A. Pont. III (Mabill., Annal., III, 708).

394.  Misericors Albericus — noster spiritualis filius e gloriosus Princeps Romanor.: Reg. Sublac. 45, col. 2, a. 937, di che diremo più sotto.

395.  

Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista volutans

Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,

Sola Dei quae sunt alacri sub pectore volvens,

Culminaque evitans, oblata subire renutans,

Raptus at erigitur, dignusque nitore probatur

Regminis eximii, Petrisque in sede locatur etc.

Flodoardo, che nelle sue Vitae Pont. si giovò delle iscrizioni funerarie di Roma, vi pon fine con Leone VII.

396.  Di ciò v’hanno esempî innumerevoli in tutti i paesi. M’accontento di un solo. Chi a Monte Cassino si fa dire i nomi delle terre poste tutt’all’intorno sui monti che lo recingono, è sorpreso di trovarne tanti appellati dal nome di Santi. Sono tutte fondazioni del convento: San Germano, San Pietro in Fine, Sant’Elia, Sant’Angelo, San Pietro in Curris, San Giorgio, Sant’Apollinare, Sant’Ambrogio, Santo Andrea, San Vettore.

397.  Mabillon, Annal. Ben., III, 432.

398.  Constructio Farf., p. 536: suamque domum propriam ubi ipse natus est Romae positam in Aventino monte concessit ad monast. construendum quod usque hodie (principio del secolo undecimo) stare videtur in honore S. Mariae. Di questo chiostro venne Aligerno, che, dopo di Balduino, fu abate di M. Cassino. Nell’a. 1013, si menziona Aimo come Abbate monast. S. Marie qui ponitur in Aventino (Mittarelli, Annal. Camald., App. 206).

399.  Constr. Farf.; Ben. di Soratte, c. 33.

400.  Bolla di Giovanni X: VI Id. Maji Ann. Pont. III, Ind. IV — per man. Marini Ep. S. Polimartiensis Eccl. et Biblioth.: Cod. Sessor. CCXVII, 33. Il Diploma di Leone VII per interventum Alberici gloriosi Principis atque omn. Romanor. Senatoris, conferma, a favore di Leone abate, il convento di sant’Erasmo già donatogli da Giovanni X; ed è dato: V Id. Febr. Ind. XI, a. 936: Cod. Sessor., p. 60. Il Mabillon non ne ebbe notizia. La confermazione della donazione del Castrum Subl. è data: IV Non. Aug. Ann. Pont. Il Ind. X, 937: Cod. Sessor., p. 59.

401.  Mi vi ho riferito in passato. † Albericus Princeps, atq. om. Rom. Senator hinc a die presentis donationis cartula de suprascriptis immobilibus locis et familiis cum eorum pertinentiis facta a me cum meis consortibus in suprascripto Monasterio in perpetuum, sicut superius legitur, manu propria subscripsi, et testes qui subscriberent rogavi.

Signum † manu suprascripta Marozza nobilissima femina donatrice qui supra Lra † n.

Signum † manu suprascripta Stephania etc.

Berta nobilissima puella etc.

Sergius Dei gr. Episcop. S. Nepesine Eccl. etc.

Constantinus in Dei nom. nobilis vir etc.

402.  Questa leggenda è nel Martinelli, primo Trofeo ecc., p. 57 e segg.

403.  Morendo, l’abate sclamava facetamente: Campigenas Campo, male quam me campigenasti! Ugo di Farfa, p. 535.

404.  Destructio Farf., p. 535, e il Chron. Farf., che spesso vi concorda parola per parola.

405.  Il monaco che avvelenava Dagoberto moveva pellegrino al Gargano; un anno intiero ei tentò con inutili sforzi di salire il monte, indi sparve: Destruct. Farf., p. 537.

406.  Fatteschi, Serie 248 e Dipl. 61. Di regola quel paese ha nome di Territorium o di Comitatus. Le date di questi documenti sono contrassegnate col tempo del Papa, del Vescovo della Sabina e del Rettore: a. 948 (n. 63): Temporib. dom. Agapiti — PP. et VV. Johannis Episcopi et Teugonis Comitis Rectorisq. Territor. Sabin. mense Sept. Da Alberico non si segnano mai le date, ma, a cominciare dalla coronazione di Ottone I, si usa di apporvi la indicazione dell’anno dell’Impero. Il Catalog. Imp. del Chr. Farf. menziona Leone come primo Dux Sabinensis, indi Azone, Giuseppe, Teuzone. Ne continua la serie fino all’anno 1084, ed io mostrerò in seguito che i Crescenzî ivi diventavano Conti ereditarî.

407.  Il tempo del pontificato di Stefano (a. 3. m. 3. d. 15) è dato dal Cod. Vat. 1340, donde Georgius, al Baronio a. 939, conchiude che fosse consecrato innanzi ai 19 di Luglio.

408.  Martinus Polonus e il Baronio. Non ne dicono cosa alcuna le notizie contemporanee.

409.  Ben. di Soratte, c. 34. Della venalità di Roma dice l’Annal. Saxo, ad a. 981: corruptis cunctis optimatibus, maximeque Romanis Judicibus, quibus omnia venalia sunt.

410.  Tre anni, sei mesi, tredici giorni sono attribuiti al pontificato di Marino II. Seguendo l’Ughelli, VIII, 50 (3 Id. Nov. ann. Pont. Marini II, Ind. II, cioè a. 943; e su ciò il Mansi si riporta al Baronio ad a. 943), il Jaffé pone che la sua consecrazione avvenisse prima degli 11 di Novembre. Nel Reg. Subl., fol. 12, Cod. Sessor. CCXVII, p. 69, ne è determinato il primo anno di pontificato: anno Do. p. Marini — II PP, in sede I, Ind. I, m. April., die 15: dunque l’anno istesso 943.

411.  Electus Marinus papa non audebat adtingere aliquis extro jussio Alberici principi: Ben. di Soratte, c. 32.

412.  Ai 7 Kal. Julii, a. 941, Ind. XIV, nel decimoquinto anno di re Ugo, decimo di Lotario, è segnata una donazione di Ugo, fatta a favore di Subiaco: actum juxta Romam in Monasterio S. Virginis Agnes: Muratori, Annal., 941. Io vi aggiungo altresì un documento dato per il convento di san Benedetto in Telle, nel territorio dei Marsi, segnato 6 Kal. Julias — Actum Romae: Archiv. M. Cassino, Cap. 12, n. 8. Al Diploma manca il suggello. Il Gattula non l’ebbe edito.

413.  Italienses autem semper geminis uti volunt dominis, ut alterum alterius terrore coerceant. Questo famoso motto di Liudprando (Antapod., I, c. 37), che la Cronica di Farfa (p. 416) trascrive, vale anche per le condizioni più moderne.

414.  Flod., Chron., a. 946: Marinus Papa decessit, cui successit Agapitus et pax inter Albericum Patricium et Hugonem Regem Italiae depaciscitur. Ugo morì in Provenza nel 947.

415.  Georgius, nella sua annotazione al Baronio, a. 946, dichiara che Agapito cominciasse il suo pontificato nell’Aprile, e il Mansi (ibid.) vuol dimostrare financo che ciò avvenisse nel dì 8 di Marzo (dal Muratori, Ant. It., III, 146). Nel Febbraio del 947, per lo meno, non ne era ancora trascorso il primo anno. Anno primo Agapiti junior. PP. Ind. V, m. Febr., die III: Cod. Sessor. CCXVII, p. 71. Però, ai 26 di Marzo del 949 egli contava il suo terzo anno: ibid., p. 75: anno III Agap. II, Ind. VII, Mar. die 26. Laonde è erronea l’opinione del Mansi.

416.  Che la ragione dei beni ecclesiastici vi fosse per sua parte implicata, ce lo apprende la Translatio S. Epiphanii (Mon. Germ. VI, c. 1): ut (Berengarius) — jus fasque quaque confundens, aliquantum etiam de terminis S. Petri praedatoria vi sibi arripere praetumpsisset: perciò avere il Papa invitato Ottone a venirne a lui.

417.  Si rammenti ciò che fu avvertito più addietro nella nota (a) a pag. 211. Questo Volume terzo, nella sua prima edizione originale, vedeva la luce poco dopo l’anno 1869. (N. del T.)

418.  Otho Rex Legationem pro susceptione sua Romam dirigit. Qua non obtenta, cum uxore in sua regreditur: Flodoard., Chron., a. 952.

419.  Contin. Regin. ad a. 952.

420.  Albericus princeps Romam obiit: Annal. Farf., a. 954. Flod., Chron: Alberico Patricio Romanor. defuncto, filius ejus Octavianus, cum esset Clericus, Principatus adeptus est.

421.  L’inscrizione funeraria di un bambino, nipote di Alberico, dell’anno 1030, dice:

Aurea progenies jacet hic vocitata Iohs

Fletu digna gravi flore tenella rudi

Gregorio patri fuit et dilectio matri

Atque nepos magni principis Alberici.

Coppi, Memor. Colonnesi, p. 18: oggidì è nel chiostro del san Paolo infissa nel muro.

422.  Benedetto di Soratte dice nel suo barbarico linguaggio: Genuit autem ex his principem ex concubinam filium, imposuit eis nomen Octavianum (c. 34): parla prima di regibus Longobardorum, però di essi non si può intendere altri che Ugo. Si noti che anche Alda avrebbe dovuto essere una concubina: questi Cronisti non trattano le donne che da cortigiane.

423.  Bened., c. 35: Agapitus p. decessit. Octavianus in sede — susceptus est, et vocatus est Johannis duodecimi pape. Il Chron. Farf., p. 472, dice erroneamente: qui patre vivente P. ordinatus est. Il Pagi afferma che fu fatto papa addì 12 Maggio 956, locchè di già il Mansi (annot. al Baronio, a. 955) ha narrato, desumendolo dalle lettere di Giovanni, nell’Ughelli, VIII, 57. Georgius vuol dimostrare, per via del Reg. Subl. p. 74, 75, che lo fosse nel Febbraio 956. Il Jaffé assume il Novembre dell’anno 955. Resta dubbio il mese.

424.  Vitae Papar., nel Mur., III, 2, 327; Liudprando e gli Annali di Reims. Perfino l’ingenuo Benedetto dice che fosse peggiore di un pagano: Habebat consuetudinem sepius venandi, non quasi apostolicus, sed quasi homo ferus — diligebat collectio feminarum (magnifico dettato) odibilis ecclesiarum, amabilis juvenis ferocitatis.

425.  Il solo che ne dia notizia è l’Anon. Salernit., c. 166.

426.  Benedetto di Soratte (c. 36) descrive l’aspetto di quei suoi popoli, che gli parevano simili agli Unni: Erat enim aspectus eorum orribilis, et curbis properantes, carpentes iter, et ad prelium ut ferro stantes.

427.  Rex Hattonem, Fuldensem abbatem, ad construenda sibi habitacula Romam praemisit: Cont. Regin., a. 961.

428.  Le tre recensioni di questo giuramento sono raccolte nei Mon. Germ., IV, 29. In Liudpr. e nel Cont. Regin. non lo si trova; per la prima volta, in Bonizo, ad Amicum (Oefele, Rer. Boicar., II, 800), in Deusdedit, Cod. Vat. 3833, donde passò in Cencius. Lo lessi anche nel Cod. Vat. 1437, fol. 135, nella Vita Joh. XII, con cui incominciano le così dette Vitae di Nicolaus Aragoniae. Spesse volte fu messa in dubbio l’autenticità di questa formula giuratoria: il Dönniges, Ann. dell’Imp. ted., I, 3, seg., 201, la ripudia, specialmente a cagione di quel passo che si riferisce ai Placita. La forma non è superiore al sospetto, ma del tenore non si può accoglier dubbiezza alcuna. Il Floss reputa che tutte e tre le formule sieno autentiche.

429.  Thietmar, Chron., IV, 22: Deinde redeundo ad montem Gaudii, quantum volueris, orato.

430.  Liudpr., Hist. Otton., 3. La Vita Mathildis Reginae, M. Germ., VI, c. 21, dice perfino: Totus populus Romanus se sponte subjugavit ipsius dominatui, et sibi solvebant tributa, et post illum ceteris suis posteris. Tuttavia, il pagamento del tributo non è che una fola.

431.  Privileg. Ottonis, nel Cenni, Mon. II, 157; nei Mon. Germ., Leg. II, App. 164; nel Watterich, Pont. Rom. Vitae, I, 18. Il Baronio, che pel primo ne fece subbietto di ricerca (ad a. 962), e il Cenni attestano, che l’autografo, scritto in lettere d’oro su fondo porporino, si conserva nell’archivio del sant’Angelo, adesso in Vaticano: insieme coll’intiera serie delle donazioni, trovasi nel Cod. Vat. 1984, 3833; inoltre nei Gesta Albini e in Cencio. — Il Muratori, Piena Esposiz. etc., il Berretta, il Goldast (Const. Imp., II, 44) impugnano la sua autenticità. Vedasi anche il Giesebrecht, I, 458. La letteratura che vi è relativa, è riferita dal Waitz, Annal. dell’Imp. germ., I, 3, 207. Anche in questo Diploma si conferma alla Chiesa il possesso di Venezia, Istria, Spoleto, Benevento, financo di Napoli con tutti i suoi territorî e colle isole, necnon patrimonium Sicilie, si Deus illud nostris tradiderit manibus: inoltre v’erano aggiunte donazioni di città. Gli articoli sopra i Missi, e sull’elezione e la consecrazione del Papa da farsi in presenza di quelli, sono messi secondo l’ordine dell’antica Costituzione dell’Impero, e dimostrano che Ottone voleva darne conferma.

432.  Adami, Gesta Hammab. Eccl., M. Germ., IX, 308, II, c. 9: Romamque pristinae reddidit libertati. Leggasi quello che Liudprando, Legatio, c. 5, contrappone ai rimbrotti di Bisanzio.

433.  Secondo il Cod. Vat. 1340, Ottone venne a Roma m. Jan. die XXXI, feria VI, et stetit ibi dieb. XV, et exiit inde m. Febr. die XIIII, in festo S. Valentini, Ind. V. Addì 21 Febbraio trovavasi a Rignano; dunque era ancora assai vicino a Roma, e vi dava un Privilegio a favore del monastero di Monte Amiata: Actum Rignano IX Kal. Mar. Ind. V, a. 962: Cod. Dipl. Amiatin. del Fatteschi, CCXIII, p. 193. Vedi anche lo Stumpf, I Cancellieri dell’Impero, Vol. II, 28.

434.  Puer, inquit, est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum: Liudpr., Hist. Ottonis, c. 5.

435.  Liudpr., Hist. Ott., c. 7.

436.  Campaniam fugiens, ibi in silvis et montibus more bestiae latuit: Vita Joh. XII, Cod. Vat. 1437, Chron. Farf. p. 476, e il manoscritto conservato a Treviri, del Privilegium di Leone VIII (nel Floss). Cont. Regin. e Liudpr., Hist. Otton.

437.  Quello di Tusculum non è, a questo luogo citato, come non lo è nel Sinodo di Giovanni XII del 964, dove si dovrebbe credere di rinvenirlo. Meravigliosa cosa è, che Forum Claudii e Falerii perdurassero coi nomi antichi. Sparita era Tres Tabernae, Centumcellae non è nominata, neppur Polimartium; però continuavano entrambi ad esistere. Liud., Hist. Otton., c. 9. Vedi su questo Sinodo l’Hefele, Storia dei Concilii, IV, 582, dove si chiarisce assai giustamente che esso era conseguenza di quel Privilegio dato all’Imperatore.

438.  E plebe Petrus, qui et Imperiola est dictus adstitit cum omni Romanorum milizia. Spesse volte, nei documenti, quest’uomo romano ha nome di Petrus de Imperio. Cod. Sessor. CCXVII, p. 131, a. 966: Libellum Petri de Imperio vocati. Ben era figliuol suo quegli appellato, nell’anno 1066, Crescentius de Imperio: ibid. pag. 247. Oggidì ancora esiste il nome di Impéroli. — Taluno di questi ottimati torniamo a trovare in alcuni documenti. Vedi quello del 28 di Luglio 966, nel Giesebrecht I, App. D. — Demetrio, figlio di Melioso console e duce, possedeva, da dopo il 946, un castello vicino a Velletri (Borgia, Stor. di Velletri, p. 158); forse è quegli stesso che nel 979 compare come zio di Marozza (Murat., Ant., V, 773). — Imiza, madre di Stefano, era la più culta dama che fosse in Roma a quell’età; era amica di Giovanni XIII e di Teofania, e con lei Gerberto teneva corrispondenza epistolare. Gerberti Ep. 22: Dominae Imizae.

439.  Viduam Rainerii et Stephaniam patris concubinam et Annam viduam cum nepte sua abusum esse, et S. palatium Lateranense lupanar et postribulum fecisse: Liudpr., c. 10.

440.  Johannes Ep. Servus Servor. Dei, omnibus Epsps. Nos audivimus dicere, quia vos vultis alium papam facere; si hoc facitis excommunio vos da Deum omnipotentem, ut non habeatis licentiam nullum ordinare, et missam celebrare: Liudpr., c. 13; e le celie de’ Vescovi, a c. 14.

441.  Con buon dritto Giovanni XII picchiò contro questo abuso; Actio 2 del suo Concilio dei 26 di Febbraio (Baron., a. 964). Cotale procedimento fa ricordare i decreti di nomina ad officî, che Napoleone promulgava dopo una battaglia fortunata.

442.  Marini, n. 101, a. 961, dove si parla di Leone protoscriniario, possessore di un casale sulla via Appia.

443.  Un Diploma di Anacleto II, nel Casimiro, Stor. Araceli, p. 434, appella quel Clivus: descensus Leonis Prothi. Il Galletti, del Primic., p. 143, riporta una inscrizione col nome de Ascensa Proti. L’antichissima Continuazione di Anastasio, Cod. Vat. 3764, dice: Leo nat. rom. protoscrinio ex patre Johe. protoscrinio de regione clivus arg. sed. a. 1 m. IV: ad essa si informa il Cod. Vat. 1437, nel Muratori, III, 2, p. 327.

444.  Cont. Regin., a. 964; Liudpr., c. 16: i cavalieri tedeschi dispersero i Romani quasi accipitres avium multitudinem.

445.  Se ne trovano gli Atti nel Baronio, ad a. 964, e nel Mansi, Conc. XVIII, 472.