IV.
L'opera del Cavour e l'opinione publica.

Il 26 aprile dell'anno dopo, verso le ore cinque e mezzo del pomeriggio, due signori uscivano dal gabinetto, molto modesto, del conte di Cavour. Ad uno di quei signori il conte aveva consegnato una lettera e l'accomiatava con queste convenzionali parole: «Io spero, signor barone, che noi avremo la fortuna di rivederci in circostanze migliori».

Era infatti, il signor barone di Kellersperg, e l'altro signore era il conte Ceschi di Santa Croce, a cui il Cavour, allo scadere preciso dei tre giorni fissati, consegnava la risposta all'ultimato del conte Buol.[173] L'esercito nemico tardò tre giorni a passare il Ticino, ma fu merito della provvidenza, non del Cavour: egli anzi si aspettava di vedere l'Austria invadere il Piemonte la mattina seguente. Tale possibilità non gli impedì di dire agli amici presenti queste parole: «Alea jacta est. Noi abbiamo fatto della storia... e adesso andiamo a pranzo.» Era infatti l'ora del desinare; ed è lecito supporre che, da quel 20 luglio '58, il conte di Cavour non abbia desinato mai con tanta soddisfazione come quella sera. Spesso anzi, in quei nove mesi, perdette il sonno e la voglia; e la somma di energia che egli trasse dalla sua anima fu tale che noi ci meraviglieremmo se non ci soccorressero le parole di don Abbondio che è «un gran dire che tanto i santi come i birbanti abbiano ad avere l'argento vivo addosso»; e se non pensassimo che una meravigliosa gioia deve accompagnare chi sente la forza di scrivere la storia, non movendo penna o colorando carta, ma movendo uomini ed agitando anime.

La condizione delle cose portarono il Cavour a creare e mantenere in Italia uno stato di rivoluzione prudente, docile ai suoi ordini e rinnegabile in caso di necessità. V'è Garibaldi a Torino che deve apparire e scomparire. V'è Garibaldi che entra in Varese con assisa di generale sardo e il commissario regio ai fianchi. Ma egli la uniforme se l'è sbottonata; ha il frustino in mano, il fazzoletto al collo e intorno cantano: «dàghela avanti un passo». Era molto caldo in quel maggio, però in quel maggio Garibaldi rappresenta anche un bel simbolo!

Questo modo di procedere del Cavour può giustificare tanto l'ironica frase dell'Azeglio «giuochi di bussolotti», quanto l'accusa di opportunismo del Mazzini, il quale procede anche più oltre; dice che questa rivoluzione addomesticata dal Cavour, all'ordine di scoppio fece cecca. È atroce, benchè scusabile l'atrocità in chi vedeva dal ministro della monarchia sfruttato il proprio terreno; ma è anche una bella petizione di causa: dopo la predica del Cavour; quindi a cagione della predica del Cavour;[174] ed è evidente d'altronde che se si voleva mangiare, bisognava accontentarsi di ciò che dava il convento.

Noi oggi non vediamo più che occhi avevano, sgranati e sospettosi, i signori diplomatici, i re, i principi consorti, le regine, e tanti aurei aristocratici personaggi dietro quei re e quei diplomatici, i quali da ogni parte d'Europa oramai s'erano accorti che da quel bel cimitero d'Italia vaporavano gas infiammabili, visibili oramai ad occhio nudo in quel sereno. Guai al temerario che avesse acceso un fiammifero! E si trattava di mantenere acceso ben altro che un fiammifero, ma tutt'un incendio, e specie in Lombardia, dove proprio in quel tempo le cose non andavano bene. Non andavano bene, perchè se l'arciduca Massimiliano avesse seguitato ancora un poco sul serio, chissà come la sarebbero andata a finire. «È urgente — aveva detto il Cavour al conte Giulini — che facciate mettere ancora Milano in istato d'assedio».

Noi agevolmente incolpiamo il Cavour di snervare e attrarre nell'orbita della monarchia la rivoluzione mazziniana; ma dimentichiamo che si trattava anche di calmare in Italia i sospetti di tante brave persone, le quali amavano, certo, la patria; abborrivano, certamente, dal dominio straniero; ma amavano soprattutto il quieto vivere e soffrivano di un'avversione inguaribile per il colore rosso, fosse stato pur quello innocente di una camicia purpurea! Quelli poi che, come l'Hübner, trovavano che in Napoleone III ce n'era anche troppo di nazionalismo e di rivoluzione, non entrano nel conto e non hanno nome. Però egli è caricato della colpa anche di costoro.

Ma oltre a questo si trattava per il Cavour di non perdere più, una volta avvenuto, il contatto con Napoleone III; non abbandonarlo più, come il mastino che ha afferrato il toro; e a dolci tratti fin che è possibile, con la violenza, se è del caso, trascinarlo alla lotta; e poi cominciata la lotta, fare sì che i colpi andassero come egli voleva e non altrimenti.[175]

È singolare; ma in Italia a distanza di mezzo secolo vive ancora conservata benissimo, l'opinione del Mazzini (spiegabile, del resto, allora), cioè che Napoleone III voleva la guerra d'Italia unicamente perchè «la guerra era per lui necessità di vita».[176] Questa opinione vuole essere oggi modificata e l'esposizione semplice dei fatti che si succedettero in quei mesi che corrono dal luglio del '58 al maggio del '59, debbono pur avere alcun valore persuasivo.

Il signor Pierre de Lano,[177] scrittore di molte cose intorno al Secondo Impero, ma non imperialista nè apologista di quel periodo storico della sua patria, dice così con bella enfasi francese: «Due uomini, tragici, in un senso differente, passano attraverso l'avventura del Secondo Impero e spiano l'Imperatore Napoleone III, al modo dei traditori dei melodrammi. Questi due uomini sono i signori di Bismarck e Cavour (per compiere il quadro scenico l'autore vi aggiunge anche due donne fatali, l'imperatrice Eugenia e l'imperatrice Carlotta del Messico). Davanti all'Europa attenta e sottomessa, questi due uomini, Bismarck e Cavour, si levano e osano concepire questo sogno: abbattere l'Imperatore. Davanti all'Europa, curva sotto la magnificenza del nome di Napoleone, di questo nome dalle cui sillabe rombano le collere e le glorie del secolo in sul suo sorgere, questi due uomini formano questo disegno, che sarebbe parso inaudito se l'avessero confidato ai popoli: schiacciare l'Imperatore. Il signor di Bismarck, che volle avere Napoleone III nel suo giuoco, con il recondito fine di sbarazzarsene quando ne avesse sfruttato l'aiuto che desiderava, stava davanti a lui, come un interprete di enigmi davanti alla sfinge, non ben sapendo quale vantaggio, nell'impreveduto degli avvenimenti, ne avrebbe ottenuto. Gli avvenimenti, mettendo Napoleone III alla mercè di Bismarck, fecero di più per lo sconvolgimento dell'Europa che il tipico genio del ministro prussiano. Ben diversamente il signor di Cavour. Il conte di Cavour sapeva a meraviglia e matematicamente ciò che intendeva chiedere allo spirito sognante e umanitario dell'Imperatore, e ciò che intendeva far sorgere dalla sua politica. Più insinuante, meno brutale del signor di Bismarck, che con i suoi modi da orco, con i suoi grugniti atterriva, comprese l'animo di Napoleone III, ne lusingò le aspirazioni. All'unità d'Italia successe l'unità della Germania. Nell'ordine politico dell'Europa il signor di Bismarck è come il corollario del signor di Cavour: l'uno e l'altro prendono del sangue francese per cementare la gloria della loro patria; e l'uno e l'altro si dividono le spoglie dell'Imperatore, il signor di Cavour s'impadronisce del suo cuore, il signor di Bismarck lo colpisce al capo».

Il signor De Lano, come francese, non ha obbligo di conoscere l'alta gentilezza italica del Cavour; ma a noi è lecito riformare alquanto simile giudizio, e ricordiamo che il Cavour morì prima della guerra del Messico, di Sadowa e di Sedan.

*

I moti italiani del '21, del '31, del '48, sono ripercussioni di sconvolgimenti europei. Ma nel 1859 si trattava di muovere le cose da uno stato di inerzia, di agitare la fiaccola di Marte fra persone che domandavano pace: in questo, popoli e sovrani si potevano dire concordi. Inoltre da poco tempo s'era chiuso il Congresso che seguì alla guerra di Crimea.

In quel congresso di rappresentanti di Re, Imperatori, Regine, un piccolo ministro di un più piccolo Stato aveva abilmente parlato su cose che potevano anche essere giuste; ma certo erano intruse e pericolose ad agitare.[178] Alcuni di quei diplomatici avevano approvato; ma al nutus nessuna folgore era seguita. Ora l'Inghilterra, che in quel congresso aveva assentito con maggiore simpatia alle parole del conte di Cavour, fu proprio quella che oppose i più pertinaci impedimenti alla guerra.

Già dal 9 decembre 1858 la regina Vittoria, gravemente impensierita dei disegni dell'Imperatore riguardo all'Italia, scriveva al ministro degli esteri, conte di Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere il pensiero dell'Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto. Egli non vuole riflettere a ciò che fa e non vede se non quel che desidera». Alla sua volta sir Hudson, ministro britannico in Torino, s'affaticava in consigli di somma prudenza: «I ministri inglesi hanno per l'Italia il più vivo interesse, ma pel momento l'Inghilterra è occupata nella questione d'Oriente e non può occuparsi dell'Italia, sia perchè non si possono condurre di pari passo due affari così gravi, sia perchè l'Inghilterra si trova costretta ad aver riguardi per l'Austria che essa considera come la spada destinata a tenere in iscacco la Russia».[179] (L'Inghilterra, è noto, facendo economia di spade, si è servita spesso di quelle degli altri). La Russia invece, per una ragione altrettanto valida, quanto contraria a quella dell'Inghilterra, ci prometteva la sua benevola neutralità e faceva «i suoi voti più ardenti» per il successo della causa italiana, ma al patto che non si facessero mutamenti dinastici. Le cose andavano abbastanza bene, quanto alla Russia, senonchè sir Hudson proseguiva avvertendo che l'opinione publica tanto a Londra come a Parigi, reclamava il mantenimento della pace.

È doloroso dirlo: anche in Francia una guerra per questa Italia dolente non godeva il beneficio di un'eccessiva popolarità. La «plebe dei salons» (questa espressione di forte lievito democratico è del conte di Cavour) era molto avversa all'Imperatore, anzi possiamo dire che per tutto il tempo del Secondo Impero l'ostilità dei salons non disarmò: ostilità alquanto platonica e di olimpico disdegno quella dell'aristocrazia dai gigli d'oro; aggressiva, invece, e battagliera l'aristocrazia orleanista: tutti però papisti, cioè nemici d'Italia. Scrive il Cavour alla Ristori: «È di moda ora in Francia essere papisti e l'esserlo tanto più, quanto meno si crede ai principî che il papato rappresenta».[180]

In su la fine del marzo del '59, al Cavour che domandava ad E. Rendu perchè tanta opposizione alla guerra d'Italia, questi rispondeva: «Essi temono, semplicemente, che voi miriate a Roma». Non era necessario infatti soverchio acume per capire che la rivoluzione italiana tendeva lì, anche se il Cavour assicurava in quel giorno: «che Dio mi guardi dal suscitare un simile vespaio».[181]

Anche quella gente che giudica le cose del mondo con questo deplorevole ma lucido criterio, — che le cose sono da farsi se ne risulta un afflusso di denaro; non da farsi se ne risulta un riflusso, — non era propensa alla guerra; e questa cosa era grave, giacchè fino a quando non cambierà il nostro ordinamento economico, non solo una guerra di re, ma nè anche uno sciopero di nemici del capitale sarà possibile senza il capitale. Ora Napoleone III aveva promesso al Cavour il suo aiuto per contrarre un prestito in Francia, ma il denaro, che suole ubbidire ad un suo speciale padrone, non accorse al richiamo.

Nè più fortunato riuscì il tentativo del banchiere Lafitte in Inghilterra, se è vero che il Principe Consorte riferisce con notevole compiacimento avergli quel banchiere confidato che il Cavour era bankrupt and desperate.[182] La firma d'Italia, anche con la garanzia regia, non valeva 1000 sterline? O ingratitudine anche delle nazioni! L'Inghilterra non ricordava più che un tempo i banchieri fiorentini ammettevano generosamente allo sconto la firma di quei re per somme alquanto maggiori....

La Borsa di Francia non era favorevole alla guerra, decisamente; e riducendo il linguaggio del delicato istrumento in numeri, il banchiere Pereire non ebbe difficoltà a dichiarare all'Imperatore che, se le sue parole all'Hübner (vedremo fra poco), costavano alla Francia un miliardo; quelle di Vittorio Emanuele all'apertura della Camera, non sarebbero costate di meno.

I republicani, certamente, se erano nemici dell'Imperatore, più e meglio dei legittimisti e degli orleanisti, amavano viceversa l'Italia e difendevano la causa della sua libertà. Diciamo il vero: questi erano gli amanti del cuore, e noi dobbiamo credere che se l'avessero potuto, l'avrebbero sposata quest'Italia, senza altra dote o corredo che il più aristocratico blasone del mondo; ma ne furono sempre impediti.[183] E fu allora, del '59, che l'Italia dichiarò ad alta voce che Napoleone era il solo amico che avesse. Cosa non esatta e che offese gli altri amanti: ma tutte le ragazze povere che trovano infine un marito, si esprimono in questo modo, almeno nel primo calore della riconoscenza.

Favorevole era la stampa democratica, già illuminata su le cose nostre da quel grande, e pur meno onorato di memoria di quello che meriterebbero l'alto valore e l'alto senno, Daniele Manin.[184]

Anche gli intellettuali, che avevano letto la «Graziella» del Lamartine, amavano l'Italia; e la trovavano molto estetica così, in quello stato di bellissima Cenerentola; e si sdegnavano di vederla percossa a verghe o coperta di sozzi baci.

Bastone tedesco l'Italia non doma! e in verità qualche giovane Aroldo avrebbe impugnato la spada, anche, per questa Niobe delle nazioni, piangente tra le colonne e le erme torri degli avi. Io dico di voi, generosi cavalieri di Polonia e di Ungheria, che vi crociaste della assisa rossa garibaldina!

Napoleone, pur essendo il maître della Francia, volle, più tardi, consultare con mezzi di polizia l'opinione publica; ma se da questa specie d'inchiesta risultò simpatia per l'Italia, nessuna voce di simpatia per la guerra venne da nessuno dei dipartimenti francesi. Sarebbe stato come l'aiuto platonico di lord Malmesbury.