Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai Giambi ed Epodi, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude, bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e dell'anima.
È un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non nasconde nulla perchè di tutto è cosciente. V'è un'esuberanza di vitalità artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v'è un difetto, questo è nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta come in Pianto antico, nel sonetto O tu che dormi là su la fiorita, l'Idillio maremmano e Davanti San Guido; la riproduzione icastica e psichica dell'evo medio, come Su i campi di Marengo, Faida di Comune, La leggenda di Teodorico, concezioni epiche con forma e movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le Primavere elleniche, primavera delle odi barbare; i sonetti Il bove, Santa Maria degli Angeli; meraviglie di un'arte insuperabile!
Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del Carducci non è solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido sole dell'oggi; ma è tutta la natura che già visse e fu forse più ridente, più originale e più libera: ed Egli la fa palpitare e muovere tutta come su la tastiera di un organo immenso.
Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso umano e profondo da cui l'artefice è naturalmente portato ad elevare il suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me sembra vero e grande semplicemente; e tanto più grande in quanto che a tale altezza Egli sorge più per prepotente sviluppo del suo genio, che per azione diretta degli uomini e dei tempi.
Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole di fare nè qui nè in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e maggiori e più competenti di me e letterati di professione, ciò fecero. Il mio intento è di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione della questione da cui si intitola questo scritto.
***
Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati, raccolti infine sotto il nome di Rime nuove, segna il punto della maggiore varietà e genialità della sua poesia, pure a me sembra che questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una il suo complesso pensiero.
Le Odi barbare sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.
Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran significato; e benchè un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo, tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.
Nel 1881, sotto il titolo La poesia barbara nei secoli XV e XVI[14] il Carducci stesso pubblicò un dottissimo volume ove con ogni diligenza sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione per trattare con molta competenza e serietà la questione scientifica e metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: I critici e la metrica delle odi barbare, precedente la seconda edizione delle prime odi[15].
Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non erudita combattè le Odi barbare, tuttavia ebbero a mio avviso un torto involontario, perchè contribuirono a rassodare una falsa opinione che era nel grosso pubblico, cioè che quelle odi fossero di formazione non spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del mosaico e della virtuosità dell'erudito.
Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da parte mia, poichè nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su questo punto che sarà ripreso più avanti e con diversa intonazione.
Quando il Carducci in fine dell'Eterno femminino regale (23 dicembre 1881) esclama: Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o d'usignolo, cantando «Odi profanum vulgus et arceo»[16], dice cosa vera.
Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma che la sovranità popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio d'ogni autorità e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che nessuna forza può sequestrare, che nessun uomo può impersonare, dice cosa ugualmente vera.
Solo a me sembra che la vil maggioranza sia proprio una cosa sola con la sovranità popolare, sia essa o monarchica, o repubblicana, o socialista, o indifferente o quel che più piace; la quale se imprime la propria volontà nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far sentire ciò che giudica e ciò che vuole. Un trattato d'erudizione potrà mettere alla berlina un critico impudente; ma non farà ricredere il pubblico, oggi che il pubblico è tutto; nè su di esso lascierà traccia maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di sè, delle sue forze, delle sue volontà, delle sue aspirazioni.
Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.
Il vero, il bello, il buono sono ciò che giudica assimilabile, confacente, utile a sè: il resto può essere quello che si vuole: una sinfonia di Wagner, un'ode come Alle fonti del Clitumno; ma è sempre qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cioè retorica. E intendiamoci: questa maggioranza è formata non da una speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che sono conservatori e ricchi e borghesi. È semplicemente un fenomeno della nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in proposito sarebbe vana.
L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovrà scegliere: o rinunciare alla propria individualità o rinunciare alla popolarità e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.
Per ciò che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perchè (ripeto) nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della sua evoluzione.
E ritorniamo ora alla forma delle Odi barbare.
***
Che le Odi barbare abbiano una parentela letteraria con erudite esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI, è un fatto puramente occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente; cioè non la forma generò ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si plasmò di per sè in quella forma. Appunto inversamente di ciò che dice il pentametro del Platen premesso alle prime odi:
forma più nobile abbisogna di profondi pensieri.
Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perchè tutta l'attenzione fosse rivolta alla scena.
Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perchè un'idea per quanto poetica non può chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica costante, così il Poeta occultò e dispose i soliti versi italiani secondo lo schema della metrica greca e latina creando così un'armonia nuova, che io chiamerei esteriore o apparente.
Questa, a vero dire, è assai facile intendere come è facile comporre versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina. Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora attorno alla gran pianta della lirica carducciana.
Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica quella forma antica e non è possibile imitare.
Questa seconda armonia se per un orecchio educato è facile a sentire, non è così facile a spiegare. Mi ci proverò tuttavia.
Nelle Odi barbare le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci. Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al metro barbaro, invece è congenita al pensiero. Le forme della nostra lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso.
Ma così nitido, così sicuro, così potente è il fantasma poetico, e per contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue più lievi sfumature.
In altre parole è una meravigliosa e individualissima pienezza di pensiero che come si va svolgendo così si veste subito, senza alcun mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e questa parola così tormentata pur riesce divinamente naturale ed armonica, non per sè ma perchè divinamente armonico è il fantasma che sotto si scorge.
Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice:
Tale ne i gotici
delubri, tra candide e nere
cuspidi rapide salïenti
con doppia al cielo fila marmorea,
sta su l'estremo pinnacol placida
la dolce fanciulla di Iesse
tutta avvolta in faville d'oro.
Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a infiammati fantasmi del pensiero, come questo:
Pone l'ardente Clio sul monte dei secoli il piede
robusto, e canta, ed apre l'ali superbe al cielo.
Altri versi squarciano letteralmente le ombre del passato e ci mostrano il paesaggio antico con una intuizione di linee e di colorito sorprendente:
ancor lambiva il Tebro
l'evandrio colle, e veleggiando a sera
tra 'l Campidoglio
e l'Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole irrisa, e mormorava un lento
saturnio carme.
Movimenti dell'animo che sembrano tutt'al più esprimibili col puro canto, il Carducci riesce a fissarli con le parole, nitidamente, come ad esempio ove dice:
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.
Nè questo solo: sovente la sua lirica coglie il fiore che arduo cresce su la filosofia della storia e riproduce persone con un atteggiamento intuitivo del vero e nel tempo stesso sintetico e simbolico come forse non riusciremmo a formarci leggendo volumi di storia: forse vedendo i luoghi e meditando, potremmo averne un mal definito fantasma. Egli ce lo definisce. Vedi ad esempio Alessandria:
Ecco venimmo a salutarti, Egitto,
Noi figli d'Elle con le cetre e l'aste.
Tebe, dischiudi le tue cento porte
Ad Alessandro.
Il canto delle litanie e il terrore e l'anelito sacro che muove le voci, così sono resi:
..... fra nuvoli d'incenso fervide
le litanie saliano;
salian co' murmuri molli, co' fremiti
lieti saliano d'un vol di tortori,
e poi con l'ululo di turbe misere
che al ciel le braccia tendono.
Oh parola, divino dono dell'uomo, hai mai tu potuto dare maggior segno della tua potenza?
Ebbene, in questa percezione netta che noi sentiamo del fantasma consiste quella che io ho chiamato armonia interiore delle Odi barbare.
***
Molte volte però l'eccessiva estensione del pensiero lo costringe a frasi così sintetiche che richiedono una non comune coltura per essere intese, o un commento che potrebbe anche essere un trattato di storia, come nel verso ove dice, parlando di Roma:
Son cittadino per te d'Italia.
Altre volte certi fantasmi s'impongono per modo che Egli volendoli rendere così come li vede e sente, deve ricorrere a vere e difficili audacie di stile, come ove dice, ancora parlando di Roma:
Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s'abbraccia al tuo petto,
affisa ne' tuoi d'aquila occhi.
Questi e simili altri esempi che sarebbe molto facile raccogliere, non sono certo pregi, ma non si possono nemmeno chiamare difetti: sono quello che sono, espressioni che potranno piacere o spiacere, ma che sono il portato logico di un determinato atteggiamento del pensiero.
Dove formano un difetto vero è ne' suoi imitatori nei quali manca del tutto o in parte la ragione filosofica e lo svolgimento profondo che portarono il Carducci a improntare la sua lirica di quella forma.
In essi, più o meno illustri, è vera e propria retorica, e se ne può dire ciò che scrisse il Platen:
«Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il mondo s'accorgerebbe che è un vuoto cicaleccio.»
***
Ma prima di chiudere queste note su la forma delle Odi, mi sta a cuore fare un'osservazione per non essere franteso.
Dico cioè che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa.
Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ciò che crede o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime Odi, dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di «recare qualche po' di varietà formale nella nostra lirica», aggiunge poi come per subentrare di un altro ordine di pensieri: «Son velleità queste mie, lo so io per il primo, tanto più importune e inopportune oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant'è: a certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più».
Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perchè è un fenomeno umano che certi mutamenti debbono già essere completamente avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente dichiararli, è certo che questi caratteri definitivi della lirica carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra tristezza diffusa per quelle Odi anche dove esse sono maggiormente irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare pagano.
Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso della austerità e della dignità in chi vi si applica, ma a moralmente rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ciò un carattere altamente civile e nazionale.
Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde Odi barbare:
Musa latina, vieni meco a canzone novella:
Può nuova progenie il canto novello fare.
***
Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ciò che esso si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro, argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica e di Roma e da un certo anelito all'antichità, per tutte le odi diffuso, chiamano il Carducci ultimo dei classici.
È un perfettissimo errore.
Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo pure non è nè un difetto nè un pregio, ma cosa inerente al loro essere) saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza; ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna.
Una sola qualità vi è che si può propriamente chiamare classica, cioè propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di immortalità che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilità e scorrevolezza che è propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le renderà resistenti contro la corrosione del tempo, ma farà sì che quando questa nostra età scomparirà nel passato (come a chi fugge in treno il paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come appartenenti ad un'altra formazione.
Del resto il Carducci può essere anche chiamato l'ultimo dei classici, ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli è l'ultimo dei classici perchè attraverso la sua opera poetica, come attraverso un filtro, passa tutto ciò che la vita ed il pensiero antico ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita, sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione fu detto che Egli è un pagano legittimo come Goethe e che la sua poesia rappresenta il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi segreti e delle sue leggi: affermazioni vere, ma solo in parte e che non rispondono ad un generale concetto. Perchè appunto questa perfezione alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e della fine vi è la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione generale: anzi dove più Egli si eleva a concepire alti ideali o di umanità o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo contrasto con il presente e con la realtà.
***
A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore manchi alla sua lira. Per lui l'amore è un rapimento più doloroso che lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come consolatrice di supreme cure che come fine a sè stessa. Vedi le odi: Su l'Adda, Ruit hora, Alla stazione, In una chiesa gotica.
Nelle altre barbare anche questa nota si affievolisce e non risorge che ad intervalli come intonazione mirabilmente dolorosa e spirituale per dar principio ad altro tema, come nell'ode Sull'urna dello Shelley, ove dice:
Lalage io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo
So quai perduti beni l'occhio tuo vago segue.
Del resto questa tristezza non giunge mai sino a scomporre la figura del Poeta. Esso è sempre sicuro di sè, tetragono su la base di un razionalismo irradiato di stoica idealità, come nella bellissima ode per le nozze della figlia Beatrice, ove chiude così:
De gli anni il tramite
teco fia dolce forse ritessere,
e risognare i cari sogni
nel blando riso de' figli tuoi?
O forse meglio giova combattere
fino a che l'ora sacra richiamine?
Allora, o mia figlia, — nessuna
me Beatrice ne' cieli attende —
allora al passo che Omero ellenico
e il cristïano Dante passarono
mi scorga il tuo sguardo soave
la nota voce tua m'accompagni.
***
Ma la nota che vibra continua, dominatrice e che dà alla sua lirica un carattere, su cui insisto, di poesia civile e nazionale, è il ritorno dell'idealità della patria, cioè la resurrezione del genio latino che compie il suo adattamento nel tempo moderno; non ricusando, vuoi per democratica ignoranza, vuoi per decadenza di forze, nulla di tutto ciò che è giusta eredità del passato, anzi serbando rinvigoriti nella modernità i distintivi del suo carattere.
Ho detto idealità della patria; ma idealità non nel senso di fantasma poetico, che di tale significato a ragione si sdegnerebbe il Carducci; ma nel senso di cosa vera, grande, buona, umana che ci sfugge per invincibile fatalità di uomini e di cose.
La statua della Vittoria[17], che sepolta attraversò i secoli e a cui Lidia domanda se ebbe contezza di ciò che sopra la terra avvenne:
Sentii — risponde la diva e folgora —
però che io sono la gloria ellenica,
io sono la forza del Lazio
traversante nel bronzo pe' tempi.
Passâr le etadi simili a i dodici
avvoltoi tristi che vide Romolo,
e sorsi «O Italia» annunciando
«i sepolti son teco e i tuoi numi!»
Nell'ode Dinanzi alle terme di Caracalla invoca la dea febbre così pregando:
Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
Ma nel XXI d'aprile dell'anno MMDCXXX dalla fondazione di Roma, il Poeta con una felice continuità ricongiunge il tempo leggendario in cui Romolo, in quel dì sacro a Pale, segnò col solco le mura dell'urbe, al tempo moderno: disposando così la più squisita idealità coll'indirizzo pratico della nuova vita del popolo d'Italia. Perchè Roma all'Italia liberatrice addita, è vero, le colonne e gli archi, ma non con un senso esausto di gloria, non con uno sterile rimpianto del passato (vecchia e fatale nostra retorica) ma solo perchè da quelle memorie tragga gli auspici a forte vita avvenire:
gli archi che nuovi trionfi aspettano
non più di regi, non più di cesari,
non di catene attorcenti
braccia umane su gli eburnei carri;
ma il tuo trionfo, popol d'Italia,
su l'età nera, su l'età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.
O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tornerà il cielo su 'l Foro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l'infinito azzurro.
***
A me pare che difficilmente l'arte possa congiungere una idealità maggiore con un maggiore senso pratico.
Vero è però che un così perfetto equilibrio se è proprio di un individuo non lo può del pari essere di un popolo, specie come il nostro e nell'ora che corre; nè quegli lo può imporre a questo per quanto si adoperi.
Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, più o meno cosciente, di questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera d'arte; e questa, perchè è troppo superiore alla comune comprensione e non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata come arte erudita e di lui speciale.
***
Quale ci si rivela da queste liriche, tale è la nota pura, fondamentale, costante, della sua fede politica; e tale nota diede e dà il tono alle sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei fatti.
Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo repubblicana e in tale senso era ed è repubblicano il Carducci; ma nel tempo stesso questa prepotente idealità politica non consente che Egli divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libertà assoluta della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti.
***
Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avrà notato in me un'ammirazione grande sì per il Poeta come per l'uomo. È vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio.
Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta, altro l'uomo; cioè, in questo caso, che l'alta idealità nazionale ed umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo poetico e nulla più. Invece non è così. Se mai nel tempo moderno fu tra i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere vero e ciò che appaiono dalle loro opere, questo è il Carducci; e quell'altissimo sentimento della patria è anima della sua anima e movente di ogni sua energia.
E allora alcuno può chiedere: Perchè quest'uomo così noto e famoso che prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli scritti, con gli esempi non ristette mai; esercitò invece sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarità?
La risposta è semplice: Perchè la sua perfezione stessa gli è d'impedimento.
***
Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera.
Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verità in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanità e di ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che è una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri di sè come Egli è: scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne scuotono la base nè offuscano la serena fronte.
Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non può essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ciò per moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per un'altra ragione che forse è la principale, cioè che nella vita dei popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle nuove idee, e la scelta di ciò che la tradizione e l'antico contengono di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilità e verità a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle più gravi imperfezioni dell'umana natura.
Quando una nuova idealità religiosa o sociale investe le moltitudini, esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico è errore; tutto il nuovo è vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanità. Non che l'iconoclastia non abbia del vero in sè; ma per essere completamente logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; sed cave a consequentiis.
Ora il Carducci è, senza volerlo, un solitario a motivo della sua perfezione stessa.
Egli, una delle menti innovatrici più illuminate e franche del nostro secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di sè una così elevata aristocrazia d'uomo che come a fatica può essere inteso così non può essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili difficoltà che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacchè quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco valore se non agisse come forza benefica sull'universale.
Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose, specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una questione presente.
Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ciò che ne fu detto nel capitolo che precede.
***
I volumi che si intitolano Confessioni e battaglie, contengono, come è noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove più evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo.
La sua parola è la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero: gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi.
Dice tutto, non nasconde nulla, anche ciò che per opportunità sarebbe utile non dire.
Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi, il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il grottesco, il terribile si succedono con una mobilità e rapidità spaventosa.
Solo nella facezia non riesce: è il gigante che scherza.
E un'altra qualità delle sue polemiche conviene pur ricordare: cioè che anche dove sono più irruenti ed offensive, manca interamente la nota gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bontà.
La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto questo aspetto è una delle più complesse e difficili prose che io mi conosca.
Tutto ciò che è vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni costo e in ogni tempo.
Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso castello simbolico.
La ragione, la verità e l'arte lo recingono di triplice muro e costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perchè egli non se ne sta quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta è la foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur seguita a ferire. Ma come è nelle leggende, così quelli rinascono dalla loro stessa putredine di morte e sono più numerosi che mai. Anche contro la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio, egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il suo viaggio.
Talvolta però mentre così nettamente egli distingue i contorni de' mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del paragone dovrebbe dare luogo a più aperto parlare, e ciò non sarebbe nè piacevole, nè conveniente, nè senza pericolo.
***
Quando io penso a così grande animo e a così sovrano intelletto combattenti per la causa della verità e della bontà, mi ritornano in mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice:
...... si Pergama dextra
defendi posset, etiam hac defensa fuisset.
Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle Confessioni e battaglie.
Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue polemiche: questo è che la coscienza della sua grandezza e della nobiltà della causa gli dà alle volte una sovra eccitabilità di offesa straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in grado nè meno d'imaginare: e ciò gli nuoce; non perchè non sia tutto, almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perchè gli dà l'attitudine di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena.
Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del Resto del Carlino del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche, come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze indegne, risponde:
«Caro Carlino,
«Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilità? che amarezza? che sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una cocotte o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle ingiurie, alle calunnie che all'età dei venti cominciarono e fino a cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio ingenito del mio temperamento, che quando una verità o ciò che credo una verità mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io sia, nel modo più nettamente reciso, che è, naturalmente, il più ostico a quelli a cui quella verità non piace. Da poco tempo in qua non sentivo più, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa capire che il ronzio è ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa — mens sana in corpore sano. — E così dirò ancora la verità nel modo a me più igienico, per il quale non ho chiesto mai nè amore alle donne, nè amicizia agli uomini, nè ammirazione ai giovani, nè articoli ai giornalisti, nè voti al popolo, nè posti ai ministri, nè più di venti franchi per volta, e ciò in gioventù, ai miei amici e gli ho restituiti sempre.
«suo
«Giosuè Carducci».
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Con tutto ciò in quelle battaglie è qualche volta un ben allegro combattere! Ci si sente, in fondo, la voluttà dell'arciere che vede la freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che Egli va facendo di sè e solo quando è direttamente attaccato, si nota una dolorosa e disdegnosa riservatezza.
Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che il suo genio più non vale a sorreggere.