Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual mestiere sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a saperlo? Niente di più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere la festa di S. Giovanni Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora verso il mezzogiorno, quando il sole è più alto, ogni ragazza che sente il pizzicor d'amore mette innanzi l'uscio di casa sua una catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo di piombo, e ve lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente raffreddato, vien tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo guarda, lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un carrettiere, un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso, comunello su quel di Catania, si cerca appurare il mestiere dell'amante per mezzo della farina. La ragazza prende uno staccio, e colle mani rivolte indietro tanto che nè anche lei veda nulla, si mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si volta e chinasi a guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio che c'è a vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino, ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima della festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel giuoco la volta sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi messi insieme lo avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una cosa qualunque; e così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza pure vederlo, intorno alla persona, e secondo i suoi desiderii ripete:
Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla corta di sorte raccoglie un fiore, detto perciò Ciura di S. Giovanni, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la novena a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: nenti, nenti, è inutili; oppure mmalidittu ddu jornu, ovvero sunu perduti li spisi, e allora diranno: la cosa non avverrà, non può avvenire.»
A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:
Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve sposare.
Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo santo:
Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.
In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure S. Farina, nel suo Tesoro di Donnina.
Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre l'hypericum o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].
Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali allude pure il canto popolare:
ed una prova sarebbe accennata in questo distico:
Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi Quadri della Grecia Moderna[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle per condurre ad onor lor giovinezza, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta acqua secreta. Avuta che la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul braccio non avesse scoppiato.
Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella Çakuntalâ di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.
In Italia si dice: «Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o mortificato.» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51] fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i prosit, le felicità, i Dio ti prosperi, i bonheur, gli inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo starnuto come una benedizione.
I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.
Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso profetico, e interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il tuono è uccello di buon augurio, è il gallo che canta e farà piovere, nella mitologia vedica[52]; è insomma il nunzio della pioggia; l'uomo suscitato da Prometeo, nella mitologia ellenica, si fa sentire per mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è un eroe tutto solare e congiunto ai fenomeni del cielo tempestoso. Raffigurato il tuono come uno starnuto del Dio, si potè agevolmente dare anco allo starnuto, in genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto, specialmente del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i Latini, era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che noi sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (Donnerstag). Perciò il giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro credenze, giorno di riposo[53] e di festa; ma il giovedì, il giorno del tuono, viene essenzialmente prescelto per compimento delle nozze, e i contadini tedeschi chiamano una bella fanciulla da marito granata del tuono[54]. Giove tuona, Giove starnuta, Giove benedice; il giorno sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di matrimoni, ossia sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo starnuta; dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e in parte pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli sono da compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine della credenza ha quasi sempre un significato naturale che appaga la ragione. Ora io non so se ho precisamente indovinato qui le fonti del proverbio italiano, che riguarda lo starnuto, ma son contento di questa breve digressione che mi porge opportunità di raccomandare ai nostri raccoglitori e comparatori di proverbi la maggiore importanza ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno dei proverbi omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si muovessero finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro origine mitica e storica.
Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E pure il capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che, dal più al meno, l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella forma, varia assai; e variano poi non poco fra loro l'amore per l'amore e l'amore pel matrimonio. Io mi lascio qui occupare da quest'ultimo soltanto.
A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di quelli che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è risolta dalla sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può permettere d'incominciare a far l'amore.
Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India odierna, ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene si consegnino al marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto dopo che abbiano dato segni di fecondità; presso i turchi ove si destina la fanciulla a tre o quattro anni, per consegnarla a dodici o tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le fanciulle a nove anni e a tredici si sposano, non rimane evidentemente alle fanciulle nessun tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove l'autorità paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti che conducano a nozze.
Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura alle nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il padre dispone pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva nella società romana, ove la tirannide paterna era il solo governo della famiglia[55].
Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima di innamorarli[56].
Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha colpa il diritto romano[57]. Il diritto germanico portava invece altra libertà; i Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa turpe che un uomo conoscesse donna innanzi ai vent'anni[58]; questo voleva dire, che, prima di imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi libero e liberamente imporselo. Nè ad una donna era concesso, innanzi alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè essere fidanzata. Il diritto longobardico prescriveva i dodici anni compiuti[59]. Anche la Brunilde dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per darsi uno sposo. In Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla essere sposata. In Grecia, non prima de' quindici[60]; Platone, poi, nelle Leggi e Aristotile nella Rettorica, fermano come età giusta per i maritaggi, alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto; all'uomo quella che cade fra i trenta e i trentacinque anni[61]; convien dire, che quell'ideale de' due filosofi rispondesse alla consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e temperata. Così, nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare bambini e di sposare i figli giovanissimi, il Sahityadarpan.a viene fuori con una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle donne, innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta il rosso vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».
Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la legge diventar uso e riparare.
In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di andar a marito, vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama di più che fra noi, io non dico certo con maggior forza, ma intendo con maggior facilità, varietà e gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino pure in Ispagna i fidanzati si amano cantando; vi è strepito e vi è pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si prestano agevolmente a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi tutto amore: e ci sovrabbonda.
Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda vittima di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La fanciulla crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide sole nè luna[62]». Si lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro la gelosia de' parenti; ma essa non basta ad arrestare ne' suoi amori la giovine coppia che si vuol sposare. In un racconto popolare spagnuolo[63], l'amante inveisce, con una strofa, contro la vecchia suocera, e in un canto popolare[64] disfida il padre della fanciulla ch'ei vuole far sua.
Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa differenza, o, come dice Pietro Belfiore, nella Tancia di Buonarroti il giovine[65]:
Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo teramano, piglia talora forma di una caccia[66], e se la fanciulla si mostra ritrosa, sono schioppettate di versi insolenti che la maltrattano.
A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa tanti passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che chiamano piede, egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la finestra della innamorata. In altre parti della Sicilia, amore è seduzione; la comare tenta il cuore della fanciulla, con le lodi del giovine:
Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la variante del Nisard,
ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo com'è, rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove spesso una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza che accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si cantava, un tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine faceva alla stalla della ragazza. La ragazza finisce con una risposta insolente, dove accenna, come se ella ama poco, egli ama punto, dopo la quale, probabilmente, ella si ritirava ridendo, e col suo riso, impegnava l'amante al ritorno:
Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che io ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire all'amante ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il giorno dopo con l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo, questa canzone spira tutta la grazia e naturalezza dei canti popolari:
Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse passato in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura di serenata provenzale.
Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano Martina, la quale cantata forse, in antico, da un così detto Martino di Madonna che tornava dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il padre di essa, si ripete ora innanzi alla porta delle stalle dai giovani pretendenti e dalle ragazze che vi sono ricercate, chiamate le vioire ossia le vegliatrici. È una gara di canto. Vi sono strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i giovani, s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare, non pure non viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si raccomandano alle gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il ridicolo; se, invece, s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani irrompono nella stalla, urlano e sghignazzano per la riportata vittoria.
Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre essi corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar Martina e dal canto escono pur questi con onore, si apre alla nuova brigata ed i primi venuti se ne vanno, per la necessità di obbedire al proverbio canavesano che dice: chi ch'a l'a môt ch'ansaca[103]. Ecco ora le strofe obbligate della canzone Martina; prima delle ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali possono essere molte o poche, secondo la pazienza od impazienza degli innamorati[104]:
Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il cappello, quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono finalmente che esso va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo più si dichiarano contente; allora i giovani ripigliano:
Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal Curculion di Plauto[105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore visse e vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese degli amori, mese degli asini[106], mensis hilaritatis, si festeggia qui la natura che si rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo allegro ridestamento; e poichè il mondo vegetale e l'animale si danno vita reciproca, si benedice ai campi e si preparano nuove spese, si porta in giro un albero fronzuto, il così detto maio, carico di fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si pianta innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella. Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in Toscana, ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio, per l'appunto, si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello, che dista due sole miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio, usavano raccogliersi sotto un padiglione dodici garzoni e dodici fanciulle per cantare il maggio; in altre parti della Toscana e nel Perugino, usano i maggiaiuoli andare attorno in brigata, di casa in casa, presso le varie innamorate, che discendono a regalarli di uova, formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili presenti. Il Tigri[107] riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per calendimaggio, ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa all'oggetto nostro ed è questa:
Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:
Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata»[109].
Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I tedeschi dicono: einen Korb geben, ossia dare un corbello[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.
Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li favorisca meglio.
Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.
La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle. Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi consacrate «A vlet donca to' marit?[111]» V' piac'ria la mi' persona?[112]» «V' piac'ria chesa nostra?[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello zinnale o copriseno, risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «magara fussa![114]» oppure con un «Santit mal bab o malla mama[115]».
Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di amarlo.
Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.
Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando muovono vestite pomposamente nella processione del Corpus Domini. E queste nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci fa Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la festa di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio, per lo spazio di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in processione tutte le donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne ecc.... Poichè costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi alle pulzelle e le donne ai garzoni»[117].
Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle. Ordinariamente, quando il giovine vi entra, sa già quello che va a cercarvi; ma rimane, per contro, ancora incerto, se la ragazza da marito, o mariora, come in Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per non esporsi alla vergogna di un rifiuto, egli manda alcuna volta innanzi il così detto messaggiero d'amore.
Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli insomma della leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti, messaggiero d'amore, sensale, mezzano[118], baccelliere[119], marussè[120] o malossè[121], camerata[122], ruffiano[123], domandatore[124] sono varii appellativi, che si danno in Italia al procuratore di matrimoni[125], il quale talvolta si confonde pure col paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro di quest'opera.
A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere[126], per l'etimologia significativa della parola. Poichè baccelliere viene da baculus, e ricorda, per l'appunto, il bastoncello degli antichi ambasciatori, a incominciare dal caduceo di Mercurio, l'ambasciatore degli Dei. Il bazvalan, ossia procolo de' Bretoni[127], ed i procoli ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate di nastri e fiori, quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i Bretoni, l'ufficio di bazvalan è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono zelo singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia del pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte le sue sostanze. Il bazvalan combina le nozze con la madre della fanciulla, fa gli inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse, come personaggio principale. Nell'India antica, talvolta erano due compagni o parenti del garzone che facevano da procoli presso il padre della fanciulla; talora era il guru o maestro spirituale del giovine.
Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il parroco od il prete confessore.
In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario in Italia; questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così nell'India odierna, la domanda è fatta dal padre del giovine a quello della fanciulla.
A Palermo e nel Birman[128], la procuratrice del matrimonio è invece la madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si trovi il bacialer, è una comare quella che mette insieme le nozze. Ma, quasi sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla domanda del pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa; ossia prima il cuore dei giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi approva o condanna.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta svayamvara, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei r'ishi, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o svayamvara, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132], perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel Mahàbhàrata, vien detto che il matrimonio, per via di svayamvara, ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è caro ai poeti[133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno svayamvara non sia accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel Rigveda, Ràma suo successore, nel Ràmàyana, la conquista per mezzo della prova di un arco meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.
Nel Pan' c' anada (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso dello svayamvara. Il signor Chiefalà, nella sua Descrizione della città di Benares[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo svayamvara doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il quale dice: