XI.
Napoleone al bivio.

Qui è opportuno ricordare che se per noi quella guerra era di giusto diritto, alla sua volta l'Imperatore d'Austria chiamava a raccolta i popoli del Tirolo e del Vorarlberg per «la più giusta delle cause per le quali siasi unquamai sguainata la spada»;[345] anche egli invocava l'aiuto di Dio, questo gran silenzioso; e nel proclama del 28 era detto: «La corona che i miei antenati mi hanno trasmessa senza macchia, ha passato giorni molto infausti; ma la gloriosa storia della nostra patria prova che spesso, quando le ombre di una rivoluzione, che mette in pericolo i più preziosi beni dell'umanità, minacciavano di stendersi sull'Europa, la Provvidenza si è servita della spada dell'Austria, i cui lampi hanno dissipato quelle tenebre. Siamo di nuovo alla vigilia d'una di queste epoche, ove le dottrine sovversive d'ogni ordine esistente, non sono più solamente predicate dalle sette, ma lanciate nel mondo anche dall'alto de' troni».

Ora il trono da cui partivano le dottrine sovversive e perigliose alla pace d'Europa, non poteva essere che quello di Napoleone, la cui corona era macchiata dal colpo di Stato. L'espressione è indeterminata, ma a togliere ogni dubbiezza soccorre l'«Ost-deutsche Post», tradotta ad ammaestramento degli italiani dalla «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Napoleone ha gettato la maschera. L'Austria gliel'ha strappata».[346]

E d'altra parte la rivoluzione — la quale fu sempre cosa formidabile fra noi, perchè la nostra sentimentalità non l'infrena, e la nostra acquiescenza non la soddisfa — , sdegnava e sospettava insieme l'aiuto di Napoleone dicendo per le parole del Mazzini: «Il grido di «viva la Francia!» può essere senza colpa da labbra italiane; il grido di «viva l'Imperatore» nol può: alla immoralità di quel grido si aggiunge in oggi, per noi, il sospetto di codardia: «Esecravano ieri» — dirà l'Europa — «in nome degli eterni principii: plaudono in oggi a chi li violava, perchè ei li salva co' suoi aiuti dall'obbligo di combattere».[347]

La violenza di queste due forze nemiche che cominciano a fluire e trascinano Napoleone per l'ambigua loro risultante, appare manifesta. Egli s'equilibra a volta a volta ad entrambe, ed è da entrambe respinto; onde quella sua politica incerta, e quelle cospirazioni, le quali forse erano nell'abito della sua giovanezza, ma erano altresì una conseguenza del dissidio tra l'idealità e la necessità.

Uno scrittore francese riferisce al Cavour queste parole su Napoleone: «Il suo torto è di volere cospirare sempre. Dio sa se egli ne ha bisogno! Non è egli il padrone assoluto? Con un paese potente come il vostro, un grande esercito, l'Europa tranquilla, che ha a temere? Perchè sempre, ad ogni ora, mascherare il suo pensiero, andare a destra quando vuole andare a sinistra? A quest'ora potrebbe andar diritto al suo fine: ma no! Egli preferisce sviar la gente, far seguire una falsa pista, cospirare infine, cospirare sempre! Vedete, questo è proprio del suo genio: è il mestiere che egli preferisce, e lo fa da artista, da dilettante, e in questo giuoco sarà il primo ed il più forte di tutti noi».[348]

Se queste parole del Cavour sono vere (o se vere, debbono avere il valore di semplice conversazione), i fatti posteriori, per ciò che riguarda la potenza dell'esercito e dell'impero le emendano di troppo; e più le emenda questo pronostico dell'Hübner, sino dal '52: «Più il movimento imperialista è grande, veemente, irresistibile; più forte sarà un giorno la reazione in senso inverso»; e Luigi Napoleone che si prepara all'Impero, è così definito: «L'uomo di Dio ovvero l'uomo dello Spirito maligno. Noi non sappiamo ancora con quale dei due nomi chiamarlo: mi sembra bene, tuttavia, lasciarne traccia in archivio».[349]

Sarebbe — dunque — stato «l'uomo di Dio», contribuendo a fare davvero il Colpo di Stato Europeo; ma in tale caso sarebbe stato per Cavour (e parve all'Orsini) l'uomo dello Spirito maligno; e viceversa.

Più vere, forse, le parole melanconiche, già riferite, del buon abate Bertrand al giovanetto erede: «Ma, povero fanciullo! Che la fortuna non gli giuochi un simile tiro (di arrivare al potere)! Sia un galantuomo anzitutto, come vuole suo padre».[350] Ma in tale caso non ci sarebbe più quello splendido romanzo che è la storia.

*

In mezzo a tale contrasto si iniziava la guerra; al quale contrasto è da aggiungere lo stato latente di dissidio tra Napoleone e Cavour. Questi, con una puntualità ammirevole, gli aveva fatto trovare, al suo arrivo in Italia, già scoppiato il moto di ribellione e di annessione in Romagna, Modena, Parma, Firenze. Alla sua volta l'Imperatore, mandando il cugino Napoleone in Toscana con parte dell'esercito, sembrava al Cavour volesse dare principio al suo progetto di restaurazione bonapartista.

Che cosa va a fare adesso quel signore nella tranquillissima Toscana? «L'on commence à montrer le bout de l'oreille».[351]

Non era necessario che il Mazzini richiamasse al Cavour la storia amara di Ludovico il Moro.[352] Corse ad Alessandria e sottopose all'Imperatore quale vespaio si sarebbe destato in Europa all'annuncio di un'occupazione francese in Toscana. Racconta il Chiala che l'accoglienza dell'Imperatore fu fredda, la risposta impacciata, e disse che l'andata del principe Napoleone in Toscana era determinata da ragioni militari, di cui egli solo era giudice; che non aveva intenzione di mettere un principe francese su di un trono dell'Italia centrale e che al bisogno avrebbe rassicurato le potenze.[353]

Certo il vespaio fu desto. L' «Ost-deutsche Post», nella traduzione della «Gazzetta ufficiale di Milano», dice: «Diritto dei popoli? Illusi. Diritto di violenza. Vedetelo. Ecco senza dichiarazione di guerra, e senza guerra, strappata Massa al duca di Modena verso il quale fino all'ultimo istante si finsero sentimenti di buon vicinato. Ciò significa cominciare col poco per finire col molto. Un secondo atto di violenza franco-piemontese ci si annunzia da Firenze. Mercè un decreto del Comitato sardo,[354] le truppe toscane vennero sottoposte al comando del principe Napoleone. Getta una luce caratteristica sul trono napoleonico la circostanza che questo principe, il quale tanto avvicina esso trono, assuma il comando di truppe che mancarono al giuramento verso il loro Sovrano. È questa la gloria napoleonica! La Toscana, non in guerra colla Sardegna, nè colla Francia, voleva tenersi neutrale. Ma una sommossa militare, suscitata dalla Sardegna, cacciò il gran Duca. Egli, però, non ha abdicato. Ma che ne importa ai franco-sardi? Essi trattano la Toscana come paese di conquista: solo che finora non sembrano d'accordo a chi debba appartenere. Simili fatti accelereranno un rigoroso intervento dell'Europa, particolarmente della Prussia!»

Ma forse perchè questo catechismo, provenendo da fonte austriaca, poteva essere rifiutato, così la citata «Gazzetta» accoglie e stampa quel formidabile scritto del Mazzini «A Luigi Bonaparte», dettato in Londra in lingua francese, nell'aprile del '58, riprodotto in inglese nel «Morning Advertiser», e dal Saffi voltato in italiano pel giornale genovese «L'Italia del popolo». Il punto più potente della terribile requisitoria mi sembra essere quello diretto a dimostrare fraudolenti e fallaci quelle promesse di riforme democratiche e socialiste, che Luigi Bonaparte aveva fatto, proclamandosi «Imperatore del popolo». «L'umanità — dice il Mazzini — chiede realtà non fantasmi, non fatti bastardi, arbitrarii, anormali che han la vita di un'ora. A tai fatti essa guarda, sorpresa per meraviglia, un istante; poi passa intimando all'importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi signore vi affrettate a tal termine. Voi potete vivere mesi, non anni».

Ora, se fosse lecita alcuna divagazione, si potrebbe osservare, come questo nostro Grande, «a cui la tirannide aveva tolto la patria» (allora si riteneva sommo male essere senza patria), nel tratteggiare la malvagità senza confine di Luigi Napoleone, ricorra spesso a termini di sogno e poetici, come la ricordata «pallida ombra di Sant'Elena», come il diniego di ogni missione, come la citazione dello Shakespeare in «Macbeth»: È vita in voi? o siete cosa che uomo possa interrogare? Ma sarebbe disamina troppo sottile; e nulla ne importa alla «Gazzetta ufficiale»; le importa invece avvertire, per bocca del Mazzini, che menzogna e frode è ogni operazione di Napoleone III, anche per ciò che riguarda la guerra d'Italia; che egli può «sognare conquiste; ardirle, arrischiarle non mai».

Ma dopo che l'uomo ha ardito, ha arrischiato, ha vinto a Magenta, cioè cinque giorni dopo quella riproduzione mazziniana, il dì sei di giugno, il linguaggio del giornale è mutato. Si inneggia all'invincibile, al glorioso, al magnanimo Napoleone III; e poichè, come dice il Carducci, ove albeggi la notte d'Italia tu «vedi ivi il poeta», si stampano versi di così atroce arte:

Han vinto! i mille il fremito

Della vittoria han dato.

Due condottier, due fulmini.

Stretto han d'Italia il fato,

E l'avoltoio d'Attila

Morde i suoi duci al suol.

In quel giorno era avvenuto lo sgombero da Milano degli Austriaci e dalla testata del giornale, «al livello dei nuovi bisogni» era caduta infatti l'aquila.

*

A Magenta Napoleone dettò quel proclama «Agli Italiani», che oggi è cimelio di museo: si conserva infatti l'originale, fiore ingiallito di illusione presto morta, all'Ambrosiana di Milano. Allora apparve cosa viva, ed io ricordo qualche patriotta del mio paese, mezzo addormentato per il sepolcro, che lo borbotta ancora qua e là a memoria. Esso è datato da Milano, il dì 8; ma fu scritto a Magenta, cioè caldi ancora i cumuli di quelli che morirono per una causa ignota a loro al grido: Viva l'Imperatore! Il primo dettato, a carattere forte e sicuro, è scancellato a gran tratti, e fra le interlinee corrono in iscrittura più esile, le correzioni di pugno di Napoleone: ma prima ancora che il tempo lo scolorisse, il foglio reca le impronte di un atto violento: fu sgualcito e gettato. Quelle parole avevano carattere polemico, con fiera allusione al Mazzini: ma o la generosità sdegnasse contrasti personali; ovvero non le reputasse opportune, furono tolte. Esse sono le seguenti: «Io sono il vostro amico più sincero e più disinteressato». Quindi dice: «Non lasciate sfuggire l'occasione felice che si presenta di ricuperare la vostra indipendenza e di mantenerla, perchè se voi la lasciate sfuggire, secoli passeranno ancora senza che voi la possiate ritrovare, ed il solo modo di conquistare la vostra indipendenza è di fare causa comune contro quelli che vi opprimono, di organizzarvi militarmente dovunque: «Trattate come traditori della patria» tutti quelli che vogliono creare delle dissensioni, «non cercate di sciogliere oggi le questioni politiche che solo l'avvenire può risolvere».

Nel testo ufficiale questa dichiarazione recisa è stata sostituita dai noti periodi: «I vostri nemici, che sono anche i miei, tentarono di scemare le generali simpatie dell'Europa per la vostra causa, dando a credere che io facevo la guerra per ambizione personale o per estendere il territorio della Francia....» No!

«Se vi sono uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono fra quelli. Nello stato luminoso dell'opinione publica, oggi si è più grandi per l'influsso morale che si esercita, che per le sterili conquiste; e quest'influsso morale io lo ricerco con orgoglio contribuendo a rendere libera una delle più belle parti d'Europa. Io non vengo con un sistema preconcetto per spodestare i sovrani o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non porrà alcun ostacolo alla libera manifestazione dei vostri voti legittimi». Incitati gli Italiani a «mostrarsi degni» della «fortuna che loro si offre», termina con le famose parole: «Organizzatevi militarmente. Ricordatevi che senza disciplina non v'è esercito; ed animati dal sacro fuoco della patria, non siate oggi che soldati: domani voi sarete cittadini liberi di un grande palese».

Pur concedendo libertà di interpretazione, sta il fatto che Napoleone non dice: «io vengo a liberarvi», ma dice «io contribuisco», e in relazione a questa parola è l'esortazione alle armi per tutti gli Italiani; nè ciò si deve considerare come espressione puramente retorica, e ne è prova questa lettera del Cavour, in data 27 giugno, al Vigliani governatore della Lombardia: «Nigra[355] le ha comunicato l'aspro rimprovero che l'Imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell'Imperatore. Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi dell'Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca attiva, lunga, energica. Bisogna promuovere senza indugio l'arruolamento di volontari».

Il Cavour prosegue domandando uomini, denari, cavalli «al patriottismo dei Lombardi»: i cavalli «in gran copia». Questi «siamo disposti a pagarli, ma più ancora a riceverli gratis». Il tuono è faceto, ma sotto trema la preoccupazione; ed è evidente che al Vigliani non può il Cavour scrivere come nella lettera da Parigi a La Marmora.[356]

Sta pure il fatto che nel proclama imperiale non è la frase, che poi fu volta in dileggio: «dall'Alpi all'Adriatico». Essa si legge invece nel proclama di Vittorio Emanuele ai Lombardi, datato posteriormente, cioè dal 9, dove è questo incensante ma impegnativo periodo: «L'Imperatore dei Francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell'eroico esercito di quella nazione, vuole liberare l'Italia dalle Alpi all'Adriatico».

Chi dettò il proclama di Vittorio Emanuele? Non so; ma è facile il supporre.

Napoleone nel proclama ai Francesi, datato dalle Tuileries il 3 maggio, dice soltanto: «L'Austria ha condotto le cose a tale estremo, che abbisogna che essa domini sino alle Alpi, o che l'Italia sia libera sino all'Adriatico. Ogni angolo di terra rimasto indipendente corre pericolo pel potere di lei». Nè con ciò intendeva impegnarsi.[357]

In questo, che a me pare errore, cade pure il maggior storico del Secondo Impero, il De La Gorge. Dice: Napoleone dichiarava che l'Italia sarà libera sino all'Adriatico.

Aggiunge: che il disordine non sarebbe punto fomentato nella penisola: che il potere del Santo Padre non sarebbe stato scosso.

Conclude: tre predizioni che un avvenire prossimo doveva parimenti smentire.[358]

Più amaramente ancora: appena firmati i preliminari di Villafranca noi ci dovemmo giustificare non in faccia all'Austria, che avevamo battuta, ma in faccia agli Italiani che noi abbiamo avuto il torto, il torto imperdonabile, di non affrancare d'un solo colpo.[359]

Meglio tornare al documento.

Si ritenga il documento napoleonico sincero o no, sta il fatto che, così come suona, la guerra appare intrapresa per un'idea, e l'Hübner può in tal modo avere spiegazione del difficile problema, perchè la Francia «a cherché querelle à l'Autriche»:[360] e poichè quel diplomatico era acuto ed ironico, è lecito porgli in bocca la famosa esclamazione socratica: O mirabile uomo!

Sincero o no, è evidente l'intenzione di sostituirsi ad ogni altro nel difendere la libertà e i diritti dei popoli: causa rivoluzionaria! Ora si avverta come nel febbraio del '53, l'Hübner, udito il moto mazziniano in Milano, sospettando — a che non giunse la paura? — connivenze segrete col grande agitatore, scrive: «La sua politica all'interno, come quella all'estero, è sempre stata quella di mangiare a due greppie: di parlare di rivoluzione ai rivoluzionari e di autoritarismo con gli uomini d'ordine: ma infine viene un giorno in cui l'ambiguità del linguaggio non basta più e bisogna prendere il suo partito, a meno di esporsi a trovarsi per terra fra due sedie». Ora il documento dice che egli ha preso partito; ma la rivoluzione, e per essa il Mazzini, a tutto è disposta fuorchè ad offrirgli la sua sedia rivoluzionaria; e però l'uomo cadrà a terra lo stesso. Tale fu lo strano destino di quest'uomo meraviglioso.

Ha preso partito. Ma piacerà questo partito di apostolo della Rivoluzione all'altro alleato d'Italia, l'Imperatore dell'Oriente, allo Czar? Non c'era pericolo che ammesso questo principio rivoluzionario su di un punto, esso dovesse fare il giro d'Europa e passare per dove allo Czar non piaceva, per la Polonia, ad esempio?[361]

Piace questo partito al Mazzini.

S'emenda e dice: la guerra è un «fatto iniziato»; è «un fatto potente che crea nuovi doveri e modifica essenzialmente la via da tenersi.... Possiamo deplorare l'intervento imperiale, ma non possiamo dimenticare che l'Austria è l'eterna nemica». Così il Mazzini nello scritto del 15 Maggio «La guerra»; e «non perchè Bonaparte lo ha detto, ma perchè l'onore e la salute della patria lo esigono — scrive il 1.º luglio, manifestamente dopo aver avuto notizia del proclama — la cooperazione degli Italiani alla guerra deve essere tanta «da un capo all'altro d'Italia» che i centomila stranieri scesi in aiuto, paiano legione alleata dei ventisei milioni d'Italiani, anzichè esercito liberatore».[362] Sognatore, in verità, non era soltanto Napoleone III!

Se non che il Mazzini — in pieno accordo col Cavour in questo — domanda la Cooperazione degli Italiani ad uno scopo ben determinato, ben diverso da quello così indeterminato di Napoleone; cioè al fine che «gli Italiani dal presente conflitto facciano uscire l'unità nazionale».

*

I ciambellani intanto alle Tuileries, in pieno accordo con l'Imperatrice, sono ben convinti che la Francia non può avere con l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, «che un duello al primo sangue!»[363]