Il principe Napoleone ripartì da Verona a notte già fatta. I quattro cavalli galoppavano; ma il fragore del traino non era così forte che distogliesse l'animo dal sentire l'eco delle ultime parole di Francesco Giuseppe: «Se possiamo intendercela con l'Imperatore Napoleone su gli affari d'Italia, non vi saranno più motivi di discordia tra noi».[440]
Era un consiglio non disinteressato forse, ma un buon consiglio di un giovane ad un uomo più che maturo; se non che il giovane era derivato all'Impero con radici così antiche e tenaci, che poteva ben permettersi qualche suggerimento su la stabilità dei troni a colui che aveva elevato il suo così di recente e in così pericoloso modo.
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È dopo Villafranca, che invece di intendersela con Francesco Giuseppe, bisognò intendersela con la rivoluzione italiana.
E l'Imperatore si venne a trovare stretto in un secondo cerchio di ferro, non meno tenace di quello che lo costrinse a troncare la guerra.
Può la nobile Francia che versò tanto sangue per l'Italia, opporre il suo veto alle annessioni che piacciono tanto, adesso, alla generosa Inghilterra? Non dispiacciono neanche alla Prussia. Strana cosa! Vi sono simpatiche affinità tra essa e il Piemonte; tra gli Stati della Federazione germanica ed i ducati italiani!
Si tratta dunque, per l'Imperatore, di sciogliersi dalle stipulazioni concluse con Francesco Giuseppe e nel tempo stesso di non venir meno alla sua lealtà: rendere omaggio all'antico diritto publico e concedere che fosse violato: trovare modo di persuadere il Papa che è per suo bene se le Legazioni gli sono tolte; e confortarlo che non gli si toglierà di più. Tutte cose piuttosto difficili. Ma ci penserà il Cavour, in quei due anni che gli rimangono di vita a renderle se non facili, necessarie.[441] E nella politica interna della Francia, come non osservare la contraddizione stridente tra un governo pressochè assoluto e la causa della nazionalità e del reggimento liberale sostenuto all'esterno?
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Bella la rocca scaligera sul lago di Garda!
«Anche Napoleone I — diceva la guida che accompagnava Napoleone III in quella sua visita frettolosa — visitò questo castello dopo la pace di Campoformio».[442]
Un penoso silenzio si fece tra i circostanti a queste ingenue parole. Sul lago si cullavano le belle cannoniere francesi, approntate pel vano assedio di Peschiera.
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A Campoformio il primo Napoleone tradiva, ma il rimorso del tradimento deve essere stato ben lieve. Era l'Austria spezzata; erano i confini del Reno alla Francia. A Villafranca il terzo Napoleone comperava la stessa rinomanza di traditore; se non che tradiva per sempre anche la bella reputazione della sua «cupa energia» di cui parlava il Mazzini; e quanto ai confini del Reno ci stava oramai un ben famoso guardiano.
Con la pace di Villafranca egli non ha accontentato nessuno, nè meno sè stesso, se non per breve giorno; e il discorso davanti ai grandi Corpi dello Stato del 19 luglio, è un ben curioso documento con tutta la sentenziosità tipica del suo stile. Perchè quella guerra? Per la gloria? Per un'idea?[443] La gloria ha un'ala piagata; l'esercito è mutilato, non è satollato di gloria. Un'idea? Ma gli Italiani stridono e più strideranno per Nizza e Savoia. «Di Nizza e Savoia non se ne parli più, mi pagherete le spese di guerra». E la Francia? La guerra per un'idea? La frase è bella; ma la realtà è altra cosa. Se invece di cavalcare a Villafranca, Napoleone avesse potuto veramente giungere sino in vista dell'Adriatico, ben altri patti si potevano imporre all'Austria.... ed all'Italia!
Ma verrà fra poco un giorno in cui egli vedrà meravigliosi frutti sortire là dove passò il solco sanguinoso delle sue armi. Vedrà inatteso, non voluto, sorgere un regno pericoloso alla sua Francia;[444] udrà la Francia reclamare un compenso almeno, e allora irosamente, pietosamente si discuterà il mantenimento dei patti, come due litiganti d'affari. Si peserà il sangue, come l'avaro pesa l'oro, e si dirà: Pagate! A voi pare dare troppo. A noi pare ricevere poco.[445] «Oh, gli astuti figli di Machiavelli, voi me li strappaste ad uno ad uno i ducati, voi portaste via Romagna, Marche, Umbria; voi mi costringeste ad abbandonarvi quel poverello re di Napoli che a me si rivolgeva come agnello assalito, perchè sapevate che non avrei mai tirato il cannone contro l'opera mia».[446] «Noi vi abbiamo pagato; ciò che concedeste, non era in facoltà vostra negare perchè era cosa nostra; voi il cannone ci avete costretto a tirarlo ad Aspromonte; lo tirerete voi stesso a Mentana!» Pietosa istoria! Labirinto di passioni, non spente tuttora, dove solo un alto senso umano è filo di Arianna.
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Abbandonando per sempre l'Italia del '59, Napoleone aveva detto al Re amaramente: «Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da soli».[447] Da soli, ma dopo il soccorso straniero; da soli, ma dopo la morte del Cavour, fu udita questa querimonia per molti anni: O potente e astuto Imperatore, ricórdati che la tua promessa non è compiuta. Come possiamo noi vivere con l'Austria in casa? col Papa che ci denuncia al mondo come sepolcri imbiancati perchè si desidera di andare a Roma col suo assentimento? con Garibaldi che non ode ragione ed ha dimenticato il motto «Italia e Vittorio Emanuele»? con Francesco, re vinto, ma che da Roma manda denaro e conforti ai briganti? con la diplomazia che finge di non riconoscere il Regno d'Italia, questo vostro figlio naturale, o astuto, o potente Imperatore?
E poichè non è facile far giungere queste voci bene sino all'altissimo trono delle Tuileries dove sta l'Imperatore, così è spesso lui, l'Arese, che per lettera o per persona deve portare cotali voci, l'Arese a cui con formola costante l'Imperatore dice di credere nella sua «antica e sincera amicizia». «Siate, sire, — ripete l'Arese, — il nostro possente protettore in faccia all'Austria, in faccia all'Europa; venga la vostra diplomazia in nostro aiuto con altrettanto vigore come è venuto il vostro esercito».[448]
Oimè, alle Tuileries, la causa d'Italia non ha più amici se non il buon Conneau, sognante sempre il sogno del suo Imperatore, Questi dicea: «La questione religiosa è grave in Francia: e poi v'è debito d'onore per me di custodire il Pontefice. Attendete almeno che muoia».[449] «Ma Garibaldi non può attendere, sire. — Egli dice: — o Roma o morte!» «Ma la Francia lo proclama: a Roma, mai!» Oimè, l'Imperatore non è più così potente; la sua astuzia — se fu vera astuzia — ha trovato uno più astuto. L'Impero è oramai come un naviglio in mezzo a un ciclone. Rotta al largo verso la libertà, si sforza di fare l'Imperatore. Ma il naviglio non è fatto per correre quelle acque perchè la sua struttura nol comporta. Rotta verso terra per ben salvarci, grida, la ciurma delle Tuileries. E fu rotta verso terra e frantumò sulla scogliera, dove un astuto formidabile attendeva.[450]
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Questo astuto formidabile ha due sopraciglia irte e folte, le sue spalle reggono anche la corazza (le spalle dell'Imperatore si curvano), la sua fronte splenderà come diadema.
Eppure quella fronte e quelle spalle stettero per alcun tempo curve ed umili davanti all'Imperatore francese. Ha fatto sapere in segreti sollecitati colloqui con l'Imperatore, che adesso vuol far lui la guerra all'Austria. Non per un'idea; ma questo non l'ha dichiarato. È la piccola Prussia che vuol fare la guerra all'Austria. Ma senza il tuo concorso «almeno passivo»,[451] o potente Imperatore, la piccola Prussia non può far guerra all'Austria grande: la guerra anzi «sarebbe una follia».[452] In questi tempi la fortuna ha fatto sorgere una antica gloriosa nazione, la quale «se non ci fosse stata, sarebbe bisognata creare»[453] cioè il Regno d'Italia. Con l'aiuto e l'alleanza di questa novella nazione e la tranquillità della Francia, potrà la piccola Prussia tentar la guerra alla grande Austria. Una bella città, la meravigliosa Venezia, antica promessa vostra, o Imperatore, sarà donata in compenso alla novella nazione. L'Imperatore pensa a Venezia, pensa pur anche ai bei confini del Reno che ne potrebbero derivare alla Francia. La novella nazione, l'Italia, è lieta della bella proposta e chiede al vecchio tutore licenza di accompagnarsi al giovane e forte alleato. Licenza è data.
Ma dopo Sadowa, fulminante annuncio che percosse la Francia, dopo che la «divina Provvidenza mostrò così visibili segni di protezione per il divino diritto del Re di Prussia»,[454] i confini del Reno bisogna venirli a pigliare. Ma dopo Sadowa, quel gigante dalle sopraciglia fiere si è rilevato dalla sua umiltà; si è rivelato. Tunica bianca gemmata, corazza e spada. Egli ha preso a prestito le spade e le ha fatte lavorare pel Re di Prussia; e ride alla bella frase, ride sì che ne paventa il mondo. Di quelle spade, la più formidabile, dopo Sadowa, congiungerà alla sua in indissolubile fascio.
Da allora si venne compiendo lo sgretolamento dell'Impero. L'Impero di Francia ridotto alla politica delle mance! Che giovò allora concedere, libertà, parlamento?
Guai a chiunque ha perduto l'opinione della sua forza!
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L'erede di Cesare è stanco, la politica è triste: «Io non ti parlo di politica — scrive all'Arese — tutto è così cupo, tutto è così confuso, che il meglio che resti a fare è rimanere sotto alla tenda con l'armi al braccio».[455]
Ma verrà il giorno che sarà a forza spinto fuori dalla tenda e vedrà quelle sue armi spezzate; e verrà il giorno che si troverà sotto la tenda in terra tedesca: lo cingono non le sue cento guardie, come il dì che cavalcò sotto il gran sole a Villafranca, ma i bianchi corazzieri del Re di Prussia. Una carrozza lo trasporta, rabbrividendo, e dietro gli galoppa un pesante cavaliere: Bismarck. Lagrime rigano il volto del vinto Imperatore. È Bismarck, il sostenitore della forza, è Guglielmo Re, il sostenitore del diritto divino che portano via Luigi Napoleone; non è la Storia che lo trascina via per l'orecchio, come dice Vittor Hugo. La Storia, figlia di Apollo e della Memoria, ripensa se per avventura quell'assunto da un sogno e da una sventura non avesse in sè animo di Cesare novello. Comunque si pensi, ci pare significativo che questo sostenitore del diritto delle nazioni pur con tutti i suoi je regrette e i suoi poveri artifici; quest'autore del libro dettato in un carcere «La fine del pauperismo», cada sotto il diritto della forza e della tradizione feudale. Forse egli fu un intruso fra i potenti del mondo, ma in altro senso che non scrisse Vittor Hugo.
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Sino dal '58 il Mazzini consigliava Luigi Napoleone di morire «come moriva l'Orsini, con calma e rassegnazione». Ed egli è morto con calma e rassegnazione. «Eccomi di nuovo — scrive all'Arese — come ventidue anni fa ad Ham, prigioniero, esposto a tutte le calunnie».[456]
Era l'ultima delle sue avventure.
Questa la verità, quale noi possiamo raccogliere. La verità più vera forse se la raccontano gli erranti sul prato dell'Asfodelo lontano. Ma forse sono piccole verità in confronto di altra maggiore!