IX.
L'ultimato dell'Austria.

Sino dal '52, in una delle prime lettere confidenziali dell'Hübner al conte Buol, successo allora al governo dopo la morte del principe Schwarzenberg, è detto: «Nel campo della politica estera noi non potremo mai contare su lui».[304] La prevenzione era antica verso il futuro Imperatore e non deve quindi meravigliare se il congresso fu giudicato dal gabinetto di Vienna una trappola per diminuire l'influenza dell'Austria in Italia senza colpo ferire. È il pensiero già riferito del Thiers; e potrebbe rispondere a quelle enigmatiche parole: «Faccia la diplomazia alla vigilia di una guerra, quello che farebbe il domani di una vittoria».

«Ora è ammissibile che noi ci lasciamo sgozzare come un agnello, pacificamente seduti attorno ad una tavola verde?»[305] Ed è per questa considerazione che il gabinetto di Vienna rimase irremovibile nei suoi tre punti stabiliti come condizione del congresso,[306] nè recedette poi davanti ad alcuna sollecitazione o minaccia dell'Inghilterra;[307] o la sospettasse mal fida, o quanto meno debole verso il terzo Napoleone: «Ah, se ci fosse stato un Pitt in Inghilterra!» esclama con rammarico l'Hübner.

Con queste ragioni si complicavano poi altre ragioni di sentimento o passione, le quali governano, più che non si voglia, la fredda politica. Troppo forte umiliazione era per l'orgoglio secolare dell'erede di Carlo V scendere a patti di uguaglianza con un piccolo Stato che avrebbe dovuto rimanere anche lui in vassallaggio; e non solo si proclamava indipendente, ma gli aveva ribellati i sudditi, armati contro; si era eretto a procuratore degli Italiani, «per tanto tempo aveva, sbeffeggiato, provocato, insultato»[308] l'Austria.

Noi dimentichiamo, perchè giova, ed a dimenticare porta l'indole nostra, che a due riprese l'Austria ci diede Lombardia e Veneto; ma sulla punta della spada; facendo passare quelle Provincie per le mani di un altro imperatore, come feudi retrocessi. Non venire a patti, dunque, ma curare con la spada tanto ardimento: la qual cosa come prima fosse successa, tanto maggiore era la speranza di pronta riuscita.

Ed è questo appunto che il pacifico Cowley consiglia all'amico Hübner: «Voi dovete ordinare il disarmo del Piemonte, invaderlo, schiacciarlo, e dopo si parlerà di congresso dove e come si vorrà», e l'Hübner aveva risposto: «Ed è quello che noi dobbiamo fare e che noi faremo».[309] Ed è quello che fece appunto il Buol. Questi il 16 aprile avvertiva lord Malmesbury per mezzo dell'ambasciatore Appony che «l'Imperatore, nostro Augusto Signore, deve alla sua dignità ed alla tranquillità del suo impero il porre un fine ad una condizione intollerabile, assumendo egli stesso in sue mani la questione del disarmo del Piemonte. A tale scopo noi stiamo per rivolgere direttamente al gabinetto di Torino un ordine di ridurre il suo esercito sul piede di pace e di licenziare i volontari italiani».[310] Scongiurò lord Malmesbury il governo di Vienna di astenersi da tale «altera intimazione»; ma inutilmente; e perciò quando la mattina del 20 aprile gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra parteciparono al conte Buol che il Piemonte aveva aderito al disarmo, il ministro imperiale rispose che sino dalla sera antecedente aveva dato incarico ad un ufficiale di recare al conte di Cavour l'ultimato di congedare i volontari e mettere l'esercito sul piede di pace.[311]

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Non deve qui sfuggire la curiosa coincidenza delle date e la tamerlanesca (il curioso aggettivo è del Cavour)[312] ostinazione del Buol: due cose che si possono mettere nel conto delle molte fortune che ebbe l'Italia. Il 19 il Cavour, costernato e disfatto al punto da prepararsi al suicidio,[313] aderisce alla proposta del disarmo. In quel giorno stesso il Buol confida al Kellersperg, che partiva per Milano, il testo dell'ultimato, con l'ordine di recapitarlo a Torino. Il 20 lord Loftus, ambasciatore inglese, si presenta di buon'ora al Buol, gli annunzia in tuono lieto l'adesione del Piemonte al disarmo, lo complimenta calorosamente della felice soluzione della crisi; e Buol rifiuta le congratulazioni e informa invece della grave risoluzione presa d'accordo e per volontà dell'Imperatore.

Ma se l'ultimato è in viaggio per Milano, nulla di più facile che ritirarlo. Cavour si è piegato, disarmerà. Questo fatto viene a giustificare nel modo più semplice la soppressione dell'ultimato. Così parlò lord Loftus.

A queste parole il Buol oppose un'ostinazione invincibile: Sì, è vero: quando fissammo i termini dell'ordine al Cavour, noi ignoravamo la sua decisione. Ma giammai noi avremmo acconsentito a sedere in un congresso accanto ai rappresentanti del Piemonte.

Pensate — disse allora lord Loftus — che l'Austria sarà isolata....

Forse — rispose il Buol — ma è contro la rivoluzione e per l'ordine publico che noi combattiamo.[314]

Questa «altera intimazione» — scrive l'Hübner il 22, proprio il giorno del venerdì santo, — «ci dà l'apparenza di aggressori»,[315] ma se per questo fatto l'Austria si collocava in condizioni morali di inferiorità, se ne avvantaggiava notevolmente dal lato militare, cogliendo l'esercito franco-sardo mal preparato e diviso. «Pel mio Augusto Signore il primo colpo di cannone non è che l'avviso d'una guerra ordinaria; e mettendo anche le cose alla peggio, si potrà perdere una provincia, salvo a riprenderla più tardi. Ma per l'imperatore Napoleone è una guerra ad oltranza, dove l'esistenza del suo trono e della dinastia è in giuoco».[316]

Che Napoleone, per quanto ci piaccia figurarcelo illuso della sua onnipotenza e attratto dal fascino imperatorio, non si fosse fatto velo agli occhi sulla forza militare dell'Austria, appare dal colloquio di Plombières; che intrapresa la guerra gli stesse sopra l'incubo della sconfitta, è troppo manifesto, e Villafranca lo dice. Nell'ultima fase di queste trattative, egli ha piuttosto l'aspetto di persona che si lascia dominare dalle cose, che di persona che risolutamente vuole. Il 12 maggio (il naviglio che lo condusse a Genova portava il nome di «Regina Ortensia», la morta nella sua passione, che trasmise al figlio la sua passione) nel toccare la terra d'Italia disse all'Arese le note parole: «Mio caro Arese, bisogna che noi ringraziamo Iddio che ha inspirato all'Imperatore d'Austria la risoluzione di varcare il Ticino; perchè altrimenti come avrei potuto io essere qui?»[317], le quali suonano come voce di persona assente quasi ai fatti, e che da questi e dal fato si lascia trascinare. Ed al Cavour pur disse le note parole: «Voi dovete essere contento; i vostri piani si avverano», le quali suonano come di persona che dica: ciò che voi volete, ecco avviene.

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Il Cavour ebbe notizia sicura del rifiuto dell'Austria la mattina del 21. Il giorno 23, domanda al Parlamento i poteri dittatoriali per la guerra.[318] Cadeva quel giorno d'aprile; e si chiudeva la seduta al grido di: «Viva il Re! Viva l'Italia!», quando fu visto il Cavour uscire in fretta dall'aula. Erano giunti gli inviati austriaci. Colomba che rechi ulivo, mai non giunse più cara di quei due messi che recavano la guerra. Sono consegnate alla storia le parole che l'attimo eroico suggerì al Cavour, Dicono: «Esco dalla tornata dell'ultima Camera piemontese: la prossima sarà quella del regno d'Italia». Anch'egli aveva l'intuito dell'avvenire, se non che è destino di tutti i profeti vedere nel cielo più mirabili cose che non siano consentite nella loro traduzione terrestre.

Il conte di Kellesperg introdotto nello studio del Cavour, porse la lettera del ministro austriaco, dichiarando di ignorarne il contenuto. Il Cavour disuggellò e lesse,[319] e poichè l'ultimato concedeva tre giorni per la risposta, così, come dicemmo, levato di tasca l'orologio, diede convegno al messo tre giorni dopo all'ora medesima.

In quei tre giorni che gli inviati austriaci rimasero a Torino, furono colpiti dall'aspetto quasi tranquillo della popolazione, della qual cosa ammirando e contemplando la città bellissima, dicevano: «Quel dommage! Questa magnifica città sta fra pochi giorni per essere abbandonata agli orrori della guerra», tanto ferma era la persuasione che la presa di Torino sarebbe stato il primo atto certo del sanguinoso dramma; e questa convinzione era tale che i parenti degli ufficiali austriaci recapitavano poi le lettere a Torino; ed il Cavour se le fece portare e le consegnava al legato di Prussia dicendo: «Ecco lettere indirizzate a persone, il cui domicilio è sconosciuto qui alla posta».

Allo spirare dei tre giorni il Cavour consegnò la risposta[320] proferendo poi agli amici le meravigliose parole: «Alea jacta est.... Ed ora andiamo a desinare. Noi abbiamo fatto della storia».

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Conviene pur dirlo: per quanto gli uomini moderni guardino con occhio poco benevolo ogni moto dell'animo che esulti di orgoglio nazionale, è impossibile dominare in noi stessi la profonda impressione che ci vince leggendo i libri e le memorie degli storici e politici stranieri, i quali non fanno il nome del Cavour senza inchinarsi dinanzi a tanto mirabile e dominante figura umana. Appare come un Cristoforo Colombo novello che ha bisogno di trasformare la piccola nave in cui crebbe, in un colosso del mare, e il mare non gli pare vasto abbastanza. E per ciò anche le parole intinte di amarezza, tornano per forza a sua lode. «Jacta alea est! — chiosa acremente il De La Gorge.[321] In verità egli come Cesare stava per passare il Rubicone. Ma egli non doveva passarlo solo, e questo era in fondo il segreto della sua sicurezza».

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La guerra obbliga Hübner a lasciare Parigi. Vi era da otto anni, e con tutto il suo sdilinquimento per ogni cosetta che gli ricordasse la «sua povera, la sua cara Austria», vi sarebbe rimasto ancora volentieri. È anzi nel momento del distacco che si accorge di avere tanti buoni, tanti cari amici fra l'aristocrazia del sobborgo di San Germano. «Alla stazione è venuto a salutarlo anche il marchese di Pimodan, antico colonnello austriaco.[322] Porta carrément la bianca uniforme austriaca, e nessuno ci trova da ridire. Tutti quei nobili signori salutano con rispetto, con tristezza l'ambasciatore d'Austria. Egli guarda tra la folla: vede alcune donne che piangono. Esse — esclama — non hanno dimenticato il sangue e le lagrime che la guerra di Crimea ha fatto versare; e ci si domanda, senza capire, per quale ragione la Francia va in Austria a cercar rogna da grattare».[323]