La guerra continuò con alterne vicende, e continui saccheggi e desolazioni negli anni successivi. I Veneziani che in tanti disastri non potevano tener fermo dovunque e talvolta smarrivano l'animo, non seppero opporre valida resistenza dove più ne era il bisogno. Nel 1511 tutta la Patria cadde in mano del nemico: il 18 Settembre S. Daniele, il 20 Udine, nei giorni successivi anche Cividale e Gemona dovettero aprir le porte all'esercito austriaco, e, ciò che fu più dannoso, il 19 Settembre il presidio veneto di Gradisca cedette vilmente al nemico; Venezia e con lei l'Italia avevano perduto per secoli quel territorio così prezioso alla difesa dei confini orientali! Fra il 1511 e il 1514 le sorti furono alterne: alcune città, come Cividale nel 1513 rialzarono la bandiera di S. Marco; terre rigogliose subirono invece, come Buia in questo stesso anno, i danni del nemico; la lotta definitiva doveva però combattersi nella primavera del 1514 sotto le rupi di Osoppo. Il campo imperiale che aveva Gemona come base d'operazione strinse per quaranta giorni con diuturni bombardamenti ed assalti la fortezza di cui Gerolamo Savorgnan ed il connestabile Teodoro dal Borgo dirigevano con animo gagliardo le difese. Soccorsi di vettovaglie mandati animosamente da S. Daniele, e forse da altri luoghi vicini, dacchè come si disse l'animo delle popolazioni era profondamente ostile agli Austriaci, permisero ai difensori di tener fermo finchè gl'Imperiali, saputo che il generale d'Alviano era entrato in Friuli con buon nerbo di truppe veneziane e ripreso e messo a sacco Pordenone, si volgeva verso Udine, sciolsero il campo e per il canale del Ferro impresero la ritirata, che il Savorgnan e le sue truppe molestarono a più riprese[315].
Le città friulane, che ancora obbedivano all'impero, riaprirono, tutte, le porte all'esercito veneto e s'aprì così per la maggior parte del Friuli una lunga era di pace che doveva finire soltanto colla caduta della repubblica veneta. Soltanto alcuni luoghi del territorio da noi considerato furono turbati un secolo più tardi dalla nuova guerra fra la Repubblica e la Casa d'Austria, poichè tale guerra che fu detta di Gradisca (perchè l'obbiettivo principale dei Veneti era il riacquisto di questa fortezza che non si riuscì a strappare al nemico) si svolse nel basso Friuli intorno all'Isonzo. Non mancarono però anche qui episodî onorevoli per i Friulani, come la cacciata degli austriaci che avevano occupato Pontebba per opera di truppe friulane comandate dal prode cividalese Marc'Antonio di Manzano e di ausiliarî Venzonesi e Gemonesi capitanati da un Bidernuccio di Venzone (13 Agosto 1616). Lo stesso Manzano discese nel gennaio 1617 da Castel del Monte presso Cividale nella valle dell'Isonzo per tentar di riprendere Caporetto e le chiuse di Plezzo, ma non fu efficacemente aiutato dal generale veneto Giovanni de' Medici. Il valoroso cavaliere friulano doveva poi trovar la morte in un fatto d'armi presso l'Isonzo il 12 Luglio 1617. La guerra di Gradisca finì senza risultati. La repubblica che avrebbe voluto unificare i suoi possedimenti ed estendere il suo territorio dal Timavo alla Livenza, dovette rassegnarsi a rispettare i feudi austro-goriziani che ne interrompevano la continuità. Alla perdita del baluardo orientale, Gradisca, si doveva aggiungere quindi la conservazione in mano dell'Austria del territorio di Aquileia, di Castel Porpeto, di Gorizia, S. Maria e varii altri paesi nel centro del Friuli, di Albana sulla riva destra dell'Judri. Nondimeno la unificazione del Friuli si poteva dire molto più avanzata di quanto non fosse nell'età patriarcale per l'acquisto stabile di Pordenone e di Latisana e per la conservazione di Monfalcone, e la difesa assicurata con l'erezione della fortezza di Palma (1593) che chiuse per due secoli la fatale breccia orientale dei confini italiani.
Le benemerenze del governo di Venezia. La rappresentanza dei contadini. Il fiorire delle arti e delle scienze. A queste benemerenze il governo veneto doveva poi aggiungerne altre per l'opera compiuta a vantaggio della pacificazione delle classi sociali. Il periodo 1500-1514 già così disastroso al Friuli per la guerra austro-veneta era stato pure funestato da un terribile movimento sociale. Abbiamo visto quali sorde ostilità covassero fra rustici e signori feudali, e fra il popolo minuto e la nobiltà cittadina. Antonio Savorgnan che negli ultimi decenni del XV secolo e nel primo del XVI, si può considerare per le grandissime ricchezze, la vastità delle clientele e per il predominio, esercitato con fredda audacia ed inumana crudeltà, quasi come un re non coronato del Friuli, trasse partito da queste inimicizie per muovere il popolo di Udine ed una torma di contadini delle cernide, da lui riunita nella capitale friulana col pretesto di minacce austriache, a trucidare i suoi avversarî della potente consorteria dei Turriani ed a saccheggiarne le case. Fu il celebre sacco del giovedì grasso 1511. Ma l'incendio non si arrestò qui: le plebi di campagna udite le novelle di Udine si affrettarono ad assaltare i castelli, a dar sacco alle abitazioni patrizie, ad incendiare ogni cosa[316].
Il sabato furono abbruciati e saccheggiati i castelli di Villalta, Brazzacco, Arcano, la domenica mattina si sentivano, dice un contemporaneo, in ogni parte tumulti e si vedevano accesi i fuochi che abbruciavano i Castelli di Susans, Colloredo, Caporiacco, Tarcento, Fagagna, S. Daniele, Spilimbergo, eran posti a ruba Morazzo, Zoppola, Cusano, Varmo ed altri, i castellani messi in fuga colle loro famiglie e costretti a rifugiarsi taluni in boschi od in spelonche, i più fortunati in qualche castello rimasto intatto come Pers, oppure a Venezia o nei luoghi forti d'oltre Tagliamento. Dopo il primo sbigottimento i castellani si rannodarono, la repubblica veneta mandò truppe, e degli atroci fatti fu tratta terribile vendetta specialmente quando Antonio Savorgnan, insospettitosi dei procedimenti del governo Veneto e delle proposte fatte contro di lui nel Consiglio dei X e più, forse, intimorito dalla debolezza dei presidî veneziani in Friuli, abbandonò improvvisamente l'antica fede e si diede alla nemica secolare della sua casa, l'Austria. Tradimento memorabile che, quanto alla famiglia Savorgnan fu lavato dal gagliardo Girolamo, il difensore d'Osoppo, ma che non valse ad Antonio l'impunità, dacchè egli fu ucciso poco dopo da gentiluomini friulani, parenti delle sue vittime ed il suo cadavere fu divorato dai porci per le vie di Villacco.
La repubblica si preoccupò nondimeno, del grave disagio che aveva prodotto gli eccessi, e durante tutto il secolo XVI e XVII malgrado l'opposizione del parlamento friulano, la Signoria emanò una serie di leggi a favore dei rustici, per impedire ai signori di togliere alle comunità rurali i compascui di cui godevano, per fissare le mercuriali delle derrate dei canoni livellarî, per rendere gli attrezzi, le masserizie e gli animali da lavoro dei coloni insequestrabili, e sopratutto per costituire, con larghezza di vedute unica in Italia, ai contadini una rappresentanza separata che ne difendesse le ragioni, ne esigesse le imposte e custodisse le armi delle cernide, togliendo tutto ciò ai signori feudali. Questa rappresentanza detta dei sindaci generali della contadinanza, era eletta dai sindaci dei varî villaggi del Friuli diviso in otto quartieri, quattro di qua e quattro di là del Tagiiamento. Con essa si può dire che ai tre membri del Parlamento: clero, castellani e borghesi se ne aggiunga un quarto: quello dei contadini. Anche il territorio di Cividale separatosi, come s'è detto nel 1553, ha il suo corpo della contadinanza coll'arrengo cui partecipano anche i villaggi delle valli Slave ordinati in un consorzio a capo del quale sta in luogo di un sindaco generale, una magistratura detta la banca di Antro e di Merso. Queste provvide disposizioni fecero cessare in buona parte il malcontento dei rustici, mentre a poco a poco la pace risanava le gravissime piaghe che le guerre, i saccheggi, la peste, le carestie avevano recato alla desolata provincia[317].
D'un certo benessere son prova le arti che fioriscono con notevoli monumenti. Dal '500 al '600 il Friuli dà una bella serie di artisti specialmente alla pittura. Pellegrino da S. Daniele, Giovanni da Udine, il Pordenone, l'Amalteo abbelliscono coi loro pennelli famosi non solo chiese delle cittadette friulane, ma anche romite cappellette di campagna, che si fregiano di bei trittici di legno scolpiti da scultori pure locali, mentre anche le case private si adornano di mobili intagliati con fine gusto e sovente mostrano facciate frescate da abile mano. Il movimento letterario si accentua anch'esso: nella prima metà del '500 la poesia friulana può finalmente noverare un nome egregio: Erasmo di Valvasone mentre altri letterati come Scipione di Manzano, Ermanno Claricini, e una pleiade di antiquarî e scrittori di cose patrie come il Nicoletti di Cividale, il Pittiano di S. Daniele ed altri meno noti fecero riscontro nelle nostre piccole città, al bel movimento di Udine. Ed anche più tardi quando il marasmo del '700 colpisce le nostre non meno che le altre città venete le lettere continuano a dare qualche bel nome come l'arcivescovo Giusto Fontanini bibliofilo e antiquario di S. Daniele, il diligente raccoglitore di patrie memorie Giuseppe Bini di Gemona, e la pleiade di nobili scrittori che vanta la scuola dei Somaschi apertasi nel 1705 a Cividale fra cui Iacopo Stellini, il gran filosofo, e il matematico G. B. Pisenti. Cividale dava pure in quel tempo al Friuli il suo maggiore storico Bernardo Maria de Rubeis, cui seguiva di poco nello stesso arringo l'acuto G. G. Liruti signore di Villafredda presso Tarcento[318].
La decadenza del secolo XVIII. La venuta dei Francesi. Per contro tutte le istituzioni pubbliche nostre volgono a piena decadenza via via che ci avviciniamo alla fine del '700: il parlamento si riduce un'ombra di sè ed è continuamente sorvegliato nella sua attività dai magistrati veneti; i Luogotenenti erano sovente invisi alle popolazioni, le giurisdizioni feudali non davano alcuna garanzia di giustizia ed erano quasi sempre strumento d'oppressione. Le comunità non avevano còlta l'occasione di rinnovarsi col ristabilire le antiche assemblee a larga base, ma al contrario o avevano serrato l'arrengo riducendolo a poche famiglie, come a Gemona, ovvero l'aveano soppresso addirittura accogliendo poche famiglie plebee fra i nobili di consiglio, come accadde a Cividale. Anche la benefica rappresentanza dei contadini istituita, come vedemmo, dalla repubblica veneta, ha poco effetto per i brogli e le corruzioni e la trivialità dei sindaci. Non che il Friuli fosse in condizioni peggiori delle rimanenti provincie venete e di molte altre italiane, anzi sotto qualche aspetto aveva progredito. L'industria della seta p. es. dava circa un milione di libbre di bozzoli di cui buona parte era esportata in Germania, e circa 120.000 libbre di sete lavorate; filature e tessiture, specie verso la fine del '700, sorgevano qua e là nella provincia[319]; l'agricoltura migliorava per le sapienti cure di teorici e pratici come lo Zanon, l'Asquini, il Canciani ed altri, ma il marasmo dovuto alla neghittosità dei ricchi, all'ignoranza generale e più alla natura stessa delle istituzioni era così grande che contro di esso si spezzavano vanamente in buona parte questi sforzi generosi e ciò non poteva a meno di generare malcontento in special modo contro i privilegî dei nobili e contro l'inerzia dei poteri costituiti. Non mancava poi il lievito delle dottrine democratiche, venute dal di fuori delle quali si faceva banditore persino qualche veneto magistrato. Non era dunque interamente impreparato l'ambiente in cui le armi rivoluzionarie di Francia portarono ad un tratto vita nuova.
Nel Marzo 1797 il Friuli fu conteso fra l'arciduca Carlo comandante le truppe austriache, e Napoleone Bonaparte capo dell'esercito francese: Venezia assisteva impotente alla lotta che doveva decidere le sue sorti. Il 17 i due eserciti si scontrarono sul Tagliamento e gli austriaci ebbero la peggio; il 20 tutto il Friuli fino all'Isonzo era in potere dei Francesi che dal Pulfero e da Pontebba movevano ad inseguire gli avversarî. La provincia e particolarmente il cividalese patì gravissimi danni dai belligeranti: requisizioni senza pietà, incendi, saccheggi, donne violate e contadini costretti a seguire coi carri ed i buoi l'armata francese fin nell'interno dell'Austria, tutto ciò doveva riuscir molto duro a popolazioni che la lunga pace aveva ormai rese ignare degli orrori della guerra; ma ben maggior danno preparava poi la politica egoistica della repubblica francese che tolse al Friuli l'indipendenza nazionale e lo cedette all'Austria colla pace, detta di Campoformio, il 17 Ottobre 1797 insieme alle altre terre venete fino all'Adige, in compenso della parte dei Paesi Bassi che l'Austria a sua volta cedeva alla Francia. Questa proclamava per se stessa i diritti dell'uomo, ma mercanteggiava gli altri popoli come torme di schiavi.
Il Friuli rimane così soltanto, per pochi mesi, sotto la signoria francese: nel maggio partirono i magistrati veneti, e il generale Bernadotte costituì a Udine il 26 giugno un Governo centrale di 23 membri in parte udinesi, in parte della provincia. Dopo Campoformio costoro dovettero cedere il campo ai governatori austriaci che per brevissimo tempo restituirono gli antichi ordinamenti ma poi li mutarono a somiglianza di quelli che reggevano gli stati ereditarî. Il parlamento friulano si riunì per l'ultima volta nel febbraio 1798, poi la provincia fu sottoposta ad un consiglio di Governo sedente a Venezia ed a un capitano provinciale; naturalmente cadevano le divisioni precedenti della provincia che assicuravano l'autonomia a Palma ed a Cividale.
L'Austria tenne allora il Friuli per sette anni; perseguitò i liberali, ed accarezzò i nobili e gli ecclesiastici, ma la provincia stette tranquilla sotto la pesante burocrazia Absburghese; il brevissimo periodo di libertà del 1797 era stato macchiato da troppi errori perchè il ricordo potesse destare qualche fremito di ribellione. Nel 1805 questo torpore fu scosso dai generali di Napoleone; il 16 novembre Massena era a Udine, il 17 a Palmanova e gli Austriaci si dileguavano nuovamente. La pace di Presburgo (25 dicembre 1805) diede al Regno italico la destra riva dell'Isonzo; la convenzione di Fontainbleau del 1807 doveva però restituire all'Austria parte del territorio fra l'Isonzo e lo Judri che diviene nuovamente, come al tempo veneto, confine fra i due stati. Le sorti della provincia dovevano esser disputate di nuovo fra Napoleone e l'Austria nel 1809. L'Arciduca Giovanni comandante l'esercito austriaco moveva fra il 10 e l'11 aprile di quell'anno da Cividale verso il Tagliamento: il vicerè d'Italia Eugenio l'attendeva alla Livenza e dopo il combattimento sfavorevole di Fontanafredda doveva ritirarsi sul Piave. Intanto però le vittorie che la grande armata napoleonica otteneva in Germania mutavano le sorti della guerra: l'Arciduca iniziò nel maggio la ritirata e dopo un combattimento avvenuto a S. Daniele, le sue truppe erano costrette ad abbandonare il Friuli per il canale del Ferro. L'armata d'Italia lo inseguiva e doveva poi colla splendida vittoria di Raab rivendicare il suo onore. La pace di Vienna assicurò a Napoleone per quattro anni non solo il Friuli veneto, ma Gorizia, Gradisca e Trieste. Il Friuli alla sinistra del Tagliamento costituì il dipartimento di Passeriano, il Goriziano appartenne invece alla così detta provincia illirica: tutte soggette però al Vicerè d'Italia.
Il periodo 1805-1813 ha importanza decisiva per la storia Friulana, perchè rinnovò, si può dire, in gran parte lo spirito della provincia. L'abolizione dei privilegi nobiliari, l'applicazione del codice civile, la soppressione delle corporazioni religiose, l'aver abituato nuovamente tanti giovani alla milizia accendendo nell'animo il sentimento della gloria e facendoli uscire dal ristretto e mortifero ambiente locale, la costruzione di grandi strade che rendevano rapide e sicure le comunicazioni, l'aver fatto risorgere fortemente l'idea dello Stato soffocando la prepotenza di tanti tirannelli locali sotto l'impero di un'amministrazione ferma ed inesorabile, ed infine il gran nome (ed era poco più) del Regno d'Italia, tutto ciò suscitò anche tra noi pensieri, speranze, entusiasmi gagliardi che la caduta del gran Corso doveva far tacere repressi, ma non spegnere interamente.
Nell'agosto 1813 scoppiate le ostilità fra Napoleone e gli alleati, l'armata d'Italia attraversò il Friuli per attaccare gli Austriaci che furon respinti dapprima sulla Sava e sulla Drava. Più tardi, alla fine di settembre, in seguito alla defezione della Baviera che minacciava le retrovie del Vicerè, questi decise di ritirarsi sull'Adige. Fra il 17 e il 24 settembre le divisioni dell'armata italiana attraversavano per l'ultima volta il Friuli; alla fine del mese tutta la provincia era in mano degli austriaci ed il tricolore sventolava soltanto ad Osoppo ed a Palmanova. Vi doveva esser abbassato anche là nell'aprile dell'anno successivo per l'armistizio di Schiavino-Rizzino: il 12 giugno 1814 le provincie lombarde e venete furono costituite in Regno a vantaggio della dinastia lorenese.
Il dominio austriaco. Il 1848. S'aprì allora per il Friuli un lungo periodo di tranquillità che la ferrea vigilanza austriaca cercava di render sempre più profonda. Il governo compiè qualche buon lavoro stradale, pose un collegio militare a Cividale e, senza dubbio, la pace diede modo alla provincia di riparare ai danni delle guerre precedenti che avevano decimata la popolazione e ruinata l'agricoltura. Però l'oppressione poliziesca, la rapacità fiscale, l'oscurantismo eretto a sistema di governo erano ben più dannosi di questi vantaggi economici; i soldati napoleonici insofferenti del giogo straniero, i giovani fidenti nell'avvenire mordevano il freno in silenzio e preparavano in segreto la riscossa. Dal '40 in poi i segni di malcontento divennero sempre più manifesti finchè nel 1848 al primo sentore della rivoluzione scoppiata a Venezia anche il Friuli si sollevò. E già, nel primo inizio dei moti nel Veneto, troviamo i friulani Rocco Sanfermo e Michele Leicht, fra i capi degli studenti insorti a Padova l'8 febbraio 1848[320], e quest'ultimo pure fra i primissimi che entrarono arditamente nell'Arsenale di Venezia, il 22 marzo 1848, per strapparlo agli stranieri. Alle notizie venute da Venezia, i liberali udinesi con rapida mossa costrinsero le autorità austriache a segnare la capitolazione di tutta la provincia, e per essa anche Osoppo e Palmanova apriron le porte agli insorti il 24 marzo; a Cividale gli stessi allievi del collegio militare atterrarono le aquile austriache: la provincia era così tutta libera dallo straniero[321].
Fu gioia troppo breve! Già al principio d'aprile Nugent rannodava le truppe austriache a Gorizia e preparava la sua congiunzione con Radetzky chiuso nel quadrilatero. Il governo provvisorio affidò ad un comitato di soldati napoleonici: Cavedalis, Conti, Duodo l'incarico di preparare la difesa. Nelle cittadelle e nelle borgate della nostra regione pedemontana si costituirono bande per cooperare con Udine nella disperata impresa: a Buia sotto gli ordini di Domenico Barnaba, a Cividale, a Colloredo al comando del co. Filippo di Colloredo. Ad Osoppo fu posto un piccolo presidio sotto il comando del modenese Licurgo Zannini e del friulano Leonardo Andervolti, a Palma il vecchio generale napoleonico Zucchi cercò di rannodare la difesa. Tutti i centri anche minori della provincia dettero bei nomi a quelle fortunose giornate: S. Daniele il poeta Teobaldo Ciconi, Tarcento il gagliardo Lanfranco Morgante. Purtroppo però le forze erano impari agli animi; mancavano armi, munizioni e il tempo per la preparazione. Le bande furono sconfitte il 16 aprile a Visco dalle truppe austriache che avanzavano dal basso Friuli; Palma fu bloccata e Udine investita il 20 aprile e bombardata nei giorni successivi. Il 23 aprile Udine che aveva resistito più di quanto si potesse attendere da città difesa soltanto da antiche mura del '500, dovette arrendersi: l'11 giugno successivo caddero, colla battaglia del monte Berico le ultime speranze di soccorso dall'esercito italiano. Palmanova cedette, dopo notevole resistenza, il 24 giugno; Osoppo invece, difesa da un pugno d'eroi, resistè ancor quattro mesi fra sofferenze e patimenti inauditi; gli austriaci bruciarono e saccheggiarono il villaggio sottostante per impedire che giungessero soccorsi agli assediati esercitando inumana crudeltà contro gli abitanti. Finalmente il 12 ottobre la guarnigione, a stremo di forze, capitolò uscendo dal forte cogli onori militari, a miccie accese e bandiere spiegate. I superstiti si recarono a Venezia a continuare la lotta disperata per l'onore d'Italia e colà trovarono altri nobilissimi friulani: Cavedalis ministro della guerra, Valassi e Somma segretarî dell'assemblea e tutti i valorosi componenti la gagliarda legione friulana che, insieme a tanti altri animosi di ogni parte d'Italia, cementavano col sangue l'unità della patria.
Il Friuli riunito all'Italia. La sollevazione del 1848 lasciò gli animi inquieti ed anelanti alla riscossa nel gran sogno d'una Italia indipendente dallo straniero. L'atroce delusione del '59 rese quest'attesa anche più fremente; alcuni animosi delle nostre terre presero parte nel 1860 alla spedizione dei mille, altri si arruolarono nell'esercito regolare o combatterono nei successivi moti garibaldini, altri infine lavorarono intensamente in patria per la causa nazionale, sia che obbedissero alle direttive della Società Nazionale, sia che fossero spinti dal partito d'azione che segretamente organizzò nel '64 un moto insurrezionale. Questo fallì nel suo piano generale, tuttavia nell'ottobre due piccole schiere si riunirono; una di esse, di cui era l'anima il generoso dottor Andreuzzi di S. Daniele, dopo una breve e gloriosa resistenza contro gli austriaci che l'accerchiavano si sciolse sul Dodismala presso Spilimbergo, l'altra comandata da G. B. Cella partì da Venzone e giunta ad Illeggio in Carnia dovette sciogliersi anch'essa. L'Austria infierì con persecuzioni e condanne, ma il moto aveva mostrato all'opinione pubblica, più che qualsiasi disquisizione, come il giogo austriaco fosse insopportabile al Friuli[322].
Anche nei due anni successivi i friulani non posarono; depositi d'armi furon tenuti con grave pericolo a S. Daniele, al Pulfero, a Cividale e altrove; nel luglio del '66 si tentò pure di costituire una piccola banda sul monte Juanes colla cooperazione di taluni patrioti di Cividale, di Codroipo, del Pulfero, di Canebola, ma l'ora della liberazione finalmente si avvicinava. Il 25 luglio i primi reggimenti italiani entravano a Udine e di lì avanzavano verso Cividale, Palmanova e Artegna; dopo pochi giorni però l'esercito nazionale ripiegava sul Tagliamento e Cividale, Gemona, Venzone erano occupate di nuovo dagli austriaci che tenevano sempre Osoppo e Palma. Furon giorni di terribile ansietà per chiunque nutrisse amor di patria. Finalmente il 2 ottobre fu firmata la pace; ultimo frutto di errori e di sventure secolari essa dava all'Italia le frontiere amministrative del Regno Lombardo Veneto, frontiere assurde così dal lato politico-militare come da quello geografico e storico, che corrono a caso dal monte al piano separando territorî geograficamente indivisibili e spartendo case e campi per il mezzo.
Fra il 12 e il 16 ottobre gli austriaci abbandonarono successivamente Palma, Osoppo, Gemona e Cividale; nel 21-22 ottobre con 144,988 voti favorevoli contro 36 soli contrarî il Friuli affermava solennemente il suo fermo volere di unirsi al Regno d'Italia sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele.