Fig. 24ª. — Castello di Partistagno.

I Patriarchi appartennero quasi sempre a potentissime famiglie; basterà ricordare fra essi Gotepoldo, zio dell'Imperatore Enrico III. Il motivo di questo interesse imperiale per la sedia aquilejese stava certamente nella necessità d'assicurarsi i passi delle Alpi: tale necessità divenne anche maggiore per Enrico IV quando gli si schierarono di contro i duchi di Svevia, di Baviera e di Carinzia, marchesi di Verona oltre a molti vescovi tedeschi e Gregorio VII, appoggiato alla potente casa di Canossa di cui Matilde era l'ultima rappresentante, gli oppose una formidabile resistenza dalla Toscana sino a Mantova. Di questa condizione di cose è frutto il diploma dato a Pavia il 3 aprile 1077 in cui Enrico IV concedè al suo fedelissimo Patriarca Sigeardo dei conti di Plaien, la contea del Friuli colle prerogative ducali e ciò, si noti, pochi giorni dopo che la dieta di Forcheim a cui aveva preso parte anche il duca di Carinzia, Bertoldo, aveva dichiarato deposto Enrico, e aveva nominato Rodolfo di Svevia quale anti-re. Nel maggio l'Imperatore fece ritorno in Germania, attraversò il Friuli, perchè il duca di Carinzia da lui destituito gli aveva chiusi tutti gli altri passi delle Alpi.

Dalla concessione di Enrico IV in poi, la chiesa aquilejese ebbe quindi il compito, non facile di certo, di organizzare una stabile dominazione in Friuli e dovette perciò comprimere la riottosa nobiltà che il marchese di Verona le aveva trasmesso, sostenere un'aspra lotta di supremazia col conte di Gorizia che non solo possedeva direttamente dall'Impero una vasta porzione della provincia, ma nell'interno di essa, per essere avvocato della chiesa, amministrava la giustizia criminale ed era il vero capo della feudalità, e cercar di eliminare o almeno di neutralizzare le tante isole straniere che, come vedemmo, si eran costituite nella regione nostra, e formare insomma quel saldo territorio, politicamente unito, cui risponde il nome di patria che dall'XI secolo sta a designare il Friuli. Cessa in ogni modo l'era dei grandi rivolgimenti politici per le città e le borgate friulane, dacchè i Patriarchi tengono con mano ferma il paese ed hanno quasi sempre dai legami di parentela, che li stringon a potenti famiglie di confine, o per stretti rapporti colla casa imperiale, forza sufficiente per far fronte ai nemici interni. Dal 1077 al 1251, quando l'ultimo Patriarca tedesco venne a morte, pochi fatti di rilevante importanza militare e politica si ponno ricordare per la nostra regione. Nemico principale era sempre il conte di Gorizia e la sua nimistà per il Patriarcato giunse al punto di far prigione il Patriarca Pellegrino I nel 1149. Argomento delle discordie erano naturalmente l'esercizio dei diritti d'avvocazia e i possessi indipendenti che il conte teneva in Friuli. Per ambedue furono fatte paci nel 1150 e nel 1202, nelle quali se i primi furono attenuati, i secondi per converso furono riconosciuti: fra questi notiamo Belgrado con tutti i paesi che gli eran soggetti, Sclaunico, S. Marizza ed altri molti. L'altro nemico, che stringeva il Patriarcato da occidente, e benchè non insidiasse, come i Goriziani, lo stato Aquilejese fin nel suo cuore, nondimeno lo minacciava sovente, era il potentissimo comune di Treviso. Già al tempo del Patriarca Gotofredo, i nemici corsero fino al Tagliamento (1192): più grave ancóra fu l'altra guerra avvenuta coi Trevigiani stessi otto anni più tardi, quando reggeva il Patriarcato Pellegrino II, perchè i nemici occidentali eransi alleati al conte di Gorizia e questo aveva fatto sollevare anche parecchi feudatarî friulani: la vallata del Tagliamento dovette essere teatro di sanguinose discordie e sembra che l'esercito patriarcale le toccasse non lontano da Valvasone. A favore del Patriarca intervennero i duchi d'Austria, di Carinzia e di Merania che fecero far pace coi Goriziani, e Venezia il cui potente intervento persuase anche i Trevisani a consigli di pace.

Fig. 25ª. — Castello di Prampero.

Ancora più pericolose furon poi le ostilità rinnovate negli anni 1212-1220 dai Trevigiani contro il Patriarca Pertoldo di Andechs, perchè ai nemici esterni si aggiunsero più numerosi che mai quelli interni e cioè oltre ai castellani di Polcenigo e di Solimbergo, i principali della nostra zona: Villalta, Urusbergo, Caporiacco, Tarcento, Strassoldo, Fontanabona, Castellerio, Buttrio. Il fatto ha grande importanza perchè questi costituiscono la grande maggioranza dei vassalli liberi della chiesa Aquilejese i quali reclamavano diritti di sovranità, come lo jus sanguinis, il diritto di far leghe fra di loro, quello di disporre dei pascoli e altre terre pubbliche, di aprir mercati, e di provvedere intorno alle acque pubbliche. L'aiuto dei Padovani e l'intervento dell'imperatore Federico e del Papa permisero a Pertoldo di superare la grave crisi, e dopo la vittoria il Patriarca potè dare opera definitiva all'ordinamento del suo principato.

Lo sviluppo dei commerci.

Lo sviluppo dei commerci. Il Friuli dopo venuto in potere dei Patriarchi aveva dunque goduta una pace almeno relativa e ne aveva profittato per risorgere dallo stato di profondo abbattimento in cui era caduto. L'opera di Popone che vedemmo diretta a far prosperare i commerci nella regione non era stata perduta. Durante il tempo delle crociate, di continuo i convogli diretti all'oriente passavano dalle nostre strade, e ai fianchi di queste, specialmente delle due che scendevano dai passi settentrionali lungo il Tagliamento, e l'altra sotto il colle di Udine, sorsero nel sec. XII e XIII ospizî diretti al ricovero dei pellegrini. Aquileja risorgeva dalle sue ruine: i trattati dei Patriarchi coi veneziani ci dimostrano come questi vi avessero ufficiali propri, vasti possessi e fondaci ciò che indica una certa intensità di traffici.

La vita economica della regione friulana subiva quella stessa mutazione che si avverte in buona parte d'Italia, l'economia naturale andava trasformandosi e divenendo più complessa. Vediamo alcuni nobili friulani che nei secoli precedenti non avrebbero saputo far altro che maneggiare la spada o angariare i loro dipendenti, farsi arditi speculatori commerciali e commettere a cantieri navali del basso Friuli la costruzione di navi con cui essi stessi poi esercitavano in lucrose imprese il trasporto dei pellegrini di Terrasanta. Le nostre città divenivano luoghi di scambio per i mercanti che vi accorrevano numerosi da tutta Italia. Fra queste colonie la più notevole fu quella dei prestatori toscani che aprirono a Cividale, a Gemona, a Udine, ad Aquileja filiali delle banche fiorentine e senesi che, come si sa, avevano allora il monopolio del denaro nell'Europa intera[302].

Questa preponderanza della vita commerciale ha grande importanza nello svolgersi degli ordinamenti dello Stato Aquilejese dacchè vi fa prender notevole posizione alle città. Da Popone, il quale, come si disse, cercò di ravvivare Aquileja, in poi, è un continuo succedersi, prima lento e poi sempre crescente, di diplomi di franchigia a favore di mercati permanenti (fora) dove valevano di continuo le libertà che già in antico erano concesse alle fiere occasionali (nundinae). Ivi in giudizio speciale decidevan con procedura più spiccia le liti insorte, ivi liberi e servi erano uguali, e le pretese del padrone o del creditore si arrestavano di fronte all'immunità del luogo. Alla metà del secolo XII il diritto di foro è concesso a Cividale, nell'istesso tempo l'ebbe di certo Gemona, alla fine l'ottenne Sacile ed alla metà del XIII troviamo poi comparire in questa serie di documenti una nuova unità che in breve acquisterà grande importanza e cioè Udine. Castello importante nel X secolo, luogo di riunioni giudiziarie nell'XI, documenti del XII ci mostrano come esso fosse uno dei centri amministrativi a cui affluivano le derrate dovute al Patriarca per le imposte e pei censi, uno dei Palatia a cui facevano capo i vastissimi dominî della chiesa Aquilejese nella provincia[303]. Da ciò e dall'esser situato lungo la via di Germania, ognor più frequente di traffici, il sorgere del mercato che fiorì in breve tempo così da consigliare il Patriarca Pertoldo a dargli privilegi cittadini e foro stabile. Palatium fu pure Gemona e così S. Daniele. L'elemento cittadino sorge così di fronte all'elemento feudale che aveva, sino allora coperto, come già si disse, con una serie inestricabile di rapporti beneficiari e vassallatici quasi tutta la regione e riducendo a ben poche le terre libere e trasformando gli antichi liberi, gli arimanni, incensiti, quasi coloni del Patriarca o dei grandi signori laici ed ecclesiastici.

Il parlamento della Patria. Comuni rurali e città.

Il parlamento della Patria. Comuni rurali e città. La costituzione del Friuli in salda unità territoriale trova la sua espressione nelle istituzioni parlamentari che sono precipuo vanto della sua storia[304]. Il parlamento sorge in Friuli, come nelle Marche, in Piemonte, in Sicilia e in molte regioni francesi e tedesche, dovunque poterono costituirsi dei vasti territorî amministrativi. Le sue principali funzioni sono quelle di fissare per accordo fra i baroni ed il principe l'ammontare del contributo di denaro e di milizie dello stato. V'intervengono pertanto i capi delle grandi circoscrizioni feudali, i prelati e monasteri che non potevano esser aggravati di nuovi carichi se non per loro consenso in seguito alle antiche immunità e privilegi, e i comuni più importanti da Pertoldo in poi. Questa competenza è comune a tutti i parlamenti provinciali, ma l'assemblea friulana ha poteri molto più estesi; si concentrano in essa le antichissime riunioni provinciali giudiziarie, militari, legislative a cui i dignitarî della contea o della marca prendevano parte dall'età più remote. Perciò il parlamento friulano è in pari tempo il maggior tribunale d'appello, l'assemblea legislativa, vi si tratta la pace o la guerra ed un po' alla volta diviene anche supremo tribunale amministrativo. In seno ad essa si costituisce nei sec. XIII e XIV una giunta, che tratta gli affari correnti e sta costantemente a lato del principe con cui divide il governo degli stati aquilejesi, ed è eletta dall'assemblea con diritto di approvazione da parte del Patriarca. I luoghi dove il parlamento si riunisce sono Cividale, capitale della provincia, Campoformido dove avean luogo le mostre della milizia, e S. Daniele uno dei centri dell'amministrazione demaniale aquilejese, più tardi poi si fissa stabilmente a Udine.

La provincia si divideva in varie circoscrizioni di cui la maggior parte era retta da feudali, altre invece erano amministrate da ufficiali patriarcali detti, alla longobarda, gastaldi. Anche le città erano sottoposte a questi gastaldi che vi tenevano la giurisdizione criminale maggiore e la civile e stavano nei consigli cittadini accanto ai consoli o provveditori. Il comune, anche cittadino, è presso di noi in uno stadio arretrato di svolgimento se lo si confronti coi comuni del rimanente d'Italia; oltre alle parti più importanti della giurisdizione gli sfugge il potere di pace e di guerra e l'esercito generale che dipendono dal Parlamento dove esso però manda i suoi rappresentanti. La città si distingue dal comune rustico soltanto per l'organizzazione militare diretta alla difesa delle mura, per le pene elevate che difendono l'ordine pubblico nella sua cerchia, per i privilegi di quel riparto speciale che è il mercato. Le sue magistrature sorgono a poco a poco dalla riunione di tutti i cavalieri e pedoni pertinenti alla sua difesa, assemblea che certo si dovette riunire in tempi antichissimi anche sotto il governo del conte. L'assemblea generale è l'arrengo dove si trattano soltanto gli affari più gravi; al governo provvede il consiglio composto per metà dai nobili (equites) e per metà dai plebei (pedites), agli affari quotidiani provvedono poi i consoli o provveditori. Lo statuto abbraccia gli argomenti di competenza di tali magistrature: i provvedimenti per la difesa, le misure di polizia e d'annona, il regolamento delle cariche, dei beni comuni e le norme per il mercato.

Accanto ai comuni cittadini vi son poi le comunità rustiche che però vivono all'ombra di un signore. Questi comuni son formati dalla gran massa degli antichi servi, da coloni, dagli aldioni, e anche dai liberi, che si chiamano, tutti insieme, la contadinanza, in cui la consuetudine ha fissati obblighi e diritti di fronte al padrone, di guisa che la situazione secolare non può esser mutata nè dagli uni, nè dagli altri, se non con accordi reciproci. Espressione di questa situazione è lo statuto rurale in cui si fissano appunto le consuetudini del gruppo rusticano.

Certamente già nel sec. XIII e più poi nei successivi, la maggior vita economica rese più gagliarde queste plebi così cittadine come rustiche, e se ne vedono le prove prima di tutto nelle concessioni che essi ottengono dai lor signori: principale quella dei Patriarchi che concessero ai lor censuali il diritto di testare liberamente dei lor beni, e poi nelle affrancazioni di servi che divengon sempre più numerose e di solito son comprate da costoro coi lor peculî acquistati nell'agricoltura o nei traffici. Questo ascendere delle plebi è poi vittoria dell'elemento romano sul germanico, specialmente nel nostro Friuli ove, dopo tre secoli e mezzo di principato quasi sempre tenuto da tedeschi, la cultura germanica aveva certo preso piede nelle classi più elevate; Tomasino de' Cerchiari appartenente ad una delle principali famiglie cividalesi era certamente italiano di lingua e di cultura, nondimeno poetava anche in tedesco[305]. Il popolo era invece (se si faccia astrazione dalle poche isole slave) interamente latino e si serviva o del volgare romanzo, il dialetto friulano, o della lingua letteraria comune a quasi tutta l'Italia settentrionale e cioè il veneto. L'affluire dei commercianti toscani, lombardi, veneziani, la potente immissione di sangue italiano che segue coi patriarchi successori di Pertoldo, come diremo, decidono la definitiva vittoria del popolo sull'aristocrazia feudale e dànno prevalenza assoluta al linguaggio friulano-veneto.

Punto saliente di questa trasformazione si può considerare il periodo che abbraccia in sè gli ultimi anni del Patriarcato di Pertoldo di Andechs, e quello di Gregorio da Montelongo.

Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori.

Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori. Mentre nel periodo in cui le armi di Federico II brillavano nel loro più vivo splendore, il Friuli fu una vera porta aperta fra la Germania e l'Italia e grandi assemblee di principi tedeschi ed italiani si riunirono a Cividale e ad Aquileia, come quella che nel 1231 condusse alla riconciliazione dell'Imperatore col suo figlio ribelle Enrico, di cui fu mediatore il Patriarca Pertoldo insieme ad altri principi, nel periodo successivo, dopo il concilio di Lione (1245) in cui lo Svevo fu deposto e scomunicato, l'indirizzo della politica friulana cambia improvvisamente e comincia per il nostro paese una nuova era guelfa, in perfetta opposizione col periodo precedente che fu quasi sempre ghibellino. Diverse furono le cause che ci riesce di cogliere per questo mutamento. Non vi dovettero essere estranee le difficoltà finanziarie del Patriarcato e perciò l'influenza dei banchieri fiorentini che, come vedemmo, avevano poste salde radici in Friuli, ed erano segretamente avvinti alla politica papale; grande importanza vi ebbe pure l'azione personale del legato pontificio Gregorio da Montelongo che dimorò per lungo tempo nel basso Friuli e dovette stendervi sottili intrighi fra il clero contro l'amico di Federico II, il Patriarca Pertoldo; ma forse decisiva fu la minaccia di Ezzelino da Romano che, signore ormai dell'intera marca trivigiana e di buona parte della Lombardia, non mancava di occhieggiare con cupido sguardo anche la ricca regione friulana ed era aiutato dalla potente casa di Prata a lui stretta da vincoli di parentela e principale fra quei liberi che già vedemmo riottosi nel piegar di capo al Patriarca. Si rinnovavano così i tristi giorni che funestarono gl'inizî del Patriarcato di Pertoldo. Ezzelino invase a più riprese il Friuli dove aveva numerosi partigiani fino fra gli ecclesiastici; nel 1250-51 troviamo decreti patriarcali e pontifici diretti contro Ulvino di Sbrojavacca, e contro il parroco Rizzardo di Fagagna e l'arcidiacono di S. Pietro in Carnia che avevano data man forte al ghibellino assalitore. I due ecclesiastici furono destituiti e la pieve di Fagagna fu sottoposta al Capitolo di Cividale. Davanti al pericolo, il Patriarca dovette per necessità cercar aiuto nel partito avversario, visto che l'Imperatore ormai stremato di forze non aveva autorità sufficiente per tener in freno il suo violento ed ambizioso vicario: di qui la lega che unì Pertoldo al Marchese d'Este, ai bresciani ai mantovani a tutto il partito guelfo insomma, di cui era anima il legato pontificio Gregorio di Montelongo.

Il 23 Maggio 1251 morì il Patriarca Pertoldo e gli successe nella sede aquilejese lo stesso Montelongo. Il Friuli divenne così, con quest'uomo, uno dei punti strategici più importanti della lega guelfa e continuò ad esser tale per lungo tempo anche coi successori di Gregorio, i Turriani: per un secolo dal 1250 fino al 1350 il patriarcato, che sino allora era stato costantemente in mani tedesche, passa in mani italiane: ciò che è dovuto specialmente ai mutamenti arrecati alla costituzione del capitolo aquilejese cui spettava la presentazione, ed alla politica fieramente ostile ai Cesari tedeschi della sedia Papale che aveva, già fin dai tempi di Onorio III, rivendicata a sè la definitiva elezione del Patriarca.

I nemici dei patriarchi.

I nemici dei patriarchi. Non che però la vittoria fosse definitiva; tutt'altro! Nel seno della regione stessa covava un nemico ambizioso e gagliardo cui facevano capo i feudali a lui legati da rapporti di vassallaggio per feudi concessi, o che addirittura risiedevano in sue terre, e cioè il conte di Gorizia. Ma non questi soltanto stendeva la mano sul Friuli; il germanesimo vi penetrava anche per un'altra via: Pordenone, che se da Pertoldo, nei tempi della sua maggiore potenza, era stato tenuto come proprio, era poi al tempo del Montelongo ricaduto in mano dei duchi di Stiria che per un certo tempo esercitano una notevole supremazia in Friuli specialmente quando vengono in potere del retaggio dei duchi di Carinzia. Più tardi vedremo poi un altro potente signore tedesco, il duca d'Austria intromettersi violentemente nelle cose del Patriarcato.

Ma se i nemici tedeschi insidiavano così l'indipendenza e la nazionalità stessa del Friuli, altri nemici italiani stavano in vedetta minacciando il potere politico del Patriarca: tali i Caminesi che fra la fine del sec. XIII e il principio del XIV fanno ripetuti e gagliardi tentativi per impossessarsi della provincia, e Venezia che non cessa mai di insidiare il Patriarcato, agognando nei primi tempi i dominî aquilejesi della sponda orientale dell'Adriatico, e poi lo stesso Friuli. I Veneziani sin dal XIII sec. tenevano loro ufficiali ad Aquileja e cercavano di stringere a sè, con rapporti di vassallaggio, i fedeli del Patriarca: più tardi poi, come vedremo, avvincono alla propria politica con denaro e con la fine arte diplomatica di cui erano maestri, famiglie potenti e comuni principali del Friuli. Certo, per essi la regione friulana-istriana rappresentava da un lato uno strumento importantissimo per la prosperità del loro commercio facendovi capo alcune delle strade di Germania, dall'altro una continua minaccia perchè i porti del basso Friuli, e Trieste in special modo, potevano esser, alla potenza Veneta, formidabili concorrenti.

Nella storia del Friuli convien considerare quindi sempre il giuoco di questi fattori esterni che molte volte, più che gl'interni, determinano gli avvenimenti. E la storia del Friuli è in questi secoli un seguito continuo di guerricciuole, di assalti di fendatarî contro comuni, di comuni contro castelli, discordie sanguinose, il più delle volte fomentate dai pretendenti esterni.

Alla morte del Patriarca Gregorio che era stato imprigionato dal Conte di Gorizia e liberato soltanto per l'intromissione del Re di Boemia Ottocaro, Cividale vien ferocemente contesa fra i partigiani di questo e quelli di Filippo duca (o almeno pretendente) di Carinzia. La lotta fra i due contendenti fu poi interrotta dopo la elezione del Patriarca Raimondo della Torre per la morte di Filippo e per le ostilità scoppiate fra il Re tedesco Rodolfo I, ed Ottocaro. Il Patriarca Raimondo, anche per la notevole forza della sua casa, tenne abbastanza saldamente il potere e cercò di riconquistare sui veneziani i dominî che questi avevano tolto al Patriarcato da Duino all'Istrie. Per questo egli cercò di tenersi amico il Conte di Gorizia e con una politica poco antiveggente consentì alla cessione, che la casa di Mels fece a questi, di Venzone, la vera chiave, in quei tempi, del Friuli settentrionale (1288), preparando così una serie di asprissime lotte alla chiesa aquilejese ed al Friuli.

L'accrescimento di potere del conte di Gorizia e le continue minacce dei Da Camino condussero più tardi ad una vera egemonia dei Goriziani in Friuli. Già la forza dell'esercito patriarcale, abbastanza esigua, si vedeva diminuita dalle sanguinose discordie scoppiate verso la fine del secolo XIII fra la casa di Zuccola, detta così dal castello presso Cividale di cui esistono oggi appena le ruine, e quella di Castello (Frangipani di Tarcento) per la eredità del gran barone Walterpertoldo di Spilimbergo, discordie che diedero nuovo modo ai Caminesi ed ai Goriziani d'intromettersi nelle interne faccende del paese. Durante i tempestosi patriarcati di Pietro Gera (1299-1301) e di Ottobono de' Razzi (1302-1315) le nostre pianure furono corse in guerra quasi di continuo.

È interessante notare come ora le comunità prendano una parte sempre maggiore nella politica del paese. Dal 1299 al 1307 si può dire che le comunità lottino di continuo contro i feudali per impedire l'egemonia del conte di Gorizia nella provincia. E contro di esse si dirige poi il maggior sforzo dei collegati diretti da W.P. di Zuccola-Spilimbergo, in questo tempo principale feudatario della regione, quando si riprendono le ostilità. Nel 1308 le truppe assalitrici degli spilimberghesi giungono fino nel cuore di Cividale ed a mala pena i cittadini riescono a respingerle, nell'anno successivo Walterpertoldo trova poi la morte in un asprissimo tentativo di scalata alle mura di Udine in cui è assistito da Gerardo Da Camino. Il Patriarca per cercar salvezza deve piegare intieramente alle pretese del Conte di Gorizia; dal 1310 fino alla venuta del patriarca Pagano questi sia il vero signore del Friuli; risiedeva a Cividale, aveva posti suoi ufficiali nelle gastaldie patriarcali, nel 1313 Gemona gli aprì le porte, e il Patriarca a mala pena poteva tenere Udine.

Soltanto il ritorno al governo del Friuli della potente e ricca consorteria dei Turriani potè liberare il paese, per un lungo periodo, dal Conte di Gorizia; nel 1319 Pagano sborsò 6000 marche di denaro (circa 4 milioni di valuta odierna), per aver di ritorno i luoghi occupati dal Goriziano e dovette lasciargli in pegno ancora le valli slave (capitanato di Arisperg) e quelle carniche. Il governo di Pagano è uno dei periodi più notevoli della storia friulana; tenuto in rispetto il conte di Gorizia che era occupato nel governo di Treviso, posto un freno ai feudatarî, il commercio potè espandersi, e i mercanti fiorentini e lombardi sotto il patronato dei ricchi Turriani che, dopo la rotta di Vaprio, si rifugian tutti dalla Lombardia in Friuli, hanno libero campo ai loro traffici. In questo periodo si organizza più saldamente il parlamento e si disegna in particolar modo il potere del Consiglio del parlamento che, come già si vide, costituiva una specie di ministero della repubblica friulana.

L'importanza acquistata da Udine. I Savorgnano. Il patriarca Bertrando.

L'importanza acquistata da Udine. I Savorgnano. Il patriarca Bertrando. L'aumento di traffico che, con la pace, ha luogo nella regione, accresce l'importanza delle città e in particolar modo di Udine che va eguagliando rapidamente Cividale, in attesa di superarla alla metà del sec. XIV. A Udine aveano fatto la lor sede principale le società bancarie toscane, e anche i nobili prendevano parte alle loro operazioni e in particolar modo i Savorgnan che, dal loro castello presso Tarcento, vi avevano fissata stabile dimora. Nei documenti del tempo ci restan memorie di colossali operazioni finanziarie che questi grandi signori conducono a termine col Patriarca, e coi principati germanici insieme a potenti case toscane come i Soldonieri.

Dal tempo di Pagano sembra datare anche l'assoluta preponderanza che la casa Savorgnana esercita a Udine dove dopo lotte sanguinose riesce, coll'aiuto di Pagano e dei Cividalesi, a sopprimere i proprî rivali. Nel breve periodo che corre dal 1320 al 1333 i Savorgnan stesero il loro dominio sui Forni della Carnia, su Osoppo, Cergneu e Flagogna contesa aspramente loro dai di Castello. Poi con Bertrando furono strumento principale dell'aspra lotta con cui questi cercò di liberare il paese dalle preponderanze straniere e continuarono la sua politica anche quando quello cadde sotto i colpi dei congiurati alla Richinvelda. Quanto c'entrasse Venezia in questa politica di Udine e dei suoi signori non si può dire con sicurezza: però alcuni documenti ci mostrano come i rapporti fra Francesco Savorgnan e la Serenissima dovessero esser molto stretti. In ogni modo è su di un nuovo e poderoso elemento che si deve contare d'ora innanzi nella storia friulana. La borghesia industriosa e commerciale di Udine si faceva innanzi nella politica friulana e vi prendeva una posizione eminente, ed i Savorgnan ne erano i vessilliferi. Venezia verso la quale, come il prossimo gran centro commerciale, questa borghesia Udinese non poteva a meno di gravitare, doveva più tardi farsene scudo a conquistare il Friuli.

Bertrando fu certamente una fra le più grandi e belle figure che ci offrano i Patriarchi aquilejesi: il suo duro genio ebbe grandiosità di concezioni ed energia implacabile nel porle in opera. Le truppe friulane che sino allora s'erano acquistate buon nome combattendo assoldate in paesi lontani, oppure in guerre fratricide, furono da lui condotte risolutamente contro i secolari nemici del Patriarcato. Rizzardo da Camino, ultimo della sua casa, cadde combattendo a S. Vito, i fautori della contessa di Gorizia capitanati da W. P. di Spilimbergo furon sbaragliati a Braulins il 24 agosto 1336 e Venzone aprì le porte al vincitore che in pari tempo estendeva oltre Conegliano le frontiere del suo principato e spingeva poi le sue armi vittoriose fin sotto il castello di Gorizia (1340). E in pari tempo poneva le basi di nuovi ordinamenti amministrativi dividendo la provincia in quattro quartieri di qua del Tagliamento e uno di là, aumentava le difese, aiutando le comunità a riattare le proprie fortificazioni, si adoperava (1339, 1343, 1344) per dar vita ad uno Studio generale a Cividale, cercava di correggere i costumi e di frenare le usure.

L'azione di Bertrando poteva riuscire efficacissima per ricostituire saldamente lo stato patriarcale, ove non fosse stata di inceppo, da un lato la stessa indole del prelato troppo violenta e severa, dall'altro le segrete intelligenze che univano Cividale e molti nobili friulani ai conti goriziani. I due ultimi anni del suo reggimento furon turbati da gravi torbidi e la sorda lotta fra i Savorgnan e il Patriarca da un lato, e i Goriziani dall'altro giunse al punto di dar origine alla congiura macchinata da costoro, dai Portis di Cividale, dagli Spilimbergo e da altri, per la quale il prelato fu assassinato alla Richinvelda il 6 giugno 1350.

Le lotte col duca d'Austria.

Le lotte col duca d'Austria. Gli successe Nicolò di Lussemburgo fratello illegittimo dell'Imperatore Carlo IV che trasse atroce vendetta dell'eccidio squartando e martoriando i congiurati che potè aver fra le mani. La protezione imperiale rendeva abbastanza sicuro il governo del lussemburghese; tuttavia anch'esso non riuscì a domare i riottosi feudali, e dovette spesso rifugiarsi nella tranquilla solitudine di Soffumbergo, la bella villeggiatura patriarcale presso Faedis, lasciando che le frazioni nemiche si combattessero a lor posta, mettendo a ferro e fuoco il paese.

Un terribile nemico si disegnava intanto sull'orizzonte friulano e doveva porre in forse la dominazione patriarcale, il duca Rodolfo IV d'Austria che per il continuo dilatarsi dei suoi dominî stava ormai minaccioso ai confini settentrionali del Friuli. Il pericolo divenne grandissimo quando il Patriarca Nicolò morì e mancò quindi al Friuli la protezione che Carlo IV largiva al fratello. Il nuovo principe Ludovico della Torre era energico ed avveduto e cercò di riunire intorno a sè tutte le forze friulane per l'impari lotta. A tal fine mutò il governo di Cividale per rompere i legami che univano l'antica aristocrazia cividalese al partito feudale e cercò di farvi trionfare nuovi elementi democratici. Tuttavia malgrado l'unione delle comunità, dei Turriani, dei Savorgnan, la lotta contro il duca d'Austria non fu, nei primi tempi, meno disgraziata.

Movente occasionale furon differenze insorte fra mercanti tedeschi ed i gemonesi che per rappresaglia diedero l'assalto a Venzone ed alla Chiusa; S. Daniele aggiunse esca al fuoco assaltando le terre dei signori di Varmo parenti degli Spilimbergo principali sostenitori, questi, dei Goriziani e degli Habsburg in lega fra loro.

Nell'agosto 1361 Gualtierpertoldo di Spilimbergo sconfisse a Barbeano i patriarcali e mise a sacco i dintorni di S. Daniele, nel settembre successivo Rodolfo IV ed i Goriziani, presi Manzano e Buttrio, si diressero contro Udine. Le condizioni del Patriarca eran così disperate, che il disgraziato dovette consentire a recarsi a Vienna insieme a Francesco Savorgnan e Simone di Valvason i principali capi della sua parte. Il Patriarca divenuto ostaggio in mano del duca, fu liberato soltanto nel 1362 per l'intervento dell'Imperatore; nell'anno successivo il suo partito riprese forza in Friuli perchè Carlo IV, impensierito della minacciosa potenza austriaca, gli diede aiuto e più ancora perchè il Patriarca potè, a duri patti, ottener pace dai Goriziani irritati contro Rodolfo che aveva nel contempo carpita l'eredità del duca del Tirolo loro congiunto. I patriarcali ebbero in breve il sopravvento; spianarono i due castelli feudali che dai prossimi colli minacciavano Cividale, cioè Zuccola e Urusbergo (settembre-novembre 1364) e perseguitarono gli Spilimbergo fin dentro il loro borgo. Il Patriarca nel contempo venne a morte, ma pochi giorni prima aveva chiusi improvvisamente i suoi giorni anche Rodolfo; Francesco Savorgnan rannodò i suoi partigiani e continuò la lotta e gli riuscì finalmente a Fagagna di dare una rotta definitiva agli Spilimbergo ed alle truppe del partito austriaco. Venzone aprì le porte al Savorgnan che chiuse così gloriosamente questa prima êra dell'influenza austriaca in Friuli.

Il Patriarcato di Marquardo.

Il Patriarcato di Marquardo. La nomina di Marquardo di Randek, già cancelliere imperiale, ricondusse la pace nella regione e colla pace la vita normale delle istituzioni. Il Parlamento ebbe di nuovo riunioni regolari e si potè in breve condurre a termine l'opera cospicua delle Constitutiones Patriae Foriuli, corpo di leggi in gran parte civili e procedurali che formò il nucleo principale del diritto friulano sino alla caduta della Repubblica veneta[306]. Le constitutiones sono dovute in gran parte alla raccolta ed alla coordinazione delle costituzioni precedentemente emanate dal Parlamento, e dei principî giuridici stabiliti dalle sentenze di questo; tuttavia vi si trovano notevoli progressi. La linea femminile fu equiparata alla maschile nella successione, si proclamò la libertà di tutti i Friulani, si cercò di dar vita alla tutela romana ecc.

Oltre al regolare la vita del diritto, Marquardo protesse le arti ed a lui si deve la splendida ricostruzione del duomo di Aquileja[307]. Egli cercò pure di rialzare il commercio; accolse nei suoi stati i toscani perseguitati dalle scomuniche pontificie e la loro affluenza fu tale che nel 1369 Gemona potè costruire il suo palazzo civico con la gabella pagata dai toscani che tenevano bottega nelle sue mura. Lo sforzo principale che Marquardo durò per ristorare la vita economica del Friuli sta poi nel tentativo di assicurare per sempre alla nostra regione il suo porto naturale, Trieste. Per questo, l'energico prelato fece adesione alla lega contro Venezia e prese parte alla così detta guerra di Chioggia. Trieste fu dopo il 1369 presa e ripresa più volte dal Patriarca e dai Veneziani; Marquardo non aveva però la forza necessaria per assicurarsene il dominio contro i potenti nemici palesi o coperti che agognavano il possesso del porto adriatico: dissipato colla pace di Torino il pericolo veneziano, si fece innanzi il duca d'Austria il quale seppe così abilmente disporre le sue reti che nel 1382 gli riuscì d'impossessarsi pacificamente della città.

La perdita definitiva di Trieste fu fatale per il Patriarcato, dacchè ormai il commercio friulano doveva di necessità rivolgersi verso Venezia e raddoppiarsi così i legami che stringevano la borghesia e buona parte della feudalità della regione alla grande repubblica uscita ormai vincitrice dalle strette dei genovesi, di F. da Carrara, del Re d'Ungheria e del Patriarca uniti insieme.

Le ultime vicende del dominio dei patriarchi.

Le ultime vicende del dominio dei patriarchi. Il periodo veramente glorioso di Marquardo è l'ultima luce del secolare principato patriarcale. I suoi successori, insidiati dai potenti vicini che suscitavano di continuo fazioni e ribellioni, stremati nelle finanze, e per di più inetti, conducono lo stato a pieno sfacelo. I Savorgnan si accostano sempre più a Venezia, e con essi sta Udine e parecchie altre comunità e castelli; dall'altra parte sta Cividale che ha l'aiuto del Re d'Ungheria e di Francesco da Carrara signore di Padova e principale avversario dei Veneziani. Il primo cozzo delle due parti avverse avviene durante l'effimero reggimento del principe francese Filippo d'Alençon parente del Re di Francia cui era stato dato il Patriarcato in commenda ed era difeso da Cividale. Nel 1384 i Patriarcali hanno il di sopra in una battaglia presso Rubignacco, poi nel 1385 riprendono il sopravvento i collegati e, dopo la caduta di Gemona, Alençon dovette abbandonare il Friuli.

I Savorgnani trionfano e dal loro stesso trionfo son tratti irresistibilmente a idee di predominio. Qui sta, in gran parte, il motivo dell'aspro conflitto che nel penultimo decennio del secolo XIV scoppia fra il violento e dissoluto Patriarca Giovanni di Moravia, figlio naturale, come dicesi, dell'Imperatore Carlo IV, e Federico di Savorgnan. Il Patriarca volendo liberare d'un tratto lo stato Aquilejese da questa interna minaccia, fece il 15 febbraio 1389 sorprendere ed uccidere dai suoi sicarî il Savorgnan. Il sangue chiamò, al solito, altro sangue; Udine e il giovane figlio di Federico, Tristano, strinsero ancora più forte gli accordi segreti con Venezia e d'ora innanzi la repubblica giocherà la prima parte nella politica friulana ed, abbandonate le prudenti riserve dei suoi antichi padri, cercherà di ingrandire il suo dominio di terraferma annettendovi il Friuli. Il Patriarca cercò di rafforzarsi contro i nemici esterni ed interni col circondarsi di soldati tedeschi, col mutare le magistrature delle comunità per porvi suoi partigiani, e col tentativo di attentare alle libertà del paese per ridurlo ad assoluto principato. Udine però si mantenne sempre ostile, e Tristano Savorgnan andava tessendo congiure e macchinazioni contro l'uccisore di suo padre: il 13 ottobre 1394 il giovane signore di Udine uccise di sua mano il Patriarca.

Lo sparire del sanguinario prelato non diede, tuttavia, immediata vittoria al partito veneziano ed ai Savorgnan; per un certo tempo ancora ebbe prevalenza Cividale col partito opposto che, riceveva aiuti da Francesco da Carrara, dagli imperiali e dal Re d'Ungheria: son gli antichi legami stretti da Marquardo che ancora sorreggono il vacillante Patriarcato. Ma dopo il breve periodo in cui il romano Antonio Caetani resse con sufficiente tranquillità il Friuli, il partito veneziano ebbe finalmente il suo eletto nel Patriarca Antonio Pancera di Portogruaro. Come si poteva prevedere, Cividale dopo essere stata per poco tempo in pace col Patriarca, gli suscitò contro l'antica fazione carrarese. A rinfocolare la resistenza contro il Pancera giunse in Friuli Gregorio XII che cercava scampo dai Cardinali suoi avversarî che lo volevano deposto ed ai quali aderiva il Patriarca[308]. A Cividale si riunì il concilio bandito da Gregorio contro l'emulo Alessandro V. Gemona, gli Spilimbergo, i Prata e la maggior parte dei feudali aderivano agli avversari del Pancera; Udine sembrò prendere per un istante il sopravvento quando alla partenza del Papa le riuscì di sorprenderne la comitiva e di toglierle denaro e salmerie, ma tosto Cividale ed i suoi collegati ricevettero soccorso di buon nerbo di truppe dall'Imperatore e con ciò ebbero vittoria definitiva. Ad un tratto parve che le speranze del partito veneziano cadessero così interamente; nel 1411 Filippo Scolari generale di un esercito di Re Sigismondo d'Ungheria che aveva nel contempo ottenuta la corona imperiale, entrò a Udine e vi pose un capitano sfrattandone Tristano Savorgnan ed i principali suoi aderenti; il rivolgimento fu completo: gli avversari di Savorgnan ebbero per un decennio il governo di Udine ed i beni dei banditi furono posti all'incanto. Il nuovo Patriarca Ludovico duca di Teck e cognato del duca di Ortemburg rappresentante imperiale in Friuli sembrava saldamente assiso sul trono.

Il dominio di Venezia.

Il dominio di Venezia. Pochi anni bastarono però a mutare radicalmente la situazione. Tristano Savorgnan, da Venezia che gli aveva dato ospitalità e larghi aiuti, non posava; egli conservava ancora in Friuli castelli, amici e ricchezze e potenti aderenze in Italia e fuori che procurarono a suo favore perfino un voto del concilio di Costanza. Quando al Patriarca nel 1418 venne a mancare l'aiuto del Re ed Imperatore Sigismondo, egli non fu più in grado di sostenersi contro il partito veneziano che prendeva apertamente l'offensiva; il paese era d'altronde stremato di forze e il governo patriarcale era affatto senza denari, i feudali indebitati e in buona parte già avvinti di segreti patti con Venezia, le comunità rovinate nei commerci dalle guerre continue. Cividale che era già stata principale sostegno del governo patriarcale, e vedeva ora la rivale Udine in grazia presso il tedesco Patriarca, era tratta nelle spire del partito veneziano dalla speranza di poter ricuperare sotto il dominio di S. Marco l'antico fervore dei suoi traffici caduti in grave decadenza. Nell'11 luglio 1419 Cividale si arrese spontaneamente al generale Filippo d'Arcelli che comandava il corpo di occupazione veneziano e molte altre comunità e famiglie parlamentari ne seguiron l'esempio; così il 14 agosto Sacile e nella seconda metà dello stesso mese buona parte delle terre oltre Tagliamento ad eccezione di Prata che, dopo valida resistenza fu rasa al suolo il 23 settembre. Tristano Savorgnan tentò invano all'11 settembre l'assalto di Udine; la città doveva resistere ancora fino all'anno successivo.

Nella primavera del 1420 il Patriarca Ludovico tentò la riscossa con ausiliarî ungheresi e tedeschi, ma la resistenza di Cividale, cui pose l'assedio insieme agli udinesi, sventò il tentativo: anzi gli assediati in vigorosa sortita sgominarono le truppe patriarcali e presero prigione il conte di Gorizia. Questa vittoria dei cividalesi diede il segnale della resa anche alle terre che ancora serbavano fede al Patriarca. Il 6 giugno 1420 gli udinesi si acconciarono ad aprir le porte ai veneziani, e rientrò solennemente nella città, dopo dieci anni d'esilio, il Savorgnano. Seguirono l'esempio di Udine il 3 luglio i gemonesi ed il 16 quelli di S. Daniele e con ciò tutta la provincia fu in mano di Venezia. Il Patriarcato aquilejese, dopo tre secoli e mezzo di governo, cessava di esistere come potenza politica[309].

Il tramonto del potere patriarcale costituisce un fatto di grande importanza storica per il Friuli non tanto per il cessare del governo del prelato aquilejese la cui influenza a ben guardare era, nel complesso, così debole che il paese si può quasi dir retto da un'oligarchia repubblicana rappresentata dai membri parlamentari, quanto perchè a questo vacillante potere si sostituisce la poderosa e consapevole potenza di Venezia. Con ciò il Friuli che sin allora era stato di continuo, campo disputato delle influenze degli Imperatori, del Re d'Ungheria, del duca d'Austria, dei principi stiriani o boemi, del conte di Gorizia, dei Carraresi, di Venezia, è ridotto per sempre nell'orbita della politica italiana non solo per coercizione esterna, ma anche perchè tale era divenuto il volere della parte più influente della popolazione. Come vedremo, quasi un secolo dopo la dedizione, il Friuli è corso ancora una volta per parecchi anni dalle truppe austriache del Re Massimiliano, ma per quanto il soverchiare degli assalitori costringa talvolta gli abitanti a cedere alla violenza, è forza tuttavia riconoscere che, dove poterono, i Friulani si difesero con accanimento dall'assalto imperiale e che, dove pure dovettero cedere, rialzarono, appena fu possibile, il vessillo di S. Marco in gran fretta. Ciò contrasta di molto con i continui mutamenti di partito, colle frequenti leghe collo straniero, che son caratteristici nella politica friulana anteriore al 1420.

Lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il prevalere della borghesia.

Lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il prevalere della borghesia. Nè la trasformazione si manifesta in soli fatti politici: in tutta la vita friulana si fan più saldi quei legami che l'avvincevano già prima all'Italia, ma che subivano le alterne vicende degli avvenimenti guerreschi. Nel mezzo secolo di pace che il Friuli gode dalla conquista veneta alle prime avvisaglie delle incursioni turchesche esso matura in sè un rivolgimento che della travagliata provincia contesa fra germani, ungheresi, slavi, veneziani, fa un centro, non ultimo per importanza, della cultura italiana e questo centro si costituisce per eccellenza proprio nella parte del Friuli cui si riferiscono queste note. Non che pur nel periodo precedente non vi fossero testimoni di arti e di lettere, ma son scarsi e deboli e spesso lontani dalle correnti italiane. Il bellissimo duomo di Gemona ha caratteri quasi prettamente teutonici, le chiesette sparse nelle vallate del Natisone e del Torre sono dovute ad architetti slavo-tedeschi che continuano la loro attività sino alla fine del secolo XVI, bellissimi trittici in legno dorato, preziosi pezzi di oreficeria dei tesori di S. Daniele e Cividale son pure dovuti ad artisti austriaci: lo stesso magnifico ponte di Cividale è opera di un architetto carinziano: accanto a questi si trovano opere di artisti italiani come le chiese francescane, i palazzi comunali di Venzone, Gemona, Cividale, di più antichi monumenti romanici si conservano traccie persino nella romita valle di Lusevera ed alcune antiche pitture hanno carattere così prettamente italiano da essere state attribuite a pennelli toscani[310], ma certamente esse non si possono neppur da lontano paragonare alle belle fioriture del secolo XIV delle città venete. Più tardi invece, nei due secoli successivi, il paragone non è affatto sfavorevole al Friuli.

Lo stesso accade per le lettere. Nel grande movimento umanistico del trecento si cercherebbero invano nomi di friulani cospicui e quei pochi che salirono in rinomanza l'ebbero fuor di patria come il medico Mondino di Cividale, il poeta Pace, il filosofo Paolo Veneto[311], e qualche altro: conforme alla natura bellicosa del nostro paese è invece il fatto che la celebre scuola di scherma italiana del medioevo deva al Friuli il nome e l'opera del notissimo Fiore di Premariacco.

Dalla metà del '400 invece tutto il movimento artistico-letterario dimostra una vitalità intensa nella regione. Sono soltanto principî, però interessanti. La scuola dei Da Tolmezzo che coprì d'affreschi e di belle pale intagliate tante chiese del Friuli, il Belunello che ne illustrò altre, sono i primi rappresentanti di un movimento che dà poi nel '500 meravigliosi risultati.

Per le lettere si ponno ricordare per la nostra zona il cividalese Antonio Cremense che fu fra i precettori di Carlo V, il dictator Giovanni de Pitacolis di Venzone, e l'antiquario e bibliofilo Guarnerio d'Artegna che fondò a S. Daniele, col suo testamento del 1477, una biblioteca pubblica ricca di preziosissimi codici ed altri. E non dobbiamo dimenticare che l'arte della stampa s'introduce abbastanza presto: Cividale ebbe i primi libri a stampa del Friuli dallo stampatore girovago Girardo di Fiandra nel penultimo decennio del '400. Questo movimento ha in sè tale energia da non esser arrestato neppure dai terribili guasti delle invasioni turchesche, nè dalla lunga e disastrosa guerra derivata dalla lega di Cambray, nè dai rivolgimenti sociali del 1511: anzi è nella seconda metà del sec. XVI, al cessare di questi fatti, che esso ci dà i suoi più bei frutti. Egli è che esso ha la sua radice in un profondo mutamento sociale. Il regno dell'aristocrazia feudale finisce, e comincia quello delle borghesie cittadine. Il governo di Venezia che toglie ogni funzione politica ai castellani, toglie anche la ragione della loro supremazia; costretti a deporre le armi, essi emigrano alle corti straniere o se rimangono in città, vi imprendono una gara di lusso con la borghesia in cui hanno facile vittoria i mercanti arricchiti coi commerci che rifioriscono sotto la ferma e pacifica signoria veneziana. Ma questo ci spiega anche perchè le arti che si accompagnano a tale fastosità siano prettamente italiane, dacchè se l'aristocrazia feudale aveva ancora seguíti rapporti feudali, politici ed anche famigliari con genti d'oltr'alpe, la borghesia invece traeva la sua radice dalla Lombardia, dalla Toscana o dalle provincie venete o dal basso popolo friulano e perciò latino. La vittoria del partito veneziano conduce, in fondo, alla vittoria di questo elemento. La prevalenza della borghesia udinese nel parlamento divien così forte che l'emula Cividale nel 1553 domanda ed ottiene il suo distacco e la costituzione di un territorio separato, e più tardi sorgono violente e interminabili dispute nel parlamento stesso per la precedenza pretesa dai rappresentanti di Udine su tutti gli altri membri. A questo mutarsi delle condizioni sociali si accompagnano nella nostra regione gravi cambiamenti nei rapporti fra le plebi e le classi dominatrici. I nuovi bisogni rendono queste più avide di denaro e desiderose di nuove forme economiche che lo procaccino, d'onde continui attentati all'antico assestamento consuetudinario. D'altra parte le plebi, nel contempo, avevano acquistata maggior coscienza di sè: avevano militato nella milizia paesana (cernide), erano state accarezzate dai partiti politici ed aizzate contro gli avversarî, avevano visti antichi dominatori cader di sella e salire di nuovi. Così si accende una sorda lotta fra rustici e feudali, fra plebei e borghesi.

Le invasioni dei Turchi.

Le invasioni dei Turchi. Il disagio delle plebi è reso ancor più forte poi dalle sventure che travagliarono il paese fra la fine del secolo XV e il principio del XVI.

Prima fra queste fu l'invasione dei Turchi che, imbaldanziti per le continue vittorie riportate nei Balcani, dopo aver già minacciati i confini friulani nel 1415[312], si spinsero nel 1472 fino all'Isonzo, ma poi nel 1477, sconfitto il generale veneziano Giovanni Novello, devastarono, orribilmente, tutti i villaggi fra l'Isonzo e la Livenza del basso Friuli, guastando persino i dintorni di Udine e di Cividale; ancora più terribile fu poi l'incursione del 1499 in cui per la viltà di Andrea Zantani comandante delle truppe veneziane furono lasciati scorazzare per la pianura friulana fino a Porcia. Sanudo riferisce che bruciarono 132 villaggi d'onde portaron via robe e prigioni; a Valvasone una banda di ottocento villani armati cercò di far loro fronte, ma invano, e poterono ripartire indisturbati con le loro prede. La repubblica cercava di provvedere alle difese: nel 1478 aveva costruiti ripari fra Lucinico e Gradisca cui concorsero tutte le città di Terraferma: nel 1500, temendosi nel marzo una nuova discesa dei barbari, mandò Leonardo da Vinci nelle valli del Vipacco e dell'Isonzo per studiare un piano di difesa e sembra che il grande ingegnere proponesse un sistema di briglie per alzare il livello dell'acqua in quei nostri fiumi[313].

Lotte fra Venezia e l'Impero. La difesa di Osoppo.

Lotte fra Venezia e l'Impero. La difesa di Osoppo. La guerra di Gradisca. Appena rimesse un po' le popolazioni dal terribile rovescio, nuovi danni preparavano loro le discordie suscitate dalla morte dell'ultimo conte di Gorizia, Leonardo, fra la repubblica veneta e l'Impero. I Goriziani avevano ricevuta dal Doge l'investitura dei loro feudi in Friuli, dopo la caduta del governo patriarcale, ma Leonardo, in esecuzione delle convenzioni di famiglia intercorse fra la casa di Gorizia e quella d'Austria lasciò erede nel 1497 quest'ultima di tutti i suoi beni e diritti. La Repubblica protestò, ma gli austriaci che già possedevano nel cuore del Friuli la contea di Pordenone, vennero in possesso tranquillamente dei vasti domini della casa di Lurn. Ciò fu semente di una lunga guerra e causa non ultima della celebre lega di Cambray. Nel 1508 la repubblica che era all'apogeo della sua potenza credette, con rapida mossa, di poter rivendicare i suoi diritti. Il suo generale Bartolaneso d'Alviano sconfisse i tedeschi nel Cadore prendendoli in mezzo, a Pieve, fra due colonne venete provenienti l'una dalla Mauria, l'altra da Belluno, e poi attraversata con le truppe vittoriose la Carnia scese al piano, espugnò e mise a sacco Cormons, occupò Gorizia e, coll'aiuto della flotta, rivolgendo l'assalto dal lato di Prosecco, prese infine Trieste.

Il 4 Dicembre 1508 fu stretta la lega detta di Cambray fra Impero, Francia, Spagna e il Papa e in primavera, sconfitto l'esercito veneziano alla Ghiara d'Adda, quasi tutta la terra ferma, meno Treviso e il Friuli, cadde in potere dei nemici di S. Marco. Nel Luglio 1509 le truppe imperiali attaccarono dai due lati il Friuli ma, a nord, la gloriosa resistenza di Chiusaforte, e nel basso Friuli quella non meno valida di Monfalcone permisero ai Veneti di organizzare la difesa[314].

L'esercito austriaco, guidato dal Duca di Brunswik fece un tentativo contro Udine fra il 26 ed il 28 di Luglio fors'anche per soccorrere Pordenone che però fece dedizione a Venezia il 26; saputo questo il Duca si ritirò e rivolse invece tutte le sue forze contro Cividale. Fra il 28 e il 30 l'esercito austriaco abbruciò tutti i villaggi fra Cormons e il Natisone e smantellò la rocca di Rosazzo e poi si accampò sotto le mura di Cividale. La città, che aveva debole presidio capitanato da Federico Contarini, e fu poi soccorsa da una piccola ma valorosa schiera guidata da Antonio da Pietrasanta, venne bombardata per due giorni, e oppose validissima resistenza, non solo per la gagliardia del presidio, ma ben anche per la intrepidezza dei cittadini fra cui si distinsero Zenone de Portis, Annibale Salone e Girolamo Locatelli. Il 1.º Agosto Giampaolo Gradenigo provveditor generale dell'esercito veneziano in Friuli tentò di soccorrere la città movendo da Udine con un certo numero di stradiotti, la cavalleria castellana comandata da Tiberio Porcia, e le cernide di Antonio Savorgnan, ma, presso Remanzacco, fu sconfitto dal Co. Cristoforo Frangipane di Veglia. Intanto gli austriaci tentavano l'assalto per una breccia aperta dalle loro artiglierie. I difensori con disperata energia respinsero tre volte i nemici e l'ultima, usciti fuori dalla breccia li posero in tale rotta che l'indomani levarono il campo e si ritirarono verso Cormons. Difesa questa la cui fama si diffuse in tutta l'Europa.

La vittoria fu molto benefica a Venezia per la quale rappresentò un primo raggio di luce dopo i disastri dei mesi precedenti. Cividale però non ne trasse profitto dacchè, malgrado i suoi sforzi, perdette fra l'Agosto e il Settembre le chiuse di Plezzo (Flitsch) e Tolmino, possessi per lei importantissimi che le assicuravano il commercio della via del Predil. Tale perdita fu l'ultimo colpo alla prosperità dell'antica città friulana.