NB. Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera all'amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest'inverno una scappata a Parigi, voi mi troverete all'Hôtel di Bristol. Ho fermato l'appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».
324. De La Gorge, pag. 53.
325. Le Maréchal Canrobert, di Germano Bapst.
326. Hübner (figlio), II. pag. 221.
327. «Freddo, risoluto e fornito del colpo d'occhio pronto e sicuro dei grandi capitani, d'un coraggio quasi temerario durante l'azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. Egli ha già fretta di vedere la fine di questa guerra d'Italia, che costa ogni giorno tanto sangue francese.» (Dalle memorie del conte O. De Viel Castel, 15 giugno. In Chiala, VI, pag. 405.)
328. Bollettino del 15 agosto '55.
329. L'Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre all'Austria ed alla Francia la mediazione dell'Inghilterra per una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l'Austria ritardi l'attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di Vittorio Emanuele all'ultimato dell'Austria». In tale senso Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26, Buol risponde all'Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro ultimatum non è soddisfacente».
330. Il Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate notizie della guerra del '59 va raccogliendo il rag. Labadini di Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte militare.
331. Moreno, Trattato di Storia militare, pag. 283.
332. Op. cit., III, pag. 17.
333. La via ferrata pel Cenisio finiva a Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano parecchie tappe penose di cammino in montagna.
334. Chiala, VI, pag. 404.
335. Vi si recò in incognito la mattina del 13.
336. Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato Maggiore dell'esercito sardo, che ebbe parte negativamente grande alla battaglia di Custoza. Ch'ai dia al so general ch'as rangia, rispose, stando al caffè, all'ufficiale del generale Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De Felissent. Il generale Pianell, pag. 365.
337. Tolgo dal Chiala (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono mai cordiali: dal gennaio in poi.... erano divenute difficilissime». Dopo Villafranca e nell'ultimo ministero Cavour non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel Risorgimento Italiano, N. 1.
338. Chiala, VI, pagg. 416, 422.
339. Op. cit., III, pag. 12.
340. Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio che la spiegazione è inutile!
341. Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole questo passo: .... «L'Imperatore ha fatto dare a vari giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di noi l'opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai all'esito finale della lotta».
342. Chiala, VI, pag. 400.
343. Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze antica, sono una razza imbastardita».
344. Chiala, VI, pag. 402.
345. Proclama del 1.º giugno 1859 ai popoli del Tirolo e del Vorarlberg.
346. Gazzetta Ufficiale di Milano, 4 giugno.
347. Mazzini, La Guerra, 15 maggio, X, pag. 304.
348. D'Ideville, Journal d'un diplomate en Italie. Del resto, questa facoltà del cospirare non era sfuggita pur all'Hübner (I. pag. 51): «Egli ha dell'astuzia, egli possiede a un alto grado l'arte di cospirare».
349. Hübner, I, pag. 77.
350. Stéfane-Pol, op. cit., pag. 101.
351. Chiala, III, CLXXIII.
352. «Voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Ludovico il Moro, chiamando la tirannide straniera di qua dell'Alpi.» Mazzini, Scritti, X, pag. 74 (giugno. 1858).
353. Cavour prese atto di questa dichiarazione dell'Imperatore, e la publicò. Vedi Bianchi, Storia documentata, VIII, pag. 499. Già dal 18 maggio l'Imperatore aveva assicurato l'ex ministro Salvagnoli, che gli avea chiesto udienza, che la missione del cugino in Toscana era puramente militare. Lo richiese discretamente della possibilità di elevare la duchessa di Parma al trono di Toscana. Il Salvagnoli rispose dicendo che «era assolutamente impossibile». Le sorti della Toscana così rimasero sospese.
354. Il 22 maggio fu letto ai soldati toscani l'ordine del giorno di Vittorio Emanuele: «Stimandovi degni di combattere a fianco dei valorosi soldati di Francia, vi pongo sotto gli ordini del mio amatissimo genero il principe Napoleone, a cui sono dall'Imperatore dei francesi commesse importanti operazioni militari. Ubbiditelo come ubbidireste a me stesso».
355. Il conte Nigra con decreto del 15 giugno era stato incaricato dell'ufficio di segretario capo presso la Direzione generale per gli affari delle provincie annesse. Vidi Chiala, III, pag. 97.
356. Vedi pag. 241. — E. T. Moneta, tutt'altro che favorevole a Napoleone, ma spirito equo e desideroso della verità, scrive a questo proposito: «Ma nell'entusiasmo del momento, nella fede immensa che tutti avevano nel valore dei due eserciti alleati, passò inosservato (?) l'ammonimento contenuto nelle ultime parole. I volontari avevano bensì dato un bel contingente, ma molto inferiore a quanto si imponeva ad un popolo in una guerra che si combatteva per la sua indipendenza». Vol. II, pag. 311 della bell'opera: Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX.
358. De La Gorge, op. cit., II, pag. 448.
359. De La Gorge, III, pag. 113.
360. Hübner, II, pag. 428.
361. Vedi documento in Chiala, VI, pag. 728: «Il principe Gortschakoff aveva detto: Niente politica rivoluzionaria! Egli amava l'Italia dove aveva a lungo dimorato nella sua giovinezza. Incaricato d'affari a Firenze, aveva visto la Toscana felice sotto il paterno governo granducale e del vecchio Fossombroni. La sola ombra a questo quadro era l'influsso pernicioso, esercitato dall'Austria, ecc.».
362. La guerra, 15 maggio. Vol. X. pagg. 303-304.
363. Vedi Chiala, VI, pag. 398. Il Walewski si oppose alla citata frase del proclama imperiale in cui si accennava all'Adriatico. L'Imperatore contraddisse all'interpretazione che il conte Walewski dava a quel passo, che, secondo lui, era la semplice dichiarazione di un'opinione, ma non lo legava per nulla a sostenerla con la spada. (Vedi Chiala, III, CLII, che toglie dal Martin, op. cit., pag. 435.)
364. Le frontiere del Reno per timore d'invasione della Prussia, non potevano essere sguarnite.
365. Hübner, II, pag. 275: «Gli armamenti si fanno con mollezza e su piccole proporzioni; ...i lavori di guerra si eseguiscono a pezzi e bocconi, conseguenza naturale della mancanza di fondi, che non si sono ancora voluti chiedere al corpo legislativo: ma mi sembra anche ravvisarvi un riflesso delle incertezze che regnano nelle alte sfere del potere». Informazioni al Buol.
366. La guerra d'Italia, scritta dal corrispondente del Times al campo franco-sardo. Ed. Perin. Paris, rue de Solferino, 1860, cap. I. (Obbiettiva e completa narrazione.)
367. Bollettino austriaco.
369. Chiala, III, CXCVI. Il corrispondente del Times (op. cit., pag. 39) aggiunge: «Come storico fedele l'autore deve però riferire che tanto al quartier generale, quanto nell'esercito francese grande fu in quella sera (Magenta, 4 giugno) e per qualche tempo dopo, l'indignazione contro la tardanza dell'esercito sardo, attribuita a varie cause da varie dicerie, che furono poi dimenticate nel rapido corso degli avvenimenti. Sonvi però alcuni fatti che spiegano più naturalmente la tardanza dell'esercito piemontese». Il signor Labadini di Milano, accuratissimo raccoglitore delle memorie intorno alla guerra del '59, mi accerta che il ritardo provenne dall'insistenza di Mac-Mahon affinchè le due divisioni Fanti e Durando dovessero seguire non precedere la brigata Ducaen. Il Fanti contribuì poi efficacemente in fine della battaglia di Magenta. Vedi anche Bazancourt, I, pag. 186, ove dice che il ritardo del Fanti fu «suo malgrado».
370. Detto anche ponte di Buffalora sul Ticino, da non confondere col ponte omonimo sul Naviglio.
371. L'esercito austriaco si trovava in uno stato di dispersione press'a poco come l'esercito alleato. Il IX corpo era intorno a Pavia, fuori della zona d'azione: l'VIII a Bereguardo, il V e il III e la divisione Lilia del VII, stabilita a Castelletto, avrebbero dovuto compiere una forte marcia per raggiungere il nemico. Disponibili per la battaglia immediata erano il I ed il II corpo, stabiliti a Magenta e la divisione Reischach del VII corpo a Castellazzo dei Barzi. A ciò si aggiunga la stanchezza per l'improvvisa marcia al di qua del Ticino. Solo alla sera del 3 Giulay ebbe compiuto questo movimento. Stabilito ad Abbiategrasso, il suo piano era di rimontare al nord e cogliere di fianco i franco-sardi in quel che movevano verso Milano. In tali condizioni non poteva avvenire a Magenta che una battaglia parziale. Tale essa fu, ma terribile.
372. Bazancourt, I, pag. 183. Mac-Mahon fu nominato maresciallo sul campo. Ma si ritiene che suo precipuo merito fu l'aver vinto. NB. Quanto alle ore, v'è molta discordanza.
373. Mac-Mahon sorpreso da inattese grandi forze nemiche dovette sospendere l'attacco di Buffalora e retrocedere; avvertire (e si recò egli stesso, cavaliere audace e generale imprudente) del pericolo di essere tagliato fuori, l'Espinasse che moveva con altra colonna. Solo più tardi potè riprendere l'attacco di Buffalora: quindi egli ed Espinasse mossero con meravigliosi assalti su Magenta. Quivi Espinasse incontrò la morte.
374. Al ponte di San Martino.
375. Op. cit., III, pag. 51.
376. Cler prende con sè qualche compagnia: dispare per riconquistare il terreno perduto al di là del Ponte Nuovo sul Naviglio tra il fumo della fucilata. Ma presto le sue colonne piegano. Si distingue un cavallo senza cavaliere che galoppa fra le file scompigliato e viene ad abbattersi sul ponte. È la puledra di Cler! esclama Mellinet. Nel tempo stesso sopraggiunge il suo ufficiale d'ordinanza, Tortel. Dice: Cler fu ucciso fra i soldati. Mentre parla, un proiettile stende lui pure morto al suolo. Espinasse è sceso da cavallo. Dice: Su questo suolo, lubrico di sangue, più non si regge! Alla testa dei suoi zuavi, percuote furioso del pomo della spada contro le imposte di una casa asserragliata all'ingresso di Magenta, difesa da 300 tirolesi. Sfondate questa porta, miei bravi! È steso morto da una fucilata.
377. Gli scrittori di cose militari appuntano tanto il mancato inseguimento degli alleati, quanto il ritirarsi del Giulay, il quale avendo intatti due corpi d'armata, poteva francamente rinnovare la battaglia il dì seguente. Il Giulay scrive che così intendeva di fare, ma che avendo inteso come «le truppe del primo e del secondo corpo d'armata, le quali più avevano sofferto del primo assalto del nemico, si erano ritirate indietro... ordinò la ritirata». Questo «ritirarsi indietro», il loro miserando arrivo per porta Vercellina (oggi Magenta) a Milano, documenta quanto terribile fu lo sforzo di quell'esigua parte dell'esercito francese che combattè in quel giorno.
NB. Per ciò che riguarda Milano, si consulti l'opera di prossima publicazione del signor Ausano Labadini, Milano e alcuni momenti del Risorgimento italiano.
378. Duca di Polenta chiamavano i soldati per dileggio l'Intendente generale. Al principio di luglio erano negli ospedali 25.000 infermi e feriti (Chenu, Statistique médico-chirurgicale, II, pag. 877). Invero le ambulanze austriache ne contenevano un numero anche maggiore: «ma la consolazione era mediocre sopratutto per l'anima umana dell'Imperatore». (De La Gorge, op. cit., III, pag. 105.) Circa 2600 francesi morirono di malattia.
379. Campagne d'Italie, redigée au dépôt de la guerre, pag. 420. «La battaglia sarebbe stata possibile prevederla, perchè la vigilia dei riconoscimenti spinti a fondo avrebbero annunciato sicuramente la concentrazione del nemico. Non avendo preveduto la battaglia, l'Imperatore preparò almeno i mezzi per assicurarne il successo.» De La Gorge, op. cit., III, pag. 82.
380. Victor Hugo: «Voi non avete vinto che la battaglia di Satory». — G. Mazzini: «I dittatori romani e vostro zio conducevano in persona le armate conquistatrici: voi all'incontro amate bensì le uniformi corrusche d'oro, ma è dubbio se sappiate condurre un reggimento».
381. Op. cit., III, pag. 102 e aggiunge: «Questa stessa bontà che gli faceva onore, gli rese più dolorosa la vittoria. Era lo stesso spettacolo di Magenta, ma con un'estensione più vasta ed orribile».
382. Fra il Niel accusatore e il Canrobert s'accese poi così aperto litigio che fu necessario l'intervento dell'Imperatore per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel, che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti rinforzi.
383. Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari, Durando. La divisione Fanti, chiamata dall'Imperatore, si stette sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di Baraguay-d'Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.
384. Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. Custoza del '66. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse. Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel suo Diario (Castelli, op. cit., pag. 308) dice questa «battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se Vittorio Emanuele avesse un quarto d'abilità del suo coraggio, sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha capito le cose».
385. Enrico Dunant, medico volontario. Un souvenir de Solferino.
NB. Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., Castelli, op. cit., pagg. 310 e 311).
386. Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori del colpo di Stato.
387. L'ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di questa grande assisa dell'armi, cioè del giorno stesso che aveva mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque si fosse trovato!), diceva: «L'assedio di Peschiera è un'operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di fianco dall'armata sortita da Verona e da un'altra venuta dall'Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.
388. Questo dispaccio apparso sul Monitore del giorno seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non bisogna ingannarsi su l'importanza dell'armistizio. Non si tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai negoziati, non saprebbe far prevedere sin d'oggi la fine della guerra».
389. Il maresciallo Vaillant nell'informare il dì 7 Vittorio Emanuele dell'armistizio, soggiungeva che i patti della tregua dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato Maggiore Morozzo della Rocca. L'Imperatore tedesco nella sua risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno 7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e Valeggio. Il Monitore del 9, annunciando la tregua firmata, non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di Vittorio Emanuele.
390. Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi Chiala, op. cit., III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.
391. Carteggio citato. Chiala, III, pag. 401.
392. Vigliani (Milano), Farini (Modena), Ricasoli (Firenze), Azeglio (Bologna).
393. Per le trattative diplomatiche, vedi Bianchi, Storia documentata, vol. VIII.
394. Il giorno 9 Cavour ricevette un telegramma dal principe Napoleone, che annunciava la tregua. Chiamò il Nigra, comunicò il dispaccio: chiese: Che cosa crede? Nigra rispose: È la pace. Cavour: Lo crede proprio? Nigra: Sì. Cavour: Allora partiamo pel campo (Chiala, VI, pag. 412). Circa i rapporti fra Cavour e i due quartieri generali, oltre a ciò che è detto nel capitolo Cavour stratega, aggiungasi: «Io ho un bel scrivere lettere su lettere, moltiplicare dispacci, rivolgermi successivamente al Re, all'Imperatore, al maresciallo Vaillant, al La Marmora: nulla ho ottenuto. Mi si tratta, in fatto di notizie, come un commesso di cui si temono le indiscrezioni». (Chiala, VI, pag. 404.)
395. Mazzini, X. pag. 342.
396. Ib., X, pag. 331.
397. Chiala, III, CCXV.
398. Diari di un aiutante di campo di S. M. in Castelli, Ricordi, pag. 317. — NB. Questi diari, pure interessanti, non mancano di inesattezze.
399. Mazzini, X, pag. 335.
400. Chiala, III, CCVI. Non risulta chiaro se queste storiche parole fossero proferite nel colloquio del giorno, o in quello che seguì più tardi al ritorno del Principe Napoleone.
401. Contrariamente all'opinione del Paese e dei Ministri, e contro ogni opportunità politica, è cosa nota lo sforzo e il deliberato desiderio di Vittorio Emanuele, nel '70, di accorrere in soccorso di Napoleone III, in quel mortale duello contro la Prussia.
402. De La Gorge, op. cit., III, pag. 115.
403. Vedi Chiala, III, CCXX.
404. Bazancourt, op. cit. II, pag. 399. — L'Ollivier (L'Empire liberal, IV) procede conforme al Bazancourt nella sua narrazione.
405. Bazancourt, II, pag. 407. L'importanza di questi particolari, che tolgo dal citato libro, risulta, anche dato il caso che meritassero confronto di altri documenti, evidente per l'intenzione stessa apologetica dell'opera.
406. Ollivier, L'Empire liberal, IV, pag. 234.
407. Liberale e favorevole all'Italia, successo in quel tempo al Ministero Derby.
408. «La libertà del Piemonte ecciterebbe le aspirazioni dei Veneti. Il malcontento e il disordine ne sarebbero la conseguenza. L'Austria interverrebbe: ella non potrebbe tollerare che un arciduca della sua casa fosse nell'imbarazzo senza accorrere in suo aiuto.» Lettera del Palmerston a Lord Russell del 6 luglio '59. In Chiala, III, CCIV. Il sovrano proposto per questo Regno del Veneto sarebbe stato Massimiliano, quello cui poi Napoleone offrì il fatale impero del Messico.
409. Martin, op. cit., pag. 459, in Chiala, III, CCXIV.
410. Discorso dell'Imperatore davanti ai grandi Corpi dello Stato, 19 luglio 1859. «Pel paragrafo risguardante la Venezia si passò oltre senza discussione alcuna, perchè era impossibile formulare riforme interne che l'Austria potrebbe in appresso accordare(?!)». Caratteristica dichiarazione del Bazancourt, op. cit. II, pag. 400.
411. Nicomede Bianchi, Storia documentata, vol. III, pag. 154. Il principe Napoleone non firmò, dichiarandosi non autorizzato a firmare dopo i mutamenti fatti: assicurò Francesco Giuseppe riluttante a firmare da solo, che il documento gli sarebbe stato restituito il dì seguente con la firma di Napoleone, o senz'essa.
412. Vedi anche Diario citato in Castelli, Ricordi, pag. 317.
413. Castelli, Ricordi, pag. 317.
414. Nicomede Bianchi, Op. cit., VIII, pag. 159.
415. Castelli, pag. 314.
416. Nicomede Bianchi, VIII, op. cit., pag. 160.
417. È la nota narrazione di Carlo Arrivabene, corrispondente del Daily News.
418. Il Nigra aveva seguito il Re a Valeggio e per ordine del Re aveva fatto una copia dei preliminari recati da Verona.
419. Chiala, VI, pag. 415.
420. Chiala, III, CCXIX; che toglie, dichiarando di ignorare ciò che vi sia di vero, dal Canini, Briciole di storia.
421. Castelli, Ricordi, pagg. 318, 319, e Chiala, VI, pag. 417.
422. Per servire all'Indipendenza italiana feci la guerra contro la volontà dell'Europa e tostochè le sorti del mio paese poterono essere poste in pericolo, io feci la pace.
423. De La Gorge, op. cit., III, pag. 69.
424. Randon, Memorie, II, pag. 36.
425. «La Colonna splendea come un faro» (Carducci).
426. Alla domanda del Kossuth: «Sire, siete voi disposto ad accettare una pace che non risolva la questione italiana?» aveva risposto: «A meno di non essere battuto o d'esservi costretto da una mediazione armata dell'Europa, io non accetterò una simile pace». (Vedi Kossuth, Souvenirs, pag. 305). Questo colloquio è per intero riferito dal Chiala, III, CLXXXVI e segg. Del colloquio e dei grandi progetti dell'Imperatore il Cavour fu informato dal Kossuth, ritornato in Torino. In relazione a queste cose è la riferita lettera del Cavour al La Marmora, del 6 luglio, in cui discute il grave urgente problema militare; manda al diavolo i teorici (Iomini), e termina con le parole: «se le cose continuano ad andare come vanno, una disgrazia ci capiterà un giorno o l'altro». Il Chiala fa seguire dei puntini, qui come altrove. Vedi Chiala, III, pag. 105.
427. Nell'articolo X degli statuti della società segreta Esperia, fondata dai fratelli Bandiera (R. Pierantoni, I fratelli Bandiera, Cogliati, 1909) è detto: «Non si facciano, se non con sommo riguardo affiliazioni tra la plebe perchè dessa quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. È da rivolgersi di preferenza ai ricchi, ai forti ed ai dotti, negligendo i poveri, i deboli e gli ignoranti; si tentino gli animi calmi e generosi, si lascino andare i freddi e gli indecisi; meglio i celibi che gli ammogliati, i giovani che i vecchi».
428. Lettera del principe Napoleone in data 9 giugno 1859, diretta al Buoncompagni, comunicata per copia all'Imperatore. La riporta nei passi qui riferiti, il Chiala, op. cit., III, CXCIX.
429. Vedi Relazione dello Stato Maggiore prussiano sulla campagna del '59, (Berlino, 1862). «Aggiungiamo il cattivo umore dell'Imperatore a causa dei diportamenti di Vittorio Emanuele, di cui gli sforzi per darsi una posizione, la più indipendente possibile, diveniva di giorno in giorno più evidente».
430. Chiala, III, pag. 414. Consigliavano Napoleone di lasciare questi italiani da soli a sbrigarsela. I soldati d'Africa dicevano che il calore delle bassure del Mincio era peggiore che quello d'Africa. (Dal carteggio di un generale sardo.)
431. Chiala, III, pagg. 186 e 187.
432. Kossuth, Souvenirs, passo notissimo riportato per intero dal Chiala, Vol. III.
433. Castelli, Ricordi, pag. 323.
434. Lettera di Napoleone ad Arese: «È triste pensare che mentre io lotto qui tutti i giorni in favore del Piemonte (cessione Savoia), mi si lasci oltraggiare in tutti i modi dall'altra parte delle Alpi. Aggradite, mio caro Arese, ecc.» (Vedi Bonfadini, op. cit., pag. 209.)
435. Il Farini telegrafa al Cavour il giorno 15 luglio: «Fate attenzione che se il duca di Modena, fidandosi sulle convenzioni di Villafranca fa qualche tentativo, io lo tratto da nemico del Re e della patria. Io non mi lascierò scacciare da alcuno: mi dovesse costare la vita».
436. Chiala, III, pag. 112.
437. Ib., pag. 121.
438. Ib., III, CXXIII. — E ancora: «Finchè gli austriaci sono da questa parte delle Alpi, è un dovere sacro per me consacrare ciò che mi resta di vita e di forze per realizzare le speranze che io mi affaticai a far concepire ai miei concittadini». (Chiala, III, pag. 127.)
439. Nicomede Bianchi, op. cit., VIII, pag. 161.
440. Bazancourt, La campagna d'Italia del 1859, II, pag. 407.
441. «.... L'Inghilterra non ha ancora fatto niente per l'Italia. Adesso è la sua volta. Io mi occuperò di Napoli. Mi si accuserà di essere rivoluzionario. Ma prima di tutto occorre marciare avanti, e noi marceremo». Così il Cavour, secondo il racconto dell'amico De la Rive, op. cit., (Chiala, III. CCXXIX) dopo Villafranca. (Vedi nota a pag. 75.)
442. Chiala, III, CCXXI.
443. Vedi Monitore, 9 settembre 1859 in Chiala, III, CCXXXVI.
444. «L'annessione della Toscana al Piemonte presenta maggiori difficoltà che non l'annessione delle Romagne. Se l'annessione valicasse gli Appennini, l'unità sarebbe fatta, ed io non voglio l'unità, voglio l'indipendenza soltanto. L'unità mi procurerebbe dei pericoli nella stessa Francia a cagione della questione di Roma; e la Francia non vedrebbe con piacere sorgerle al fianco una grande nazione che potesse diminuire la sua preponderanza». Parole di Napoleone al Pepoli, 15 luglio 1859. Vedi Chiala, III, CCXXXVIII.
445. Vedi i famosi discorsi del Cavour al Parlamento in Torino per ottenere la legalità e la sanzione del voto per la cessione di Nizza e Savoia (Chiala, vol. IV, prefazione); vedasi tutta la corruttela elettorale fra quelle popolazioni, prima supplicanti di non essere staccate dalla Casa di Savoia, indi votanti l'annessione alla Francia. Vedi le miserevoli, discusse questioni dei confini nelle lettere dell'Arese all'Imperatore. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese.)
446. Chiala, IV, LXII.
447. Ib., III, CCXXVI.
448. Bonfadini, op. cit., pag. 418.
449. «Io ero per la federazione: era un partito più savio: ma accetto l'unità — dichiarava poco prima di Aspromonte al Pepoli. — Però non posso andarmene da Roma. La questione religiosa è gravissima in Francia. Coglierò con grande conforto un'occasione propizia d'andarmene, ma ora non posso. V'ha debito per me d'onore di custodire il Pontefice». Vedi lo scritto Da Aspromonte a Mentana in Nuova Antologia, 1 gennaio 1900. Vedi Bonfadini, op. cit.
450. «Fatalmente (Napoleone) è condotto ad un atto di autorità o ad un atto di libertà». Vedi Lettera del Nigra al La Marmora, in Chiala: Ancora un po' più di luce, pag. 83.
451. Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.
452. Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.
453. Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.
454. «Il signor Benedetti — ambasciatore francese a Berlino — mi parlò del Re. Dice che è una specie di illuminato, il quale ha profondamente scolpito nel cuore le sue teorie del diritto divino, ed ha una fede inconcussa nella missione provvidenziale dei Re. Non sa che cosa la storia riservi al signor di Bismarck, ma senza dubbio è l'uomo più notevole della Germania. Per arrivare ai suoi fini (dare il primato alla Prussia), egli lavora da tre anni con una perseveranza ed una abilità ammirevoli». Lettera del generale Govone, addetto militare a Berlino al La Marmora, 6 aprile 1866. Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 112. Fra poco lo dirà la storia al signor Benedetti che cosa è riservato al signor di Bismarck!
455. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 330.
456. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 362.
NB. Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può raggiungersi senza sacrificare le leggi dell'equità. Comprendeva abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano, mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto l'illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò maledetto come autore di tanti mali». (Arturo Labriola, La Comune, pag. 28.)