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Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia cover

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia

Chapter 22: NOTE:
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About This Book

The narrative follows a young painter who leaves the cramped city to savor the Lombard countryside, finding solace in landscape and imagining a better life for a poor girl close to him; scenes alternate intimate character studies and patriotic fervor as the protagonist joins a Garibaldian volunteer expedition to the Mezzogiorno, encountering comradeship, rural vistas, and reflections on social hardship. Detailed local description and evocative scenery are interwoven with episodes of military action and moral introspection, sketching public events of the campaign alongside private struggles that shape the protagonist’s sense of duty and hope.

CONCLUSIONE

Circa un mese dopo, due giovani arrivati da Genova ad Arona colla ferrovia, si avviavano verso il porto in cerca d’una barca per tragittare all’opposta riva del lago.

Era una di quelle giornate di novembre, foriere del verno; il cielo, d’un color bigiccio, uniforme, invitava gli animi al silenzio, e li avvolgeva lentamente in una dolce malinconia. I due giovani, prima di giungere al porto, si fermarono sotto il filare di robinie che ombreggia la sponda del lago, e stettero mutoli, lungamente contemplando la sponda lombarda, e i villaggi biancheggianti sulle colline specchiantisi nel lago. Uno di essi fissava lo sguardo su di Angera che gli stava schierata dinanzi; sospirava, guardava alla sfuggita il compagno, indi di nuovo il lago, le colline:

— Ah! non ne posso più, Roberto! non ne posso più! ho un gruppo qui nella gola che mi soffoga... Guarda!... piango» così dicendo Valentino stendeva all’amico la mano bagnata di lagrime.

— Vuoi che te lo dica, Valentino? Fo anch’io una fatica del diavolo a mandare indietro le lagrime.... Perdio! la vista del sito dove si è nati fa un curioso effetto!.... Figurati quando vedrò da lontano la guglia del Duomo!... Al solo pensarvi mi si piegano le gambe...

— Come si piegano le mie al veder quella riva là.... A pensare che fra poco sarò presso a quel buon vecchio di mio padre...

— E a qualchedun altro!.... disse Roberto sorridendo.

— Sia pure!... Rosa la vedrò prima di mio padre... Povera Rosa! chi sa cos’ha sofferto...

— Oh! sai che c’è di nuovo? che è ora di finirla con queste malinconie! Tante smanie per arrivare, e adesso che siam qui... Davvero, sembriam due matti!

— Hai ragione, Roberto! rispose Valentino crollando tutta la persona come per gettarsi di dosso quella tristezza. Andiamo a pigliare una barca....

Così dicendo ripresero i loro fardelletti in cui tenevano custodite le loro gloriose uniformi rosse (modesti com’erano, se l’eran levata per non dar nell’occhio) e s’avviarono verso il porto.

I nostri due garibaldini avrebbero voluto volare come rondini sull’altra riva, ma Valentino, incontrato, riconosciuto da certi suoi conoscenti, dovette fermarsi parecchie volte a stringere la mano ad uno, a rispondere, il meglio che poteva, ad un diluvio di domande che un altro gli dirigeva, l’una dopo l’altra, quasi senza tirar fiato. Valentino mostrò la croce dei mille a chi la volle vedere, e la mostrò con un giusto orgoglio, che la è la più gloriosa decorazione del mondo.

Poi vennero gli inviti a bere in onore di Garibaldi e de’ suoi mille; insomma Dio sa come la sarebbe finita, se Roberto, veduto che il compagno ammollivasi a tante cortesie e seduzioni che gli accarezzavano dolcemente l’amor proprio, non avesse frapposta la sua autorità, dinanzi alla quale, benchè fratelli in amicizia, Valentino non s’era mai impennato.

Trovata la barca, vi saltarono dentro. Valentino, dato di piglio ai remi, voltossi a salutare i conoscenti assiepati sulla riva unitamente alla folla dei curiosi; indi con quattro colpi vigorosi spinse la barca fuori del porto.

Mentre Valentino remava con lena, Roberto, seduto sulla prora, a poco a poco ingolfavasi ne’ suoi pensieri.

Il volto del giovane barcajolo mano mano si avvicinava alla riva, animavasi; i suoi occhi erano fissi sulla piazza d’Angera per vedere se mai... Ma aveva bel guardare, Rosa non c’era.

Finalmente toccarono terra.

— Va pure pei fatti tuoi, disse Roberto al compagno, quando furono sbarcati; io ti aspetterò là al caffè.

— Torno subito...

— Fa pure con tuo comodo.

Valentino, moderando a stento la smania di correre, lasciata la piazza, si internò nel borgo.

Intanto Roberto, sedutosi al caffè, mentre sorseggiava una tazza d’acqua inverdita dall’assenzio, pensava filosoficamente tra sè al modo con cui era finita la brillante spedizione garibaldina:

— Ecco come torniamo a casa nostra, dopo tanti disagi sofferti, dopo tanto sangue sparso! Chi lo avrebbe detto! In quanto a me poco m’importa; il soldato in tempo di pace, non lo farei per tutto l’oro del mondo... Ma quando penso al Generale, ai dispiaceri che ha dovuto inghiottire.... Pover’uomo! lui sì buono, sì eroico, sì disinteressato... Ma! per esser proprio grande non gli mancavano che le amarezze dell’ingratitudine... Ad ogni modo, io per adesso torno a scarabocchiare coi miei colori, ma quando sonerà l’ora della liberazione di Roma e di Venezia, quando il Generale dirà per la quarta volta: Ragazzi! qui con me; all’armi!»... io ripiglierò il mio fucile e tornerò garibaldino.

A toglierlo da’ suoi pensieri, giunse Valentino con una ciera lunga lunga.

— E così? gli chiese Roberto.

— E così, Rosa non c’è.

— Non c’è?

— No; è a Sesto da oltre una settimana...

— A far che?

— Ad assistere il mio povero padre che è ammalato... Quella tosa è un angelo!

— Oh! questo mi spiace, mi spiace davvero! Speriamo che la malattia non sia grave...

Valentino sospirò stringendosi nelle spalle.

— Quand’è così, partiamo subito per Sesto.

— Sì sì, partiamo subito». Così dicendo Valentino si affrettò verso la barca.

— Aspetta, Valentino! piglierò un barcajolo...

— Non serve.

— Tu ti affaticheresti troppo.

— No, no...

— Perdio! come sei testardo! gridò Roberto indispettito. Con soli due remi arriveremo a Sesto stassera. Lascia fare a me dunque!....

Valentino cedette al solito; Roberto trovò un barcajolo, e subito dopo pigliarono il largo.


Martino, pescatore, stavasene seduto nella camera terrena del suo tugurio, presso il camino, sotto cui fumicava, mandando uno scarso calore, un mucchio di carbon bianco.

Così i contadini lombardi chiamano i torselli delle pannocchie sgranate di maiz, i quali servono loro di combustibile.

Il vecchio era pallido, stremato, come chi entra nella convalescenza dopo una lunga malattia. La giubba e le brache di frustagno verde-cupo gli cadevano a larghe pieghe sul dorso curvo, e sulle gambe dimagrite; sulla testa portava la solita berretta conica di lana rossa. Pareva ch’egli si spassasse tracciando colla molle crocioni e ghirigori nella cenere, che poi cancellava per risolcarla con altri rabeschi, ma quello era un giuoco puramente meccanico della mano, il suo pensiero era lontano lontano, in un paese a lui sconosciuto, ma che da tempo gli era divenuto caro come il suo nativo.

Martino pensava al suo figliuolo, che forse non avrebbe più veduto, chè egli, benchè uscito allora allora di pericolo, presentiva vicino il suo fine.

Seduta sul predellino del focolare, stavasene Rosa, la pietosa infermiera del vegliardo. Anch’essa pareva assorta nell’agucchiare, mentre colla mente volava ben lungi in cerca del garibaldino caro al suo cuore.

Tanto il vecchio pescatore che Rosa erano da un pezzo privi delle notizie di Valentino. L’ultima sua lettera era del 28 settembre.

Il buon vecchio, come se desto da un sogno, si scosse, guardò intorno per la stanza, vide Rosa e le sorrise; poi guardò il cane che stavasene accovacciato sul limitare della stanza (un cane da pagliajo, nero e brutto quanto intelligente). Il vecchio cavò dal taschino del giustacuore la sua tabacchiera di bosso, l’aprì, si saturò rumorosamente il naso di tabacco, sospirò e disse:

— Anche oggi senza lettere, Rosa!

— Non è ancor sera! rispose la giovane cercando di infondere nel vecchio una speranza ch’essa stessa era ben lungi dall’avere.

In questa il cane rizzò le orecchie; levatosi in piedi stette alquanto origliando immobile, poi via a furia.

— Cos’ha il Moretto? chiese Martino.

— È matto, rispose Rosa sorridendo.

— Ma senti come abbaja! replicava il vecchio tendendo l’orecchio.

Infatti s’udì dapprima un guaìto, poi un latrare concitato, a brevi intervalli, un latrare a festa.

Il vecchio e la fanciulla levatisi in piedi si guardarono in volto; erano pallidi entrambi.

In quella udirono una voce (una voce ben nota che li fe’ trasalire) gridare:

— Abbasso, Moretto, abbasso! Perdio! vuoi farmi cascare...

Rosa in un baleno fu fuori dell’uscio.

Il povero vecchio rimasto solo, fe’ per allontanarsi dal camino, ma le gambe gli traballarono sotto; ricadde quindi sul seggiolone e levando al cielo le mani scarne e tremolanti:

— Oh! grazie, grazie, il mio Signore! balbettò rigando le guance di lagrime. Indi puntando le mani sui braccioli, si rizzò di bel nuovo....

Valentino entrato nella camera d’un salto, lo raccolse nelle sue braccia.

* * *

Due giorni dopo, di buon mattino, Roberto attraversava pedestre il paesello d’Albese. Rivide l’insegna dell’osteria posta all’estremità del villaggio, e sulla quale c’era tuttora dipinto il San Carlo, a mezza figura vestito di rosso, colle mani giunte in orazione.

Entrò nell’osteria a rifocillarsi; rivide l’istesso oste all’istesso fornello, intento ad ammannire forse la medesima vivanda d’un anno prima.

Quante cose erano avvenute da un anno in poi!

I nostri lettori capiranno di leggieri il perchè Roberto si trovasse in quei luoghi. Separatosi a Sesto Calende da Valentino, il nostro pittore s’era portato dritto dritto a Milano. Giunto a casa sua, seppe da una vicina, la quale abitando una stanzuccia terrena faceva anche un pochino da portinaja, che Dalia era tuttora alla campagna.

— Diavolo! aveva borbottato fra sè Roberto; ancora in campagna! Che la ci fosse, lo sapeva, che me l’ha scritto; quello che è strano si è che la ci sia ancora... in novembre! Poveretta! la si troverà benone con quella brava signora! Si vede che tutto il bene che Dalia mi ha scritto di lei, è la pura verità. Basta! Posdomani volo a lei; non voglio prevenirla del mio arrivo; sarà un’improvvisata...

Infatti due giorni dopo Roberto, giunto a Como, rifece a piedi la strada tanto amena che conduce ad Erba; in breve era giunto ad Albese, chè ad un garibaldino par suo, quelle sette miglia erano parute due passi.

Fatta colazione, Roberto proseguì il suo cammino, allegro, spigliato, col cuore in festa... Soleva dire di poi che quel giorno era stato uno dei più belli della sua vita.

Rivide il piano d’Erba, ingemmato dai laghetti d’Alserio, di Pusiano, d’Annone, e dal Lambro, scintillante tra il fogliame degli alberi e le praterie come un nastro d’argento; rivide l’incomparabile panorama (incomparabile sì, anche per lui che aveva ammirate le meraviglie della Sicilia, della Calabria, del napoletano) incorniciato dal solitario monte Barro, dal Monterobbio, dalle verdi ghirlande di colline, da cento villaggi.

— Chi sa, pensava tra sè il giovane, quanto quest’aria balsamica, questo cielo sì bello e puro, avranno fatto bene a Dalia! Oh! guarda!» e fermavasi sorridendo a contemplare un casolare contadinesco che stavagli dirimpetto a mezzo una collina, al piede della quale, preceduto da un viale di platani, sorgeva un vecchio palazzotto ammantato di piante rampicanti. «Oh! guarda! ecco la villeggiatura che mi sono scelta un anno fa, quando dall’alto del giardino dell’osteria di Albese, ho fabbricato tutti quei castelli in aria... Ecco là i due pioppi;... peccato che tutte le foglie sien già cadute; ecco là al basso il laghetto d’Alserio... Oh! la sarebbe bella davvero che la villa della contessa fosse lì presso! Vediamo un po’!» E scorto un contadino che radunava col rastrello le foglie ingiallite di cui era coperto il terreno, gli chiese ove fosse la villeggiatura della contessa Emilia ****.

— Eccola! rispose il contadino additando il palazzotto.

— Come? è quella là.... coi muri coperti di verde?

— Proprio quella... Se la ci vuol andare lesto, pigli questa scorciatoja tra i campi, e in meno d’un quarto d’ora la ci arriverà.

Roberto aggradì la proposta, e ringraziato il contadino, si cacciò per l’indicatogli sentieruzzo.

Arrivato nel viale dei platani, sostò, tanto gli batteva il cuore. Poi fattosi animo, volendo arrivare d’improviso, lasciò da una banda il viale, e si inoltrò nel giardino. Fatti alcuni passi si fermò, spiando per scegliere tra le tante stradicciuole intersecantisi, quella che metteva al palazzo. Quand’ecco nel girar gli occhi, vide sorgere in mezzo ad un cespuglio una figura di donna, che egli, benchè gli voltasse il tergo, riconobbe tosto per quella d’una giovinetta...

— È lei! disse tra sè Roberto ponendosi una mano al cuore per frenarne il battito; è Dalia!... Davvero che è ingrassata... Sempre bella però quella cara creatura, sempre graziosa ne’ suoi atteggiamenti!... Maledetto quel cappellaccio di paglia che mi impedisce di vedere il suo visino, e quella capigliatura d’oro... Oh! a me adesso!... E inoltrossi pian piano....

Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro

Tutto si ferma, e l’altro par che mova

A guisa di chi dar teme nel vetro;

Non che il terren abbia a calcar ma l’ova,

E tien la mano innanzi simil metro.

È a quattro passi da lei, che non s’accorge di nulla e seguita a mondare colle forbici i fiori che tien fra mano; è a tre passi,.... a due...

Roberto le serrò improvvisamente le spalle tra le sue gomita, le chiuse gli occhi colle palme, e le coprì di baci il collo.

La donna a quell’assalto inaspettato, a quella stretta, a quei baci, lasciò cadere paniere, fiori e forbici, e proruppe in un acutissimo strido; poi, dibattendosi, volse indietro spaventata la faccia...

— Cristo! gridò Roberto, facendo un salto indietro; non è lei...» e restò immobile come il don Bartolo del Barbiere.

Savina (giacchè l’assalita era lei) si diede a scappare con quanta lena aveva, ed entrò in casa, appunto in quella che Emilia e Dalia, udito quello strido, ne uscivano per vedere che fosse.

— Sei matta, Savina? le disse Emilia.

— Come se sono matta! ho creduto di morire per lo spavento...

— Ma che è stato? le chiese Dalia.

— Un giovane... là... in fondo, rispose Savina ansando, mentre coglieva i fiori... mi ha.... abbracciata...

La contessa e la giovinetta guardarono tosto da quella parte...

D’un tratto Dalia mandò alla sua volta un grido non meno acuto di quello di Savina; poi via di corsa...

A questo secondo strido, la contessa, ancora allarmata dal primo, fu lì lì per ispiritare.

— Ma che! son tutti matti quest’oggi in questa casa?

— Signora contessa!... signora contessa! gridava intanto Dalia.

— Vengo, vengo!... Per l’amor di Dio cos’è successo?»... Così dicendo studiava il passo a quella volta. Ed ecco comparirle dinanzi Dalia, la quale rossa come una ciliegia, ansante per la corsa e per la commozione si rimorchiava dietro il suo amoroso, tutto confuso per l’equivoco e per la presenza della contessa; trattosi il cappello, egli s’inchinò sorridendo.

— È il nostro garibaldino!... è il mio Roberto! continuava a gridare Dalia, presentando il giovane alla contessa, la quale postosi il pince nez, sorridendo graziosamente, lo squadrò dal capo ai piedi.

* * *

La scorsa primavera, il casolare contadinesco che Roberto, ne’ suoi castelli in aria, aveva scelto a sua residenza, era mutato affatto d’aspetto.

La contessa, la quale ricca e oramai sola al mondo, volle adottare que’ due poveri giovani, aveva ceduto quell’abituro allo sposo, che s’era affrettato a dar corpo a’ suoi disegni, e con una porzione della dote di Dalia (dono anche questo della buona contessa) aveva cominciato immediatamente ad esercitare i suoi diritti di proprietà coll’aggiungere al rusticale abituro, un’ala di fabbricato, erigendovi sei camere, tre al pian terreno e altre tre sopra queste, schierandole a preciso mezzodì. Aprì sei finestre, che munì tosto di griglie verdi, e ammantò tutto il fabbricato di viti selvatiche, di quelle cui l’autunno tinge le foglie in rosso. Poi d’un colpo recise due enormi robinie che intercettavano la vista; indi disegnò il giardino, che vide di subito verdeggiare smaltato de’ più bei fiori; le dalie poi v’erano piantate a centinaja. Scelse più in giù un pezzo di terra, e sbarbicato spietatamente tutto il grano turco che c’era, ne fece un’ortaglia, la quale tosto popolossi di peschi, di pruni, di albicocchi, di peri, di pomi, ecc. ecc. Fissò un altro brano di terreno per coltivarvi gli asparagi de’ quali era ghiottissimo; indi seminò qui erbaggi, là piantò agrumi, che tosto attecchirono meravigliosamente e crebbero di poi lussureggianti a perfetta maturanza.

Roberto, disposto il giardino e l’orto, pensò alla sua nuova dimora, che esposta com’era all’aria e al sole, asciugò in breve tempo. Scelse una camera, la più gaja, per lavorarvi; la mobiliò, la adornò a modo suo, appendendo alle pareti, un bel ritratto di Garibaldi, un quadro con entro la gloriosa stella dei mille, armature, quadri, pipe ed un cocodrillo imbalsamato. Dopo allestì la sala da pranzo; poi la cucina, nella quale aprì un ampio camino, ai cui lati, sotto una vastissima cappa, pose due comode panche[59].

La pace più invidiabile e schietta regna in quella famigliuola, la quale, (se la taglia di Dalia non inganna) tra pochi mesi verrà aumentata. Effetto della buona nutrizione e dell’aria vitale!

Roberto riprese passionatamente a dipingere, nonostante che la buona contessa gli vada sempre ripetendo:

— Non affannarti tanto, il mio Roberto, chè quand’io sarò morta, i padroni del fatto mio sarete voi altri due.

* * *

Ecco come uno dei mille fu degnamente compensato.... dalla Provvidenza.

FINE


CONTIENE

Capitolo    
I. Roberto pag. 5
II. Un avanzo di Russia 14
III. L’incontro 27
IV. Addio! 40
V. Dalia e Rosa 49
VI. Una spia 59
VII. L’assalto 78
VIII. L’imbarco 93
IX. Calatafimi 113
X. Il consiglio di guerra 152
XI. Palermo 172
XII. Troppo tardi! 195
XIII. Le memorie di Elpis Melena 219
XIV. Milazzo 257
XV. Messina ed il Monarca 234
XVI. Lo sbarco 277
XVII. Il 7 settembre 1860 204
XVIII. Da Caserta 307
Conclusione 328

NOTE:

1.  Il conte Rastoptchine, l’incendiatore di Mosca, odiato da’ suoi compatriotti: scacciato dallo czar Alessandro, riparò a Parigi e visse gli ultimi suoi giorni fra quegli stessi Francesi ai quali aveva giurato odio implacabile. Rastoptchine fu continuamente lacerato dai rimorsi e la notte lo tormentavano visioni e allucinazioni spaventevoli.

L’incendio di Mosca costò alla Russia tremila uomini e tre miliardi di franchi.

2.  In centosessantacinque giorni eransi perduti ventisettemila trecentonovantasette uomini, novemila cavalli, ottantotto cannoni, centonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.

Cantù. (Storia degli Italiani; campagna di Russia)

3.  Storico.

4.  Vedi l’antecedente mio romanzo i Cacciatori delle Alpi.

5.  Nel contado milanese soglionsi chiamar spose anche le vecchie, senza che queste se n’abbiano a male e sospettino di canzonatura.

6.  Les artistes ont des chagrins comme des maladies qui leur sont propres, et ces chagrins on ne peut ni les plaindre, ni les adoucir, car on ignore leur nature. De La Harpe.

7.  Vedi l’antecedente mio romanzo i Cacciatori delle Alpi.

8.  Napoleone I.º nel 1806, chiamava la regina Carolina «la moderna Atalia; una donna scellerata, che tante volte e con tanta sfacciataggine aveva violato quanto gli uomini hanno di più sacro; via costei dal regno, scriveva; vada a Londra a crescere il numero degli intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione; il più bel paese del mondo non porti oltre il giogo de’ più perfidi tra gli uomini.»

9.  Scrive C. Cantù, (Storia degli Italiani Cap. CLXXVIII).

10.  Il fingere amore per una donna onde poterle strappare qualche segreto, non è arte nuova negli annali de’ criminalisti.

Il Claro riferisce questa opinione di Paride dal Pozzo. «Paris dicit, quod judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera, et eidem dicere quod vult eam habere in suam et fingere velle illam deosculari et ei pollicere liberationem; et quod ita factum fuit a quodam regente qui quamdam mulierem blanditiis illis induxit ad confidendum homicidium, quæ postea decapitata fuit.»

11.  Notiamo alcune tra le atrocità commesse dal Salzano e dal Maniscalco, che potrebbero servire di tema ai bassorilievi di un monumento d’infamia da erigersi ai re Borboni Ferdinando I.º e Francesco II.º

Un Vaizo di Messina, giovine d’ingegno, fu imprigionato a Messina e condotto a Palermo, senza che la famiglia sentisse più a parlare di lui. Fu prima orribilmente bastonato in casa del commissario Carrega, poi legato pei piedi ad una colonna e per le mani ad un’altra, e sul suo corpo, sospeso a quel modo, un birro ballava ripetendo: su, canta! canta! che vuol dire confessa, confessa!... L’infelice è rimasto storpio per tutta la vita.

Un vecchio di onesta ed antica famiglia, per sospetto di corrispondenza coi proscritti, spirava sotto il bastone insieme alla figliuola incinta di cinque mesi.

Salvatore La Licata, intendente della marchesa di San Marco, perseguitato della polizia come inquisito di mene rivoluzionarie, ricoveravasi nel villaggio di Bagheria in una casa di provati amici. La polizia n’è istrutta, sorprende la casa, vi fruga, vi cerca, ma indarno; un birro, chiamato il Corso, antico sicario ed assassino, suggeriva un espediente al suo capo, il quale accoltolo con gioja, faceva condurre in istrada i due conjugi, e là alla presenza del marito, ordinava si spogliasse nuda la sposa, e restasse così esposta allo sguardo dei passeggeri; il pudore oltraggiato vinceva la fede ospitale, e La Licata era consegnato ai suoi persecutori.

In prigione l’infelice soffrì strazio così orrendo che la nuova della sua morte si sparse per la città; i parenti accorsero presso il procurator generale Pasciuta, e con caldissime istanze lo indussero a visitare la prigione. La prima volta gli ricusavano l’ingresso col pretesto che La Licata fosse prigioniero della polizia, e non della giustizia penale; finalmente le porte dell’antro si aprirono dinanzi al magistrato, ed egli trovò quasi un cadavere. La Licata gli mostra le piaghe di cui è coperto il suo corpo, gli racconta le torture sopportate, ed il procurator generale, vincendo ogni prudente riserva, redige processo verbale dei fatti, ma dalla polizia è costretto a lacerarlo, ed il codardo magistrato preferisce il conservar la carica al dovere ed all’umanità.

Un Giovanni Vienna da Messina nella metà di gennajo dello scorso anno recavasi a Palermo per affari di commercio; l’arrestavano come sospetto per ordine della polizia di Messina; frugato, gli trovarono una lettera in cifre, e senza indirizzo; interrogato non volle palesare a chi era diretta; la dimane il commissario di polizia Pontillo, l’inventore della cuffia del silenzio, lo faceva deporre in una barca con mani e piedi legati; indi ordinò ai birri vogassero verso il deserto capo Zafferano; quivi giunti rinchiudono il Vienna in un sacco, e lo tuffano nel mare, e ve lo tengono finchè non dà segno di vita. Lo ritirano allora, e con fregagioni ridestano in lui la vitalità, e lo esortano a parlare, e perchè l’intrepido uomo tace, lo rituffano in mare, indi lo ririportano a Palermo semimorto.

Vincenzo La Porta, fabbricante di paste, acciuffato per sospetti, è tanto tormentato, che perde l’uso delle braccia, essendosi rotte le articolazioni; il misero ora accatta il pane non potendo più lavorare.

In un villaggio presso Palermo un giovine, certo Scaduti, passando presso i birri è da costoro interpellato; se ne spaventa e fugge; un colpo di archibugio lo stende al suolo, e nessuno chiede conto dell’assassinio.

La polizia di Palermo cercava certo Casimiro Cusimano, e non riuscendo ad afferrarlo, imprigionò la di lui madre, la consorte ed i figliuoli, e tutti vennero torturati senza pietà pel sesso o per gli anni.

Alcuni proprietarj di giardini presso Palermo si nascondevano per non esser vittime della polizia; l’infernale genio di Maniscalco fece divergere l’aqua che irrigava i giardini, onde i miseri per salvare gli agrumi, loro unica ricchezza, si dessero in mano ai carnefici.

La tortura poi variava a norma dello spirito inventivo di ciascun commissario.

Pontillo faceva sedere il paziente nudo su d’un seggiolone a gratella, guarnito di lame di rasoj con al di sotto un braciere di carboni ardenti.

L’ispettore Luigi Maniscalco impiegava manopole di ferro con viti a pressione.

Il carceriere Bruno legava i prigionieri con la testa fra le gambe.

Altri servivansi di cordicine per stringere i cranj, finchè penetrassero fino alle ossa, stringendo quelle funicelle con un bastone.

Ve n’era per tutt’i gusti, per tutti gli appetiti.

Basterebbero questi strazj, uniti alla pessima amministrazione, per santificare la rivoluzione, ma altri ne racconteremo.

Furono arrestati e bastonati a Palermo moltissimi cittadini d’ogni classe, come impiegati di grado superiore, nobili, avvocati, negozianti, magistrati; nessuno poteva sottrarsi agli arbitrj ed alle feroci prepotenze del Maniscalco.

La polizia metteva inoltre le mani nei traffici, nella pubblica annona; un giorno, per mancati ricolti, i prezzi delle biade aumentarono; il feroce Carioca mise la mano sui sensali del grano, li accusò d’intendersela coi rivoluzionarj e li fece rinchiudere nelle segrete.

La città se ne commosse, i parenti implorarono da Maniscalco la libertà degl’innocenti sensali, e questi si lasciò commuovere ed ordinò che fossero fatti liberi; ma come i grani rincarivano sempre, nuove ingiunzioni della polizia imponevano loro di presentarsi dinanzi al noto Carrega; spaventati fuggirono, e allora la polizia riempì le loro case di birri che dovevano vivervi a discrezione, e nell’istesso tempo l’ispettore Maniscalco si faceva consegnare le chiavi dei magazzini dei più grossi negozianti di grani, e ne faceva vendere a prezzo infimo quella quantità che a lui piaceva, senza tener conto delle enormi perdite; si voleva contentare la plebe con la ruina di venti o trenta famiglie.

12.  Vedi op. cit.

13.  Giovanni Riso spirò pochi giorni dopo nel suo carcere.

14.  Vedi op. cit.

15.  Vedi Rüstow. La guerra italiana del 1860.

16.  Vedi op. cit.

17.  V. Rüstow op. cit.

18.  Vedi la relazione fatta dal capitano Marryat al vice-ammiraglio Sir A. Fanshawe (A bordo dell’Intrepido, Malta il 14 maggio 1860) e inserita nel Daily-News.

19.  Ecco come la gazzetta ufficiale (14 maggio) di Napoli raccontava il fatto:

«Jer l’altro, 11 corrente, all’ora una e mezza pomeridiane, due vapori di commercio genovesi, denominati il Piemonte e il Lombardo approdavano a Marsala ed ivi principiavano a disbarcare una mano di qualche centinaja di filibustieri. Non tardarono i due RR. piroscafi Capri e Stromboli, che trovavansi incrociando su quelle coste, a principiare i loro fuochi sui due legni che commettevano l’atto il più manifesto di pirateria, e dal fuoco dei due mentovati piroscafi napoletani risultò la morte di molti filibustieri, la calata a fondo del Lombardo, che era il più grande de’ due vapori genovesi e la cattura anche dell’altro vapore il Piemonte, ecc. ecc.

20.  Vedi le note di A. Dumas nel giornale l’Indipendente.

21.  Nell’antecedente mio romanzo i Cacciatori delle Alpi, ho data la biografia del martire Ugo Bassi, citando preziosi documenti circa la sua cattura, il miserevole suo fine, e l’iniquità de’ suoi carnefici, tra cui si distinse il turpe cardinal Bedini.

22.  Ecco il proclama.

Ai preti buoni.

«Comunque sia, comunque vadano le sorti dell’Italia, il clero fa oggi causa comune coi nostri nemici, che compra soldati stranieri per combattere Italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni.

Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione di Cristo, si è di vedere in Sicilia i preti marciare alla testa del popolo per combattere gli oppressori.

Gli Ugo Bassi, i Verità, i Gusmaroli, i Bianchi non son tutti morti, e il dì che, seguito l’esempio di questi martiri, di questi campioni della causa nazionale, lo straniero avrà cessato di calpestare la nostra terra, avrà cessato di essere padrone dei nostri figli, delle nostre donne, del nostro patrimonio, e di noi.

G. Garibaldi.

23.  E furono La Porta, Marinuzzi, Mocarda, Marcedo, Coppola, i fratelli Bruno ed altri.

24.  Garibaldi pubblicò la sua dittatura in Sicilia con un proclama datato da Salemi (11 maggio 1860) e firmato (per copia conforme) dal suo ajutante generale Stefano Türr.

25.  V. il citato giornale.

26.  A meglio conoscere però lo scoraggiamento del generale Landi, dopo la rotta toccatagli a Calatafimi, trascriviamo un suo documento, il rapporto cioè che egli inviava al governo di Palermo dopo la sconfitta.

Calatafimi 15 maggio 1860.

Eccellentissimo,

«Ajuto, e pronto ajuto — la banda armata che lasciò Salemi, questa mattina ha circondato tutte le colline dal S. al S. 0. di Calatafimi. La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. — Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse dei Siciliani unite colle truppe italiane erano d’immenso numero.

«I nostri hanno ucciso il gran comandante degli Italiani, e presa la loro bandiera che noi conserviamo — disgraziatamente un pezzo delle nostre artiglierie caduto dal mulo è rimasto nelle mani dei ribelli; questa perdita mi ha trafitto il cuore.

«La nostra colonna fu obbligata battere un fuoco di ritirata, e riprendere il suo passo per Calatafimi, dove mi trovo io adesso sulla difesa.

«Siccome i ribelli, in grandissimo numero, mostrano d’attaccarci, io dunque prego V. E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo d’infanteria, ed almeno un’altra mezza batteria, essendo le masse enormi ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere assaltato nella posizione che occupo, io mi difenderò per quanto è possibile, ma se pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo come l’affare possa riuscire. La munizione dell’artiglieria è quasi finita, quella dell’infanteria considerevolmente diminuita, sicchè la nostra posizione è molto critica, ed il bisogno pei mezzi di difesa mi mette nella più grande costernazione.

«Io ho settantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti scrivendovi immediatamente dopo la nostra ritirata. — Con altro rapporto darò a V. E. un preciso ragguaglio.

«Finalmente io sottometto all’E. V. che, se le circostanze mi costringono, io devo senza dubbio, per non compromettere l’intera colonna, ritirarmi, e, se lo posso, in alto.

«Io mi affretto di sottomettere tutto ciò a V. E. perchè sappia essere la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito i quali hanno assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe.

«V. E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho discorso. Io sottometto all’E. V. che il pezzo fu posto a schiena di mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che da tutta la colonna si combattè con fuoco vivo dalle 10 antimeridiane alle 5 pomerediane, quando io feci la nostra ritirata.

A. S. E.
Il P. Castelcicala.

Il generale Comandante M. Landi».

Questo rapporto del generale Landi cadde nelle mani dei nostri, e dall’ajutante Türr, vi furono aggiunte le seguenti osservazioni:

«Il cannone fu preso nell’atto di far fuoco, ed essendo sulle sue ruote è segno che il mulo non fu ucciso, ma piuttosto che i due muli appartenenti al cannone caddero nelle nostre mani.

«Il gran comandante non fu ucciso fortunatamente per l’Italia. Quanto alla bandiera, essa non era di battaglione, ma semplicemente delle tante che esistono a volontà, e che il bravo Schiaffini aveva seco portata al di là della colonna, ove morì colpito da due palle.

«Il general Landi può mostrare negli annali della guerra un portabandiera simile?

«Ma basta leggere il suo rapporto per conoscere come egli fu servito da una forza vestita da villani, e che combattè con tutta l’anima per la libertà della patria.

Stefano Türr ajut. gen.»

27.  Vedi Storia dell’insurrezione siciliana.

28.  Scander-beg (Giorgio Castrioto), figlio di Giovanni Castrioto, principe d’Epiro e d’Albania, è giustamente chiamato da Pouqueville l’ultimo eroe della Macedonia. Nato nel 1404, dopo di aver disfatti i Turchi in più battaglie, morì di malattia a Lissa nel 1467.

29.  Rosolino Pilo della illustre famiglia dei conti Capaci, era nato nel 1820.

30.  Vedi op. c.

31.  In causa del bombardamento rovinarono, oltre molte case di privati, quindici conventi e diciotto chiese, ciò che prova come in quella città sia eccessivo il numero de’ tempj e dei chiostri.

32.  Vedi la Storia dell’insurrezione siciliana.

Certo signor E. de Gumoëns, ex-uffiziale borbonico, in una sua relazione su La campagne de l’armée napolitaine du Volturne a Gaëte (relazione inserita nel fascicolo XLII — 20 giugno 1861 — della Bibliothèque universelle de Genève), dopo d’aver detto, tra le altre belle cose, che l’ex-re Francesco era rempli des meilleures intentions et doué d’un cœur excellent, lagnasi perchè i nemici del borboncino hanno osato lui reprocher les quelques bombes que le fort de Palerme avait lancées sur des rebelles!

33.  L’albo del garibaldino milanese contiene anche un breve cenno storico della città di Palermo, cenni che noi riportiamo in una nota, onde non annojare il lettore che non amasse d’essere sviato di troppo con narrazioni di cose che egli forse sa già da un pezzo.

Secondo Tucidide e Polibio, questa città venne fondata da una colonia di Fenicj. I Cartaginesi, che se ne impadronirono di poi, ne fecero la capitale dei loro possedimenti nella Sicilia, ed il centro di un animato commercio. Cadde in potere dei Romani nel 255 prima di Cristo, dopo che Metello ebbe riportato, sotto le sue mura, una segnalata vittoria sui Cartaginesi. I Romani le concessero molti privilegi, e fu considerata come città libera ed alleata.

Più tardi i Saracini la scelsero anch’essi a capitale dei loro possedimenti nell’isola. Roberto e Ruggiero la presero nel 1077. Da quell’epoca in poi essa fu sempre considerata come la capitale della Sicilia, e soggiacque a tutte le vicende alle quali andò soggetta quest’isola. Nel 1282 fu teatro del famoso Vespro siciliano. Nel 1676, il duca di Vivone bruciò nel porto di Palermo una flotta olandese. I Borboni vi si rifuggirono nel 1806 e, due anni dopo, gli Inglesi, onde proteggerla, vi recarono forze considerevoli, e vi si stabilirono militarmente sino al 1814.

34.  Il maggiore Tückeri si era già segnalato a Kars, sotto gli ordini del generale Kmely.

35.  Cairoli venne raccolto su di una barella; mentre lo trasportano, una cannonata mette in fuga i portatori e il ferito è sconciamente rovesciato sul terreno.

Il bravo Cairoli soffre tutt’ora per la sua ferita.

36.  Rincresce anche a noi di non poter dare il nome di questo giovane, modesto al certo quanto eroico.

37.  Vedi, Storia dell’insurrezione siciliana.

38.  Vedi, op. c.

39.  Quest’ultimo forse rammaricavasi che tra i borbonici vi fossero tanti suoi connazionali prezzolati.

40.  Pochi giorni dopo, io riceveva una lettera, scritta in lapis, da mio fratello Giulio. Eccola:

Caro fratello.

Sto bene e ti scrivo a bordo dell’Elvetie, ancorata dinanzi a Cagliari.

La mattina del 10, alle ore due, ci imbarcammo a Sestri di ponente in 1200 — Fra due giorni, credo, partiremo per la Sicilia. Magni e Picozzi sono con me.

Addio. I saluti ecc.

G. O.
Tuo fratello.

Cagliari, il 2 giugno 1860.

41.  Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeldinungen desselben, und nach authentischen Quellen bearbeitet und herausgegeben von Elpis Melena; 2 Band, Hambourg, 1861.

42.  V. i Cacciatori delle Alpi.

43.  La sera, per riposare e ristorarsi di quello stupido lavoro, scriveva le sue Memorie, le stesse che Elpis Melena, come abbiam detto, pubblicò in tedesco, e da cui noi cavammo queste notizie.

44.  L’isola della Maddalena alla punta della moneta è separata da quella di Caprera da un stretto canale.

Elpis Melena, visitandola, vi conobbe tre Inglesi che l’abitano da tempo; i conjugi C... bizzarri eremiti, nella cui vita, dicono, si asconde qualche dramma misterioso, e il vecchio capitano R.... uno tra i più distinti uffiziali della marina inglese e che, finiti i suoi anni di servizio, si divertì per qualche tempo correndo i mari sul suo yacht; infine, attirato dal dolce clima di quel piccolo arcipelago, sedotto dalla caccia e dalla pesca tanto copiose in quei paraggi, si stabilì definitivamente in quella solitudine, ove egli offre un modello perfetto dell’eccentricità britannica.

Il capitano R..., che fu l’amico di lord Byron e di Shelley, rivelò ad Elpis Melena alcune notizie sulla misteriosa morte di quest’ultimo, le quali sono di grande interesse nella storia della letteratura inglese del secolo XIX. Noi le riprodurremo, certi di far cosa grata ai nostri colti e gentili lettori.

È noto che Shelley, nel luglio del 1822, perì in un naufragio sulla costa d’Italia, e si aggiunse (la è ormai una credenza consacrata dalla tradizione) che l’audace autore della regina Mab, dei Cenci, e del Prometeo liberato, rimase vittima d’una tempesta da lui volontariamente sfidata. Ora, Elpis Melena, ebbe dalla bocca del capitano R.... questi ragguagli.

«La sera prima del fatale avvenimento (le disse il capitano R...) Shelley assistette meco ad una festa datasi in onor suo e di Byron, a bordo d’un bastimento da guerra inglese, ancorato davanti a Livorno. Shelley, dopo la festa, montò in un battello a vela, accompagnato solamente da un suo amico di nome Williams, e si diresse verso Lerisi, piccolo villaggio situato sulla costa orientale della baja della Spezia, e presso cui sorgeva la villa del poeta. Poco dopo ci giungeva la notizia che i nostri due compatriotti avevano naufragato.

Io mi portai immediatamente con alcuni amici a Viareggio, ove trovammo i cadaveri dello due vittime, che il mare aveva rigettato sulla spiaggia. Ci facemmo tosto un dovere di render loro gli estremi ufficj; ma i pregiudizj degli Italiani contro la religione protestante (pregiudizj ancora tenaci in quell’epoca) non ci permisero di dar sepoltura ai due naufragati, sicchè altro non potemmo fare che bruciarne i cadaveri.

Io non dimenticherò mai il sublime spettacolo di questa cerimonia! (soggiungeva commosso il capitano R....) Venne scelto pel rito funebre un punto della spiaggia su cui si elevava una gran croce. A noi dinanzi spiegavasi il mare colle sue belle isole e, di dietro, la catena degli Apennini chiudeva maestosamente l’orizzonte; a destra e a sinistra la vista si perdeva entro i cespugli, e gli alberi dal vento marino stranamente contorti.

Il Mediterraneo era in perfetta calma; le onde cerulee si spingevano mormorando sulla sabbia giallastra della spiaggia, e il contrasto di questa sabbia dorata coll’azzurro cupo del cielo, offriva un quadro d’una magnificenza di tinte affatto orientale. Noi demmo principio alla lugubre cerimonia. Le fiamme che consumavano le spoglie dei nostri due amici, raggiunsero ben tosto la croce, appiedi della quale era la catasta, di modo che il simbolo cristiano, avviluppato alla base dal fuoco, apparve per qualche tempo come staccato dalla terra e sospeso nel cielo. Dal cadavere del poeta togliemmo il cuore, prima che le fiamme lo incenerissero; più tardi il cuore di Shelley, unitamente alle ceneri dei nostri due amici, vennero sotterrati a Roma nel cimitero dei protestanti.

S’è detto e ripetuto che il mare in quella notte fatale del giugno 1822, fosse agitato dalla tempesta e che Shelley abbia voluto sfidare gli elementi; altri affermarono che il poeta s’era annegato di sua volontà. Io affermo che non è vero; non un soffio di vento quella notte agitava il mare. Piuttosto io credo ch’egli abbia urtato contro qualche scoglio, o, ciò che è ancor più verosimile, sia stato di nottetempo violentemente urtato e calato a fondo da qualche bastimento.»

45.  La Pineta è la più antica, la più bella, la più interessante tra le foreste d’Italia. La celebrarono Boccaccio, Dante, Dryden e Byron ecc. Si estende lungo la spiaggia dell’Adriatico al nord di Ravenna, circa trentacinque miglia; la sua larghezza è da uno a tre miglia.

46.  Vedi le citate Memorie.

47.  Con queste parole il maggiore Filippo Migliavacca, pigliava congedo da me, e da alcuni altri amici, il giorno prima di partire da Milano per Genova, onde imbarcarsi per la Sicilia. Pur troppo quel presentimento fu veritiero.

48.  «Da posteriori notizie ricevute jeri, mercoledì, risulterebbe che l’Utile ed il clipper americano (il Charles and Jane) da esso rimorchiato, non sarebbero stati catturati nelle acque di Gaeta, ma poco distante dal Capo Corso.

«Il capitano d’una fregata napolitana, vedendo l’Utile tanto vicino da farsi udire, lo salutò in francese, chiedendogli ove fosse diretto.

«Quelli dell’Utile, credendo che la fregata fosse francese, risposero con fragorose grida: Vive la France! Vive l’Italie! Vive la Sicile! A’ bas les Bourbons de Naples!

«A queste grida la fregata napolitana rispose con due cannonate e fece prigionieri l’Utile ed il clipper. (Vedi il giornale l’Opinione del 21 giugno 1860).

49.  Vedi St. dell’ins. sic.

50.  Vedi op. c.

51.  Dopo la battaglia di Milazzo, cessato il fuoco d’ambo le parti, il comandante del Veloce ebbe ordine dal dittatore di portarsi nella rada di Milazzo, ancorando fuori del tiro del castello. Durante questo tragitto, un capitano mercantile del paese, arrivato a bordo del Veloce, fece scorgere al Liparacchi un brigantino carico di viveri pei Napoletani, e che attendeva occasione favorevole per disbarcarli. Il comandante del Veloce ebbe la tentazione di farne preda, ma non vi potè riuscire, perchè il brigantino, secondato dal vento e dalla notte, potè accostarsi agli altri legni Napoletani. Giunto alla meta ed ancorato al porto indicato da Garibaldi, un ajutante di questo salì a bordo e comunicò al comandante l’ordine di recarsi nel vicino porto di Milazzo. Egli ubbidì, e levò l’àncora; ma dato il comando, udì tre colpi insoliti nella macchina della fregata; il cilindro alla destra erasi rotto, quindi spargimento di vapore a segno che la macchina rendevasi momentaneamente inservibile. Ma avendo l’àncora levata, ed il vento venendo da terra, il bastimento s’accostò al forte, abbenchè subito si fosse dato ordine di far fondo. L’ajutante si incaricò di riportare l’accaduto al dittatore, e il Liparacchi, per ridursi col mezzo di rimorchj al porto fissato, lo incaricò, di mandargli quante barche poteva rinvenire. Molto tempo passò prima del ritorno dell’ajutante, e frattanto per sollecitare le manovra stabilita, la fregata erasi di nuovo messa in moto; ma il vento improvisamente aumentato, la fece ancora fermare. In questa situazione, nei piloti, ed in tutti gli ufficiali nacque la tema d’essere battuti dal cannone nemico, e dichiararono essere indispensabile uscire dal porto, e con le vele prendere la direzione di Palermo. Liparacchi si oppose a questo consiglio, mostrò quanto ciò fosse imprudente alla presenza d’un equipaggio formato di coscritti pescatori, e siccome voleva assolutamente dar corso agli ordini del generale, così fece ancorare di nuovo non curandosi della opposizione. Tornò l’ajutante senza i rimorchj, perchè disse non averne trovato, e siccome il generale dormiva, così era di avviso di ridursi in porto. L’operazione era difficile e lunga; l’alba spuntava, la fregata, ove fosse stata scoperta dal castello, sarebbe stata fulminata; non per tanto il Liparacchi e l’ajutante di Garibaldi insistevano perchè si andasse avanti, ma l’equipaggio, e gli ufficiali rinnovarono più fortemente le loro opposizioni.

Fu allora stabilito di riunire un consiglio di guerra a bordo, non per discutere sul comando del generale, ma piuttosto per decidere se il legno era tanto in pericolo da doversi allontanare dall’ancoraggio. Il comandante, primo ad esporre la sua opinione, disse essere suo precipuo dovere l’eseguire l’ordine avuto da Garibaldi; che non vedeva tanto pericolo per la vicinanza del castello, e che giudicava assai più pericolosa la partenza per Palermo, non potendo usare della macchina. Fra sette, cinque furono contrari all’opinione del Liparacchi; l’ajutante partì forse senza riflettere che in quel momento, rappresentando Garibaldi, poteva imporre l’assoluta sua volontà e non lasciare alla decisione del consiglio ciò che fosse da farsi. Ne nacque che il comandante dovette salpare, e con le vele ridursi a breve distanza dal forte, sempre con la ferma idea di ritornare in porto, anche affrontando la contrarietà degli uffiziali.

Due ore dopo, due ufficiali del dittatore vennero a bordo; uno di essi condusse a terra il comandante del Veloce, l’altro rimase sul bastimento. Il Liparacchi fu condotto alla presenza di Garibaldi; questi si mostrò molto malcontento dell’accaduto; ma il Liparacchi fece qualche osservazione, e chiese essere assoggettato ad un consiglio di guerra. Il suo voto fu esaudito, e dopo alquanti giorni, non solamente il consiglio di guerra lo dichiarava innocente, ma Garibaldi stesso, rallegrandosi di quella decisione, lo rimetteva al suo posto, nel quale continuò a prestar servigj alla patria. (St. dell’ins. sic.)

52.  «Ho veduto io con questi occhi (mi diceva il tenente Malagrida che fece parte della spedizione di Bronte) un contadino lacerare coi denti una mammella recisa dal petto d’una fanciulla.

53.  Expédition des Deux-Siciles. Paris, 1861.

54.  V. St. dell’ins. sic.

55.  Anche il maggiore Ferdinando Lecompte, in un suo libro stampato di recente (L’Italie en 1860, esquisse des événements militares el politiques. Paris, 1861), paga un tributo di ammirazione ai grandi talenti militari del generale Garibaldi. Manco male!

56.  Così, ma ben mollemente, parla di quel tiranno il Monnier.

«De 1848, en quelques jours d’angoisse, le jeune roi s’était changé en vieillard. Ses cheveux blanchirent tout à coup. Il avait trente-huit ans. Et depuis lors il n’a plus vécu à Naples. Il a retirè à son peuple les fêtes et les joies qu’il lui donnait autrefois, jusqu’à la musique militaire qui égayait son jardin royal tous les dimanches. Il boude, il sent qu’on ne l’aime pas. Il est plus captif que ses prisonniers politiques, il est plus exilè que ses proscrits. Il rode tristement de château en château; il se cache à Castellammare, à Caserte; il s’enferme l’hiver dans sa forteresse de Gaëte. Il vit misérablement, sans bonheur et sans plaisir» (M. Monnier, Histoire de la conquête des Deux-Siciles. Paris, collection Hetzel; 1861).

57.  Morto a Rezzato nel 1859.

58.  La potenza di Garibaldi sugli animi è veramente grandiosa ed acquistata coi mezzi più semplici e più naturali. Garibaldi è l’uomo «senza educazione militare» il «fortunato avventuriere» per gli allievi delle accademie militari, dalle coste del Piemonte, fino alle coste della Russia. Ma non lo è per gli uomini che hanno cuore ed intelletto. Agli occhi d’ogni vero soldato, egli è un gran generale, e come egli sappia condurre rilevanti masse di truppe sopra un più vasto campo di battaglia, tuttochè egli adoperi altri mezzi che gli alunni delle scuole pedantesche, lo dimostrò nello stesso anno alla battaglia decisiva del Volturno, il 1 ottobre.

(Rüstow; La guerra italiana del 1860, pag. 163. Milano, 1861).

59.  Vedi il capitolo 1 a pag. 10 di questo romanzo.