VIII.
GLI ABITANTI
i loro caratteri fisici, la loro origine e le differenze etniche e linguistiche

Note di FRANCESCO MUSONI.

Alcuni dati antropometrici.

Alcuni dati antropometrici. Fonte principale per la conoscenza antropologica del nostro territorio è l'opera di Rodolfo Livi, che, come è noto, mise insieme per tutta Italia una enorme massa di misure raccolte nelle leve militari[100]. Disgraziatamente il distretto di S. Pietro vi è considerato unitamente a quello di Cividale, mentre sarebbe convenuto tenerlo distinto, chè avrebbe servito quale termine di paragone tra la popolazione slava pura di esso distretto e le popolazioni friulane, più o meno mescolate con elementi slavi, dei distretti contermini.

Comunque, ecco alcuni dati che nell'anzidetta raccolta troviamo riguardo alle stature:

DISTRETTI Numero delle osservaz. Per cento di stature
    sotto i m. 1,60 sopra i m. 1,70
Cividale 590 6,1 38,8
Tarcento 286 5,6 41,3
Gemona 322 9,3 29,2
S. Daniele 325 6,2 30,8

Da queste cifre apparisce che la nostra zona ha le stature più elevate non solo di tutta Italia, dove la percentuale di stature sotto m. 1,60 è di 18,2, di quelle superiori a m. 1,70 di 17,6, ma dello stesso Veneto, che a sua volta eccelle fra tutti gli altri compartimenti del Regno.

Disgraziatamente, se il Livi ci dà i dati relativi anche alle stature medie per province, non ci dà quelle per circondari o distretti. Queste potei avere dal senatore conte A. Di Prampero, ricavate da misurazioni fatte sopra militari dell'età di 21 anno appartenenti a parecchie leve di molti anni fa. Eccole:

DISTRETTI Numero delle osservaz. Statura media
S. Pietro al Natisone 574 cm. 168,92
Tarcento 897 » 167,35
Cividale 1211 » 167,14
Gemona 1076 » 166,03
S. Daniele 926 » 166,29

Come si vede, qui il numero di osservazioni è di molto superiore a quelle del Livi e quindi le medie che ne risultano presentano maggior valore.

Ne emerge che le stature più elevate — e non solo della nostra zona, ma di tutta la provincia — appartengono al distretto di S. Pietro al Natisone, abitato da popolazione esclusivamente slava, della quale è risaputo essere più alta che non la rimanente friulana. Già nel 1599 Alvise Marcello, Provveditore della Serenissima a Cividale, parlando degli Slavi delle montagne di S. Pietro, scriveva: «sono quasi tutti bellissimi homini et delli più alti»[101]. I distretti di Tarcento e Cividale che vengono subito dopo, contano anch'essi rispettivamente 1009 e 905 famiglie parlanti abitualmente lo sloveno.

Anche rispetto alle stature altissime potei ricavare dati preziosi dallo stesso materiale fornitomi dal senatore conte Di Prampero e il quale, nel complesso, conferma quanto vale per le stature elevate. Infatti, sempre secondo il numero di misurazioni surricordate, nei

DISTRETTI DI Superavano m. 1,80 individui Superavano m. 1,85 individui
S. Pietro al Natisone 37 ossia 6,4 % 11 ossia 1,90 %
Tarcento 27 » 3,01 % 4 » 0,44 %
Cividale 22 » 1,01 % 4 » 0,31 %
Gemona 21 » 1,95 % 4 » 0,46 %
S. Daniele 14 » 1,54 % 3 » 0,32 %

La percentuale degli altissimi nel distretto di S. Pietro è più che doppia per le stature superiori a m. 1.80, più che quadrupla, per quelle superiori a m. 1.85 che non negli altri distretti.

Ecco ora i dati relativi all'indice cefalico medio secondo il Livi: Cividale 85.4; Gemona 85.2; S. Daniele 84.6; Tarcento 85.4. Notevole la maggior brachicefalia dei distretti di Cividale (comprendente pure S. Pietro) e Tarcento, anch'essa probabilmente dovuta a influenza slava.

Quanto al colore dei capelli, si hanno le seguenti cifre:

DISTRETTI Numero di osservaz. Rossi Biondi Castagni Neri
 
Cividale 588 4 153 161 70
Gemona 321 2 67 189 63
S. Daniele 322 2 48 191 81
Tarcento 286 3 54 175 54

In complesso il castagno prevale dappertutto, col massimo numero di biondi nel distretto più brachicefalo di Cividale-S. Pietro, minimo in quello meno brachicefalo di S. Daniele. Finalmente riguardo al colore degli occhi il Livi ci offre i seguenti dati, sempre sopra lo stesso numero di osservazioni:

DISTRETTI Celesti Grigi Castagni Neri
 
Cividale 182 141 245 18
Gemona 90 76 141 11
S. Daniele 62 84 151 25
Tarcento 71 59 162 13

Fig. 8ª. — Tipo sloveno della valle d'Erbezzo.

Giova infine avvertire che nella nostra zona, paese di contatti e d'incroci etnografici, manca un tipo etnico deciso, come in Carnia, in Resia e in qualche altra parte del Friuli: fanno eccezione alquanto il distretto di S. Daniele che ha le stature più basse, i crani meno rotondi, il colore più scuro di occhi e di capelli; e in assai maggior misura quello di S. Pietro e gli altri paesi slavi della montagna, la cui popolazione si conserva immune da contatti col piano, verso il quale ha bensì luogo una sporadica leggerissima emigrazione di famiglie che si stabiliscono in città o si trapiantano nelle campagne, non però una controemigrazione. Se noi mettiamo un gruppo di slavi puri accanto a un altro eguale di friulani, non vi sarà pericolo che possano essere confusi con essi: stature, nel complesso, più elevate, capelli più frequentemente biondi, occhi celesti o grigi. forme spesso angolose e magre, zigomi alquanto sporgenti, naso rincagnato, specialmente nelle valli dell'Erbezzo e del Judrio, fronte un po' schiacciata: caratteri questi che ricordano lontanamente il tipo mongoloide, come l'assonanza vocalica della parlata dei Rečanji (valle dell'Erbezzo) è, secondo taluni, dovuta a remote e forse preistoriche influenze di linguaggi turanici.

Alcuni dati nosologici.

Alcuni dati nosologici. La media dei riformati militari per infermità o deformità durante il quinquennio 1880-84 fu pei cinque distretti la seguente[102]:

Gemona 24,23 % di cui 3,94 per deficienza di statura
S. Daniele 19,21 % » 3,11 »
Tarcento 19,00 % » 5,20 »
S. Pietro 15,85 % » 2,85 »
Cividale 14,42 % » 2,74 »

Quattordici anni dopo, durante il quinquennio 1904-1908, questi dati subirono notevoli modificazioni e si ebbero le seguenti cifre[103]:

Tarcento 25,04 % di cui 8,27 per deficienza di statura
S. Pietro 22,54 % » 8,47 »
Gemona 21,47 % » 13,27 »
Cividale 19,94 % » 0,74 »
S. Daniele 18,40 % » 8,32 »

Se ne deduce un leggiero peggioramento generale ed uno più forte particolare pei distretti di Tarcento e S. Pietro: in quest'ultimo forse dovuto all'emigrazione — causa di vita poco igienica, di precoci fatiche, di vizi debilitanti l'organismo — che già quasi nulla, vi ha preso, come vedemmo, un notevole movimento ascendente da pochi anni. Degno di attenzione è il forte aumento del coefficiente dei riformati per deficienza di statura, salito dappertutto, tranne a Cividale, dove è ridotto quasi a zero.

I dati relativi a ciechi, sordomuti, mentecatti, imbecilli, scemi risalgono al 1875; ed è veramente a deplorarsi che gli ultimi censimenti non ne abbiano tenuto conto, tali imperfezioni fisiche e psichiche essendo in relazione coi costumi, più o meno morali, e col modo di vivere, più o meno igienico, delle popolazioni. Ed ecco che qui ci accade di dover accennare a una funesta piaga che viene sempre più infierendo anche in questa come in ogni altra parte del Friuli, anzi d'Italia: intendo alludere all'alcoolismo. Cause: il continuo aumento dei salari alla mano d'opera; l'emigrazione temporanea che fa restare in ozio, provvisti di denaro, durante la stagione invernale, un sempre maggior numero di lavoratori; il progrediente sviluppo di alcune industrie nella zona pedemontana che, facendo correre tutti i giorni la moneta per le mani degli operai, se da una parte preserva dalla cattiva alimentazione e dalla pellagra, dall'altra è incentivo all'alcoolismo, grandissimo fattore di caratteri degenerativi ognor crescenti insieme all'agglomeramento negli opifici, alla vita sedentaria e di chiusura in ambienti malsani, al rilassamento dei vincoli famigliari e dei principî etici[104]. Ora l'alcoolismo, insieme alla pellagra, è una delle principali cause del continuo aumento di malattie mentali in tutta la nostra regione[105].

La pellagra.

La pellagra. E qui per addentellato, poichè l'abbiamo ricordata, è necessario riferire intorno a quell'altra vergogna nostra e d'Italia, che è precisamente la pellagra. Essa in Friuli infierì già molto, ma certo in nessun'altra parte del Regno fu come qui oggetto di studi e di cure amorevoli e sapienti, tanto che oggi vi è in sensibile diminuzione, nè è forse lontano il tempo in cui sarà scomparsa interamente. Rispetto alla sua distribuzione geografica, aumenta di intensità in senso inverso all'altitudine, al contrario di quanto fino ad oggi avveniva del fenomeno dell'emigrazione; perciò è nulla, o quasi, nel distretto montuoso di S. Pietro; appena avvertita da qualche rarissimo caso nelle parti veramente montuose dei distretti di Gemona e Tarcento; colpisce un sempre maggiore, ma pur sempre esiguo, numero di individui lungo la striscia pedemontana cui appartengono in buona parte i distretti di Cividale, Tarcento, Gemona, S. Daniele; finalmente infesta abbastanza fortemente la zona pianigiana dei distretti di Cividale e S. Daniele.

Le cause di questa così varia distribuzione del fenomeno patologico si possono intuire facilmente. In montagna l'emigrazione è fonte di agiatezza, sconosciuta per molti abitanti del piano: inoltre, siccome ivi di granoturco si produce appena 110 di quanto basta per tutto l'anno, pel rimanente è necessario ricorrere al mercato dove certo 11011 viene acquistato quello di peggior qualità, mentre è ormai generalmente ammesso — dopo i lavori del Lombroso — causa principale della malattia essere il maiz guasto. Arrogi che in montagna l'alimentazione è più varia, al maiz ed ai legumi aggiungendosi le carni suine ed i formaggi egregiamente confezionati nei molti caseifici cooperativi e facendovisi anche troppo uso di vino, di cui si fa sempre maggiore importazione dalla pianura e dal mezzogiorno d'Italia.

Più depresse invece sono le condizioni economiche degli abitanti del piano, fittavoli la maggior parte, base della cui nutrizione è la cosidetta polenta, fatta con maiz spesso ammuffito, e quindi intossicante, per mancanza di essiccatoi. Anche ivi però igiene e alimentazione e condizioni generali delle popolazioni sono venute via via migliorando negli ultimi anni in seguito specialmente all'impulso che vi fu dato all'allevamento del bestiame e agli eccellenti formaggi che si producono nelle numerose latterie sociali: perciò anche ivi il numero dei pellagrosi è venuto sensibilmente riducendosi, come lo provano le più recenti statistiche in proposito. Infatti erano pellagrosi nei distretti di

  nel 1898 nel 1904    
 
Cividale 134 122 ossia 2,70 ‰ abitanti
S. Pietro 3 » 0,18 % »
Gemona 91 66 » 1,82 % »
Tarcento 116 111 » 3,24 % »
S. Daniele 181 131 » 3,37 % »

Nel 1830 i pellagrosi in tutta la provincia erano: 48.38‰ abitanti; nel 1881: 15.62; nel 1892: 3.92; nel 1904: 2.90[106].

Tale confortevole decrescimento di una malattia, che già fece da noi vittime non meno numerose che altrove la malaria, è dovuta in gran parte al lungo studio e grande amore con cui la benemerita Commissione provinciale della Pellagra viene combattendo il terribile morbo.

Note paletnologiche. L'epoca della pietra.

Note paletnologiche. L'epoca della pietra. La nostra regione lieta di colli ridenti e di fertili piani, atrio aperto d'Italia verso la Penisola Balcanica, antica officina gentium, prossima a quel mare che le primissime memorie e le concordanze toponomastiche ci affermano risalito all'ingiro da popoli affini sino alla Messapia, è naturale fosse abitata fittamente fin da tempi preistorici. Infatti, mentre altrove in Friuli furono rinvenute solo scarse e sporadiche tracce dell'età della pietra levigata, qui, oltre a oggetti sparsi trovati a Cividale[107] e dintorni[108], tra i due villaggi di Sedilis e Molinis[109], presso Cormons[110] e altrove, siamo in presenza di due vere e proprie stazioni neolitiche nella Velika Jama (Grotta Grande) in comune di Savogna, distretto di S. Pietro al Natisone e in quella di S. Ilario presso Robic, poco a monte del confine politico dove il Natisone penetra nel Regno d'Italia.

Fig. 9ª. — Stazioni preistoriche nelle Prealpi Giulie. (AVVERTENZA: È stato omesso il segno della necropoli veneta di Darnazacco posta non lungi da Cividale ad est-sud-est di questa).

Nella Velika Jama si rinvennero frammenti di vasi fittili, i quali trovano stringenti raffronti nelle ceramiche solite a essere scoperte nelle grotte, nelle stazioni all'aperto ed anche nelle palafitte dell'Italia settentrionale, presentando più dirette analogie coi trovamenti fatti nelle grotte del Colombo dei Mori nel Trentino, nelle palafitte di Arquà-Petrarca e di Fimon e nelle stazioni atestine del monte Lozzo. Oltre i prodotti vascolari, notevoli vi sono alcuni altri oggetti isolati, cioè: un frammento di macinello ellittico di pietra arenaria; due pezzi di corno lavorati, probabilmente per servire da manichi; tre punteruoli d'osso. Durante tutto il neolitico le armi e gli strumenti d'osso sostituirono, a quanto pare, presso i trogloditi gli oggetti simili di selce e si rinvennero numerosi nelle caverne tanto sepolcrali come di abitazione della Busa di Adamo (Trento), di Gabrovizza presso Trieste e in molte altre. Un frammento di valva di Mytilis edulis, senza alcuna lavorazione, è difficile accertare se fosse destinato a formare un ornamento, o a servire come mezzo di scambio, o a essere adoperato come strumento di lavoro; certo è che larghissimo fu l'uso delle conchiglie sopratutto durante il neolitico e il cuprolitico tanto di qua che di là delle Alpi. Appartenendo la nostra a una specie marina, ci dimostra come vi fossero relazioni tra gli abitanti dei monti e quelli della pianura litoranea sottostante. Quanto agli avanzi di animali — cervo, capra, pecora, bove, cinghiale, maiale, gatto selvatico, ghiro — sono rifiuti di pasti e provano che le famiglie dimoranti nella grotta eran dediti alla pastorizia e alla caccia[111].

Trovamenti analoghi, la cui tecnica e ornamentazione ci rimanda pure all'età neolitica, vennero fatti, sebbene in minor copia, nella grotta di Robic, dove inoltre fu rinvenuto un bell'ago di bronzo a cruna[112].

L'età del bronzo.

L'età del bronzo. Maggior ricchezza di materiale, appartenente alle successive età del bronzo[113] e protoferrea venne esumata specialmente dalle necropoli a tombe piane presso S. Pietro al Natisone e di Darnazacco presso Cividale: materiale prima trovato sporadicamente e casualmente, raccolto nei musei di Roma, Trieste e Cividale[114]; poscia messo in luce per opera di scavi sistematici eseguitivi a cura del R. Museo archeologico di Cividale negli anni 1908 e 1909[115].

A S. Pietro al Natisone, sul secondo dei tre terrazzi conglomeratici che si estendono a piè del monte Berda, furono scoperte parecchie decine di tombe per combustione, con avanzi depositati o in semplici buche, o, più raramente, in grandi urne cinerarie, racchiudenti variati oggetti, documenti muti delle industrie e del grado di civiltà dei nostri antenati preistorici, i quali avevano la pietosa consuetudine di comporre intorno ai resti mortali dei defunti tutto ciò di cui avevano usato in vita: ornamenti della persona, servizi delle mense, arnesi, strumenti, diversi secondo l'età, sesso e condizione.

Tali materiali appartengono al III periodo atestino del Prosdocimi, analoghi e coevi a quelli delle vaste necropoli nella valle dell'Isonzo a Caporetto e specialmente a S. Lucia[116]. Anche la necropoli di S. Pietro dovette occupare un'area assai vasta, dai pressi dell'odierno cimitero fin oltre il ponte di Vernasso, a est della strada romana da Forogiulio a Starasella, come provano gli assaggi di scavi praticati in vari punti, e ci attesta che fin da quei tempi una numerosa popolazione dovette abitare in queste contrade, popolazione non ricca però, come lo provano la mancanza di ossuari metallici e la relativa povertà e uniformità degli oggetti trovati.

Assai più abbondante suppellettile funeraria ci diedero gli scavi nella necropoli di Darnazacco, più profonda e meno manomessa di quella di S. Pietro, della quale tuttavia presenta caratteri meno arcaici. Oltre i soliti vasi fittili, tra gli oggetti enei, vi predominano le fibule della Certosa, di piccole e grandi dimensioni, meno frequenti negli strati superiori, dove invece più frequente è la fibula La Tène di vari tipi, più o meno evoluti; inoltre si trovarono pendagli, braccialetti, anelli a spirale, aghi crinali; finalmente lame di ferro, picche, spade, anche ritorte, celt e palstab, però solo negli strati più superficiali. Le tombe sono assai fitte: sopra un'area esplorata equivalente a un campo friulano ne furono scoperte circa 400[117].

Distribuzione delle località ove sono resti preistorici.

Distribuzione delle località ove sono resti preistorici. Dal lato geografico l'ubicazione di queste ed altre sedi umane preistoriche della nostra regione ha importanza pel fatto che ne resta dimostrato come le medesime sono in ogni tempo determinate dalle stesse cause e conferma la universale tendenza nei popoli a diffondersi lungo le vie naturali, specie quando siano più facili i passaggi da una valle all'altra. Infatti la Velika Jama è nella valle della Rieca-Alberone, per cui il bacino del Natisone comunica con quello dell'Isonzo mediante la sella di Luicco, la quale, vista in distanza dal piano, si presenta come un'ampia depressione tra il Matajur e il Colovrat e dove pure vennero fatti dei trovamenti preistorici[118]: mentre la stazione di Robic era sopra l'altra più comoda via naturale che per la sella di Starasella (slov. Stare-Sedlo = villa antica) mette in comunicazione fra loro gli stessi due bacini. Ed è lungo questa antichissima via, forse la «Ad Silanos» della Tabula Peutingeriana, che dovettero sorgere più tardi i castellieri del m. Der e di S. Ilario presso Robic, quello di S. Antonio presso Caporetto; e a valle del passo di Luicco sull'Isonzo il castelliere che corona il colle isolato di Tolmino e quello di S. Lucia; finalmente lungo di essa troviamo le necropoli protoferree di Caporetto e di S. Lucia, nella valle dell'Isonzo, di S. Quirino e Darnazacco in quella del Natisone: non lontano dagli odierni abitati di Caporetto, Tolmino, S. Pietro al Natisone e Cividale. Perciò è da ritenere che la nostra regione, contrariamente a quanto un tempo si credeva, prima cioè che alcuno scavo fosse stato seriamente praticato su questo versante meridionale delle Giulie, a differenza di quanto era stato fatto su quello settentrionale, fosse non solo abitata ab immemorabili, ma, considerato anche che altri trovamenti paletnologici vennero fatti in qua e in là pei colli e pel piano del Cividalese, la sua popolazione avesse nel complesso la stessa distribuzione topografica e formasse aggruppamenti in luoghi poco discosti dagli odierni.

I primi abitatori della nostra regione.

I primi abitatori della nostra regione. Di che stirpe fossero quei primitivi abitatori dei nostri paesi, la scienza non è ancora in grado di stabilire, perchè gli scavi non hanno dato nè monete, nè iscrizioni, nè memorie scritte, ma solo documenti muti dai quali si può argomentare tutt'al più il grado di civiltà dei popoli cui appartennero. Giudicando dalle analogie, i neolitici dovettero essere di quella gente antichissima la quale lasciò così larghe tracce di sè nel vicino Carso e lungo tutto il versante meridionale delle Alpi e le coste bagnate dal Mediterraneo, con una uniformità meravigliosa di costumi, di riti, di civiltà, il cui centro di diffusione alcuni cercarono in Asia, altri in Africa, altri infine nelle regioni settentrionali dell'Europa. Forse proprio qui si incontrarono due correnti della grande migrazione primitiva: dei Liguri cioè che si estesero in tutta Italia dall'Alpi alla Sicilia, e dei Pelasgi che si diffusero per la Penisola balcanica[119]: ma si tratta di ipotesi che, per quanto fondate, non è improbabile abbiano a essere modificate dagli studi avvenire.

Certo è che questi popoli, costretti ad abitare in piccoli gruppi e discosti fra loro nelle caverne, non poterono dare alcun impulso al vivere sociale; come è pure certo che nelle Prealpi nostre, poco carsiche, non poterono essere numerosi come nel vicino Litorale, tutto foracchiato di grotte delle più varie dimensioni. È da presumere anzi che presto uscissero ad abitare all'aperto, vuoi per l'accresciuto numero, vuoi pel molto bestiame che dovevano possedere in regione ricca di rivestimento vegetale e nella quale viveva forse anche l'uro (confr. Urusperg = monte dei Bovi, presso Sanguarzo). Per ragioni di vicinanza e di analogia col prossimo Litorale è lecito argomentare che anche qui le prime dimore sorgessero in luoghi elevati e atti ad essere difesi dai nemici, dando origine a quelle costruzioni cui si dà il nome di castellieri: nome veramente improprio e che vale a indicare dimore rese forti naturalmente dalla elevata posizione, fortificate artificialmente mediante valli o muri.

Di esse, per dir vero, nessuna esplorazione ancora venne fatta nella nostra provincia, ma è certo che, come parecchi ne sorsero nel piano, a giudicare dalla toponomastica o da caratteristici accidenti del terreno, come ad Orsaria a Firmano e altrove[120], in numero non meno grande dovettero esistere nella regione collinesca e montana delle Prealpi, lieta di ubertose pendici, coperta di verdi pascoli, atta ad allevare una popolazione di pastori, importante per le vie di comunicazioni tra la zona litoranea e la regione transalpina. Probabilmente, oltre i già ricordati, ve ne fu uno sul m. Berda presso S. Pietro al Natisone, dove uno scavo praticato recentemente mise in luce avanzi di rozze costruzioni[121]; un altro presso la chiesa di S. Antonio di Cravero a poca distanza dalla quale sulla cima del monte vi sono tracce di muri che un'incerta tradizione dice essere già appartenuti a un convento; così presso Prapotnizza in quel di Drenchia v'è una vetta che chiamano Fortin (m. 708), e sopra Subit un'altra è detta Na-grad; nè mancano località coi nomi di Grad, Gadis-ce, Na Gradu. Similmente si hanno motivi di ritenere vi fossero castellieri presso la chiesa di S. Andrea di Erbezzo, e dove oggi sorge il santuario di Castelmonte colle annesse abitazioni[122]. Anzi io son d'avviso che alcune delle numerose chiesette, tutte antiche, le quali in questa regione sorgono per ogni dove sulle vette dei monti, siano state fabbricate sul posto di antichi castellieri, forse già preesistendo come delubri pagani, convertiti poscia in sacelli cristiani, in epoca, secondo me, non molto antica, il cristianesimo essendo qui penetrato lentamente solo dopo che s'era già diffuso per le città e pel piano. Ed anche parecchi dei castelli medievali è probabile abbiano approfittato di posizioni già indicate e rese adatte, almeno in parte, da castellieri preistorici. Comunque, è tendenza di tutti i popoli primitivi il cercare sedi in luoghi sicuri contro fiere e nemici: quindi nella nostra zona sulle vette dei colli e dei monti; nei paesi piani sulle palafitte in mezzo ai laghi e alle paludi.

Ma frattanto è avvenuto l'insensibile passaggio dell'età della pietra a quella dei metalli. Il bronzo apparisce già verso la fine del neolitico tra gli abitanti delle grotte: abbiamo accennato all'ago a cruna rinvenuto in quella di Robic. È certo che questo metallo venne diventando sempre più comune nei castellieri e nelle stazioni all'aperto, pur continuando accanto ad esso, che in allora dovea essere di gran costo, l'uso degli oggetti litici.

E qui merita osservare che nei castellieri isontini v'è accenno in quest'epoca a uno sviluppo di civiltà assai superiore alla neolitica e che non può essere spiegato coi progressi locali, ma fa pensare a un'immigrazione di genti nuove. Donde queste venissero, forse col tempo sapremo: la maggioranza degli scienziati d'oggi ritengono siano immigrati dall'Asia Minore, attraverso gli stretti fra il Ponto e l'Egeo, alla Penisola Balcanica prima, e poscia da questa ai nostri paesi. I primi arrivati, forse all'inizio del secondo millennio a. C., dovettero essere l'avanguardia di più recenti immigrazioni, ed appartennero alla famiglia dei popoli illirici e precisamente a quel ramo d'essi cui si dà il nome di veneti. È probabile siano giunti qui alla spicciolata, o in più riprese, o con moto forse continuo, prolungatosi per secoli, insediandosi pacificamente accanto ai neolitici non molto numerosi, occupando luoghi ancora disabitati, crescendo via via di numero fino a cambiare completamente la fisionomia etnografica della regione, assorbendo la gente primitiva e imponendole la propria lingua e civiltà. Che siano penetrati in via pacifica, lo si argomenta dalla scarsezza di armi che si trovano in tutti gli scavi relativi a quest'età.

I quali scavi, almeno quelli finora eseguiti, ci provano anche che questo popolo dovette fiorire nei nostri paesi specialmente durante il II e III periodo dell'età protoferrea (VII-VI sec. a. C.): epoca in cui aveva già qui occupato tutta la regione alpina e subalpina coll'intera pianura veneta e fuori d'Italia la Croazia, la Dalmazia, la Carniola, anzi la maggior parte dell'Europa media, come si può stabilire in base al ricco materiale epigrafico ed archeologico scoperto in dette contrade.

Senonchè fra i varî gruppi di così estesa popolazione vi dovevano essere differenze più o meno sensibili; anzi, confrontando tra loro i vari trovamenti, differenze abbastanza notevoli esistono fra le stesse nostre necropoli pur così vicine le une alle altre. E il curioso è che fra Darnazacco e S. Pietro, vicinissime, tali differenze sono assai più accentuate che non fra quest'ultima e la valle dell'Isonzo. Ciò, a parer mio, non deve sembrar molto strano se si pensi che anche oggi fra Cividale e S. Pietro, a pochi km. di distanza, v'è assai maggiore differenza etnografica che non fra S. Pietro e Caporetto-Tolmino.

I Celti.

I Celti. Ed ecco che sullo scorcio di quest'epoca le Alpi e buona parte dell'Italia superiore venivano invase dai Celti: solo i Veneti poterono conservare contro di essi la propria autonomia, pur subendone più tardi largamente l'influenza, come sappiamo da Polibio. Quale importanza abbiano avuto nella nostra provincia, non è facile stabilire: è probabile vi siano penetrati di buon'ora dalla Carinzia e dalla Carniola, dove lasciarono larghe tracce di sè in numerose necropoli, pei passi di Saifnitz e del Predil: è probabile anche ne occupassero tutta la regione montana col nome di Carnia, che ancora oggi si conserva. Se non stabilmente, almeno temporaneamente dovettero scendere nel piano, dove a 12 miglia da Aquileia fondarono un oppidum. Lottarono coi Veneti con varia fortuna, ora spingendosi fino al mare, ora rigettati di là dell'Alpi, onde le incertissime e spesso contradittorie notizie tramandateci dagli scrittori antichi intorno ai luoghi da essi occupati. Certo è che nell'idioma friulano esistono parecchi fenomeni fonetici ritenuti celtici, perchè caratteristici dei parlari sonanti su le labbra gallo-romane, comuni a quasi tutti i territori primamente celtici: ad esempio, il palatinizzarsi di ca o ga proprio a tutte le favelle ladine che ricorre parimente nel francese (tranne nel picardo) e nel provenzale settentrionale, ossia anche in territori sicuramente gallo-romani, sebbene nei dialetti gallo-italici dell'Italia superiore vi siano altri indizi celtici che non occorrono nel friulano. Ora noi sappiamo che il friulano fu parlato a Trieste, che Strabone disse borgata carnica, ed in Istria donde scomparve, non però interamente, per l'influenza civile di Venezia[123]. Degno di nota è pure il fatto che la maggior parte dei molti nomi locali in acco, suffisso che, quando però non si tratti di nomi slavi, si vuole d'origine celtica, sia o non sia dipendente da una diretta ragione etnica, sono a nord-est della Stradalta, sulla sinistra del Tagliamento, mentre che nella parte più bassa del Friuli mancano affatto o quasi (Turiacco, Noacco, Popereacco).

Nulla dirò qui degli altri argomenti che militano a favore dell'influenza celtica in Friuli, quali: la famosa epigrafe dei fasti trionfali che ci ricorda i Galli Karnei; il culto del dio Beleno in Aquileia che, forse, trova riscontro nell'odierno costume carnico de «lis cidulis»[124]; i nomi locali di pretesa, per quanto non sicuramente provata, origine celtica, e specialmente di quelli in cui entra la radice kar che, mentre si trova in paesi oggi abitati da Slavi, slava non è, ma sarà piuttosto, secondo pare assai verisimile, una sopravvivenza celtica nella lingua come nella toponomastica slava d'oggi[125]: soggiungerò soltanto che gli scavi archeologici di S. Pietro e Darnazacco non ci offrono prove seriamente dimostrative, poichè tombe celtiche non furon trovate, ma solo oggetti dispersi che accennano a influenze della civiltà celtica, la quale può essersi fatta qui sentire, come nel resto del Veneto, senza una vera e propria conquista dei Celti. Infatti nelle necropoli di S. Lucia e di Tolmino che pel loro contenuto appartengono all'ultimo periodo veneto, troviamo non pochi oggetti di carattere celtico, come fibule ed armi, in epoca nella quale i Celti non potevano ancora essersi qui stabiliti: è interessante anzi seguire quivi la graduale trasformazione della fibula Certosa sino a riuscire in quella tipica di La Tène. Di questa nella necropoli di S. Pietro si hanno solo scarsi esemplari, laddove in quella di Darnazacco essa rappresenta il 15% di quante ne furono scoperte. E ancora altri oggetti gallici, come spade ritorte e torqui, furon qui rinvenuti sparsamente sopra la necropoli paleoveneta: ma, ripeto, nessuna tomba propriamente gallica; oltrechè a quest'epoca le stesse necropoli venete si arrestano bruscamente. Ciò potrebbe significare che la regione, diserta da guerre contro quella gente feroce, rimase dopo d'allora per molto tempo spopolata: ciò potrebbe anche dipendere dal fatto che i sepolcreti gallici più recenti, occupanti gli strati superficiali del terreno, rimaneggiato più volte dai lavori agricoli, sono stati dispersi come lo furono i romani, frammisti alle cui reliquie si trovano oggetti gallici; ciò potrebbe infine essere indizio che, se pure i Celti si stabilirono in altre parti del Friuli, in questa zona prealpina dovettero essere rimasti poco tempo, conquistati e assimilati dai Romani assai più rapidamente che nella regione montuosa della Carnia.

È sperabile che nuovi scavi, ripresi con maggior lena e non in un sol punto della nostra plaga così ricca di storia, specialmente intorno ai maggiori centri abitati, che dalla stessa topografia vengono additati siccome i più antichi, portino nuova luce su questo argomento intorno al quale purtroppo ancora regna così grande oscurità, come del resto intorno a tutta la paletnologia friulana, di cui solo da pochi anni a questa parte si è cominciato a travedere qualche cosa di positivo. Si avranno così dei punti di partenza per ulteriori, più semplici e sicure conclusioni in mezzo alla faraggine di infondate, inutili e spesso puerili argomentazioni che troviamo in tutta la nostra passata letteratura.

Senonchè coi Celti cessa la preistoria dei nostri paesi e il paletnologo deve cedere il campo allo storico: dirà esso del dominio romano in mezzo a noi, del periodo delle invasioni barbariche e degli insediamenti stranieri: all'etnologo spetta ancora delineare brevemente le condizioni etniche attuali della regione.

Slavi e Friulani.

Slavi e Friulani. Oggi la zona da noi considerata è abitata da popolazioni che linguisticamente si distinguono in due gruppi: lo slavo, o meglio jugoslavo, o slavo meridionale, e più particolarmente sloveno, cui appartiene la grandissima maggioranza degli abitanti delle montagne; ed il reto-romanzo, o ladino, o più particolarmente friulano, cui appartengono gli abitanti del piano. Di questi potremo dir poco più di quanto già si conosce di generale circa la rimanente popolazione friulana, dalla quale diversificano solo per qualche carattere fonetico proprio, in piccola parte dovuto forse a influenze subite dal più immediato contatto coll'elemento slavo.

Di più particolari indagini furono oggetto gli idiomi slavi che attrassero maggiormente l'attenzione specialmente di glottologi stranieri, per la stranezza della loro penetrazione in Italia, di cui intaccano leggermente la meravigliosa omogeneità etnografica.

Il confine linguistico tra slavi e ladini si può dire che nel complesso coincida colla linea di falda dei monti e dei colli, i quali sono interamente slavi, mentre la pianura è tutta friulana e non un solo villaggio slavo vi si trova oggigiorno: villaggi friulani anzi sono sul fondo stesso delle valli dove queste cominciano a essere abbastanza larghe ed a subire più direttamente la soverchiante influenza del piano; tali sono, ad es.: Prepotto e Albana nella valle del Judrio; Sanguarzo e Purgessimo in quelle del Natisone; Torreano in quella del Chiarò; Canal del Ferro in quella del Grivò; Attimis e Forame in quella del Malina; Nimis e Torlano in quella del Cornappo; Ciseriis in quella del Torre.

Più minutamente, cominciando dal ponte di ferro presso Gorizia, il confine linguistico passa sopra Lucinicco e Mossa, raggiunge il torrente Versa, in maniera però che la parte settentrionale del comune di Lucinicco, con Gradiscutta e Trebez, sia ancora slava. Prosegue ad ovest coincidendo coi confini amministrativi dei comuni di Cormons, Brazzano e Ruttars. A Venco e Dolegna, già slavi, oggi si parla friulano, ma Lonzano e Croazia sono a popolazione mista[126].

Penetrando nella nostra provincia, passa per Albana e risalendo il torrentello oltre Centa, raggiunge il m. Subit (m. 344), si attiene alla strada carreggiabile verso Castelmonte fino alla c. Muldiaria, donde si abbassa per la costa del monte di Purgessimo fino al confluente dell'Azzida col Natisone. Da Ponte S. Quirino si spinge su pel m. dei Bovi (m. 374) e, girando intorno a Bundig, fino al Mladesiena: ne ridiscende sopra Canalutto presso il molino Forano; guadagna il S. Lorenzo e quindi il Piccat, seguendo il confine tra i comuni di Torreano e Faedis. Di lì torna indietro dirigendosi sotto Costalunga e per Canal di Grivò verso il m. Pojana; e poi lungo il confine tra Faedis ed Attimis, inferiormente a Porzus, fino al m. Celò (m. 713). Passando sopra Forame e sotto Cergneu di Sopra presso il molino sul Lagna, raggiunge il Zoban, il Zuccon e il Plajul.

Di qui cala sul fondo della valle del Cornappo, seguendone il corso fino a girare intorno alle case di Ramandolo; e, attraversando Sedilis, oltre Patocchis e Lucchin, raggiunge il Torre sopra Menot. Quindi piega direttamente ad ovest sopra Zomeais, risale il Torrente sotto Sammardenchia; e pel confine tra i comuni di Ciseriis e Montenars e pel Campeon ritorna indietro al Zimor, su per il quale, passando sotto i casali di Cretto di Sopra, di Sotto e di Frattin, si spinge fino a toccare il Quarnan: donde pel confine tra Gemona e Lusevera raggiunge il Ciampon e il Cuel di Lanes. Da questo per Forcella Musi si porta al Cadin, dopo il quale confina col comune pure slavo di Resia, di cui però solo la valle del rio Bianco appartiene alla nostra regione[127].

A nord-est di questo confine tutta la zona prealpina è abitata da popolazioni slave che si estendono ininterrottamente fino all'Isonzo confondendosi oltre il medesimo coi paesi slavi dell'Austria, dei quali rappresentano la più recente trasgressione etnica di qua dalle Alpi: una delle tante trasgressioni di popoli comuni all'intera zona alpina d'Italia.

Dalla posizione che gli Slavi occupano sembra evidente siano penetrati in Friuli dalla valle dell'Isonzo: pei passi di S. Nicolò, di Clabuzzaro, di Luicco e di Starasella riversandosi sui territori di S. Pietro e Cividale; per l'alta valle del Natisone invadendo il bacino del Torre; per il rio Bianco e la sella Carnizza la val di Resia.

L'immigrazione slava.

L'immigrazione slava. Quando ciò sia avvenuto non fu ancora dimostrato in modo soddisfacente. J. Baudouin de Courtenay emise anzi l'opinione che possano essere esistiti nella nostra regione fin da tempi antestorici[128]: opinione la quale non deve sembrar poi tanto strana oggi che sulla origine e degli Arii in genere e degli stessi Slavi in ispecie esistono così contradditorie ipotesi. Essi vi avrebbero occupate le montagne, mentre sul fondo delle valli più ampie erano forse altri popoli di maggior civiltà dei quali soli perciò ci son rimaste tracce nei trovamenti archeologici. Gli Slavi passarono inavvertiti ed entrarono tardi nella storia perchè questa si occupa principalmente di popoli guerrieri, avvezzi con gesta belliche a far rumore intorno al proprio nome.

Di essi comincia a far sicuro cenno appena nel VI secolo dopo Cristo, quando li vediamo sui confini d'Italia, prima accanto agli Avari e poscia da soli lottanti con varia fortuna contro i Langobardi forogiuliesi. Sotto Vettari sembra fossero stabiliti definitivamente almeno fin presso l'odierno ponte di S. Quirino[129]. Più tardi sotto i Franchi, importati o accettati in qualità di coloni in molti luoghi del piano, diserti da guerre e da pesti, analogamente a quanto avvenne nell'Istria, fondarono parecchi nuclei di popolazione che si protesero fin oltre il Tagliamento, come dalla toponomastica ci viene provato a esuberanza[130].

Ma nel piano, quantunque arrivati più tardi, dove formarono delle isole linguistiche disperse, non seppero mantenersi, venendo presto assorbiti dal soverchiante elemento friulano: ben vi riuscirono in mezzo ai monti, quantunque, come vedremo, ridotti di molto, non per deliberato proposito di resistenza, ma unicamente perchè ivi più debolmente si fe' sentire l'influenza degli elementi preponderanti in pianura, oltrechè perchè si appoggiano colle spalle agli slavi austriaci, coi quali formano un'unica massa etnica.

Soggetti, come il resto del Friuli, prima ai Patriarchi, poscia a Venezia, le furono più che fedeli affezionati, tanto da ottenerne rispetto delle proprie consuetudini, autonomie amministrative, esenzioni da gravezze ed altri privilegi. Amanti di libertà, perciò odiatori del regime austriaco, insorsero contro di esso, come gli altri friulani, nel 1848 e parteciparono con entusiasmo alle guerre per l'indipendenza[131].

Nè oggi sotto il libero e democratico governo d'Italia, pienamente rispondente all'indole loro, sono certo fra i meno buoni cittadini.

Il numero degli Sloveni del Friuli.

Il numero degli Sloveni del Friuli. Ma qual'è la cifra da essi raggiunta in Friuli? Il censimento del 1901, procedeva alla statistica degli alloglotti dimoranti entro i confini del Regno. Senonchè, anzichè tenere conto dei singoli individui, provvide alla numerazione delle sole famiglie parlanti idiomi stranieri. Ed ecco il riassunto di quelle parlanti slavo nella zona da noi considerata[132].

DISTRETTI Comuni Numero delle famiglie che parlano abitualmente lo slavo Numero complessivo delle famiglie
 
S. Pietro al Natisone S. Pietro 573 589
  Drenchia 218 218
  Grimacco 261 261
  Rodda 254 257
  S. Leonardo 448 449
  Savogna 297 299
  Stregna 294 294
  Tarcetta 328 329
 
    2673 2698
Tarcento Lusevera 469 484
Platischis 540 560
 
    1009 1044
 
Gemona Montenars 112 115
 
Cividale Attimis 295 311
  Faedis 280 320
  Torreano 122 122
  Prepotto 208 355
 
    905 1108
 
Moggio Resia 1077 1083
 
  Totale generale 5776

Si hanno complessivamente 5776 famiglie che, in ragione di 5.5 membri ciascuna, danno un totale di 31,768 individui, comprendendovi i resiani.

Senonchè il censimento pecca di alquante inesattezze come venne già in altro mio studio dimostrato[133], non avendo considerati come slavi parecchi villaggi che lo sono. Nel comune di Ciseriis infatti sono quasi interamente slave le frazioni di Sammardenchia (ab. 578) e Stella (ah. 476); lo sono in parte Malamaserie (lo slavo vi è parlato da molti dei nati da oltre 12 anni), Coia slava e Sedilis (lo slavo vi è conosciuto da tutti, parlato però soltanto dai nati da oltre 30 anni). E quanto al comune di Nimis vi sono slave le frazioni di Cergneu di Sopra con Pecolle (ab. 86), Chialminis (408), Monteprato (ab. 321) e in parte anche Ramandolo. Si aggiunga che vi sono molte famiglie slave trapiantate nel piano le quali tra le pareti domestiche parlano tuttora la lingua nativa, mentre pubblicamente fanno uso del friulano. Per le quali ragioni tutte è mia opinione che il numero dei parlanti slavo in Friuli si aggiri intorno ai 35.000: dai quali deducendo gli abitanti di Resia, ch'escono dalle Prealpi, tranne quelli di Uccea (318) che soli vi sono compresi, gli Slavi nella nostra regione sono circa 32.000. Essi vi rappresentano perciò poco più di un quinto dell'intera popolazione (167.923) dei cinque distretti da noi considerati, mentre ne occupano quasi una metà della superficie.

La antica maggiore estensione degli Sloveni.

La antica maggiore estensione degli Sloveni. Certo è però che in passato dovettero estendersi, sia pure sparsamente, sopra un'area assai più vasta dell'attuale, anche prescindendo da quelli che di buon'ora scomparvero dal piano. Infatti un tempo si parlava slavo a Prepotto, Albana, nonchè in buona parte dei comuni di Torreano, Faedis, Attimis, Nimis e Ciseriis. Marin Sanudo collocava i confini della Slavia alle stesse porte di Cividale[134]; così pure il Provveditore della repubblica veneta in questa città Vincenzo Bollani[135]; e il Rutar assicura che si parlava slavo, oltrechè nei grossi centri di Faedis, Nimis e Attimis, anche a Moggio[136].

Solo nel distretto di S. Pietro al Natisone, che occupa la posizione più centrica della Slavia friulana, e forma quasi una regione a sè, la quale in ogni tempo fu anche base di un'unità amministrativa, già conosciuta sotto il nome di Convalli d'Antro e di Merso, dove inoltre il clero nelle chiese si vale esclusivamente del linguaggio sloveno e gli abitanti, grazie forse ad una superiore cultura, presentano una maggiore resistenza etnica, solo ivi l'elemento slavo non ha subito riduzione alcuna, ma la lingua ne è parlata da tutte le famiglie a qualunque condizione sociale appartengano, sebbene la grandissima maggioranza degli abitanti comprenda pure l'italiano e il friulano grazie alle scuole e alle relazioni di ogni specie col piano.

Negli altri distretti invece, dove sono in più diretto contatto coll'elemento friulano e, o fusi con esso amministrativamente, o, in tutti i casi, disgregati fra loro, e dove nelle chiese si predica e si istruisce in friulano, vengono sempre più assottigliandosi di numero, dal piano ritirandosi verso le alte valli e i monti, inquinando con una sempre maggior quantità di furlanismi il proprio idioma, che in taluni luoghi è ormai talmente corrotto da riuscire quasi incomprensibile e ai friulani e agli stessi Sloveni puri, e si può prevedere non lontano il tempo in cui l'idioma ladino li avrà guadagnati a sè completamente.

Toponomastica slava e toponomastica friulana.

Toponomastica slava e toponomastica friulana. Gli studi toponomastici potrebbero fornire un indice della intensità e direzione topografica delle varie influenze etniche nella regione. Un fatto degno di nota è che specialmente in quel di Tarcento e nell'antico distretto di Faedis l'influenza ladino-friulana si fa sentire con un maggior numero di nomi bilingui, affatto indipendenti tra loro nel significato; esempi: Valle (Pod cierkvo), Costalunga (Vile), Clap (Podrata), Canal di Grivò (Podklap), Canal del Ferro (Pod Vilo), Forame (Malina), Chialminis (Vizont), Monteprato (Karnica), Villanova (Za Vrh), Lusevera (Brdo), Monteaperta (Viskuorsa), Pradielis (Ter), Nongruella (Dobje), Vedronza (Njívica), Cesariis (Podbrdo), Pers (Breg), Ovse (Cretto). Invece nella valle del Natisone, sicuramente abitata fin da tempi preistorici, notevole è il numero di nomi di etimologia incertissima, adattati alla fonologia slava da una parte, a quella italiana o friulana dall'altra: esempi: Vernasso (Barnas), Azzida (Algida? Azla), Rodda (Ruonac), Pulfero (Podbuniesac), Brischis (Brisca), Pegliano (Ofijan), Spagnut, Biacis (Biaca), Erbezzo (Arbec), Oculis (Naukula), Mersino (Marseu); ciò si avvera anche sul fondo delle altre valli fino dove le medesime sono abbastanza larghe e aperte sul piano. Nella stessa valle del Natisone non infrequenti sono i nomi di origine prettamente latina, adattati e talvolta alterati dalla pronunzia slava, esempi: Sorzento (Sarzenta), Biarzo (Biarc), Mezzana (Mecana), Costa (Kuosta), Tercimonte (Tarcmun), Montemaggiore (Matajur), S. Giovanni d'Antro (Landar), Masseris (Masera), ecc.; rarissimi i nomi bilingui, quali: Montefosca (Cernivrh), Castelmonte (Staragora), Tiglio (Lipa). Nelle valli della Cosizza, dell'Erbezzo e dell'alto Judrio prevalgono nomi di origine prettamente slava, a etimologie sicure, senza intrusioni italiane o dirette o parallele. Ciò proverebbe da un lato che le parti più basse della zona montana furono abitate da genti non slave a cui si sovrapposero le slave, forse dopo che a quelle si erano sovrapposte le romane, alterandone completamente la fisionomia etnica ed accettando la preesistente toponomastica, già passata attraverso i Romani, i quali ai più vecchi avevano aggiunto dei nuovi nomi, anch'essi quindi accettati dagli Slavi che ne aggiunsero dei propri: dall'altro proverebbe che il carattere prettamente slavo si accentua dal basso verso l'alta montagna e da ovest verso est: allo stesso modo che in dette direzioni si attenuano gli elementi ladini e italiani che più o meno compenetrano tutti i parlari slavi del Friuli data la perenne appartenenza politica dei medesimi a dominî siti di qua dalle Alpi.

I diversi gruppi dialettali degli slavi.

I diversi gruppi dialettali degli slavi. Secondo gli studi dell'illustre slavista polacco J. Baudouin de Courtenay dialettologicamente i nostri slavi si distinguono in quattro gruppi, cioè:

I. Resiani appartenenti al distretto di Moggio e solo quelli di Uccea (Ucja) nella valle del rio Bianco, affluente dell'Isonzo, compresi nella nostra zona: essi rappresentano la continuazione storica di una fusione di diverse tribù slave mescolate con un elemento etnico straniero abbastanza forte per aver potuto lasciare di sè nella lingua tracce fonetiche indelebili, principale l'assonanza vocalica. Anche fisicamente (occhi e capelli neri, color della carnagione olivastro) differiscono dagli altri Slavi del Friuli. La loro provenienza da diverse tribù è indicata da almeno quattro varietà dialettali in cui si distingue il loro idioma. Quella di Uccea è derivazione della parlata di Oseacco, a caratteri alquanto più arcaici, più rozza e maggiormente vicina allo sloveno con cui è confinante, dicendo sou, dou, biu, invece di sol, dol, bil[137].

Fig. 10ª. — Gli Slavi delle Prealpi Giulie. — Scala 1:600.000.

II. Slavi del Torre, nei distretti di Gemona e Tarcento, che sono Serbo-croati affini a quelli dell'Istria e del Quarnero[138]. Nel territorio di questo dialetto è scritto il più antico documento datato della lingua slovena che perciò presenta uno straordinario interesse[139]. È un diario della confraternita di S. Maria in Cergneu che comincia l'anno 1459 in latino, ma dal 1497 al 1588 continua in sloveno.

III. Slavi di S. Pietro al Natisone (valli del Natisone, dell'Alberone, della Cosizza e dell'Erbezzo), risultato di una combinazione dell'elemento serbo-croato e dell'elemento sloveno: loro base è il serbo-croato del gruppo precedente con sovrapposizione slovena accentuantesi verso est. Come dialetti di transizione dal II al III gruppo si possono considerare quelli di Canebola e Maserolis. Però non poche differenze si avvertono fra i parlari della valle del Natisone e quelli della Cosizza-Erbezzo[140].

IV. Slavi del Judrio, appartenenti alla schiatta slovena, la cui parlata non è che la continuazione del dialetto sloveno del Coglio che si estende verso est e fin sopra Canale verso nord[141].

Quantunque tale divisione s'imponga sotto il rispetto scientifico — linguistico ed etnografico — tuttavia gli ultimi tre gruppi non differiscono tra loro che per leggerissime sfumature; solo il resiano ne diversifica, non però più di quanto si scosti dalla lingua letteraria italiana la maggior parte dei nostri dialetti.

Tradizioni, leggende, usi e costumi degli Slavi.

Tradizioni, leggende, usi e costumi degli Slavi. Gli Slavi del Friuli non hanno una letteratura propria: alquante novelle, la maggior parte delle quali patrimonio comune ad altri popoli; poche canzoni popolari d'indole religiosa — qualcuna, per dir vero, bellissima — o amorosa, o satirico-umoristica. Qualche canto patriottico, venuto in luce durante i moti antiaustriaci tra il 1848 e il 1866; alcune scarse poesie letterarie, pubblicate specialmente sui giornali di Lubiana, lamentanti il vergognoso abbandono in cui viene lasciata la lingua del popolo, costretta a cercar l'ultimo rifugio nella chiesa; finalmente una lodata raccolta di versi, non però nel dialetto del paese, ma nell'idioma letterario sloveno, di Zameiski.

Anche il folk-lore locale va sparendo via, via, come del resto da ogni altro luogo. Si novella ancora di krivopete, dai piedi ritorti, dai lunghi capelli verdi scendenti sulle spalle e sul petto, crudeli e cibantisi di carne umana, dimoranti nelle grotte: si ricordano le torke giranti la notte per le case a sorprendere le massaie che lavorano in ore proibite; i vedomci o balladanti, i quali per un destino a cui non possono sottrarsi son costretti ad errare nelle tenebre ed a percuotersi ai crocicchi delle vie così fortemente che le membra ne volano per aria; gli skrati, dalla statura nana, coperti la testa di un berretto rosso che nel silenzio della notte, seduti nei focolari, si passano per le mani i carboni ardenti, mettendoli e rimettendoli in un'urna di metallo; e molte altre cose si raccontano, sebbene sempre più incertamente e vagamente, di streghe e di maghi, di spiriti folletti (strasila), di apparizioni di morti; e vi sono leggende relative al tuono, alle stelle cadenti, ai bolidi, alla via Lattea. Si festeggiano coi fuochi i due solstizî, con significato religioso diverso dall'antico; rimane tuttora qualche cosa delle antiche costumanze in ordine alle principali festività ecclesiastiche: Natale, Capo d'anno coi Koledari, Pasqua, S. Giovanni Battista colle margherite (roze svetega Ivana) onde si adornano i ballatoi delle case; si porta il fuoco sacro, ottenuto dalla combustione di casse di morto, nelle famiglie il Sabato santo; si praticano scongiuri, bruciature di olivo benedetto e dei «fiori di S. Giovanni» durante i temporali. A molte piante si attribuiscono virtù terapeutiche e innumerevoli pregiudizi si conservano intorno al modo di curare ogni specie di malattie (ai più semplici non ispirando ancora soverchia fiducia la medicina scientifica), intorno alle stagioni, alle influenze lunari sul taglio delle piante, sulle semine e sul travaso dei vini, intorno a tutti i fenomeni meteorologici[142].

Delle usanze nuziali antiche, non si hanno che deboli rimasugli[143]. Pur nel vestire la universale moda ha dovunque sostituito le pittoresche fogge di un tempo: e il modo di nutrirsi e di vivere viene sempre più uniformandosi a quello del piano. La pinza vi è forse ancora il piatto nazionale; la gubana vi ha avuto origine ed è immancabile alle sagre.

Fig. 11ª. — Casa a ballatoi sovrapposti in Merso di Sotto (distr. di S. Pietro). Fot. G. Feruglio.

Abitazioni alquanto caratteristiche, sempre più rare del resto, sono solo nei villaggi più discosti dalle strade. Dalla facciata principale di ogni casa, sporgono poggiuoli, talvolta doppiamente sovrapposti, spesso lavorati con pretese d'arte, che servono da essiccatoi; vicino alle case in montagna, specialmente nel Drenchiotto, vi sono le kaste, appositi edifizi, specie di guardarobe, in cui ripongono di ogni cosa; e in quel di Savogna le supe, dove raccolgono foraggi e foglie secche. La casa primitiva a un solo ambiente, con due piani, è quasi scomparsa: se ne conservano ancora degli esemplari, ma ordinariamente servono da stalle o fienili. Nelle izbe (sale da mangiare) di buona parte della montagna, specie nel distretto di S. Pietro, sono caratteristici i forni-stufe (pec) che nella stagione invernale durante la notte vengono convertite in lettiere, distendendovi sopra le coltri. A Montefosca, ad Erbezzo, a Mersino ho notato molti passaggi a galleria sotto le case, e nel primo dei detti villaggi dànno assai nell'occhio numerosi pozzi-cisterne, in cui si raccoglie l'acqua piovana che scola dai tetti, resi necessari dalla scarsezza delle acque di sorgente. Finalmente dappertutto richiamano l'attenzione i dvori o cortili, intorno ai quali sono le abitazioni di parecchie famiglie, di solito aventi lo stesso cognome, assai probabilmente originate da un'unica famiglia primitiva divisasi in più parti. Un tempo il maggior numero dei tetti erano coperti di paglia: oggi lo sono sempre meno, sia in causa d'incendi onde spesso furono abbruciati interi villaggi, come Cepletischis, Drenchia superiore, Lombai; sia perchè realmente un notevole progresso edilizio si è fatto strada dovunque. Tali tetti sono ancora abbastanza frequenti in quel di Drenchia dove è una relativamente copiosa produzione di frumento; rarissimi nelle parti più elevate di alcuni altri comuni, come: Savogna, Rodda, Platischis. In questo ultimo, nel villaggio di Monteaperta, parecchie case hanno il tetto ancora coperto di lastre di pietra e circa 30 anni fa lo avevano tutte.

Fig. 12ª. — Casa col tetto di paglia a Rucchin (distr. di S. Pietro) Fot. G. Feruglio.

Come ogni altro popolo, anche lo slavo-friulano viene sempre più uniformandosi non solo ai tempi e costumi, ma anche alle idee nuove, spogliandosi grado grado dei più caratteristici tratti della sua psiche primitiva; conserva però ancora in parte quello spirito particolarista e un po' anarchico, ereditato dalla vita pastorale nomade di un tempo, per cui difficilmente si adatta a disciplina ed è refrattario a ogni idea di associazione e cooperazione. Non essendovi in mezzo ad esso nè servi, nè padroni, ma tutti proprietari, è naturale sia dominato da idee di eguaglianza, ed abbia un perfetto sentire democratico; chi colloca ad altri, più o meno temporaneamente, la propria opera, ne è trattato alla pari; i rari domestici sono oggetto dei maggiori riguardi[144]. In generale lo Slavo non è tormentato da grandi bisogni, ma facilmente si accontenta della propria condizione: lavoratore instancabile, è gaio nella lieta, non si lascia scoraggiare dall'avversa fortuna. Più che a conquistare, mira a conservare quanto possiede e ne è geloso e perciò litiga volentieri e spesso ricorre ai tribunali. È di costumi semplici, ligio alla morale, difficile a commettere delitti. Pieno d'amor proprio, pratica largamente l'ospitalità in quanto i mezzi glielo permettano, ed ama figurare in qualsiasi circostanza, talvolta fino all'esagerazione. Sveglio d'intelligenza, facilmente adattantesi a nuovi ambienti e costumi, dotato di attitudini assimilatrici e imitative più che creative, è suscettibile di qualsiasi grado di educazione e di istruzione.

Le parlate friulane.

Le parlate friulane. Venendo ora ai friulani, noto è come il loro idioma appartenga al gruppo orientale del sistema dei linguaggi reto-romanzi o ladini[145] tra i quali, pur differendone per alcuni importanti caratteri fonologici, si può considerare come il più cospicuo, grazie all'ampia e libera espansione della sua attività assai robusta. È deplorevole che si abbiano solo scarse notizie intorno alle varietà più o meno spiccate in cui si distingue, nonostante i molti canti popolari ed i proverbi raccolti in ogni parte del Friuli, ma pubblicati senza che ne venisse indicata la provenienza topografica. Comunque, la nostra zona appartiene a quella varietà dialettale che è fondamento al dizionario del Pirona[146] e che l'Ascoli[147] chiamò tipo udinese, e prima ancora il Cherubini aveva appellato generico o centrale ed è lo stipite da cui dipendono gli altri dialetti e sottodialetti del Friuli. Benchè l'atticismo di esso si riconosca specialmente nelle terre di S. Daniele, di Pers, Mels ecc., alla radice dei monti verso nord, esso è parlato con abbastanza purezza in tutto il rimanente territorio tra Tagliamento ed Isonzo. L'Ascoli distingue da esso il tipo goriziano avvertendo che molte altre suddistinzioni sono riservate all'avvenire[148]: al tipo goriziano si avvicina alquanto, secondo me, il cividalese per l'a in luogo di e nel singolare dei nomi femminili. Il Gartner però afferma che vi sono solo minutissime differenze tra i parlari di questa zona e concernono quasi tutte la pronunzia[149].

Noto è come il friulano venga sempre più subendo l'influenza del Veneto, che ne ristringe progressivamente i confini: così già nello scorso secolo è scomparso da gran parte dei distretti di Sacile e Pordenone; così non è più parlato a Trieste, dove lo fu sino al principio del secolo passato[150]; mentre sulla spiaggia settentrionale dell'Adriatico presso Grado, come nel distretto di Monfalcone sulla sinistra dell'Isonzo, fu sempre in uso il veneto[151], il quale va oggigiorno guadagnando terreno anche nei maggiori centri della nostra zona: a Cividale, Cormons, Tarcento e Gemona, dove è parlato cumulativamente al veneto quasi da tutti. È nelle campagne, e segnatamente sotto i monti, che presenta maggior forza di resistenza e, delle perdite che altrove subisce, ivi si rivale sullo slavo.

Il più antico documento letterario dell'idioma friulano appartiene alla nostra zona: è la famosa epigrafe di Racchiuso del 1103[152]. Nonostante la sua grande antichità, esso ha conservato la originalità e impronta primitiva, perchè rimasto unicamente lingua del popolo ed, escluso dalle scuole e dai pubblici uffici, non però dalla chiesa nella predicazione, non ha avuto se non una scarsa letteratura[153]. Nè molto influirono su di esso il contatto collo slavo verso est e la penetrazione etnica slava di un tempo, quando questa lingua era forse intesa alla stessa corte dei duchi langobardi[154]; e nemmeno l'invadenza germanica durante due secoli di dominio langobardico prima, poscia durante oltre due secoli (1019-1250) di Patriarchi quasi senza eccezione tedeschi, alla cui corte Tommasino dei Cerchiari scriveva nella lingua dei minnesingeri[155], e i quali infeudarono a nobili tedeschi buona parte della nostra regione, come molti nomi di castelli, ad esempio: Grünenberg, Urusperg, Schärfenberg (Soffumbergo), Perchtenstein (Partistagno), Braunberg (Prampergo) ecc.[156], testimoniano tuttora; durante il dominio di Venezia più tardi, quando attraverso il Friuli un attivissimo commercio veniva esercitato colle città tedesche specialmente di Augusta e Norimberga: commercio di cui fu centro Gemona e lungo tutta la strada commerciale vi avevano mercanti tedeschi e borgate o città con nomi tedeschi accanto agli italiani, quali: Peutscheldorf (Venzone), Haseldorf (Nogaredo); o adattati alla pronuncia tedesca, quali: Clemaun (Gemona), Weiden (Udine), ecc. Contuttociò piccolissimo è il numero di voci tedesche e slave penetrate nel nostro idioma, come fu messo in evidenza da quanto il Pirona[157], lo Schneller[158], lo Schuchardt[159] scrissero in proposito[160].

Certo è tuttavia che anche qui, come in tutto il resto del Friuli, nonostante l'omogeneità del linguaggio, dovettero fondersi insieme elementi etnici disparati, onde fu determinato non solo il tipo fisico, ma anche quello psichico degli abitanti. Assai più che non i Veneti del piano, essi, per temperamento, si avvicinano ai popoli settentrionali. Rudi alquanto e tagliati un po' all'antica, ma seri, positivi, sinceri: amanti di essere più che di parere, dei comodi materiali più che del lusso: lavoratori non frettolosi, ma tenaci ed esatti: sobrii nel parlare, incapaci di corteggiare, rifuggenti dalle vie trasverse per farsi innanzi e salire. Riescono meglio negli studi scientifici e pratici che in quelli ameni, sebbene siano da essi usciti i due maggior poeti dialettali del Friuli: Ermes di Colloredo e Pietro Zorutti. Tuttavia l'arte ha segnato cospicue impronte di sè nei loro principali centri di Venzone, Gemona e Cividale: quest'ultima città anzi non ha rivali in Friuli per la sua collezione di cimeli preziosi e di antichità.

Le «villotte» tradizioni e leggende friulane.

Le «villotte» tradizioni e leggende friulane. Nonostante l'apparenza di freddezza e serietà, il popolo delle campagne è imaginoso, sentimentale, poeta; e la sua musa ci ha dato innumerevoli villotte di cui pubblicarono raccolte il Teza[161], il Leicht[162], l'Arboit[163], il Gallerio[164], il Podrecca[165], l'Ostermann[166]: succinta, concisa e quasi epigrammatica nella forma, si vale di imagini, di confronti, di allusioni: la vita di tutti i giorni, la famiglia, la casa, la piazza del natio villaggio, le relazioni coi villaggi vicini sono gli argomenti intorno a cui di solito si aggira: l'amore, molte volte sensuale, è la nota che più comunemente la muove e genera la maggior parte delle liriche spontanee, non di rado accompagnate da melodie così patetiche che possono reggere al confronto delle più felici ed elaborate produzioni musicali. Rari sono i canti patriottici, sia perchè la politica non ha voce nel poco istruito popolo dei campi, sia perchè si andava cauti in passato nel manifestare i propri sentimenti d'odio contro l'ombrosa polizia straniera e preferivasi esprimerli più efficacemente mediante i proverbi. Di questi, che rispecchiano intero il carattere della parte più semplice delle popolazioni, le quali vi hanno condensato tutto il patrimonio delle loro cognizioni morali e fisiche, frutto di ripetute esperienze, oltre parecchie altre minori, un'importante raccolta venne pubblicata dall'Ostermann[167]. Nè mancano tradizioni storiche e fiabe popolari, religiose, morali, burlesche, satiriche, erotiche, romanzesche, ricche queste ultime di tutto il bagagliume di meraviglie di cui riboccano i poemi cavallereschi. Molto qui si potrebbe riferire pure in fatto di pregiudizi e superstizioni a volerne parlare di proposito e ne verrebbe dimostrato quanta ricchezza di materiale folk-lorico sia tuttora in mezzo alla nostra gente[168]. La quale fu in ogni tempo profondamente religiosa e, se vogliamo, anche superstiziosa, specialmente nelle campagne per cui religioso è il substrato di quanto ne riguarda le più comuni manifestazioni del pensiero; e vi hanno tramandate, accumulatesi, travisate nel corso dei secoli, tracce pagane, bibliche, cristiane e fors'anco del rozzo feticismo dei più antichi tempi. Ogni ordine di fenomeni e leggi naturali che non comprende, cosmici, astronomici, geografico-fisici, meteorologici, biologici, colpisce la sua fantasia e per ispiegarli ricorre spesso a cause soprannaturali. Iddio, gli angeli, i santi ed i beati; i demoni, le streghe, i maghi, gli incubi e i succubi, gli ossessi e gli spiriti folletti offrono ancora argomenti a credenze strane, a racconti inverosimili, a ridicole paure; nè è lontano il tempo in cui si praticavano i maleficî, i sortilegi e gli scongiuri. Finalmente molte caratteristiche usanze intorno a tutte le fasi della vita individuale e sociale, nascite, matrimoni, morti, festività, divertimenti, giochi, occupazioni, colla loro grande varietà — insieme a tutto il complesso di materiale folk-lorico che abbiamo ricordato — testimoniano la fusione di più elementi etnici e l'incontro e la sovrapposizione di parecchie civiltà popolari.

Nel vestire non hanno più nulla di speciale; nel modo di vivere, base della nutrizione sono il maiz, i legumi, le carni suine, e, più o meno, altri prodotti nelle singole zone agricole con cibi variamente preparati secondo le condizioni sociali delle famiglie e le circostanze per cui devono servire; nelle abitazioni degnissimo di nota è il focolaio che contraddistingue la casa friulana nella quale non manca mai: ampio, bello, bene illuminato, d'inverno tutta la famiglia e spesso anche i vicini vi si raccolgono intorno al fuoco a passare allegramente le serate in lieti conversari improntati alla semplicità e bonomia proprie del carattere friulano.