Le zone agricole. Zona montana e submontana. La regione considerata in questa guida può essere divisa in quattro principali zone agrarie: la montana e submontana, la collinesca e pedemontana, la morenica extralpina e la zona delle alluvioni grossolane del piano. Questa divisione coincide presso a poco con quelle fisiche indicate nei precedenti capitoli della guida e con quella adottata, sebbene con denominazioni in parte diverse, dalla Statistica integrale delle colture e dei prodotti agrari nella provincia di Udine pubblicata dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio[169].
Alla prima zona appartengono i comuni di Montenars (Gemona), Lusevera e Platischis (Tarcento), tutto il distretto di S. Pietro al Natisone, nonchè i comuni austriaci di Creda, Bergogna e Luicco (Tolmino).
La parte più elevata di questa zona, costituita dalle più interne catene prealpine, si può considerare quasi improduttiva, non mancano però boschi, specialmente di faggio, nei versanti settentrionali dei monti e praterie in quelli meridionali.
Poco produttiva nel complesso si può considerare anche la zona submontana, con le aree carsiche e grandi distese a boscaglia e a magro pascolo. Gli stessi ampî e ridenti bacini dell'alto Torre, dell'alto Cornappo e dell'alto Natisone, non ostante la somiglianza della costituzione geologica, sono meno fertili dei pendii esterni delle prealpi. Si deve certamente a ragioni climatiche se nei comuni di Creda, Bergogna, Platischis e Lusevera mancano affatto, o quasi, alcune coltivazioni: ad esempio il frumento, la vite, il gelso: gli ultimi due sono insignificantemente coltivati solo nel comune di Lusevera che produce 120 hl. di vino e 812 kg. di bozzoli[170]. Invece nel distretto di S. Pietro, il frumento è più o meno coltivato dappertutto, perfino sul rialto di Ravne, a più che 1000 m. sul livello del mare, con una produzione media da 13 a 15 hl. per ettaro, presso a poco eguale a quella delle più ubertose plaghe del piano[171].
Coltivata vi è pure la vite con produzione in alcuni comuni abbastanza forte, come a S. Pietro (hl. di vino 3150), Rodda (3450), Tarcetta (2665), Savogna (1935), San Leonardo (1719); più debole nei più elevati comuni di Stregna (1060), Grimacco (665) e Drenchia (190)[172]. In generale in questa plaga i limiti altimetrici di essa sono i più elevati delle Prealpi Giulie. Sul versante meridionale del Colovrat, sopra Ocnebrida, Laze, Trinco, Drenchia raggiunge le altezze di quasi 750 m.; intorno al San Martino si spinge fino a 771 m. sopra Plataz; sul Matajur a 700 sopra Tercimonte, a 727 sopra Masseris nell'aperta campagna e a 762 intorno alle pareti delle abitazioni meglio soleggiate; a 781, punto il più elevato dove io l'abbia osservata, fra Stermizza e Montemaggiore; a 777 nei pressi di Pechiniè: in tutti due questi ultimi luoghi con esposizione a est. Nella valle del Natisone prospera a m. 666 in quel di Rodda, sopra Oriecuia, con esposizione a sud-ovest; a 676 sotto la chiesa di S. Odorico con esposizione a sud: in quel di Mersino non va oltre Pozzera (m. 662) pur avendo esposizione meridiana, e solo sporadicamente si trova anche ad Oballa (m. 760). Sulla destra del fiume, tra Erbezzo e Montefosca, arriva a m. 713, raramente spingendosi fino a Cala (m. 720) con esposizione a est. In complesso possiam dire che nel bacino medio del Natisone alligna e fruttifica dappertutto, con tendenza a salire quanto più ci spostiamo a est verso l'Isonzo: solo i villaggi di Clabuzzaro, Ravne, Luicco, Jevs-cek, Montemaggiore, Mersino alto, Montefosca ne sono privi interamente.
I vini però, tranne alquanto nel piano, specie nel comune di San Pietro, dove esistono pure alcuni vigneti specializzati di viti nostrane (verduzzo, cabernet, blaufränkis, riesling) sono acidetti e poveri di alcool e vengono dati per 4⁄5 dal vitigno isabella, per 1⁄5 da uve bianche coltivate specialmente nei luoghi più elevati (ribolla bianca ad acini grossi e minuti, ducigla, zelen, drijenak, marvinza, cividino). Il cividino dà rinomati prodotti nella plaga di Vernassino in comune di S. Pietro e un tempo era molto ricercato nel piano durante la stagione estiva.
Anche il gelso, come la vite, è coltivato specialmente nei più bassi comuni di S. Pietro (18425 kg. di bozzoli), Tarcetta (3450), Rodda (2650), S. Leonardo (2050): molto meno in quelli di Grimacco (300) e Stregna (400): non lo è affatto nei comuni di Savogna e Drenchia.
La produzione più importante di tutta la zona è però quella del maiz, da 20 (Stregna) a 31 (Tarcetta) qt. per ettaro[173]. È coltivato alle maggiori altezze: si trova a 837 m. in comune di Luicco, sopra Ausa; a 836 sopra Perat. In quel di Drenchia, sebbene poco coltivato e non sempre giunga a maturazione, si spinge fino a m. 750, anzi a Zuoder fino a m. 805. Nella valle della Cosizza arriva a m. 771 sopra Canalaz; in quella dell'Alberone a 777 sopra Pechiniè; in quella del Natisone sopra Rodda si spinge fino ai limiti della vite, ed a Mersino oltre i medesimi; così pure a Montefosca dove tocca gli 810 m. Nei due soli villaggi di Ravne (m. 1041) e Montemaggiore (m. 954) non è coltivato affatto: in quest'ultimo anzi un tempo lo era; ora vi è stato sostituito da altre coltivazioni più redditive.
Il maiz, come del resto tutte le altre piante erbacee, in montagna è intensivamente coltivato, con molto stallatico, in piccoli appezzamenti di terreno, in alcuni luoghi a terrazzi sostenuti da muricciuoli a secco, in altri, come si vede a Drenchia, Topolò, Cepletischis, Tercimonte, Montemaggiore, Stermizza, Erbezzo, Prossenicco, Canebola e altrove, in caratteristici campetti (vedi fig. 13ª) di forma irregolarmente trapezoidale, seguenti la pendenza dei terreni, privi di solchi e i quali, data la mancanza di bruschi dislivelli, meglio dei terrazzi si prestano a usufruire in maggior misura dei raggi solari. Tale vantaggioso sistema di coltivazione è possibile pel terreno argilloso e tenace cui la continua lavorazione conferisce una certa perenne porosità contraria al suo costipamento per effetto delle pioggie[174]. Le coltivazioni in generale non discendono sotto una linea che segna fin dove arriva l'ombra proiettata per buona parte della giornata dagli opposti versanti, irregolari come i profili delle montagne e varia non solo da valle, ma da luogo a luogo in una stessa valle: linea alla quale durante la stagione invernale è presso a poco parallela quella delle nevi, or più or meno alta, secondo l'abbondanza delle nevicate e la varia intensità del freddo.
In alto i limiti ne sono segnati più uniformemente dal clima, dalla maggiore o minore esposizione al sole, dalle condizioni di fertilità del suolo, dalla distanza rispetto ai centri abitati. In generale però i campi sono piuttosto a valle che a monte di questi ultimi e ciò specialmente per la comodità del trasporto dei concimi che si fa a spalla d'uomo e in montagna è il più faticoso d'ogni altro. Nonostante però le sudate fatiche e la accurata lavorazione degli abitanti, i cereali non bastano ai bisogni dei medesimi, che per buona parte dell'anno devono farne acquisto al mercato.
Quasi eguale importanza a quella del maiz ha la coltivazione delle patate, di cui forte è la produzione in tutti i comuni[175]: mentre tra le coltivazioni secondarie occupano il primo posto i fagiuoli, che si producono in abbondanza nei comuni di Montenars (qt. 867), Lusevera (383), Platischis (364), Tarcetta (238), Savogna (261), S. Leonardo (203); alquanto meno nei comuni di Stregna (134), S. Pietro (90), Grimacco (92): e subito dopo vengono le rape e le carote[176]. Il saraceno è quasi esclusivo del distretto di S. Pietro, che ne produce qt. 1178 in tutti i comuni, specialmente in quelli di Tarcetta (qt. 569), Stregua (147), Grimacco (102), Rodda (132). La segala è coltivata nei comuni di Drenchia (qt. 133), Grimacco (111), Savogna (109), S. Leonardo (132), Stregna (60): l'orzo, più debolmente ancora, in tutti i comuni e meno che negli altri in quelli di Tarcetta e S. Pietro.
Grande risorsa per questi paesi è, e maggiore potrebbe essere, la frutticoltura. Anche riguardo a questa però notevoli differenze esistono fra i comuni orograficamente chiusi o più piovosi di Creda, Bergogna, Platischis, Lusevera e Montenars, non producenti pesche, nè susine, pochissime pere, solo alquanto di mele, maturanti a stagione avanzata, e quelli più aperti verso mezzogiorno del distretto di S. Pietro al Natisone, che dànno copia di numerose specie e varietà, le quali salgono a grandi altezze e, in tutti i casi, sono più precoci e squisite. Sotto questo rispetto anzi i villaggi di Rodda coi loro declivi soleggiati, con coltivazioni razionali e specializzate, costituiscono una vera oasi fruttifera che richiama compratori anche da lontano; e l'esempio di Rodda comincia a essere seguito nei comuni di Stregna, Tarcetta, S. Pietro. La mela Zeuka vi ha assunto in pochi anni straordinaria importanza: basti dire che da tutto il distretto se ne esportano in media 20.000 quintali l'anno, oltre 10.000 quintali di altre varietà; 800 quintali di pere estive; 600 di autunnali; 1500 di vernine[177]. La piazza di Cividale è in gran parte alimentata dal commercio di queste frutta e delle castagne; a Brischis (Rodda) vi è pure un attivo mercato durante i mesi di settembre e ottobre: mentre le qualità più scadenti rimangono invendute e in molti luoghi, con metodi invero primitivi, se ne estrae il sidro che vien bevuto solo o mescolato con vino.
Anche la susina domestica è molto diffusa, coltivata specialmente nell'interno degli abitati o intorno ai medesimi, tal volta consociata a noci, di cui si vedono numerosi esemplari, come a Rucchin, Lombai, Peternel, Ravne, Pik, Crostù, Cepletischis, Montefosca, Cosizza, Montemaggiore, ecc., tanto da formare spesso veri boschi dai quali i villaggi sono come nascosti e di cui preannunziano col loro comparire la presenza. Se ne distilla lo slivovitz, ma in maggior misura viene esportata nel vicino Collio ove alimenta l'attivissima industria delle prunelle.
Le pesche, tranne a Rodda, dove sono impianti specializzati della varietà settembrina Golden Eagle, sono di qualità selvatiche.
Tra le piante legnose fruttifere merita speciale menzione il castagno, diffuso dappertutto, tranne nei più freddi ed umidi bacini alti del Natisone, Torre e Cornappo e nelle plaghe esclusivamente calcaree. Perciò non ne producono affatto i comuni di Luicco, Creda e Bergogna; pochissimo i comuni di Platischis (qt. 300) e Lusevera (300); meno ancora quello di Montenars (100). Invece nel solo distretto di S. Pietro la produzione si può calcolare di circa 20.000 quintali, abbondando specialmente nei comuni di Savogna, Grimacco, Tarcetta. I limiti altimetrici di questo prezioso fruttifero, che concorre per buona parte alla alimentazione dei montanari, variano da luogo a luogo, innalzandosi o abbassandosi secondo il predominio del sole o dell'ombra. Nel bacino dell'Erbezzo sul versante meridionale del Hum sale fino a 848 m. sul livello del mare; in quel di Drenchia a m. 778 sopra Zavart, a 800 sopra Trinco. Nel canale di Cosizza si trova a m. 800 sul versante est, a 770 sul versante ovest del S. Martino: in quel di Savogna, che ne è forse il meglio rivestito, manca nei pressi della sella di Luicco alta metri 695, mentre si trova a m. 735 sotto Jevs-cek, a 812 tra Montemaggiore e Stermizza. Nella valle del Natisone sale a 782 m. sopra Oriecuia (Rodda) con esposizione a ovest, a 743 sotto la chiesa di S. Odorico (pure a Rodda) con esposizione a sud; arriva fino a Oballa sopra Mersino. Sull'opposto versante a destra del Natisone, con esposizione a est, tocca 740 m. tra Montefosca e Goregnavas, 701 sopra Pegliano. Le varietà più coltivate sono gli obiachi, di grossezza più che mediocre e ben pagati; meno i marroni, più grossi e di sapore più squisito, ma più tardivi e richiedenti maggior asciuttezza di atmosfera ed esposizione solare; inoltre castagne comuni che vengono consumate nelle famiglie.
Riguardo al bestiame la massima importanza l'hanno i bovini, di cui, secondo l'ultimo censimento, in tutta la zona esistono 10409 capi. Data la natura orografica dei luoghi, è logico abbiano assoluta prevalenza le vacche, sfruttate al doppio scopo di ottenerne latte e vitelli, mentre buoi e cavalli non si trovano che sul fondo delle valli e dove la non eccessiva pendenza del terreno permette il traino di carri e di slitte. Per influenza della situazione geografica e delle relazioni storiche e commerciali coi territori limitrofi si incontra in questi bovini la fusione, in misura diversa da luogo a luogo, di variati caratteri zoologici, innestati sopra un fondo comune, di origine svizzera e diffusosi fino a qui da tempi anteriori ad ogni registrazione, che appartiene al tipo alpino-iurassico, con prevalenza di caratteri alpini: tipo a statura piccola, a sviluppo organico tardivo, con buona attitudine lattifera. Strabone già al suo tempo accennava alla ricchezza di latticini che gli abitanti di questi monti scambiavano, commerciando, coi prodotti del piano. Ma l'industria zootecnica non vi ha seguito i progressi fatti altrove in Friuli: trascurata completamente è la praticoltura, pur dove crescono naturalmente foraggi preziosi per aroma e sapidezza; empirica nè sempre rispondente alle esigenze del bilancio fisiologico l'alimentazione; poco oculata la scelta e irrazionale l'impiego dei riproduttori; infine la stabulazione è permanente ed ha luogo, quasi ovunque, in ambienti malsani e senz'aria: tutto ciò ha portato al decadimento del bestiame bovino qui dove potrebbe essere massima fonte di ricchezza[178]. Nè sembra che nel lungo periodo di tempo intercorso fra gli ultimi due censimenti pastorali il medesimo sia aumentato sensibilmente, se nel distretto di S. Pietro da 6296 capi è salito appena a 6480 e nei comuni di Platischis e Lusevera da 2777 a 3188. Molti montanari, con errato criterio economico, preferiscono ancora vendere i foraggi all'aumentare i redditi della stalla!
Nelle parti più elevate dei comuni di Platischis, Lusevera, Tarcetta, Rodda, Savogna si pratica la monticazione, conducendo per circa 90 giorni l'anno 1145 capi grossi ai pascoli alpini che gli Slavi dicono planine. Queste differiscono dalle casere carniche non solo per differente costruzione, scopo e disposizione dei grossolani e primitivi edifici che servono di ricovero ad uomini ed animali e vengono detti casoni — numerosi sono specialmente sopra Mersino Alto e presso Montemaggiore di Platischis a Srednjobardo — ma anche nel sistema di sfruttamento del pascolo che ciascun proprietario fa per proprio conto, mentre collettiva è solo la lavorazione del latte, primo passo verso il più perfetto tipo di azienda cooperativa della maggior parte dei pascoli dell'alpe[179]. Del resto le latterie sociali, come ogni altra forma di cooperazione, sono difficili ad attecchire in tutta questa zona, trovando il principale ostacolo nel temperamento della popolazione slava, diffidente per natura, oltrechè nel pregiudizio diffuso in montagna che la sottrazione del latte alla alimentazione diretta sia causa di deperimento fisico, specie nelle donne e nei bambini: quindi anche l'industria del caseificio è in condizioni assai arretrate e ogni famiglia si lavora da sè il proprio latte ottenendone un burro mediocre che si vende sul mercato e consumandone essa o facendone consumare alle bestie i residui[180].
Gli equini nel distretto di S. Pietro sono appena 146; non più di 10 negli altri tre comuni della zona; ed è naturale, trattandosi di paesi montuosi. Non presentano caratteri di razza locale, venendo acquistati sui mercati del piano, alimentati da importazione austriaca di varia provenienza. Tipico è il cavallo caporettano, vigoroso, di forme massiccie e tondeggianti, atto al tiro pesante rapido, che viene allevato nell'alto Goriziano ed è frequente anche nei distretti di Cividale e S. Pietro[181].
Di pecore (724) e capre (254) in oggi il numero è assai limitato. Le prime appartengono nella proporzione del 60% al tipo O. A. asiatica e alla cosidetta razza slava, con lana lunga, di color bianco e di color nero bruno: sono numerose anche in pianura, essendo dotate di molta virtù di adattamento. Se ne fa esportazione dalla nostra regione oltre i confini della Provincia, fino a Treviso, Venezia e Padova. I caprini, ancora men numerosi, vengono allevati nei luoghi più alpestri, dove possono usufruire di erbe irraggiungibili al bestiame bovino. Esse perciò prevalgono nelle più sterili e rocciose parti dei comuni di Lusevera (262), Platischis (276), Tarcetta (161): sono in numero affatto insignificante negli altri comuni. Queste due specie di animali domestici sono destinate a scomparire dai nostri paesi. Basti dire che, secondo il censimento della Repubblica Veneta del 1766[182], le pecore erano in numero di 5985, le capre di 4025 nelle due sole parrocchie di S. Pietro e S. Leonardo, cioè nell'attuale distretto di S. Pietro, non compreso il comune di Drenchia. Gli è che in allora buona parte dei terreni di questa zona erano proprietà dei comuni. Intorno al 1851-2-3 furono divisi e passarono in proprietà dei privati: il numero degli ovini e caprini venne quindi progressivamente riducendosi fino allo scarso numero d'oggi e plaghe già nude, o con rari cespugli, si ricopersero grado grado di un ricco mantello vegetale palesando la loro attitudine alle più svariate coltivazioni e produzioni.
Quanto al sistema di conduzione delle terre, gli abitanti di questa zona sono tutti minuscoli proprietari che se le coltivano da sè. Ma i metodi di coltivazione sono ancora primitivi. Manca l'istruzione agraria, causa l'isolamento in cui gli Slavi sono sempre vissuti finora; mancano i capitali perchè sia resa possibile l'introduzione delle macchine agrarie; mancano strade d'accesso, e animali da soma perchè si possano importare i concimi chimici necessari a correggere le deficienze dei terreni, i quali vengono ingrassati quasi unicamente collo stallatico e colla poca cenere di legno che le singole famiglie riescono a produrre. Le condizioni degli abitanti non sono però cattive: non conoscono vera miseria; generale è un certo benessere economico, sebbene relativo e guadagnato a forza di lavoro costante, sudato, coraggioso. Oggi l'emigrazione verso l'America settentrionale è un grandissimo aiuto alle già esclusive risorse dell'agricoltura.
La zona collinesca. Corrisponde questa allo sviluppo dell'eocene arenaceo-marnoso ed è separata dalla precedente da una linea che da Magnano per Sammardenchia raggiunge la chiusa del Torre a Ciseriis, indi costeggia il monte Bernadia fino a Torlano, passa a nord di Cergneu, Attimis e Faedis, raggiunge il Natisone sopra Cividale[183] ed, attraversando il Judrio, abbraccia anche la maggior parte del Collio austriaco che si protende fino all'Isonzo. Le appartengono parte dei distretti di Tarcento (comuni di Magnano in Riviera, Tarcento, Ciseriis, Nimis) e di Cividale (comuni di Attimis, Faedis, Torreano, Cividale, Prepotto, Buttrio, S. Giovanni di Manzano, Manzano, Ipplis e Corno di Rosazzo), nonchè i comuni austriaci di Bigliana, Brazzano, Dolegna, Cosbana, Medana, S. Martino di Quisca, Podgora e S. Floriano, compresi fra il Judrio e l'Isonzo[184]. Questa zona per la natura del terreno è tutta feracissima, salvo poche aree calcaree.
Intorno alla linea di falda dei colli, sono poi strisce di terreni argillosi pure assai fertili. Essi hanno sviluppo specialmente nelle insenature laterali delle valli, come lungo il Natisone a Vernasso, Purgessimo e Guspergo, e dove perciò le acque furon costrette a stagnare; come a piè dei colli di Gagliano dove il conoide di deiezione del Natisone stesso originò una serie di bassure parallele ai medesimi; ai piè degli isolati colli di Buttrio e Rosazzo intorno ai quali pure le alluvioni formarono una zona leggermente depressa[185]; nel piano di Savorgnano, Marsure e Ravosa su cui il conoide del Torre produsse già un ristagno delle acque del Malina[186]; parallelamente ai colli che si protendono da Tarcento a Gemona; in qua e in là anche nel piano dove le acque ebbero modo di stagnare più o meno a lungo.
In questa zona i colli, pur tanto fertili naturalmente, sono debolmente popolati, lo sfruttamento dei medesimi facendosi piuttosto dal piano. Vi predomina il bosco ceduo — in cui le principali essenze sono il castagno, la quercia e l'invadente acacia: meno frequenti il frassino, la robinia, il carpino, l'ontano, il noce, il nocciuolo, il corniolo — che insieme al prato stabile, l'uno e l'altro di scarso prodotto, occupa i 2⁄4 della intera regione. Tra i cereali, non molto coltivati, prevale il maiz che in alcuni luoghi è in rotazione biennale col frumento. Gli spazi piani, periferici o interposti alle colline, nei luoghi argillosi e umidicci sono abbandonati a prato stabile. La maggior parte del terreno rimanente, costituito di alluvioni più o meno minute, mediocremente fertili, per 1⁄3 della superficie è coltivato a frumento, 1⁄3 a granoturco, 1⁄3 ad erba medica ed è arborato e vitato.
Ciò premesso, la produzione generale di granoturco in tutta la zona nel 1907 fu di quintali 101.119 con una media di circa 27 quintali per ettaro[187]: quella del frumento di quintali 41.075, ossia di 17.03 per ettaro, cifra relativamente molto elevata: sono coltivate le varietà: nostrana, cologna, noè, rieti[188].
Abbastanza diffusa è la segala comune di autunno (quintali 2052), però quasi solo nel distretto di Cividale, dove la paglia trova un buon impiego nella industria delle sedie, fiorentissima nei comuni di Manzano, S. Giovanni di Manzano e Corno di Rosazzo. Anche l'avena, varietà primaverile, va sempre più diffondendosi (quintali 1063); mentre va decrescendo la coltura dell'orzo (quintali 159). Dei fagiuoli riescono nella zona collinesca e pedecollinesca così le varietà rampicanti consociate al granoturco, come le nane che crescono indipendenti tra i filari delle viti: ne producono specialmente i comuni di Manzano (qt. 543), S. Giovanni di Manzano (586), Nimis (474), Corno di Rosazzo (344).
Tra le piante del tubero le patate sono abbastanza coltivate, meno però che nella zona precedente: varietà principali la cinquantina, la gigante, la matilde e la rosa americana. La produzione complessiva nel 1907 fu di qt. 21816, la media per ettaro di qt. 79.22: massima nei comuni di Cividale (qt. 3292), Attimis (2323), Nimis (2855), S. Giovanni di Manzano (2720). Di rape si raccolsero 2149 quintali: aggiungi qualche piccola coltivazione di barbabietole nella zona pianeggiante; insignificanti saggi di piante industriali come colza, e lino; e mi risparmio la enumerazione delle molte specie di piante ortensi, più o meno coltivate dappertutto, specialmente in vicinanza dei più grossi centri abitati.
Fig. 14ª. — Produzione del vino nei distretti di Gemona, S. Daniele, Tarcento, Cividale e S. Pietro.
Per la sua speciale conformazione orografica, con prevalenza di colli e di leggere ondulazioni, questa zona è singolarmente adatta alla coltivazione di piante legnose fruttifere. La vite va guadagnando terreno ogni giorno[189]; e, mentre in passato gli impianti si facevano a casaccio, dopo che fu iniziata la ricostituzione de' vigneti con viti bimembri preparate in Gagliano (Cividale) a cura del Consorzio Antifillosserico Friulano, un miglior indirizzo ha cominciato a presiedere alla scelta dei vitigni. Fra i maggiormente coltivati sono la ribolla (bianca), il refosco, il refoscone (nero), il verduzzo (bianco), la pokalza[190], senza dire di quelli di nuova importazione: cabernet, pinot, riesling, blaufränkisch, frontignan, gamè, borgogna, ecc.; senza dire dell'isabella, prevalente nel piano e per la cui coltivazione, quando più irrimediabilmente infieriva l'oidium, territorio classico fu già il comune di Cividale, oggi però decaduta molto dalla simpatia degli agricoltori, dopo che, per la comparsa della peronospora, richiede anch'essa dispendiose cure senza tuttavia assicurare un prodotto uniformemente abbondante. Dànno vini pregiati i dintorni di Faedis, Torreano, la conca di Prepotto, i ronchi sopra Gagliano, i colli di Buttrio e Rosazzo. La produzione complessiva per l'intera zona nel 1907 fu di hl. 93.700, massima nella regione da noi considerata tanto sotto il rispetto assoluto come sotto quello relativo. I singoli comuni vi presero parte col seguente ordine decrescente di produzione negli anni:
| 1906 | 1907 | |||
| Faedis | Hl. | 11160 | Hl. | 16000 |
| Nimis | » | 7500 | » | 14250 |
| Cividale | » | 7000 | » | 9000 |
| Ciseriis | » | 6910 | » | 9500[191] |
| Manzano | » | 6170 | » | 8000 |
| Torreano | » | 3400 | » | 6100 |
| Prepotto | » | 3225 | » | 5000 |
| Buttrio | » | 3560 | » | 5600 |
| S. Giov. di Manzano | » | 2650 | » | 5200 |
| Attimis | » | 1870 | » | 3800 |
| Tarcento | » | 1575 | » | 4200 |
| Ipplis | » | 2300 | » | 3200 |
| Corno di R. | » | 1560 | » | 2050 |
| Magnano | » | 1250 | » | 1800 |
Il gelso è coltivato abbondantemente, specie nel piano, e la produzione di bozzoli in tutta la zona nel 1907 fu di ql. 279.700: massima nei comuni di Cividale (29675), Faedis (29300), Tarcento (23405), S. Giovanni di Manzano (19525), Magnano in Riviera (18800); minima in quelli di Prepotto (4550), Attimis (4850), Nimis (8650), Ciseriis (9575)[192]; media negli altri.
Anche per la produzione delle frutta la sezione collinesca di questa zona sarebbe plaga adatta più d'ogni altra in Friuli; tuttavia essa non ha saputo ancora creare una frutticoltura razionale e intensiva. Verso i colli di Attimis, Faedis, Togliano, e specialmente in quelli di Ciseriis (ql. 1500) e di Magnano (ql. 1000) si coltivano con profitto le ciliegie tarcentine con larga esportazione in Austria (Cormons).
Si coltivano in qua e in là le pere estive Janis e Claudio Blanchet, tutte le varietà di pere autunnali, molte di vernine. I meli non prosperano nei terreni asciutti di collina, ma trovano condizioni più adatte ai piedi delle alture dove non fa difetto la frescura. Meglio riescono le pesche della cui varietà Amsden interi filari si vengon piantando sui colli di Buttrio, Rosazzo e Spessa. Si coltivano fichi tardivi e primaticci, albicocchi, peschinoci e sopratutto susini, i quali rappresentano i 2⁄3 di tutta la frutticoltura di queste colline che anche qui alimentano la già ricordata industria del Collio. Il melagrano, l'azzeruolo, l'olivo (un tempo assai più diffuso, cfr. il nome del villaggio Oleis), coltivati presso le case nei siti più riparati e soleggiati, sono più che altro piante ornamentali[193]. La produzione complessiva delle frutta nel 1907 fu di ql. 12,413; cifra meschinissima, la quale rivela il molto che resta ancora da fare in questo campo di economia agraria, assai lontano dall'essere convenientemente sfruttato. A detta cifra conviene aggiungere circa 40,000 quintali di castagne (marroni, obiachi, castagne comuni), che si producono in tutti i comuni, e specialmente in quelli di Torreano, Faedis, Ciseriis, Nimis, Tarcento.
E qui, a proposito di coltivazioni legnose, va ricordato il Collio, dimostrazione evidente dell'importanza a cui può assurgere la frutticultura in regioni per conformazione orografica e struttura geologica analoghe alla nostra. Il terreno è come quello eocenico del resto del Friuli, ma il clima ne è più asciutto e dolcissimo per la grande vicinanza al mare (circa 20 km. in linea retta). Ciò spiega a sufficienza la sua specialissima attitudine alle colture arbustive, i vigneti a fruttiferi e gelsi ed i boschi occupandone circa i 2⁄3 di tutta l'area coltivata. All'aprirsi della primavera il Collio visto dall'alto, per es. da S. Martino di Quisca, presenta l'aspetto di un immenso giardino, biancheggiante di fiori, olezzante di profumi.
Fra tutte le coltivazioni la vite naturalmente vi occupa il primo posto: la ribolla gialla, detta anche garganica e la ribolla verde producono vini bianchi pregiati; mentre anche vitigni forestieri, quali il pinot bianco, il riesling italico e renano, il blaufränkis, il borgogna, ecc., importati in questi ultimi anni, con innesto sull'americano selvatico allo scopo di porre un argine alla fillossera già largamente diffusa, specie nella valle della Groina, dànno ottimi risultati.
Tra le frutta il primato spetta alle ciliege precoci (zgodnje) di cui si fa enorme esportazione in Russia: varietà principali sono: le cepljenke, conosciute a Pietroburgo sotto il nome di Görzer Kirsche, le cepike nere e le cepike rosse, dette anche cufarice o schopfkirsche. Seguono le susine di cui si essiccano non meno di 70,000 quintali l'anno per un valore di circa 700,000 corone, industria fiorentissima insieme a quella dei canditi, già su larga scala esercitata da alcune fabbriche di Gorizia: le pesche, le albicocche, i fichi, i perifichi, poche mele richiedenti terreni umidi, melagrani, mandorli, olivi. A proposito dei quali ultimi d'alto interesse è la particolarità dei vetusti avanzi di estesi oliveti che nel medio evo ricoprivano quasi l'intero Collio ed oggidì rappresentano il limite più settentrionale della coltura dell'olivo in Europa, non superata neppure dalle latitudini a cui si spingono gli oliveti nella valle del Rodano e nel Trentino (Sarca)[194]. E qui torna opportuno ribadire l'osservazione, la quale trova riscontro in altre fatte precedentemente in questo volume, che nelle Prealpi Giulie le uve e le frutta guadagnano in precocità e squisitezza a misura si procede verso est, per il graduale abbassarsi della regione e per il clima più mite. Della valle dell'Isonzo poi possiamo dire che è grandemente frutticola in tutta la sua lunghezza, per quanto appartiene alla nostra zona, grazie alla direzione meridiana e alla notevole profondità per cui a Canale presenta ancora soli 104 m. di altitudine, a Tolmino 160, a Mlinsko, presso Caporetto, 201. Invece la valle del Tagliamento e le altre minori valli delle Prealpi Giulie occidentali hanno attitudini fruttifere senza confronto inferiori.
Viticoltura e frutticoltura sono base di tutta l'economia agraria del Collio per modo che, pur dando la debita importanza alle culture orticole di primizia, specialmente alle patate introdotte nel 1799 da Giacomo Fabricio, affatto secondaria vi è la produzione dei cereali, scarsissimo l'allevamento del bestiame — fatta eccezione dei suini e volatili domestici — e lo stesso allevamento del baco da seta va sempre più perdendo terreno causa il deprezzamento dei bozzoli e il deperimento crescente dei gelsi. Tuttavia — e, malgrado l'infierire della crittogama dell'uva prima, della malattia del baco da seta poi, quindi della peronospora, della fillossera; malgrado le crisi del vino e degli ortaggi, — la popolazione è fittissima e — senza dar luogo a forte emigrazione — tocca, come abbiamo visto, i 268 abitanti per kmq., mentre la media dell'intero Goriziano non è che di 73, oscillando tra un minimo di 16 nel distretto giudiziario di Plezzo e un massimo di 156 in quello di Gradisca. E nonostante l'uniformità delle produzioni, i terreni di buona qualità vi si vendono all'elevato prezzo di 1600-2000 corone il campo (1⁄3 di ettaro).
Venendo finalmente all'allevamento del bestiame, i bovini in collina di regola scarseggiano: non però nel piano dove sono in continua selezione e miglioramento e costituiscono il principal cespite di guadagno per gli agricoltori. Il loro numero complessivo nei 14 comuni friulani della zona è di 14607; di 3840 negli otto comuni di Collio. Il tipo che vi prevale è il Jurassico nella sua veste di friulano Simmenthal a triplice sfruttamento di latte, carne e lavoro: però tra la razza dominante in montagna, di cui dicemmo, e quella del piano esiste una zona grigia nella quale i caratteri etnici e zootecnici dell'una e dell'altra si compenetrano. La razza del piano mostra precocità, attitudine spiccata alla produzione della carne e all'ingrassamento, discreta potenzialità lattifera e sufficiente attitudine al lavoro in terreni non troppo profondi.
Di cavalli, importati in massima parte dall'Austria-Ungheria, si allevano appena 846 capi, oltre a 28 muli e 52 asini; di suini 8496. Questi sono il prodotto dell'accoppiamento disordinato dell'antica e pregiata razza friulana con quella di Yorkshire e di Berkshire. Un tempo si conducevano al pascolo vagantino nei boschi di querce: ora si allevano con grano e rifiuti di cucina per cui si ottengono animali più grassi, ma carni forse un po' meno saporite. Gli ovini sono in numero di 1297, i caprini di 438, gli uni e gli altri dominando nelle plaghe elevate o carsiche dei comuni che più si addentrano nella zona montuosa, come Prepotto, Torreano, Faedis, Attimis, Nimis.
La piccola proprietà, condotta in economia, prevale nella zona collinesca friulana: nel Collio però accanto ai piccoli proprietarî v'è quasi un egual numero di coloni che corrispondono ai padroni i due terzi del vino e percentuali, diverse secondo i luoghi, degli altri prodotti. Caratteristiche del piano sono la media e grande proprietà con sistemi misti di affitto e colonia parziaria. Quivi in passato le condizioni degli agricoltori non erano molto liete, come le statistiche della pellagra testimoniano: oggi sono migliorate di molto grazie a progressi di ogni specie e soprattutto grazie ai cresciuti redditi della stalla.
La zona morenica. Compresi nella zona extraalpina prevalentemente morenica sono i comuni di Buia (Gemona); Cassacco, Segnacco, Treppo Grande, Tricesimo (Tarcento); Fagagna, Majano, Ragogna, Rive d'Arcano, S. Daniele, Moruzzo (San Daniele).
In questa zona tutte le comuni culture sono rappresentate. Tra le piante in rotazione occupa il primo posto il maiz pel quale si hanno grandi cure dandosi la preferenza alle varietà nostrane gialle, precoci e ben pagate anche sul mercato, più che alle americane difficilmente maturanti. La produzione relativa è di qt. 27.06 per ettaro, superiore alla media delle zone da noi considerate: più alta nei comuni orientali dell'anfiteatro, come Cassacco (29.43), Tricesimo (28.77), Segnacco (27.35), che in quelli occidentali di Ragogna (18.99) e Fagagna (20.87)[195].
Segue per importanza il frumento con una produzione relativa media che nell'anno 1907 fu di qt. 14.79 per ha.: vi predominano le varietà nostrane, quantunque da pochi anni siano state introdotte e vengano coltivate con successo pure le varietà cologna, rieti, victoria. L'aratura alla pari, la semina a macchina, l'uso di appropriati concimi chimici ne vengono aumentando ogni anno la produzione già piuttosto scarsa[196].
Tra le colture secondarie la saggina è coltivata in tutti i comuni, specialmente a S. Daniele (qt. 1330), Rive d'Arcano (792), Ragogna (434); assai meno negli altri: così pure il cinquantino come succedaneo del frumento, nonostante richieda molto lavoro, dia poco reddito e sia di scarso valor nutritivo; la segala che, amante di terreni magri, da un massimo di qt. 987 a S. Daniele, discende a un minimo di qt. 29 a Segnacco; ultimi vengono l'avena e l'orzo che è quasi incoltivato.
Meno considerevole che nella zona precedente è la produzione dei fagiuoli (qt. 2508) e delle patate (qt. 11744). Di quelli la massima quantità dànno i comuni di Majano (qt. 352), Fagagna (391), S. Daniele (333), Rive d'Arcano (120) e Ragogna (128); assai meno gli altri. Per patate primeggiano S. Daniele (1439), Colloredo di Montalbano (1677), Majano (1230), Fagagna (1350), Tricesimo, (1365), Buja (926); ultimi vengono Cassacco (235), Treppo Grande (577) e Segnacco (617). La produzione massima fu di 152.5 per ha. a Segnacco, minima di 66.5 a Moruzzo.
Coltivazione caratteristica, specialmente dei comuni di Fagagna e Tricesimo, è quella degli asparagi di cui il primo produce 40 e l'altro 90 qt. l'anno.
Fra le piante legnose coltivatissimo è il gelso, e per quantità di bozzoli questa zona supera tutte le altre della regione prealpina, come risulta dal seguente specchietto relativo alla produzione dei medesimi:
| 1906 | 1907 | |||
| Buia | Ql. | 46.000 | Ql. | 48.000 |
| Cassacco | » | 14.300 | » | 16.000 |
| Segnacco | » | 15.600 | » | 17.200 |
| Treppo Grande | » | 11.040 | » | 11.700 |
| Tricesimo | » | 42.000 | » | 46.200 |
| Colloredo di Montal | » | 10.170 | » | 11.800 |
| Fagagna | » | 16.500 | » | 17.000 |
| Majano | » | 17.600 | » | 19.000 |
| Ragogna | » | 11.660 | » | 12.700 |
| Rive d'Arcano | » | 13.500 | » | 15.000 |
| S. Daniele | » | 31.900 | » | — |
| Moruzzo | » | 10.800 | » | 12.800 |
La vite è coltivata a sufficienza, se non quanto potrebbe esserlo.
I vitigni più comuni sono il frontignan, il merlot, il refosco, il blau fränkis, il verduzzo. La produzione complessiva di vino pei comuni appartenenti alla zona da noi considerata fu di ettolitri 24.325 pel 1906 e di 30.945 pel 1907, col massimo nel comune, in parte eocenico, di Buia e il minimo in quello di Rive d'Arcano[197].
Anche i frutteti hanno pochissima importanza nell'anfiteatro morenico. Nelle statistiche da noi compulsate furono prese in considerazione solo 200 qt. di castagne in quel di Buia e pel valore di 2000 lire in quel di Ragogna, oltre a circa un migliaio di lire tra pere e mele in quest'ultimo comune.
Tra le foraggere sono assai coltivate l'erba medica e il trifoglio, e l'allevamento del bestiame vien fatto ogni anno con maggior cura. L'incrocio Simmenthal e in minor misura la razza Schwyz per la produzione del latte hanno dovunque la prevalenza: numerose sono le latterie sociali cooperative. Il complesso della popolazione bovina, secondo l'ultimo censimento, tocca i 13.325 capi, abbastanza egualmente ripartiti tra i singoli comuni. E in proporzioni poco differenti dalla zona precedente sono le altre specie di animali domestici, cioè 1023 cavalli e 8150 suini. Notevole un maggior numero di muli (360) e la quasi assoluta assenza di capre (50), inutili dove manca completamente il terreno roccioso, accanto a circa 800 pecore delle quali il maggior numero possiedono i comuni di Rive d'Arcano (142), Moruzzo (112), Fagagna (102), i cui declivi più erti sono spesso a magre praterie.
La proprietà nell'anfiteatro morenico è assai frazionata, non però quanto in Carnia e nella Slavia, pur essendovi un certo numero di proprietarî medî e parecchie grandi aziende agrarie bene organizzate. Secondo gli Atti della Giunta per l'Inchiesta Agraria, per quel che possono valere ancora oggidì, nel distretto di S. Daniele v'eran 16.015 proprietarî con rendita fondiaria da 1 a 100 lire; 466 con rendita da 100 a 1000 e soli 30 con rendita superiore alle 1000 lire. Ciò, insieme alla eccezionale densità della popolazione, specie in alcuni comuni, come Tricesimo (597 per kmq.) e Buia (321), spiega il forte contingente che questa zona dà all'emigrazione temporanea. I sistemi di conduzione delle terre sono l'economia, l'affitto e in taluni luoghi anche la colonia parziaria. In complesso questa plaga sotto il rispetto agrario si può considerare come la più progredita delle Prealpi Giulie e quella che meglio delle altre viene applicando i metodi dalla moderna scienza suggeriti per aumentare la produzione dei campi, dei prati, delle stalle.
La regione piana. Ci resta a dire dei comuni il cui suolo è costituito di alluvioni grossolane circumambienti l'anfiteatro morenico o lambenti i colli eocenici orientali. Tali sono i comuni di Bordano, Trasaghis, Venzone, Gemona, Osoppo, Artegna (Gemona); quelli di Dignano, S. Odorico, Coseano e S. Vito di Fagagna (S. Daniele); finalmente i comuni di Povoletto, Moimacco, Remanzacco, Premariacco (Cividale). Gli ultimi otto comuni appartengono ai terreni magri del medio Friuli, a monte della linea delle risorgive, spesso a terrazzi ampi, di scarsa fertilità naturale; i primi hanno parte del loro territorio nel piano, pure ampiamente ghiaioso, di Osoppo, parte in montagna.
I prati stabili qui hanno notevole estensione, occupando gli spazi più magri, con aspetto di brughiere, permettenti un unico e scarso sfalcio annuale. Tra le piante erbacee nei seminativi occupa il primo posto il granoturco e, a notevole distanza, il frumento. Questo è coltivato assai poco nei più freddi e piovosi comuni a monte dell'anfiteatro morenico, soggetti all'influenza dei venti nordici: anzi non lo è affatto a Bordano e Venzone, dove ha quasi esclusivo predominio il maiz, per quanto anch'esso con produzione notevolmente inferiore a quella dei comuni a valle dell'anfiteatro. Ivi il quantitativo dell'uno e dell'altro cereale è assai forte, e il secondo sta al primo nella proporzione di uno a due, o di uno a tre.
La produzione media di maiz per ettaro è bassa nei più ghiaiosi comuni di Dignano (14.70), Osoppo (20.35), S. Odorico (21.96): notevolmente più alta in quelli più prossimi ai monti, quali Gemona (28.32), Venzone (28), Povoletto (26.98): oscillante fra 22-24 negli altri[198]. Quella del frumento è abbastanza elevata nei comuni di Gemona (17.25), Moimacco (16.82), Povoletto (15.12), Premariacco (15.37): bassa in quelli di Artegna (11.43), S. Odorico (11.31), S. Vito di Fagagna (11.75), Dignano (11.25): oscillante fra 13-14 negli altri[199].
Abbastanza coltivati nei comuni appartenenti ai distretti di Cividale e S. Daniele sono il cinquantino e la saggina: mediocremente dappertutto le patate e i fagiuoli: le prime specialmente nei più elevati comuni di Venzone (qt. 3222), Gemona (2704), Osoppo (1975): i secondi a Gemona (1184) che per questo prodotto porta la palma in tutta la regione prealpina friulana. Nei comuni bassi è coltivata alquanto anche la segala (Coseano qt. 529, Dignano 351, Moimacco 247, Povoletto 250, Premariacco 167).
È naturale che la vite, amante di alture aereate e soleggiate, qui non sia nel suo dominio: perciò la massima produzione di vino si ha nei comuni i quali si avvicinano ai colli, come Gemona, Povoletto, Artegna, dove inoltre prevalgono le varietà nostrane: decresce a misura nei comuni stessi prevale l'area pianeggiante, costituita di suolo ghiaioso, come a S. Vito, S. Odorico, Dignano, Coseano, Moimacco, nei quali invece predomina il gelso, e varietà coltivate sono quasi esclusivamente l'isabella ed il clinton: a meno che la scarsa produzione non sia dovuta a ragioni di clima e di esposizione del suolo, come a Bordano e Venzone[200]. Per ragioni analoghe anche la frutticoltura in questa zona ha scarsissima importanza e non alimenta affatto il commercio.
Il gelso è coltivatissimo dovunque ed occupa tutti i margini degli appezzamenti. La produzione complessiva media di bozzoli negli anni 1906-07 fu di ql. 280.133; massima nei comuni di S. Vito di Fagagna, Remanzacco, Gemona, Osoppo, Premariacco, Coseano, Dignano: minima nei comuni più prevalentemente montuosi di Bordano, Trasaghis e Venzone[201].
Quanto al bestiame, vale ciò che abbiamo già detto per le parti piane delle zone precedenti: 15857 bovini, con prevalenza assoluta del tipo Simmenthal, che va sempre più diffondendosi ed è fonte di ricchezza vera; 719 cavalli e 1666 pecore, allevate ove maggiore è l'estensione di prati naturali magri (Coseano 650, Povoletto 311, ecc.); un abbastanza rilevante numero di capre nei più montuosi comuni di Venzone (366), Gemona (254), Trasaghis (177), insignificante negli altri. I suini son più numerosi nei comuni a valle dell'anfiteatro morenico che non in quelli a monte del medesimo (Bordano 13, Osoppo 96, Trasaghis 43, Venzone 150).
Per ciò che riguarda la conduzione dei terreni, la piccola proprietà condotta in economia prevale nelle parti montuose e più povere dei comuni di Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Osoppo, Artegna dai quali forte è l'emigrazione all'estero. Negli altri comuni, come nelle parti pianeggianti delle zone precedenti, gli agricoltori sono in massima parte fittavoli con sistemi misti di affitto e colonia parziaria. Le loro condizioni in oggi sono migliorate di molto rispetto a quelle di un tempo quando maggiormente infieriva in mezzo ad essi la pellagra.