WeRead Powered by ReaderPub
XII conti pomiglianesi / con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, ecc. cover

XII conti pomiglianesi / con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, ecc.

Chapter 7: NOTE
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This collection gathers a dozen popular tales from Pomigliano d'Arco presented alongside regional variants from Avellino, Montella, Bagnoli and others, with explanatory notes and a prefatory essay situating the traditions. Narratives range from fairy-tale transformations and trickster episodes to local legends and comic anecdotes, often rendered in dialect and contrasted with literary analogues. Many entries include multiple versions, fragmentary sources, and cross-references to earlier folktale texts, enabling comparison of motifs and language. The editor supplements the material with annotations, variant lists, and occasional literary excerpts, creating a scholarly yet accessible compilation of southern Italian oral storytelling.

I. bis.—GIUSEPPE 'A VERETÀ.
(Variante del conto precedente)
(Raccolta anch'essa in Pomigliano d'Arco)

'Na vota nce steva 'nu signore, ca pe' guarzone[1] teneva 'nu massaro[2], ca sse chiammava Giuseppe e nun diceva nisciuna buscìa. Ogne matina ieva addò[3] chillo Signore e sse pigliava 'ô cafè[4] e deceva:—«Baggiorno,[5] padrò.»[6]—«Baggiorno, massa': e baccarelle[7] comme stanno?»—«Chiatte e belle.»—«E Corna r'oro[8]?»—«È fatto comm' a 'o toro»—E ogne matina sse faceva sempe 'a stessa storia. 'E signure[9] ievano sempe a piglià' 'o cafè addò chillo signore; e chisto faceva canoscere a tutte com' isso teneva 'nu servo, ca deceva sempe[10] 'a veretà. 'E signure recettere:—«Ebbe', nui recimmo, ca 'o servo tujo pure rice 'na buscia.»—Respunnette isso;—«Che nce vulimmo scummettere, ca chillo rice 'a veretà?—«Scummettimmece a 'na massaria.»[11]—Sse ne scennettere 'a coppa addò chisto signore e mannavane 'na figliola addò Giuseppe. Iette chesta e le rice:—«Te ronghe[12] ciento rucate e acciri a Corna r'oro?»—Giuseppe respunnette:—«l'acciro a Corna r'oro? e po', quanno vaco 'ngoppa addò 'o signore, rico 'a buscia?»—Rice:—«Te ronghe ruiciento rucate.»—«No.»—«Te ne ronghe mille.»—«No!» —«Cincumila.»—Giuseppe accirette a Corna r'oro e chesta femmina sse ne iette. Isso po' n'aveva[13] comme ricere e penzava:—«Mò', quanne è dimane, Giuseppe a' Veretà ha da ricere 'a buscìa. Basta, mo' rico: È binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje;[14] e allurtemo ièssa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio acciso.»—Iette addò 'o signore 'a matina:—«Baggiorno, padrò'.»—«Baggiorno, massa'. 'E baccarelle comme stanno?»—«Chiatte e belle.»—«E Corna r'oro?»—«Padrò', è binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje, e all'urtimo iessa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio accise.»—«Ebbiva Giuseppe 'a Veretà, ebbiva!»—sse mettettere alluccà'[15] tutte quante. E accussì sse canuscette averamente[16] chi era Giuseppe.

NOTE

[1] Guarzone, plurale, guarzune; facendo i nomi in one il plurale in une. Vedi nel Lo Tasso Napoletano l'ottava XI del canto VII.

Si poco avimmo, manco addesiammo;
E lo poco magna' maje fece danno.
Chille tre mme so' figlie; e nce guardammo
'Ste pecore, e guarzune no' nce stanno.

L'autore postilla:—«E garzoni non ci sono, cioè: Non ho servi».—Il D'Ambra non ha sicuramente badato a questi versi del Fasano, quando ha definito Guarzone:—«Colui, che attende all'ordinario servizio della bottega, della fabbrica, dell'officina, Garzone, Fattorino.»—

[2] Massaro, fittajuolo d'una grossa tenuta.

[3] Bisogna distinguere addò, da, da addò', dove. Nel Vocabolario | Napolitano-Toscano | domestico | di Arti e Mestieri | del Professore | Raffaele d'Ambra | da Napoli | A spese dell'Autore | MDCCCLXXIII (in 8., XII-554 pag. oltre una non numerata in fine, che contiene un Avvertimento; otto anche innumerate in principio, che contengono un discorso proemiale; e finalmente il frontespizio ed il ritratto dell'Autore) è detto, sub A:—«A prep. riprende il d alla latina innanzi alle parole, che cominciano da vocale. Le frasi a do mammata, a do masto, a do te, e simili, che si ascoltano tra fanciulli, non sono, che della sola pronunzia, dovendosi usare l'abl. nella scrittura: esse si vogliono reputare attenuaz. verb. delle frasi lat. ad matrem tuam, ad magistrum, e simili.»—Non posso consentire col D'Ambra. Addò, nel significato risponde ad apud (latino) chez (francese) e soprattutto sempre al da italiano. In alcuni casi ho scritto a d' 'o; e credo, che difatti sia sorto da queste tre parole quasi a da il. Nèd è vero che l'addò preposizione, sia solo dell'uso infantile; è anzi dell'uso universale. Nè so comprendere, come, in un dialetto, una espressione possa esser della sola pronunzia e s'abbia da schivare e fuggire scrivendo. C'è o non c'è; si dice o non si dice: è quistione di fatto.

[4] Cafè, con una f. Questo costume moderno ha dovuto essere introdotto da poco nella fiaba. Quantunque vien affidato alla tradizione ed alla memoria si va lentamente alterando.

[5] Baggiorno, contrazione volgare di buon giorno.

[6] Si noti la tendenza del Napoletano a creare una forma speciale pel vocativo, troncando il nome: Padrò, per padrone; massà' per massaro; cumpariè' per cumpariello, Franceschiè' per Franceschiello, gnò' per 'gnore (signore) e via discorrendo. Nel chiamare, frequentissimamente si ripete la parola, troncando la seconda per maggior energia, p. e. Mamma, Ma'! Rosa, Ro'!—Nel verbo accade lo stesso fenomeno nello imperativo: Vide, vì! Butta 'o pede; butta, bu'! Aspè', spè'! Dimme, dì! Quasi che il tronco sia necessario per significare il comando.

Vide, Pallade mmia, vi' che sconquasso!
Pagano. Batracom. II. 20.
Dimme, dì, a chi sì' figlio e da do' viene?
Pagano. Batracom. I. 6.
—«Aspè! aspè'!»—Volea cchiù dì'; ma 'n chesto
Tremmaje la grotta e la terra ss'aprie.
Perruccio. Agn. Zeff. V. 15.

[7] Nel racconto precedente abbiamo vista 'e bacche, 'e bitelle; qui ci abbiamo 'e baccarelle; appresso vedremo 'a beretà; tutte parole nelle quali il v si muta in b, per effetto della vocale accentuata, che precede. Così per regola dovrebbe farsi sempre. E quando non accade, è corruzione. Molto può in queste mutazioni anche l'eufonia ed il capriccio individuale, come in parecchie cose accade anche in Italiano; p. e. per l'aumento innanzi alle parole comincianti da s impura, che seguono a consonanti, pe' troncamenti, ecc.

[8] Corna r'oro, nome proprio del toro, che mi fa sospettare, che prima l'animale affidato a Giuseppe dovesse essere crisocerio. E questo particolare sarebbe importantissimo, volendo investigar l'origine mitologica del conto. Cf. con la Novella straparolesca. Ma queste nostre versioni del racconto sono molto sfigurate ed impoverite di particolari.

[9] Signure, plurale di signore; i nomi in ore fanno il plurale in ure, come quelli in one il fanno in une.

[10] Sempe, sempre. Ma sempre dicesi pure talvolta. Ecco le due forme adoperate in soli quattro versi (se pure non è licenza de' tipografi) da Andrea Perruccio (Agnano zeffonnato, II, 2).

.... la brutta Paura,
Che sempre tremma ed è 'na scura vecchia:
Essa have 'ncuollo 'na grossa armatura,
Ed a foìre sempe ss'apparecchia.

Si noti la tendenza a fognar l'r in questo e ne' casi analoghi: nuosto (nostro), masto (mastro), fenesta (finestra), propio (che poi si trasforma in pròpito, proprio), eccetera. Invece, i dialetti toscani amano ad introdurre eufonicamente una r e dicono, per esempio, gestri invece di gesti, cimentro, invece di cimento e simili.—«Non mi mettete in qualche cimentro».—«E messe mano a quella cinquadea e fece un gestro di volermi dovidere da capo a piedi.»—Fagiuoli.—Gerolamo Fontanella nella Elegia intitolata Arione, ha detto su questa analogia:

Ride, prodiga d'or, fortuna destra,
Ne la lubrica rota a l'uomo stolto,
Che tirannico ognor virtù calpestra.

E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara, straziando in mille vari modi il puro tipo aulico ed ideale de' vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole, quel che delle leggi nelle preture e ne' tribunali; e, quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazione; manca l'unità di criterio.

[11] Massaria, podere.

[12] Ti ronghe, ti do. Chi pronunzia ronghe e chi donghe. L'r sostituisce il d (e viceversa) spessissimo, ma non costantemente: alcuni vi diranno 'o figlio r' 'o Re, ed altri: 'o figlio d' 'o Re. In tutte le lingue ci sono di questi arbitrî; ed in Italiano aulico stesso, per darne un esempio, diciamo officio, oficio, offizio, ofizio, ufficio, uficio, uffizio ed ufizio. Quanto maggiore dev'esser la licenza ne' dialetti, i quali, abbandonati interamente alla plebe ed all'uso, diversificano spesso stranamente da persona a persona.

[13] N'aveva, cioè: non aveva. Anche in Italiano abbiamo spesso il semplice n per non. Ce n'è un esempio nel Candelajo del Bruno. Il neh interrogativo, di cui si fa tant'uso ora, viene da n'è per non è. Nel libro intitolato: Del | Tesoro Volgarizzato | di | Brunetto Latini | Libro primo | edito | sul più antico de' codici noti | raffrontato con più altri | e col testo originale francese | da | Roberto de Visiani || Bologna | presso Gaetano Romagnoli | 1869; il capitolo VIII è intitolato: La ragione che in dio n'ha nul tempo; ed il IX. Che in dio n'ha nul mutamento (Nella edizione della Gatta, M.D.XXXIII, ove que' capitoli sono il IX ed il X, si legge invece non ha e non è). Tutti ricordano i frizzi dello Alfieri contro il Miollis, che aveva adoperata questa contrazione, la qual certo non è da usarsi, se non dove non può dar luogo ad equivoco alcuno.

[14] Cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje, con le sue moine e le sue parolette.

[15] Alluccà', gridare. Carlo Mormile, traducendo la favola VIII del I. libro di Fedro:

Alluccava lo lupo e auzava strille,
Che tre miglia d'arrasso sse sentevano:
Curz'erano a 'st'allucche cchiù de mille
Anemale, e che gusto, che nce avèvano!

E libro III, favola II.

[16] Averamente, lo stesso che veramente.