[132] Mahàbhàrata, vol. 1, 3384, 3385.
[133] Vol. 1, 4091.
[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.
[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio destinati; nel quinto atto della Tancia del Buonarroti, scena ultima:
[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme, trovar l'acqua della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il vero tesoro, fabbricar castelli d'oro, combattere con la sposa stessa, travestita da Moro terribile, strappare al mostro tre capelli, ecc.
[137] Hahn, Griechische und Albanesische Märchen.
[138] Livorno, 1824, pag. 116.
[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.
[140] Vol. I, c. III.
[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il Kalevala, la chiamano la lunga panca dell'ospitalità.
[142] Le Monténégro contemporain, Paris, Plon, 1876.
[143] La vita della terra d'Otranto, nella Rivista Europea, 1876.
[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori sacri. Vedi Rochholz, Deutscher Glaube und Brauch. Berlin, 1867, p. 191-285, II Band.
[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e studiò a palmo a palmo.
[146] Vedi Lamarmora, Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825; e il capitolo di questo libro che intitolo: Come la fanciulla si domanda.
[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che intitolo: Mentre la sposa si prepara, in questo stesso primo libro.
[148] Vedi la Raccolta di viaggi del Ramusio.
[149] Vedi Camarda, Appendice alla Grammatologia comparata della lingua albanese, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta della Dote.
[151] Le 12 tavole: «In liberos suprema Patrum auctoritas esto, venundare, occidere liceto....»
[152] Petri Exceptiones: «Mulieres liberos in potestate non habent, ideoque filii et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere possunt. Quod non possunt facere sine consensu patris, in cujus potestate sunt.»
[153] Editto di Rothari, art. 214, ed. Baudi di Vesme. «Si quis liberam puellam absque consilium parentum aut voluntatem duxerit uxorem, componat anagrip solidos vigenti et propter faida alios XX; de mundium autem qualiter convenerit et lex havet, sic tamen si ambo liberi sunt.»
[154] Vedi Gar, Biblioteca Trentina, disª XVI-XVIII. Trento, 1861, art. 74: «Statuimus, si quæ fœmina ad sui postam, sine consensu patris, vel si non haberet patrem, sine consensu fratris, vel si non haberet patrem nec fratrem, sine consensu matris, nuberet alicui ignominioso, vel alicui longe minoris conditionis, quam ipsa, privetur et privata sit ab omni successione paterna, materna, fraterna et sororina ipso facto; et hoc si nupserit ipsi ignominioso ante vigesimum quartum annum; si vero post vigesimum quartum annum nupserit tali viro, tunc privetur tertia parte haereditatis tantum.»
Un somigliante rimprovero torna nello Stichus di Plauto, I, 2, 73:
[156] In Piemonte, il proverbio dice:
In Albania usano invece le nocciuole; quindi la chiesta nuziale, presso un canto popolare, edito dal Camarda:
Vedi il capitolo che tratta de' cibi e banchetti nuziali, nel terzo libro di quest'opera, e il capitolo primo del quarto libro.
[157] Cap. 270; presso il Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Forismaritagium «Se aucun vilain de qui que se soit se marie avec vilaine d'autre liue, sans le coumandement dou Seignor de la vilaine, le Seignor dou vilain, à qui sera mariée la vilaine estrange, rendra au Seignor de la vilaine un autre en eschange à la vilaine, de tel auge par la connaissance de bonnes gens. Et se ils ne treuvent vilaine, qui la vaille, il li donra le meilleur vilain qu'il aura d'auge de marier; et cil qui sera marié à la vilaine estrange meurt, le Seignor dou vilain doit avoir son eschange, se la vilaine torne à son premier Seignor.»
E nel capitolo seguente: «Se aucune vilaine vait de aucun cazal en autre, qui ne soit de son Seignor, et le Seignor du lieue ou elle sera venue, n'a pooir de li marier, il doit donner à son Seignor une autre vilaine en eschange, à la connaissance de bonnes gens sans faillir.»
[158] Trovo ricordata, presso Rabelais, la livrea nuziale, quando Panurgo annunzia il suo proposito di menar moglie «Je vous convierai à mes noces; vous aurez de ma livrée.» Vedi ancora, per la parte del feudatario, nel terzo libro, i due capitoli che trattano de' cibi e banchetti nuziali e del jus primæ noctis. È tuttavia possibile che la livrea nuziale distribuita a tutti i convitati delle nozze sia un emblema della dignità signorile degli sposi, la compagnia de' quali rimane la loro corte. Veggasi il capitolo che tratta degli sposi incoronati.
[159] Vedi Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium, e Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France. «Dame, vous devez le service de vous marier.»
[160] Vedi, nel terzo libro di quest'opera, il capitolo che tratta del jus primae noctis.
[161] Presso Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium: «Cum per experientiam didicimus quod quamplures Dominæ regni nostri, spreta securitate, quæ per legem et antiquam consuetudinem regni Angliæ capi solet et debet ab eis, ne se maritari permitterent sine consensu et voluntate nostra, non requisito super hoc nostri assensu, unde tam nobis quam Coronæ nostræ et damnum et opprobrium emerserunt.»
[162] Morale di Tiruvalluvar.
[163] E non sono i preti quelli che prima e dopo Gregorio VII l'abbiano fatta. Il loro vizio è antico, come possiamo rilevare dallo scandalo che ai padri della chiesa dava la condotta del primo clero, e dal passo che segue di Landolfo seniore cronista milanese, relativo ai tempi di Ariberto (II, 35): «Humanam ac fragilem naturam sciens; qui sine uxore vitam in sacerdotio agere videbantur viris uxoratis ordinis utriusque ne ab illis inhoneste circumvenirentur, semper suspecti erant.» Concordano i lamenti di Pier Damiano, di Andrea, monaco vallambrosano, e di altri scrittori contemporanei e posteriori, poco sospetti di parzialità verso i detrattori della chiesa.
[164] Nel parallelo fra Demetrio e Antonio.
[165] Scriptores Historiæ Augustæ, ed. Th. Vallaurius: «Uxores ducendo ac reiiciendo ac novem duxit, pulsis plaerisque praegnantibus.»
[166] Svetonio, Iulius Caesar: «Helvius Cinna, tribunus plebis, plerisque confessus est, habuisse se scriptam paratamque legem, quam Caesar ferre jussisset, cum ipse abesset, uti uxores liberorum quaerendûm causa, quas et quot vellet, ducere liceret.»
[167] XIII, 1.
[168] Vedi Gar, Biblioteca trentina, dispense III-VI.
[169] Statuti municipali di Rovigno, Trieste, 1851; III, 51.
[170] Volgarizzamento dell'anno 1451: «Ad emendare la malizia de li homini et la nequitia de le femmine le quali non desistono usurpare contro Dio la sancta madre chiesia et lo sancto matrimonio adunando moglie ad moglie fermamente ordinando dicemo che qualunque mosso da lo spirito cattivo havente la sua legittima moglie ardiscerà pigliare l'altra moglie, e se ne sarà facta accusa o querela de lui et serà facta legitima proba per testimonii o vero per publico instrumento paghi libre cinquecento, la quale pena se non poterà pagare sia arso.»
[171] Quello, per esempio, di Civitavecchia qui sopra ricordato.
[172] De bello Gallico: «Britanni uxores habent deni, duodenique inter se communes, et maxime fratres cum fratribus et parentes cum liberis; sed si qui sunt ex hi snati, eorum habentur liberi a quibus primum virgines quæque ductæ sunt.»
[173] Vedi il primo libro del Mahàbhàrata.
[174] Tuttavia una strofa dell'Atharvaveda (lib. XIV) lascia supporre la poliandria. Quando la sposa è giunta alla casa maritale, si invitano gli uomini a seminare in quel campo fruttifero. La legge permette poi alla donna che il marito non feconda di unirsi ad un altro parente perchè fecondi il suo campo o khsetra.
[175] Selections from the Mahàbhàrata, pag. 66, in nota.
[176] Le Mahàbhàrata; onze épisodes tirés de ce poéme epique; nell'Introduzione.
[177] Lalita Vistàra, tradotto sopra la versione tibetana dal professore Foucaux.
[178] VIII, 21.
[179] Statuti Criminali dell'isola di Corsica. Lione, 1843.
[180] Art. 222. Edicta regum Langobardorum, ed. Baudi di Vesme «Si quis ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei licentiam; tamen deveat eam libera thingare, etc.»
[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra patrizii, e, non che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di liberti e liberte, e specialmente istrioni. La legge su questo punto era tanto severa, che se la figlia di un senatore sposava un libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus abbiamo: «Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve ex filio nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve, sciens, dolo malo habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater materve artem ludicram facit, fecerit, etc.»
[182] Seneca ha, nel lib. IV De Benefic. «Promisi tibi filiam in matrimonium; postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo connubium.» E Macrobio, nel primo de' Saturnali: «peregrinis nulla cum Romanis necessitudo.» L'avere sposata Cleopatra e Berenice, straniere, fece gran torto, presso i Romani, al triumviro Antonio e a Tito imperatore.
[183] Quelli di Gallese almeno ne adducevano una ragione scusabile; si temeva che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di matrimonio, vi portasse canaglia. Così, nelle Constitutiones di Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero potesse pigliar moglie nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che viene quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.
[184] Elio Spartiano, presso gli Scriptores Historiae Augustae, ed. Th. Vallaurius. «Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus duxisse dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam se maxima corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus: vellem si liceret, respondisse fertur: si libet licet. An nescis te imperatorem esse et leges dare non accipere? Quo audito, furor inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas celebravit, etc.»
[185] De vita excellentium imperatorum: «Neque enim Cimoni fuit turpe, Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere. At id quidem nostris moribus nefas habetur.»
[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso Ateneo (XII, 16): «Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e Alcibiade, in Abido, menarono in comune due mogli, Medonziade e Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia, nè sapendo essi se da Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito, dormirono pure con essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa figlia di Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»
[187] III, 18.
[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il Mahâbhârata sono indicate otto maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico (brâhmah), quello ad uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei sapienti rishi (ârshas), quello a modo di Prâgèapati, cioè fatto col solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad uso dei demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed angeli celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il matrimonio gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o mostri rapitori, cioè il matrimonio fatto col rapimento della sposa (râkshas), e infine il matrimonio a uso de' mostruosi selvaggi antropofagi piçâc'i (pâiçâc'as). Al guerriero erano leciti il matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta per violenza o per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle infime caste sociali.
[189] «Ieri a sera.»
[190] «La mia mammina.»
[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.
[192] «Ove.»
[193] «Io ci vado.»
[194] «Bella.»
[195] «Guidamici, indicamelo.»
[196] «Un tantino.»
[197] «Io ne godo.»
[198] «Vossignoria.»
[199] «Non ho senso, son fuori di me.»
[200] «Non vedo.»
[201] Andria:
Propriamente, era il padre della ragazza o sponsa sperata quello che spondebat; il giovine o sponsus speratus dal padre suo stipulabatur.
[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il Mâhabhârata, I, 3379, 3380, 7341.
[203] Buonarroti, Tancia, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare toscano, presso il Tigri:
Secondo la Sporta del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta di mano fra il suocero e il genero:
Franzino: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la mano.»
Ghirigoro: «Eccola.»
Franzino: «Padrone, ponete su la vostra.»
Alamanno: «Perchè? Eccola.»
Franzino: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta vostra figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»
[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «Quod in primis nuptiis, anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter mutuæ dilectionis signum, vel propter id magis, ut eodem pignore eorum corda jungantur.»
[205] «Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro signo et pro quadam investitura.» Cfr. Monterenzio, negli scolii delle Sanctionum et Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ. Bologna, 1569, t. 2.º
[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. Baronius, Ann. 58, num. 51 et seg. — L'editto di Liutprando, art. 30: «Si quiscumque sæcularis parentem nostram saecularem disponsat cum solo anulo, eam subarrat et suam facit.»
[207] E un altro canto popolare toscano:
[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del re di pagania d'oltremare, la principessa Orsola di Ungheria, nella Leggenda di questa santa, presso il Del Lungo, dice: «ed allora compieremo il matrimonio e la convenzione carnale; e al quale se voi siete mandati a ciò e se voi avete balìa aiutoria, per cagione di compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per nome del figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»
[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone III consegna l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le destina.
[210] Novella ventesimaprima, ove si ricorda la sola buona azione di che abbia forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de' Medici. Udito come due cortigiani avevano tradito una povera fanciulla, egli si reca presso la medesima in compagnia di loro e «cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che promesso aveva di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili casi, colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un originario significato fallico. Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France.
[211] Cfr. Weber. Op. cit.
[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo col duca Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines, Cologne, 1615, p. 507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer le mariage du fils de l'Empereur, à present Roi des Romains: dont autresfois auoit esté paroles entre l'Empereur et le duc Charles, et la chose accordée entre eux deux. Si auoit l'Empereur une lettre faite de la main de la dite Damoiselle, du commandement de son Père et un anneau, où il y avoit un diamant.»
[213] La nationalité Serbe d'après les chants populaires.
[214] «Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium lectum, in seras et claves.» Presso Stiernhoek, citato dal Mittermaier, Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts.
[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro ambasciatori per la pace; un lembo ripiegato della toga significava pace: disteso, invece, guerra.
[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta degli Sposi incoronati.
[217] Lo sposo; come sopra.
[218] Tali fazzoletti e asciugamani sogliono essere riccamente ricamati in rosso.
[219] Cioè, «non fate il battimano.»
[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.
[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «Desponsata illi erat Junia Fadilla, proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem familiae senator, qui periit post præturam, cuius etiam poemata exstant. Manserunt autem apud eam arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius Cordus loquitur, harum rerum perscrutator) fuisse dicuntur monolium de albis novem, reticulum de prasinis undecim, dextrocherium cum costula de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et omnes regias, ceteraque insignia sponsalium.»
Nelle Petri Excerptiones poi trovo questo precetto: «Si quis uxorem ducere aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei arrharum nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum, monile, pelles vel aliud simile, si per mulierem steterit, quominus matrimonium sequatur, nisi justa causa impediat, reddat arrhas in duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita pactum fuerit inter eos. Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat, tunc arrhas amittat, vel si pactus est, quadruplum.»
[222] Cfr. Glossarium Cavense, citato dal Du Cange sotto la voce Meta.
[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di Bernardo Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o mancia che lo sposo dà alla sposa appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di grossoni.
[224] Abruzzo Ultra I.
[225] Venti centesimi.
[226] Intendi, sposa.
[227] Due lire italiane.
[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere al prete maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.
[229] Secondo il Birlinger, Volksthümliches aus Schwaben, usa tuttodì lo stesso dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della sposa. — Fra i doni nuziali germanici, figura pure il gallo. Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie (nell'Arpinate si dà una gallina al prete); in Francia, usava il dono d'un cavallo alle ragazze che accompagnavano la sposa. Cfr. Chéruel, Dictionnaire des institutions, Moeurs et coutumes de la France.
[230] Cfr. Atharvaveda, lib. 14.
[231] «Lo sposo.»
[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale. Cfr. Ubicini, La Turquie actuelle.
[233] Miçkievic', Canti Illirici.
[234] Plinio, VIII, 48: «Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem Coecilia vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est M. Varro, factamque ab ea togam regiam undulatam in aede Fortunæ, qua Servius Tullus fuerat usus. Inde factum ut nubentes virgines comitaretur colus comta cum fuso et stamine.»
[235] Cfr. Tommaseo, Canti Côrsi. In Corsica chiamano freno la conocchia.
Cfr. Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund, Leipzig, 1864.
[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.
[238] Presso i Romani doveva essere di lana pecorina; si confronti il nastro rosso e nero di lana, che le spose indiane portavano, secondo i gr'ihyasùtra, e le spose della Germania meridionale portano, secondo Schönwerth.
Cfr. Nisard, Des chansons populaires, t. 1.
[240] Cfr. Der Nibelunge noth; la cintura sembra simbolo di verginità.
[241] Cfr. Léouzon Le Duc, La Baltique.
[242] Cfr. Tommaseo, Canti Greci.
[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con impronta gialla, che, presso i Brettoni, i bazvalan e il breutaer ricevono in dono. Cfr. Villemarqué, Barzaz Breiz, Chants populaires de la Bretagne.
[244] Governo di Tver.
[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.
[246] Cfr. Lamarmora. Voyages en Sardaigne — Domenech, Bergers et Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne. — Mercato è il bacio che Ottone III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il Boccaccio, danno in fronte alla giovine sposa; essi se ne creano cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno comprato il diritto del bacio.
[247] Cfr. Scriptores historiæ Augustæ; Aureliano fece sposare a Bonoso la gota Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare dalle confidenze di lei i segreti della formidabile sua gente, e però scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito suo legato in Tracia: Nunc tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis ei, iuxta breve infra scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico nuptias celebrabis. Brevis munerum fuit: tunicas palliolatas hyacinthinas subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas dilores duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos Philippeos centum, argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium decies.