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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10 cover

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Chapter 7: NOTE:
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About This Book

The volume opens with a detailed portrait of the Arabian peninsula—its arid geography, scarce water, oases and nomadic Bedouin economy—showing how environment shaped social organization and the prominence of camels and horses. It then narrates the rise of Muhammad, outlining his background, teachings, preaching at Mecca, flight to Medina, and the combination of scripture and military action used to expand his following. After his death the narrative examines succession struggles and the claims of Ali and his descendants, and how those developments structured early Islamic leadership. Finally, the account situates Arab expansion and the new religion on the eastern frontier as a decisive factor in the weakening and transformation of the Eastern Roman state.

NOTE:

1. Poichè in questo capitolo e nel seguente io mostrerò molta erudizione araba, debbo dichiarare la mia perfetta ignoranza delle lingue orientali, e la gratitudine mia pei dotti interpreti, che mi han fatto copia del lor sapere su questa materia in latino, in francese e in inglese. Indicherò a tempo e luogo le raccolte, le versioni e le storie che ho consultate.

2. In tre classi ponno dividersi i Geografi dell'Arabia: 1. i Greci e i Latini, le cognizioni progressive de' quali si possono esaminare in Agatarcide (De mari Rubro in Hudson, geographi minores, t. I.), in Diodoro di Sicilia (t. I. l. II, p. 159-167, l. III, p. 211-216, edit. Wesseling), in Strabone (l. XVI, p. 1112-1114), dietro Eratostene, (p. 1122-1132, dietro Artemidoro), in Dionigi (Periegesis, 927-969), in Plinio (Hist. natur., V, 12; VI, 32) e in Tolomeo (Descript. et Tabulae urbium in Hudson, t. III.) 2. Gli scrittori arabi che han trattato quest'argomento collo zelo del patriottismo o della divozione. Gli estratti dati da Pocock (Specimen Hist. Arabum, p. 125-128) della Geografia del Seriffo al-Edrissi, accrescono il disgusto che si prova nella versione, o nel sommario, (p. 24, 27, 44, 56, 108, etc.) pubblicata dai Maroniti coll'assurdo titolo della Geographia nubiensis (Paris 1619); ma i traduttori latini e francesi, Graves (in Hudson, t. III) e Galland (Voyage de la Palestine, del La Roque, p. 265-346), ci han dato a conoscer l'Arabia d'Abulfeda, descrizione la più minuta ed esatta che si abbia di quella penisola, e se le può aggiugnere per altro la Biblioteca Orientale del d'Herbelot, p. 120, et alibi passim. 3. I viaggiatori Europei, tra i quali Shaw (p. 438-455) e Niebuhr (Description, 1773; Voyages, tom. I, 1776) vogliono essere menzionati con onore: Busching (Géographie par Berenger, t. VIII. p. 416-510) ha fatto una compilazione giudiziosa; e il lettore debbe aver sotto gli occhi le carte del d'Anville (Orbis veteribus notus, e la prima parte dell'Asia) e la sua Geografia antica (t. I, p. 208-231).

3. Abulfeda, Descriptio Arabiae, p. 1; d'Anville, l'Eufrate e il Tigri, p. 19, 20. In questo luogo, ove si trova il paradiso, o sia giardino d'un satrapo, passò Senofonte coi Greci l'Eufrate per la prima volta (Ritirata dei diecimilal. 1. c. 10, p. 29. edit. Wells).

4. Il Reland ha provato con molta erudizione superflua 1. che il nostro mar Rosso (il Golfo d'Arabia) non è che l'una parte del mare Rubrum, Ερυθρα θαλασση degli antichi, che si allungava fino allo spazio indefinito dell'Oceano indiano; 2. Che i vocaboli sinonimi ερυθρος, αιθιοψς, sono allusivi al color dei Neri o Negri. (Dissert. miscell., t. I. p. 59-117).

5. Fra le trenta giornate o stazioni, che si contano fra il Cairo e la Mecca, quindici mancano d'acqua dolce. V. la strada degli Hadjees, nei Viaggi di Shaw, p. 477.

6. Plinio, nel duodicesimo libro della sua Storia naturale, (l. XII, c. 42) tratta degli aromi, e soprattutto del thus o incenso dell'Arabia: Milton in una similitudine rammenta gli odori aromatici che il vento del Nord-est trasporta sulla costa di Saba (Paradiso Perduto lib. 4).

7. Agatarcide afferma che vi si trovavano pezzi d'oro vergine, la cui grossezza variava da quella d'una oliva a quella d'una noce; che il ferro valea due volte e l'argento dieci volte più dell'oro (De mari Rubro, p. 60.). Questi tesori, veri o immaginarii, si son dileguati, e non si conosce al presente nell'Arabia una sola miniera d'oro. (Niebuhr, Description, p. 124).

8. Si consulti, si legga per intero e si studii lo Specimen Historiae Arabum di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio, tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia.

9. Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz (Periplus maris Erythraei, p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano (Procopio, De bello Persico l. I. c. 19).

10. V. lo Specimen Historiae Arabum, di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte Carmelo (Voyage de la Palestine, Amsterdam, 1718) presenta un quadro piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da Niebuhr, (Description de l'Arabie, p. 327-344), e dal Signor di Volney (t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han pubblicati viaggi nella Siria.

11. Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul Cavallo e sul Cammello dell'Istoria naturale del Signor di Buffon.

12. V. sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p. 142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento (d'Herbelot Bibl. Orient. p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il vigore per portare il cavaliere e la sua armatura.

13. Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces suntdiceva un medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già meno frugale (Gagnier, Vie de Mahomet, t. III. p. 404).

14. Marciano d'Eraclea (in Perip., p. 16, in t. I; de Hudson, minor Geograph.) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice. Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità dello scrittore.

15. Albufeda (in Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco: anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen (Voyages de Niebuhr, t. I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar (Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53).

16. Pocock, Specimen, p. 57; Geograph. Nubiensis, p. 52. Meriaba, o Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni d'Augusto (Plinio Hist. nat. VI, 32); e non era per anche risorta nel secolo sedicesimo (Albufeda Descript. Arab., p. 58).

17. Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o quattrocento dodici ore, sino al Cairo (Voyages de Shaw, p. 477); e secondo il calcolo del d'Anville (Mesures itinéraires, p. 99), una giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio (Hist. nat. XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume a' fatti.

18. Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della Mecca (d'Herbelot, Bibl. orient. p. 368-371; Pocock, Specimen, p. 125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice Thevenot (Voyage du Levant, part. I, p. 490) è tolto dalla bocca sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila case (Chardin, t. IV, p. 167).

19. Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot (Bibl. orient., p. 6.) accenna una di queste case di sale presso Bassora.

20. Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut latrociniis degit (Plinio, Hist. nat., VI, 32). Vedi il Koran di Sale, Sura 106, p. 503; Pocock, Spec., p. 2; d'Herbelot, Bibl. orient., p. 361; Prideaux, Vie de Mahomet, p. 5; Gagnier, Vie de Mahomet, t. 1, p. 72-120, 126. etc.

21. La Genesi, al capo 16, v. 12, dice: hic erit ferus homo: manus ejus contra omnes, et manus omnium contra eum, et e regione universorum fratrum suorum figet tabernacula. Qui nel dato carattere d'Ismaele possono considerarsi descritti profeticamente i suoi discendenti, gli Arabi, dati a regolare ladroneccio, e dimoranti poco lungi della Palestina; non sono artificiosamente contorti i sensi della Genesi; non si potrebbe per altro spiegare il manus omnium contra eum che col riferirlo all'essere stata l'Arabia alcune volte invasa da armate tartare, e persiane; ma ciò potrebbe pur dirsi di tanti altri Stati. (Nota di N. N.)

22. Un dottor anonimo (Univers. History, vol. XX, edit. in-8) ha ricavato dall'independenza degli Arabi una dimostrazione formale della verità del cristianesimo. Può un critico primieramente negare i fatti, e poi disputare sul senso del passo che si allega della Bibbia (Genes. XVI, 12), su l'ampiezza della applicazione, e sul fondamento della genealogia.

23. Fu soggiogato (A. D. 1173) da un fratello del gran Saladino che fondò una dinastia de' Curdi o degli Ayoubiti (Guignes, Hist. des Huns, t. 1, p. 425; d'Herbelot, p. 477).

24. Dal luogotenente di Solimano I (A. D. 1538), e da Selim II (1568). V. Cantemir (Hist. de l'empire Ottoman, p. 201-221.) Il Bascià che risedeva in Saana comandava a ventun Bey, ma non mandò mai tributi alla Porta (Marsigli, Stato Militare dell'impero Ottomano, p. 124), e i Turchi ne furono cacciati verso l'anno 1630. (Niebuhr, p. 167, 168.)

25. Le principali città della provincia romana che chiamavasi Arabia e terza Palestina, erano Bostra e Petra che datavano dall'anno 105, epoca in cui furono soggiogate da Palma, luogotenente di Traiano. (Dion Cassio, l. LXVIII). Petra era la capitale de' Nabatei, che traevano il nome dal primogenito dei figli d'Ismaele (Genes. XXV, 12, etc., co' Commenti di San Girolamo, del Le Clerc, e del Calmet). Giustiniano abbandonò un paese palmifero di dieci giornate di viaggio al mezzodì di Aelah (Procopio, De bell. persico, l. I, c. 19); e i Romani avevano un centurione e una dogana (Arriano in Periplo maris Erythroei, p. 11, in Hudson, t. 1) in un luogo (λευκη κωμη, Pagus Albus Hawarra) del territorio di Medina (d'Anville, Mémoire sur l'Egypte, p. 243). Su questi possedimenti reali, e su qualche nuova scorreria di Traiano (Peripl. p. 14, 15) fondarono gli storici e le medaglie la supposizione che i Romani conquistassero l'Arabia.

26. Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 302, 303, 329-331) ci dà le notizie più recenti ed autentiche sul grado d'autorità che possedono i Turchi nell'Arabia.

27. Diodoro di Sicilia (t. II, l. XIX, p. 390-393, ediz. del Wesseling) ha data a conoscere chiaramente l'independenza degli Arabi nabatei, che fecero resistenza alle armi d'Antigono e di suo figlio.

28. Strabone, l. XVI, p. 1127-1129; Plinio, Hist. nat., VI, 32. Elio Gallo sbarcò presso Medina, e fece quasi trecento leghe nella parte dell'Yemen che giace fra Mareb e l'Oceano. Il non ante devictis Sabeae regibus (Od. I, 29), e gl'intacti Arabum thesauri (Od. III, 24) d'Orazio, attestano l'indipendenza ancora inviolata degli Arabi.

29. Lo stendardo di Maometto non è sacro pel lettore cristiano: questo aggettivo è male applicato ad uno stendardo di un fortunato Capo d'entusiasti, che coll'armi diffusero la lor religione rapidamente in molte, e vaste regioni dell'Asia, e dell'Affrica. (Nota di N. N.)

30. V. in Pocock una Storia imperfetta dell'Yemen, Specimen, p. 55-66; di Hira, p. 66-74; di Gassan p. 75-78, su tutte le cose che si poterono sapere, o di cui si potè in un tempo d'ignoranza serbare memoria.

31. Le Σαρακηνικα φυλα, μυριαδες ταυτα, και το πλειστον αυτων ερημονομοι, και αδεσποτοι, tribù Saracene, a decine di migliaia, e per lo più abitatrici di deserti, e independenti, descritte da Menandro (Excerpt. legat., p. 149), da Procopio (De bell. Pers. l. I. c. 17-19; l. II, c. 10) e, coi più forti colori, da Ammiano Marcellino, (l. XIV, c. 4) che ne parla sin dal tempo di Marc'Aurelio.

32. Questo nome usato da Tolomeo e da Plinio in un senso più ristretto, e da Ammiano e da Procopio in significato più largo, fu ridicolamente derivato da Sarah, moglie d'Abramo; e in un modo assai oscuro dal villaggio di Saraka μετα Ναβαταιους fra i Nabatei (Stephan., De urbibus), ma più plausibilmente da vocaboli arabici, che significano un naturale disposto al ladroneccio, o che denotano la loro situazione all'Oriente (Hottinger, Hist. orient., lib. I, c. I. p. 7, 8; Pocock, Specimen, p. 33-35; Assemani, Bibl. orient. t. IV, p. 567). Ma l'ultima e la più ammessa di tali etimologie è confutata da Tolomeo (Arabia, p. 2, p. 18, in Hudson, t. IV), che segna espressamente la situazione occidentale e meridionale de' Saraceni, che allora erano una tribù oscura stanziata su le frontiere dell'Egitto. Questa denominazione adunque non può riferirsi al carattere nazionale; e poichè fu data da forestieri, convien cercarne l'origine non già nella lingua araba, ma in una straniera.

33. Saraceni.... mulieres aiunt in eos regnare. (Expositio totius Mundi, p. 3, in Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella Storia ecclesiastica (Pocock, Specim., p. 69-83).

34. Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, non uscire della reggia, dicono Agatarcide (De mari Rubro, p. 63, 64, in Hudson, t. I), Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p. 1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge.

35. Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et ELOQUENTIA (Sephadius, apud Pocock, Specimen, p. 161, 162.) Solo co' Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di Demostene.

36. Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie.

37. V. Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di Hycsos (Marsham, Canon. chron., p. 98-163, ec.)

38. Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 75). I due storici che hanno scritto su le Ayam-al-Arab, le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, Specimen, p. 48).

39. Niebuhr (Description, p. 26-31) espone la teorica e la pratica moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole più rozza dell'antichità.

40. Procopio (De bell. Pers. l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan quattro, il primo mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o sei volte (Sale, Disc. prélim., p. 147-150, e Note sul nono Capitolo del Corano, p. 154, etc.; Casiri, Bibl. hispano-arabica, t. II, p. 20, 21).

41. Arriano, che vivea nel secondo secolo, accenna (in Periplo maris Erithraei, p. 12) la differenza parziale o totale de' dialetti Arabi. Pocock (Specimen, p. 150-154), Casiri (Bibl. hispano-arabica, t. I, p. 1, 83, 292; tom. II, p. 25, ec.) e Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 72-86) hanno minutamente trattato di ciò che risguarda l'alfabeto e la lingua degli Arabi; ma io trascorro leggermente su questa materia, non prendendo io diletto a ripetere da pappagallo parole che non intendo.

42. Il Voltaire ha inserito nel suo Zadig una Novella familiare (il Cane ed il Cavallo) per provare l'accortezza naturale degli Arabi (d'Herbelot, Bibl. orient. p. 120, 121; Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 37-46); ma d'Arvieux, o piuttosto La Roque (Voyage de la Palestine, p. 92), ha negata la superiorità di che si dan vanto i Beduini. Le cento sessantanove sentenze di Alì (tradotte in inglese da Ockley, a Londra, 1718) sono un saggio dello spirito de' frizzi in cui son singolari gli Arabi.

43. Pocock (Specimen, p. 158-161) e Casiri (Bibl. Hisp. Arab., t. I, p. 48-84, ec., 119; t. II, p. 17, ec.) parlano de' poeti Arabi anteriori a Maometto. I sette poemi della Caaba furono stampati in inglese da Sir William Jones; ma l'onorevole missione che gli fu commessa nell'India ci ha privato delle sue note molto più interessanti che non quel testo vieto ed oscuro.

44. Sale, Discours prélim., p. 29, 30.

45. D'Herbelot, Bibl. orient., p. 458; Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 118. Caab, e Hesno (Pocock, Specim. p. 43, 46, 48) si segnalaron anch'essi nella liberalità, ed un poeta arabo dice elegantemente di quest'ultimo: Videbis eum cum accesseris exultantem, ac si dares illi quod ab illo petis.

46. Tutto quello che ora può sapersi dell'idolatria degli Arabi antichi si trova in Pocock, (Specim., p. 89, 136, 163, 164). La sua profonda erudizione è stata interpretata in modo ben chiaro e conciso dal Sale (Discours prélim., p. 14-24); e l'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 580-590) ha aggiunto annotazioni preziose.

47. Ιερον αγιωτατον ιδρυται τιμωμενον υπο παντων Αραβων περιττοτερον si vede un Tempio famoso venerato per santissimo da tutti gli Arabi (Diod. di Sicilia, t. I, l. III, p. 211); la qualità e il sito concordano tanto che mi fa maraviglia come siasi letto questo passo curioso senza avvertirlo e senza badare all'applicazione. Pure Agatarcide (De mari Rubro, p. 58, in Hudson, t. I.), copiato da Diodoro nel resto di quella descrizione, non fa motto di quel celebre Tempio. Forse che il Siciliano ne sapea più che l'Egizio? O fu costrutta la Caaba tra l'anno di Roma 650 e il 746, tempo in cui componevano i loro libri? (Dodwell, in Dissertat. ad. t. I, Hudson, p. 72; Fabricio, Bibl. graec., t. II. p. 770).

48. Pocock, Specimen, p. 60, 61. Dalla morte di Maometto retrocediamo a sessantott'anni, e dalla sua nascita a cento ventinove anni avanti l'Era cristiana. Il velo, o la tela, che oggi è di seta e d'oro, non fu anticamente che una stoffa di lino d'Egitto. (Abulfeda, Vit. Mohammed, c. 6, p. 14).

49. La pianta originale della Caaba, servilmente copiata dal Sale, dagli autori della Storia universale, ec. è un abbozzo fatto da un Turco, che Reland (De religione Mohammed, p. 113-123) ha corretta e spiegata colla scorta di buone autorità. Si consulti su la Leggenda e la Descrizione della Caaba il Pocock (Specimen, p. 115-122), la Bibliothèque orientale del di Herbelot (Caaba, Hagier, Zemzem, etc.), e il Sale (Disc. prélimin. p. 114-122).

50. Sembra che Cosa, quinto antenato di Maometto, usurpasse la Caaba (A. D. 440); ma Iannabi (Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 65-69) e Abulfeda (Vit. Mohammed, c. 6, p. 13) raccontano il fatto diversamente.

51. Massimo Tirio, che vivea nel secondo secolo, attribuisce agli Arabi il culto d'una pietra. Αραβιοι σεβουσι μεν, εντινα κα δε ηιδα, το δε αγαλμα ειδον; λοθος ην τετθαγωνος gli Arabi adorano un simulacro di tal fatta, che per altro non ho veduto; la pietra, era quadrangolare (Dissert. 8, t. I, p. 142, ediz. Reiske); e i cristiani hanno ripetuto con gran veemenza questo rimprovero (Clemente Alessandrino, in Protreptico, p. 40; Arnobio, Contra gentes, lib. VI, p. 246). Ma pure quelle pietre altro non erano che i Βαιτυλα della Siria e della Grecia, tanto rinomati nell'antichità sacra e profana (Euseb. Praep. Evangel., l. I, p. 37; Marsham, Canon. chron. p. 54-56).

52. Il dotto Sir John Marsham (Canon. chron., p. 76-78, 301-304) discute esattamente i due orridi punti dell'Ανδροθυσια sagrifici umani, e della παιδοθυσια, sagrifici di fanciulli. Sanconiatone dall'esempio di Crono trae l'origine de' sagrifici della Fenicia; ma non sappiamo se Crono vivesse prima o dopo Abramo, od anzi se mai sia stato al Mondo.

53. Κατ’ ετος εκαστον παιδα εθυον ogn'anno sagrificavano un fanciullo; tal'è il rimprovero di Porfirio; ma egli accusa di questo crudel costume anche i Romani, costume già abolito del tutto, A. V. C. 657. Tolomeo (Tabul., p. 37, Arabia, p. 9-29), ed Abulfeda (p. 57) fan menzione di Dumaetha, Daumat-al-Gendal; e le carte di d'Anville pongono questo luogo nel cuor del deserto, tra Chaibar e Tadmor.

54. Procopio (De bell. pers., l. I, c. 28), Evagrio (l. VI, c. 21) e Pocock (Specimen, p. 72-86) attestano i sagrifici umani degli Arabi del sesto secolo. Il pericolo e la liberazione d'Abdalah son piuttosto una traduzione che un fatto (Gagnier, Vie da Mahomet, l. I, p. 82-84).

55. Non può dirsi, che gli Ebrei s'astenessero dal mangiare le carni del porco per ignoranza, per sanità o per qualunque altro motivo; essi ciò facevano per comando di Dio, venuto loro per mezzo di Mosè, fondatore di lor religione; non bisogna unire insieme gli usi religiosi delle altre nazioni con quelli degli Ebrei; potevano essi essere i medesimi, anzi, parlando dell'astinenza dal mangiare il porco, lo erano; ma i motivi di cotale astinenza erano diversi; presso gli Ebrei, il solo motivo che Mosè ne addusse fu il commando assoluto di Dio. Lo stesso dicasi della circoncisione della quale viene l'Autore subito a parlare. (Nota di N. N.)

56. Suillis carnibus abstinent, scrive Solino (Polyhist., c. 33), il quale copia da Plinio (l. VIII, c. 68); strana supposizione che i maiali non possano vivere nell'Arabia. Aveano gli Egizi un'avversione naturale e superstiziosa per questo animale immondo (Marsham, Canon, p. 206). Gli Arabi antichi praticavano altresì, post coitum, la ceremonia dell'abluzione (Erodoto, l. I, c. 80), consacrata dalla legge de' Musulmani (Reland, p. 57, etc.; Chardin, o piuttosto il Mollah di Shah Abbas, t. IV, p. 71, etc.).

57. I dottori Musulmani non han piacere di trattare questa materia; pure credono necessaria la circoncisione per la salute, e pretendono ancora che per una specie di miracolo, nascesse Maometto senza prepuzio (Pocock, Spec., p. 319, 320; Sale, Disc. prélim., p. 106, 107).

58. Diodoro Siculo (t. I, l. II, p. 142-145) ha data alla lor religione un'occhiata curiosa ma superficiale da Greco. Si dee apprezzare la loro astronomia, avvegnachè aveano finalmente fatto uso della lor ragione, se dubitavano che il sole fosse nel numero de' pianeti e delle stelle fisse.

59. Semplicio (che cita Porfirio), De coelo, l. II, com. 46, p. 123; l. XVIII, ap. Marsham, Canon chron., p. 474, che dubita del fatto perchè contrario a' suoi sistemi. La più vecchia data delle osservazioni de' Caldei è dell'anno 2234 avanti Gesù Cristo. Dopo il conquisto di Babilonia fatto da Alessandro, quelle osservazioni, per le preghiere d'Aristotele, furono comunicate all'astronomo Ipparco. Che bel monumento nella storia delle Scienze!

60. Pocock (Specim., p. 138-146), Hottinger (Hist. orient., p. 162-203), Hide (De relig. vet. Persar., p. 124-128, ec.), d'Herbelot (Sabi, p. 725, 726) e Sale (Discours prélim.) destano in noi curiosità senza soddisfarla, e l'ultimo scrittore confonde il Sabeismo colla religion primitiva degli Arabi.

61. Essendo stato Abramo un pastore Caldeo, essendo stati gli Ebrei schiavi in Babilonia, città della Caldea, ed essendo stati istruiti della creazione, e del diluvio da Mosè, è naturale che le idee dei Caldei, o Sabei, intorno a queste cose, fossero conformi a quelle degli Ebrei: del resto sono stati attribuiti alcuni libri ad Adamo, a Seth, e ad Enoch. (Nota di N. N.)

62. D'Anville (l'Eufrate e il Tigri, p. 130-147) determina il sito di que' cristiani equivoci. L'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 607-614) avrà forse esposto i lor veri Domma, ma è fatica arrischiata il voler fissare la credenza d'un popolo ignorante che teme e arrossisce di svelare le sue arcane tradizioni.

63. Abitavano i Magi nella provincia di Bahrein (Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 114) frammisti agli Arabi antichi (Pocock, Specimen, p. 146-150).

64. Cioè i Cattolici hanno procurato di spargere il più che hanno potuto la loro credenza, ma non già d'avere l'Impero temporale. (Nota di N. N.)

65. Pocock, aderendo a Sharestani, ec. (Specimen, p. 60-134, ec.), Hottinger (Hist. orient., p. 212-238), d'Herbelot, (Bibl. orient., p. 474-476), Basnagio (Hist. des Juifs, t. VII, pag. 185, t. VIII, pag. 280) e Sale (Disc. prélim., p. 22, ec. 33, ec.) descrivono la situazione de' Giudei e dei Cristiani nell'Arabia.

66. Nelle obblazioni avean per massima d'ingannar Dio a pro dell'idolo, ch'era meno possente, ma più irritabile (Pocock, Specimen, p. 108-109).

67. Le versioni ebraiche o cristiane che abbiamo della Bibbia sembrano più moderne del Corano, ma dee credersi che s'avessero traduzioni anteriori, 1. per l'uso perpetuo della sinagoga, che spiegava la lezione ebraica con una parafrasi in lingua volgare del paese; 2. per l'analogia delle versioni armena, persiana ed etiopica, espressamente citate da' Padri del quinto secolo, i quali asseriscono che le scritture erano state tradotte in tutte le lingue de' Barbari. (Walton, Prolegomena ad Biblia Polyglotta, p. 34, 93, 97; Simon, Hist. crit. du vieux et du nouveau Testament, t. I, p. 180, 181, 282, 286, 293, 305, 306; t. IV, p. 206.)

68. La credenza che prestarono gli Arabi, prima che Maometto fondasse la sua nuova religione, ai miracoli narrati nella Bibbia, era fondata sopra i motivi di credibilità che avevano i miracoli stessi; non può dunque dirsi credulità. L'Autore poi ha torto dicendo, per le parole di Hottinger, est une calomnie maladroite des chrétiens, poichè vi sono anche alcuni altri scrittori cristiani che confessano esser nato Maometto di stirpe nobile. (Nota di N. N.)

69. In eo conveniunt omnes, ut plebejo vilique genere ortum, etc. (Hottinger, Hist. orient., p. 136). Ma Teofane, il più antico degli storici Greci, e padre di più menzogne, confessa che Maometto era della razza d'Ismaele, εκ μιας γενικωτατης φυλης (Chron. p. 277.) di una famiglia nobilissima.

70. Abulfeda (in Vit. Mohammed, c. 1, 2) e Gagnier (Vie de Mahomet, p. 25-97) espongono la genealogia del Profeta quale è ammessa da' suoi nazionali. Se fossi alla Mecca, mi guarderei ben del contrastarne l'autenticità, ma a Losanna mi farò lecito d'osservare, 1. che da Ismaele a Maometto lo spazio è di duemila e cinquecento anni, e che i Musulmani non contano che trenta generazioni in vece di settantacinque; 2. che i Beduini moderni sono ignari della storia propria, e non si curano della lor genealogia (Voyage de Darvieux, p. 100-103).

71. I primi semi di questa o favola o storia si trovano nel centesimoquinto capitolo del Corano, e Gagnier (Préface de la Vie de Mahomet, p. 18, etc.) ha tradotto il racconto d'Abulfeda sul quale si può cercare qualche schiarimento nel d'Herbelot (Bibl. orient., p. 12) e Pocock (Specimen, p. 64). Prideaux (Vie de Mahomet) scrive essere una novella inventata dal profeta; ma il Sale (Koran, p. 501-503), mezzo Musulmano, punge l'incoerenza di questo scrittore che credeva ai miracoli dell'Apollo di Delfo. Il Maracci (Alcoran, t. I, parte II, p. 14; t. II, p. 823) attribuisce il prodigio al diavolo, e forza i Musulmani a confessare che Dio non avrebbe protetto contro i cristiani gli idoli della Caaba.

72. Le epoche più sicure, quelle d'Abulfeda (in Vit., c. 1, p. 2) d'Alessandro o de' Greci 882, di Bocht Naser o Nabonassar 1316, ci danno l'anno 569 per quella della nascita di Maometto. A' Benedettini è sembrato troppo oscuro ed incerto il vecchio calendario degli Arabi per prestargli fede (Art de vérifier les dates, p. 15); stando al giorno del mese o della settimana, fanno un nuovo computo, e ritirano indietro la nascita di Maometto sino al 10 novembre 570. Concorderebbe questa data coll'anno 882 de' Greci, stabilita da Elmacin (Hist. Saracen. p. 5) e da Abulfaragio (Dynast. p. 101, e l'Errata della versione di Pocock). Si pone oggi molta cura a conoscere l'epoca precisa della nascita di Maometto, che forse non era nota a quest'ignorante profeta[*].

* Alcuni letterati più moderni pongono la nascita di Maometto nell'anno 571 dell'Era cristiana. (Mohammeds religion, etc. von Cludius, p. 21) (Nota dell'Editore francese).

73. Secondo altri, Abu-Taleb s'impadronì del retaggio paterno di Maometto, e cercò ancora di far perire quell'orfano, il quale dovè ricorrere alla protezione degli altri parenti, di fuggire e d'andare dietro le carovane. (Mohammeds religion aus dem Koran dargelegt etc. von Cludius, p. 21.) (Nota dell'Editore francese).

74. Ecco la testimonianza onorevole che Abu-Taleb rendette alla sua famiglia e al nipote. Laus Dei, qui nos a stirpe Abrahami et semine Ismaelis constituit, et nobis regionem sacram dedit, et nos judices hominibus statuit. Porro Mohammed filius Abdollahi nepotis mei (nepos meus) quo cum ex aequo librabitur e Koraishidis quispiam cui non praeponderaturus est, bonitate et excellentia, et intellectu et gloria et acumine etsi opum inops fuerit (et certe opes umbra transiens sunt et depositum quod reddi debet), desiderio Chadijae filiae Chowailedi tenetur, et illa vicissim ipsius, quidquid autem dotis vice petieritis, ego in me suscipiam (Pocock, Specimen, a septima parte libri Ebu Hamduni.)

75. L'istoria della vita privata di Maometto, dalla sua nascita sino alla sua missione, si legge in Abulfeda (in Vit., c. 3-7) e negli scrittori Arabi, autentici o supposti, citati dall'Hottinger (Hist. orient., p. 204-211), nel Maracci (t. I, p. 10-14) e nel Gagnier (Vie de Mahomet, t. I, p. 97-134).

76. Abulfeda (in Vit. c. 65, 66), Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 272-289). Le tradizioni più verosimili sulla persona e i discorsi del Profeta vengono da Ayesha, da Alì e da Abu Horaira, soprannomato il padre d'un gatto (Gagnier, t. II, p. 267; Ockley, Hist. of the Saracens, t. II, p. 149), e che morì l'anno dell'egira 59.

77. Que' che credono che Maometto sapesse leggere e scrivere, non hanno adunque esaminato ciò ch'è scritto d'altra mano che la sua ne' suras, o cap. del Corano 7, 29 e 96. Abulfeda (in vit., c. 7), Gagnier (Not. ad Abulfeda, p. 15), Pocock (Specimen, p. 151), Reland (De Religione Mohammed., p. 236) e Sale (Disc. prélim., p. 43) ammettono senza contrasto que' testi e la tradizione della Sonna. Il Sig. White è presso che il solo che neghi l'ignoranza del profeta, per accusarne l'impostura. Ma le sue ragioni sono tutt'altro che soddisfacenti. Due viaggi non lunghi alle fiere di Siria non bastavano certamente ad acquistare cognizioni sì rare fra i cittadini della Mecca; nè mai alla sottoscrizione d'un trattato, che si fa con animo quieto, avrebbe Maometto lasciata cadere la maschera. Niuna conseguenza può dedursi da ciò che si narra della sua malattia e del suo delirio. Prima che s'avvisasse di spacciarsi profeta, avrebbe dovuto nella vita privata mostrar di sovente che sapeva leggere e scrivere; e i suoi primi proseliti, i membri della sua famiglia, sarebbero stati i più pronti a riconoscere ed accusare la sua scandalosa ipocrisia. (White, Sermons, p. 203, 204; Notes, p. 36-38.)

78. Il conte di Boulainvilliers (Vie de Mahomet, p. 201-228) fa viaggiare Maometto come il Telemaco del Fénelon e il Ciro di Ramsay. La sua andata alla Corte di Persia è probabilmente una fola, nè posso capire io stesso donde venga quella esclamazione: «I Greci peraltro son uomini!» Quasi tutti gli scrittori Arabi, Musulmani e Cristiani parlano dei due viaggi nella Siria (Gagnier, ad Abulfeda, p. 10.)

79. Mi manca il tempo d'esaminare le favole e le congetture poste in mezzo sul nome di que' forestieri accusati, o presunti dagl'Infedeli della Mecca. (Corano, c. 16, p. 223; c. 35, p. 297, colle note del Sale; Prideaux, Vie de Mahomet, p. 22-27; Gagnier, Not. ad Abulfeda, p. 11-74; Maracci, t. II, p. 400). Il Prideaux medesimo ha osservato che queste intelligenze saranno state secrete, e che la scena succedette nel cuor dell'Arabia.

80. Abulfeda (in vit., c. 7, p. 15; Gagnier, t. I, p. 133-135.) Abulfeda (Geogr. arab., p. 4) indica il sito del monte Hera. Eppure Maometto non aveva mai udito parlare della grotta della ninfa Egeria, ubi nocturnae Numa constituebat amicae; non del monte Ida, ove Minosse conversava con Giove, ec.

81. Basta leggere il Decalogo, che contiene le volontà di Jehovah, vale a dire di Dio, considerato nella sua essenza, siccome intendevano, ed intendono con quel vocabolo di esprimere gli Ebrei, per conoscere la concordanza dei di lui attributi morali colle virtù sociali; se poi si trovano nella Scrittura sacra alcune espressioni, ed alcuni epiteti, che sembrano sulle prime non potersi concordare coll'idea dell'Essere supremo, siccome sarebbero quelli di iracondo, di furioso, di geloso, determinanti passioni umane, essi, siccome dicono i teologi, devono considerarsi siccome modi figurati di dire de' sacri scrittori, i quali si servivano di cotali espressioni per usare un linguaggio inteso dagli uomini. Se la Scrittura per esempio ci dice, che Dio si riposò dopo l'opera della creazione, chi penserà che l'Essere supremo abbia avuto bisogno di riposarsi, egli ch'è un'attività immensa ed eterna? (Nota di N. N.)

82. Corano, c. 9, p. 153. Al-Beidawi e gli altri commentatori citati dal Sale, ammettono questa accusa; io non so vedere come possa acquistare verosimiglianza dalle tradizioni oscure ed assurde de' Talmudisti.

83. Leggasi la nostra annotazione (p. 248) fatta al T. IX, e vedrassi distesamente, che non era nel settimo secolo, nè è presentemente, un'idolatria il culto che i Cristiani, o per meglio dire i Cattolici, prestano alle immagini, ed alle reliquie. Se poi i cristiani detti Collidiani, e ch'erano eretici, prestavano a Maria un culto che a ragione era un'idolatria, ciò nulla offende il cattolicismo. (Nota di N. N.)

84. Hottinger, Hist. orient., p. 225-228. L'eresia de' Colliridii fu recata di Tracia in Arabia da varie donne, e il nome procede dal vocabolo Κολλυρις, ossia focaccia, ch'esse offerivano alla Dea. Questo esempio, non che quello di Berillo, vescovo di Bostra (Eusebio, Hist. eccles., l. VI, c. 33) e di parecchi altri, ponno scusare quel rimbrotto, Arabia haereseon ferax.

85. Quando il Corano parla di tre Dei (c. 4, p. 81, c. 5, p. 92), è chiaro che alludea Maometto al nostro mistero della Trinità; ma i commentatori Arabi non vedono in que' passi che il Padre, il Figlio e la Vergine Maria, Trinità ereticale, sostenuta, dicesi, da alcuni Barbari nel Concilio niceno (Eutych. Annal., t. I, p. 440). Ma l'esistenza de' Marianiti è contestata dal sincero Beausobre (Hist. du Manichéisme, t. I, p. 532); e per dare spiegazione allo sbaglio, dice che viene dalla parola rouah (Spirito Santo), che è del genere femminino in vari idiomi dell'Oriente, e che è in senso figurato la madre di Gesù Cristo nell'Evangelo de' Nazareni.

86. La spiegazione soddisfa anche sufficientemente la ragione, e non porge l'idea di pluralità di Dei, ossia di politeismo, ch'era la religione di quasi tutti i popoli antichi, eccettuato specialmente l'Ebreo, e lo è di moltissimi anche oggidì, ed al quale la religione cristiana si opponeva, e si oppone. E poi finalmente cotal mistero non è contrario alla ragione, ma solamente è superiore alla ragione, siccome con buoni ragionamenti sostengono i teologi: la natura è piena di misterj superiori alla ragione, siccome sanno i fisici, ed i metafisici; vorressimo noi negarli perchè non li intendiamo, perchè superano le facoltà della nostra ragione, mentre sono in fatto? perchè non ne ammetteremo noi dunque parlando teologicamente del di lei Autore? Il Gibbon si dichiarò già Teista, cioè pensa rettamente contro gli atei, se pur veramente ve ne furono, e ve ne sono, esservi un Esser supremo, dicendo p. 51, e che così comprende una verità eterna, confermando ciò da filosofo Teista anche in altri luoghi, e specialmente p. 56, il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo. Perchè mai sembra egli qui opporsi all'idea della Trinità di quest'Essere supremo, siccome fece Maometto, il quale nell'atto che predicava e sosteneva con grande entusiasmo, ed anche coll'armi, contro il politeismo degli Arabi del suo tempo, esservi un Essere supremo, un Dio solo, non ammetteva la Trinità delle Persone, e quindi veniva a negare la divinità di Cristo, ed a riguardarlo soltanto come un uomo ottimo e sapiente, la quale divinità coi motivi della di lei credibilità è il fondamento della credenza dei cristiani? (Nota di N. N.)

87. Questo sistema d'idee filosoficamente si svolge nell'esempio d'Abramo, che nella Caldea si oppose alla prima introduzione della idolatria (Corano, c. 6, p. 106; d'Herbelot, Bibl. orient., p. 13.)

88. V. il Corano, e soprattutto i capitoli 3 (p. 30), 57 (p. 437), 58 (p. 441) che annunciano l'onnipotenza del Creatore.

89. Pocock (Specimen, p. 274, 284-292), Ockley (Hist. of the Saracens, v. 2, p. 82-95), Reland (De relig. Mohamm., l. I, p. 7-13) e Chardin (Voyages en Perse, t. IV, p. 4-28) hanno tradotto i simboli più ortodossi dell'Islamismo. A questa grandissima verità, che niente v'ha di simile a Dio, Maracci (Alcoran., t. I, part. III, p. 87-94) oppone goffamente, che Dio fece l'uomo ad immagine sua.

90. V. Reland (De relig. Moham., l. I, p. 17-47). Sale (Discours prélim., p. 73-86, Voyage de Chardin, t. IV, p. 28, 37, 39, 47), su questa aggiunta de' Persiani, Alì è il vicario di Dio. Ma il numero preciso de' profeti non è articolo di fede.

91. V. intorno a' libri apocrifi d'Adamo, il Fabricio, Codex pseudepigraphus. V. T., p. 27-29; intorno a que' di Seth, p. 154-157; a que' d'Enoch, p. 160-219; ma il libro d'Enoch è per alcuni rispetti consecrato dalla citazione che ne fa l'appostolo San Giuda. Sincello e Scaligero allegano in suo favore un lungo brano d'una leggenda.

92. I sette precetti di Noè sono spiegati dal Marsham (Canon. chronicus, p. 154-180), che in questa occasione aderisce al sapere e alla credulità dello Selden.

93. D'Herbelot ha seminato con amenità, ne' suoi articoli Adamo, Noè, Abramo, Mosè, ec., le leggende inventate dalla fantasia de' Musulmani, che hanno piantato il loro edificio su le fondamenta della Sacra Scrittura e del Talmud.

94. Corano, c. 7, p. 128, ec.; c. 10, p. 173, ec.; d'Herbelot, p. 647, ec.

95. Corano, c. 3, p. 40; c. 4, p. 80; d'Herbelot, p. 390, ec.

96. V. l'Evangelo di San Tommaso, o dell'Infanzia, nel Codex apocryphus N. T. del Fabricio, che rauna le varie testimonianze su quello scritto (p. 128-158). Fu pubblicato in greco dal Cotelier, e in arabo dal Sike, che crede posteriore a Maometto la copia che ne abbiamo; ma pure le citazioni s'accordano coll'originale sul discorso di Gesù Cristo nella culla, su gli uccelli d'argilla dotati di vita, ec. (Sike, c. I, p. 168, 169; c. 36, p. 198, 199; c. 46, p. 206; Cotelier, c. 2, p. 160, 161.)

97. La Chiesa latina crede, come fu rivelato, che Maria concepì per opera dello Spirito Santo; crede inoltre ch'essa sia stata immacolata nella sua Concezione, e non ha bisogno di prendere quest'ultima credenza dal libro di Maometto, nomato il Koran; se poi la Concezione immacolata v'è indicata, ciò non può che formare un favore già superfluo a cotale credenza. (Nota di N. N.)

98. L'immacolata Concezione della Vergine Maria è in modo oscuro indicata nel Corano (c. 3, p. 39), e più apertamente dalla tradizione de' Sonniti (Sale, Nota, e Maracci, t. II, p. 212). San Bernardo riprovò, nel secolo duodecimo, l'immacolata Concezione, come una novità presuntuosa (Fra Paolo, Istoria del Concilio di Trento, l. II.).

99. La morte e la resurrezione di Gesù Cristo sono narrate chiaramente negli evangelj, e furono sempre credute. Anche Giuseppe Flavio storico, benchè Ebreo, a vantaggio di tale credenza, accenna la resurrezione, nè vale che alcuni critici indiscreti abbiano sostenuto essere stato artifiziosamente inserito il passo nell'Opera di Giuseppe Flavio, per accreditare la resurrezione narrata nell'evangelio coll'affermazione d'uno scrittore Ebreo vicino alla morte di Cristo: l'autenticità di questo passo fu con buone ragioni difesa. (Nota di N. N.)

100. V. il Corano, c. 3, v. 53, e c. 4, v. 156 dell'edizione del Maracci. Deus est praestantissimus dolose agentium (bizzaro elogio).... nec crucifixerunt eum, sed objecta est eis similitudo: espressione che potrebbe accordarsi coll'opinione de' Doceti; ma credono i comentatori (Maracci t. II, p. 113; 115, 173; Sale, p. 42, 43, 79) che un altro uomo, amico o nemico, fosse crocifisso in vece di Gesù Cristo. Uno favola è questa, che avean letta nel vangelo di San Barnaba, pubblicata sin dal tempo di Sant'Ireneo, da vari Ebioniti (Beausobre, Hist. du Manichéisme, t. II, p. 25; Mosheim, De reb. cristian., p. 353).

101. Quest'accusa si trova oscuramente espressa nel Corano (c. 3, p. 45); ma nè Maometto nè i suoi settari erano abbastanza versati nella lingua o nell'arte critica, per dare a' lor sospetti qualche valore o apparenza di verità. Gli Ariani peraltro e i Nestoriani han potuto spacciare qualche istoria in questo proposito, e l'ignorante Profeta porge orecchio alle asserzioni ardite de' Manichei. V. Beausobre, t. I, p. 291-306.

102. I discepoli di Gesù Cristo ricevettero il Paracleto, ossia lo Spirito Santo, che da lui era stato loro promesso, siccome leggiamo nel secondo capo del Libro degli atti degli appostoli; è inutile poi rispondere alle vane pretensioni di Maometto. (Nota di N. N.)

103. Tra le profezie dell'antico e del nuovo Testamento, pervertite di senso per la frode o l'ignoranza de' Musulmani, venne applicata al loro Profeta la promessa del Paracleto, o del Consolatore, che i Montanisti ed i Manichei s'erano già appropiata (Beausobre, Hist. crit. du Manich. t. I, p. 263 etc.); e cambiando la parola περικλυτος in παρακλητος, ciò ch'è facile, fanno risultare l'etimologia del nome di Maometto (Maracci, t. I, part. I, p. 15-28).

104. V. sul Corano, d'Herbelot, p. 85-88; Maracci t. I. in vit. Mohammed, p. 32-45; Sale, Discours prélim., p. 56-70.

105. L'Alcorano contiene una farragine di moltissime cose, alcune delle quali sono oscure, altre paraboliche, ed enigmatiche; alcune altre si contraddicono. È vero, che i Maomettani dottori pretendono aver avuto L'Alcorano una derivazione divina, cioè esser venuto da Dio fino all'orbita della luna, dalla quale sia stato ogni versetto rivelato a Maometto dall'angelo Gabriele; ma secondo i migliori critici, il libro fu scritto per la massima parte da Maometto; altri pensano che un certo monaco Sergio, o Bhaira, cristiano nestoriano, sia concorso a scriverlo, tanto più che vi si nega la divinità di Cristo, siccome facevano i Nestoriani, e ne venne un miscuglio delle religioni ebraica, cristiana, ed antica arabica; la morale, nell'amore del prossimo, è simile alla cristiana; potrebbe Maometto averla presa anche dai libri di Confucio, legislator de' Chinesi; ma non sembra averne avuto contezza. (Nota di N. N.)

106. Corano c. 17, v. 89; Sale, p. 235, 236; Maracci, p. 410.

107. Credeva una Setta d'Arabi che la penna d'un mortale eguagliar potesse o sorpassare il Corano (Pocock, Specimen p. 221, etc.); e il Maracci (polemico troppo duro per un traduttore) mette in ridicolo l'affettazione di rime che si scontra nel passo più applaudito (tom. I, part. II, p. 69-75).

108. Colloquia (siano reali o favolosi) in media Arabia atque ab Arabibus habita, (Lowth, De poesi Hebraeorum praelect. 32, 33, 34, col Michaelis suo editore tedesco Epimetron IV). Il Michaelis per altro (p. 671, 673) ha notate molte immagini che vengono dall'Egitto, come l'elefantiasi, il papiro, il Nilo, il coccodrillo, ec. Ha caratterizzato l'idioma in cui è scritto il libro di Giobbe, colla denominazione equivoca di Arabico-Hebraea. La rassomiglianza de' dialetti procedenti dalla stessa fonte era assai più sensibile nella loro infanzia che nella maturità (Michaelis, p. 682; Schutens, in praefat Job).

109. Al-Bochari morì, A. H. 224. V. d'Herbelot, p. 208, 416, 827; Gagnier, Nota ad Abulfeda, c. 19, p. 33.

110. V. soprattutto i capitoli 2, 6, 12, 13, 17, del Corano. Prideaux (Vie de Mahomet, p. 18, 19) ha confuso quell'impostore. Il Maracci, che fa maggiore sfarzo di dottrina, ha dimostrato che i passi del Corano in cui si negano i miracoli di Maometto sono chiari e positivi (Alcoran t. I, part. II, p. 7-12), e che sono ambigui e inconcludenti gli altri che sembrano affermativi (p. 12-22).

111. V. lo Specimen Hist. Arabum, il testo d'Abulfaragio (p. 17), le note di Pocock (p. 187-190), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 76, 77 ), i viaggi del Chardin (t. IV, p. 200-203). Il Maracci (Alcoran, t. I, p. 22-64) s'è affaticato a raccogliere o a confutare i miracoli, e le profezie di Maometto, che, secondo vari scrittori, ascendono a tremila.

112. Abulfeda (in vit. Mohammed, c. 19, p. 33) narra assai minutamente questo viaggio notturno, ch'ei tratta da visione. Prideaux, che pure ne parla (p. 31-40), aggrava gli assurdi; e Gagnier (t. I, p. 252-343) dichiara, seguendo lo zelante Al-Jannabi, che negare quel viaggio è lo stesso che non credere al Corano. Il Corano peraltro non nomina in quel proposito nè il cielo, nè Gerusalemme, nè la Mecca; non lascia sfuggire che queste mistiche parole; Laus illi qui transtulit servum suum ab oratorio Haram ad oratorium remotissimum (Koran, c. 17, v. I; nel Maracci, t. II, p. 407, poichè il Sale si fa lecita più libertà nella sua versione). Fondamento ben misero per l'aereo edificio della tradizione.

113. Maometto, nello stile profetico che adopera il presente o il passato in vece del futuro, avea detto: Appropinquavit hora et scissa est luna (Koran, c. 54, v. I; nel Maracci, t. II, p. 688). Questa figura rettorica fu presa per un fatto che dicesi confermato da testimoni oculari i più degni di fede (Maracci, t. II, p. 990). I Persiani sogliono sempre celebrare la festa di questo avvenimento (Chardin, t. IV, p. 201); e Gagnier (Vie de Mahomet, t. I, p. 183-234) noiosamente svolge tutta questa leggenda su la fede, per quel che pare, del credulo Al-Jannabi. Nondimeno un dottor Musulmano ha combattuto il testimonio principale (apud Pocock, Specimen, p. 187). I migliori interpreti spiegano il passo del Corano nel modo più semplice (Al-Beidawi, apud Hottinger, Hist. orient., l. II, p. 302); e Abulfeda serba il silenzio che a un principe e ad un filosofo si conveniva.

114. Abulfaragio (in Specimen, Hist. Arab., p. 17); e le autorità più rispettabili citate nelle note del Pocock (p. 190-194) vengono giustificando quello scetticismo.

115. Il buon credente troverà che non era da farsi cotal paragone. (Nota di N. N.)

116. Maracci (Prodromus, part. IV, p. 9-24). Reland (nel suo egregio Trattato De religione mohammedica, Utrecht, 1717, p. 67-123), e Chardin (Voyage en Perse, t. IV, p. 47-195) seguendo i teologi Persiani ed Arabi, danno una relazione autenticissima di que' precetti sul pellegrinaggio, su l'orazione, il digiuno, le limosine e le abluzioni. Il Maracci è un accusator parziale; ma il gioielliere Chardin avea l'occhio d'un filosofo, e il Reland, erudito giudizioso, avea corso l'oriente senza uscire di Utrecht. Il Tournefort narra nella lettera quattordicesima (Voyage du Levant, t. II, p. 325-360, in-8) quel che avea veduto della religione de' Turchi.

117. Maometto (Koran del Sale, c. 9, p. 153) rimprovera i cristiani perchè si sottomettono a' preti e a' monaci, ed abbiano così altri padroni fuorchè Dio. Il Maracci (Prodromus, part. III, p. 69, 70) scusa questo culto, specialmente pel Papa, e cita, collo stesso Corano, il caso d'Eblis o Satano, che fu precipitato dal cielo per non aver voluto adorare Adamo.

118. Koran, c. 5, p. 94, e la nota del Sale, che cita in proposito Jallalodino e Al-Beidawi. D'Herbelot dice che Maometto condannò la vita religiosa, e che i primi sciami di Fakiri, di Dervissi, ec. non comparvero che dopo l'anno 300 dell'Egira (Bibl. orient., p. 292-718).

119. V. le due difese in proposito (Koran, c. 2, p. 25; c. 5, p. 94); l'una nello stile d'un Legislatore, l'altra in quello d'un fanatico. Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 62-64) e il Sale (Discours préliminaire, p. 124) svolgono i motivi particolari e pubblici che indussero Maometto a così ordinare.

120. La gelosia del Maracci (Prodromus, part. IV, p. 33) fa l'enumerazione delle limosine più liberali ancora che si usano da' Cattolici di Roma. Dice che quindici grandi spedali accolgono migliaia di pellegrini e d'infermi; che annualmente sono dotate mille e cinquecento fanciulle; che vi son cinquantasei scuole di carità pe' due sessi, e che centoventi Confraternite recano sollievo a' lor Membri bisognosi, ec. Le carità di Londra sono anche più estese, ma temo non convenga attribuirle più all'umanità che alla religione del popolo inglese.

121. V. Erodoto (l. II. c. 123) e il nostro dotto concittadino Sir John Marsham (Canon. chron., p. 46). L'Αδης di quello scrittore (p. 254-274) è uno schizzo elaborato delle regioni infernali quali erano immaginate e descritte dagli Egizii e da' Greci, da' poeti e da' filosofi dell'antichità.

122. Il Coran (c. 2, p. 259; etc.) del Sale (p. 32) e del Maracci (p. 97) riferiscono un miracolo ingegnoso che satisfece alla curiosità d'Abramo, e ne rassodò la credenza.

123. Reland, guidato sempre da lealtà, dimostra che Maometto ha riprovato tutti gl'increduli (De religione Mohammed, p. 128-142), che per li diavoli mai non vi sarà salute (pag. 196-199), che non sarà limitato il paradiso a' piaceri sensuali (p. 199-205) e che l'anima delle donne è immortale (p. 205-209).

124. Al-Beidawi, apud Sale, Coran, c. 9, p. 164. Il non pregare per un parente incredulo è giustificato, secondo Maometto, da' doveri di un Profeta e dall'esempio d'Abramo, il quale riprovò il proprio padre come nemico di Dio. E pure Abramo (soggiugne egli, c. 9, v. 116, Maracci, t. II, p. 317) fuit sane pius, mitis.

125. Questa è una scurrilità poco conveniente ad un grave Scrittore; ogni lettore sensato disapproverà questo scherzo. (Nota di N. N.)

126. V. sul giorno del Giudizio, sull'inferno, sul paradiso, ec., il Corano (c. 2, v. 25, c. 56, 78 ec.), colla confutazione virulenta bensì, ma dotta, del Maracci (nelle sue Note, e nel Prodromo, part. IV, p. 78, 120, 122, ec.), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 368-375), Reland (p. 47-61) e il Sale (p. 76-103). Le idee de' Magi sono esposte in guisa oscura ed ambigua del dottore Hyde, loro apologista (Hist. relig. Pers., c. 33, p. 402-412, Oxford, 1760). Il Bayle ha provato nell'articolo Maometto, che lo spirito e la filosofia mal suppliscono al difetto di cognizioni esatte.

127. Prima di delineare l'istoria delle operazioni di Maometto verrò indicando gli autori, o i documenti da me prescelti. Le versioni latina, francese e inglese del Corano sono precedute da discorsi storici, e i tre traduttori, il Maracci (t. I, p. 10-32), il Savary (tom. I, p. 1-248) e il Sale (Preliminary Discourse, p. 33-56) aveano accuratamente studiato la lingua e il carattere del loro autore. Furono pubblicate due vite particolari di Maometto, l'una dal dottore Prideaux (Life of Mahomet, settima edizione, Londra, 1718, in 8.) e l'altra dal conte di Boulainvilliers (Vie de Mahomet, Londres, 1730, in 8.). Ma l'opposta brama di trovare un impostore o un eroe, troppo frequentemente ha fatto torto al sapere del primo, e alla sincerità del secondo. L'articolo della Biblioteca orientale del d'Herbelot (p. 598-603) è ricavato precipuamente da Novairi e da Mircond; ma il Sig. Gagnier, nativo di Francia, e professore di lingue orientali in Oxford, è in questa parte la guida migliore e più certa. Ha pubblicato due opere ben lavorate (Ismael Abulfeda, De vita et rebus gestis Mohammedis, etc., latine vertit, praefatione et notis illustravit Joannes Gagnier. Oxford, 1723, in fol. — La vita di Maometto, tradotta e compilata dall'Alcorano dalle tradizioni autentiche della Sonna, e de' migliori Autori arabi, Amsterdam, 1748, 3 vol. in 12): egli ha interpretato, illustrato, supplito il testo arabo d'Abulfeda e Al-Jannabi; il primo principe istruito che regnò in Hamah nella Siria, A. D. 1310-1332 (V. Gagnier, Praefat. ad Abulfeda): il secondo dottor credulo che visitò la Mecca, A. D. 1556 (d'Herbelot, p. 397; Gagnier, t. III, p. 209, 210). Questi sono gli Autori da me seguìti: e dopo questa mia dichiarazione il lettore curioso potrà più minutamente esaminare l'ordine de' tempi e de' capitoli. Debbo osservare per altro che Abulfeda e Al-Jannabi sono storici moderni, e che non si può ricorrere a veruno scrittore del primo secolo dell'Egira.

128. Prideaux (p. 8) dietro ai Greci rivela i dubbii segreti della moglie di Maometto. Boulainvilliers (p. 272) espone le mire sublimi e patriottiche di Cadijah, e dei primi discepoli del Profeta, quasi fosse stato il consigliere privato di Maometto.

129. Vezirus, portitor, bajulus, onus ferens; e con giusta metafora questo nome plebeo fu applicato alle colonne dello Stato (Gagnier, Not. ad Abulfeda, p. 19). Io m'ingegno di conservare il carattere dell'idioma arabo per quanto mi vien fatto di scorgerlo in una traduzione latina e francese.

130. Energici sono e molti i passi del Corano in favore della tolleranza. V. c. 2, v. 257; c. 16, v. 129; c. 17, v. 64; c. 45, v. 15; c. 50, v. 39; c. 88, v. 21, ec. colle note del Maracci e del Sale. In generale possono giudicar gli eruditi questo carattere di tolleranza secondo che loro sembrerà, e se tal capitolo fu rivelato alla Mecca o a Medina.

131. V. il Corano (passim, e particolarmente c. 7, p. 123, 124, ec.) e la tradizione degli Arabi (Pocock, Specimen, p. 35-37). Si mostravano a mezza strada, fra Medina e Damasco, certe caverne della tribù di Thamud, adatte ad uomini d'una statura ordinaria (Abulfeda, Arabiae Descript., p. 43-44); e si ponno con qualche probabilità attribuirle ai Trogloditi del Mondo primitivo (Michaelis, ad Lowth, De poesi Hebraeor., p. 131-134; Recherches sur les Egyptiens, t. II, p. 48 ec.).

132. Al tempo di Giobbe, i magistrati Arabi punivano realmente il delitto d'empietà (cap. 31, v. 26, 27, 28), ed io arrossisco per un illustre Prelato (De poesi Hebraeorum, p. 650, 651, ediz. Michaelis, e Lettera d'un professore dell'Università d'Oxford, p. 15-53), vedendo che ha giustificato e decantato questa inquisizione de' Patriarchi.

133. D'Herbelot, Bibl. Orient., p. 445. Cita egli una storia particolare della fuga di Maometto.

134. L'Egira fu istituita da Omar, secondo califfo, a imitazione dell'Era de' Martiri de' Cristiani (d'Herbelot. p. 444), e, parlando esattamente, cominciò sessantotto giorni prima della fuga di Maometto, avanti il primo di Moharren, o sia il primo giorno di quell'anno arabo, che fu il venerdì 16 luglio, A. D. 622. ( Abulfeda, Vita Mohammed, c. 22, 23, p. 45-59, e l'edizione datane da Greaves, delle Epochae Arabum d'Ullug Beig, etc., c. 1, p. 8-10 ec.).

135. Le circostanze della vita di Maometto, dopo la sua missione sino all'Egira, si trovano in Abulfeda (p. 14-45), e Cagnier (t. I, p. 134-251, 342-383). La leggenda che sta a pag. 187-234, è assicurata da Al-Iannabi, e rifiutata da Abulfeda.

136. Abulfeda (30, 33, 40, 86) e Gagnier, (t. I, p. 343, ec.; 349 ec., t. II, pag. 223, ec.), descrivono la triplice inaugurazione di Maometto.

137. Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 44) prorompe in rimproveri contro la scelleragine dell'impostore che spogliò due orfani, figli d'un carpentiere; rimproveri tratti dalla Disputatio contra Saracenos, scritta in Arabo prima dell'anno 1130; ma l'onesto Gagnier (ad Abulfeda, p. 53) ha dimostrato che mal colsero que' due autori il senso della parola al nagiar, che in questo luogo significa non un abietto mestiere, ma una tribù nobile d'Arabi. Abulfeda descrive il cattivo stato di quel terreno; il suo valente interprete ha pensato, seguendo Al-Bochari, che se ne offerse il prezzo; seguendo Al-Iannabi, che la compera fu fatta in tutte le regole, e che, seguendo Ahmed Ben-Giuseppe, il generoso Abubeker ne pagò la somma. Così viene giustificato in questa parte il Profeta.