CAPITOLO VI.
Giosuè Carducci e l'ora presente.

Domanderà alcuno: Quando principia propriamente il Carducci a divenire monarchico?

In una lettera al Resto del Carlino (11 maggio '93) scrive: «Io di educazione e costumi repubblicano (all'antica) per un continuo svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale credo ormai fermamente possa l'Italia mantenersi unita e forte». E il Corriere della Sera riproducendo questa lettera, dice che in essa il Carducci afferma ora nettamente la evoluzione politica compiuta nel suo pensiero.

Ma in verità io penso che queste parole, dette per incidenza, siano una concessione alla opinione pubblica; null'altro. Evoluzione propria e vera di lui non ne avvenne e senza che ciò gli sia di merito, non ne poteva avvenire. Fu piuttosto il tempo, furono le cose, come ho detto in principio, che si svolsero in modo da determinare questa specie di conversione che non sarebbe apparsa se i fatti e le idee avessero seguito un altro corso.

Mi sembra dunque inutile l'insistere su di un'epoca determinata alla quale non corrisponde un determinato e sostanziale mutamento.

Ma oggi che negli scritti di critica si costuma di raccogliere la maggior quantità possibile di documenti e si vagliano e si discutono consumando spesso gran parte del libro in un lavoro, per mo' di dire, di retroscena o di appendice, molti forse diranno che io avrei dovuto fare una raccolta ed un esame comparativo e cronologico di quegli scritti in cui il pensiero politico del Carducci si viene a mano a mano modificando, sino a che riesca naturale che Egli si affermi convertito alla monarchia.

Concedo che un simile studio possa valere per dimostrare il progressivo adattamento, ma non credo che convenga all'indole del libro ed al metodo seguito; oltre a ciò mi sono trattenuto per timore che insistendo troppo su di una questione più che altro di apparenza e di forma, questa venisse confusa con la questione sostanziale: giacchè il concetto informativo del presente lavoro fu, come già dissi, di persuadere il lettore benevolo che nelle opere maggiori di lui stanno tutti i germi e le cause della sua evoluzione, e non è necessario ricorrere o a sottigliezze o a documenti speciali: in altre parole che dato il genio e l'indole dell'uomo, data la natura dei tempi, la sua fede monarchica viene di conseguenza e non implica alcun nuovo convincimento.

Altri con più giusta ragione, mi potrebbe domandare perchè io non faccia nè meno cenno dell'Eterno femminino regale, e delle sue varie manifestazioni.

Certo è un'ommissione grave, ma più in apparenza che nel fatto. Questo nuovo sentimento che si inizia con l'ode Alla Regina[24] forse ha avuto un certo influsso nell'affrettare la conversione; ma non tanto a motivo di questo sentimento in sè, spiegabile per l'indole sua punto partigiana e cavallerescamente gentile nella apparente rudezza[25], quanto per l'acerba critica che gli fu mossa; la quale, per avventura, fece sì che uomini prima con lui concordi ed acclamanti, al solo primo urto gli si svelassero nel loro vero essere.

Credo anche che lo sviluppo dell'Eterno femminino regale abbia contribuito a rendere troppo acute, stridenti, eccessive alcune affermazioni in proposito, le quali offesero non solo gli avversari, ma anche a molti che del Poeta erano e sono ammiratori e benevoli, non piacquero.

Ma dopo aver fatto questa concessione, non mi sembra il caso di insistere più oltre su di un fatto che ha un valore molto trascurabile rispetto alla principale questione.

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Se nei capitoli precedenti io sono riuscito a rendere intelligibilmente il mio pensiero, può oramai chi legge intendere di per sè quale valore e significato abbia questa conversione monarchica e come di necessità siasi originata. Tuttavia mi piace insistere in modo più particolare e dedurre quelle conclusioni e quei giudizi che vengono fuori da questo contrasto fra l'illustre uomo e l'ora presente.

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Il lettore probabilmente ricorda la chiusa dell'ode il Piemonte[26]. In essa, con una di quelle visioni che da noi modernissimi non possono essere del tutto intese e gustate perchè dell'epico e del veramente fantastico, quale è in quella chiusa, abbiamo perduto o almeno di molto attutito il senso; in essa, dico, il Poeta imagina che lo spirito di Carlo Alberto, il re per tant'anni bestemmiato e pianto, salga a Dio scortato da un volo d'ombre eroiche; e dicono:

Anch'egli è morto come noi morimmo,

Dio, per l'Italia. Rendine la patria.

A i morti, a i vivi, pe'l fumante sangue

Da tutti i campi,

Per il dolore che le regge agguaglia

A le capanne, per la gloria, Dio,

Che fu ne gli anni, pe'l martirio, Dio,

Che è ne l'ora,

A quella polve eroica fremente,

A questa luce angelica esultante,

Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia

A gli italiani.

Ma nel coro degli spiriti non sono solamente quelli che nella fede del re combatterono, ma anche quelli cui in vita il re disperse e percosse, cui in morte l'amore per la patria ed il dolore congiunsero.

Ora questa visione mi sembra che risponda, sotto un certo aspetto, ad un senso politico del Carducci, rinnovato in quest'ultimo tempo. Ecco: Egli visse in mezzo agli eroi della patria e fu allevato nella loro fede. Non congiurò nè combattè le battaglie cruente, ma combattè quella battaglia a cui lo portava il suo genio, cioè, come più volte dissi, per la rigenerazione del pensiero e della coltura nazionale.

Ma l'uno dopo l'altro i titani, i profeti, i buoni, i martiri la Morte ravvolse della sua ombra.

In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario, ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: «Oh, se io fossi Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi acclama, e vi predica e poi vi dimentica.» E per la morte di Garibaldi, nel famoso discorso, dice: «La miglior parte del vivere nostro è finita». Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di Giovanni Cairoli, che dicono:

Oh come sola è ora

La casa degli eroi!

Ma non alla dimora di Groppello, sì bene più largamente sembrano significare. Caddero, e con essi cadde e tramontò l'idea di un'Italia repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che anzi perdura più che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci chiamò sè stesso per educazione e costumi repubblicano all'antica.

Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono più: ma pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non più da essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cioè come le genti italiche o dimentiche o non più curanti dei distintivi storici di nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanità rinnovata.

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Ho detto dimentiche e non curanti; ma non è tutto il mio pensiero: io penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto di portare in su, alla direzione degli organismi più delicati e vitali della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea, che non è da confondersi nè con la buona aristocrazia dei natali e dell'ingegno, nè con quella borghesia che il Carducci così bene chiama cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva nè tradizioni, nè energie, nè affetti superiori; che prima non era nulla, che oggi non è nè credente nè atea, ma egoista per istinto, cosmopolita per insensibilità; cui la libertà politica fornì i mezzi di rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi valere; che segue la corrente sempre dal lato ove è più forte, intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avrà sempre da guadagnare, nulla da perdere.

Questa classe indefinita e indefinibile si è propagata, sparsa, sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando in politica si atteggi a conservatrice.

Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perchè questa massa si sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere neppur essa perchè; certo per forza di viltà: è una specie di grande claque sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun convincimento, ma che in un momento grave deciderà della vittoria.

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Dinanzi a questo disgregarsi e disperdersi delle forze morali della nazione, io non posso a meno in fantasia dall'imaginare questi veri padri della patria raccogliersi e proteggere non la loro repubblica, ma l'idea informativa della santa repubblica, cioè la virtù e la bontà degli animi, la gentilezza, la coscienza del concetto della patria.

E nella divina tranquillità della morte, nell'allontanarsi del tempo, dinanzi al supremo pericolo, non solo scompaiono gli antichi loro dissensi, ma con loro si accompagnano altri (e quelli ben volontieri li accolgono) che, monarchici di fede e loro nemici qui in vita, consacrarono pure l'ingegno e le forze per la patria.

A questa schiera di grandi spiriti, con una communione di anime, vivo, fuori da ogni preoccupazione di parte, si ricongiunge il Carducci.

Nelle sue ultime odi, Piemonte, Cadore, La bicocca di San Giacomo, prende argomento da fatti e da personaggi eroici per rievocare (forse Egli è l'ultimo) la santa, la meravigliosa nostra patria, le memorie infiammate di gloria, le speranze per cui invano i profeti segnarono i giorni numerati al loro avverarsi.

La verità vera è che il Carducci in questo sentimento è meno inteso che mai.

Riporto ancora le parole del signor Buti[27] perchè hanno il merito di riferire con scettica nitidezza il giudizio di moltissimi, volevo dire comune:

«Tale è l'ultima messe lirica di Giosuè Carducci (Piemonte, Cadore, ecc.): un anacronismo, un deplorevole anacronismo, che avrebbe potuto essere della poesia civile cinquant'anni fa, ma che oggidì riducesi a un mero sfogo solitario e retrogrado senza eco e senza consentimento del pubblico. Il Carducci, in questi saggi di pretesa lirica civile, s'è dimostrato impotente non che a precorrere, anzi a seguire la rapida corsa verso l'avvenire del pensiero contemporaneo.» E finisce: «Egli si è lasciato illudere dalla sua fama. À creduto di parlare altamente e degnamente alla generazione presente. In vece la sua voce fu così bassa e così cavernosa, che parve ai giovani uscisse da un sepolcro!...»

Che cosa posso io rispondere? Nulla, e proprio lo dico senza ironia. La risposta sta in tutto questo scritto, se pure nelle parole è rimasta qualche cosa del mio pensiero.

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Ma oggi mai molte sono le voci dei morti secondo il giudizio di quelli che si vantano vivi.

Ne ricorderò un'altra; quella di Felice Cavallotti, e prego chi legge a non mi volere frantendere. Certo io posso sembrare, e sono in fatto, più congiunto all'antico che al nuovo; ma il pensiero, appunto perchè non lieto ed intento ad una spassionata ricerca della verità, non trova forza nè modo di essere satirico o di trafiggere alcuno con le abusate arti dello scrivere.

Il Cavallotti, il quale è certo una delle poche figure del partito repubblicano storico che sia giunta sino ad oggi integra e combattente, dopo i noti scandali bancari bandì, a nome suo e de' suoi, un manifesto (3 dicembre '93) ove richiama i cittadini e gli uomini politici al sentimento della morale, del dovere e dell'idealità della patria; ed accenna ad un ordine di riforme tributarie ed amministrative tale che valgano a dare alla patria stabilità politica e benessere di vita sociale. Bisogna però aggiungere che queste proposte e queste riforme per quanto coraggiose ed organiche non escono dall'ambito della legalità e sono tali che un conservatore liberale e libero da preconcetti e da odi, può sottoscrivere; in altre parole stanno entro i limiti di un equo ed ideale ordinamento della società borghese quale oggi è o sembra essere esteriormente.

Ora il signor avv. Filippo Turati, uno dei più autorevoli e nitidi espositori italiani delle dottrine socialiste, nella Critica Sociale del 16 dicembre, a proposito di questo manifesto e del Cavallotti scrive fra le altre cose le seguenti: «Questa leggendaria logorea di morale, bandiera, sociali giustizie, popolo, che non tocca una sola delle cause dei mali presenti, è ben la fioca voce di un revenant del 48, voce che non ha in nulla l'accento, la vibrazione dei tempi, delle cose, dei bisogni dell'oggi.»

È questa un'affermazione assai grave e che dimostra il tormento dell'ora presente e la tensione a cui è giunto il dissidio; tuttavia bisogna saperne grado all'autore per avere messo le cose al loro posto.

Si richiedono però alcuni commenti.

Anzi tutto conviene constatare un fatto. L'attuazione di questo e di simiglianti programmi sovente banditi dai più autorevoli e degni superstiti del partito repubblicano storico, richiede ed implica necessariamente nella odierna società un complesso di energie, di convincimenti e di virtù che sembra che più non esistano. Il persistere stesso del male dimostra che vi è una vera incompatibilità fra il rimedio e lo stato patologico dell'organismo sociale quale è oggi.

Sotto questo punto di vista il signor avv. Turati constatando la inefficacia del detto rimedio, è strettamente logico, e secondo i suoi intendimenti, ha anche ragione di rallegrarsene.

Ma questa non è che una parte di ciò che a me sembra essere la verità. L'altra parte della verità è che il partito repubblicano classico o storico non si può accostare al socialismo scientifico perchè questo implica in sè la ruina di qualche cosa di storicamente superiore ed intellettualmente aristocratico, in cui sta la ragione di essere del detto partito repubblicano.

Questo qualche cosa di superiore dovrebbe anche essere anima e nervi della borghesia; ma invece di essere tale decade molto rapidamente, e decadendo a mano a mano segna come indice il formarsi ed espandersi del partito nuovo: e decadendo lascia un terribile vuoto morale nella società borghese, dal quale vuoto proviene il fatto che la difesa che la detta società fa di sè, diventa sempre più materiale ed a conservazione di beni materiali: lieve riparo o scorza contro cui i socialisti urtando fanno sentire con allegro sprezzo come risuoni a vuoto, e dicono che non fa nemmeno bisogno di abbatterlo; cadrà di per sè.

Da questa dolorosa contraddizione che nol consente, anche proviene che gli ultimi superstiti di quel partito repubblicano storico, che non potè fiorire e per il suo elevato concetto e per mancanza di forze etniche, o si addossino al presente ordine sociale costituito nella speranza di infondervi nuova anima, nuovo sangue, idealità, senso della propria conservazione, come il Carducci; o rimangano sospesi come il Cavallotti; o si ravvolgano nella propria saggezza come il Bovio, o si agitino tremendamente, perchè sentono che il terreno è da per tutto minato, come l'Imbriani.

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Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu già detto innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi gioverò delle parole del Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico.

Ecco: Nessuno è più del Carducci democratico nel senso umano della parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta modestia e dignità di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace per tutti gli uomini di buona volontà, e sono convinto che in sostegno di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero bene, Egli darebbe il suo voto.

Che cosa v'è dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo eroico combattente della libertà, perchè oggi debba essere giudicato inadatto a conoscere la pienezza dei tempi?

Forse perchè da ultimo si dichiarò monarchico? Evvia, anche quando Egli era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perchè v'era il tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cioè come è oggi.

La vera cagione è che fra il Carducci e la gente nuova v'è un abisso di mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto di questa conversione per proclamare la sua incapacità di assurgere alla conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge.

Scriveva dunque nell'83, cioè quando non avea ancor cessato di essere il cantore di Satana e il poeta della democrazia:

«L'idealità di una nazione, la religione cioè della patria, ha per fondamento, per focolare alimentatore una o più realtà, ciò sono una graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza, dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale,» e poco sopra definisce la idealità di un popolo così: «cioè la religione delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della missione propria nella storia e nella civiltà, religione e conscienza che sole affidano un popolo d'avvenire»[28]. E nella sua professione politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: «Io voglio lo svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessità storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e sociale secondo la tradizione italiana».

Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale, questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della missione di un popolo nella storia e nella civiltà, sono sentimenti che la società che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un ritardo: ed è cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare, di rinnovare.

Ogni opera che tenda a conservare autorità di principii, tradizioni storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime, riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo viaggio.

In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente; differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una essenziale differenza di contenuto.

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Perchè è un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo!

Certo non è facile segnare il confine del punto ove il fatto economico cessa per diventare fatto morale, tanto più che sovente le due cause sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma è però vero che la causa morale vi entra per grandissima parte.

Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze, della proprietà, del lavoro, costituiscono il turbamento economico, quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquità degli uomini, quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse sembra non possano nè migliorare nè altrimenti modificare.

È però vero che questo disagio economico si è insensibilmente acuito a cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui avviene che tutti noi, dal più al meno, abbiamo smarrito il senso della vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo, l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicità.

Negare od eludere questo male puole essere facile, non così il proporvi un adeguato rimedio.

Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale, chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe sociale, cioè di coloro che portano a dosso la livrea di servi del capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente, cioè distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale. Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una voluttà di dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire.

Non ha idealità religiosa, perchè, quando non è giudea, della vera fede ha perduto quasi tutto fuorchè le apparenze; non ha tradizioni eroiche e gentilizie, perchè è sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il suo tempo; non si può dire che sia monarchica, perchè con pari garanzie accetterebbe anche la repubblica; idealità nazionale non sembra che ne abbia molta, perchè priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha contribuito all'unità politica, non si può dire che l'abbia fatto sempre per nulla o, se così fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale però della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica del socialismo. Essa di fatto è portata dalla sua stessa natura ad accentrare e ad accumulare sempre: ma è giunta al punto che le forze per contenere e conservare ciò che chiama sua legittima proprietà le oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo.

Di contro a questa smisurata e innaturale forma di proprietà, di ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta reazione della comunità o socializzazione dei beni e dei capitali; la quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso accentramento capitalista.

Intanto nell'oscillare fra questi due opposti eccessi il senso della proprietà vera, legittima, come quella che è prodotto esiguo, ma santo, ma caro dell'onesta attività dell'individuo, si perde; e fatalmente si dovrà perdere quella poca ma vera felicità che consiste nell'affetto e nell'uso delle cose proprie. La quale non è soltanto felicità individuale, ma è fonte di saggezza, di pace, di parsimonia e di bontà nel senso della conservazione della famiglia.

La guerra alla proprietà falsa e soverchia trasse seco anche la guerra alla proprietà vera e buona; e supposto che questo nuovo ordinamento economico si avveri nel modo e nel grado che si dice e si vuole, dovrà produrre anche un rinnovato ordinamento morale, in cui molte cose buone e care andranno sventuratamente disperse.

Anche il ceto della borghesia media o cittadina che può sembrare la classe più sana e più resistente, ha perduto moltissimo della sua forza conservatrice.

Anzi tutto essa pure si venne spostando e disorganando economicamente per forza del movimento accentratore del capitale; così che da proprietaria di modeste e care fortune che essa era, si trovò, per citare il caso più blando, a poco a poco alla mercè degli impieghi, dei commerci e della conseguente vita randagia; poi anche quella parte che si è potuta conservare integra e fedele agli usi, alla morale, agli studi, agli affetti, risente l'influsso di questa dissoluzione che non si sa dove sia propriamente, ma è diffusa dovunque come l'aria che si respira. Inoltre battuta in breccia senza tregua dalla gente nuova la quale fa balenare bandiere di ogni più ardita rivendicazione e innovazione; priva dell'appoggio e dell'esempio delle classi così dette dirigenti; avvilita da una certa fatalità che è nelle cose, sente sin da ora che sotto i suoi cardini di resistenza il terreno le cede; e insensibilmente si sposterà sempre più verso il nuovo quasi senza avvedersene se non quando il passaggio sarà avvenuto anche nella sua parte esteriore.

Concludendo su questo proposito, si può dire che mentre le classi dirigenti ed organiche della borghesia alta e media vanno perdendo il senso morale della propria conservazione, la misura e il modo della difesa e partecipano esse medesime di non so quale dissolvimento, dall'altro lato l'infinito numero dei lavoratori, dei diseredati, dei malcontenti che il capitale accentrandosi esprime e produce, con un mirabile accordo oltre ogni confine di nazioni, muove serrato alla conquista di ciò che è o si presenta sotto l'aspetto della giustizia, del diritto, del benessere.

Rimarrà il banchetto umano lauto per tutti, ovvero, ridotte le porzioni, si accorgeranno i nuovi venuti, essi per i primi, che ben di poco si avvantaggiarono? Cioè non avverrà forse che questo più raffinato senso che è universale, questo più intenso bisogno di partecipare ai godimenti della vita (oltre i giusti limiti della vita fisiologica) non trovino la possibilità di equilibrarsi con la maggior dose di benessere economico che sarà concedibile, e perciò, rimanendo lo squilibrio, rimangano le cause del male e del malcontento? Ma in verità ogni prognostico di ciò che sarà la società dell'avvenire col fondersi di questi vari elementi è assolutamente prematuro e fallace.

V'è però un fatto che mi pare indubitabile e di cui oggi stesso si vedono segni manifesti, cioè che un equilibrio ed un assetto stabile in questo futuro allargamento e partecipazione dei benefici sociali a tutti gli uomini, non sembra possibile senza ammettere un tipo medio umano entro cui di buona o di mala voglia bisognerà costringersi; e forse in questo adattamento al nuovo ambiente, in questo rimpicciolirsi del tipo umano chi sa che non si trovi il modo di essiccare le sorgenti di quel genere di dolore che proviene dalla meditazione, dall'ingegno e dalla filosofia.

In questo che io dico vi sarà alcuna parte di eccessivo, ma è certo che se all'organismo sociale in formazione sono di impedimento gli individui accentratori di moltissima ricchezza e di molte energie umane al proprio servizio, non è meno vero che, sotto un altro aspetto, anche le vere individualità dell'ingegno, essenzialmente indipendenti, preponderanti, bisognose di foggiare il mezzo che le circonda della propria impronta, devono riuscire pericolose od inutili; come deve anche riuscire inutile ogni studio, ogni arte, ogni meditazione che contenga un eccelso godimento o perfezionamento non partecipabile all'universale.

Così ad esempio supponiamo che ai giorni nostri comparisse un uomo il quale avesse tutto lo spirito apostolico, tutte le meravigliose energie psichiche di Gesù Cristo, e che quest'uomo senza alcun misticismo ultra terreno, ma su le basi di un'idealità umana altissima trovasse modo di stabilire in terra il regno della possibile felicità per tutti e di eliminare le cause di ogni ingiustizia e di ogni patimento per tutti. Ebbene quest'uomo, nella migliore delle ipotesi, troverebbe scarsissimi apostoli e seguaci: giacchè supponendo anche che la sua dottrina fosse così perfetta che l'arma della critica non la potesse nemmeno intaccare, per ciò solo peccherebbe che la maggioranza degli uomini non potrebbe assolutamente intenderla ed applicarla.

Che se i fondatori di religioni poterono stabilire e fare accettare dalle moltitudini come pietre angolari del loro edificio alcune massime di una morale superiore o extra umana, vi riuscirono solo perchè si valsero del terrore d'oltretomba e della volontà divina per loro mezzo rivelata. Ora questi mezzi mistici non commuoverebbero che pochissima gente; ed è per questa causa più che logico, non certo consolante, che l'umanità, ammaestrata e fatta scettica da secolare esperienza e da maggiore conoscenza scientifica, rigetti, scarti senz'altro ogni dottrina, ogni morale, ogni felicità che sia superiore alla capacità ed alla attuabilità delle sue forze medie e che per questa sola ragione le trovi erronee.

Invece è conseguente che con tutte le sue forze aspiri a quel benessere che è compatibile con le sue energie e con le sue facoltà, ancora che esso non sia nè il vero nè l'ottimo.

Per ottenere questo, due mezzi, oltre agli altri, si impongono come logicamente necessari alla civiltà in formazione, cioè, ripeto, livellare e scancellare.

Ed applicando questo criterio all'ora presente ed alla nostra patria, si può dire che l'Italia, la meno giovane fra le nazioni civili, la più provata dalla esperienza, la più ricca di memorie, di tradizioni, di glorie, sente prima e più che ogni altro popolo il bisogno di buttare a mare tutti questi inestimabili tesori che non essendo per così dire assimilabili ed utilizzabili dalla maggioranza sovrana, le diventano per ciò di peso e di impedimento.

Dinanzi a questa risorta forma di giacobinismo il Carducci mi rende sembianze di girondino nuovissimo e mirabile; e ne ha tutte le tristezze e le audacie, come nel sonetto Dietro un ritratto, ove chiude:

Oh fantasie di gloria a terra sparte!

E tu Italia vincente, e tu rubesta

Libertà coronata alto da l'arte!

Sopra il fango che sale or non mi resta

Che gittare il mio sdegno in vane carte

E dal palco fatale un dì la testa.

e più fortemente nello scritto su Alberto Mario, stampato primamente nel Don Chisciotte di Bologna, li 2 dicembre dell'81, ove dice: «Odi, Alberto Mario. Io ho ancora un ideale. Ed è quello di morire su la ghigliottina, condannato dal popolo vincitore.

«Il popolo, corrotto e accannato dai governi, pasciuto di frasi e aizzato al vento dai democratici, quando romperà la sbarra, ci scannerà, cioè, ci giudicherà.

«Ci giudicherà, perchè noi vorremo ancora la libertà e la giustizia: due parole che son per divenire di cattiva fama: l'una sbattacchiata in faccia alla gente che non può usarne, perchè ha fame e miseria e ignoranza: l'altra mascherante le mutazioni degli interessi nelle classi dirigenti.

«Noi veramente non pensavamo così. Ma... ma allora sarà quello che sarà.

«Alberto Mario, ti do il ritrovo alla ghigliottina.

«Ma vedi, nè meno ci ghigliottineranno. C'impiccheranno come servi feudali; ci lapideranno come ebrei.

«La Gironda è per sempre finita».

***

Ma ammainiamo le vele che, per avventura, troppo indugiammo e v'è rischio che il lettore anche benevolo ci muova rimprovero di avere abusato della sua pazienza, insistendo sempre su di uno stesso argomento per quanto questo sia vitale e presente.

***

Forse un errore può essere imputato al Carducci, cioè che la compagnia spirituale o di persona di quei cittadini eroici che furono padri della patria, lo studio dell'arte, l'impeto della fede ardente che rimovea da sè le correnti delle idee contrarie, siano stati cagione che fosse alquanto ritardata in lui la conoscenza esatta della natura delle nuove idee.

Si aggiunga l'effetto dell'applauso che non permise, forse, di separare quanta parte era rivolta all'alto concetto umano, storico, artisticamente sereno, contenuto in quella sua continua ribellione, e quanta maggior parte di esso applauso traeva origine solo dall'espressione rivoluzionaria, dalla frase tagliente ed audace.

Venne infine il giorno che questo movimento di idee e di gente nuova prese tanta estensione ed espressione che il suo carattere non potè più essere dissimulato.

La gioventù che gli passava da presso di anno in anno, ancora serbava il vecchio nome di repubblicana, e certo in buona fede; ma in sostanza era penetrata da queste idee e speranze nuove, le quali nulla contengono di quell'eccelsa idealità patria ed umana, di quel senso dell'individuo eroico, di quella religione delle memorie, di quell'aristocratico sentimento dell'arte che sono cosa propria del Carducci: anzi si può dire che l'attuazione di quelle idee non è possibile senza la distruzione di queste.

Io non so se alcuno molto poco intendendo dell'arte e del genio del Carducci si fosse da lui, come poeta, aspettato qualcosa di simile all'Inno dei lavoratori; questo so certo che non pochi dissero che il Carducci come intese questo crescente dissidio, avrebbe dovuto uscire dall'arena della vita attiva e combattuta, ravvolgersi ne' suoi convincimenti, nella sua antica fede repubblicana come Trasea Peto si ravvolse nel suo manto ed uscì dal Senato.

Così da quell'altitudine, sdegnoso ed immoto, avrebbe dovuto con filosofica serenità assistere allo svolgersi di questi nuovi fenomeni della vita sociale.

Tutto ciò avrebbe potuto piacere alla sentimentalità di qualcuno ed avrebbe prodotto un discreto effetto artistico. Ma via! supporre questo esiglio e questa morte volontaria quando i nervi ancor son forti, non solo è un semplice assurdo, ma è un disconoscere l'indole e l'anima del Carducci.

***

Egli non esitò un istante, il timore della calunnia, dell'insulto, di ogni sorta di denigrazioni non lo rattenne, ma si accostò decisamente alla monarchia.

«Ma che disertare? — esclama — Si diserta per vigliaccheria o per guadagno. E questo non è il caso mio. Si può disertare, e innanzi alla legge morale non è più diserzione, quando l'uomo si trovi per forza o per mala elezione arrolato sotto la bandiera dei nemici in guerra con la patria. Sarebbe questo il caso? No'l voglio credere»[29].

Ma nell'accostarsi a questa forma politica conservatrice Egli non cerca difesa o rifugio, ma il modo di meglio combattere ancora, sempre, finchè duri la vita. Per tal modo a questo principio monarchico Egli dà un'attitudine schietta, cittadina, nazionale, ideale come ove dice nel discorso agli elettori del collegio di Pisa (maggio '86):

«Io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore quando io lo veggo in fantasia su l'Alpi Giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con la spada i naturali confini della più grande nazione latina».

***

In questa nuova sembianza più grande Egli si erge e più manifesta ci appare la sua vera natura.

Perchè Egli, in questo lento dissolversi e disperdersi degli antichi distintivi del genio italico, sente che in sè ne è assimilata grande parte; e perciò la personalità del suo genio sotto un certo aspetto diventa personalità di razza: la necessità della propria conservazione individuale si impone come necessità biologica e storica.

Tutto ciò che in lui vi può essere di poco armonico, di eccessivo, di mutevole e, sia pure, di apparentemente illogico si deve ricercare in questa necessità di difendersi e di difendere.

***

Se poi alcuno domandasse: la monarchia a cui il Carducci si accostò, contiene essa questa virtù conservatrice della religione e delle tradizioni patrie? puole essere instauratrice di giustizia economica e morale, così da porre freno o almeno dirigere le esorbitanti forze dei nuovi partiti sociali? raccoglie e rappresenta essa le energie della parte più savia e più sana della nazione? insomma quanta parte di vero, quanta invece di soggettivo vi è in questa idealità di cui il Carducci la recinge?

Risponderei che questo non entra nel tema del mio scritto e che ognuno vi può dare quella risposta che crede migliore.

NOTE:

1. Vedi il foglio apologetico Ça ira. — Gli studenti radicali e Giosuè Carducci. — Numero unico, Bologna 19 marzo 1891. Società Tip. Azzoguidi.

2. Dalla Gazzetta dell'Emilia, — Bologna, giovedì 19 marzo 1891. — Lettera di Giosuè Carducci al direttore del giornale.

3. Ça ira, ecc.

4. Vedi a questo proposito l'opera: Edmond Biré. Victor Hugo. Paris, 1891. Perrin et C., etc.

5. Una bibliografia delle opere del Carducci è vivamente desiderata dagli studiosi, chè tale non si può considerare quella che il signor Brilli fece seguire alla quinta ristampa delle prime Odi barbare (Bologna, Zanichelli, 1887) non essendo, come scrive lo stesso compilatore, nè intera, nè del tutto esatta, nè, come io aggiungo, distribuita in modo e in proporzioni logiche e chiare.

6. Rime di Giosuè Carducci. San Miniato, tipografia Ristori, 1857. Edizione che ora non si trova in commercio.

7. Poesie di Giosuè Carducci (Enotrio Romano). Firenze, Barbera. (Quattro ristampe, '71, '74, '78, e '80).

8. Iuvenilia. Edizioni definitive dell'80 e del '91. Bologna, Zanichelli.

9. I Decennalia, editi nelle citate edizioni del Barbera, sono il nucleo delle rime politiche che aggiunte ad alcune delle Nuove Poesie (Imola, Galeati, 1873), formarono poi il volume dei Giambi ed Epodi (Bologna, Zanichelli, 1882).

10. L'Inno a Satana nelle citate edizioni Barbera è posto fra i Decennalia. Nelle seguenti edizioni (Zanichelli, '81 e '93) è posto fra i Levia Gravia, ma in fine, quasi ad indicare, anche materialmente, che è l'ultima delle poesie giovanili.

11. Vedi Rime Nuove. Il sonetto.

12. Vedi la nota a pag. 50.

13. Polemica su i Giambi ed Epodi.

14. Zanichelli, Bologna.

15. Zanichelli, Bologna, 1878.

16. Questa invettiva, come è noto, si originò dall'erronea interpretazione data al verso dell'Ode alla Regina «con la penna che sa le tempeste», chè molti per penna intesero la cannella o quella d'oca per iscrivere.

17. Ode Alla Vittoria tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia.

18. Per la pira del gen. Garibaldi. Nota.

19. Francesco S. Nitti. L'ora presente. Roux, Torino, '93.

20. Lettera dell'11 maggio '93 al Resto del Carlino.

21. E. A. Butti. Nè odi nè amori. Milano, Dumolard, 1893.

22. Critica e arte.

23. Iuvenilia.

24. 20 Novembre 1878.

25. Credo opportuno richiamare alla memoria il modo come si originò l'ode Alla Regina, lasciando ogni giudizio all'accortezza del lettore, tanto più che in qualche punto mi sembra di avergliene fornite le indicazioni. Scrive il Carducci nell'Eterno femminino regale: «di tutto ciò che di me può parere, mi addolora solo e anzi tutto l'apparire ingrato e disobbligante a chi mi abbia fatto segno di benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se io non fossi io, cioè il poeta (come mi chiamano) della democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi monarchici borghesi come uno può esser cavaliere senza aver mai a' suoi giorni portato una croce.

«Faccia un'ode alla Regina — dice Luigi Lodi.

«Chi sa? — rispondo io.

«La mattina dopo gittai giù le prime strofe dell'Ode alla Regina d'Italia

26. Bologna, Zanichelli, 1890.

27. Op. cit.

28. Ça ira.

29. Lettera al direttore della Gazzetta dell'Emilia, 18 marzo '91.

LIBRERIA EDITRICE GALLI
di C. CHIESA & F. GUINDANI

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Dirigere commissioni ai signori C. CHIESA & F. GUINDANI, editori, Milano.