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Tempeste

Chapter 14: A L'OSPEDALE MAGGIORE
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About This Book

The collection gathers intense lyric poems that confront poverty, labor disasters, and private suffering, alternating public protest and intimate devotion. Many pieces depict expulsions, mine explosions, strikes, funerals and the daily humiliation of the poor, while others meditate on maternal love, personal strength, memory and spiritual renewal. Natural and urban images—storms, flames, roads, and silent rooms—underscore the urgency of social solidarity and moral resilience, producing a voice that blends social denunciation with intimate tenderness and austere moral passion.

A L'OSPEDALE MAGGIORE

A Donna Emilia Peruzzi.
Corsia di San Giuseppe, a destra, in fondo,
Numero venti.—Il letto è vuoto, adesso.—
Or son tant'anni, sul guanciale istesso,
Mio padre moribondo
 
Giacque, e spirò.—Gracile bimba in culla
Ero; e di lui, di lui che m'adorava,
Che, per me lacrimando, agonizzava,
Nulla ricordo—nulla.—
 
O padre mio ch'io non conobbi, senti
La mia voce ora tu?... La creatura
Che abbandonasti ai geli, a la sciagura,
A gli schiaffi dei venti
 
E cresciuta, ha sofferto, ha lavorato,
Ti piange: su le punte dei coltelli
Passò, ma nei pensosi occhi ribelli
Rise un sogno inspirato,
 
Rise il fulgor d'una possente fede:
Ed ella vinse; ed or, fiera qual giglio,
Armata in campo, intrepida al periglio,
Ama, combatte, crede.—
 
Mentr'io ti parlo, in una queta stanza
La dolce madre, sorridendo, posa:
A lei dintorno, come aulir di rosa,
Ondeggia una speranza:
 
Nel lacerato cor che vinse il male,
Che sfidò per vent'anni ombra e tempeste,
Un'altra gioventù quasi celeste
Batte le fulgid'ale.
 
Ma tu non sai. Tu i detti miei non senti
Forse!... per ritrovarti io son venuta,
Ma la pallida coltre è diaccia e muta
A le lacrime ardenti!...
 
Tu qui spirasti, e mia madre non v'era:
Tu qui spirasti, desolato, solo:
Su te una suora arrovesciò il lenzuolo
E disse una preghiera:
 
Poscia, a notte, giacesti su le pietre
De la brugna1, gelata acqua stillanti:
E quelle gocce a te parvero i pianti
De' figliuoli: e, le tetre
 
Paventando solenni ombre, qualcuno
Chiamasti, che de' folli, ultimi baci
Ti coprisse e de l'ultime, tenaci,
Avide strette....—ah!... niuno.—
 
.... O care ossa disperse, o mite volto,
O viscere pulsanti, o largo cuore,
O polve di mio padre, o sacro amore
In atomi dissolto!...
 
Qui, dal tragico orror de l'ospedale,
Nel nome vostro un voto al mondo io grido:
Quanti ha figli la terra abbiano un nido
Pieno di canti e d'ale:
 
Quanti ha figli la terra benedire
Possan la dolce casa ove son nati,
E in essa, calmi sorridendo ai fati,
Di fronte al Sol morire.

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