I più vecchi dati statistici relativi alla popolazione del nostro territorio[71]. Riassumere la storia del movimento demografico della regione da noi considerata, non è cosa facile, perchè le più antiche notizie che abbiamo sull'argomento sono o incomplete o di dubbia fede; e quando incominciano ad essere attendibili, si riferiscono sempre a circoscrizioni ecclesiastiche od amministrative che non corrispondono alle odierne, come quelle che furono più volte mutate e rimaneggiate.
Il primo computo di tutta la popolazione delle città e terre della Repubblica Veneta fu quello ordinato nel 1548 dal Provveditore generale Stefano Tiepolo che ci diede pel Friuli d'allora ab. 182,744[72]; mentre un'altra numerazione fatta pochi anni dopo, cioè nel 1557, ce ne diede 157,030[73]. Senonchè è da notare che, specialmente in quest'ultima cifra, non tutti i paesi facenti parte della Patria erano compresi, per cui il Beloch giustamente argomenta doversi le medesime portare a 210,000 pel 1548 ed a 230,000 pel 1557[74].
Ma se dai menzionati documenti possiamo dedurre la popolazione di tutto il Friuli e da alcuni altri anche quella di singoli paesi o villaggi, tuttavia per esser questi raggruppati insieme secondo le giurisdizioni feudali da cui dipendevano, estendentisi spesso con molta irregolarità a varie parti della Provincia, nessuna cifra esatta possiamo ricavarne relativamente all'intera plaga da noi considerata. Limitandoci perciò a riportare alcuni dati, riferentisi alle terre più grosse ed illustri, diremo che Gemona nel 1548 contava 614 uomini da fatti e 2080 inutili; Fagagna rispettivamente 269 e 684; Tricesimo 109 e 310 e, colle ville sotto la sua giurisdizione, 1811 e 5529; Tarcento, colle terre che ne dipendevano, 539 e 2867; Venzone, con giurisdizione su Bordano, Pioverno, Portis, Interneppo, 330 e 1530; infine Cividale contava complessivamente 2903 ab. in città, e in tutto il territorio 15815 nel 1548 e 16035 nel 1557[75].
Molte delle suddette cifre appaiono notevolmente più basse riferite all'anno 1557[76]. Per capirne la ragione convien notare che nella seconda metà del secolo XVI vi fu in Friuli, un decrescimento generale della popolazione tanto che il Luogotenente Stefano Viaro nel 1559 ebbe a scrivere che la medesima era discesa a 97,000[77]. Certamente il fenomeno va attribuito alle tristissime condizioni in cui versava la Patria in quell'epoca secondo la testimonianza di tutti i Luogotenenti, che ne attribuiscono la causa alle prepotenze, alle usurpazioni, alle angherie d'ogni specie da parte dei signorotti feudali; alle continue lotte sui confini, male stabiliti, tra i nostri e gli Imperiali, con relativi incendi di boschi e furti di bestiame; da ultimo alle frequenti inondazioni, carestie e pestilenze[78].
Nel 1559 Cividale col suo territorio fu separata dalla rimanente provincia ottenendo propri Provveditori, che dipendevano direttamente dal Governo centrale. Esistono molte relazioni di questi funzionari che contengono interessanti notizie d'ogni specie: storiche, geografiche, economiche, militari; e vi sono anche notizie relative al numero degli abitanti le quali però spesso presentano sensibili differenze tra loro, tanto da sembrare quasi contradditorie e fanno pensare o a reali oscillazioni nel numero degli abitanti stessi o ad errori di calcoli, i quali certamente non dovevano essere fatti con soverchia meticolosità[79].
Così la relazione di Francesco Soranzo nel 1583 ci dà la cifra di 17.000 anime per tutto il territorio e il corpo della città. Vincenzo Bollani nel 1588 calcolava 3300 ab. in città, 3904 nelle contrade di Antro e di Merso, comprendenti 72 villette di poca importanza che formavano insieme 33 comuni; più altri 2569 ab. di lingua slava divisi fra 30 villette pure nei monti e 6 nel piano; da ultimo 32 ville non slave nel piano con 29 comuni e 6985 anime: complessivamente, in tutto il territorio, ville 135, comuni 80, anime 13,458. Il Bollani osserva che la regione era scarsamente abitata e povera e ne attribuisce la colpa alla dappocaggine degli abitanti che coi molti pascoli e luoghi incolti avrebbero potuto allevare gran copia di bestiame, mentre non ne possedevano che pochissimo e nemmeno di biade producevano a sufficienza; solo il vino era un raccolto importante e quando veniva esportato in Austria per la strada del Pulfero rendeva un dazio annuo di 2000 ducati.
Domenico Bon nel 1595 calcolava che tra città e territorio gli abitanti fossero 14000, dei quali appena 2700 nella «Schiavonia». Alvise Marcello in una sua prima relazione del 1592 scrisse che nella città grande di circuito si trovavano non più di 2800 anime, pochissimi negozi e molta miseria; e in una seconda relazione del 1599 ne assegnava 12,000 a tutto il territorio, dei quali 3400 appartenenti alla Schiavonia, comprendente 100 villaggi e ricca, come oggi, di bestiame, latticini, formaggi, castagne, frutta, noci. Francesco Boldù nel 1602 ci dà 3000 ab. per la città e 11000 pel territorio. Tre anni dopo Tomaso Lipomano riportava a 12000 quelli del territorio; ma nel 1607 Francesco Valier, in base all'ultima descrittione, li riduceva a 8000, 3000 essendo quelli della città; e Lorenzo Longo nel 1609 a 7000! Quest'ultimo si dice stupefatto di vedere che «sendo il territorio amplissimo et fertilissimo di biave, vini et pascoli, siano quei contadini et per numero si pochi et per povertà si miserabili che si posson dire la miseria stessa»; e anch'egli ne attribuisce la colpa alle estorsioni esercitate dai padroni, oltrecchè al malo modo con cui era amministrata la giustizia civile e penale, per cui intere famiglie erano costrette ad emigrare trasferendosi nei luoghi soggetti agli arciduchi d'Austria. Tutti i provveditori poi sono unanimi nel deplorare le continue discordie tra popolani e nobili in Cividale città, causa anche questa non ultima della poca floridezza economica della stessa.
Senonchè già un anno dopo del Longo, Andrea Pisani faceva risalire a 4000 gli abitanti di essa e ad 11,000 quelli del territorio; e nel 1615 Giovanni Soranzo ci dava rispettivamente le cifre di 4000 e 16,000. Esse rappresentano un considerevole aumento sulle precedenti; tutte però, qualunque valore possano avere, date le oscillazioni e contraddizioni che presentano, sono sempre basse e indicano che la popolazione dei nostri paesi non andava affatto aumentando, se pure non era in diminuzione. Il Pisani, il Querini, il Soranzo affermano come una delle principali cause della decadenza del Cividalese in quest'epoca fosse stata la chiusura per parte del Governo della Serenissima della strada del Pulfero al commercio del ferro che già scendeva di qui dalla Carinzia proseguendo fino a Marano e quindi per mare fino a Venezia. In città erano stati già 2000 operai addetti alla lavorazione di detto minerale e molte botteghe; i carri adibiti al trasporto di esso, facendo poi ritorno in Carinzia, vi esportavano il nostro vino che in seguito rimase invenduto e vennero a mancare i lauti dazi di confine, come vennero a mancare i guadagni di molti campagnoli che in detto commercio trovavano occupazione coi loro carri ed animali. La Repubblica chiuse la strada del Pulfero perchè vi si esercitava il contrabbando, sostituendo ad essa quella della Pontebba, che per Venzone e Gemona conduceva a Portogruaro. Cividale non risorse più, mentre assai guadagnò e crebbe rapidamente di case e di popolazione Gorizia, dopo che gli Austriaci, cogliendo il destro che loro si offriva, resero ruotabile la strada di Caporetto, Ronzina per Gorizia e S. Giovanni di Duino; strada per la quale cominciò presto a discendere anche il ferro di Carinzia ed a risalire il vino del contado goriziano, sostituendosi a quello del cividalese. I Provveditori furono unanimi nel reclamare dalla Serenissima, allo scopo di togliere il malessere economico onde era travagliato il territorio, il ripristino del commercio del ferro per la via del Pulfero, chiusa del resto inutilmente in quanto che il contrabbando, che aveva fornito il pretesto al divieto, veniva egualmente esercitato per la nuova via di Gorizia[80].
Il numero di abitanti nel 1766. Per le altre parti della zona da noi considerata troviamo notizie nelle relazioni dei Luogotenenti della Patria; senonchè i dati statistici in esse contenuti, che vanno dalle dianzi ricordate cifre del 1548 e 1557 fino al 1626, non riguardano speciali luoghi, ma sempre si riferiscono più o meno all'intera provincia. Notizie particolareggiate sicure si cominciano ad avere appena nel 1766, quando la Serenissima compilò per la prima volta le anagrafi di tutti i suoi dominî[81].
Ma quella più antica regolare e metodica numerazione aveva a base le parrocchie di allora a cui non sempre corrispondono le odierne. Ve n'è parecchie che nel 1766 non esistevano, istituite in séguito per frazionamento delle già esistenti; esempi: Billerio, Magnano, Sedilis, Portis, Segnacco, S. Maria di Rosazzo; altre si estendevano oltre gli attuali confini politici del Regno a paesi che più tardi vennero aggregati alla diocesi di Gorizia: così Nimis comprendeva Bergogna; Attimis Long; Prepotto Collobrida, Mernicco, Scriò, Vercoglia, Sinicco: viceversa parecchie cappellanie, dipendenti da parrocchie d'oltre confine, oggi fanno parte di parrocchie site di qua del medesimo; esempi: Mediuzza, già sotto Chiopris austriaco ora sotto S. Giovanni di Manzano; S. Andrat, Vicinale e Villanova, già sotto Brazzano, ora le due prime passate a Corno di Rosazzo, l'ultima a S. Giovanni di Manzano. Inoltre non sempre le parrocchie sono comprese entro i confini amministrativi di un solo distretto, esempi: Attimis e Nimis che sono in parte sotto Cividale e in parte sotto Tarcento; Artegna sotto Tarcento e Gemona: anzi talune volte invadono i territori di distretti che escono dalla stessa zona da noi considerata; esempi: S. Giovanni di Manzano che con Manzinello; S. Margherita di Gruagno con Ceresetto e Torreano; Cicconicco con Plasencis penetrano in quel di Udine: Cavazzo Carnico che in parte è sotto Tolmezzo e in parte con Bordano e Interneppo sotto Gemona. Si badi che le anagrafi della Repubblica veneta non dànno la popolazione distinta per villaggi e comuni o cappellanie, che è lo stesso, ma raggruppati per parrocchie e si comprenderà la difficoltà di stabilire quanta parte di essa fosse in ciascuno dei territori corrispondenti agli odierni distretti[82]. Ciò io ho cercato di fare con una serie di trasposizioni, sottrazioni ed aggiunte, applicando alle singole cifre riduzioni corrispondenti all'aumento percentuale della popolazione dal 1766 ad oggi nei vari luoghi, lavoro che mi diede i seguenti risultati:
| DISTRETTI | Popolazione nel 1766 | Popolazione nel 1901 |
| Cividale | 25,995 | 44,745 |
| S. Pietro al Natisone | 9,645 | 15,699 |
| Tarcento | 13,044 | 33,653 |
| Gemona | 14,638 | 35,374 |
| S. Daniele | 19,599 | 38,452 |
| TOTALE | 82,921 | 167,923 |
L'aumento complessivo fino ai nostri giorni (ultimo censimento) fu di 102,36%, ossia di 0,75% l'anno: massimo nel distretto di Tarcento (157,99%), minimo in quello di S. Pietro (62,66%). Che se badiamo alla popolazione delle singole parrocchie, troviamo spesso dati addirittura sorprendenti. Così, per citare alcuni esempi, quella di S. Lorenzo di Buia da 2700 è salita a 10,000; Venzone-Portis da 1339 a 5305; Susans da 844 a 3144; Cassacco da 880 a 3226; tutte con popolazione quasi quadruplicata. Sembra poi incomprensibile come la parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio di Nimis da 991 sia aumentata a 8574, secondo il computo ecclesiastico del 1907, pur comprendendo in passato oltre le attuali cappellanie, quelle di S. Elena di Grivò, ora sotto Faedis, e di Bergogna, ora parrocchia austriaca a sè[83].
L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo. Nel 1802 il governo austriaco compilava anch'esso un computo anagrafico redatto col precedente sistema veneto: ma la popolazione vi è raggruppata per giurisdizioni feudali non coincidenti con alcuna circoscrizione o ecclesiastica o amministrativa d'altra specie. A Cividale città vi sono attribuiti appena 2846 abitanti; 5890 alla convalle d'Antro, 6187 a quella di Merso, compresi i villaggi dell'odierno comune di Luicco che ne contava 600; complessivamente ab. 11477 entro i confini dell'attuale distretto di S. Pietro. Altri 1938 ab. formavano la popolazione del distretto dei Roiali comprendente gli odierni comuni di Torreano e Prestento; e 1318 il distretto del Bassopiano. Quanto ai centri maggiori, Gemona coi borghi contava ab. 4685; S. Daniele e borghi 635, Artegna 2013, Tarcento 1982, Tricesimo 832, S. Pietro al Natisone, detto allora degli Schiavi, 258[84].
Durante il breve periodo napoleonico (1806-1814) la nostra regione faceva parte del Dipartimento di Passeriano, diviso in Cantoni, dei quali Cividale, S. Pietro degli Slavi e Faedis costituivano il distretto del Natisone; Gemona, Tricesimo e S. Daniele facevano parte di quello di Udine. Essi nel 1810 avevano la seguente popolazione:
| Cividale | ab. | 21,951 |
| S. Pietro | » | 13,044 |
| Tricesimo | » | 13,191 |
| Gemona | » | 23,984 |
| S. Daniele | » | 8,766 |
| Faedis | » | 8,663 |
| Totale | ab. | 89,599 |
Si noti però che i cantoni napoleonici non coincidevano se non in parte coi successivi distretti austriaci, sebbene abbiano fornito ad essi la base, e nemmeno con quelli d'oggi. Faedis, per esempio, abbracciava Bergogna e Robedis-ce, più tardi passati all'Austria; Cividale comprendeva Starasella, Patocco, Creda, Boreana, Dolegna, pure appartenenti all'Austria, inoltre i paesi sulla destra del Natisone, oggi dipendenti da S. Pietro, il quale a sua volta si estendeva fino a Luicco e Ravne, oggi austriaci; Gemona abbracciava buona parte del distretto, allora cantone, di Tricesimo, oggi Tarcento, il quale a sua volta aveva parte del suo territorio nell'odierno distretto di Udine[85].
Ed ecco ora la popolazione durante i primi anni del dominio austriaco, rinnovellato nel 1814, secondo il compartimento territoriale promulgato dall'i. r. Governo di Venezia il 30 novembre 1815 ed entrato in vigore il 1º gennaio dell'anno successivo, aggiuntivi gli abitanti nel 1821: S. Daniele ab. 19,542; Gemona 16,853; Tricesimo 11,497; Faedis 9,545; Cividale 19,546; S. Pietro 10,450[86]; totale: 87,433.
Il territorio di questi sei distretti — come pure, presso a poco, di quello degli odierni comuni che da quell'epoca ripetono le loro origini — corrisponde a quello dei cinque distretti da noi considerati in seguito al distacco che venne fatto dal regno Lombardo-Veneto dei più sopra menzionati paesi (Bergogna, Starasella, ecc.) assegnati definitivamente all'Austria, notando inoltre che il distretto di Faedis veniva più tardi conglobato in quello di Cividale, tranne i comuni di Platischis e di Nimis i quali furono uniti a quello che poi in luogo di Tricesimo diventò, come dicemmo, Tarcento; e che di due comuni, pur rimasti nell'ambito del medesimo distretto, il primo cambiò il nome di Collalto in quello di Segnacco, il secondo, cioè Castelmonte, si fuse con Prepotto: perciò i calcoli anagrafici successivi a quello del 1821 cominciano ad essere suscettibili di confronti fra loro per l'intera nostra regione.
Comunque, la sensibile diminuzione delle cifre relative al 1821, rispetto a quelle più sopra ricordate del 1810, dipende non tanto dagli avvenuti restringimenti territoriali, quanto da una reale diminuzione degli abitanti di tutta la provincia causa la carestia onde fu afflitta durante gli anni 1816 e 1817[87] e la conseguente epidemia cui diede luogo. Infatti mentre il numero dei medesimi nel 1815 raggiungeva i 335,623 nei limiti del Friuli odierno, lo troviamo ridotto a 323,861 nel 1818, e nel 1823 non era ancora superiore a 327,497[88]. E nella nostra regione la popolazione del distretto di S. Pietro, come vedemmo più sopra, già nel 1802 aveva raggiunto gli 11,477, mentre ora la vediamo ridotta a 10,450.
Altri due compartimenti territoriali colle relative popolazioni vennero pubblicati nel 1839 e nel 1846. Eccone il prospetto:
| 1839 | 1846 | |||
| Cividale | ab. | 23,652 | ab. | 24,525 |
| S. Pietro | » | 13,497 | » | 13,658 |
| Faedis | » | 13,667 | » | 13,992 |
| Gemona | » | 21,383 | » | 22,245 |
| Tricesimo | » | 15,074 | » | 15,251 |
| S. Daniele | » | 23.876 | » | 24,318 |
| Totale | ab. | 111,249 | ab. | 113,989 |
In 32 anni di dominio austriaco l'aumento complessivo era stato di 26,556, ossia di circa 30%, e di quasi 1% all'anno. Fino a quest'epoca però in Austria i calcoli della popolazione erano fatti dall'Ufficio statistico e topografico di Vienna in base a dati forniti dai parroci e i quali venivano manipolati separatamente e se ne lasciava trapelare solo quanto era giudicato non pericoloso. Fu solo nel 1859 che, rompendola colle troppo prudenti tradizioni del passato, fu dato luogo alla prima seria numerazione da parte di quel Governo: numerazione statistica cui seguirono poi i censimenti italiani del 1871, 1881 e 1901. Eccone i risultati:
| 1857 | 1871 | 1881 | 1901 | |
| Cividale | 36,571 | 38,591 | 38,637 | 44,745 |
| S. Pietro | 13,892 | 14,051 | 14,239 | 15,699 |
| Tarcento | 20,248 | 25,776 | 27,678 | 33,653 |
| Gemona | 24,344 | 27,972 | 28,886 | 35,374 |
| S. Daniele | 25,205 | 28,668 | 31,013 | 38,452 |
| Totale | 120,260 | 135,058 | 140,453 | 167,923 |
Lo straordinario aumento del distretto di Cividale nel 1857 rispetto al 1846 dipese dall'annessione surricordata al medesimo della maggior parte del distretto di Faedis; quello più che normale di Tarcento dalla pur accennata annessione al medesimo dei due comuni di Nimis e di Platischis.
Il censimento del 1857 tenne conto della sola popolazione di diritto: per gli ulteriori censimenti, i quali del resto vennero fatti con criteri uniformi, noi prendiamo qui in considerazione la popolazione di fatto. Ecco la percentuale complessiva ed annua dell'aumento di essa durante l'ultimo trentennio:
| Aumento percentuale | ||||
| complessivo | annuo | |||
| dal 1871 al 1881 | dal 1881 al 1901 | dal 1871 al 1881 | dal 1881 al 1901 | |
| Cividale | 0,12 | 8,27 | 0,01 | 0,41 |
| S. Pietro | 1,34 | 5,37 | 0,13 | 0,26 |
| Tarcento | 7,30 | 8,27 | 0,73 | 0,41 |
| Gemona | 3,26 | 11,75 | 0,32 | 0,58 |
| S. Daniele | 8,18 | 12,85 | 0,81 | 0,62 |
La massima percentuale nel complesso viene data da S. Daniele che è il distretto a popolazione più fitta: cui seguono Gemona, Tarcento, Cividale, S. Pietro, presso a poco secondo l'ordine decrescente della loro popolazione relativa. In generale lo stesso fenomeno si avverte anche a proposito dei singoli comuni, dei quali i più fittamente popolati sono altresì quelli i cui abitanti aumentano più rapidamente.
L'accrescimento annuo della popolazione fu in conclusione maggiore tra il 1881 e il 1901 che non durante il decennio 1871 e 1881; ciò non solo perchè l'aumento demografico è in via normale costantemente progressivo, ma anche perchè proprio durante il predetto decennio le condizioni delle nostre popolazioni rurali erano più che mai difficili per la crisi agraria generale che allora infieriva causa i diminuiti prodotti della seta e del vino, insidiati da malattie che ancora non si sapevano combattere; per l'imperversare dell'usura che le numerose casse cooperative e altri istituti di credito oggi rendono quasi impossibile; da ultimo per l'odiosa tassa sul macinato gravante specialmente sugli abitanti delle campagne. D'altra parte è innegabile che le condizioni economiche dell'intera provincia sian venute notevolmente migliorando dopo il 1881, specie nell'ultimo decennio, grazie all'istruzione e alla propaganda agraria, all'introduzione di macchine agricole, all'adozione di più razionali e produttivi sistemi di colture, al miglioramento del bestiame bovino, allo sviluppo delle istituzioni di previdenza e di credito, ai sempre maggiori guadagni derivanti dall'emigrazione temporanea, mentre frattanto veniva sempre più riducendosi quella permanente.
La densità della popolazione dei singoli distretti. Secondo nuove mie misure[89] l'area totale dei 5 distretti qui considerati è di 1320 kmq. La popolazione relativa, cioè la densità, secondo il censimento del 1901, era perciò di 135 ab. per kmq., mentre quella generale della provincia non era che di 92. Ecco come la medesima andava ripartita fra i cinque distretti da noi considerati:
| Area in kmq. | Densità | |
| Cividale | 393.05 | 114 |
| S. Pietro | 168.73 | 93 |
| Gemona | 220.82 | 123 |
| Tarcento | 286.73 | 152 |
| S. Daniele | 251.07 | 153 |
Mentre nel complesso la densità decresce da ovest a est a misura che la parte montagnosa va prevalendo sulla piana, dimostra di essere intimamente dipendente dalle condizioni fisiche generali e quindi anche economiche della regione. Il massimo di S. Daniele — che supera sotto questo riguardo anche gli altri distretti tutti della Provincia, eccetto Udine, con cui del resto non è possibile alcun paragone, pel forte agglomeramento di popolazione urbana che ivi si trova — si spiega colla singolare amenità di quella plaga morenica, tutta alture tondeggianti, bene aereate, assai fertile nella sua parte orientale dove è costituita di materiali prevalentemente eocenici, specie nelle depressioni che separano fra loro i vari colli e nelle quali si raggiungono anche 30 quintali di frumento per ettaro[90]: plaga la quale inoltre in nessun punto supera i 350 m. sul livello del mare e perciò in ogni sua parte è atta ad essere coltivata ed abitata, mentre di tutti gli altri distretti una più o meno grande superficie si trova ad altitudini assai maggiori in condizioni decrescenti di abitabilità fino a raggiungere l'assoluta inabitabilità. S. Daniele è seguito, a grande distanza, da Tarcento, plaga meno elevata e più produttiva nella sua parte collinesca e montuosa, prevalentemente arenacea e marnosa, che non Gemona con maggior superficie di calcari, in buona parte nudi, e quindi affatto spopolati, e che occupa il terzo posto. Viene quindi Cividale dove ai piedi dei bacini del Malina, del Chiarò, del Chiarsò e del Iudrio, valli strettissime e piuttosto gole che valli, si estende una vasta zona piana bensì, ma costituita in molta parte di alluvioni ghiaiose magre, dovuta ai conoidi di deiezione del Torre e dei detti suoi affluenti.
L'ultimo posto l'occupa il distretto di S. Pietro al Natisone, come quello che è interamente montuoso e senza alcun fondo di valle veramente larga, tranne un breve tratto di quella del Natisone e dove inoltre nessuna industria importante è mai fiorita in passato, ma la popolazione è sempre vissuta quasi esclusivamente di agricoltura e di bestiame, ragione per la quale ha avuto l'aumento più lentamente, ma nello stesso tempo anche più uniformemente, progressivo. Tuttavia la popolazione di questo distretto non si può dire scarsa se si confronti con quella di altri distretti interamente montuosi della Provincia che gli rimangono di molto inferiori sotto questo riguardo, quali: Tolmezzo con 52 ab. per kmq., Ampezzo con 29, Moggio con 31, Maniago con 38: credo anzi di poter affermare che la medesima vi sia fin troppo fitta — data specialmente la scarsità dell'emigrazione temporanea — come spesso avviene nelle montagne, nonostante queste nel nostro caso, appartenendo quasi esclusivamente all'eocene, per la natura litologica dei terreni, oltrechè per ragioni di altimetria, siano dappertutto coperte di vegetazione e si possano dire produttive e sfruttabili quasi in ogni loro punto.
La popolazione assoluta e relativa dei singoli comuni. Senonchè, più che stabilire confronti fra i singoli distretti, trattandosi di regione limitata come la nostra, conviene istituirli fra territori più piccoli come i comuni, ciascuno dei quali rappresenta nel complesso, specialmente in montagna, una piccola regione topografica a caratteri peculiari. Nella seguente tabella sono indicati i dati relativi all'area di ciascun comune, alla sua popolazione assoluta ed a quella relativa[91].
I quattro comuni di Reana del Rojale, di Tavagnacco, di Pagnacco e di Martignacco spettanti al distretto di Udine, ma che interessano in qualche parte la nostra regione, hanno rispettivamente le aree e le densità di popolazione qui di seguito indicate:
| Superficie in kmq. | Densità per kmq. | |
| Reana | 19.97 | 205 |
| Tavagnacco | 9.59 | 196 |
| Pagnacco | 15.10 | 154 |
| Martignacco | 26.53 | 151 |
La porzione dell'alto bacino del Natisone a Monte di Robic, compresa in Austria, è composta dei tre comuni austriaci di Bergogna (ab. 1106), Creda (ab. 1311) e Starasella (ab. 816), ha una superficie di kmq. 59,20 e quindi una popolazione relativa di 59. Quanto al Collio, anch'esso di là del confine politico, sopra un'area di kmq. 119,71 ha non meno di 32,239 ab., ossia 269 per kmq.[92].
Dalle suesposte cifre risulta che il comune più fittamente abitato è quello di Tricesimo, con una popolazione di ben 598 per kmq., straordinaria densità dovuta certamente, oltrechè alla varia produttività del suolo, alla insuperata amenità di quella plaga, ricca di splendide posizioni, sparsa di ville signorili e che, insieme al contiguo comune di Tarcento (506 ab. per kmq.) è il più ridente lembo di tutta la regione friulana.
Seguono i comuni di Segnacco con ab. 343, Artegna con 342, Buia con oltre 300 e Magnano in Riviera con quasi 300 per kmq. Questi comuni però, eccetto Buia, sono tutti di scarsa superficie e in quelli pedemontani è addensata buona parte della popolazione, la quale sfrutta terreni appartenenti amministrativamente ai comuni adiacenti. Così tutta la zona da Tarcento a Gemona, detta la Riviera, appoggiata a declivi di elevazioni terziarie e moreniche, lembi laterali staccati dell'anfiteatro tilaventino, forma quasi un ininterrotto sistema ecografico, che non ha riscontro altrove in Friuli, mentre i monti sovrastanti, se si fa eccezione del bacino dell'Orvenco, e il fondo della sottostante ghiaiosa valle del Tagliamento sono spopolati o quasi.
Fig. 5ª. — Cartina della densità di popolazione nei distretti di Gemona, S. Daniele, Tarcento, Cividale e S. Pietro (Scala 1:600.000).
Quanto a Buia, comune fittamente abitato su tutta la sua vasta superficie, verso N e verso E è circondato da una zona di scarsa densità, da cui la popolazione si è ritirata verso migliore e più sana ubicazione sui declivi di quelle verdeggianti colline eoceniche, foderate all'ingiro da morene; ivi però si trova in numero talmente eccessivo che sopra 8412 abit., quanti ne conta il comune, quest'anno ne emigrarono temporaneamente ben 4000, cioè tutti gli atti ai lavori faticosi.
Poco meno densi di popolazione sono gli altri comuni dell'anfiteatro morenico, dove la medesima è distribuita abbastanza uniformemente; e densissima è pure nella maggior parte dei comuni del Collio, regione che orograficamente somiglia all'anfiteatro, climaticamente si trova in condizioni assai più favorevoli. Seguono i comuni che sono allo sbocco delle valli maggiori quali: Cividale, Gemona, Nimis, Attimis, Ciseriis, semprechè i medesimi non comprendano anche una vasta area montagnosa, come Faedis (ab. 102). Invece scarsa è nel piano dove prevalgono terreni ghiaiosi e magri, quali: Povoletto (103), Moimacco (103), Remanzacco (102), S. Odorico (100), siti sopra conoidi di deiezioni fluviali, ed Ipplis (87), occupato in gran parte dalla non molto produttiva collina della Rocca Bernarda.
Pei comuni in montagna vale quanto abbiamo già detto di generale: la densità degli abitanti è in relazione colle condizioni altimetriche, morfologiche e litologiche di ciascuno d'essi, per cui da un minimo di 49 a Platischis e di 53 a Trasaghis, si sale a un massimo di 94 in quel di Drenchia, tutto a dossi tondeggianti e soleggiati, ricchi di praterie verdeggianti, atti mediocremente all'agricoltura, moltissimo all'allevamento del bestiame. Convien però notare che sul fondo e sui declivi dei bacini terziari delle alte valli del Natisone (comuni di Starasella, Creda, Bergogna e Platischis), del Cornappo e del Torre (comuni di Platischis e Lusevera) la popolazione assoluta è abbastanza fitta, mentre la relativa è scarsa principalmente perchè quei vasti comuni si estendono anche a zone circostanti più elevate e geologicamente diverse, costituite di calcari mesozoici ripidi e dilavati dalle acque meteoriche e quindi inabitabili. Così il comune di Platischis i suoi 3166 abitanti li ha raccolti sopra una ristretta superficie, mentre l'area di tutto il comune è di ben 64,44 kmq. ed è quasi la massima della regione; e lo stesso si dica dell'alto bacino del Natisone, sito in Austria, i cui 3468 ab. non occupano che una minima parte dei 59,20 kmq. ai quali il medesimo si estende. In complesso pei comuni di montagna avviene l'inverso di quanto constatammo a proposito dei comuni siti lungo la linea di falda della montagna stessa: che cioè la popolazione relativa, mentre in quelli è aumentata, in questi vien diminuita dalle vicinanze di terre più elevate.
La distribuzione della popolazione in relazione con l'altimetria e con la struttura geologica. L'aggruppamento in villaggi. Fra i vari fattori che contribuiscono a determinare la ineguale distribuzione della popolazione nei nostri distretti, ha importanza speciale quello altimetrico. Per esempio, come risulta da un mio studio altrove pubblicato[93], nella valle media del Natisone la popolazione più fitta è sotto i 200 m. di altezza (306 ab. per kmq.) e poi fra 500 a 600 m. (131 ab.) per decrescere poi via via, fino a ridursi minima sopra i 1000 (10 ab.). Per rendersi ragione del primo fatto conviene richiamarsi alla legge sopra stabilita che cioè le plaghe basse, immediatamente vicine ai declivi montani, presentano non tanto maggiore amenità e salubrità dei siti, quanto specialmente la possibilità di sfruttare i declivi stessi senza obbligo di dimorarvi stabilmente con maggior disagio che nel piano. Da ciò consegue anche che le zone altimetriche più vicine al piano sieno meno popolate che le successive più alte: infatti la montagna comincia ad essere abitata colla massima intensità solo a quell'altezza in cui non può essere sfruttata se non da chi vi abiti stabilmente, il che nella nostra regione succede fra i 500 e i 600 metri sul livello del mare. In tale zona altimetrica si coltivano ancora con successo il castagno, la vite, il granoturco: essa è perciò la vera zona agricola della montagna, mentre superiormente si ha la zona pastorale che domanda maggior estensione di terre e quindi sopporta minor densità di popolazione. Si aggiunga che più in basso le pendici montane sono spesso assai erte e il fondo delle valli strettissimo e riducentesi quasi al solo letto del fiume: le popolazioni se ne allontanano per salvarsi dalle inondazioni, per sfuggire l'ombra, adagiandosi al sole, per godere di orizzonti non chiusi interamente ma aperti.
Qualche altra considerazione circa la distribuzione altimetrica della popolazione potremmo fare in base alle condizioni puramente geologiche della regione. I territori eocenici sono abitati dovunque, anche alle maggiori altezze. Ravna gorenja (m. 1041) e Ravna dolenja (m. 1020), sul Colovrat, sono i due villaggi più elevati di tutte le Prealpi friulane. I terreni eocenici, come in questa zona segnano il limite del castagno calcifugo, rappresentano anche un limite di abitabilità. Infatti così le strettissime valli, o meglio chiuse, scavate attraverso gli altipiani calcarei secondari, come i declivi degli stessi sono quasi completamente spopolati: i villaggi si spingono in alto fino al punto a cui arriva l'eocene: così intorno al Matajur e al Vogu, al Quarnan e al Ciampon, allo Stella e al Bernadia, così lungo tutta la catena Musi-Montemaggiore-Stol. Sulle masse cretacee non solamente rarissimi sono i centri abitati, ma inoltre limitati esclusivamente a spianate o a vicinanze di spianate leggermente depresse nel centro, in cui si sia potuto raccogliere terriccio prodotto dalla decalcificazione delle rocce e a cui è dovuta la ricchezza di pascoli che perciò vi si trovano e rendon possibile l'esistenza di alcuni villaggi quali Stella, Viganti, Villanova, Monteprato: senza tener conto che sulla distribuzione della popolazione influisce la distribuzione delle sorgenti che nei terreni eocenici sono a tutti i livelli; in quelli calcarei elevati, quasi solamente alla base.
Per quanto abbiamo detto risulta questa singolare distribuzione della popolazione nella nostra regione che cioè in essa si distinguono tre zone parallele, allineate da ovest ad est, in corrispondenza all'alternarsi dei terreni geologici. La prima e più settentrionale comprende i bacini eocenici del medio Torre, dell'alto Cornappo e Natisone che mediante canali strettissimi comunicano a stento colla pianura, di cui perciò solo debolmente subiscono gli influssi di ogni specie. Il clima vi è alquanto rigido pei molti luoghi che sono nell'ombra, per la più difficile penetrazione dei venti meridionali, per la già abbastanza notevole altitudine, per la vicinanza alle spalle di montagne spesso coperte di neve: ivi perciò il castagno non è dappertutto, manca ad es. nell'alto bacino del Natisone, la vite dà poco prodotto e non buono, gli alberi fruttiferi non sovrabbondano: la popolazione quindi non è fitta, senza essere tuttavia eccessivamente scarsa: essa è tutta agglomerata in pochi e relativamente grossi centri, la maggior parte situati su declivi montani esposti a mezzogiorno, come Cesariis, Micottis, Monteaperta, Cornappo, Montemaggiore, Bergogna, Stanovis-ce, Homic, Boreana, Patocco, Prossenicco; rare volte sul fondo delle valli, all'incontro di più vallecole convergenti, come Vedronza, Debellis, Creda; o sopra una strada di passaggio da una valle all'altra, come Starasella; o su dossi tondeggianti, come Lusevera e Lonch; o entro a conche aperte da un lato, come Platischis.
La seconda zona, costituita dagli altipiani prevalentemente calcareo-cretacei più volte accennati, è senza confronto la men popolata e i pochi villaggi vi sono situati in alto, come dicemmo, raramente su declivi soleggiati, come Ramandolo, mai sul fondo delle valli strettissime e senza sole.
La terza finalmente comprende la fascia eocenica esterna agli altipiani cretacei, terminando sulla pianura ed assumendo sviluppo sempre maggiore a misura si procede verso est, dove anzi si estende a tutta la nostra regione. È la meglio esposta al sole e ai tepori mediterranei, di clima perciò più mite, di ottimi prodotti, atta ai vigneti e ai frutteti, aperta ad ogni influenza, anche civile, del piano; è la zona a popolazione più fitta e più progredita, dove i villaggi possono sorgere in qualsiasi posizione e alle maggiori altezze. Sul fondo delle valli sono solo fin dove le medesime presentano sufficiente larghezza, ubicate o alla confluenza di parecchie di esse, come Scrutto, Azzida; o dove si allargano in più ampi bacini, come Prepotto, S. Pietro, Torreano, Prestento, Ciseriis; o dove è lo sbocco naturale di una considerevole parte di montagna, come: Clodig, Savogna, Pulfero, Canal di Grivò, Canalutto, Forame; o dentro il cavo delle insenature che si aprono nei fianchi delle catene tra cui sono chiuse le valli, come Purgessimo, Vernasso.
Sui contrafforti montani amano le posizioni soleggiate; e, se più catene sono allineate nel senso dei paralleli, sulle retroposte sono più alti che sulle anteposte, in maniera da superarle coll'altezza; o si trovano in corrispondenza di insellature, così da guadagnare la loro parte di sole e d'orizzonte: esempio tipico i villaggi di Mersino in confronto di quelli di Rodda. Ordinariamente siedono su ripiani orografici appoggiati ad elevazioni maggiori alle spalle, rare volte su dossi isolati, troppo esposti ai venti, come Cras, Costalunga, Coia; più spesso sopra valichi tra una valle e l'altra, come Ravna, Ocnebrida, Clastra, Sedilis.
I massimi centri di popolazione sono lungo la linea di falda della zona montagnosa o collinesca che, come dicemmo, è anche la più popolata; e precisamente allo sbocco delle singole valli, d'importanza proporzionale a quella delle valli stesse. Senza dire di Gorizia, situata dove la massima valle dell'Isonzo riesce sul bassopiano friulano e centro il più ragguardevole della regione prealpina, Cividale ebbe grande importanza in ogni tempo come quella su cui sfocia la valle del Natisone, che è non solo la più amena e ricca di tutte le Giulie friulane, punto di convergenza di un intero sistema di minori vallette, ma è aperta alla testa sulla stessa valle dell'Isonzo unitale mediante l'unica strada internazionale che attraversa le nostre Prealpi. Similmente Cormons, Tarcento, Nimis, Attimis, Faedis sono tutti allo sbocco di valli trasversali più o meno lunghe. Nella valle del Tagliamento, Venzone è prossima alla confluenza della medesima col canale del Ferro; Gemona dove l'alto Friuli settentrionale comincia seriamente ad allargarsi sul piano.
In questo non vi sono punti di convergenza se non a grandi distanze, come Udine, verso cui tutta l'alta e media regione friulana è disposta a semicerchio, perciò i villaggi di territori limitati, come il nostro, sono di grandezza più uniformemente eguali. La loro ubicazione ha anch'essa fondamenti geografici e topografici, ma in generale di più difficile determinazione e, meglio che coll'osservazione diretta, mediante l'esame attento delle carte. Infatti mentre i centri abitati in mezzo ai monti sono visibili da ogni parte nella loro ubicazione e distribuzione, quelli nel piano non sono osservabili se non dall'alto: o dai monti più vicini, fino a una certa distanza; o da edifizi elevati, come i campanili. Comunque, si può stabilire che la esistenza di essi sia dovuta o agli incroci di strade, o alla presenza di sorgenti, o ai guadi di fiumi e torrenti, o a speciali condizioni di fertilità dei terreni, o al fiorire di industrie. Anche ivi però, dove esistono alture, i villaggi tendono ad avvicinarsi alle medesime, senza tuttavia salirvi: così intorno alla collina di Buttrio sono Premariacco, Buttrio, Vicinale, Manzano, Orsaria, Manzinello, Camino, Caminetto; intorno a quella di Rosazzo, Corno di Rosazzo, Dolegnano, Ipplis, Oleis: in alto non vi sono che villeggiature signorili o case sparse[94]. Nell'anfiteatro morenico invece — e allo stesso modo nel Collio — tendono a salire sui declivi e sui dossi ritirandosi dalle bassure, spesso malsane e paludose: ivi si notano quattro centri di maggiore importanza in corrispondenza ai quattro lati di quel gruppo di colline: a nord Buia, dove esso scende sul piano od atrio di Osoppo; ad ovest S. Daniele, centro delle comunicazioni e del commercio fra Gemona e l'alto Friuli da una parte, Spilimbergo e la riva destra del Tagliamento dall'altra; a est Tricesimo e a sud Fagagna dove l'anfiteatro converge colle vie che ne scendono sopra Udine.
E quanto alla forma dei villaggi, questa dipende quasi esclusivamente dalle condizioni orotopografiche a cui i medesimi devono adattarsi, difficile essendo scorgere in essi alcuna accertata traccia d'influenze etniche. In montagna sono accentrati: sviluppantisi parallelamente ai fianchi della montagna stessa, colle case sollevantisi a gradinata se in luogo erto, esempio: Topolò, Masseris, Monteaperta, Micottis, Cesariis; disposti più o meno circolarmente quando su ripiani, o racchiusi in conche, o a cavaliere di dossi e selle. Le vie non vi hanno nessuna regolarità: strettissime, tortuose, a fondo ineguale, spesso coperte di pergole di viti, in molti luoghi con alberi da frutta.
I villaggi nel piano son più regolari e con abitazioni migliori: oggi vengono adattandosi alle strade nuove, costruite o che si vengono costruendo dappertutto, sempre più alterando l'antica fisionomia. Non infrequente è il tipo di villaggio sviluppato lungo una strada, nè mancano esempi di forme a croce o a stella.
Da osservare finalmente che nel piano la popolazione sparsa è più numerosa che in montagna, dove — fatta eccezione del Collio e delle alture moreniche — rarissime sono le case isolate, nonostante le fallacie del censimento. La popolazione sparsa abbonda specialmente intorno ai più grossi centri di Cormons, Cividale, Tarcento, Nimis, Gemona. Il fatto si spiega con ragioni di maggior sicurezza in passato, colla più grande comodità delle comunicazioni, coi vantaggi di ogni specie del risiedere vicino a centri considerevoli, sopratutto pel commercio dei prodotti agricoli, finalmente colle industrie che amano svilupparsi specialmente in prossimità dei medesimi.
Fig. 7ª. — Scrutto (S. Leonardo), tipo di villaggio sviluppato lungo una strada. (Fot. G. Feruglio).
L'emigrazione permanente. Fenomeno demografico dei più notevoli nella nostra regione, comune del resto alla maggior parte del rimanente Friuli, è quello dell'emigrazione temporanea per cui la provincia di Udine ebbe sempre il primato tra tutte le consorelle del Regno, mentre pochissima importanza vi ha l'emigrazione permanente, tranne forse alquanto nei comuni pianigiani.
Infatti, secondo le statistiche ufficiali, la media annua di coloro che abbandonarono definitivamente la patria durante il quinquennio 1895-99 nei cinque distretti fu la seguente: Cividale 78,2, S. Daniele 39,6, Gemona 38, Tarcento 18, S. Pietro al Natisone 3,6[95]; e nel successivo quadriennio 1900-03 fu ancor minore, e cioè: per Cividale 28, per Gemona 18,5 e per Tarcento 17,5; crebbe invece per S. Daniele a 67,5 e S. Pietro a 18[96]. Ma quest'ultimo aumento non è che apparente, poichè proprio intorno il 1903 dai due distretti di S. Daniele e S. Pietro si iniziò quella emigrazione temporanea verso l'America del Nord che, per essere transoceanica, venne impropriamente confusa colla permanente. Ed invero da S. Pietro in quell'anno si recarono oltre l'Atlantico ben 50 partenti e da S. Daniele 122; cifre senza confronto superiori a quelle di tutti gli anni precedenti. Anzi, sto per dire, che quelle stesse cifre più antiche, per quanto tenuissime, non esattamente si riferivano a emigranti stabili, poichè la maggior parte di coloro che già si portarono in America dai nostri paesi, furon visti, dopo un più o men lungo periodo di tempo, ritornare in patria a godersi la posizione economica conquistata nel Nuovo Mondo. Data la quale difficoltà di secernere emigranti stabili da emigranti temporanei anche in ogni altra parte del Regno, giustamente dopo il 1903 la Direzione generale di statistica soppresse la distinzione tra le due forme del fenomeno. Comunque, l'emigrazione propria non ebbe mai importanza reale nella nostra zona, al contrario di quanto già avveniva, e, sebbene in più debole misura, in parte ancora avviene nei distretti del piano.
L'emigrazione temporanea. Lo sviluppo e l'intensità del fenomeno. Fortissima vi è invece l'emigrazione temporanea che anche qui, come nel resto del Friuli, aumenta a misura si sale verso la montagna, decresce a misura si discende verso il mare, ove prevale l'emigrazione propria. Ciò trova la sua principale, non unica, spiegazione nel fatto economico della proprietà maggiormente frazionata, oltrechè meno redditiva, nei monti, e da cui le famiglie non possono ricavare quanto basti per vivere, costrette perciò ad aumentare le scarse rendite con guadagni che, per un complesso di ragioni ben note, si recano a cercare all'estero; mentre i lavoratori del piano, in gran parte fittavoli, non possono abbandonare i più estesi terreni dei loro padroni e, quando emigrano, preferiscono farlo stabilmente, nulla lasciando dietro a sè a cui il loro cuore sia attaccato durevolmente. Fra le cause d'ordine psicologico, per cui i montanari emigrano più facilmente, oltrecchè il maggiore spirito d'indipendenza proprio di uomini liberi e completamente padroni di sè stessi, v'è chi mette la maggior svegliatezza d'ingegno e il maggior grado d'istruzione di quegli abitanti; ma io credo che la maggiore istruzione sia piuttosto un effetto che una causa della maggiore emigrazione: infatti tra gli alpigiani del distretto di S. Pietro al Natisone, ai quali certamente non si può negare ingegno svegliatissimo, gli analfabeti son più numerosi che negli altri distretti montani della provincia dai quali finora si migrò in ben più forte misura.
Questo movimento dai nostri paesi prealpini verso l'estero ripete le sue origini fin dall'inizio del secolo XVIII; e i notissimi venditori di salumi e frutta al Prater di Vienna, più tardi beneficati di una carta di privilegi da Maria Teresa, erano quasi tutti dei distretti di Gemona e Tarcento. Anche i comuni di Bordano, Trasaghis, Venzone vantano un'emigrazione che risale a qualche secolo: così pure il distretto di S. Pietro contava già un buon numero di fuoruscenti che si recavano in Russia, Croazia e specialmente in Ungheria ad esercitare il commercio girovago, ed a vendere imagini di santi: un tempo nella Slavia italiana si diceva andare in Ungheria per recarsi all'estero, proprio come oggi nel resto del Friuli si usa dire recarsi in Germania.
Ma il fenomeno in allora veniva appena avvertito, e non aveva luogo che dove per la povertà del suolo i mezzi di sussistenza mancavano quasi interamente; cominciò a diventar generale e ad avviarsi verso la straordinaria intensità d'oggi quando in Germania, Austria-Ungheria, Francia, Svizzera si dette principio ai grandiosi lavori connessi coll'enorme sviluppo industriale recente di quei paesi. Dopo di allora, nonostante leggere oscillazioni, è venuto via via aumentando fino ad assumere le straordinarie, impressionanti proporzioni di questi ultimi anni. Secondo i dati ufficiali, durante il quinquennio 1895-9 la media annua degli emigranti dalla nostra regione fu la seguente:
| Gemona | 5899 | ossia di | 16,21 % | sulla popol. calcolata |
| S. Daniele | 5366 | » | 13,01 % | » |
| Tarcento | 3282 | » | 10,46 % | » |
| Cividale | 1590 | » | 3,54 % | » |
| S. Pietro al Natisone | 493 | » | 2,97 % | » |
La percentuale più elevata fu raggiunta da Gemona, ricca, come fu detto più volte, di terreni montagnosi assai poveri; e poi da S. Daniele, il distretto a popolazione più fitta in provincia dopo Udine; seguivano Tarcento e, a grande distanza, Cividale e S. Pietro. Quest'ultimo veniva ultimo tra tutti gli altri del Friuli, eccetto Palmanova; ciò in parte era dovuto alle stesse ragioni per cui la popolazione qui è più densa che negli altri distretti montuosi, in parte al temperamento degli Slavi che vi abitano, abituati a una vita tranquilla e patriarcale, non tormentati da soverchi bisogni, incapaci perciò di decidersi ad abbandonare per lunghi mesi la famiglia sia pur per migliorare la propria condizione.
Negli otto anni successivi (1900-1907) le cifre ufficiali oscillarono fra un massimo di 19344 nel 1903 e un minimo di 6513 nel 1904, pur essendo nel complesso assai rilevanti[97]. E mentre nei distretti di montagna si mantennero quasi stazionarie, forse per avervi raggiunto il limite massimo di potenzialità, son venute via via elevandosi nel piano e nei comuni dove in passato erano più basse: così in quelli del distretto di S. Pietro si raggiunsero 1071 partenti nel 1907, cifra senza confronto superiore a quelle di tutti gli anni precedenti. Ciò prova che anche l'esempio, la suggestione, i crescenti bisogni della vita esercitano influenza non solo nell'accentuare, ma nel rendere sempre più diffuso il fenomeno dell'emigrazione.
Senonchè le cifre ufficiali, pubblicate dal Ministero di Agricoltura, su cui si basano queste osservazioni, hanno un valore assai relativo e furon più volte oggetto di aspre critiche pel modo onde ne vengono raccolti ed elaborati gli elementi; e non senza ragione, come ne sono prova, tra altro, i dati spesso contradditori che sullo stesso argomento viene pubblicando talvolta il Ministero degli Esteri. Infatti il numero degli emigranti è calcolato in base ai passaporti che vengono rilasciati ogni anno dai singoli Municipi; ora è noto che un passaporto è valevole per tre anni e siccome viene più volte adoperato dallo stesso individuo, è naturale che il numero degli emigranti rimanga di molto superiore a quello dei passaporti. Ciò è risultato in modo perspicuo da un'inchiesta che venne fatta quest'anno presso tutti i Comuni dalla «Patria del Friuli» e la quale dette le seguenti cifre[98]:
| Emigranti | Per ogni 100 ab. | |
| S. Daniele | 9017 | 21,93 |
| Gemona | 9150 | 19,35 |
| Tarcento | 7056 | 18,40 |
| S. Pietro | 2026 | 11,83 |
| Cividale | 3690 | 7,51 |
Sono tutte cifre di molto superiori a quelle ufficiali e che, tra altro, portano a sempre più notevole altezza la percentuale già sì bassa del distretto di S. Pietro. Esse non possono non riuscire impressionanti se si pensi che su 100 ab. 29 sono di età inferiore ai 16 anni, 20 superiore ai 50, i veramente atti al lavoro si riducono a 50, dai quali detraendo ancora il 10% di individui che par ragioni di agiatezza, di uffici civili, di servizio militare non possono o non devono allontanarsi dalla patria, resta una cifra di 40%, di cui 21 è costituito di donne, 19 di uomini, sui quali ultimi devono essere reclutati gli addetti all'agricoltura, alle industrie, i partecipanti all'emigrazione[99]. Ora la percentuale degli emigranti nei distretti di Gemona e S. Daniele supera il 19 e di poco inferiore gli è quella di Tarcento. Che se dalle cifre generali discendiamo a quelle più particolari riguardanti singoli comuni, si raggiungono percentuali di un'elevatezza addirittura spaventevole, e che fanno pensare a qualche cosa di anormale e di patologico; così dal comune di Majano gli emigranti furono 38%, da Nimis 37, da Ragagna 31, da Grimacco 31, da Osoppo 30, cioè più che 1⁄3 dell'intera popolazione; da Artegna, Buia, Attimis, Colloredo di Montalbano di oltre 1⁄4; da Segnacco, Treppo Grande, Bordano, Montenars, Manzano, Cassacco circa 1⁄5. Invece furono appena del 4% nei comuni pianigiani di Cividale e Remanzacco, di 2,5 a Corno di Rosazzo e Buttrio, di 1 a Manzano, S. Giovanni di Manzano, Moimacco ed Ipplis.
Caratteri della nostra emigrazione. Danni e vantaggi. I paesi ai quali è maggiormente diretta la nostra emigrazione temporanea sono la Germania e l'Austria Ungheria, dove, specialmente in Baviera, nel Würtemberg e in Croazia, fanno i fornaciai, mestiere duro e mal retribuito e al quale, disgraziatamente, si viene dedicando un sempre maggior numero anche di donne e fanciulli, tanto che nel 1908, secondo l'inchiesta della Patria, emigrarono 4300 delle prime, 2000 dei secondi! In buon numero si recano pure agli stati balcanici, alla Svizzera, in Francia, Russia, e quelli di Osoppo, Forgaria e Clausetto fino al Siam, al Tonchino, alla Cina e alla Siberia. In questi ultimi anni una notevole corrente migratoria ebbe per meta l'America del Nord (Stati Uniti e Canadà) specialmente dai distretti di S. Daniele e S. Pietro, composta di minatori, sterratori e braccianti che si occupano nei lavori edilizi e ferroviari e in altre colossali costruzioni di vario genere. Tale corrente, interrotta durante la crisi monetaria e industriale che imperversò negli Stati Uniti un paio d'anni fa, sta ora ridiventando vigorosa e promette di riuscir fruttifera come lo fu in passato.
Secondo informazioni comunicate dal Segretariato dell'Emigrazione in Udine, le occupazioni per le quali i nostri emigranti si recano all'estero sono così ripartite tra i vari distretti:
S. Daniele: la maggioranza è di fornaciai, manovali e pochi muratori; questi ultimi provenienti specialmente da Colloredo di Montalbano, Majano, Rive d'Arcano, Ragogna.
Gemona: il massimo contingente è di muratori, sopratutto da Artegna, Bordano, Gemona, Montenars, Trasaghis, Venzone, Osoppo.
Tarcento: i più sono fornaciai; pochi muratori dànno Segnacco, Ciseriis (10%), Tarcento, Magnano; scalpellini Segnacco.
Cividale: partono fornaciai da Remanzacco, Cividale, Faedis, Moimacco, Povoletto, Premariacco; alquanti scalpellini da Faedis e Torreano; muratori da Faedis.
S. Pietro al Natisone: braccianti, manovali, fornaciai, a quanto sembra, mancando notizie precise in proposito.
L'esodo dei partenti è massimo nei mesi di marzo e aprile, nei quali rappresenta il 75% dell'emigrazione annua totale: la permanenza all'estero varia dagli otto ai nove mesi e l'epoca del ritorno è determinata dai primi rigori autunnali, cagionanti la sospensione dei lavori. In complesso i nostri emigranti abbandonano la madre patria quando questa ne avrebbe maggior bisogno, cagionando la sempre più sentita mancanza di braccia nelle campagne e la continua crescita dei salari, che, se da un lato risponde alle odierne idee di giustizia sociale, dall'altro mette in grave imbarazzo specialmente la proprietà media, condotta in economia. Se il fenomeno andrà ancora aumentando d'intensità, certamente alla nostra agricoltura si preparano giorni non lieti.
Tuttavia non si può disconoscere l'utile economico da esso derivante al Friuli, al quale è fonte di sensibili guadagni, che per tutta la provincia si calcolano non inferiori a 30 milioni di lire annue: prova ne sono l'edilizia migliorante dovunque e la progressiva estinzione dei numerosi debiti, per cui gli abitanti delle campagne in passato erano alla mercè delle banche e di privati speculatori, più o meno onesti. Che se da un lato è causa forse dell'estendersi dell'alcoolismo e di qualche altro vizietto, dall'altro, col migliorare il tenore di vita nei paesi più poveri, molto concorse a far decrescere la pellagra e coll'influire sullo sviluppo intellettuale dei lavoratori, li rende sempre più solleciti dei proprî interessi e li spinge a partecipare alla vita pubblica, la qual cosa, al postutto, checchè ne pensino i laudatores temporis acti, è un bene. Se finalmente consideriamo che il Friuli, di cui una buona parte è montuosa, un'altra ghiaieti magri di scarsissima fertilità, non dà prodotti sufficienti a mantenere la pur non molta fitta popolazione e che nè le nostre industrie, nè l'agricoltura, per quanto intensificate potrebbero per molto tempo occupare tutti i lavoratori, viene da sè la conclusione che l'emigrazione vi rappresenta non solo un bene, ma una necessità.