XII.
LA STORIA

Sommario di PIER SILVERIO LEICHT[287].

La nostra regione nell'antichità.

La nostra regione nell'antichità. Le recenti scoperte archeologiche hanno un po' diradata l'oscurità che avvolgeva la protostoria friulana e l'hanno tolta dalla labile base delle leggende poetiche, per fondarla sui dati positivi offerti dagli scavi. Dei risultati ottenuti sin qui, e dei problemi varî ed interessanti che restano ancor da risolvere il lettore troverà ampia notizia nella parte etnografica, a noi basterà ricordare i punti principali. Pare ormai assodato che per un lungo periodo i nostri colli e la pianura pedemontana fossero occupati da popoli di ceppo veneto-illirico, genti d'indole mite, di civiltà assai elevata, con notevoli attitudini per le manifestazioni artistiche, che avevano larghe relazioni commerciali con l'oriente. Questo popolo, i cui castellieri ed i sepolcreti si diffondono, dall'Istria e dal basso Friuli orientale, lungo l'Isonzo e sui colli e nella pianura del Natisone e del Tagliamento, si trova in lotta, forse verso il III secolo a. C. con i celti che occupano le Alpi e spingono innanzi altri popoli sottomessi da loro come i carni. La lotta fu lunga ed ostinata, ed i veneto-illirici dopo una tenace resistenza, furono a poco a poco respinti dai loro limiti incastellati, sempre più addietro verso l'Istria dai barbari e bellicosi avversarî. Le tracce delle successive sconfitte son rivelate dagli strati archeologici e Strabone ne è il testimonio storico quando parla di Trieste come di una sede carnica. È nel fervore di questa lotta secolare che il gran nome di Roma fa la sua prima apparizione nella storia antichissima della nostra regione. Ambedue i popoli erano in buone relazioni coi romani al principio del secolo II a. C. quando una colonna di celti, attraversata la pianura che le ostilità avevano resa deserta, si pose a fabbricare, in un luogo non precisato, distante 12 miglia da quello dove poi sorse Aquileja, un castellum. I veneti protestarono e i romani, cui questi movimenti celtici dovevan sembrare minacciosi, intervennero costringendo i galli a ritirarsi ed alle proteste di costoro per le violenze subite da M. Claudio in tale occasione, il Senato rispose intimando loro di non scendere dalle Alpi (188-185 a. C.).

Il dominio romano. Le vie commerciali.

Il dominio romano. Le vie commerciali. I pericoli che potevan derivare all'Italia settentrionale dalla lotta celto-veneta persuasero il Senato a fondare nel 182 a. C. una colonia latina nella pianura friulana poco lungi dai lidi del mare, colonia che fu chiamata Aquileja e doveva divenir poi uno dei più grandi centri commerciali della romanità. Di là i romani mossero spedizioni verso la Dalmazia e verso il nord per assoggettare completamente la regione, giovandosi spesso delle lotte che dividevano i varî popoli. L'ultimo fatto guerresco di questo periodo fu la spedizione di M. Emilio Scauro fra i taurisci (115 a. C.) che assicurò le buone relazioni di costoro con Roma, e la sicurezza dei valichi alpini a nord di Trieste che quei popoli tenevano: da quel tempo in poi tutta la cerchia delle Alpi orientali fu in potere dei romani.

Non si sa con certezza quali fossero i confini dell'Agro colonico aquileiese; par certo nondimeno che esso abbracciasse buona parte della pianura al di sotto di Udine e Cividale, mentre ad ovest dovette lasciar libero il territorio in cui sorse più tardi la colonia Julia Concordia. I latini dedotti dal Senato romano a popolare Aquileja, dilatarono ben presto nella regione la lingua ed i costumi romani, innestandoli su quelli delle genti celtiche e venete che li attorniavano. Questa profonda penetrazione fu dimostrata dalle pazienti indagini toponomastiche del compianto prof. Wolf[288], da cui risulta che se la terminazione icco ed acco di moltissimi nomi di luogo friulani, è da ritenersi di indole celtica, nondimeno la base, su cui il suffisso celtico terminale s'innesta, appartiene di regola all'onomastica romana. Così per esempio Laipacco, l'antica Laviacus si deve intender formata dal nome proprio romano Lavius che si trova in patere aquilejesi, e dal suffisso acus; così Rubeniacus oggi Rubignacco, deriva da Rubenius altro nome proprio romano, che si trova in iscrizioni della regione, congiunto al solito suffisso e così via. Questi nomi di luogo appartengono ad antichi fundi romani e cioè a grandi poderi, di cui era disseminata la pianura ed il pedemonte, che portavano il nome dell'antico proprietario; dobbiamo pensarli organizzati secondo le regole dell'economia agraria romana, colle terre coloniche e quelle servili, rette dalla villa (cfr. il friulano vile per paese) padronale dov'eran l'abitazione, gli horrea del proprietario e le case dei coltivatori.

L'estendersi dell'elemento romano nel paese dovette però procedere di pari passo coll'importanza sempre maggiore che il paese stesso ebbe per i Romani e col tramutarsi che fece Aquileja da semplice colonia militare a grande centro commerciale e ad uno degli strumenti più importanti di quella politica di espansione metodica, regolare della dominazione romana al di là delle Alpi che comincia coll'Impero.

Perciò furono meglio regolate e assicurate le strade che attraverso il piano mettono ai valichi alpini. Il nostro territorio presto abbandonato dalla Gemina di cui un braccio andava verso Trieste lungo il mare, l'altro attraverso la valle del Vipacco nei monti, era invece percorso per lungo dalla Via Julia che passando ai piedi di Udine si dirigeva per Tricesimo ed Amaro al valico di Montecroce, ed era attraversata dalla Postumia che da Cittadella, Castelfranco, Oderzo metteva a Codroipo e di là attraverso la campagna a Cormons. Oltre a queste, altre dovettero esservene che non hanno nome, ma tuttavia ebbero certo frequenza di transito. Tale quella che senza dubbio congiungeva Aquileja e Cividale e di qui poi muoveva verso le chiuse di Plezzo (ad Silanos?); tale l'altra che, come c'insegna Venanzio Fortunato, dalla Carnia scendeva per Osoppo e Ragogna verso Codroipo e di là poi verso Julia Concordia. Strade queste che vennero assicurate con castelli destinati nel tempo stesso a presidiare le vie ed a porgere i mezzi di rifornimento all'esercito in marcia.

Lungo queste strade dovettero esistere nei primi tempi delle cannabae, piccoli centri dove qualche mercante aquileiese stabilì dei fondaci per lo smercio e lo scambio dei prodotti, e ricoveri per il riposo dei viandanti e dove i legionari romani tenevano le loro famiglie. Coll'organizzazione della provincia pannonica ed il suo successivo ampliamento nel II secolo d. C. il traffico delle regioni settentrionali ed orientali verso l'Adriatico crebbe moltissimo ed Aquileja ne ebbe ricchezza e potenza. Le borgate situate lungo le strade commerciali e militari ne trassero pure incremento: così avvenne che sulla Julia superiore sorgesse, probabilmente da antiche cannabae, il Forum Julii carnico (Zuglio) e sull'altra via del Natisone il Forum Julii orientale (Cividale) probabilmente al tempo di Cesare o di Ottaviano prima che questi si dicesse Augusto; l'uno e l'altro furono piccole comunità di cittadini romani ordinate dai magistrati per la sicurezza e comodità dei traffici. Quei due Fora furono poi più tardi elevati al grado di colonia: l'orientale prima dell'avvento di Claudio all'impero, il carnico durante il reggimento di questi[289]. Alla colonia di Giulio Carnico dovette essere aggregata Glemona, che aveva magistrati vicani ed abbracciava col suo territorio la media valle del Tagliamento. Altri notevoli centri abitati, fra il Tagliamento e l'Isonzo, furono poi presso il colle ove oggi è S. Daniele e poi Tricesimum, Reunia (Ragogna) ed Osoppo; antichità romane notevoli si trovano a S. Pietro al Natisone ed altrove.

Nel Forum Julii orientale troviamo lapidi che ricordano le importanti magistrature romane del luogo: i quatuorviri iuri dicundo principali amministratori della res publica che presiedono l'ordo municipale, i sexviri che ordinano le feste ed i giochi pubblici; gli Augustales, corporazione onorifica cui si accede dal sevirato o per decreto dei decurioni; troviamo altresì il patronus della colonia, scelto fra i cittadini più eminenti.

Anche a Gemona, le pietre iscritte, ci recano memoria dei magistrati vicani: il curator ed il patronus.

Certamente i cittadini che facevan parte di queste nostre comunità erano in buona parte liberti, non mancavano tuttavia i liberi appartenenti a vecchi ceppi romani come ad esempio il P. Fabius Pudens che è patrono del municipio forogiuliese, e la stolata femina Valeria Maximilla che vi fu sepolta. Il governo aveva nella regione alcune stationes per la riscossione delle gabelle; una lapide di Montecroce ci mostra come appunto a Gemona si riscuotesse il portorio dell'Illirico. A possessi imperiali in Friuli sembra poi alludere una lapide cividalese ove si ricordano due Servi Caesaris.

La grande prosperità cui assurge Aquileja vi richiama un gran numero di speculatori, negozianti, ricchi proprietarî dalla Macedonia, dalla Siria, e persino dall'Egitto. L'influenza della grande città «italorum emporium opulentum imprimis et copiosum» come dice l'imperatore Giuliano, diffuse nella provincia le arti più squisite: lo dimostrano gli scavi di Zuglio colla grande statua in bronzo del procurator di Claudio, C. Bebio Attico, e così le trabeazioni graziosamente scolpite, i musaici, le belle fistulae decorate, le oreficerie, i vetri cividalesi, le tombe famigliari di Glemona; le lapidi ci tramandano nomi d'illustri famiglie romane che abitavano qui come i Valerî, i Fabî e più tardi i Decii; l'agricoltura poi era celebre in tutto l'impero per la bontà dei suoi prodotti.

Sembra che le genti friulane subissero, accanto all'influsso romano quello celtico così nel dialetto, come nelle fogge del vestire e nelle forme artistiche: anche la religione mostra larghe tracce di tale preponderanza se non altro nel culto caratteristico di Beal il cui nome rimane in molte denominazioni di luogo della provincia, ed i simboli in numerosi monumenti. Delle grandi feste beleniche che si celebravano in tutto il mondo celtico nei solstizî di estate e d'inverno, rimase ancora nei nostri giorni un pallido ricordo nel getto di ruote infocate (cidulis) della Carnia e forse anche nei fuochi di S. Giovanni e dell'Epifania in tutta la provincia.

Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche.

Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche. Aquileja, dove affluivano genti così diverse, doveva però esser strumento al diffondersi di altri culti provenienti da lontane regioni: nei suoi monumenti si trovan tracce di religioni orientali, asiatiche ed egiziane. Anche il Cristianesimo[290] dovette introdursi abbastanza presto nella grande città e vi provenne forse direttamente dall'Oriente, poichè nelle altre sedi dell'Italia settentrionale esso si fece strada abbastanza tardi. Tali correnti orientali sembrano attestate dai numerosi martiri che di là furono introdotti nel martirologio friulano. Il primo vescovo della comunità cristiana aquilejese di cui si conosca il nome fu Ermacora che visse, come vuolsi, nella prima metà del secolo terzo; nei primi anni del quarto il vescovo d'Aquileja doveva esser grandemente cresciuto in importanza se lo vediamo intervenire a lontane riunioni come il Sinodo di Arles (314): dopo il riconoscimento del Cristianesimo, quale religione ufficiale dello stato, si tenne nel 381 ad Aquileja un Sinodo importantissimo contro gli Ariani cui intervenne S. Ambrogio. Aquileja dette alcuni martiri il cui nome fu celebre nella cristianità dei primi secoli, come Fortunato ed i Canziani, ai quali si intitolano ancora talune vetuste chiesette delle nostre vallate. Quale fosse la diffusione del Cristianesimo nei centri minori è difficile però dirlo. Certo il Forogiulio orientale, che pure col decadere di Aquileja verso la fine dell'Impero acquistò molta importanza, non ebbe vescovo, finchè nel VII secolo vi trasportaron la lor sede quelli dell'omonimo carnico: segno che la comunità cristiana non dovette esservi numerosa. Certo, nel 238, sulle cime dei nostri monti esistevano ancora le are delle Deità custodi d'Italia, e nella stessa Aquileja, proprio in quell'anno, la fantasia popolare vide Beleno, non già gli angeli cristiani, accorrere in soccorso della città assediata dall'atroce Massimino, ed oltre alle are pagane fatte ristaurare da Arbogasto alla fine del IV secolo sulle nostre Alpi, c'è da ricordare il timore, attestatoci da omelie antiche, nei nostri comprovinciali, di danni da parte dei gentili, che dovevano dunque esistervi numerosi. La definitiva vittoria del cristianesimo si deve soltanto a Teodosio I ed a suo figlio Onorio.

Intanto però precipitavano le sorti dell'Impero d'Occidente e con esse quella della provincia aquilejese. Dopo parecchi decenni di pace profonda dovuta agli energici provvedimenti degli imperatori della casa Antonina, che respinsero i marcomanni, giunti fin sotto Aquileja, le nostre terre dovevano esser messe a ferro ed a fuoco dalle sanguinose competizioni dell'Imperatore Massimo con il feroce Massimino, che perì sotto le mura di Aquileja, da lui indarno assediata. Pochi anni più tardi (252), la marea germanica traboccò una prima volta dalle Alpi e fu respinta da Gallieno: l'incursione dovette cagionare però infiniti danni ed incendî di cui ci parlano gli scrittori del tempo e ci resta testimonio negli strati di prodotti di combustione che troviamo negli scavi archeologici fra le vestigie romane.

Altre lotte intestine vide la provincia aquilejese: Costantino II, figlio dell'instauratore del Cristianesimo a religione dello Stato fu ucciso (a. 340) fra Aquileia e le prossime lagune. Alcuni anni più tardi il grande Teodosio decise due volte nel basso Friuli la supremazia della discendenza di Valentiniano: la prima nel 388 quando disfece ed uccise nei pressi di Aquileja Massimo, in favore di Valentiniano II, la seconda nel 394 quando sconfisse l'uccisore di quest'ultimo, il generale barbaro Arbogasto e la sua creatura, l'imperatore Eugenio, presso il Fiume Freddo, non lontano dal Vipacco, ed in seguito alla vittoria riunì insieme i due imperi, d'oriente e d'occidente. È da notare il fatto, interessante per la storia fisica della regione, che la vittoria molto contrastata, di Teodosio fu decisa dall'imperversare di terribili raffiche di Bora, che soffiava impetuosa contro alle truppe di Arbogasto.

La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo dei Goti e dei Bisantini.

La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo dei Goti e dei Bisantini. Ma ben altre sventure preparava alla nostra regione la minaccia barbarica che già da tanto tempo pesava sopra di lei, minaccia che ormai derivava così dai barbari di fuori, come da quelli di dentro che avevano in poter loro l'esercito. Nei primi decenni del V secolo il Friuli fu corso dai Goti di Alarico più volte, e per quanto Aquileja resistesse, ne andaron di mezzo, a quanto si dice, i territori del Forogiulio orientale e il concordiese; alcuni decennî più tardi invece fu la volta di Aquileja, e la distruzione che Attila arrecò colle sue orde efferate fu tale che la città non potè più risorgere con vigor di vita. Il fatto ha grandissima importanza per il tratto di Friuli di cui ci occupiamo giacchè la caduta di Aquileja e la distruzione del Forogiulio carnico, avvenuta pure in quel turno, per quanto non si sappia esattamente quando, fecero sì che il centro del governo, della difesa militare ed anche della economia della regione Giulia si trasportasse nella parte media che fin'allora era rimasta quasi nell'ombra, e più che altro nella città orientale di essa: Cividale[291]. Il disastro unnico non atterrò tuttavia interamente Aquileja. Ancora ottant'anni più tardi il prefetto del pretorio di Re Teodato in un decreto relativo a contribuzioni della provincia parla delle tre città: Aquileja, Concordia e Forogiulio; dunque neppure il terribile scontro fra Odoacre e gli ostrogoti, anche questo avvenuto nella pianura, al guado dell'Isonzo, divenuto campo di battaglia delle nazioni, aveva avuto per conseguenza la totale scomparsa dell'antica città. Piuttosto è da pensare che abbattuta e abbandonata in gran parte dopo l'incendio unnico, essa sia andata sfacendosi a poco a poco per la malaria derivata dalla mancanza di braccia che coltivassero il piano circostante, dal cessare del commercio cagionato dalle guerre barbariche che avevano tolta ogni sicurezza alle vie che dall'Adriatico mettevano nel Norico e nella Pannonia strumento indispensabile alla prosperità del grande emporio, e forse anche dal penetrare delle acque marine nella terra ferma per quel lento abbassarsi della regione che fu esiziale ad Eraclea, ad Altino ed a tanti altri celebrati luoghi del litorale. Anche le lotte lunghe e spietate tra bisantini e goti dovettero contribuire a tale decadenza, favorendo Grado dove molti profughi s'erano rifugiati, e dove la flotta bizantina aveva una delle sue stazioni.

Nel periodo gotico, il Friuli dovette esser diviso in tre zone: la più alta invasa dai franchi discesi dal Norico sotto specie di venir in aiuto dei goti, la media in possesso di questi fino agli ultimi tempi del loro dominio, la bassa infestata dai Bisantini. Certo Totila trovò aiuti in questi luoghi quando da Treviso mosse alla riscossa contro i bisantini: a Cividale fu scoperta nel 1500 nella casa Canussio (ora di Craigher) una lapide col suo nome, ora perduta, e quando poi Narsete discese coi suoi per domare questi ultimi avanzi gotici, dovette marciare attraverso le lagune, lungo il lido del mare, per evitare gli attacchi franchi e dei goti che dovevano, dunque, essere ancor forti nella regione.

La vittoria di Narsete diede l'ultimo tracollo al sistema di accordi fra romani e barbari che era stato già abbozzato dai generali barbarici della Casa di Teodosio e che ebbe il suo culmine nella monarchia di Teodorico. Ormai non s'ebbe, in Italia che pieno dominio di greci o pieno dominio di germani.

Cividale. Ponte del Diavolo, visto da nord.

Nulla ci dicono le memorie di questi tempi sulle condizioni del Friuli durante il procelloso governo di Narsete; con tutta probabilità, nei nostri paesi, si dovette combattere aspramente da bisantini e da franchi dal 555 sino al 565 anno in cui riuscì finalmente a Narsete di cacciarli. Qualche traccia della signoria bisantina rimase in Friuli nella organizzazione militare e nel sistema delle strade imperiali. Certo parecchie fra le arimannie del successivo periodo longobardo, colonie di guerrieri-coltivatori cui era affidata ereditariamente la custodia di un castelliere che sbarrava una valle alpina, o la vigilanza di una strada militare, o che erano collegate al sistema di fortificazioni di una città, si richiamano, per l'origine dell'istituzione, alle stratie, istituzioni consimili del sistema militare limitaneo bisantino. A questo sistema appartengono anche gli excusati che son pure ricordati da posteriori documenti friulani e così le strade basiliche (imperiali) di cui troviamo ricordo nella toponomastica friulana, specialmente nel basso Friuli dove la signoria bisantina fu più forte, ma anche nel medio, come presso a S. Daniele sulla classica strada che viene da Ragogna, e nel nodo di Basaglia-penta (cinque strade)[292]. Molti, fra i castelli che coronano le alture friulane, richiamano di certo la loro origine a questo periodo in cui la difesa delle frontiere orientali d'Italia dovette restringersi forzatamente al medio e al basso Friuli, mentre nel periodo più antico essa era assicurata dai valli e dagli oppidi del Norico e della Pannonia.

Fig. 20ª. — Il castello di Ragogna.

I Longobardi. Cividale capitale del ducato.

I Longobardi. Cividale capitale del ducato. Queste difese non giovarono però a tener lontani i barbari. Mentre i franchi posavano, divisi da discordie intestine, nel 568 un nuovo e possente nemico si avanzava per la piana ed aperta via di Lubiana verso il Friuli, e ne doveva poi reggere pienamente le sorti per due secoli. Alboino, come sembra, occupò la regione senza colpo ferire e costituì Forogiulio sede del primo ducato longobardo al comando del suo parente Gisulfo, lasciandogli un forte nucleo di armati che furon poi assegnati alle molte arimannie sostituitesi, come si disse, alle stratie. Così ne rimasero muniti molti castelli friulani. Di alcuni di essi ci risulta il nome ed appartengono tutti alla nostra zona, Cormons, Artegna, Nimis, Ragogna, Osoppo, Venzone, S. Daniele, Lavariano. che sono ricordati dagli scrittori e documenti del tempo ed anche Udine dove si conservano sculture che si possono attribuire senza sforzo all'età longobarda, senza parlare di Gemona che rimase anche in questo periodo uno dei centri più importanti della provincia essendovisi fissati oltre ai comuni arimanni anche taluni nobili (edelingi). Arimannie si trovano poi in moltissimi altri luoghi: Tarcento, Reana, Montenars, Fraelacco, Attimis, ed altri, senza contare quelle di Rubignacco, Gagliano ecc. attorno alla capitale del ducato. Questo si costituì coi suoi sculdasci e decani a similitudine dell'esercito.

Quali siano state le sorti della popolazione romana in Friuli non ci si può avventurare a dirlo. Certo, il fatto stesso della facilità estrema della conquista, riferitoci da Paolo, che pure doveva, meglio di ogni altro, conoscere le tradizioni locali, sembra dimostrarci che vi furono accordi, come accadde a Treviso, a Vicenda, e altrove. Sembra che le guarnigioni bisantine si siano, quanto ai nostri paesi, ritirate a Grado, e ad Oderzo, città, quest'ultima, dove risiedette poi il duca bisantino di queste regioni, che col mare comunicava più facilmente e fu poi presa da Rotari. Le grandi famiglie, che pare vi avessero dominii come i Decii[293], abbandonarono certamente i luoghi prima della venuta dei barbari e si ritirarono nei territorî bisantini, alcuni proprietarî furono poi uccisi nei primi anni di disordinato dominio, ma non si può escludere che parecchie schiatte di medî e piccoli proprietarî siano sopravvissute; come si sa, i racconti del Diacono non escludono affatto questa possibilità. Rimase di certo poi il popolo dei coltivatori che, probabilmente, ebbe a soffrire poco per il mutamento. Cambiò padrone, null'altro; la grande donazione dei nobili friulani Erfo, Xanto e Marco alle badie di Sesto e di Salto[294], unico documento friulano dell'età longobarda che ci sia rimasto, ci mostra largamente come l'ordinamento della proprietà fosse rimasto lo stesso dell'età romana, coi suoi coloni, coi suoi servi, colla organizzazione dei varî poderi ecc. Del resto lo stesso carattere assolutamente romanzo del dialetto friulano dimostra apertamente quale si mantenesse attraverso i secoli barbari la gran massa della popolazione. Questo non vuoi dire però che la occupazione longobarda non fosse intensa: soltanto s'intende che una popolazione romana numericamente preponderante rimase in paese, come dimostrano i patti dotali, e l'organizzazione della famiglia in fraterna compagnia, istituti della romanità decadente che rimangono consuetudinari nelle nostre plebi. I longobardi, da parte loro, conservarono a lungo i proprî costumi e la propria lingua, e lo dicono i racconti di Paolo Diacono relativi al Friuli; soltanto verso la fine della loro dominazione indipendente, sembra si accostassero alle arti ed ai costumi romani.

A mantenerli fieri e gagliardi giovò di certo il perpetuo stato di guerra contro gli ávari e contro gli slavi.

Invasioni degli Avari e degli Slavi.

Invasioni degli Avari e degli Slavi. Paolo Diacono, come si sa, ci fa conoscere molti episodî di queste terribili lotte e sarebbe qui troppo lungo il descriverli. Particolarmente importante per noi, è la prima invasione avarica per la morte del Duca Gisulfo e per il fantastico episodio di Romilda, cantato poi tante volte nelle successive età, e per l'incendio di Cividale e di molti altri luoghi della provincia, incendio che ci tolse probabilmente gli ultimi avanzi dei monumenti romani ancora esistenti. La seconda invasione scatenata, come dice Paolo, dagli accordi di Grimoaldo e del Kagan degli ávari ai danni di Lupo duca del Friuli e competitore di Grimoaldo stesso nel trono d'Italia, non fu così fatale perchè dopo l'uccisione di Lupo, Grimoaldo fatto accorto che alla fine gli ávari si sarebbero stabilmente impadroniti di una fra le più importanti provincie del Regno, mosse in soccorso dei suoi comprovinciali.

Ma un altro avversario sovrastava: gli slavi. Anche questi furono attirati dalle fatali discordie dei longobardi. Paolo Diacono ci narra infatti come Arnefrit, il figlio di Lupo, calasse dalla Carantania (dove gli slavi, sconfitti i Franchi, si erano assisi) alla testa di un corpo di slavi, presso i quali si era rifugiato dopo la morte del padre, sperando ricuperare col loro aiuto il ducato, ma poi fu rotto dai friulani presso Nimis. Sembra quindi che, questa prima volta, fossero discesi dal nord e che per il valico di Attimis si dirigessero verso Cividale. La prossima invasione percorse invece la via orientale e cioè il canale del Natisone se, come sembra, furono affrontati dal Duca Vettari e sconfitti a Broxas non lungi da S. Giovanni d'Antro dopo di che ritornarono nelle loro sedi carantane: ciò mostrerebbe che in quei tempi ancora le valli montane non erano occupate stabilmente da loro. Certo però disturbavano continuamente i pascoli vicinali dove i pastori friulani tenevano le lor greggi, come ci insegna Paolo Diacono. La battaglia decisiva vinta dal valoroso duca Pemmone avvenne poi a Lauriana, probabilmente nell'alta valle della Drava ed i confini longobardi ne furono stabilmente assicurati.

Un ducato così ampio, con milizie avvezze a diuturni combattimenti, non poteva a meno di avere, in tempi come questi, grandissima importanza.

Il periodo più splendido del ducato Longobardo. Il patriarca a Cividale.

Il periodo più splendido del ducato Longobardo. Il patriarca a Cividale. Uomini animosi presero le mosse di qui per cingere la corona italiana come Grimoaldo, ed i due fratelli Ratchis ed Astolfo, ovvero perirono nel tentativo di carpirla come il duca Lupo ed Ansfrit di Ragogna, e l'esercito friulano fu tenuto in gran conto da chi voleva dominare la penisola come ci mostrano le premure di Alahis per ottenerne l'aiuto nell'impresa contro Re Cuniberto.

Il periodo più splendido fu certamente l'ultimo, in cui i figli del valoroso Pemmone salirono, l'un dopo l'altro, sul trono longobardo. Fra le mura di Cividale risiedeva allora il Patriarca Aquileiese che aveva abbandonata l'antica sede esposta alle incursioni bisantine ed era rimasto poi per lunghi anni a Cormons, mentre nella capitale dimorava il vescovo del Forogiulio carnico. Il vescovo carnico fu espulso dal suo palazzo dal Patriarca Callisto che per questo venne imprigionato dal Duca Pemmone. Però Liutprando Re cattolico e fine politico sostenne il Patriarca, ed il Prelato divenne così quasi un primate dell'Italia longobarda in larvata opposizione col Pontefice. Tale Sigualdo successore di Callisto che assume titoli pomposi, nei suoi documenti, quasi ad emulare il capo della Cristianità.

Fig. 21ª. — Porta Broxana, Cividale.

L'influenza possente della romanità aveva conquisi questi barbari negli ultimi decennî del regno longobardo. La conquista dell'esarcato, l'affluire degli artisti di questo alla corte regia, l'aumentare della cultura, son tutti fatti che si collegano col crescer d'importanza degli elementi romani; anche in Friuli questa trasformazione avvenne rapidamente e non vi fu estraneo lo spirito dei due ultimi Re friulani, di cui uno, Ratchis, fu persino sospetto ai più severi longobardi per la sua simpatia verso il romanesimo. Sorsero nella capitale edifizî adornati in modo che risentiva del gusto ravennate. L'ara che Ratchis, non ancor divenuto Re, dedicò al suo illustre genitore Pemmone risente delle rudi forme barbariche[295], ma il battistero di Sigualdo svela influenze ben diverse e se la cappella del palazzo regio divenuto poi proprietà del Monastero di S. Maria in Valle si deve attribuire, come sembra, a quest'epoca, che fu la più splendida per Cividale, in essa le tracce dell'arte ravennate sono ancóra maggiori. Le grandi famiglie friulane dedicarono i lor patrimoni alle dotazioni di ricchi monasteri come Salto e Sesto; uomini di lettere insigni come Paolo Diacono[296], Paolino grammatico, indi Patriarca, resero celebre il nome friulano in tutta l'Europa. Un fremito di cultura e di grandezza aveva pervaso in questo tempo la regione che, forte nell'armi più d'ogni altra dell'Italia settentrionale, patria di uomini veramente insigni, avrebbe potuto esercitare un efficace predominio sui destini dell'Italia se le solite discordie e l'indisciplina caratteristica nella gente longobarda, insieme alle armi dei franchi, non avessero tratto a ruina il regno nazionale di Desiderio.

Se dobbiamo ascoltare la tradizione trasmessa da un continuatore di Paolo Diacono, Andrea di Bergamo, l'esercito friulano insieme al vicentino, e al trevisano avrebbe dato battaglia ai franchi, già vittoriosi a Pavia ed a Verona, al ponte della Livenza e li avrebbe rotti, ma poi per le callide arti di alcuni grandi che erano stati corrotti da Carlo magno, la resistenza sarebbe stata troncata e il duca friulano Rotgaudo avrebbe piegato alla nuova signoria. Ma Rotgaudo erasi sottomesso soltanto apparentemente: il fiero leone longobardo fremeva sotto la signoria dell'odiato franco e nell'inverno 775-76, cogliendo l'occasione che Carlo era impegnato coi sassoni, i friulani sotto la guida del loro duca, e di suo suocero Stabilino, forse un romano, divenuto duca di Treviso, levarono la bandiera della ribellione, cui parteciparono anche i duchi di Spoleto e di Benevento, e l'arcivescovo di Ravenna. Rotgaudo, come sembra, era destinato ad occupare il trono d'Italia. Carlo, cercò dividere i congiurati promettendo maggiore indipendenza ai duchi meridionali i quali, colla solita perfidia, se ne stettero colle mani in mano attendendo l'esito della lotta. Dove avvenisse la battaglia fra Rotgaudo e Carlo non è dato di sapere: forse al Brenta. Questa volta fu nemica la fortuna. L'esercito friulano fu rotto, e perì colle armi alla mano, insieme al fiore della nobiltà, il duca che solo fra tutti i longobardi, aveva osato sostenere l'indipendenza italiana contro i franchi. Fra i nomi degli uccisi è ricordato Waldando figlio di Mino di Lavariano. i due fratelli Ratgaudo e Felice di Cividale: fra i prigioni i cui beni, come quelli degli uccisi, furono, senza pietà, confiscati, è celebre Arechi il fratello di Paolo Diacono: altri fuggirono fra gli ávari od in Baviera come il nobilissimo Ajone che più tardi rientrò nelle grazie di Carlo ed ebbe da questi restituite le vaste possessioni in Friuli[297].

La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari.

La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari. Così, con la oppressione della nobiltà friulana, colla nomina di Paolino, friulano di nascita, ma fidatissimo a Carlo, a Patriarca aquileiese[298], colla imposizione di guarnigioni franche, di un duca franco al Friuli, e certo con la concessione di numerose terre date in benefizio a vassalli franchi, la dominazione carolingia era assicurata in Friuli.

Ma benchè la supremazia longobarda fosse finita e con essa la speranza di una stabile signoria nazionale, l'importanza del Friuli per la politica generale non fu per questo diminuita; anzi essa crebbe dacchè la nostra regione, affidata al valoroso Eric di Strasburgo divenuto conte della marca friulana (e detto anche duca) fu designata come il centro dell'espansione dell'impero franco verso oriente, e divenne il punto di partenza delle spedizioni carolingie contro gli ávari. Da questo momento deriva probabilmente la denominazione di Cividale, che fin allora era chiamata Forum Juli, come Civitas Austriae, ossia centro della regione più australe (orientale) del regno franco, denominazione che è affatto estranea al racconto di Paolo Diacono.

Nel 791 gli ávari discesero con la solita irruenza verso la Baviera e verso il Friuli; le due colonne furono affrontate e sconfitte l'una da Carlo stesso che lor mosse incontro da occidente, l'altra dal Re d'Italia Pipino che li respinse dal Friuli, penetrando nella Pannonia Inferiore. Quattro anni più tardi Erico, cui era stato affidato il comando delle tre contee del confine (Friuli, Istria, Treviso) sconfisse completamente gli ávari penetrando nella lor capitale, il Ring, le cui ricchezze furon tratte ad Aquisgrana. Finchè durò il suo governo, il Friuli fu centro d'un vasto territorio i cui confini si estendevano sino alla Drava. Anche l'amministrazione ecclesiastica aquilejese si estese di molto nei paesi nuovamente conquistati e i suoi confini vennero poi limitati, al tempo del Patriarca Orso successore di Paolino, al corso della Drava. Quando la dominazione carolingia fu stabilmente assicurata, anche l'antico commercio della Pannonia e del Norico col mare dovette risorgere, ed a questo suo rifiorire son coordinate probabilmente le intraprese commerciali della chiesa di Grado ed i privilegi che alle navi del Patriarca Fortunato concesse Carlomagno.

L'unità della marca friulana fu in questi tempi più volte rotta e poi ricomposta per necessità di difesa[299]. La tenne intera probabilmente Eberardo, discendente da potente ceppo franco della Mosa e marito ad una figlia di Ludovico il bonario, che resse i nostri paesi dall'836 sino all'866. Cividale fu allora centro notevole di cultura e d'insegnamento non solo per la regione friulana e per l'Istria, ma anche per Treviso e per i paesi conquistati sugli ávari. La corte di Eberardo fu splendida per l'ospitalità largita a dotti nostrali e forestieri; vi fu ospite quel Godescalco, famoso poeta sassone del IX secolo, che cantò in teneri versi la munificenza del duca che lo proteggeva dai suoi persecutori, e le vicende ora liete ora tristi della splendida progenie di Eberardo.

Fig. 22ª. — S. Giovanni d'Antro.

A questa famiglia il Friuli doveva molta gloria, ma pure anche grandissime sventure. Dopo il breve reggimento di Unroco, il maggior figlio di Eberardo, successe Berengario che dall'874 all'888 fu Marchese-Duca friulano e, dopo la morte di Carlo il Grosso e l'estinzione dei legittimi carolingî divenne re e quindi imperatore. Il Friuli e la contea di Verona fornirono costantemente il nucleo dei fedeli a Berengario che di qui partì in guerra, considerato come re difensore dell'elemento italiano avverso ai franchi, contro a Guido di Spoleto, qui si rifugiò quando questi col denaro e colla corruzione riuscì a superarlo, e di qui partì poi nell'897 dopo la morte di Guido e dell'imperatore Arnolfo per cingere la corona imperiale. Ma se queste terre gli furono costantemente fedeli, pure egli non seppe difenderle quando nell'899 calarono i ferocissimi ungari, mettendo a ferro e fuoco il paese. Le incursioni ungariche si rinnovellarono poi nel 904, nel 923 e nel 942; fin dove giungessero, quali borghi distruggessero non ci è dato sapere. Dai diplomi degli Ottoni parrebbe che le devastazioni maggiori fossero da loro compiute lungo la così detta Strad'alta: Vastata Hungarorum nel basso Friuli, ma certo anche la parte alta dovette sentirne gravissimi danni: il commercio che era andato rifiorendo fu tronco, la maggior parte dei vassalli imperiali, che quantunque d'origine straniera s'erano ormai quasi confusi coi nativi, fu uccisa, la luce di cultura e di gentilezza che si era accesa in Friuli fin dall'ultimo secolo del regno longobardo e s'era mantenuta fin a questo tempo spenta, tutto questo fu conseguenza delle orribili devastazioni ungariche per le quali il Friuli perdette d'un tratto il posto eminente che aveva acquistato in Italia e cadde in una tale oscurità che a mala pena se ne conoscono le vicende durante il secolo che seguì.

La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi.

La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi. Tutto bisognava ricominciare da capo: erigere fortilizii, ripopolare di difensori le mura, restituire ai campi i loro coltivatori. In queste condizioni non ci dobbiamo meravigliare se il Friuli perdette, in certo modo, la propria individualità e se ci troviamo dinanzi a due fatti di grande importanza per la nostra storia: l'assoggettamento del paese, divenuto semplice contea, alla Marca di Verona, forse già col regno di Berengario II[300], l'abbiatico dell'imperatore friulano, e il rapidissimo ingrandirsi della potenza secolare della chiesa aquilejese.

Il primo fatto acquista un peso anche maggiore quando si pensi che la Marca veronese fu poi dagli Ottoni resa dipendente, insieme alla Carinzia, del ducato di Baviera, e dopo il 976, del ducato Carinzia. Si inferì da questo fatto che tali paesi d'Italia, ossia l'antica «Austria» longobarda, venissero in tal modo staccati dal regno italico e congiunti colla Germania, però la supposizione non è attendibile, perchè mai troviamo i nostri nobili frequentare i giudizî d'oltr'alpe e i documenti, e le stesse infeudazioni parlano sempre di paesi situati «nel regno italico». Si tratta dunque di unione personale, meditata dagli imperatori sassoni allo scopo di tener maggiormente soggetta la parte d'Italia che era stata culla della dinastia nazionale dei Berengarii ed aveva mostrato maggiori velleità d'indipendenza ed assicurare così la propria discesa nella penisola in ogni occasione. Convien però anche confessare che gravi e durature furono le conseguenze di quest'unione perchè per essa molte grandi famiglie d'oltr'alpe ottennero possessi allodiali, feudi e diritti in Friuli, beni che essendo posseduti da feudatarî dipendenti dal duca di Carinzia o anche diretti dell'Impero, costituirono, anche quando il Friuli riebbe, coi Patriarchi, la sua piena indipendenza, dei territorî separati, delle vere isole politiche e giurisdizionali che pur essendo teoricamente comprese nel regno italico, in pratica erano appendici del regno germanico e lo furono purtroppo per sempre alcuni, altri per molto tempo. Così Pordenone, Cordenons, e la bassa valle del Fella (Venzone) appartenenti prima agli Eppenstein, poi agli Ottocari, infine agli Habsburg. Così Salcano e Gorizia prima forse degli Eppenstein e poscia dei Peilstein ed infine dei Conti di Gorizia che da costoro li ricevettero in feudo insieme all'avvocazia della chiesa d'Aquileja, di Cividale e di Udine; così Tarcento dei Machland-Perg e poi degli Hohenzollern; così Madrisio dei Treven e poscia dei Lechsemunde; così Attimis ed altri castelli e terre senza contare numerosi possessi di monasteri tedeschi. Si formò così all'oriente quella Contea di Gorizia che, nell'esteriorità politico-amministrativa, doveva rompere irrimediabilmente l'unità friulana, e ristretta dapprima alla sinistra dell'Isonzo, doveva poi estendersi anche sulla destra.

Oltre a questa, altre conseguenze scaturirono probabilmente da quell'unione: ad essa son dovute certo in buona parte le origini di parecchie fra le nostre famiglie feudali: i liberi in particolar modo come, per il territorio fra l'Isonzo e il Tagliamento, i di Castello (Tarcento-Frangipane), Villalta, Caporiacco, ed anche alcuni fra i ministeriali, come gli Spilimbergo, i Ragogna, i visconti di Mels, i Prampero ed altri. Pochi, di certo, sono fra i nostri quelli che rimontino ad anteriori età: soli, per i quali si può supporlo, con qualche fondamento, sono i Savorgnan. D'altronde questa origine post-ottoniana dei nobili friulani si accorda benissimo colla strage degli antichi militi carolingi che sappiamo esser avvenuta nelle battaglie ungariche e nelle lunghe ed atroci dissensioni dell'epoca dei Re d'Italia. Oltre a ciò a quest'epoca si deve probabilmente l'introduzione da parte dei feudatari stranieri di un certo numero di slavi che furono destinati a ripopolare alcuni paesi della pianura e del pedemonte friulano devastati dalla guerra. Il riferimento a quest'epoca riesce certo quando si osservi che tali paesi sono disseminati precisamente intorno alla strada detta ungaresca, come Grorizzo e Gorizzizzo, Virco, Sclaunicco, S. Maria di Sclaunicco ecc.

Il dominio della chiesa di Aquileja.

Il dominio della chiesa di Aquileja. Di fronte a questo fatto ed alle sue conseguenze, sta l'altro che si può, per certi rispetti, considerare il suo contrapposto, l'ingrandirsi cioè della chiesa Aquilejese come potenza politica.

Dopo la discesa degli ungari, la desolazione che questi avevano recata, l'uccisione dei feudatarî principali, lo sparire del marchese friulano e la sua sostituzione con un semplice conte il cui territorio fu molto ristretto, certamente la Chiesa Aquilejese aveva forte preponderanza in Friuli, arricchita come si era per lungo decorso di anni con le donazioni degli Imperatori, dei Marchesi e dei maggiorenti friulani. A lei quindi, come accadde per le altre chiese vescovili, e per le badie nel resto dell'Italia settentrionale, venne il carico di riorganizzare la difesa del paese in tutti i vasti territorî che le spettavano, ed essa profittò della circostanza per riedificare molti villaggi e distretti i cui signori eran periti; gl'Imperatori ed i Re favorirono questo compito della chiesa, concedendole territorî e luoghi importanti per la lor posizione e munizioni interessanti. Dal 900 in poi s'incontrano di frequente tali concessioni. Così la chiesa ebbe (904) la porta di S. Pietro di Cividale, (900 e 931) il fiume Natissa col placito di Ampliano, (964) il castello di Incisas sopra Cormons, (967) il castello di Farra e il territorio fra la Livenza e la strada di Ungari e il fiume delle due sorelle, (983) i castelli di Udine, Buia, Fagagna e Brazzano, (1001) la metà del territorio di Gorizia. Che buona parte dei paesi distrutti dagli Ungari sia stata riedificata dalla chiesa d'Aquileja lo dice il diploma di Ottone III del 1001 al Patriarca Giovanni in cui concede alla Chiesa stessa la giurisdizione delle ville riedificate da questa nei proprî beni ed in quelli dei boni homines morti senza eredi post Hungarorum nefandam devastationem, e del terreno d'intorno nel raggio di un miglio.

Fig. 23ª. — Castelli di Zucco e Cuccagna (Faedis).

Da questa vasta azione della chiesa aquilejese trae le sue origini, in gran parte, la fitta rete di rapporti feudali che copre durante tutto il M. E. ed anche nei tempi posteriori la nostra regione. Il sistema beneficiario che la chiesa adoperava già per le necessità interne della sua amministrazione, si estende a sostenere tutti i servizî d'indole pubblica che essa deve organizzare nei vasti territorî a lei sottoposti. Dall'obbligo dei castellani di militare a cavallo nelle soldatesche patriarcali, a quello degli habitatores di difender le mura di un borgo o un vallo incastellato, dall'amministrazione della giustizia alla riscossione delle imposte, dal trasporto delle derrate del principe all'obbligo di prestare i materiali per il riatto delle vie e delle mura pubbliche, tutto ciò si organizza col sistema benefiziario su cui si innesta la fedeltà vassallatica: si concedono terre e redditi coll'obbligo di prestare al Signore fedeltà e servigî determinati. Così accanto agli ultimi resti dell'aristocrazia longobarda e dei militi carolingî, a lato della riottosa feudalità imperiale del Conte friulano, s'allinea la caterva di feudali della chiesa aquilejese, derivanti in gran parte da antichi dipendenti che abitavano nei dominî della chiesa stessa, oppure dalla familia dei vari Patriarchi. Questi feudali, quasi tutti d'origine non libera, costituiscono il nerbo dello stato che i Patriarchi andavano, a poco a poco, costituendo.

Questi fatti ebbero grande importanza per l'avvenire, dacchè la potenza della chiesa aquilejese ne crebbe a dismisura. Ciò si vide in particolar modo quando venne al Patriarcato l'energico Popone appartenente alla potente dinastia stiriana di Traungau. Nei ventisei anni (1019-1045) in cui questi ebbe la sedia Aquilejese, non solo ottenne col mezzo dell'Imperatore Corrado II di cui fu famigliare e fra i principali ministri, di fissar meglio le immunità del grande possesso della sua Chiesa di fronte al Duca di Carinzia e Marchese di Verona, e di vincere la lunga lotta di supremazia contro Grado, ma cercò poi di rassodare il suo potere col restaurare Aquileja e di ristabilire le vie commerciali che dalla Germania, attraverso il Friuli, mettevano al mare. A tal fine dotò riccamente i canonici Aquilejesi e li interessò al risorgimento commerciale di Aquileja concedendo loro parte del suolo dell'antica città per erigervi delle stationes ossia depositi di mercanti, ed altrettanto fece per il porto marino di Pilo a cui faceva capo il commercio aquilejese. Ad ambedue questi scopi, commerciale cioè e di supremazia religiosa, si deve probabilmente il suo tentativo di annientare addirittura Grado con una violenta incursione nella isoletta adriatica.

Questo risorgere del commercio, non potè a meno di esser legato al ristabilimento delle vie che attraverso i passi delle Alpi conducevano al mare: dovette quindi, da quel punto, cominciare per le città e per le borgate friulane situate su quelle: Venzone, Gemona, Udine e, naturalmente, anche per Cividale una nuova vita, e rompersi il cerchio di ferro che aveva cinto il Friuli durante tutto il periodo che comincia dalle prime incursioni ungariche e va fino al principio del secolo XI. Anche le arti dovettero riprendervi vigore e come si vede da ciò che ci rimane del duomo poponico in Aquileja, queste arti subirono l'influsso veneto-orientale e non, come si sarebbe potuto credere, quello germanico. Le pitture aquilejesi arieggiano infatti (e di molto) i mosaici ravennati e veneziani. Questo si rannoda benissimo col risorgere del commercio per le vie friulane, che doveva portare fra noi l'influenza dei paesi dove, proprio in quei tempi, l'arte aveva un rigoglioso risveglio. Il rinvenimento di un denaro di Popone in Polonia, avvenuto qualche anno fa, ci permette appunto di constatare con certezza come le carovane dei mercanti provenienti, attraverso la penisola, dall'oriente attraversassero il Friuli: il tesoretto con tutta probabilità pertinente ad un mercante, contiene infatti non solo monete di zecche polacche, tedesche e boeme, ma anche lucchesi ed arabe, ed, insieme a queste, il prezioso esemplare del denaro di Popone cui allora allora Corrado II aveva concesso il diritto di batter moneta[301].

Mercè l'attiva politica poponica la Chiesa Aquilejese era divenuta così l'effettiva padrona del Friuli, al cui conte restava soltanto la porzione, abbastanza limitata, del territorio in mano di suoi vassalli e di arimanni, mentre nella stessa Cividale una buona parte doveva appartenere al Patriarca come la porta di S. Pietro, tutto il terreno e le case pertinenti al Monastero di S. Maria in Valle e allo Xenodochio di S. Giovanni, che eran proprietà del Patriarca senza contare le vaste case patriarcali. Agli Imperatori quindi, fu di sommo interesse il mantenere il Patriarcato in mani lor fedeli. La elezione patriarcale, nelle mani dei canonici aquilejesi, cadde da quel giorno, sino al secolo XIII, sempre su tedeschi: ciò dipese probabilmente dalla originaria composizione poponica del Capitolo che lo legò strettamente alla politica imperiale.