NOTE:

[60] Ricordo fra le frazioni di corpi, che marciarono con me, i bravi calabresi di Stocco. Quel prode generale era stato ferito a Calatafimi, e non ricordo se si trovasse in quel giorno a Caserta.

[61] Dispaccio di Farini a Bonaparte.


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CAPITOLO LXIII.

COZZO, LIA ED I NOSTRI FERITI.

E l’uomo, e le sue tombe, e l’estreme sembianze
E le reliquie della terra e del ciel
Travolge il tempo.
(Foscolo).
De questi affari no ve ne mescé,
Lasciè fa i frati, che l’e o seu mestè.
(Genova).

Dopo il 2 ottobre, il compito dell’esercito meridionale era finito, e non potendo far meglio, convenne lasciar fare a chi tocca. Io approfittai quindi della mia inutilità negli affari di guerra, per fare una visita ai miei fratelli d’armi feriti.

Ne ho già veduti dei cadaveri e dei feriti—in questa mia tempestosa vita—su varii campi di battaglia, e per fare un po’ come gli altri, ho cercato d’indurire il cuore alla vista delle stragi, delle mutilazioni, dei macelli umani!

Comunque, se indurito dall’abitudine, ho potuto contemplare con indifferenza i morti, anche numerosi, i sofferenti però m’hanno sempre commosso, e, se ho potuto, ho cercato di alleggerirne i patimenti.

Tu, Italia! hai molti preti, molte malve, molti epuloni, che non lavorano, e mangiano per cinquanta alle spalle dei poveri; tu hai molti ladri, piccoli e grandissimi, e cotesti costituiscono il tuo abbassamento e le tue miserie! Ma....... hai molti prodi! E se i primi sono tenaci nelle loro bugiarde dottrine, nei loro furti e nelle tue miserie, i tuoi veri figli progrediscono in idoneità per servirti, e non soffrire di vederti oltraggiare da chicchessia.

Calpesta sotto i piedi le paure di chi ti governa; cotesta è gente a pancia grossa e molto interessata, com’è naturale, a salvarla dalle prepotenze straniere o dalla fame interna.

Nell’avvenire, però, non sarai insultata: ne rispondono le generazioni che sorgono—bambine, nell’ultima metà di questo secolo, ma che non ne aspetteranno la fine per essere giganti.

Io li ho veduti feriti, mutilati o morenti tutti quei superbi campioni dell’onore e della libertà Italiana: Gradenigo, Rossetti, Risso, Masina, Boldrini, Manara, Montaldi, Montanari, Ciceruacchio, Giovagnolli, Manin, Taddei, Ferraris, Rossi, Cozzo, Denobili, Specchi, Debenedetti, Cottabene, Bronzetti, Elia, Bandi, Mameli, Maiocchi, Cucchi, Sgarellino, Bovi, Vigo, Franchi, Lombardi, Dandolo ed i martiri fratelli Cairoli, Debenedetti e Bronzetti, che riassumono uno dei più splendidi martirologi che mai abbia annoverato la storia. Accanto ai Bandiera, a Pisacane ed a Imbriani, io collocherei altre migliaia di martiri, se vi arrivassero la mia memoria ed il mio ingegno. Lascio quindi ad altri, più di me capaci, la cara e patriottica commemorazione.

Io gli ho veduti morenti! e narro di loro cogli occhi umidi ed il cuore commosso. Sì! morenti quei miei cari giovinetti! leoni sul campo di battaglia, ora giacenti sul letto del dolore! Molti non giungevano ai tre lustri! Le loro belle capigliature—bionde, nere, castagne—poichè esse ponno additare alle varie latitudini di questa bella nostra penisola—le loro belle chiome erano scapigliate, ed a molti intrise di sangue!

Io piango scrivendo!.....

I loro occhi infantili—in cui han cessato di bearsi le genitrici sventurate—i loro occhi, rivolti a me, animaronsi, come se volessero rassicurarmi, consolarmi nel mio cordoglio e dirmi: «Non è nulla! il dover nostro l’abbiamo fatto, e moriamo contenti, giacchè la vittoria sorrise alle armi dei valorosi!»

A molti, il loro ultimo pensiero era rivolto a questa terra, che per loro, per il nobile sacrificio della loro vita, non sarà più ancella di prepotenti—e morivano esclamando: «Viva l’Italia!»—E l’Italia li ha scordati: poveri giovani!.....

Le loro madri cercheranno invano ove caddero, ove morirono, ed ove furono sepolti, forse, dalla commiserazione di qualche bifolco!

E l’Italia lascia in piedi il monumento eretto dai suoi barattieri, corruttori e carnefici al mercenario straniero! Oh s’io potessi ricordarmi di tutti i vostri nomi, miei cari, belli, giovani compagni! Io, con questa mano già indurita dagli anni, inerte, li consacrerei in queste povere pagine alla gratitudine di generazioni men ciarliere, ma che sapranno dovutamente apprezzare il sublime olocausto dell’esistenza vostra preziosa.

Sì, l’Italia rammenterà il vostro eroismo, quando, passati questi schifosi tempi di miserie, di depredazioni e di garanzie alla menzogna—che ridicolissimamente occupano tutti gli istanti di queste cime regolatrici del mondo—essa potrà vivere dignitosamente e liberamente senza offendere, ma senza temer nessuno.

In uno stanzino dell’ospedale di Caserta, lo trovai finalmente, quel caro e simpatico Cozzo—quel prototipo della brillante gioventù palermitana—oggi vispa, audace, valorosa come lo fu alcuni secoli fa, quando esterminava sino all’ultimo i boriosi antenati dei moderni Chauvins.—Cozzo, che vedevo raramente in tempi ordinari, ma che m’appariva sempre nei giorni di battaglie, ove maggiore era il pericolo, e vi assicuro che quell’aspetto suo, d’una risoluzione ferrea e calma nello stesso tempo, mi era di buon augurio.

Anche Cozzo baciai coll’affetto di padre, ed a lui diressi alcune poche parole di conforto, senza speranza nella mia coscienza..... Su quell’angelico volto, la morte aveva già scolpito l’impronta della terribile sua falce! Egli mi sorrise, con un sorriso..... ch’io porterò impresso nel mio cuore tutta la vita! Era sorriso d’affetto.—Cozzo sapeva ch’io l’amava tanto!—e lo trovò, quel caro sorriso, nelle mortali sue angoscie.

Lia era al capezzale di Cozzo.—Lia, la contadina della conca d’oro[62], la bella fanciulla dall’occhio nero e fulgidissimo come quello dell’aquila. Essa procurava di sorridere al suo caro, quando gli occhi loro s’incontravano; ma poi, da lui non vista, struggevasi in dirottissimo pianto.

Cozzo aveva il petto rotto da una palla borbonica, e lesa incurabilmente, una parte vitale.

Egli affrontò la mitraglia nemica, alla testa della colonna che decise della vittoria nel 1º ottobre. Rimase sul campo esangue, colla sua Lia accanto, sinchè, terminata la pugna, essa lo fece trasportare nella stanza in cui lo baciai moribondo.

La sua effigie posa sul mio capezzale, in mezzo a quelle dei Bronzetti e sotto quelle dei Cairoli e degli altri martiri i di cui ritratti ho potuto raccogliere.—Felice me! che, nell’avventurosa mia carriera, ho potuto servire il mio paese con tali compagni!

NOTE:

[62] Valle di Palermo.


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CAPITOLO LXIV.

IL SOGNO.

Pareami in sogno al sacro monte in cima
Venir per l’aure a vol, sovr’ali snelle
Tra il coro delle vergini sorelle
Per cui l’uom tanto il viver suo sublima.
(Alfieri).

Tornai sul luogo della mia nascita e gridai: «Gli amici della mia gioventù, ove sono?» E l’eco mestamente rispose: «Ove sono?» ...

Nella fortunata campagna del 60, quando i pezzenti della Democrazia Italiana passeggiavano nei parchi regi, tra i fagiani ed i daini, e tergevano i loro rozzi calzari sui reali tappeti—in una stanza del sontuoso palazzo di Caserta, io sognai di Roma.

Roma! il più commovente, il più prezioso, il più stimolante sogno della mia vita—sempre! perchè sempre innamorato della grandiosa sua storia, ma massime dall’età di diciotto anni, in cui ebbi la fortuna di potere tra le macerie delle immense sue rovine, ispirarmi al gran concetto dell’emancipazione della mia patria e della famiglia umana:—Roma! ch’io visitai imberbe, per mia ventura, e ch’io salutai per la prima volta con affetto d’amante:—Roma! alle cui ispirazioni certamente, io devo il poco operato nella tempestosa mia vita; Roma, infine, il cuore dell’Italia, l’ideale dell’Italia! e che per essere la più preziosa delle sue gemme, fu sì accanitamente conculcata, percossa, oltraggiata da tutte le tirannidi, da tutte le imposture, che, per meglio corromperla, trasformarla, contaminarla, vi posero il loro seggio di serpe! E fecero del più grande dei popoli il più infimo! Roma! per cui questo corpo, oggi cadente, fu forato tre volte. E quando sul Gianicolo fui ferito in un fianco, alla sua difesa, io esultai con me stesso al pensiero di morire su d’un colle sì glorioso e per la santa causa della repubblica.

Era un bel giorno (così il sogno); dall’alto del Campidoglio io assisteva al sorgere del figlio maggiore dell’Infinito[63] che spuntava dalle cime dell’Apennino.

Italia aveva conquistato il suo capo nel nido di vipere che avvelenavano Roma da tanti secoli; era caduto il fulmine, e vi aveva incenerito persino gli acciai degli strumenti di tortura e di roghi. Vi era un governo di tutti e per tutti, non so se lo chiamassero Repubblicano, ma so che il tempio di Temi—della vera—funzionava egualmente per tutti.

Comunque, non era un governo bordello, come quello d’una repubblica vicina nostra. Ognuno, indisturbato, andava per i fatti suoi; soltanto, siccome il putridume e la depravazione di costumi erano menomati sì, ma non scomparsi, essendo recente ancora la caduta dei tiranni, abbisognava una mano forte e volontà ferma per ripulire a dovere la società, ed un savio ed energico uomo era stato eletto dalla maggioranza del popolo con votazione diretta, per aver il fastidio di reggere la cosa pubblica temporariamente.

Egli non aveva leggi scritte: un mazzo di zolfanelli—senza petrolio, come vedremo presto—aveva fatto ragione d’ogni parto di certi famosi legislatori che hanno fatto del mondo una Babele.

La giustizia era da lui amministrata sulla piazza pubblica, e con tempi piovosi, nel maggiore dei templi del mondo, non più consacrato all’idolatria ed alla menzogna, ma ai capilavori dell’arte, ed agli uomini grandi e valorosi, che avevano illustrato l’Italia e sparso il loro sangue per essa.

Egli aveva un solo segretario, e li vidi io stesso ambedue mangiare un pezzo di pane e formaggio, per non lasciar la cattedra, in cui si conformavano di stare anche l’intiero giorno, se occorreva.—Tutto il loro lusso era un bicchiere di vino buono all’ora del pasto, ed acqua nel corrente della giornata.

Una centuria di militi cittadini serviva per fare ubbidire le deliberazioni del savio, giacchè non c’era più in Italia di gente armata, se non che circa due milioni di cittadini che supplivano a qualunque specie di servizio, e le di cui occupazioni diurne erano le officine e l’agricoltura, quando la patria non abbisognava di loro.

Tutta la sequela dei legislatori era stata inviata ad occuparsi di cose utili, e gli sgherri ed i preti, grandi e piccoli, a bonificare le paludi Pontine.

Accanto alle ceneri del nido di vipere e dei rottami ardenti vi si vedeva un altro incendio di cartaccie, a cui i bimbi avevano appiccato il fuoco, e con delle lunghe canne, gli stessi attendevano a spingere nel fuoco i fogli renitenti. Vi si scorgevano le parole: Leggi fondamentali dello Stato: 1º articolo: La religione cattolica apost.... e qui le irrompenti fiamme ne facevano giustizia. In un altro foglio semi-spento, che i ragazzi con più ardore scaraventavano sul fuoco, leggevasi: Imposta sul macinato; in altri: Imposta sul sale; prerogative, privilegi, dotazioni, ordini della Corona d’It....., non so più di che santi; e quei diavoli di fanciulli spingevano tutto ciò nel fuoco con tanto ardore ed accanimento, quanto i reverendi del Sant’Ufficio, in tempi andati, le sventurate vittime dell’Inquisizione.

Dal Capitolino io avevo assistito ad uno dei più solenni spettacoli della natura: il levar del sole, all’aspetto venerando d’un vero reggitore di popolo, sedente sull’antica sedia Curale, nel centro del Foro Romano e dispensando la vera giustizia, non quella del privilegio e del carnefice, come la intendono i moderni Soloni.

Tal quadro era forse impresso nella mia giovine immaginazione, dacchè quarantacinque lustri avanti, io per la prima volta passeggiavo rispettoso ed attonito in quel Foro, ove dettavansi dai nostri antenati i destini del mondo, e vicino, lontano, nella buona o cattiva fortuna, giammai si cancellarono nel mio spirito le impressioni raccolte in quella visita avventurosa.

Dal Capitolino scesi verso il Tevere, passai il ponte che difese Orazio Coclite, e che i preti chiamarono di San Bartolomeo, e m’incamminai verso il Gianicolo in cerca dei tumuli dei nostri Achilli italiani che, contro gli sgherri del Bonaparte sostennero l’onore italiano vilipeso e calpestato da loro.—Tumuli! E chi doveva innalzare tumuli ai superbi difensori dell’orbe? Chi? I preti? i preti, secolari traditori d’Italia, innalzarono tumuli, mausolei ai soldati stranieri che avevano sgozzato italiani, ma che avevano salvato la religione (la pancia agli scarafaggi).

Chi lo aveva da innalzare un sarcofago ai valorosi caduti del 30 aprile, del 3 giugno, dei monti Parioli, di Mentana?—Chi?—I nuovi venuti[64], i ministri del governo italiano?—gli uomini delle garanzie papali?—Ma essi hanno paura di Roma, si sgomentano al solo suo nome, e poi hanno ragione; i pigmei non arrivano a posarsi sulle sedie dei giganti, non si sentono degni di atteggiarsi tra i monumenti della grandezza umana, ove posarono in tutta la loro maestà sublime i padroni del mondo!—Sì, hanno ragione cotesti piccinissimi ermafroditi seguaci d’ogni potere che loro garantisca il ventre, caporioni della setta dei consorti che si ponno paragonare al maiale del Casti:

Qualunque sia governo al porco piace,
Anche a furia che sia di bastonate
Mangiar, bere e dormir lasciato in pace.

No! essi non son degni di sedere in presenza di quel Panteon che fu centro del mondo conosciuto. Essi, tremanti sempre davanti a qualunque prepotenza, non ponno pesare al cospetto di quelle macerie ove prestando l’orecchio s’ode ancora l’eco delle maschie ed eloquenti favelle che parlavano ai figli di Marte quando decidevano se un re dei Cimbri, uno delle Gallie od uno della Mauritania doveva trascinare il carro del trionfatore repubblicano.

Sul Gianicolo, sì! lo trovai un monumento coll’iscrizione: «Audinot ed il valoroso esercito di Buonaparte vincitore degli eretici e salvatore dell’infallibile Dio in terra!» Cotesti bestemmiatori e traditori dell’Italia l’avevano eretto il mausoleo della maledizione! E migliaia d’italiani passavano ogni giorno davanti a quel sacrilegio senza minarlo e farlo saltare in aria.

Ma portento!... mentre era assorto in tante e sì dolorose meditazioni, io contemplai una folla di Romani armati d’arnesi di distruzione che in un momento atterrarono quella nostra vergogna! Poi altri Romani io vidi occupati a disseppellire le ossa dei nostri martiri, e sulle rovine del mausoleo maledetto innalzare un tumulo somigliante a quelli che adornano le pianure di Morat e di Maratona, e lo vidi coprirsi d’una piramide di bronzo che mi sembrò della forma di quella di Cecilia Metella. Sui lati della piramide scorgevansi molti nomi, in lettere cubitali, degli eroi caduti per l’Italia sul maggiore dei sette colli.

Fui ben felice nello scorgere i nomi di quei valorosissimi: Masina, Manara, Montaldi, Mameli, Melara, Ramorino, Peralto, Carbonin, Daverio, Davide, Ceccarelli, Cavallotti, Settignani, Minuto, Pelizzari, i Cairoli, i Franchi, Oziel, Bronzetti, Debenedetti, Montanari, Schiaffino, Ciceruacchio.—Che nomi! dicevo tra me, e mi pavoneggiavo d’essere stato fratello d’armi di quello stuolo di prodi!

Sopra un altro lato della piramide scorgevansi i nomi non meno gloriosi di Ugo Bassi, Mosto, Ferraris, Perla, Imbriani, Rossetti, Rossi, Risso, Molinari, Taddei[65], Tukery, Coccelli[66] e tanti altri nomi di martiri che le venture generazioni pronuncieranno con orgoglio e rispetto!

Salendo la scala marmorea, che adorna al settentrione il palazzo dei Quattro Venti—scala famosa ove morì il prode dei prodi, il bolognese Masina alla testa d’un pugno dei più valorosi assaltando petto a petto i soldati del Buonaparte, già trincerati ed in gran numero nel palazzo—salendo quella scala, io mi trovai su d’un belvedere ove la vista spaziavasi meravigliosamente sulla vasta e deserta campagna romana.

Ma miracolo!... in un istante, invece delle micidiali paludi Pontine, presentavansi agli occhi miei magnifici campi coltivati che mi ricordavano la ubertosa e ben coltivata valle del Po coll’incantevole sua vegetazione.

Invece del deserto, graziosissime cascine con orti verdeggianti ed alberi carichi d’ogni specie di frutta, pianure immense coperte di biade color dell’oro.

E ciò che più mi stupiva nello stato mio di ammirazione, era il brulichìo di gente tutta occupata ai diversi lavori della campagna.

Qui i carri carichi d’ogni ben di Dio e maestrevolmente guidati da preti, dal sacrestano agli eminentissimi; e, ben fissando, scopersi nella folla dei chercuti anche un santissimo padre, non più panciuto e colle pantofole dorate, ma calzato con un buon paio di stivali, snello e robusto che consolava il vederlo. Egli mi sembrava occupato a dirigere i lavori ed a stimolare alcune schiene diritte di quei buoni curati che avevano passato la loro vita tra il fiasco e la Perpetua.

Là altri servi di Dio, facili a distinguersi dalle chieriche, che colla vanga, colla zappa o coll’aratro, lavoravano la terra ch’era una delizia.

Le strade ferrate solcavano la vasta e ricca campagna in tutte le direzioni, e mi sembrò di distinguere sulle locomotive, facendo le funzioni di macchinisti, fochisti, ecc., una quantità di finanzieri d’ogni classe, di pubblica sicurezza, di impiegati al lotto e tanta altra gente inutile alla società ed ora resa utilissima.

Ora, dicevo tra me, capisco la meravigliosa trasformazione della campagna romana mettendo all’opera tutta cotesta schiera di fannulloni.—E che sarà quando i quattro o cinquecentomila giovani che formano oggi ciò che si chiama esercito regolare, saranno resi alle officine ed alla campagna di cui sono i più robusti coltivatori?

Lì consiste il principal morbo dell’Europa—lì la causa vera delle perenni sue guerre; e la pace potrà esser duratura soltanto quando gli eserciti permanenti saranno sostituiti dalla nazione armata mettendo, s’intende, i preti a bonificare le paludi Pontine.

«Non più imposti governi nè guarentigie all’impostura, ma governo scelto da noi e culto del Vero» si udiva cantare da molti operai e contadini (non dai preti e dagli altri fannulloni cresciuti all’ombra d’uno stipendio vergognoso ed ora obbligati a piegar la schiena al lavoro).

«Vengano avanti al giudice supremo tutti cotesti uomini a nuove grandi fortune senza fatica, e lo ragguaglino sul modo da loro usato per accumularle».

Ed allora si scorgevano nella folla dei subalterni predoni gli uomini delle regìe, i ministri che, oltre al loro stipendio, avevano accumulato dei milioni appropriandosi un tanto per cento sui prestiti con cui avevano rovinata la nazione; scorgevansi, dico, cotesti messeri che si facevano piccini piccini e nascondevano l’antipatico ceffo dietro alcuni inferiori della stessa risma ch’erano stati complici dei loro misfatti.

«Noi (son sempre i manuali che cantano) lo possiam provare l’acquisto di questi cenci; possiam provare la fame patita dalle nostre povere famiglie che, malgrado l’abbondanza presente, conservano ancora sulle loro fronti sparute i solchi dei patimenti, e gli stenti, e le desolazioni da noi sofferte.

«Noi le possiam provare le nostre miserie su cui si satollarono tutti cotesti epuloni, lenoni e mascalzoni venduti corpo ed anima ai potenti».

Inaspriti e stimolati dal melanconico canto, tutti quei poveri braccianti avanzavano in massa colle loro falci, zappe e vanghe in aria per dar addosso ai preti e compagni..... Ma una voce potente come quella del tuono, uscita dal Foro, ristabiliva la calma in un momento.

«Ite ai vostri lavori!» tuonava la favella del savio.

«Ai tiranni ed ai preti conveniva la vendetta e la strage, essendo la loro potenza edificata sulla violenza e sulla menzogna; a voi, uomini liberi, umanitari e che avete il culto del Vero, conviene la tolleranza, e solo con essa potrete raggiungere la sublime meta di affratellare i popoli tutti della terra».

E tutti tornavano alle loro occupazioni, e si udiva nella folla la parola tolleranza ripetuta da tutti e con rispetto.

«Tolleranza» gridavano altri «meno però per i lupi, le vipere ed i preti, sinchè tornati alla condizione d’uomini onesti, se ne son capaci».

NOTE:

[63] Nelle presenti controversie della Democrazia mondiale, in cui si scrivono numerosi fascicoli per provare Dio gli uni, per negarlo gli altri, e che finiscono per provare e per negare nulla; io credo sarebbe conveniente stabilire una formola edificata sul Vero, che potesse convenire a tutti ed affratellare tutti. (Col dottrinarismo intollerante per il mezzo, certo sarà un affare un po’ serio).

Per parte mia accenno e non insegno.

Può il Vero, o l’Infinito, che sono la definizione l’uno dell’altro, servire all’uopo? Io lo credo.

V’è il tempo infinito, lo spazio, la materia, come lo prova la scienza, quindi incontestabile.

Resta l’intelligenza infinita.

È essa parte integrante della materia? Emanazione della materia?

La soluzione di tal problema è superiore alla mia capacità, e sinchè non si risolva matematicamente, io mi attengo ad un’idea che nobilita il mio povero essere, cioè: all’Intelligenza Infinita, di cui può far parte l’infinitesimale intelligenza mia, siano esse emanazione della materia o no.

Di più, devo confessare, che non capisco come sian la stessa cosa: l’incudine, il ferro che batte il fabbro, e la sua idea di farne una marra. Non capisco come sian la stessa cosa: il pianeta, l’orbita elittica, in cui rota e traslata, la legge che ha circoscritto il suo moto in quell’orbita, e la mente di Kepler che scopriva questa legge....... Accenno!

Il cadavere conserva ancora la materia. Ma ove? L’intelligenza dorme o si è divisa?.....

[64] Mi si perdoni un anacronismo—era un sogno.

[65] Taddei, brillante ufficiale dei Mille, morto poi alla battaglia di Custoza.

[66] Il tenente Coccelli venuto da Montevideo coi 73 nel 48. Uno dei più brillanti ufficiali di quella schiera.


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CONCLUSIONE

I preti diventati uomini laboriosi ed onesti.

Tutte le cariatidi della monarchia—come i primi—consueti al dolce far niente ed a notare nell’abbondanza, oggi piegando la schiena al lavoro.

Non più leggi scritte[67].—Misericordia! grideranno tutti i dottori dell’universo, oggi obbligati anch’essi a menare il gomito per vivere.

Finalmente una trasformazione radicale in tutto ciò che abusivamente chiamavasi civilizzazione—e le cose non andavano peggio! Anzi scorgevasi tale contentezza sul volto di tutti, e tale soddisfazione per il nuovo stato sociale, ch’era un vero miracolo.

Era però un sogno!—Io mi svegliai beneficato certamente dalla visione—amareggiato però subito dopo dalla nauseante realtà della società odierna.

E cercai quindi, addolorato, di ripigliare la strada dell’isolata e deserta mia dimora.

FINE.

NOTE:

[67] Circa la religiosa osservanza delle leggi scritte, si legga una lettera del re d’Italia a Bonaparte;

«Garibaldi è stato arrestato due volte contro le nostre leggi, e lo sarebbe stato una terza senza la crisi ministeriale.

«19 ottobre 1867.»


ELENCO GENERALE DEI SOTTOSCRITTORI[68]

all’opera

I MILLE

del Generale G. GARIBALDI

A

B

C

D

E

F

G