Nelle odi barbare, o per meglio dire in tutte le sue opere sì poetiche che di prosa, oltre all'idealità nazionale, v'è diffuso un altro sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea.
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Chi, ad esempio, non ricorda l'ode Per la morte di Napoleone Eugenio?
Io penso che il più volgare dei lettori deve averne risentita l'impressione come di cosa nuova e sublime.
Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una così diffusa passione, una così grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa maturezza, perchè mi sembra che mai una lirica così breve abbia con tanta semplicità assimilato così molti elementi del pensiero: la verità storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio infinitamente triste nel suo oggettivo dolore.
Questa lirica e quella Presso l'urna dello Shelley, che ha un movimento di figure così stupendo che se un pittore potesse esprimerlo farebbe la più fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella a Giuseppe Garibaldi, il sonetto a Giuseppe Mazzini, possono alla maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed informò di ritmo per semplice eccitazione artistica.
Così non è: un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si esplica; cioè l'inno al gentile eroico che la modernità tende ad eliminare dal suo seno come forza di cui oramai più non sente il bisogno.
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Egli di questo sentimento eroico possiede una sùbita ed istintiva percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone così forte da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa.
Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosuè Carducci monarchico, senatore del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine frementi come già fece nell'82.
Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire, sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la società moderna non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e molto meno conduttori di popoli perchè allo stato in cui si trova e per quel che vuole essere basta a sè, intende guidarsi da sè e infine ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori.
Questo è uno dei caratteri differenziali più notevoli fra il Carducci e il suo tempo.
«Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, così io non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale!»
E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: «Oh, quando gli eroi non contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di periodi epilettici l'epopea.... oh allora
«che importa vivere,
«che giova amar?»
Forse è vero, che importa vivere? Eppure è così! Non solo gli Dei, ma anche gli eroi se ne vanno e deserta è la loro casa! Gli eroi (e con questa voce intendo ampliare il senso che si dà all'uomo di genio) si discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa mediocrità del tipo umano.
La demolizione degli eroi è già cominciata.
Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo per sè solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero è che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in sè per la incompatibilità col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha più presa nel pubblico; e però essi si guastano nell'inazione come si guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto.
Ma è verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno totalmente di essere, come organismi che scompaiono perchè venne a mancare la loro funzione sociale.
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Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispensò, secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta del frumento non granì nè tutta nè a maturità la sua spica.
Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata.
L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora più fiorente e bello, e la soffocò ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure.
È questo un paradosso? Può darsi. Io vi voglio allora aggiungere un corollario che lo corregga: cioè che producendo tuttavia la natura uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cioè a dire dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata utilità: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di una idealità superiore.
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Gli eroi come deità, come profeti, come guerrieri, come fondatori di civiltà, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e dell'anima già furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, chè meglio io non saprei, nè imaginare nè esprimere, bene io credo che essi siano stati «lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di tutto ciò che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di raggiungere. Tutto ciò che vediamo è risultato materiale, esteriore, l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi». E se questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione è che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente, come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in regioni iperboree.
Certo io non ignoro che esiste una scuola più recente che nega questa importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ciò è forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non è però nè giusto nè vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul progresso della umanità fino al tempo moderno.
I giganti hanno formato il grande edificio della civiltà; gli uomini se ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno imparato quel tanto che basta per fare da sè ed oramai non hanno più bisogno nè di eroi nè di giganti nè di maestri; e come non ne hanno bisogno, così non ne riconoscono il culto.
La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale.
La storia non ha riconoscenza.
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E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa sembrare, non voglio tacere.
È proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal sacrario delle coscienze?
Così si crede comunemente e così è; ma non del tutto. La scienza vera, non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione ultima, se pure ci potrà arrivare.
Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si può chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cioè borghesia oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente, è indotta a combattere questo concetto più di ogni altro individualista ed aristocratico che è Dio.
Ne rimane, è vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cioè in quanto è morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio, designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non esistono più, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento.
A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo eclettico[19], dice: «Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e se ne abusa ogni giorno e male».
Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale, rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di una questione altamente scientifica ed averla così universalmente devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi in questa morale nuova v'è del male, o, per meglio dire, se gli uomini non seppero applicarla che male, cioè in quanto sembra rispondere a bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non può venire che dalla conoscenza più perfetta delle dottrine positiviste; non da un neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona volontà tentano o si illudono di riaccendere.
E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che anche il Carducci combattè il principio divino nell'inno A Satana.
Si può rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova non rappresenta la mistica idealità di un Dio infinitamente buono, infinitamente misericordioso; Iehova è piuttosto la corruzione della pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana è la ragione che combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha più ragione di esistere. La sua missione è finita da assai tempo con la sua vittoria su Iehova.
Inoltre esso è un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra tutto troppo aristocratico e classico.
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La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte è un fenomeno individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica è per sua natura trasmissibile ad altri e, quel che più vale, si accumula con le precedenti.
Ciò che lo scienziato di genio scopre non può essere difeso da alcun brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore può anche finire negli archivi della storia; ciò che importa è la cosa scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto verosimilmente è una delle più valide cagioni dell'ingordo attingere della modernità alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto è manifestazione prepotente dell'individuo, cioè disegno di puri ed armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane è solo dove essa soddisfi ad un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice non imprima più di dolorose e difficili idealità la sua opera; ma, comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le ordinazioni: e se le avrà eseguite secondo il suo piacimento, allora si applaudirà e si concederà il compenso e la gloria del giorno.
Questo fatto è universalmente sentito sebbene non sia apertamente confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da qualche anno il pubblico avea intuito che Egli sotto il velame degli versi strani non cantava proprio più all'unisono con le sue aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe apparenze facevano credere il contrario.
Un bel giorno, con uno di quei movimenti bruschi ed audaci che gli sono propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissipò l'equivoco e allora gli fu tolto il brevetto della popolarità e della modernità che prima gli era stato dato così generosamente.
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Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre castigata e misurata; e così offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci, invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia,[20] e in arte, in una delle sue ultime e più compiute odi, la già citata Presso l'urna dello Shelley, esclama:
....... O strofe, pensier de' miei giovani anni,
Volate omai secure verso gli antichi amori;
e un po' innanzi:
L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
il quale distico non è altro che una variante più triste di quel noto verso che chiude il sonetto a G. Mazzini:
Tu solo — pensa — o ideal sei vero.
In altre parole la sua arte ritorna con più dolorosa comprensione e convinzione al giovanile motto soggettivo, dedotto dalle iscrizioni sepolcrali romane Suis sibi fecit, cioè, come spiega Egli stesso, «questa tomba fece a sè ed ai suoi versi».
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Questa coerenza che è in lui nell'arte, è anche in politica.
Forse può sembrare un'affermazione audace; ma io ho tutt'altra pretesa che di far mutare l'opinione del pubblico; tanto più che sarebbe pretendere l'assurdo il volere che gli uomini depongano le loro passioni per giudicare serenamente un fatto che certo si presta a critiche acerbe e non benevoli. Io voglio solo dire ciò che credo vero, e credo fermamente che volendo e potendo dare uno spassionato giudizio, questa coerenza conviene ammetterla.
L'evoluzione monarchica del Carducci sotto un certo punto di vista si potrebbe considerare come fatta a posta per indicare con un mutamento politico reciso un dissidio antico fra lui e l'universale: dissidio che si veniva sempre più accentuando per la maturità dei tempi, e che Egli, per quanto lo avesse voluto, non avrebbe potuto togliere in sè perchè sarebbe stato necessario mutare sostanzialmente la sua natura ed il suo genio.
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Data l'indole de' tempi e la natura dei due ingegni, come trovo coerente l'evoluzione del Carducci, così mi sembra naturale quella del De Amicis, anche considerandone il solo lato artistico. Questo conosciutissimo scrittore (e il suo passato e la sua coltura lo dimostrano) è recente alla vita del pensiero. Egli, per usare di un paragone, certo è feconda pianta, ma di brevi radici e per vivere deve necessariamente assorbire la linfa alimentatrice alla superficie del suolo: in altre parole la sua opera artistica è determinata dalle condizioni generali dello spirito dell'epoca ed è quindi più che naturale che lo segua nel suo nuovo indirizzo.
Egli deve aver sentito che se si fosse voluto svolgere in un senso contrario a quello cui l'universale crede e tende, avrebbe trovato impedita la via. Questa, anche prescindendo dalle possibili convinzioni individuali, è una delle cause della vera evoluzione del De Amicis. Forse gli si può fare rimprovero di essere stato il primo; ma è verosimile che fra gli scrittori non sia nemmeno l'ultimo.
Per il Carducci invece è il contrario. Egli per vivere nell'arte, non ha bisogno di bere alle mal note fonti della vita presente: Egli è quercia secolare e quanto avanza pel cielo il tronco e le mirabili fronde, tanto sotterra spandonsi le sue radici. Molti secoli visse la sua anima, di molti fatti umani Egli assimilò l'esperienza e la sapienza perchè si possa mettere allegramente nella schiera degli innovatori e dei facili profeti della felicità del domani; e, forse, troppo s'indugiò nel giardino delle Muse di cui parla Platone, di troppo amore amò cose di cui a stento oggi si ricorda a pena il nome, perchè possa essere inteso dagli uomini nuovi e questi lo possano intendere.
Contro la verità dell'oggi, determinata dalle mutevoli correnti dello spirito pubblico, Egli oppone una verità maggiore, immanente, desunta dalle leggi storiche ed umane e si mette in uno stato di opposizione che non è tanto nel suo deliberato proposito quanto nella sua natura.
Così, ad esempio, la propaganda per la pace universale è tutt'altro che un'utopia: già al nostro tempo le utopie vere non attecchirebbero, ma risponde a ben conosciute tendenze economiche e sociali: ora per il Carducci il riconoscere, forse, l'opportunità di questa agitazione non è argomento sufficiente per accettare come assoluto un principio che pur troppo sembra contrastare sì con le leggi storiche come con le leggi biologiche. La sua mente, come già dissi, non si può fermare ai fatti parziali; bisogna che risalga alla ragione prima, al principio fondamentale, e scrive una delle sue odi più pensate e lavorate all'idea storica della guerra. Voce inopportuna e non adatta certo ad acquistargli popolarità: ma per lui l'opportunità sta ne' suoi convincimenti e tutta la opposizione del mondo non basterebbe a far tacere la sua voce.
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In una parola si può dire che lo spirito pubblico non ha agito sul Carducci che, o negativamente o come stimolo all'opposizione: tutta la sua opera di arte risente lo spasimo della produzione autoctona, e di questo fatto la più parte dei lettori ben s'accorge ma non sa rendersene chiara ragione fuorchè dicendo che le sue poesie non sembrano spontanee come quelle di altri poeti; mentre se v'è lirica fusa di getto, questa è la lirica del Carducci.
Tali condizioni speciali d'animo e di coltura danno al suo genio un impeto di passione profonda, a cui risponde benissimo la forma lirica; ma nel tempo stesso gli tolgono la facoltà di studiare con oggettiva indifferenza e come pura materia d'arte i vari elementi di cui si compone la vita contemporanea; e questa è forse una delle cause per cui Egli non ci diede nè ci darà, molto probabilmente, nè il dramma nè il romanzo.
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L'arte del Carducci nella letteratura italiana modernissima giganteggia solitaria.
«Il Carducci è uomo d'altri tempi» — esclama un giovane scrittore[21] in un suo libro di critica per alcuni lati pregevole; ed io riporto volentieri questo giudizio non per valore di verità che contenga, ma perchè rende abbastanza bene l'opinione di molti — «non sa respirare il flusso d'idee nuove che l'ultime nevicate letterarie ci àn soffiato da settentrione.» Ed un noto commediografo scrive in quest'anno a proposito del concorso drammatico ministeriale: «Povero Carducci! Lo vorrei ben veder io giudice alla lettura di una o più commedie applaudite o fischiate, egli che da anni non frequenta un teatro di prosa, e non conosce una sola commedia moderna» — e più innanzi — «noi vogliamo per differenti ragioni escludere (dal giurì del concorso) tutti quei letterati puri, i quali del teatro moderno e della salutare evoluzione cui va soggetto, non sanno nulla e mostrano di non saper nulla».
O egregi e strenui giovani della dimostrazione dell'11 marzo '91, quando voi proclamaste «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo,» molto verosimilmente diceste cosa di cui non avevate piena convinzione.
Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne può trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il tono che fa la musica, cioè la irriverenza delle espressioni, la quale rivolta ad un uomo che è tanta parte del pensiero italiano e che non deve essere confuso coi letterati puri, può essere studiata come sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perchè indica affrancamento da ogni feticismo) a parte, dico, il modo che più m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o d'invenzione che si voglia dire.
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Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e sebbene ogni scrittore segua con la più grande libertà quella teoria d'arte che più si confà al suo temperamento o che più è di moda, tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione generale e sono indice abbastanza esatto del tempo.
Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si può dire che abbiano avuto torto, tutt'al più si potrà lamentare questa scissura delle nostre forze intellettuali più vive e giovani: ma penso che sia un male senza rimedio.
I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono troppo a sè come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non conosce nè meno di nome e dove ciascuno alla sua volta è spettatore ed attore.
E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta è un gran male, perchè essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento, godendo di molta autorità, almeno in un dato ceto sociale, del favore governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del pensiero nazionale. E in verità a questo nobile fine tende l'erudizione del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la ragione pratica dei loro studi.
Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro riti fra loro e quel che è peggio vi costringono tutta una scolaresca, con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le audacie e la vivacità; del classicismo non ha l'arte, la profondità, la lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano una falsa rigidità ed un'astrusa freddezza.
Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo; facendo sè stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ciò più innanzi.
È esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella sostanza per chi esamina spassionatamente le cose.
Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico, cioè che credono di essere con più o meno vocazione chiamati all'arte, il primo atto di dovere verso sè e verso il pubblico da cui vogliono essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ciò che possa sapere di studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al più se nell'arte formale del periodo e dello stile è necessario un modello, questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessità la francese ed esclusa l'italiana. Nessuno più di me odia il falso e retorico classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneità e dell'arte vera: ma che da una così copiosa e gloriosa e mirabile tradizione letteraria quale è la nostra; dal rigoglio di idee che, innegabilmente, è proprio dell'età presente non debba venir fuori nulla di originale, di nazionale, di italiano, è proprio sconfortante.
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Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo, novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed è così tenace da sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte.
Ecco: questo grande e complesso organismo della società borghese, reca attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene con la brillantezza allegra e la caducità delle fungaie. Si può obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al Tolstoi offre questo carattere di decadenza. È vero; ma ad esempio, in questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla decadenza v'è anche un al di là, una fede non ricercata ma ingenita a non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico ed ascetico profumo di virtù consolatrice e redentrice. I nostri giovani autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice di tutte le forme morbose della società; pare che le ricerchino come prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano, folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento della società presente, che è universale, si congiunga con un decadimento speciale della nazione.
Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli scrittori. Se essi scrivono così, vuol dire che il loro ingegno, la loro arte, il loro pubblico li porta a questo e non c'è nulla da aggiungere.
Io voglio dire semplicemente che quando una società riconosce il suo maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie di autopsia che essa fa di sè e de' suoi mali, tale società ha perduto il senso della propria conservazione.
Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio, dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma è vero anche che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo nelle sue forme più audaci di distruzione si presenta talvolta come logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica, per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei principii morbosi.
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Dove può sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si è nel campo della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza sorprendente lasciò la sua impronta di leone.
Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimutò l'atmosfera letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al metodo storico di cui Egli, per la verità del sistema e per reazione alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il più sereno e sicuro maestro. V'è di più: Il Carducci è caposcuola dell'onestà letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad un fine pratico: cioè ad un'instaurazione superiore della coltura nazionale.
Ora questa grande idealità degli studi che anima il Carducci accende anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore all'erudizione e alle lettere?
Non pare, e non pare nè meno che lo seguano nella parte formale, cioè in quella chiarezza e genialità artistica la quale risplende nelle più severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma è propria della nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo è che la sua fede nell'opera rigeneratrice degli studi è immensa, sebbene (mi si perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine più dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e delle persone.
V'è in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza così serrata che non permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno sì che Egli rimanga credente e combattente sino alla fine.
A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento classico:
«Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta la nobiltà e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi, intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto. Non potevano capirlo: parteggiarono più di una volta coi nostri nemici. La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre. Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella cittadinanza l'idealità che fece la patria: e questa idealità, non importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla coltura classica.
«Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie dell'indipendenza.
Conclude dichiarandosi «fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali impacci di pedanterie, quella idealità superiore greca e romana, contro la quale tuttavia batte il flutto della volgarità, della materialità, ed anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare.
«In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e gloria al popolo italiano, che è per tutte le sue tradizioni altamente e profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio Guizot: l'aristocrazia greca e romana è l'ultima che rimane agli spiriti nobili e che nessuno può togliere».
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Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i più lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno è sfuggito alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della vivacità dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni, ma un'impacciata gravità inestetica lascia trasparire attraverso le screpolature qua e là la grettezza del pensiero ed una erudizione non maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio, o apprentissage, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri.
Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e però alla civiltà e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i giovani che a questa scienza attendessero con severità di propositi ed elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi ad una più sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia, della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse così, e questa nostra patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione della sua nazionalità intellettuale e morale!
Ma non è così. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per la ricerca, e fin qui meno male; il male vero è che questa erudizione non è animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi fatti più maturi si valgano per istudi più complessi e maggiori o per adattare il già noto al mutevole tempo. In generale è tutta un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalità, se pure per finalità non si vuol intendere quella molto necessaria ma poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealità, tanto che io non esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza.
Tutt'al più a volere assegnare a costoro una ben strana missione storica, già adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si parla anche di morte.
Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che mercè loro (e se vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si può chiamare la demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si allargasse, ed anche un tacito parce sepulto, quando non è un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi credendoli conoscere per averli così spesso avuti seco e averli letti ed esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano perfettamente inutili, appunto perchè perfettamente non li intesero o, meglio, non vennero fatti intendere.
Certo è che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza di idealità, di finalità, di arte diviene maggiore a cagione di un senso direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la seguente, cioè che il pubblico intende ovvero intuisce come questo studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente.
Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario.
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Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v'è una decisa concentrazione del Poeta in sè medesimo, e ne hanno dedotto un decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perchè essendo costretto ad attingere sempre più entro di sè, riesce tuttavia a dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa.
Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la natura tutta vi risponda con una tragica serenità che non è nelle prime odi.
Sarebbe invece più giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano le colonne d'Ercole e lì bisogna arrestarsi.
Egli sembra essere compendio e termine di questa divina arte del canto quale sino ad ora venne intesa, cioè come rispondente con armoniche forme ai nostri bisogni estetici ed ai nostri fantasmi.
Se poi per il tempo avvenire il sentimento fantastico, appassionato degli uomini, cioè il soggetto della poesia, avrà bisogno di rivestirsi di parole e di ritmo, io non so: tuttavia oso dire che, supposto che ciò sia, le forme liriche e l'arte quali furono sino ad oggi e che nel Carducci assumono l'espressione più sintetica ed acuta, non potranno più sussistere e dovranno rinnovarsi totalmente.
Così intendendo, con una rigida e stoica visione del vero e con la consapevolezza interiore del punto che Egli stesso avrebbe dovuto segnare nell'arte, scriveva sino dal '74[22] «La poesia oggigiorno non è più la produzione immediata o mediata del popolo, nè elemento di civiltà per la nazione, nè un bisogno estetico della società, nè instrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento».
Egli fu logico sino alla fine e con la sua arte fornì la maggior prova di questa verità.
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Per tale modo l'anima del Poeta varca il suo viaggio. Egli passa come cavaliere stoico e disdegnoso in mezzo alla turba e tende al fine ove la ferrea logica del suo pensiero e delle cose lo conduce. Passa in mezzo alla grave e immota folla dei dotti, fra il chiassoso seguito dei monelli dell'arte, attraverso l'indifferente aprirsi del volgo; e non verso l'avvenire, o Poeta, ma
A la scogliera bianca della morte.[23]
Anch'essa un avvenire!