Il giorno seguente, di buonissim'ora, i viaggiatori partirono per Torino. La ricca pianura che si estende dalle Alpi a quella magnifica città, non era allora, come adesso, ombreggiata da grossi alberi. Piantagioni d'ulivi, di gelsi, di fichi, frammiste di viti, formavano un magnifico paesaggio, traverso il quale l'impetuoso Eridano si slancia dalle montagne, e si unisce a Torino colle acque dell'umile Dora. A misura che i viaggiatori avanzavano, le Alpi prendevano ai loro sguardi tutta la maestà del loro aspetto. Le giogaje s'innalzavano le une sopra le altre in una lunga successione. Le cime più alte, coperte di nubi, si perdevano qualche volta nelle loro ondulazioni, e spesso slanciavansi di sopra ad esse. Le falde di que' monti, le cui irregolari cavità presentavano ogni sorta di forme, tingevansi di porpora e di azzurro al movimento della luce e delle ombre, variando ad ogni istante la scena. A levante si spiegavano le pianure di Lombardia; scoprivansi già le torri di Torino, e, in maggior distanza, gli Appennini circoscrivevano un immenso orizzonte.
La magnificenza di quella città, la vista delle sue chiese, dei suoi palagi e delle grandiose piazze, oltrepassavano non solo tutto ciò che Emilia avea veduto in Francia, ma tutto quello ancora che si era immaginato.
Montoni, il quale conosceva già Torino, e non n'era sorpreso, non cedè alle preghiere della consorte, che avrebbe desiderato vedere qualche palazzo; non si fermò che il tempo necessario per riposarsi, e si affrettò di partir per Venezia. Durante il viaggio, egli si mostrò altiero e riservatissimo, specialmente colla moglie; ma questa riserva però era meno quella del rispetto che dell'orgoglio e del malcontento. Si occupava pochissimo di Emilia. I suoi discorsi con Cavignì avevano sempre per soggetto la guerra o la politica, che lo stato convulsivo d'Italia rendeva allora molto interessanti. Emilia osservava che, nel raccontare qualche fatto illustre, gli occhi di Montoni perdevano la loro fosca durezza, e sembravan brillare di gioia. Sebbene ella dubitar potesse talvolta che questo istantaneo cambiamento fosse piuttosto l'effetto della malizia, che la prova del valore, pure questo pareva convenir molto bene al di lui carattere, e alle sue maniere superbe e cavalleresche; e Cavignì, con tutta la sua disinvoltura e buona grazia, non era in grado di stargli a confronto.
Entrando nel Milanese, lasciarono il loro cappello alla francese pel berretto italiano scarlatto, ricamato in oro. Emilia fu sorpresa nel vedere Montoni aggiungervi il pennacchio militare, e Cavignì contentarsi delle piume che vi si portavano di solito. Credè finalmente che Montoni prendesse l'equipaggio soldatesco per traversar con più sicurezza una contrada inondata di truppe, e saccheggiata da tutti i partiti. Si vedeva in quelle feraci pianure la devastazione della guerra. Laddove le terre non restavano incolte, si riconoscevano le tracce della rapina. Le viti erano strappate dagli alberi che dovevano sostenerle; le olive giacevano calpestate; i boschetti di gelsi erano stati tagliati per accenderne il fuoco devastatore de' casali e dei villaggi. Emilia volse gli sguardi, sospirando, a settentrione, sulle Alpi Elvetiche: le loro solitudini severe parevano essere il sicuro asilo degli infelici perseguitati.
I viaggiatori osservarono spesso distaccamenti di truppe che marciavano a qualche distanza, e negli alberghi ove sostavano provarono gli effetti della estrema carestia, e tutti gli altri inconvenienti che sono le conseguenze delle guerre intestine. Pur non ebbero mai alcun motivo di temere per la loro sicurezza. Giunti a Milano, non si fermarono nè per considerare la grandiosità di quella metropoli, nè per visitarne il magnifico tempio, che si stava ancora costruendo.
Passato Milano, il paese portava il carattere di una devastazione più spaventosa. Tutto allora parea tranquillo; ma come il riposo della morte sopra un volto che conserva ancora l'impronta orribile delle ultime convulsioni. Lasciato il Milanese, incontrarono essi nuovamente truppe. La sera era avanzata; videro un esercito sfilare da lontano nella pianura, e le cui lance e gli elmi scintillavano ancora agli ultimi raggi del sole. La colonna inoltrò sopra una parte della strada chiusa fra due poggi. Si distinguevano facilmente i capi che dirigevano la marcia. Parecchi uffiziali galoppavano sui fianchi, trasmettendo gli ordini ricevuti dai superiori; altri, separati dall'avanguardia, volteggiavano nella pianura a destra.
Nell'avvicinarsi, Montoni, dai pennacchi, dalle bandiere e dai colori delle divise dei vari corpi, credè riconoscere la piccola oste comandata dal famoso condottiero Utaldo. Egli era amico di lui e de' capi principali. Fece fermare le carrozze per aspettarli, e lasciar libero il passo. Una musica guerriera si fece in breve sentire; essa andò sempre crescendo, e Montoni, persuaso che fosse proprio la banda del celebre Utaldo, sporse il capo dalla carrozza, e salutò il generale agitando per aria il berretto. Il condottiere rese il saluto colla spada, e vari uffiziali, avvicinatisi alla carrozza, accolsero Montoni come un antico conoscente: il capitano stesso arrivò poco stante; la truppa fece alto, ed il capo s'intertenne con Montoni, cui sembrava contentissimo di rivedere. Emilia comprese, dai loro discorsi, esser quello un esercito vittorioso che tornava nel suo paese; i numerosi carriaggi che l'accompagnavano erano carchi delle ricche spoglie dei nemici, non che di feriti e prigionieri che sarebbero stati riscattati alla pace. I capi doveano separarsi il giorno seguente, dividere il bottino, ed accantonarsi, colle proprie bande, nei rispettivi castelli. Quella sera doveva dunque esser consacrata ai piaceri, in memoria della comune vittoria, e del congedo che prendevano scambievolmente.
Utaldo disse a Montoni che le sue schiere si sarebbero accampate quella notte in un villaggio distante mezzo miglio di là; l'invitò a tornare addietro, e a prender parte al banchetto, assicurandolo che le signore sarebbero benissimo trattate. Montoni se ne scusò allegando che voleva arrivare a Verona la sera medesima, e dopo qualche domanda sullo stato dei dintorni di quella città, si accommiatò e partì, ma non potè giungere a Verona che a notte molto tarda.
Emilia non potè vederne la deliziosa situazione che il giorno dopo. Abbandonarono di buon'ora quella bella città, e giunti a Padova, s'imbarcarono sulla Brenta per Venezia. Qui, la scena era intieramente cambiata. Non eran più i vestigi di guerra sparsi nelle pianure del Milanese, ma al contrario tutto respirava il lusso e l'eleganza. Le sponde verdeggianti della Brenta non offrivano che bellezze, delizie ed opulenza. Emilia considerava con istupore le ville della nobiltà veneta, i loro freschi portici, i bei colonnati ombreggiati da pioppi e cipressi di maestosa altezza; gli aranci, i cui fiori odorosi imbalsamavano l'aria, ed i folti salci che bagnavan le lunghe chiome, nel fiume, formando ombrosi ricetti. Il carnevale di Venezia sembrava trasportato su quelle sponde incantevoli. Le gondole, in perpetuo moto, ne aumentavano la vita. Tutta la bizzarria delle mascherate formava una superba decorazione; e verso sera, molti gruppi andavano a ballare sotto i grossi alberi.
Cavignì istruiva Emilia del nome dei gentiluomini ai quali appartenevano le ville; e per divertirla vi aggiungeva un leggiero schizzo dei loro caratteri, essa compiacevasi talvolta ad ascoltarlo; ma il suo brio non faceva più sulla signora Montoni l'effetto di prima: questa parea quasi sempre seria, e Montoni era constantemente riservato.
È indescrivibile la meraviglia della fanciulla allorchè scoprì Venezia, i suoi isolotti, i suoi palazzi e le sue torri che tutti insieme sorgevano dal mare riflettendo i loro svariati colori sulla superficie chiara e tremolante. Il tramonto dava alle acque ed ai monti lontani del Friuli, che circondano a tramontana l'Adriatico, una tinta giallastra di effetto mirabilissimo. I portici marmorei e le colonne di San Marco erano rivestite di ricche tinte e dell'ombra maestosa della sera. A misura che si avanzavano, la magnificenza della città disegnavasi più particolareggiatamente. I suoi terrazzi, sormontati da edifizi aerei eppur maestosi, illuminati, com'eranlo allora, dagli ultimi raggi del sole, parevano piuttosto fatti uscir dall'onde dalla bacchetta di un mago, che costruiti da mano mortale.
Il sole essendo finalmente sparito, l'ombra invase gradatamente le acque e le montagne, spegnendo gli ultimi fuochi che ne doravan le sommità; e il violaceo malinconico della sera si stese ovunque come un velo. Quanto era profonda e bella la tranquillità che avvolgeva la scena! La natura pareva immersa nel riposo. Le più soavi emozioni dell'anima eran le sole che si destassero. Gli occhi di Emilia si empivano di lacrime: essa provava i trasporti di una devozione sublime, innalzando gli sguardi alla vôlta celeste, mentre una musica deliziosa accompagnava il mormorio delle acque. Ella ascoltava in tacita estasi, e nessuno ardiva rompere il silenzio. I suoni pareano ondeggiar nell'aere. La barca avanzavasi con movimento sì placido, che appena si poteva distinguere; e la brillante città sembrava moverle incontro da sè per ricevere i forestieri. Distinsero allora una voce donnesca che, accompagnata da qualche istrumento, cantava una dolce e languida arietta. La sua espressione patetica, che sembrava ora quella di un amore appassionato, ed ora l'accento lamentevole del dolore senza speranza, annunziava bene come il sentimento che le dettava non fosse finto. « Ah! » disse Emilia sospirando e rammentandosi Valancourt; « quel canto parte sicuramente dal cuore! »
Essa guardavasi intorno con attenta curiosità. Il crepuscolo non lasciava più distinguere che immagini imperfette. Intanto, a qualche distanza, le parve vedere una gondola, ed intese nel tempo istesso un coro armonioso di voci e d'istrumenti. Esso era così dolce, così soave! Era come l'inno degli angeli che scendono nel silenzio della notte. La musica finì, e parve che il coro sacro risalisse al cielo. La calma profonda che susseguì era espressiva quanto l'armonia poc'anzi cessata. Finalmente, un sospiro generale parve risvegliar tutti da una specie d'estasi. Emilia però restò a lungo abbandonata all'amabile tristezza, che si era impadronita de' suoi sensi; ma lo spettacolo ridente e tumultuoso della piazza di San Marco fugò le sue meditazioni. La luna, che sorgea allora sull'orizzonte, spandeva un debole chiarore su' terrazzi, su' portici illuminati, sulle magnifiche arcate, e lasciava vedere le numerose società, i cui passi leggieri, i canti ed i suoni si mescolavano confusamente.
La musica che i viaggiatori avevano già intesa, passò vicino alla barca di Montoni, in una di quelle gondole che si vedevano errare sul mare, piene di gente che andava a godere il fresco della sera. Quasi tutte avevano suonatori. Il mormorio dell'acque, i colpi misurati dei remi sull'onde spumanti, vi aggiungevano un incanto particolare. Emilia osservava, ascoltava, e le pareva di essere nel tempio delle fate. Anche la zia provava qualche piacere. Montoni felicitavasi di essere tornato finalmente a Venezia, ch'esso chiamava la prima città del mondo; e Cavignì era più allegro ed animato del solito.
La barca passò pel Canal grande ov'era situata la casa di Montoni. I palazzi di Sansovino e Palladio spiegavano agli occhi d'Emilia un genere di bellezza e magnificenza tale, onde la sua immaginazione non aveva potuto formarsi un'idea. L'aria era agitata da dolci suoni ripetuti dall'eco del canale, e gruppi di maschere che ballavano al lume della luna, realizzavano le più brillanti funzioni della fantasmagoria.
La barca si fermò davanti al portico di una gran casa, ed i viaggiatori sbarcarono su d'un terrazzo, che per una scala marmorea li condusse in un salotto, la cui magnificenza fece stupire Emilia. Le pareti ed il soffitto erano ornati di affreschi. Lampade d'argento, sospese a catene dello stesso metallo, illuminavano la stanza. Il pavimento era coperto di stuoie indiane dipinte di mille colori. La tappezzeria delle finestre era di seta verde chiaro, ricamata in oro, arricchita di frange verdi ed oro. Il balcone guardava sul Canal grande. Emilia, colpita dal carattere tetro di Montoni, osservava con sorpresa il lusso e l'eleganza di quei mobili. Si rammentava con istupore che glielo avevano descritto per un uomo rovinato. — Ah! » si diceva ella; « se Valancourt vedesse questa casa, non parlerebbe più così! Come sarebbe convinto della falsità delle ciarle. —
La signora Montoni prese le arie d'una principessa; Montoni, impaziente e contrariato, non ebbe neppure la civiltà di salutarla e complimentarla sul di lei ingresso in casa sua. Appena giunto ordinò la gondola ed uscì con Cavignì per prender parte ai piaceri della serata. La Montoni divenne allora seria e pensierosa: Emilia, cui tutto sorprendeva, si sforzò di rallegrarla, ma la riflessione non diminuiva nè i capricci, nè il cattivo umore della zia, le cui risposte furono talmente sgarbate, che Emilia, rinunziando al progetto di distrarla, andò ad una finestra, per godere almeno lei d'uno spettacolo così nuovo ed interessante. Il primo oggetto che la colpì fu un gruppo di persone che ballavano al suono di una chitarra e di altri strumenti. La donna che teneva la chitarra e quella che suonava il tamburello, ballavano esse pure con molta grazia, brio ed agilità. Dopo queste vennero le maschere: chi era travestito da gondoliere, chi da menestrello e cantavano tutti versi accompagnati da pochi strumenti. Si fermarono a qualche distanza dal portico, ed in que' canti Emilia riconobbe le ottave dell'Ariosto. Cantavano le guerre dei mori contro Carlo Magno, e le sventure del paladino Orlando. Cambiò il tuono della musica, ed intese le malinconiche stanze del Petrarca; la magia di quegli accenti dolorosi veniva sostenuta da un'espressione e da una musica veramente italiana. Il chiaro di luna compiva l'incantesimo.
Emilia era entusiasmata; versava lacrime di tenerezza, e la sua immaginazione si portava in Francia vicino a Valancourt; vide con rincrescimento svanire quella scena incantata, e restò per qualche tempo assorta in una pensierosa tranquillità. Altri suoni risvegliarono di lì a poco la sua attenzione: era una maestosa armonia di corni. Osservò che molte gondole si mettevano in fila alle sponde; riconobbe nella lontana prospettiva del canale una specie di processione che solcava la superficie dell'acque; a misura che si avvicinava, i corni ed altri strumenti facevano echeggiar l'aria de' più soavi concenti.... Poco dopo le deità favolose della città parvero sorgere dal seno delle acque. Nettuno, con Venezia sua sposa, si avanzavano sul liquido elemento, circondati dai Tritoni e dalle naiadi. La bizzarra magnificenza di questo spettacolo sembrava avere improvvisamente realizzato tutte le visioni de' poeti; le vaghe immagini, delle quali era ripiena l'anima di Emilia, le restarono impresse anche molto dopo la comparsa di quella mascherata.
Dopo cena, sua zia vegliò lunga pezza, ma Montoni non tornò a casa. Se Emilia aveva ammirata la magnificenza del salotto, non fu però meno sorpresa nell'osservare lo stato nudo e miserabile di tutte le stanze, che dovè traversare per giungere alla sua camera: vide essa una lunga fuga di grandi appartamenti, il cui dissesto indicava bastantemente come non fossero stati abitati da molto tempo. Vi erano su qualche parete brani sbiaditi di antichissimi parati, su alcune altre qualche affresco quasi distrutto dall'umidità. Finalmente essa giunse alla sua camera, spaziosa, elevata, sguarnita come le altre, e con grandi finestroni; questa stanza richiamolle alla fantasia le idee più tetre, ma la vista del mare le dissipò.
Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di lui anima poco suscettibile di frivole voluttà, si pasceva nello sviluppo delle passioni energiche, le difficoltà, le tempeste della vita che rovesciano la felicità degli altri, rianimavano tutta l'elasticità dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava di artificiali, finchè l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione ostinata. Aveva passata la notte con Cavignì a giuocare in una società di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare. Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, più per la debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra costoro però eranvene di più abili, e Montoni li ammetteva alla sua intimità, conservando però sopra di loro quell'alterigia decisa che comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e mortali nemici; ma l'antichità del loro odio era la prova certa del di lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi più di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli. Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima, ed avrebbe disprezzato sè medesimo, se si fosse creduto capace di contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva, contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e schietto. — Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere più che l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace, fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la profondità de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni.
Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni più opposte. Egli era giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva nè fermezza, nè coraggio vero, ed il più vile egoismo era l'unico principio delle sue azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal Verrezzi; chiunque però conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo.
Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora Livona, che Montoni presentò alla moglie come persona di merito distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo, ed era stata invitata a pranzo.
La signora Montoni ricevè di mala grazia i complimenti di quei signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e li odiava perchè accusavali d'aver contribuito a fargli passar la notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, chè, sebbene convinta della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la loro società alla sua. Il grado del conte Morano gli fruttò un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento, le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento (essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicità della nipote. Questa osservava con più attenzione che piacere la società che la circondava: la bellezza però, e le grazie seducenti della signora Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere affezioni che sembravano sopite da lungo tempo.
Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarcò nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor più che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne ricevea un'inenarrabile soavità. Il conte Morano, seduto accanto ad Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente un liuto, e suonandolo con molta agilità, cantò un'aria piena di malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cantò con molto gusto e semplicità una romanza, poi una canzonetta popolare del suo paese; ma questo canto le richiamò al pensiero rimembranze dolorose: la voce tremante le spirò sul labbro, e le corde del liuto non risuonarono più sotto la sua mano. Vergognandosi infine della commozione che l'aveva tradita, passò tosto ad una canzone sì allegra e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti, quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non quando Emilia passò il liuto alla signora Livona, la quale se ne servì con tutto il gusto italiano.
Il conte, Emilia, Cavignì e la signora Livona cantarono quindi canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento. Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto, andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale echeggiava per l'aria.
Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggiò con piacere, ma il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacità.
Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio; una gondola vuota che tornava a Venezia passò accanto alla sua. Senza tormentarsi più a lungo per una scusa, profittò dell'occasione, e affidando le signore agli amici partì con Orsino. Emilia, per la prima volta, lo vide andar via con rincrescimento, poichè considerava la di lui presenza come una protezione, senza saper bene ciò che avesse a temere. Egli sbarcò alla piazza San Marco, e correndo al casino, si perdè nella folla de' giuocatori.
Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola. Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de' gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo le barche si avvicinarono, il conte spiegò tutto, e passarono nella di lui gondola parata col gusto più squisito.
Mentre la società gustava rinfreschi di frutti e gelati, i suonatori nell'altra barca eseguivano deliziose melodie: il conte, seduto accanto ad Emilia, occupavasi di lei sola, e le prodigava con voce soave ed appassionata complimenti, il cui senso non poteva esser dubbioso; per evitarli, essa parlava colla signora Livona, e prendeva con lui un tuono riservato ed imponente, ma troppo dolce per contenere le di lui sollecitudini. Egli non poteva vedere, nè ascoltare altri che Emilia, e non poteva parlare che a lei. Cavignì l'osservava con mal umore, e la fanciulla con imbarazzo.
Sbarcarono tutti alla piazza San Marco; la serenità della notte determinò la Montoni ad accettare le proposte del conte, di passare cioè alcun tempo prima di andare a cena, al di lui casino col resto della società. Se qualche cosa avesse potuto dissipare gli affanni di Emilia, sarebbe stata per certo la novità di tutto ciò che la circondava, gli ornamenti dei ricchi palazzi ed il tumulto delle maschere.
Finalmente recaronsi al casino, ornato col miglior gusto: eravi preparata una splendida cena; ma quivi il contegno riserbato di Emilia fece comprendere al conte quanto gli fosse necessario il favore della Montoni; la condiscendenza da essa già dimostratagli gl'impediva di giudicare l'impresa molto difficile; rivolse allora parte delle sue attenzioni sulla zia, la quale fu talmente lusingata di tale distinzione, che non potè dissimulare la gioia, e prima della fine della cena il conte possedeva tutta la sua stima. Quand'egli si dirigea a lei, il suo volto accigliato si rasserenava, e sorridea a tutte le sue parole, gradiva tutte le di lui proposte: Morano la invitò colla società a prendere il caffè nel suo palco al teatro per la sera dopo; Emilia, avendo inteso ch'ella accettava, non si occupò più che di trovare una scusa per dispensarsene.
Era già tardi quando s'imbarcarono; la sorpresa d'Emilia fu estrema, allorchè, uscendo dal casino, vide il sole sorgere dall'Adriatico, e la piazza San Marco tuttavia piena di gente. Il sonno da gran pezza le aggravava le palpebre; la frescura del vento marino la ravvivò, ed essa sarebbe partita di colà con rincrescimento, se non fosse stata la presenza del conte, il quale volle assolutamente accompagnar le signore fino a casa. Montoni non era tornato ancora: la di lui moglie entrò nelle proprie stanze, e liberò Emilia dalla noia della sua compagnia.
Montoni tornò tardi ed era furente: aveva fatto una grossa perdita; prima di coricarsi, volle parlare a quattr'occhi con Cavignì, e l'aria di quest'ultimo fece conoscere abbastanza il dì seguente che il soggetto della conferenza eragli riuscito poco gradevole.
La Montoni, che per tutto il dì era stata taciturna e pensierosa, ricevè verso sera alcune Veneziane, la cui affabilità piacque assai ad Emilia. Queste signore avevano un'aria di scioltezza e cordialità inesprimibile co' forestieri; parevan conoscerli da molto tempo; la loro conversazione era a vicenda tenera, sentimentale e briosa. La Montoni istessa, che non aveva veruna attrattiva per quel genere di trattenimento, e la cui asciuttezza e l'egoismo contrastavano sovente all'eccesso colla loro squisita cortesia, ella stessa non potè essere insensibile alle loro grazie.
Cavignì andò a trovar le signore alla sera: Montoni aveva altri impegni. S'imbarcarono esse nella gondola per andare alla piazza San Marco, ove il concorso era numeroso. Dopo una breve passeggiata, si misero a sedere alla porta di un casino; e mentre Cavignì faceva portare il caffè e gelati, arrivò il conte Morano. S'avvicinò ad Emilia con aria d'impazienza e di piacere, che, unita alle di lui attenzioni della sera precedente, l'obbligarono a riceverlo con timida riservatezza.
Era quasi mezzanotte allorchè andarono al teatro. Emilia nell'entrarvi, si rammentò tutto ciò che aveva veduto, e ne fu meno abbagliata. Tutto lo splendore dell'arte le pareva inferiore alla semplicità della natura. Il suo cuore non era commosso dall'ammirazione come alla vista dell'immenso Oceano e della grandezza de' cieli, al fragor dell'onde tumultuanti, alle melodie d'una musica campestre. Tai memorie doveano renderle insipida la scena affettata che le s'offriva allo sguardo.
Scorsero così varie settimane, nelle quali Emilia si compiacque a considerare un teatro i costumi tanto opposti ai francesi; ma il conte Morano vi si trovava troppo frequentemente per la di lei tranquillità. Le sue grazie, la sua figura, le sue belle doti, che facevano l'ammirazione generale, avrebbero forse interessato anche Emilia, se il suo cuore non fosse stato prevenuto per Valancourt. Fors'anco avrebbe fatto meglio a mettere meno pertinacia nelle sue premure. Qualche tratto del suo carattere che rivelò, indisposero Emilia, e la prevennero contro le di lui migliori qualità.
Poco dopo il suo arrivo a Venezia, Montoni ricevè una lettera da Quesnel, che gli annunziava la morte dello zio della propria moglie nella sua villa sulla Brenta, ed il suo progetto di venir tosto a prender possesso di cotesta casa e degli altri beni toccatigli. Questo zio era fratello della madre della signora Quesnel. Montoni eragli parente da parte di padre, e sebbene non avesse nulla a pretendere da cotesta ricca eredità, non potè nascondere tutta l'invidia che tale notizia suscitavagli in cuore.
Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia, Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non s'immaginava com'egli potesse così presto mostrarle il suo aperto disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron, si trovò singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle astuzie da essa messe in opra finchè l'avea creduto necessario, si trovò incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato l'orgoglio e la libertà, senza preservarsi dalla rovina disastrosa sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del resto, e benchè la somma ricavatane fosse inferiore alla sua aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo.
Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze a svelare il mistero.
La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza, e molto meno dal risentirla con dignità. Il di lei orgoglio esacerbato si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere colla sua duplicità provocato in certo qual modo siffatto disprezzo. Persistè a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione, non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La sua vanità soffriva già crudelmente per lo sprezzo aperto del consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della verità alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente.
Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poichè le prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduità di Morano. D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto più agio d'occuparsi di Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii.
Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle premure. Dichiarò la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio, il quale accettò a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da Montoni, ed in ispecie da una cieca vanità, il conte non disperò di riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia.
Montoni non parlava più d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si notò qualche freddezza tra lui e Cavignì, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo. Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui, convien dire che fosse interessantissimo, perchè Montoni trascurava fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa. Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era più inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ciò ch'egli si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era talfiata più pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile. Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui mutamenti, ma si guardò bene dal far conoscere l'esito delle sue osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito se non la conseguenza d'una ordinaria severità.
Una seconda lettera di Quesnel annunziò l'arrivo di lui e della moglie a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni, sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi.
Emilia ricevè, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto più interessante, e che per qualche tempo calmò l'amarezza del suo cuore. Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della valle. Dopo le più tenere espressioni e lunghi dettagli, egli aggiungeva:
« Voi dovete osservare che la mia lettera è datata da parecchi giorni diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza. Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi pareva vedervi godere ad una tal descrizione.
« Debbo farvi nota una circostanza che distrugge in un punto solo tutte le mie illusioni. Son costretto di andare a raggiungere il mio reggimento, e non posso più vagar sotto quelle ombre amene, ove mi figurava di vedervi al mio fianco. La valle è affittata. Ho luogo di credere che ciò avvenne a vostra insaputa, da quanto mi ha detto Teresa stamattina, e perciò appunto ve ne parlo. Essa piangeva raccontandomi che lasciava il servizio della sua cara padrona, ed il castello nel quale passò tanti anni felici. E quel che è peggio, aggiungeva, senza una lettera della signora Emilia che me ne raddolcisca il dolore. Questa è l'opera del signor Quesnel; e ardisco dire ch'essa ignora tutto quel che si fa in questo luogo.
« Teresa mi ha detto aver ricevuto una lettera da lui, annunziandole che il castello era affittato, che non c'era più bisogno del suo servizio, e che avesse a sloggiare entro una settimana. Qualche giorno prima di ricevere questa lettera, ella era stata sorpresa dall'arrivo del signor Quesnel e di un forestiero, i quali avevano esaminato partitamente il castello. »
Verso la fine della lettera datata una settimana dopo quest'ultima frase, Valancourt soggiungea:
« Prima di partire pel reggimento, sono andato stamattina alla valle. Ho saputo che il locatario vi è già alloggiato, e che Teresa n'è partita. Ho procurato di aver notizie sul carattere di cotesto signore, ma indarno. La peschiera era sempre aperta. Vi andai, e vi passai un'ora, pascendomi dell'immagine della mia cara Emilia. O Emilia mia! sicuramente noi non siamo separati per sempre, sì, lo spero, e vivremo l'uno per l'altro. »
Questa lettera le fece versar molte lacrime, ma lacrime di tenerezza e soddisfazione, sentendo che Valancourt stava bene di salute, e che il suo affetto per lei non era indebolito nè dal tempo, nè dalla lontananza. Quanto alla notizia che le dava intorno al suo castello, era stupita ed offesa che Quesnel l'avesse affittato senza degnarsi neppure di consultarla. Questo procedere provava evidentemente a qual punto egli credesse assoluta la sua autorità ed illimitati i suoi poteri nell'amministrazione del di lei patrimonio. È vero che prima della sua partenza le aveva proposto di affittare que' fondi, e per riguardo ad economia essa non aveva fatta obbiezione alcuna; ma affidare al capriccio d'uno straniero i beni e la casa paterna, privarla di un asilo sicuro nel caso che qualche disgraziata circostanza potesse renderglielo necessario; ecco ciò che l'aveva decisa ad opporvisi forte. Sant'Aubert, negli ultimi momenti della sua vita, aveva ricevuto da lei la promessa solenne di non disporre mai del castello, e, soffrendone la locazione, questa promessa era violata. Era troppo evidente che Quesnel non aveva fatto caso delle di lei obbiezioni, e considerava come indifferente tutto ciò che si opponeva ai soli vantaggi pecuniari. Pareva eziandio ch'egli non si fosse degnato d'informare Montoni di tale operazione, giacchè quest'ultimo non avrebbe avuto alcun motivo per nascondergliela, se gli fosse stata nota. Tale condotta spiacque forte ad Emilia e la sorprese; ma ciò che l'afflisse maggiormente fu il licenziamento della vecchia e fedel serva del padre suo. « Povera Teresa, » diceva Emilia, « tu non puoi avere accumulato nulla del tuo salario; tu eri caritatevole cogli infelici, e credevi morire in quella casa ove hai passato il fiore degli anni! Povera Teresa! Ora ti hanno scacciata nella tua vecchiaia, e sarai costretta d'andare mendicando un tozzo di pane! »
E piangeva amaramente mentre faceva queste riflessioni, pensando a quel che avrebbe potuto fare per Teresa, e al modo di spiegarsi in proposito con Quesnel. Temeva assai che la di lui anima insensibile non fosse capace di pietà. Volle informarsi se nelle sue lettere a Montoni colui facesse menzione de' suoi affari; lo zio la fece pregare, di lì a poco, di passare nel suo gabinetto, e immaginandosi che egli volesse comunicarle qualche passo di lettera di Quesnel relativo all'affare della valle, vi andò tosto e lo trovò solo.
« Io scrivo al signor Quesnel, » le disse egli, allorchè la vide entrare, « in risposta ad una lettera che ho ricevuto ultimamente. Desiderava parlarvi sopra un articolo di questa lettera.
— Anch'io desiderava intertenermi con voi di tal soggetto, » rispose Emilia.
— È una cosa interessantissima per voi, » soggiunse Montoni; « voi la vedrete al certo sotto il medesimo aspetto di me, poichè non si può vederla diversamente; converrete adunque che qualunque obbiezione fondata sul sentimento, come si dice, deve cedere a considerazioni d'un vantaggio più positivo.
— Accordandovi questo, » disse Emilia modestamente, « mi pare che nel calcolo dovrebbero entrare anche le considerazioni d'umanità; ma temo non sia troppo tardi per deliberare a tal proposito, e mi spiace che non sia più in mio potere di rigettarlo.
— È troppo tardi, » disse Montoni; « ma piacemi vedere che vi sottomettete alla ragione e alla necessità, senza abbandonarvi a querele inutili. Applaudisco assaissimo a tale condotta, la quale annunzia una forza d'animo di cui il vostro sesso è difficilmente capace. Quando avrete qualche anno di più, riconoscerete il servizio che vi fanno gli amici vostri, allontanandovi dalle romanzesche illusioni del sentimento. Non ho ancora chiusa la lettera, e potete aggiungervi qualche linea per informar lo zio del vostro consenso: lo vedrete fra breve, essendo mia intenzione di condurvi fra pochi giorni a Miarenti con mia moglie; così potrete discorrere di quest'affare. »
Emilia scrisse le linee seguenti:
« È inutile adesso, o signore, il farvi osservazioni sull'affare del quale il signor Montoni mi dice avervi scritto. Avrei potuto desiderare che lo si concludesse meno precipitosamente; ciò mi avrebbe dato tempo per vincere quant'egli chiama pregiudizi, e il cui peso mi opprime il cuore. Giacchè la cosa è fatta, io mi vi sottopongo, ma nonostante la mia sommissione, ho molte cose da dire su altri punti relativi al medesimo soggetto, e li riserbo pel momento in cui avrò l'onore di vedervi. Intanto vi prego, signore, di voler prender cura della povera Teresa, in considerazione della vostra affezionatissima nipote.
« Emilia Saint-Aubert. »
Montoni sorrise ironicamente a ciò che aveva scritto Emilia, ma non le fece veruna obbiezione. Ella si ritirò nel suo appartamento, e cominciò una lettera per Valancourt; vi riferiva le particolarità del suo viaggio, e l'arrivo a Venezia. Vi descrisse le scene più interessanti del suo passaggio nelle Alpi, le sue emozioni alla prima vista dell'Italia, i costumi ed il carattere del popolo che la circondava, e qualche dettaglio sulla condotta di Montoni. Si guardò bene dal nominare il conte Morano, e meno ancora della di lui dichiarazione, sapendo quanto il vero amore sia facile ad allarmarsi.
Il dì dopo, il conte pranzò in casa Montoni; era straordinariamente allegro. Emilia osservò nelle sue maniere con lei un'aria di fiducia e di gioia che non aveva mai avuta; si provò a reprimerlo raddoppiando la consueta freddezza, ma non le riuscì. Egli parve cercar l'occasione di parlarle senza testimoni, ma Emilia non volle mai aderire ad ascoltar cose che non si potessero dire a voce alta. Verso sera, il signor Montoni e tutta la società andarono a divertirsi sul mare; il conte, conducendo Emilia allo zendaletto[1], portò la sua mano alle proprie labbra, e la ringraziò della condiscendenza che si era degnata mostrare. La fanciulla, sorpresa e malcontenta, affrettossi a ritirar la mano, e credette che scherzasse; ma quando in fondo alle scale conobbe, dalla livrea, che era lo zendaletto del conte, e che il resto della società, essendo già entrata in altre gondole, stava per partire, risolse di non soffrire un abboccamento particolare; gli diede la buona sera, e tornò verso il portico. Il conte la seguì, pregando e supplicando, allorchè giunse Montoni, il quale la prese per mano, e la condusse al zendaletto; Emilia lo pregava sottovoce di considerare la sconvenienza di quel passo.
« Questo capriccio è intollerabile, » diss'egli; « io non vedo qui nessuna sconvenienza. »
Da quel punto, l'avversione di Emilia pel conte divenne una specie d'orrore; l'audacia inconcepibile colla quale continuava a perseguitarla ad onta del suo rifiuto, l'indifferenza ch'egli mostrava per la sua opinione particolare, finchè Montoni favorisse le sue pretese, tutto si riuniva per aumentare l'eccessiva ripugnanza ch'essa non aveva mai cessato di sentire per lui. Si tranquillò però alquanto sentendo che Montoni sarebbe venuto con loro. Egli si mise da una parte e Morano dall'altra. Tutti tacevano mentre i gondolieri preparavano i remi; ma Emilia, fremendo del colloquio che sarebbe susseguito a quel silenzio, ebbe alfine bastante coraggio per romperlo con qualche parola indifferente, all'uopo di prevenire le sollecitazioni dell'uno ed i rimproveri dell'altro.
« Io era impaziente, » le disse il conte, « di esprimere la mia riconoscenza alla vostra bontà: ma devo pure ringraziare il signor Montoni, che mi procurò un'occasione tanto desiderata. »
Emilia guardò il conte con un misto di sorpresa e malcontento.
« Come! » soggiuns'egli; « vorreste voi diminuire la soddisfazione di questo momento delizioso? Perchè rimpiombarmi nella perplessità del dubbio, e smentire, coi vostri sguardi, il favore delle vostre ultime dichiarazioni? Voi non potete dubitare della mia sincerità e di tutto l'ardore della mia passione. È inutile, vezzosa Emilia, senza dubbio, è inutile affatto che cerchiate di nascondere più a lungo i vostri sentimenti.
— Se li avessi mai nascosti, signore, » rispose Emilia, « sarebbe inutile senza dubbio il dissimularli viemaggiormente. Aveva sperato che mi avreste risparmiata la necessità di dichiararli ancora; ma poichè mi ci obbligate, vi protesto, e per l'ultima volta, che la vostra perseveranza vi priva perfin della stima ond'io era disposta a credervi degno.
— Perdio! » sclamò Montoni; « questo oltrepassa la mia aspettativa; aveva conosciuto capricci nelle donne, ma... Osservate, madamigella Emilia, che se il conte è vostro amante, io nol sono, e non servirò di trastullo alle vostre capricciose incertezze. Vi si propone un matrimonio che onorerebbe ogni famiglia: ricordatevi che la vostra non è nobile; voi resisteste lunga pezza alle mie ragioni; il mio onore adesso è impegnato, e non intendo fare una trista figura. Voi persisterete, se v'aggrada, nella dichiarazione che m'incaricaste di fare al conte.
— Bisogna per certo che siate caduto in errore, signore, » disse Emilia; « le mie risposte su questo soggetto furono costantemente le medesime; è degno di voi l'accusarmi di capriccio. Se acconsentiste ad incaricarvi delle mie risposte, è un onore ch'io non sollecitai. Ho dichiarato io stessa al conte Morano, ed a voi, o signore, che non accetterò mai l'onore ch'egli vuol farmi, e lo ripeto. »
Il conte guardava Montoni con meraviglia; il contegno di quest'ultimo mostrava eziandio sorpresa, ma una sorpresa mista a sdegno.
« Qui c'è audacia e capriccio insieme. Negherete voi le vostre proprie espressioni, signorina?
— Una tal domanda non merita risposta, » disse Emilia arrossendo; « voi ve la rammenterete, e vi pentirete d'averla fatta.
— Rispondete categoricamente, » replicò Montoni con veemenza. « Dunque ardite disdire le vostre parole? Vorreste negare che poco fa avete riconosciuto esser troppo tardi per isciogliervi dai vostri impegni, e che voi accettaste la mano del conte? lo negherete voi?
— Negherò tutto, perchè nessuna delle mie parole ha mai espresso nulla di simile.
— Negherete voi quello che scriveste al signor Quesnel vostro zio? Se ardite farlo, il vostro carattere attesterà contro di voi. Che potete dire adesso? » continuò Montoni, prevalendosi del silenzio e della confusione d'Emilia.
— Mi accorgo, signore, che siete in un grand'abbaglio, e ch'io stessa fui ingannata.
— Non più finzioni, ve ne prego. Siate franca e sincera, se è possibile.
— Io sono stata sempre tale, signore, e non men fo al certo nessun merito. Non ho alcun motivo di fingere.
— Cosa vuol dir tutto questo? » esclamò Morano alquanto commosso.
— Sospendete il vostro giudizio, conte, » replicò Montoni; « le idee d'una donna sono impenetrabili. Ora, si venga alla spiegazione....
— Scusatemi, signore, se io sospendo questa spiegazione fino al momento in cui voi sembrerete più disposto alla fiducia; tutto quel ch'io potrei dire adesso non servirebbe che ad espormi ad insulti.
— Spiegatevi ve ne prego, » disse Morano.
— Parlate, » soggiunse Montoni, « vi accordo tutta la fiducia; sentiamo.
— Permettete che vi porti ad uno schiarimento, facendovi una domanda.
— Mille se v'aggrada, » disse Montoni sdegnosamente.
— Qual era il tema della vostra lettera al signor Quesnel?
— Eh! qual poteva mai essere? L'offerta onorifica del conte Morano.
— Allora, signore, noi ci siamo ingannati stranamente entrambi.
— Noi ci siamo spiegati male, suppongo, nel colloquio precedente alla lettera. Devo rendervi giustizia; siete molto ingegnosa nel far nascere un malinteso. »
Emilia procurava di trattenere le lagrime e risponderete con fermezza. « Permettetemi, signore, di spiegarmi intieramente, o di tacer del tutto.
— Montoni, » gridò il conte, « lasciatemi patrocinare la mia propria causa; è chiaro che voi non potete farci nulla.
— Qualunque discorso a tal proposito, » disse Emilia, « è inutile; se volete farmi grazia, non prolungatelo.
— È impossibile, signora, ch'io soffochi una passione che forma l'incanto ed il tormento della mia vita. V'amerò sempre, e vi perseguiterò con ardore instancabile; quando sarete convinta della forza e costanza della mia passione, il vostro cuore cederà alla pietà, e forse al ravvedimento. »
Un raggio di luna, cadendo sul volto di Morano, scoperse il turbamento e l'agitazione dell'anima sua. D'improvviso esclamò: « È troppo, signor Montoni, voi m'ingannaste, e vi domando soddisfazione.
— A me, signore? l'avrete, » balbettò questi.
— Mi avete ingannato, » continuò Morano, « e volete punire l'innocenza del cattivo successo dei vostri progetti. »
Montoni sorrise sdegnosamente. Emilia, spaventata dalle conseguenze che poteva avere quel diverbio, non potè tacere più a lungo. Spiegò il motivo dello sbaglio, e dichiarò che non aveva inteso consultar Montoni se non per l'affitto della valle, concludendo, e supplicandolo di scrivere sul momento a Quesnel onde riparare a siffatto errore.
Il conte poteva appena contenersi; nullameno, mentr'essa parlava, entrambi stavano attenti ai suoi discorsi. Calmato alquanto il di lei spavento, Montoni pregò il conte d'ordinare ai gondolieri di tornare addietro, promettendogli un abboccamento particolare; Morano aderì senza difficoltà.
Emilia, consolata dalla prospettiva di qualche riposo, adoprò le sue premure conciliatrici a prevenire una rottura fra due persone che aveanla perseguitata, ed insultata ben anco senza riguardo.
Lo zendaletto si fermò alla casa di Montoni; il conte condusse Emilia in una sala, ove lo zio la prese pel braccio e le disse qualcosa sottovoce. Morano le baciò la mano nonostante tutti i di lei sforzi per ritirarla, le augurò la buona notte colla più tenera espressione, e ritornò allo zendaletto, accompagnato dall'altro.
Emilia, nella sua camera, considerò con estrema inquietudine la condotta ingiusta e tirannica di Montoni, la pertinacia impudente di Morano e la propria tristissima situazione, lontana dagli amici e dalla patria. Invano pensava a Valancourt, come a di lei protettore: egli era trattenuto lontano dal suo servizio, ma si consolava almeno nel sapere ch'esisteva al mondo una persona la quale divideva le sue pene, ed i cui voti non tendevano che a liberarnela.
Risolse nondimanco di non cagionargli un dolore inutile ragguagliandolo come le spiacesse d'aver respinto il suo giudizio sopra Montoni, benchè però non si pentisse d'aver ascoltata la voce del disinteresse e della delicatezza, rifiutando la proposta d'un matrimonio clandestino. Ella nutriva qualche speranza nel suo prossimo colloquio collo zio; era decisa a dipingergli la sua trista situazione, e pregarlo di permettergli d'accompagnarlo al di lui ritorno in Francia; quando d'improvviso ricordossi che la valle, suo prediletto soggiorno, unico suo asilo, non sarebbe più a di lei disposizione per lunga pezza. Pianse allora, temendo di trovar poca pietà in un uomo come Quesnel, il quale disponeva delle sue proprietà senza nemmen degnarsi di consultarla, e licenziava una serva vecchia e fedele, mettendola così in istrada. Ma benchè certa di non aver più casa in patria, e pochi amici, volea tornarvi, per sottrarsi al dominio di Montoni, la cui tirannide verso di lei e la durezza verso gli altri pareanle insopportabili. E neppur desiderava abitare collo zio, il procedere del quale a di lei riguardo bastava a convincerla del pari non avrebbe altro fatto se non cambiar d'oppressore.
La condotta di Montoni le pareva singolarmente sospetta, a proposito della lettera a Quesnel. Poteva, da principio, essere stato ingannato; ma essa temeva non persistesse egli volontariamente nel suo errore per intimorirla, piegarla ai suoi desiderii, e costringerla a sposare il conte. In qualunque caso però, era premurosissima di parlarne a Quesnel, e considerava la sua visita imminente con un misto d'impazienza, di speranza e timore.
Il giorno seguente, la Montoni, trovandosi sola con Emilia, le parlò del conte Morano. Parve sorpresa che la sera innanzi non avesse raggiunto le altre gondole, e ripreso così presto la volta di Venezia. Emilia raccontò tutto l'accaduto, esprimendo il suo cordoglio per il malinteso sorto fra lei e Montoni, e supplicò la zia d'interporre i suoi buoni uffici, perchè questi desse al conte un rifiuto decisivo e formale; ma si accorse in breve ch'ella sapeva già tutto.
« Non dovete aspettarvi nessuna condiscendenza da me, » le disse: « ho già dato il mio voto, ed il signor Montoni ha ragione di estorcere il vostro consenso con tutti i mezzi che sono in suo potere. Quando la gioventù s'accieca su' suoi veri interessi, e se ne allontana ostinatamente, la maggior fortuna che possa avere è quella di trovare amici che si oppongano alle loro follie. Ditemi, in grazia, se, per la vostra nascita, potevate aspirare ad un partito così vantaggioso, come quello che vi è offerto?
— No, signora, » rispose Emilia; « io non ho l'orgoglio di pretendere...
— Non si può negare che non ne abbiate una buona dose. Il mio povero fratello, vostro padre, era anch'egli molto orgoglioso; ma, in verità, bisogna confessarlo, la fortuna non lo favoriva troppo. »
Sdegnata per questa maligna allusione al padre, ed incapace di rispondere con sufficiente moderazione, Emilia esitò un momento confusa; la zia ne trionfava; finalmente le disse: « L'orgoglio di mio padre, signora, aveva un oggetto nobilissimo; la sola felicità ch'ei conoscesse, veniva dalla bontà, educazione e carità sua verso il prossimo. Egli non la fece mai consistere nel superar gli altri in ricchezza, nè era umiliato della sua inferiorità a tal riguardo. Non respigneva i miseri e gli sventurati. Disprezzava talvolta quelle persone le quali, in seno alla prosperità, si rendevano invise a forza di vanità, d'ignoranza e di crudeltà. Io farò dunque consistere la mia gloria nell'imitarlo.
— Non ho la pretensione, nipote mia, di comprendere quest'accozzaglia di bei sentimenti; ne lascio tutta la gloria a voi; ma vorrei insegnarvi un poco di buon senso, e non vedervi la maravigliosa saviezza di sprezzare la vostra felicità. Non mi vanto d'una educazione tanto raffinata come quella che vostro padre si piacque di darvi, ma mi contento d'un po' di senso comune. Sarebbe stata una vera fortuna, per vostro padre e per voi, se vi avesse insegnato ad adoprarlo. »
Emilia, offesa sensibilmente da simili riflessioni sulla memoria del padre, disprezzando questo discorso, la lasciò d'improvviso e ritirossi nella sua camera.
Ne' pochi giorni che scorsero da questo colloquio alla partenza per Miarenti, Montoni non rivolse mai una parola alla nipote; i di lui sguardi esprimevano il suo risentimento; ma Emilia era molto sorpresa com'egli potesse astenersi dal rinnovare il soggetto. Lo fu viemaggiormente vedendo che, negli ultimi tre giorni, il conte non comparve, e che Montoni non ne pronunziò neppure il nome. Parecchie congetture le si affacciarono alla mente; temeva talora che la lite si fosse rinnovata, e fosse riuscita fatale al conte; qualche volta inclinava a credere che la stanchezza e il disgusto fossero state la conseguenza del di lei rifiuto, e ch'egli avesse abbandonato i suoi progetti; da ultimo, s'immaginava che il conte ricorresse allo strattagemma di sospendere le sue visite, ottenendo da Montoni che non lo nominasse, nella speranza che la gratitudine e la generosità opererebbero molto su lei, e determinerebbero un consenso ch'egli non attendeva più dall'amore. Passava il tempo in queste vane congetture, cedendo volt'a volta alla speranza ed all'amore: partirono infine per Miarenti, e quel giorno, come gli altri, il conte non comparve, nè si parlò menomamente di lui.
Montoni avendo deciso di non partir da Venezia prima di sera, per evitare il caldo e godere il fresco della notte, s'imbarcarono per giungere alla Brenta un'ora prima del tramonto. Emilia, seduta sola a poppa, contemplava in silenzio gli oggetti che fuggivano a misura che la barca inoltrava: vedeva i palazzi sparire a poco a poco confusi coll'onde; ben presto le stelle succedettero agli ultimi raggi del sole, ed una notte fresca e tranquilla l'invitò a dolci meditazioni, turbate sol dal romore momentaneo dei remi, e dal lieve mormorio delle acque.
Giunti alle bocche della Brenta, si attaccarono alla barca i cavalli, e la fecero avanzare speditamente fra due sponde ornate a vicenda d'alberi altissimi, di ricchi palagi, di giardini deliziosi, e di boschetti odorosi di mirti e d'aranci. Allora affacciaronsi alla fanciulla tenere memorie; pensò alle belle sere passate nella sua valle, ed a quelle trascorse con Valancourt presso Tolosa ne' giardini della zia. Perduta in tristi riflessioni, e spesso colle lagrime agli occhi, ne fu scossa d'improvviso dalla voce di Montoni, che l'invitava a prender qualche rinfresco. Recatasi nella cabina, vi trovò la zia sola. La fisonomia di questa era accesa di collera, prodotta, a quanto parea, da un colloquio avuto col marito. Questi la guardava con aria di corruccio e disprezzo, e per qualche tempo restarono ambedue in perfetto silenzio. Montoni parlò ad Emilia di Quesnel.
« Mi lusingo, non vorrete persistere nel sostenere che ignoravate il soggetto della mia lettera.
— Dopo il vostro silenzio mi era figurata, o signore, che non fosse più necessario d'insistere, e che avreste riconosciuto il vostro errore.
— Avevate sperato l'impossibile, » sclamò Montoni; « mi sarei dovuto aspettare dal vostro sesso una sincerità ed una condotta più riflessiva, colla stessa facilità con cui voi poteste immaginarvi di convincermi d'errore. »
Emilia arrossì, e non parlò più. Conobbe allora troppo chiaramente che aveva di fatti sperato l'impossibile, e che laddove eravi stato errore volontario, non si poteva sperare di convincere; era evidente che la condotta di Montoni non era stata l'effetto di un malinteso, ma quello d'un piano concertato.
Impaziente di sottrarsi ad un colloquio tanto dispiacevole ed umiliante per lei, Emilia tornò fuori a sedere a poppa. Là almeno le veniva accordato dalla natura quella quiete che le ricusava Montoni.
Quando, svegliata dalla voce d'una guida o da qualche movimento nella barca, essa ricadea nelle sue riflessioni, pensava all'accoglienza che le farebbero i coniugi Quesnel, e che cosa direbbe a proposito della valle. Poi cercava distogliere lo spirito da un soggetto tanto fastidioso, divertendosi a contemplare i tratti del bel paese illuminato dalla luna. Mentre la sua imaginazione distraevasi così, scoprì un edifizio che s'innalzava al disopra degli alberi. Man mano che la barca inoltrava, udiva rumor di voci; in breve distinse l'alto portico d'una bella casa ombreggiata da pini e pioppi, e la riconobbe per la casa medesima statale già mostrata come proprietà del parente della signora Quesnel.
La barca si fermò vicino ad una scala marmorea che conduceva sotto il portico, il quale era illuminato. Montoni sbarcò colla sua famiglia, e trovarono i coniugi Quesnel in mezzo agli amici, assisi su sofà, che godevano il fresco della notte mangiando frutti e gelati, mentre alcuni suonatori, in qualche distanza, facevano una bella serenata. Emilia era già avvezza ai costumi dei paesi caldi, e non fu sorpresa di trovar quei signori di fuori dal loro portico a due ore dopo mezzanotte.
Fatti i soliti complimenti, la compagnia prese posto sotto il portico, e da una sala vicina le furono serviti rinfreschi squisitissimi. Cessato il piccolo tumulto dell'arrivo, e quando Emilia si fu rimessa dal turbamento provato in barca fu sorpresa dalla bellezza singolare di quel luogo, e dai comodi che offriva per guarentirsi dalle molestie della stagione. Era una rotonda a cupola scoperta di marmo bianco, sostenuta da colonnati della medesima materia. Le due ali guardavano su lunghi cortili, lasciando vedere immense gradinate sulle sponde del fiume. Una fontana in mezzo, co' suoi zampilli, formava, cadendo un piacevole mormorio, e l'odore soave dei fiori profumava quel luogo delizioso.
Quesnel parlò dei propri affari col suo tuono ordinario d'importanza. Vantò i nuovi acquisti, e compianse con affettazione Montoni delle recenti perdite da lui fatte. Quest'ultimo, il cui orgoglio almeno era capace di sprezzare una tale ostentazione, scuopriva facilmente, sotto una finta compassione, la vera malignità di Quesnel. Lo ascoltò con silenzio sdegnoso, quand'ebbe nominato sua nipote, si alzarono entrambi ed andarono a passeggiare in giardino.
Emilia intanto si avvicinò alla signora Quesnel, la quale parlava della Francia. Il solo nome della di lei patria erale caro: provava gran piacere nel considerare una persona che ne veniva. Quel paese d'altronde era abitato da Valancourt, e dessa ascoltava attentamente nella lieve lusinga di sentirlo nominare. La Quesnel che, durante il suo soggiorno in Francia, parlava con estasi dell'Italia, non parlava in Italia che delle delizie della Francia, sforzandosi di eccitare la curiosità altrui raccontando tutte le belle cose che aveva avuto la fortuna di vedervi.
Emilia attese invano il nome di Valancourt. La signora Montoni parlò a sua volta delle bellezze di Venezia, e del piacere che sperava gustare visitando il castello di Montoni negli Appennini. Quest'ultimo articolo non era trattato che per vanità. Emilia sapeva bene che la di lei zia apprezzava poco le grandezze solitarie, e quelle in ispecie che potea presentare il castello di Udolfo. La conversazione continuò malignandosi vicendevolmente, per quanto poteva permetterlo la civiltà, con reciproca ostentazione. Assise su morbidi sofà, sotto un portico elegante, circondate dai prodigi della natura e dell'arte, gli esseri meno sensibili avrebbero dovuto provare trasporti di cordialità, buone disposizioni, e cedere con trasporto a tutte le dolcezze di quei luoghi incantati.
Poco stante albeggiò; sorse il sole, e permise agli sguardi attoniti di contemplare il magnifico spettacolo che offrivano da lunge i monti coperti di neve, i declivi verdeggianti, e le ubertose pianure che si estendevano alle loro falde.
I contadini che andavano al mercato passavano in battello. Gli ombrelli di tela colorata, che portavano la maggior parte per guarentirsi dai raggi solari; i canestri di frutti e di fiori che andavano accomodando nel tragitto; l'abbigliamento semplice e pittoresco delle villanelle, tutto formava un colpo d'occhio dei più sorprendenti. La rapidità della corrente, la vivacità dei rematori, i canti di quei contadini all'ombra delle vele, ed il suono di qualche rustico strumento, dava a tutta la scena il carattere di una festa campestre.
Allorchè Montoni e Quesnel ebbero raggiunte le signore, passeggiarono tutti insieme nei giardini, la cui elegante distribuzione contribuì molto a distrarre Emilia. La forma maestosa e la ricca verzura dei cipressi, ch'ella trovava qui nella loro perfezione, l'altezza smisurata dei pini e dei pioppi, i folti rami dei platani, contrastavano coll'arte in quei giardini meravigliosi; i boschetti di mirto ed altre piante fiorite confondevano gli aromatici effluvi con quelli di mille fiori che smaltavano il terreno, e l'aria veniva rinfrescata dai limpidi ruscelli, serpeggianti fra i verdi pergolati.
Intanto il sole s'innalzava sull'orizzonte, ed il caldo cominciava a farsi sentire. La società abbandonò i giardini per andar in cerca di riposo.