XIII.
Villafranca.

Era un'ora di notte del giorno 6 di luglio quando per le vie di Verona, sfarzosamente illuminate e folte di ufficiali, fu veduta passare con meraviglia una vettura chiusa; le cortine abbassate, impresse agli sportelli le armi imperiali di Francia. La scortava un drappello d'ulani. La curiosità e la meraviglia furono anche più vive tra gli ufficiali di servizio al quartiere di Francesco Giuseppe, quando, sostata quivi la vettura, fu visto scenderne un ufficiale francese, accompagnato dal suo aiutante di campo.

Era il primo scudiero di Napoleone, il giovane generale Fleury.[386] Era partito da Valeggio sull'ora del tramonto. In serpa montava un trombetta delle guide con bandiera parlamentare. Aveva incontrato gli avamposti austriaci a due miglia da Verona e con tutte quelle cautele che sogliono usarsi in tempo di guerra, la vettura era stata fatta procedere verso Verona.

Accolto con segni di deferenza dallo stesso maresciallo Hess, fu dal conte di Grünne, gran scudiero, introdotto presso Francesco Giuseppe. L'Imperatore Napoleone, per lettera e per le parole del messo, domandava una tregua dell'armi, rivolgendosi ai sensi di pietà e di umanità dell'imperiale fratello austriaco. Meravigliò il giovane monarca dell'inattesa domanda, e pur compiacendosene, chiese tempo alla risposta sino al giorno seguente.

*

Come il sole del dì seguente apparve, esso vide tutto l'esercito di Francia e d'Italia, dal Garda oltre Valeggio, schierato per la battaglia, che l'Imperatore aveva annunciata.[387] Sono in teletta di morte: semplice giubba, gli zaini non contengono che biscotto e cartucce. Cavalca l'Imperatore. Monta il giorno ardente: le armi sembrano domandare il refrigerio del sangue. Monta il giorno ardente, ma il nemico non appare. Sono le undici e mezzo. Sulla via che da Verona conduce a Valeggio appare, fra turbini di polvere, la vettura che riconduce il Fleury.

La tregua dell'armi è stata concessa: si nomineranno i generali che ne devono determinare il modo ed il tempo; ma intanto l'Imperatore austriaco ha chiesto, malleveria manifesta, che la flotta franco-sarda che sta per forzare i porti di Venezia, sospenda ogni operazione di guerra. Quella fantasmagoria dell'armi era stata ordinata o nella supposizione che la tregua venisse respinta o, più probabilmente, come astuzia per forzare il consiglio dell'Imperatore austriaco ad accettare l'armistizio? Certo quegli uomini che, preparati a morire, hanno l'ordine di rientrare nei bivacchi, porgono l'imagine dolorosa di un'acre mastuprazione di energie.

Ciò che mi sembra caratterizzare i fatti che, per ben comprendere, converrebbe esaminare assai più minutamente, è la fretta: una volontà che si è mutata e precipita pur d'arrivare alla fine. Il telegrafo da campo invia quel dì stesso un dispaccio all'Imperatrice reggente: «Una sospensione d'armi è convenuta tra l'imperatore d'Austria e me, ecc.».[388]

I commissari incaricati dell'armistizio si adunarono la mattina dell'8 a Villafranca. Essi sono Vaillant, Hess, Della Rocca.[389]

Il convegno durò tre ore. Vi si ragionò anche dell'«affreux carnage» di Solferino; perchè sembra legge cavalleresca fra gente di guerra complimentarsi della reciproca strage, lodare le armi nemiche e la morte da esse inflitta. La tregua sarebbe durata sino al 16 agosto.

*

Ora Vittorio Emanuele si lamentava che da qualche giorno l'Imperatore era boutonà e non gli diceva più nulla: veramente il Re, anche fra le consuete barzellette allobroghe, di altre cose era seccato: del modo come procedeva l'assedio di Peschiera; dei cannoni d'assedio che non erano arrivati e chissà quando sarebbero arrivati; delle difficoltà di approntare nuovi reggimenti, dopo quell'eroico sacrificio di vite umane che fu San Martino: «non avrebbe più osato presentarsi all'imperatore, chè questi gli avrebbe certamente rinfacciato che non siamo buoni a nulla; che non gli rimaneva da far altro che andare a riprendere la sua vita di campagnolo, ecc., ecc.».[390]

Ma in quel giorno stesso che dovette mandare La Rocca a trattar l'armistizio, il re «contenendo a gran pena lo sdegno» per quel procedere a sua insaputa, si recò dall'Imperatore, affinchè si sbottonasse: ma ciò non avvenne che a mezzo. L'Imperatore non nascose che sarebbe stato lieto di ridonare la pace all'Europa e risparmiare nuova effusione di sangue; ma che in tale caso i patti imposti all'Austria sarebbero stati «così duri» (e lo ripetè due volte) che il fine della guerra si sarebbe raggiunto lo stesso. Non accettando l'Austria tali patti, la tregua dava modo di approntare nuove forze: «intendeva aver presenti in campo 200 000 Francesi: provvedesse la Sardegna ad aver pronti 100 000 Italiani».

Sembra che il Re, pur «non essendo molto contento», di quella tregua, tuttavia per l'opinione di astutissimo che allora godeva Napoleone, si partisse persuaso delle ragioni addotte. In tale senso, tornato al suo quartiere di Monzambano, parlò ai generali, raccomandando di curare bene l'istruzione delle nuove leve, e al comandante dell'artiglieria «di creare e presto» batterie nuove. «Parlò franco e di buon umore»,[391] e in tale senso fu telegrafato al Cavour. In relazione a questo dispaccio sta il seguente telegramma circolare del Cavour, la mattina del 9, ai commissari regi delle provincie insorte:[392] «Il Re nel partecipare l'armistizio puramente militare, raccomanda di aumentare l'esercito con energia e sollecitudine». Ma non si tratta che d'una semplice trasmissione di ordini: sul vespero del giorno stesso, in compagnia del Nigra, partiva pel campo e giungeva a Desenzano la mattina del 10. Dalle precedenti trattative di intervento pacifico della Prussia con l'Inghilterra e la Russia;[393] dai riferiti dispacci del «Monitore», sibillini per tutt'altra persona che non per lui; e, probabilmente, da informazioni più sollecite e più sicure che non quelle fornite dal La Marmora,[394] il quadro del sospetto era già formato; non rimaneva che a conoscerne i confini; e ciò fu il giorno dopo dell'arrivo a Desenzano, nel quale giorno il sacrificio fu consumato.

*

L'animo di Napoleone, girata per così dire appena la meta, precipita per la via opposta; e si ha l'impressione come di un'ansia di arrivare a far presto; far presto ad abbandonare quel suolo d'Italia che brucia, sì per le vampe estive, sì per alcun che di pauroso che più non può dominare. La ricerca angosciosa di una via d'uscita è quanto rimane. Dal giorno del convegno dei tre generali in avanti corrono lettere autografe fra i due Imperatori. Il principe di Assia venne al campo francese come negoziatore: ma non fu possibile l'intesa. Il giorno dieci Napoleone espresse il desiderio di trattare personalmente con Francesco Giuseppe. In conformità di questo desiderio, nella notte dal 10 all'11 giunse a Valeggio il principe di Hohenlohe per determinare il modo, il tempo, il luogo dell'incontro dei due Imperatori. È scelta Villafranca, a metà via tra i due quartieri generali: piccola tenuta per i sovrani e gli ufficiali, gran tenuta per le scorte; ore nove. Ma già prima dell'ora, un sollevarsi di polvere annuncia verso Villafranca la cavalcata di Napoleone. Precedeva di alcun poco lo squadrone delle sue cento guardie e delle bellissime guide. L'Imperatore Francesco Giuseppe non era ancora arrivato. Allora Napoleone spronò verso Verona. Ecco appare la cavalcata austriaca. Il giovane Imperatore, galoppava pur egli alla testa dei suoi ulani e dei gendarmi di corte. Napoleone affrettò. Gli ufficiali d'ambe le parti sostarono. Dopo alcuni minuti fu ripresa la via di Villafranca. Quivi era stata approntata una stanza per il convegno. All'ingresso della casa stettero due appostamenti: l'uno delle cento guardie, l'altro dei gendarmi austriaci. Ciascun appostamento staccò una sentinella e fu comandata davanti alla stanza dove erano i due Imperatori. Le scorte sulla strada si ordinarono in battaglia. Gli ufficiali, scesi di sella, conversavano. Passò un'ora. Infine i due Imperatori uscirono. Consummatum erat. La notizia si diffonderà, essa giungerà sino ad una povera stanza in Londra, dove un grande esule attende.

E poi che i due Imperatori furono all'aperto, Francesco Giuseppe propose a Napoleone di passare in rassegna lo squadrone degli ulani; quindi cavalcarono davanti alle guide; gli uni e gli altri belli e impassibili istrumenti umani di morte.

Ardente era il giorno; ma l'Imperatore d'Austria non volle prima dare di volta che avesse fatto ricambio di cortesia accompagnando alquanto Napoleone su la via di Valeggio. Quindi, visibile segno di pace, fu stretta la destra.

Ben altre, ben altre parole, o buon figlio d'Ortensia, parole ruggenti come bufera scagliò il giovanetto agli imparruccati ciambellani del sacro Impero dell'Austria, in altra villa, in altro tempo, ai confini d'Italia. Egli era allora re più di tutti i re, egli era imperatore più di tutti gli imperatori, egli era, in quel giorno, il popolo, era la rivoluzione. Poi l'assunto del popolo incoronò sè stesso e creò il suo diritto, fatto pur sempre di quell'iniqua forza che governa il mondo. Conviene — io lo so — che il popolo incoroni sè stesso imperatore veramente. Ma dove sono nati gli olivi pel nuovo crisma? Pur nell'Attica antica, lieta di olivi, nacque la satira di Aristofane!

*

Mezz'ora dopo Napoleone rientrava in Valeggio e subito mandava a chiamare il principe Napoleone per comunicargli il risultato del colloquio e inviarlo quindi in Verona a determinare per iscritto quei preliminari i quali a Villafranca erano stati affidati alla sola lealtà della memoria.

Quando il principe Napoleone arrivò, l'Imperatore era a colloquio con Vittorio Emanuele.

A questo punto è necessario soffermarci alquanto: il trattato di pace di Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase «lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III verso l'Italia, e in quel patto con l'Austria, è additato il disegno di un nuovo maggior colpo di Stato europeo, contro cui insorgeranno governi, popoli, l'esercito stesso francese che si stancherà «di far la parte di carnefice della libertà»,[395] Questo nel concetto in genere; e particolarmente per ciò che riguarda l'Italia, la Lombardia, la quale secondo il proclama dell'8 giugno, «doveva esprimere liberamente ogni voto legittimo, è data dall'usurpatore Austriaco all'usurpatore Francese; accettata, poi ceduta da lui, come feudo, al re Piemontese: il Popolo trattato come armento, il re siccome vassallo (anzi alcune linee sopra, è usata un'espressione così scultoria che meglio non si potrebbe: «il re lasciato da banda nella conferenza imperiale come un colonnelluccio d'esercito»), Venezia è per la seconda volta tradita, venduta, ecc.».[396]

A parte la tetra riconsacrazione di despota e tiranno; questa pace apparve — come vedremo — atto di tradimento, se non per l'intenzione, per il fatto, al Cavour; e il Re, in quel colloquio dell'11 a Valeggio, sentendo quei capitoli di pace, «tanto opposti a quelli che l'Imperatore gli aveva indicati (come probabili) l'8 luglio, non seppe frenare lo sdegno».[397]

Certo, non solo per la cosa, ma per il modo, la sua fierezza di Re dove aver sussultato. È lecito tuttavia supporre che in quel lungo colloquio Napoleone, in buona fede, lasciasse sperare condizioni migliori di quello che in realtà furono, come vedremo fra poco. Questa cosa si dedurrebbe anche dalle parole scambiate per via fra il Re e il suo aiutante di campo. Disse il Re che la pace era conclusa e davano sino al Piave (?).

Disse l'aiutante: Non è tutto ciò che si aspettava e che ci avevano promesso: ma dacchè Napoleone non vuole più fare la guerra, e se ne va senza domandare nulla, bisogna accettare e fare i contenti. Poi domandò al Re se sapeva le ragioni di sì subitaneo cambiamento.

Il Re rispose: Non so altro che quanto l'Imperatore mi disse: che gli interessi della Francia non gli permettevano più di continuare la guerra; che tutta l'Europa s'armava e che anche le potenze, dalle quali aveva diritto di sperare, lo abbandonavano, e con ciò voleva alludere alla Russia.[398]

Alle due e mezzo arrivarono a Monzambano.

*

E qui non è possibile non ricordare le meravigliose parole di Mazzini al Re: «Sire! sire! Io non amai nè ammirai vostro padre; ma quando io lo vidi, dopo Novara, sdegnar la corona e incamminarsi volontario all'esilio, lo rispettai: ei non volle che un solo uomo in Italia potesse sospettarlo, in quel fatto, di tradimento». (È ciò che in quel giorno stesso, come vedremo, disse il Cavour al Re). E il Mazzini prosegue: «La parte di re Vittorio era di dire al Bonaparte: Io non accetto la cessione insultante di terre che non sono vostre, ecc., e dire al Paese: ebbi 200 000 soldati da un alleato, al quale mi legò una falsa politica che io non avrei mai dovuto seguire, dacchè egli rappresenta il dispotismo, mentre noi rappresentiamo il diritto e la libertà. A questo alleato or giova abbandonarci. Noi non dobbiamo dolercene, però che la sacra Causa rimane a splendere per questo abbandono, in tutta la purezza del Giusto e del Vero. Ma io chiedo ai ventisei milioni che compongono la Nazione, 200 000 soldati. Se la Nazione li dà, vinceremo; dove no, io morrò, incontaminato di menzogna e di meschina ambizione, sul campo, insieme a quei che vorranno morire».[399] (Fatta eccezione della richiesta al paese dei 200 000 soldati, il cui numero solo i tecnici di cose militari possono dire se sarebbe stato sufficiente e i filosofi se sarebbe stato possibile ed effettuabile, è quello che fece il Cavour, ritornato semplice italiano; anzi offrendosi lui per primo a morire, come vedremo).

Il Re, invece, al finire del colloquio, dopo avere esclamato: Povera Italia!, «con quel sentimento giusto e misurato della situazione politica, che aveva mostrato, in molte e solenni occasioni[400]» disse le storiche parole: «Qualunque sia la deliberazione della M. V., io serberò sempre la più viva gratitudine per ciò che ella ha fatto a vantaggio dell'indipendenza d'Italia, e la prego a credere che, in qualsiasi occasione, ella potrà far conto sulla mia fedeltà».[401]

Il commento che — dopo aver riportato queste parole — ricama il De La Gorge[402] è troppo interessante per tralasciarlo: «Questo Re — egli dice — di solito così brusco, così assorto nei piaceri, così intollerante di ogni soggezione, era a volte scaltrito come il più furbo dei contadini piemontesi. Egli ebbe in questa circostanza una inspirazione che avrebbe fatto onore al più abile diplomatico e al più fine leguleio normanno. Costretto ad accettare i fatti compiuti, si prese cura di stipulare subito a suo profitto ciò che si dice la libertà d'azione. Con tale pensiero fece dire all'Imperatore dal Lamarmora che avrebbe firmato i preliminari di pace, ma domandava di firmarli con riserva: approvo per ciò che mi riguarda. Il che voleva dire che si riservava i diritti su Modena, Toscana, Parma, Romagna. Li riservò tanto i suoi diritti che in un prossimo domani raggrupperà tutti questi popoli sotto il suo scettro».

A parte la malignità delle espressioni, la clausola restrittiva fu apposta il dì seguente; e il colloquio di quella notte fra il Re ed il Cavour, deve pur avere influito.[403] Che il Re, poi, in quella protesta di gratitudine fosse sincero, dimostrò nel 1870.

*

Tutte queste cose sono note: invece mal note e obliate sono altre cose che pure è necessario conoscere, cioè come i capitoli della pace di Villafranca, quali vennero conclusi per iscritto in quel dì stesso in Verona, riuscissero più restrittivi di quello che Napoleone III aveva annunciato a Vittorio Emanuele: lievi emendamenti, se pare, ma tali che avrebbero avuto un esiziale effetto se quel trattato di pace fosse stato eseguito.

A due ore e mezzo di quel pomeriggio una carrozza, tirata da quattro cavalli da posta, trasportava il principe Napoleone in Verona, sottoponendo alla discussione e alla firma di Francesco Giuseppe i vari paragrafi della pace, come Napoleone li avea scritti. La discussione, incominciata verso le cinque, durò sino a notte fatta, e bisogna ben credere che la deliberazione di troncare la guerra si presentasse irremovibile come un freno, e così potente da inchiodare — per così dire — il pensiero; almeno per quel breve lasso di tempo, se valse a fare accettare tali patti, dopo tanto sangue versato. Di sostanziale in quei paragrafi di pace non v'è che una cosa: cioè la cessione della Lombardia, ma non tutta, ma esclusi i forti, cioè limitatamente al terreno conquistato col sangue. Peschiera non può essere ceduta: «se l'esercito alleato si fosse impadronito di Peschiera, vedrei bene che l'Imperatore Napoleone mi domandasse di conservar quella piazza, ma le mie truppe trovansi ancora in quella fortezza». Così avrebbe detto Francesco Giuseppe.[404] Cede la Lombardia perchè «tradito dalle armi»; e di questa cessione conviene tener conto, perchè «voi non conoscete abbastanza il valore del sacrificio che io faccio, cedendo una delle mie più belle provincie».[405] Non solo; ma la forma stessa della cessione deve essere modificata. Napoleone aveva scritto: «L'Imperatore d'Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all'Imperatore dei Francesi, il quale, secondando i voti delle popolazioni, li trasmette al Re di Sardegna».

Il testo invece ufficiale suona: «L'Empereur d'Autriche cède à l'Empereur des Français ses droits sur la Lombardie, à l'exception des forteresses de Mantoue et de Peschiera. L'Empereur des Français remettra les territoires cédés au Roi de Sardaigne», cioè l'espressione «secondando i voti delle popolazioni» («i popoli trattati come armento» del Mazzini) non può essere accolta. «Questo voto — avrebbe detto Francesco Giuseppe — io chiamo diritto rivoluzionario. Adoperate queste parole nel vostro trattato col Re di Sardegna e nei proclami che fate alle popolazioni italiane, io non mi oppongo, ma comprenderete bene che io, Imperatore d'Austria, non posso adattarmivi».

L'Ollivier, nel suo racconto, rafforza anzi le tinte: Francesco Giuseppe, piuttosto che cedere direttamente la Lombardia al Re di Sardegna, era pronto ad esporsi a tutte le conseguenze della continuazione della guerra.

Era per lui questione di onore.[406]

E tutto il resto è vago o aleatorio.

Ma se non è un errore di deduzione, nel colloquio stesso del mattino, il vincitore di Solferino era stato vinto, cioè, in uno dei punti capitali, dove egli — forse — sperava di ottenere vittoria; e verosimilmente a questo alludevano i patti «così duri» che egli intendeva strappare all'Austria, cioè Venezia. Non certo Venezia congiunta al regno di Vittorio Emanuele, ma Venezia staccata dall'Impero d'Austria e costituita in condizione indipendente sotto un arciduca austriaco, federato agli altri Stati d'Italia. Una di quelle misure intermedie da accontentare tutti, amici e nemici, che formano un lato ben caratteristico della fisonomia morale e della politica di Napoleone. Meschino ed illogico provvedimento diciamo noi, ed a ragione: o dentro o fuori. Ma anche questo spediente di conciliazione e non indecoroso per l'Austria, fallì, nè poteva essere altrimenti. O dentro o fuori. Francesco Giuseppe era dentro; e bisognava uccidere altri venti o quaranta mila «automi», perchè andasse fuori. Su questo punto, se Napoleone volle pur discutere a Villafranca, Francesco Giuseppe avrebbe fatto capire che era inutile cominciare il colloquio. Di tale intenzione di Napoleone non mancano documenti. Per mezzo dell'amico Persigny cercò anteriormente di indurre lord Palmerston[407] a farsi mediatore di pace in tale senso: ma quel ministro liberale inglese non volle assumersi la paternità di una pace conclusa in termini offensivi per i patriotti italiani, e che insieme avrebbe creato, pur supponendo che l'Austria la avesse accettata, nuova e più viva materia di contrasti e di guerra.[408] Il progetto partiva dal Persigny; ma, scrive il Chiala, che al ministro inglese non occorse troppo acume per capire che quella proposta era figlia naturale della mente «fantastica» dell'Imperatore.

Il ministro liberale inglese aveva pienamente ragione, e l'Italia da questo momento della sua storia deve elencare, tra le sue fortune, il favore dell'Inghilterra, sempre più palese e maggiore. Il vento è mutato: infatti al ministero conservatore Derby è subentrato il ministero liberale Palmerston. Tuttavia è singolare come l'acquazzone di Solferino abbia fatto germogliare come fungo la simpatia degli uomini di Stato inglesi. Essi, che prima tanto temevano l'aumento della potenza di Francia nel Mediterraneo, ora trovano molto utile, poichè il tenebroso Imperatore arrestandosi a Villafranca, arrestò le paurose tenebre della sua politica, favorire «quest'umile Italia», che in quel mare interno — revocato poi dal Lesseps all'antica importanza — si specchia e si bagna.

Oh, il nuovo ammirabile amore!

Un uomo riconosciuto fantastico, non appare più molto temibile.

La critica e l'opposizione successive a dare effetto al trattato di Villafranca sono dovute in grandissima parte all'Inghilterra; la quale con discorsi e scritti e opere diplomatiche così attrasse la riconoscenza italiana, che questa non potè a meno di farsi più lieve per ciò che riguarda il sangue versato a Solferino ed a Magenta. Ma queste cose, per quanto interessanti, non possono avere qui luogo, e meglio è riprendere il racconto.

Nell'epistolario del Mérimée al Panizzi (12 luglio, pag. CCVI) è detto che il principe Napoleone aveva telegrafato ai suoi amici in Parigi che quello di costituire la Venezia in istato indipendente sotto un arciduca d'Austria era il fermo proposito dell'Imperatore. E secondo il dispaccio di Ubaldino Peruzzi al Ricasoli (Parigi 16 ottobre 1859) l'Imperatore, a lui, che con altri delegati toscani presentava i voti di quel popolo per la annessione, avrebbe detto di avere chiesto all'Imperatore d'Austria di rendere Venezia indipendente sotto un arciduca sovrano, ma che Francesco Giuseppe non vi acconsentì.

Più grave ancora, se vero, ciò che riferisce Th. Martin,[409] cioè che l'Imperatore, tornato in Parigi, avrebbe in quel luglio detto al principe di Metternich, nuovo ambasciatore d'Austria, a proposito del colloquio di Villafranca: «Io avevo ben motivo di temere il colloquio con l'Imperatore, vostro sovrano, perchè io ero ben certo che mi avrebbe soggiogato».

In fatti nel colloquio fra il principe Napoleone e Francesco Giuseppe, della Venezia non si discute nemmeno e il paragrafo è approvato come è: «La Venezia fa parte della Confederazione italiana, benchè rimanga sotto lo scettro dell'Imperatore d'Austria».

Il risultato di quella sanguinosa guerra si risolve in un «benchè».

È cosa ben assurda e pietosa: essa rimane fissa nel cuore generoso di Napoleone come una punta arrugginita. Se ne accorse dopo del dolore, e lo palesa davanti alla Francia ed al mondo in una maniera, io non so, se più pietosa od ingenua: «Credete voi che poca pena non m'abbia costato cancellare pubblicamente dal mio programma il territorio che dal Mincio si estende all'Adriatico?»[410]

E poi su questo chiodo per sei anni si sentirà far leva: Signore onnipotente, invitto sostenitore del diritto dei popoli, dateci Venezia! E Venezia fu l'altra palla di piombo che Napoleone con Villafranca si legò al piede.

L'altra — più antica — si chiamava Roma!

*

Ma non è tutto: lo scopo precipuo della guerra, cioè distruggere il diritto dell'intervento austriaco nelle cose d'Italia, non fu raggiunto. Ben si può dire che il sangue di Solferino, San Martino e Magenta lo ha irrimediabilmente corroso quell'iniquo diritto, che la diplomazia lo scancellerà più tardi. Ma allora, no. Il quinto paragrafo dice: «Il gran duca di Toscana e il duca di Modena rientrano nei loro Stati»; ma in origine, come scrisse Napoleone, diceva: «I due sovrani faranno tutti i loro sforzi, «senza però ricorrere alle armi», affinchè i duchi di Toscana e di Modena ritornino nei loro Stati». Ma quell'inciso «senza però ricorrere alle armi», Francesco Giuseppe non l'ha voluto, e fu tolto. Fu tolto perchè egli può fare «dei sacrifici personali», può cedere quanto a Parma perchè quella duchessa è una Borbone, non un Absburgo; ma abbandonare parenti ed alleati fedeli, che sono ricoverati nel suo campo; che domandano protezione all'aquila imperiale d'Austria; ma implicitamente incoraggiare la rivoluzione, dandole la certezza che non sarebbe stata impedita, significava togliere a quei duchi la forza morale di ricuperare il trono. No certo! Pare che Francesco Giuseppe ritenesse Francesco V d'Este fornito di armi italiane fedeli e bastevoli per ricuperare Modena; e quanto a Leopoldo II, non dubitasse che le popolazioni toscane, cessata, per virtù del trattato di pace, la pressione del Piemonte, avrebbero richiamato, come fu del '49, il loro legittimo e «paterno» sovrano. Che tale pensiero di facili restaurazioni ducali e granducali nutrisse anche Napoleone, non è improbabile; che lo desiderasse, anche, in quel giorno come vendetta del vedere a lui tolta Toscana (se pure ci fece serio conto), può anche sospettarsi: ma il fatto reale che quattro giorni dopo quell'11 luglio consiglia a Cavour di impedire le restaurazioni nei ducati; e che cedè poi sui ducati, non solo e più tardi sul resto, contro il desiderio della Francia, dovrebbe avere alcuna eloquenza persuasiva.

Racconta Nicomede Bianchi che a Francesco Giuseppe nel firmare, gli occhi si colmarono di lagrime e dicesse: «Possiate, mio caro principe, non trovarvi mai nella necessità di cedere una delle vostre più belle provincie».[411]

Era dunque assai cara questa terra lombarda all'Austria!

*

Fu alla sera che il Re, ritornato ancora a Valleggio, per invito dell'Imperatore, ad attendere l'arrivo del principe da Verona, conobbe il testo preciso di quei preliminari di pace.

La fiera e nota minaccia del Re di proseguire, in tale caso, la guerra da solo, deve essere stata espressa in questo secondo colloquio, ben altrimenti procelloso di quello del giorno.

Alla quale minaccia l'Imperatore rispose: «A scelta vostra, ma in vece di un solo nemico, voi potreste trovarne due».[412]

Quando uscì, il Re era rosso in faccia e aveva gli occhi più fuori del solito. Salutò l'Imperatore che l'accompagnava, cavò il berretto al seguito, montò a cavallo, e uscito dal paese, disse all'aiutante:

Siamo rovinati!

Maestà, in che modo?

Non ci vogliono nemmeno dare ciò che ci davano nel '48. Aggiunse anche lui (notevoli parole!): Napoleone s'è lasciato intenerire dal giovane Imperatore.[413]

Giunsero a Monzambano. Cavour aspettava il Re a villa Melchiorri.

*

Tempestosi, lunghi colloqui erano avvenuti il giorno prima tra lui ed il Re, tra lui e il principe Napoleone.

Sa lei che cosa vorrebbe Cavour? — aveva detto il Re al suo Della Rocca, — Vorrebbe che io continuassi da solo la guerra. Io sono furioso quanto lui per questa pace; ma non perdo la bussola, non perdo la ragione.

E al principe Napoleone che ripeteva a sazietà certe ragioni della pace, Cavour aveva detto: Ah, monsignore, quando si vuole annegare il suo cane, si dice che è arrabbiato!

Con una sola persona Cavour non potè parlare: con l'Imperatore.

«Parlare nelle condizioni presenti non poteva essere di alcuna utilità. Il conte vorrà muovermi dei rimproveri; io ne ho da muovere a lui, e sarà senza pro' giacchè ora tutto è finito. Lo rivedrò volentieri a Milano, a patto che non mi parli del passato».[414] Il che significa: i patti di Plombières da me non furono potuti osservare, da voi non furono voluti osservare. E va bene! Cavour non gli parlerà più, ma il suo pensiero gli arriverà lo stesso, e il passato sarà semente da cui germoglierà l'avvenire.

E quello che andava ripetendo il fido Conneau all'aiutante del Re: L'Imperatore è malcontento di Cavour; ha agito male, molto male con lui. Fomenta i movimenti della Romagna e compromette l'Imperatore.[415]

E il giorno 12 al Lamarmora, che reca la nota clausola, Napoleone dice: «So che il conte di Cavour è irritatissimo. Comprendo, scuso questo stato dell'animo suo, profondamente angustiato nel veder troncati i suoi disegni politici. Il pensiero della compiuta indipendenza d'Italia mi fu sempre caro, ma per tentare di colorirlo, io non potevo arrischiare di compromettere interessi maggiori. Io sono convinto che, con l'attuale organamento delle sue forze militari, la Francia è nell'impossibilità di sostenere una doppia guerra sul Reno e sull'Adige».[416]

Quest'uomo che sfugge alle strette di un colloquio formidabile prima di firmare la pace, che poi presenta quasi delle scuse, offre un fenomeno dei più interessanti.

Non vuole udire Cavour? Udrà lo stesso la sua parola.

In quale stato, poi, di irritazione fosse il Cavour dal suo primo scendere a Desenzano, è detto dall'Arrivabene in una ben nota corrispondenza ad un giornale inglese. L'abituale sorriso, le sue maniere cortesi erano scomparse. Dopo un primo colloquio col Re, il giorno 10, così è descritto:

«La esasperazione del Cavour faceva pietà in tutti gli astanti. Il suo volto era rosso come una bragia; e il suo portamento così semplice e naturale per ordinario, tradiva coi gesti violenti l'indignazione che gli toglieva ogni dominio di sè stesso». E poichè uscì di casa Melchiorri, si stette addossato alla muraglia d'una meschina farmacia.... Esclamazioni di sdegno prorompevano dalle sue labbra frementi, e lampi di collera passavano ad ogni tratto sul suo volto abbronzato dal sole. Spettacolo singolare e terribile!»[417]

*

Dunque egli, in quella notte, attendeva il Re. Ora egli avrebbe conosciuto il testo preciso di quei preliminari di pace.

Era verso la mezzanotte. Il Re fece introdurre il Cavour nel suo gabinetto insieme col Nigra.

Il Re comandò al Nigra[418] di dare la copia dei preliminari a Cavour. Questi cominciò a leggerla in silenzio. Ma non terminò la lettura. Gettò lo scritto sulla tavola. E qui ebbe luogo una scena commovente.

A questo punto il Chiala[419] mette una serie di puntini al diario da cui toglie e rimanda in nota ad uno scritto di Isacco Artom, che afferma che poche scene di Shakespeare potrebbero essere paragonate a quel colloquio. Cavour avrebbe parlato come Mazzini: Sire, a che serbare il trono subalpino? che giova anche l'annessione della Lombardia, se l'Italia intera continua a rimanere sotto la supremazia politica e militare dell'Austria? Come lasciare Napoli e la Sicilia ai Borboni, l'Emilia, la Toscana, la Romagna oscillanti tra la formazione di effimere republiche e il ritorno dei loro antichi governanti? Anzichè piegare il capo ai nuovi patti, Vostra Maestà ascolti la voce del suo cuore. Ritenti la lotta colle sole sue forze, e se la sorte ci è di nuovo avversa, si ritiri piuttosto in Sardegna, vada ramingo in Italia ed in Europa. Sappiano gli Italiani che la vostra dinastia non ha ormai altro avvenire, altre speranze che l'avvenire e le speranze d'Italia.

Colloquio tragico; senza dubbio; ma anche di altra natura.

Certo questo servitore del suo Re parlò al suo Re in modo ben nuovo.

Il caldo era atroce; il Re era in maniche di camicia e fumava nervosamente: anche il linguaggio dev'essere stato in maniche di camicia, benchè su le frasi speciali non vi sia molta sicurezza. Vittorio Emanuele, secondo il suo temperamento, cercava di calmarlo. Abdicare? A questo ci voleva pensar lui, che era il Re. «Il Re? Il vero Re sono io!» «Lei? Chiel a l'è 'l Re? Chiel a l'è un birichin».[420] Sarebbe stata la ripetizione dell'epiteto significativo, adoperato già dal Balbo.

Il carattere del Re è reso tipicamente dalla frase che è riferita dal Nigra: Nigra, ca lo mena a durmì. Il Cavour stava, infatti, per perdere i sonni una seconda volta. La espressione del Re viene a dire: Voi in questo momento sragionate. Questa politica — i giuochi dei bussolotti dell'Azeglio — me la avete fatta fare voi, mio caro; io vi ho accontentato per tanto tempo e adesso vi lamentate perchè il giuoco non è riuscito proprio bene? Ma a questo mondo non si può ottenere sempre ciò che si desidera. Io prendo quel poco di bene che c'è, e lascio voi a fare gli eroi.

*

Le parole del Re, al mattino seguente, al generale Solaroli corrispondono a quanto qui è detto, in modo preciso. Disse: Cavour si è portato assai male con me: fu quasi insolente. Ma lo compatisco perchè è già qualche tempo che gli gira la testa.... Sissignore, è proprio così come gliela dico; io ho avuto il torto di averlo troppo ascoltato, ma troverò ancora degli amici.

Solaroli rispose: Maestà ne troverà molti.

Il Re lo guardò fisso, e poi disse: Lei ci crede? Ma caro lei, i re sono fatti per non averne nessuno e non mai sentire la verità, e per quanti beneficî facciano, non trovano che ingratitudine.[421]

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Si domandano le cause di Villafranca; ma esse sono nel contrasto e nella natura delle cose esposte. Le stesse solenni dichiarazioni,[422] fatte dall'Imperatore in Parigi, davanti ai grandi Consigli dello Stato, il 19 luglio, confermano queste cause preesistenti alla guerra e che erano state su tutti i tuoni segnalate da un anno alla sua attenzione. E bisogna supporre che la sua reputazione di astutissimo fosse ben consolidata, se così ingenue ed aperte dichiarazioni poterono essere proferite senza timore di scadere nell'opinione della sua autorità. La minaccia dell'intervento armato della Prussia (più o meno reale secondo che altri pensa) e le condizioni dell'esercito francese, inadatte a sostenere quella doppia guerra, erano fatti conosciuti anche prima. Quanto poi alla possibilità di una terza vittoria, bisognerebbe essere tecnici di cose di guerra per esprimere un giudizio non avventato. A Magenta ed a Solferino i generali dell'Austria commisero certo molti errori, e vinsero i Francesi che ne commisero meno e spiegarono più valore; ma non era assicurato che la serie degli errori austriaci sarebbe proseguita in proporzione crescente, tanto più che l'esercito di quella nazione era suscettibile di aumento: quello franco-italiano non di troppo. È vero che diffusa correva fra noi l'opinione della prossima finis Austriae; ma non solo i fatti posteriori hanno dimostrato erroneo tale giudizio; ma, cosa che allora avrebbe fatto inorridire, molti patriotti italiani, pur forzando l'acerbità delle recenti memorie, si fecero poi alleati dell'Austria, per temenza di un'altra Austria maggiore. A queste considerazioni conviene aggiungere un altro fatto — già ripetutamente notato — di cui l'Imperatore era stato premonito, cioè che per lui il vincere sempre era condizione, non solo del buon fine nella guerra d'Italia, ma della stabilità stessa della corona imperiale.

Il De La Gorge, in pochi periodi, in cui è difficile essere più freddamente crudele, sintetizza così: «Dopo Solferino l'Imperatore capì due cose per nulla nuove, che avrebbe potuto leggere nei libri: cioè che una coalizione costituiva un doloroso imbarazzo, e che un campo di battaglia era cosa orribile a contemplare. Dopo ciò fece ogni sorta di riflessioni giudiziose, che tre mesi prima sarebbero state meravigliose. Un giorno, non reggendo più, con quella semplicità cordiale e graziosa che lo faceva amare malgrado i suoi difetti, andò a trovare l'Imperatore d'Austria e si stupì con lui di tanto sangue versato, gli strinse la mano, lo abbracciò anche, e in un'ora concluse in fretta una pace, che non terminava nulla, fuorchè la carneficina. Poi tornò in Francia in fretta e furia, chiudendo quasi gli occhi per non vedere tutto ciò che lasciava in Italia di passioni e di speranze, difficili a contenere, pericolose a soddisfare».[423]

Ma a parte la terribile ironia, ben spiegabile in un francese, il De La Gorge non può negare il cerchio di ferro in cui si era venuto a trovare Napoleone dopo Solferino.

La Prussia, lieta in segreto delle sconfitte austriache, ma inquieta delle vittorie francesi, ondeggiava incerta tra la gelosia soddisfatta e la paura che s'era desta. Disposta a trarre il maggior vantaggio dalle disfatte dell'Austria, poichè Francesco Giuseppe fece sapere che era impotente a difendere le frontiere della federazione germanica dal lato d'Italia, assunse attitudine minacciosa. «Se passate il Mincio — telegrafava il 22 giugno l'Imperatrice Eugenia — la coalizione si pronuncerà contro di voi. La Prussia già mobilizza i suoi corpi d'esercito e sul Reno siamo deboli»; e il ministro Randon nelle sue memorie nota: «Quando 120 000 uomini partirono per l'Italia, si trovò che non ne rimaneva abbastanza per prendere l'offensiva sul Reno».[424] Lo Czar, in fine, insospettito dei moti popolari d'Italia, dei maneggi segreti di Napoleone coi primari fuorusciti magiari e polacchi, desto — come dicemmo — al sospetto che quella politica rivoluzionaria dell'Imperatore avrebbe sconvolto l'Europa, e la Polonia avrebbe imitato l'Italia, si raffreddò d'un tratto e fece sapere che con le armi non avrebbe certo impedito l'intervento prussiano.

Napoleone il Grande avrebbe, forse, potuto rompere quel cerchio di ferro. Ma Vittor Hugo stesso ci informa che occorrono mille anni a generare simili umani prodigi. E poi? Lo stesso Giulio Cesare, fatto il ponte famoso sul Reno, tornò bellamente indietro alle tetre minacce degli Svevi.

Napoleone III non trovò altra soluzione che intendersi direttamente con Francesco Giuseppe, e sfuggire così, l'uno e l'altro, ai troppo interessati intermediari della pace. Fece quel che potè e fece anche capire l'intima debolezza del suo meraviglioso sogno.

Da allora in poi la Colonna[425] splenderà come un faro che manda gli ultimi guizzi.

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La causa di Villafranca vuol essere ricercata anche nell'errore mentale di Napoleone, pel quale fu indotto a credere alla possibilità di farsi egli promotore e moderatore di un vasto moto rivoluzionario europeo: ma senza quell'errore iniziale, probabilmente non avrebbe nemmeno intrapresa la guerra: forse anche le memorie giovanili del '31 lo indussero a credere in uno stato d'anima nel popolo italiano alquanto diverso dal vero, come delicato cenno è nelle parole dette al Cavour, prima di lasciare l'Italia: «Per prendere Verona, ci volevano 300 000 uomini ed io non li avevo». È vero che Mazzini aveva detto agli Italiani che il loro concorso alla guerra bisognava che fosse così grande che l'aiuto di Francia dovesse parere semplice legione; ma ciò non era avvenuto. Gran delusione fu Villafranca per gli Italiani; ma gran delusione fu Villafranca anche per Napoleone.

Il Mazzini comincia il suo scritto su Villafranca con le parole: «La delusione è scesa più rapida che noi stessi credevamo». Anzi a noi sembra da additare la tenacia con cui egli persistette sino a Solferino, e si può dire che sino al tre luglio — giorno in cui avvenne un colloquio fra lui ed il Kossuth, stabilendo il programma di una insurrezione magiara, il grande sogno non è abbandonato.[426] I puntelli dell'illusione sono quasi tutti caduti, ma l'uomo resiste ancora. La venuta al campo in quel giorno stesso del principe Napoleone dalla Toscana, probabilmente fece cadere gli ultimi sostegni, e allora la nave della volontà cominciò a scivolare, quindi a precipitare in senso opposto sinchè fu varata.

Un intemperante di pensiero, e un ardito paradossale era il Principe, alla cui inspirazione ed informazioni opina il Chiala sia dovuta quella serie di notizie denigratorie sulla partecipazione degli Italiani alla guerra che si leggono nelle lettere del Merimée al Panizzi e che, prescindendo da ciò che è meschino fatto di cronaca o calunnia, può essere riassunta in queste parole di quelle lettere: «l'aristocrazia, è vero, ha mostrato della devozione, del patriottismo, ma è un infinitamente piccolo», affermazione che, tranne l'assoluto, e l'erroneo senso dato alla parola «aristocrazia», non può meravigliare se non chi si rifiuti a rendersi conto di quest'ovvia verità, cioè che la rivoluzione italiana fu specialmente dovuta all'eroica resistenza di una minoranza intellettuale;[427] e se il popolo seguì, fu per naturale generosità e anche in grazia della stolta nequizia austriaca che spinse sino un Papa, almeno per ventiquattro ore, a farsi patriotta e italiano.

In una lettera del principe Napoleone al Buoncompagni, del 9 giugno, è detto: «Dalla Toscana non ha potuto condurre più di quattro o cinque mila uomini. È per questo bel risultato che la Toscana s'è sollevata al grido: Viva la guerra?»[428] Questo ed altro deve avere esposto il Principe a Napoleone.

Ma se il principe Napoleone si illuse che i Toscani dovessero preferire lui, questo obeso di corpo e acerbo di spirito, a Leopoldo II, che disprezzavano, ma non odiavano — come bene gli spiegò il Cavour — , fece errato calcolo. E per ciò che riguarda questa rimproverata scarsa partecipazione alla guerra, conviene dire che i Toscani amavano bensì, non meno degli altri Italiani, la libertà della patria comune, ma amavano moltissimo anche la loro autonomia e tanti piccoli materiali vantaggi la cui perdita rimase consegnata al famoso motto, toscano appunto: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Lombardia specialmente fece notevolissimi sacrifici; ma le campagne erano, e non potevano non essere inerti. Presumere nelle così dette masse un moto unanime e formidabile di rivolta (come oggi potrebbe accadere per ragioni economiche e di lotta di classe), per una causa ideale ed aristocratica, quale la causa della nazionalità, significava aver perso il senso etnico e storico; e in questo errore caddero tanto il Mazzini quanto Napoleone III.

Si aggiungano a queste cause maggiori i dissensi o malintesi con Vittorio Emanuele per ciò che riguardava l'apparecchio dell'armi,[429] il malcontento di Vaillant, di Fleury;[430] gli avvertimenti gravi sul fumar dell'ira clericale in Francia (fumava a belle spire anche fra noi!); l'abbattimento fisico, fors'anche, susseguito a così grande tensione di forze, ed aumentato dalle vampe, non solo di un estate torrido, ma da quelle della rivoluzione che s'illuse di potere sfrenare e infrenare a suo modo, e già lo lambivano dolorosamente. Tutte queste cause secondarie possono spiegare, io non dico la deliberazione della pace, che è data da quelle prime cause, ma quel non so che di convulso, di affrettato, di iroso che è nel terminare la guerra e lasciare l'Italia.

Minori cose queste ultime, ma a Napoleone — come spesso avviene ai teorici ed agli idealisti — divenendo pratico per un istante, le piccole cose ingrandivano al di là della loro giusta proporzione.

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Il Cavour ripartì da Desenzano per Torino il giorno 12. Ebbe ancora un colloquio col principe Napoleone.

Il Chiala dice che quest'ultimo colloquio fu tempestosissimo. E c'è ben da crederlo quando seppe definitivamente a quali miserevoli patti era stata conclusa la pace. Il pensiero di tradimento gli si deve essere affacciato netto, terribile. In correlazione a questo «tempestosissimo» colloquio è la lettera del Cavour al principe Napoleone, in data 25 gennaio, quando, pochi mesi dopo, sotto l'impulso della necessità, fu compiuto quel moto annessionista in pro' della monarchia sabauda, soluzione inattesa di quella crisi tragica e pietosa insieme di Villafranca. In quella lettera cortigianescamente ricredendosi, scrive il Cavour: «Monsignore, dal tempo del mio ultimo colloquio con Vostra Altezza, quanti grandi avvenimenti! Quanti germi contenuti nel trattato di Villafranca, si sono sviluppati in maniera meravigliosa! Sia benedetta la pace di Villafranca».[431]

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Ritornato in Torino, altri lo descrive «pallido, invecchiato in tre giorni di parecchi anni»; altri, «immerso in tal profondo dolore da far pietà». Perdette veramente il dominio di sè? Io non so. Io so che gran sventura sarebbe stato se egli si fosse comportato moderatamente e non avesse perduto il dominio di sè.

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Dunque l'Imperatore non volle dare udienza? Saprà lo stesso il suo pensiero. Vi sarà chi glielo riferirà.

Il giorno 15 a Torino presente Pietri, l'anima fedele di Napoleone; presente il Kossuth, parlò parole terribili (è il Kossuth che le riferisce), parole che sa, che vuole che siano riferite, perchè parlare davanti a ce monsieur è come parlare davanti al suo Imperatore. «Questa pace non si farà, questo trattato non si eseguirà. La confederazione! Imaginare il Re del Piemonte in questa società grottesca, col Papa presidente, l'Austria a destra e ai fianchi quattro satelliti austriaci. Mi faccio rivoluzionario. Prendo a braccetto Mazzini e divento cospiratore anch'io, divento rivoluzionario. Ma questo trattato non si eseguirà. No, mille volte no! mai, mai! L'Imperatore se ne va? Buon viaggio. Noi, cioè io e voi, Kossuth, rimaniamo, vero? Per Dio, che noi non ci fermeremo a mezza strada». E si batteva furente il petto, e Pietri teneva reclinato il capo.[432]

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Non parla più all'Imperatore: si accontenta di commiserare le sorti d'Italia. Assiste all'arrivo dell'Imperatore alla stazione di Torino, per obbligo, perchè non c'è il successore; ma al pranzo non assiste. Vuol parlare adesso lui, il taciturno. Per prendere Verona ci volevano 300 000 uomini: lui non li aveva. Toscana, Modena, Romagna sono caduti ancora in mano dei loro nemici! È vero. Ebbene, ne difenderà la causa. Intanto «non permettete alle vecchie dinastie di ritornare. Nizza e Savoia? Non penseremo più a Nizza e Savoia. Mi pagherete le spese di guerra».

Parte: il Re lo accompagnò in ferrovia sino a Susa; quivi attendevano le berline di viaggio per il valico del Cenisio.

Rimontando in treno, il Re trasse un gran sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco, e disse: Ah, se ne è andato![433]

La via si restrinse fra i monti. L'Italia sparve allo sguardo dell'Imperatore.

E parte, ma non è appena cessato lo stupore della partenza, che un'imprecazione si solleva, cresce: è tutto un popolo che impreca; l'onda oltraggiosa batte sino alle Tuileries. Ha mancato ai patti, ha abbandonato Venezia all'Austria; ha fermato Garibaldi alla Cattolica. Pretende ora Nizza e Savoia.[434] Traditore!

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Non permettete alle vecchie dinastie di ritornare? Il Cavour lo ha già preso in parola, ma anche senza quell'avvertimento è presumibile che avrebbe fatto lo stesso.

Dunque il governo del Re deve dare ordine ai Commissari di sgombrare dalle provincie insorte, secondo il paragrafo: «Il duca e il granduca rientrano, ecc.». Ebbene il duca e il granduca non rientreranno.

I commissari regii domandano istruzioni al Cavour? Ma egli non ha più istruzioni da dare: il ministro è morto, però rimane lui, Cavour, semplicemente, il quale approva ciò che gli telegrafa il Farini, governatore di Modena, cioè che è disposto a farsi ammazzare piuttosto che lasciarsi scacciare.[435]

È Cavour che dice: «Meglio l'Austria che un suo spregiato proconsolo»,[436] che dice a Massimo d'Azeglio, commissario regio in Bologna, e fa dire ai popoli delle legazioni, tementi una rappresaglia sanguinosa degli svizzeri papalini, come era stato in Perugia: «Se le popolazioni non sanno difendersi esse sole contro gli Svizzeri, ciò mostrerebbe che non sono degne di essere italiane».[437] E non solo consiglia la guerra, ma egli stesso dice: «Quanto a me, tosto che mi sarà dato un successore, verrò a pormi sotto i tuoi ordini come semplice soldato, per farmi uccidere per la difesa dell'indipendenza italiana».[438]

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È l'alba: entra nel gabinetto del Cavour il republicano Frapolli.

Consentite di prestare l'opera vostra per salvare l'Italia?

Sì, conte.

Ebbene andate subito a Modena, mettetevi a disposizione del Farini, fate arma di ogni palo, respingete i soldati del duca, sono Italiani rinnegati. Cacciateli nel Po.

Il servo annunzia il patrizio X***.

Che aspetti. — grida il conte. — Vi sarà sempre tempo di inaugurare la reazione in Italia. Non torniamo ancora da una seconda Novara.

E poco dopo si presenta Giuseppe Malmussi, presidente dell'assemblea modenese.

Domanda armi.

Cavour lo bacia. Bravo! Non sono più ministro della guerra, ma tentiamo un colpo!

Scrive un biglietto. Andate all'arsenale, se vi dànno armi, incassatele, e partite subito.[439]

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Non rientreranno. È Cavour; o, se piace, è Mazzini che raccoglie dopo trent'anni il suo frutto; non risponde alla sementa, lo so; ma insegnano i maestri di agricoltura che la pianta oltre alla sementa, deve il suo essere al suolo ed al clima. È anche merito del Farini e del Ricasoli, e, se pare, anche di Napoleone.

La pianta nata — ben è vero — non fu quale volle il Mazzini, ma quel grande nostro può consolarsi nel silenzio della sua tomba: non fu neanche quale volle il suo grande avversario, il Cavour.