Magenta e Solferino! Due nomi purpurei nella memoria, fioriture di sangue in quell'estate. I morti non si vedono più; portar via le tracce della morte è il primo lavoro dei vivi. Si vedono turcos, zuavi, granatieri della guardia dai berrettoni pelosi; bersaglieri piumati; si vedono a teste basse, via gli zaini, avanti ad ogni costo, alla baionetta, nel terribile azzardo della battaglia. E fu ventura, nobile Francia, avere di fronte Giulay ed Hess e l'automatismo austriaco d'allora. Quando non Giulay fu di fronte, ma Moltke e il freddo imperio, irrimediabile sventura, pianto non consolato ancora, riscosse il valore di Francia.
Dalla parte invece del nemico, vive nella memoria la visione di un precipitoso fuggire di kittel bianchi, di ceffi croati, la baionetta alle reni.
Ma esclusa la esagerazione di queste memorie da oleografie scolastiche, è certo che la resistenza del soldato austriaco fu, per quanto valorosa, di carattere difensivo; e la ritirata dopo Magenta è ritenuta dai tecnici deplorevole. Così se Solferino segna una pagina di vera gloria negli annali militari di Francia, certo gli Austriaci per il numero superiore e per le formidabili posizioni occupate, avrebbero potuto rendere dubbia almeno quella campale giornata, se l'offensiva fosse stata più largamente seguita.
Fu Solferino «gran battaglia e gran vittoria», come il grido annunciò, ma per varie cause, come il difetto di coordinazione tra i vari corpi, mancò alla vittoria quel proseguimento da cui risulta la nota sentenza, che grande generale non è quegli che vince, ma che sa trarre partito dalla vittoria. L'esercito austriaco, pur disordinatamente rifugiato in Verona ed in Mantova, si ritrovò, dopo brevi giorni, aumentato ed aumentabile, in grado di sostenere battaglia ancora, la quale condizione di aumento non era, almeno per l'esercito francese.[364]
Tanto a Magenta quanto a Solferino, come spesso avviene in quel terribile giuoco che è la guerra, la vittoria toccò a quella delle due parti che meno commise di errori, errori che facilmente nota lo scrittore di cose di guerra, manovrando documenti e carte; ma che nel fatto, coll'imminenza del pericolo e del decidere, devono essere difficili ad evitare, se non sorregge, insieme alla fortuna, quella genialità intuitiva ed impassibile di cui la natura provvede, talvolta, i conduttori di eserciti.
Lenta e ingombrante fu l'avanzata; più ardimento che sapienza nei comandanti; incerte o manchevoli le informazioni su le mosse degli Austriaci (deplorevole cosa e tristamente significativa), al quale difetto convenne con tanto sangue supplire.
Dette queste cose, bisogna pur ricordare come nel modo stesso che la guerra d'Italia fu pensiero strettamente personale di Napoleone, così a lui sono dovuti i principali fatti che resero possibile la vittoria. E primamente sorprende come un esercito non preparato[365] (il modo occulto e obliquo come si venne alla guerra lo dichiara da sè), potesse rapidamente e con parziale dotazione scendere e concentrarsi in Italia. «L'energia di un uomo dirigeva ogni cosa, l'Imperatore».[366]
All'Imperatore è dovuto il rapido, audace, occulto giramento per ferrovia di quasi tutto l'esercito da Alessandria a Novara, di fronte al Ticino; alla sua resistenza, sia pur passiva, l'eroismo di poche schiere nell'avvallamento di Magenta, che decisero della giornata; a lui il pronto intuito di Solferino e il supremo sforzo con le ultime riserve della Guardia contro quella che «era il centro della posizione austriaca e ne formava la chiave».[367]
Ricordando queste cose non si vuole nè pur lontanamente inferire che Napoleone III riscotesse in cuore il genio dello zio, e il primo a disilludersene, supponendo che lo pensasse, fu egli stesso: ma dire che egli bene smentì Vittor Hugo e Mazzini.[368]
Il Chiala dice come «la certezza della vittoria non valse il giorno appresso Magenta a dissipargli dall'animo tutti i gravi pensieri che lo tormentavano, cioè che per lui era necessità ineluttabile vincere e vincere sempre; e discorrendo a lungo col generale La Marmora, mostrossi scontento di sè, dei suoi generali e sopratutto dell'esercito alleato, perchè non era arrivato in tempo sul campo di battaglia».[369]
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Circa alle ore 10 del giorno 4 giugno, l'Imperatore lasciò Novara in carrozza scoperta avviandosi al ponte di San Martino di Trecate[370] per dirigere personalmente le operazioni del valico del Ticino. Manifestamente non era atteso un urto campale per quel giorno. Dalle informazioni ricevute si riteneva che gli Austriaci avessero bensì forte nerbo di truppe a Magenta, ma la loro posizione, per effetto del corpo di Mac-Mahon (il quale il dì prima (3) aveva più al nord a Turbigo, valicato Ticino e Naviglio e s'era già felicemente scontrato con gli Austriaci a Robecchetto), non si credeva potesse sostenersi.
Il grosso dell'esercito austriaco ritenevasi ancora concentrato a circa otto ore di marcia più al sud, cioè ad Abbiategrasso, in condizioni, quindi, difficili per prendere parte al combattimento.[371]
In quel giorno si doveva entrare per tutto l'esercito in terra lombarda. Al detto ponte di San Martino o Buffalora, sul Ticino, malamente minato dagli Austriaci, sì che fu possibile riattarlo per il passaggio, erano sin dal mattino, con molto Stato Maggiore, circa 5000 fra granatieri e zuavi della Guardia imperiale, a cui doveva seguire il corpo del maresciallo Canrobert, quelli che, per la sua tardigrada prudenza, per poco non compromise quella giornata, come l'altra di Solferino, ed era chiamato, fra quella gaia avventatezza francese, «la provvidenza delle famiglie».
Dorati dai raggi del sole si scorgono su le alture di fronte i queti paeselli lombardi: nell'avvallamento del fiume, tra le evanescenti boscaglie, corrono le verdi acque del Ticino. Qui si scatenerà la tempesta di morte finchè non giunga la notte: il rombo se ne udrà sino a Milano: qui per molti anni, senza concime, sarà più verde la spiga, quando il silenzio ritornerà ancora.
Nella lontananza, a destra e sinistra della strada, a mezza costa, due masse nere rivelavano dei cannoni e la presenza del nemico.
Cautamente varcato il fiume e vincendo piccole resistenze di avamposti, quella esigua schiera si appostò nella bassura del fiume, attendendo per avanzare verso l'erta del Naviglio, cioè verso Magenta, che a Buffalora fosse giunto Mac-Mahon, il quale, susseguito da tutto l'esercito sardo, e mosso da Robecchetto in due colonne, aveva assicurato l'Imperatore che sarebbe giunto a Buffalora alle due e mezzo al più tardi e «pur non avendo conoscenza ancora delle disposizioni del nemico,[372] stesse tranquillo sulle disposizioni che era per prendere».
Dalla parte di Novara, da cui Canrobert era atteso, silenziosa si stendeva la via; ma su le alture opposte gli ufficiali dell'Imperatore, saliti alle vedette, distinguono un grande, confuso, inatteso muoversi di masse nemiche. Attraverso gran sangue si entrerà in terra lombarda? Lenta, ansiosa attesa. Quando giunse il tocco, ecco fu udito verso Buffalora lo scoppiettar dei fucili e lo squarcio del cannone. Mac-Mahon arrivava. Fu dato allora l'ordine di avanzare in coordinazione e in sostegno di Mac-Mahon. La esigua schiera mosse. Ed ecco, solidamente appostati e non sospettati e crescenti, circa venticinque mila Austriaci appaiono avvolgendo quell'eroico nerbo di granatieri e zuavi. Di contro il Naviglio, alle spalle il Ticino. Il cannone di Mac-Mahon d'improvviso si tace.[373]
Questa fu la crisi della battaglia: queste, dalle 2 alle 4, le ore tragiche dell'Imperatore; del lento macello di quelle meravigliose schiere, assalenti e assalite. Perduta che fosse quella posizione (scrive il corrispondente del «Times», pag. 37) «non vi aveva più speranza di ricuperarla più tardi o il dì vegnente, perchè il nemico avrebbe in quel mezzo radunato tutte le sue forze; e quanto fosse disperata la situazione si chiarisce dal fatto che il generale Giulay, giunto in quel punto, annunziò per telegrafo la vittoria a Vienna». Più tardi, di mano in mano che le avanguardie del corpo di Canrobert apparivano, erano sospinte alla morte, con disperati richiami: affrettatevi, affrettatevi, rovesciate ogni ostacolo; vite umane gettatevi in quel braciere di morte, affinchè la fiamma non si spenga: la Guardia sta per essere schiacciata; la giornata è perduta.
Il generale Regnault manda all'Imperatore[374] che non può più resistere. Invii rinforzi.
«Non ho nessuno da mandargli, resista».
Resiste.
Accorre presso l'Imperatore l'aiutante di campo del generale Wimpffen: «Sire, il generale è oppresso non può più mantenersi».
«Si mantenga».
Un aiutante di campo del generale Picard arriva e dice: «Il nemico aumenta, minaccia di girare la posizione».
«Chiuda il passaggio. Appena potrò, manderò rinforzi».
Le ore scorrevano lente, sanguinose. Sono le quattro quando arrivarono finalmente Niel e Canrobert. Era tempo!
Lo storico ufficiale della guerra, il Bazancourt, dice che il maresciallo Canrobert trovò l'Imperatore, laddove s'era tenuto tutta la giornata, nel centro della battaglia, tra il ponte di Buffalora e il Naviglio, sempre calmo, sempre impassibile, malgrado la gravità crescente della situazione.
Rimase in verità impassibile, ma d'una impassibilità che può chiamarsi, a scelta, sangue freddo o stupore per l'immenso pericolo, per l'impari lotta che un attimo avrebbe potuto mutare in irreparabile sconfitta. «Non era in lui — dice quell'implacabile critico che è il De La Gorge — nè mancanza di intelligenza, nè, sopratutto, debolezza d'animo: ma inesperienza di quella cosa terribile che si chiama la guerra».[375]
Certo, comunque fosse, egli si irrigidì nella resistenza. Che cosa sarebbe stato della Guardia se avesse piegato, con il Ticino alle spalle? Che sarebbe avvenuto di Mac-Mahon, tagliato fuori dall'esercito?
Episodi sublimi e terribili avvennero alla conquista di quel Naviglio, che fluisce con le verdi acque tranquille. Strana battaglia, vinta dai soldati accorrenti alla morte nel nome di lui, immobile; al grido meraviglioso: Viva l'Imperatore! Strana battaglia in cui i generali combatterono come soldati: ultimi cavalieri di Francia! Cler, Espinasse, Mac-Mahon, Mellinet, Wimpffen combattenti fra i soldati come se la battaglia fosse stata una gioia suprema della vita. E la cieca morte passava e dove la sua mano raggiunse e sfiorò, al furore del meraviglioso impeto, sostituì ella la rigidezza pallida del suo sembiante.[376]
Ora tuona da Marcallo il cannone di Mac-Mahon. Dopo tre ore di combattimento s'era impadronito di Buffalora. Precipitano egli ed Espinasse combattendo sempre. Tramonta il sole. È lo steeple-chase orrendo di Mac-Mahon e di Espinasse: la corsa feroce al campanile di Magenta.
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Era compiuta vittoria, o al domani la battaglia sarebbe stata ripresa?[377] I vivi s'addormentarono presso i morti. In un umile albergo, al ponte di San Martino, un uomo vegliò. L'Imperatore. L'esercito arrivava infine; se ne udiva nella notte il lento incessante passaggio; il monotono urtarsi dei bariletti e dei bossoli della fanteria che raggiungeva i bivacchi.
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Ricalcando i costumi del primo Impero, volle Napoleone, nella sua sosta in Magenta, premiare Mac-Mahon sul campo di battaglia; e nella più lunga sosta in Milano furono accoglienze deliranti, fra cui il Bazancourt ricorda lui, l'Imperatore, riconosciuto, fermato, baciati i fornimenti al cavallo, le donne uscenti affinchè benedicesse i figliuoli. «Per la prima volta io vidi commosse le misteriose, impenetrabili sembianze dell'Imperatore, il quale sarebbe stato più che uomo, se fosse rimasto in quel momento impassibile», scrive il corrispondente del «Times» (pag. 52). Fra i festeggiamenti fioriti vi fu anche una rappresentazione di gala alla Scala, giacchè Tersicore e Polimnia rapidamente mancarono ai nostri fasti e nefasti. Potè intanto l'esercito austriaco, come se una voce di aspirazione lo richiamasse, ritrarsi, concentrarsi dalle Legazioni e dalle Marche lontane; e il villano che ronca su le Alpi, vide altri armati accorrere dal cuore dell'Impero e con essi l'Imperatore tedesco. Doloroso ricorre alla memoria il rimprovero di Carlo Cattaneo per la troppa dimora di Carlo Alberto in Milano del '48, e la consigliata e mancata insurrezione delle campagne e dei borghi, onde Radetzky, minacciando con le forche, potè come serpe ferita, ricoverarsi fra le fortezze del Quadrilatero.
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In mezzo a tanti contrasti con sè stesso, con gli uomini, con le cose, riprendeva Napoleone la faticosa avanzata. Varcata è l'Adda, l'Oglio, il Chiese; presso è il lago di Garda: ogni luogo ricorda il nome e la gloria del giovane conquistatore, che all'albeggiare della nuova età, per quivi passò fulminando. Il pallido erede che si innebriò di quel nome, è già verso il declinar della vita. Nel torrido estenuante estate, con le grevi aquile, per la meravigliata campagna, ricalca quell'orme.
Dove sono le meravigliose pingui terre che il giovane conquistatore avea sessantatrè anni prima additato al di là delle Alpi ai suoi guerrieri laceri e scalzi?
Ora l'erede passa per terre, già depauperate dalle precedenti requisizioni del nemico; cattivo e scarso è il nutrimento dei suoi, che moriranno al grido: Viva l'Imperatore! Un male terribile che non si osa nominare, serpeggia già per le file: il tifo.[378]
Come più l'esercito procede, più il suolo si fa ardente sotto i piedi; come più il nemico dispare, più cresce il presentimento di una battaglia immensa. Ma del luogo e del modo non è alcuna certezza o notizia. Quel deliberato fuggire, abbandonando le difese e lasciando liberi i passi, induceva a pensare ad un piano di guerra lungamente maturato, quello cioè di attrarre i Francesi in luogo aperto, dove ogni disuguaglianza del suolo fosse nota e la cavalleria, bella e natural forza dell'Austria, potesse spiegare tutto l'impeto della sua virtù bellica. Si pensò al piano che si stende oltre Montechiari; quand'ecco giunse nuova che l'esercito nemico si era ritirato oltre il Chiese. Parve allora che il terreno fra il Chiese e il Mincio sarebbe stato il luogo prescelto dall'Austria per il gran duello; ma ecco giunse nuova che il nemico aveva valicato anche il Mincio: e ciò fu il dì 21 di giugno. Conveniva, dunque, passare il Mincio e andare a cercare il nemico sotto la difesa di quei forti ove l'Austria, come feudataria delle antiche età, s'era asserragliata e munita dal tempo che divenne signora d'Italia? In tale stato d'incertezza, avanzava l'esercito alleato, la notte del 24 di giugno, chè per fruire del refrigerio della frescura notturna, aveva tolto i bivacchi, come di poche ore fu varcata la metà della notte. Esso formava come un grand'arco di cerchio che doveva, secondo lo stabilito cammino, avanzare verso il Mincio con le due ale estreme: l'esercito italico era l'ala estrema settentrionale. Esso, attraverso le alture di San Martino, si stabilirà a Pozzolengo. Il generale Niel, che forma l'ala estrema meridionale, si stabilirà a Guidizzolo. Così tutto il grand'arco d'uomini e d'armi è di concerto in moto.
Centro di quell'arco, con la sua Guardia, a Montechiari, sta l'Imperatore. Moverà ultimo e si stabilirà a Solferino. Sono le ore cinque del giorno: in quell'ora, nella chiesetta di Montechiari, si rendevano gli ultimi onori al generale De Cotte. Nella notte dal 22 al 23, mentre leggeva i dispacci dell'Imperatore, un colpo apoplettico lo aveva fulminato.
Ed ecco a Montechiari, a briglia sciolta, precipitare, sordidi di polvere due cavalieri. Sono i messi di Baraguay-d'Hilliers e di Mac-Mahon. Annunciano all'Imperatore che nella notte, la battaglia s'era impegnata fra le avanguardie; e come al sollevarsi delle nebbie mattutine si vedesse il biancheggiare di grandi masse nemiche su le alture di contro. Avevano gli Austriaci rivalicato il Mincio?
Allora la strada che da Montechiari conduce a Castiglione, fu coperta da un nuvolo di polvere. Vetture, cavalli, cavalieri correvano disperatamente.
Castiglione è su di una altura; chiaro era il giorno ed anche allora, come a Magenta, all'Imperatore, dall'alto, si affacciò l'aurora flammea della battaglia, improvvisa, grandissima, certa. Molti del seguito esitavano a credere che il nemico in massa avesse ripassato il Mincio. Ma l'Imperatore non condivise un solo istante quest'illusione ostinata: No! — disse — è la battaglia.[379] Mal certa solo la vittoria, chè essi al piano, in ordine di cammino; quelli su le alture, in formidabile luogo, in numero immenso. L'esercito austriaco, per nuovo consiglio del maresciallo Hess, comandante supremo, aveva il 23, ad insaputa dei Francesi, rivalicato il Mincio, e in piena forza e numero, ripigliava l'offensiva, movendo verso il Chiese. Da quelle alture, onde a giorno fatto, dovevano muovere secondo il loro ordine di cammino, Francesco Giuseppe aveva additata la meta; una guglia marmorea che non si vedeva, ancorchè appaia da lungi, dove la madre di Cristo sorride nella sua pace: Milano. Ma da quei colli non scesero. Inconsci gli uni degli altri, su quelle alture compirono i due eserciti l'abbraccio mostruoso come quello delle fiere orribili nella bolgia dantesca che si avvinghiano e si trasmutano in silenzioso spasimo, indi si separano. Alla sera, trasmutati anch'essi, si separeranno.
Ora, dunque, vide l'Imperatore dall'alto di Castiglione la grande battaglia: su tutti i colli di contro, da San Martino lontano presso il lago, sino a Cavriana, appariva l'esercito nemico: altro formidabile immenso arco, di «automi» forse, ma automi armati che conveniva spezzare, che fulminavano anch'essi la morte. Di faccia proprio all'Imperatore sorgeva Solferino e sopra Solferino erto su la densa folla nemica un torrione, che è denominato la spia d'Italia, come a dire che di lì tutta Italia si scopre e spia, ma sembra contenere in sè alcun senso di sinistro presagio.
Fulgide belve di guerra e di morte si compiace a distanza nei secoli di plasmare la natura, e vi spende tutti i suoi aromi più preziosi. Ora soltanto gli agognati emblemi possedeva Napoleone; ma dell'atroce ludibrio[380] onde Vittor Hugo e Giuseppe Mazzini lo avevano additato ai popoli, egli fece anche in quel giorno bella vendetta.
Il miglior mezzo di assicurare la vittoria alle due ali estreme era di conquistare il centro. Questa fu l'idea semplice a cui si fermò l'Imperatore e da cui non deviò. La posizione di Solferino era la più difficile, ma una volta sfondato questo centro della loro difesa, gli Austriaci sarebbero stati costretti a ripiegarsi con le due ali estreme. Ora non soltanto la cosa, ma l'urgenza della cosa apparve manifesta all'Imperatore, il quale stabilitosi sull'altura del così detto monte Fenile, di fronte a Solferino, diresse la battaglia e parve come volesse emendare sè stesso a Magenta. Non esitò sino dalle prime ore del mattino a far entrare in battaglia le riserve della sua Guardia; e il colle dei Cipressi e il cimitero di Solferino ben sanno quale sforzo occorse perchè alle due ore del pomeriggio il tricolore di Francia sventolasse dall'alto della Spia d'Italia, erta fra il nembo delle cannonate e il nembo del cielo.
«In questa giornata — deve pur ammettere il De La Gorge — l'Imperatore fece buona figura e si espose molto decentemente per un capo di Stato, perchè egli era altrettanto valoroso che buono».[381]
Questo pronto e felice esito della battaglia centrale aiutò il Niel a sostenersi e vincere al piano, dove gli Austriaci fecero il maggior sforzo, giacchè pare fosse loro intento aggirare da quel lato i Francesi e risospingerli poi al nord, verso il Garda. Che se il maresciallo Canrobert, meno ligio agli ordini ricevuti e fornito di più pronto intuito, fosse accorso con tutte le sue forze in sostegno del Niel, ben maggiore sarebbe stata la vittoria.[382]
Terza parte di questa campale battaglia fu quella combattuta dall'ala settentrionale e che da noi si considera come battaglia a parte: San Martino.
È una fra le pagine più belle del valore italico e il motto semplice del Re: «Fioi, venta piè San Martin, se no gli Aleman a lu fan fé a nui autri», ha un ben profondo significato, tanto se esso si consideri sotto l'aspetto militare, cioè che conveniva scacciare il nemico dalle formidabili alture occupate e impedire che scendesse al piano e aggirasse; quanto se al motto ci piace attribuire più largo e ideale senso, che conveniva col sangue pagare quelle terre lombarde, strappate all'Austria. E furono, in verità, generosamente pagate nei ripetuti assalti di tutto quel giorno, finchè al cadere di esso, ordinata l'azione in modo più simultaneo e più forte, potè l'altura di San Martino esser conquistata. Nè si deve dimenticare che l'esercito italico si trovava in condizione di inferiorità, non solo per ciò che riguarda il luogo, ma anche rispetto al numero dei nemici.[383] Si può anzi dire che la necessità di pagare comunque generosamente col sangue nostro, apparve così grande, che la storia obliò quanto vi fu di sconnessione e di difetto di imperio[384] in quelle azioni di guerra.
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La spia d'Italia doveva appartenere all'Italia e appartenne; e Cavriana, nella casa stessa dove al mattino innalzava il vessillo Francesco Giuseppe, accoglieva Napoleone. Vittorio Emanuele attraverso l'olocausto eroico di San Martino, era a Pozzolengo; e l'esercito austriaco, mutilato dall'orribile strage, ripassava il Mincio. In Verona si rinchiudeva Francesco Giuseppe.
Ma che l'immenso sforzo della volontà debilitasse in Napoleone quei sostegni di fede in cui l'anima posa, può sospettarsi; con meraviglia soltanto di quelli i quali, per economia di sforzo mentale, vivono nell'opinione che l'uomo sia composto di un solo, esclusivo metallo morale.
Francia e Italia udranno il dì seguente la gran vittoria, ma il nuovo sole, purificato dalla tempesta, «rischiarerà uno fra i più orridi spettacoli di morte che all'imaginazione possa essere offerto».[385]