Il 1.º gennaio '59, Cavour, mandando gli augurî al Boncompagni, ministro sardo in Firenze, e accennando vagamente alla guerra, scriveva: «Se lasciamo sfuggire la circostanza presente (approfittare dei sentimenti ostili dei due imperatori dell'oriente e dell'occidente verso l'Austria) per tentare l'ultima prova per liberare l'Italia, Dio sa quando l'opportunità si presenterà di nuovo per realizzare l'idea nazionale. Non mi nascondo che l'idea è ardimentosa e piena di pericoli. Ma quando mai un popolo è egli stato redento senza sacrifici e senza rischi?» E questa è, pur troppo, sentenza biblica: sine sanguinis effusione non fit remissio. La lettera terminava con consigli di prudenza, che erano semplicemente il riflesso di quelle difficoltà politiche che dovevano crescere sempre più, sino ad occludere la via. «Finchè la cosa non sia definita — diceva — è necessaria una grande prudenza».
Ma proprio in quel giorno stesso, nel giorno dell'augurio di pace, Napoleone diede il segno del fuoco o, per dir meglio, parve voler saggiare che effetto produceva l'accensione di quella colonna di gas infiammabili, che si librava sull'Italia.
Nel solenne ricevimento di capo d'anno, Napoleone all'augurio del nunzio pontificio così rispose: «Io spero che l'anno che comincia non farà che rinsaldare le nostre alleanze per il bene dei popoli e per la pace d'Europa»; quindi passando davanti all'Hübner, gli rivolse con accento severo queste parole: «A me duole che le nostre relazioni non siano più così buone come io desidererei che fossero, ma vi prego di scrivere a Vienna che i miei sentimenti personali per l'Imperatore sono sempre gli stessi».
La prima impressione dell'Hübner fu come di chi riceva una ferita: da principio non la si avverte. In tuono severo? In tuono di bonomia! Ma che cosa ha voluto dire quel signore? Ma niente. Un momento di malumore. Un'amplificazione della risposta pacifica, rivolta al nunzio, quindi qualcosa di agréable. Ma tutti i volti dei diplomatici pur così rispondendo, sono turbati. Le parole dell'Imperatore sono state udite da tutti. Qualcosa di agréable? Qualcosa di penoso e di grave!
Ed ecco, subito, quelle parole diffuse: panico in Borsa, stupore e turbamento alla Corte: tutti gli occhi su di lui, Hübner. Ma l'Imperatore, ma l'Imperatrice, sono verso di lui nel ricevimento del giorno seguente, di una cortesia ed attenzione estreme. L'Imperatore, appena lo ha veduto, gli è andato incontro, gli ha stretto affettuosamente la mano, gli ha domandato notizie del suo viaggio in Ispagna. «Come è andato il vostro viaggio in Ispagna, dopo che ci avete lasciati a Biarritz?», e tutto questo nel tuono più amichevole, con l'espressione più graziosa. I diplomatici guardano i due interlocutori. Respirano!
Ma non respira bene lui, Hübner. Si reca il giorno 3 dal ministro Walewski per conoscere la vera interpretazione di quelle parole. Avrebbe, tutt'al più, trovato naturale che gli avesse parlato così a quattr'occhi; ma in un ricevimento publico, ma prendere il momento che lui era venuto a fargli gli augurî, per dire una cosa penosa e disobbligante....
«Ma niente era più lontano dal pensiero dell'Imperatore — lo assicura il Walewski — che dirvi qualche cosa di penoso e di disobbligante. Me lo aveva avvertito, qualche giorno addietro, che, in presenza di certi rumori..., vi avrebbe voluto fare una graziosità! Ora egli è stupito dell'effetto delle sue parole, vi voleva dire soltanto....»
Parigi pure è stupita e costernata. La rendita è ribassata di due franchi. Rothschild è andato, turbatissimo, dall'Imperatore. La stampa pagata fa una carica a fondo contro il ministro dell'Impero austriaco, conte Buol. «La guerra, la guerra, la guerra; ecco il soggetto esclusivo delle conversazioni, nei saloni, nei clubs, nei caffè, nelle caserme. I soldati vogliono delle promozioni». Va bene. Ma sulla pelle dell'Austria? Ferve il lavoro negli arsenali militari: ma qualche generale savio, il maresciallo Pélissier, scuote il capo: e c'era lui, Hübner, quando il maresciallo Pélissier crollò il capo. Ha visto Thiers: lo incontrò ai Campi Elisi. Hanno passeggiato insieme. L'ex-ministro di Luigi Filippo ha lasciato allora allora il conte e madama Walewski: «Si è studiato di far loro capire che sarebbe da pazzi separarsi dall'Austria e riformare i trattati della Santa alleanza!» Manco male! È quello che dice anche lui, Hübner. E di altre cose il Thiers ha ammonito il Walewski, cose che a lui, straniero, non possono essere dette. Il Walewski ne è rimasto tanto persuaso che ha domandato a Thiers il permesso di riferire le sue parole all'Imperatore.
Il conte von Hübner, ambasciatore austriaco da molti anni alla corte di Francia, era uomo di mente acuta e fine, come dice lo stesso suo volto. Amabilmente epicureo, aristocratico sino nell'ironia della frase, imbevuto sino al midollo di pregiudizi austriaci e dinastici, pur tuttavia non è una figura antipatica. È uno spirito conciliante e prudente, quanto pedante e irascibile è il suo principale, conte Buol, dichiarato dall'Hübner «bad temper, cattivo carattere, che non lascia alcuna occasione per esser scortese».[185] Dall'amore ai buoni studi, dalle riposate mense, dalla dolcezza della sua famiglia, deriva talvolta non so quale umanità e filosofia. Egli da parecchio tempo s'era accorto che la pace tra Francia ed Austria stava poco bene, aveva il sangue viziato, e per colpa dell'Italia; e l'Imperatore da un anno e più gli teneva il broncio, ma così presto e in quel modo non se la sarebbe aspettata. Guastargli la sua pace, i suoi dîners, i suoi studi storici! Oh, ma egli ha studiato la storia, e badi bene l'Imperatore: nemo potest duobus dominis servire:[186] «non si può essere in una sola volta l'amico delle grandi potenze, il custode del diritto publico in Europa; e nel tempo stesso l'amico, il confidente, l'aiuto morale oggi, domani l'aiuto materiale del signor di Cavour. La confidenza della Francia nella saggezza, nella moderazione, nella sincerità dell'uomo che la governa è scossa. Egli vuol fare una politica di avventure, andare per simpatie e antipatie. Gli hanno dato ad intendere che lo stato d'Italia è insostenibile, che non si saprebbe tenere a freno la Sardegna; che la Lombardia si solleverebbe come un solo uomo; che la Penisola sarebbe coperta di fuoco e di sangue; che ciò era imminente, inevitabile; ma una questione d'Italia non esiste che nella mente del signor di Cavour». Badi l'Imperatore a quello che fa, perchè, sì anzi, supponiamo «che l'Europa resti impassibile al duello, che la Francia ottenga nella guerra dei grandi successi, supponiamo anche — è il signor Drouyn de Lhuys che cerca di raddolcirgli le amareggiate digestioni — supponiamo anche, ciò che mi pare impossibile, che si riesca a spezzare le vostre linee fortificate sul Mincio e sull'Adige, mettiamo anche che si riesca a cacciarvi nel Tirolo: badate bene che non c'è nessuna buona ragione per pensare a tutto questo: ma supponiamolo. E dopo? Dopo si resta in un tête à tête con la Sardegna, il Papa e l'Italia. E allora? Allora, questo grazioso tête à tête ci metterà in un dedalo senza uscita, che sarà la nostra rovina»,[187] «Parole profetiche!» esclama Hübner, che visse tanto da vedere Sadowa, Mentana, Sedan. «Non si può stare in bilico tra le baionette della coalizione europea e i pugnali dei cospiratori, che gli daranno tregua soltanto fino al giorno che strapperà i trattati e sfiderà l'Europa».
Prosegue e scrive al conte Buol: l'Imperatore non ha voluto ricevere l'amico Persigny, che vuole la pace; ha fatto finta di non udire il buon Cowley, che gli domanda udienza e vuole la pace; ha detto che se la Borsa non è con lui, la Francia è con lui. Oh, ma il reviendra, reviendra, tutto si calmerà, il revirement oramai è completo: questione di trovare una via d'uscita: glielo assicura Persigny che ama la pace; Walewski che non crede alla guerra; lo stesso segretario dell'Imperatore Mocquard, depositario del suo pensiero. Tutto si calmerà. Povera piccina! Chi? Clotilde. L'ha vista al gran pranzo delle Tuileries. Povera sacrificata! L'Austria cavalleresca non porterà la spada contro di lei. Assomiglia al babbo, Vittorio Emanuele; ma il labbro, il cuore è degli Absburgo: ha il fare principesco, ma un po' rigido delle sue arciduchesse.[188] Il cuore di Hübner s'allarga: l'Imperatore è gaio. S'è liberato d'un peso enorme: gli ha detto che lui ha avuto torto, Hübner, di essersene avuto a male di quelle lontane parole del primo d'anno. «Nessuno meglio di lui saprebbe rappresentare l'Austria». (È quello che ha sempre pensato lui, von Hübner). Non più guerra. In quel giorno del primo dell'anno Napoleone pensava a Belgrado, all'intervento austriaco a Belgrado. È una deliziosa serata quella delle nozze: gli artisti del Conservatorio dalle gallerie, in alto, cantano durante il banchetto: mille faci, lampade, donne abbaglianti. Quelle melodie vengono dal cielo. È molto gaio l'Imperatore: una piccola discussione, Sire, una discussione accademica, che dura da anni, se vi pare:
«Quando, durante la guerra d'Oriente, Austria e Francia erano francamente unite, l'Italia godeva della più profonda tranquillità.... Si crede ora che la buona armonia fra queste due grandi potenze sia turbata, ed ecco l'Italia inquieta....»
«Vero, perfettamente vero ciò che dite. Ma converrete, caro Hübner, che con tutto questo un sentimento nazionale in Italia c'è!»
Mai, su questo punto, mai, Hübner concorderà con l'Imperatore. Ha studiato la storia. «La Penisola non possiede la stoffa per formare una nazione che possa essere indipendente e fare da sè».[189] Ma in quella indimenticabile sera l'aria della sala dei marescialli era così impregnata di conciliazione che vi lascieremo il conte von Hübner a meditare su la speranza di salvar la Pace.
*
Interessante è il commento che di quel colpo di scena del primo gennaio dava ai «felici sudditi» la «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Quelle parole, proferite stringendo la destra all'ambasciatore d'Austria, produssero su tutti i componenti il Corpo diplomatico buona impressione, ravvisando eglino in tale circostanza il desiderio sincero dei Francesi di coltivare l'amicizia cordiale con l'Imperatore d'Austria. Ciò e tanto più evidente in quanto che, se Napoleone non nutrisse tale desiderio, ei non avrebbe espresso il suo rincrescimento».
Questa interpretazione pacifica non si accordava però con quello che avveniva nell'ordine dei fatti: l'Austria metteva l'esercito d'Italia in assetto di guerra e stringeva le armi attorno ai piccoli suoi protetti, i sovrani d'Italia: nè le dichiarazioni del governo di Vienna furono meno esplicite: «Noi non vogliamo abdicare al nostro diritto di intervento. Noi non consiglieremo ai governi italiani alcuna riforma. La Francia sostiene la parte protettrice delle nazionalità: noi saremo e resteremo protettori del diritto dinastico». Così il ministro Buol, l'11 gennaio, all'ambasciatore inglese lord Cowley, che tanto affare si diede, tanto viaggiò e parlò, come vedremo, per fare che i contendenti si stringessero almeno la mano. Il principe consorte della regina d'Inghilterra, uomo di acuto senno, così scriveva al re del Belgio: «Se le parole di Napoleone fossero state pronunciate dopo una insurrezione a Milano e dopo una serie di atti di violenza dell'Austria verso i suoi sudditi italiani ribelli, la faccenda sarebbe stata tutt'altra! Ma parecchi mesi trascorsi nel meditare se sia cristiano, politico e vantaggioso fare la guerra, sono un grande impedimento per l'Imperatore, e la Borsa è un'eloquente predicatrice di pace».[190]
Anche al Cavour, contrariamente a ciò che si può da noi credere, non parvero felici ed a tempo quelle parole. Gli balenò in mente il detto esopiano: nunquam est fidelis cum potente societas? Sicura, come sempre, l'osservazione morale: «quella bravata mi ricorda la maniera di fare del suo zio, alla vigilia di dichiarare la guerra».[191] Ad ogni modo, giacchè bisogna procedere con l'alleato più potente, ecco, in data 6 gennaio, le istruzioni ad Emanuele d'Azeglio. L'ambasciatore di Vittorio Emanuele ha la consegna di sospirare, lamentarsi davanti agli impassibili ministri inglesi dell'orribile condizione che è fatta al povero Piemonte: «voi ci dovete rappresentare come gente che corre verso l'abisso pur di salvare il suo onore». Lo avverte poi che il prossimo discorso della corona conterrà qualche cosa di triste e di risoluto. «Io credo che sia questo il solo mezzo per scuotere un pochino la dura fibra inglese!»
In verità fu piuttosto qualcosa di risoluto che di triste; ed è la frase, divenuta popolare, grido di dolore; ma essa non era stata fusa nel cervello del Cavour per essere incastrata nel discorso del Re; e ciò per la ragione che ora vedremo.
Quanto poi a scuotere la fibra inglese, fu altra cosa: quel grido di dolore, lanciato come una sfida alla tranquillità dell'Europa, provocò un'irritazione profonda nella fibra inglese; della quale irritazione si fa interprete lord Malmesbury in una nota fulminante, in data 13 gennaio (tre giorni dopo il discorso del Re), al suo incaricato, sir Giacomo Hudson, da comunicare al Cavour. «Il governo di S. M. è stupito che il governo sardo, il quale ispirò quel discorso, non si sia preoccupato dell'impressione che avrebbe probabilmente causato in un paese così agitato, come è oggi l'Italia, da giuste o esagerate speranze di cambiamento nella sua politica interna. Vi invito a rappresentare al conte di Cavour la terribile responsabilità a cui egli, senza essere assalito da alcun Stato straniero, e senza che il suo onore sia in causa, va inevitabilmente incontro col provocare, come fa, una guerra europea, ponendo in bocca al suo Sovrano parole di conforto ai sudditi di altre potenze, scontente dei propri governi».
Ecco: il conte di Cavour se ne era occupato; ma non preoccupato, perchè era appunto quello che egli voleva. Oh, ma la fibra inglese non è tenace per nulla!
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Il discorso che Vittorio Emanuele doveva pronunciare il 10 gennaio davanti alle Camere, era già stato abbozzato dal Cavour sino dal 30 decembre, e terminava così: «l'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno (in origine anzi, era detto minaccioso); ciò non sarà per voi argomento di accingervi con minore alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dall'esperienza del passato, aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell'avvenire. Qualunque esse siano, ci troviamo forti per la concordia e costanti nel fermo proposito di compiere l'alta missione che la Divina Provvidenza ci ha affidata». Questo linguaggio a noi, che leggiamo in un tempo in cui le sentinelle austriache non sorvegliano più le belle sponde del Ticino, può sembrare prudente di soverchio; ma ai ministri del Re parve invece arrischiato, anzi temerario: la quale cosa ci potrà maggiormente meravigliare se pensiamo che i ministri si erano accordati nel concetto che il discorso dovesse essere vigoroso ed esplicito, in modo da far buon'eco alle parole dell'Imperatore all'Hübner.
È supponibile che tra il Cavour e gli altri ministri la discussione deva essere stata animata e senza il beneficio dell'intesa, se è vero che la conclusione fu di farne arbitro l'Imperatore stesso. Nel giugno del '38 il Mazzini aveva publicamente ammonito «che la politica del Cavour e del marchese d'Azeglio non sommeranno che a disfare il Piemonte»;[192] nè è troppo ardito il supporre che molti in Piemonte, partendo, certo, da pensieri diversi, giungessero alla stessa conclusione del Mazzini. In tale politica perigliosa fu ventura d'Italia l'animo di Vittorio Emanuele, allora e poi pronto ad accogliere le deliberazioni più ardite; e ciò si può dire senza preoccupare per questo il giudizio che di lui si voglia comporre. Fu, dunque, richiesto l'Imperatore. Quest'uomo che noi conosciamo, o statuariamente composto a cavallo nell'atto di levare il berrettino al popolo, o dominante su le Tuileries per bene ingannare il popolo, aveva gran conforto nell'appartarsi per lunghe ore nel suo studio e quivi meditare e lavorare in compagnia di qualche suo segretario, fra cui il Mocquard, uno dei più fedeli interpreti del suo pensiero. Vestito semplicemente d'una veste da camera, calzoni larghi, accendendo senza interruzione un numero interminabile di sigarette, nelle sue rapide note a matita, cospirava diplomaticamente, se così piace di credere. In quell'anno la visione imperiale gli si disegnava come un'aurora: Sadowa, Queretaro, Mentana, erano ben lontane.
La mattina del 7 gennaio, giunse la risposta dell'Imperatore; a matita aveva scritto: «giudico ciò troppo forte (cioè le eventualità dell'avvenire), io preferirei qualche cosa del genere che segue». E qui aveva dettato al Mocquard, di cui era il carattere a penna: «Quest'avvenire non può essere che felice perchè la nostra politica s'appoggia sulla giustizia, sull'amore della libertà, della patria, dell'umanità: sentimenti che trovano un'eco in tutte le nazioni civili. Se il Piemonte, piccolo per il suo territorio, conta per qualche cosa nei Consigli d'Europa, è perchè esso è grande per le idee che rappresenta e per gli affetti che ispira. Tale condizione ci mette, senz'alcun dubbio, in molti perigli e tuttavia, pur rispettando i trattati, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che giungono a noi da ogni parte d'Italia. Confidenti nella nostra concordia e nel nostro buon diritto, come nel giudizio imparziale dei popoli, sappiamo attendere con calma e fermezza i decreti della Provvidenza».
Questa correzione di Napoleone parve ben più ardita che le «eventualità dell'avvenire», e il far giungere «a tutti i gabinetti d'Europa un'eco dei gemiti che si elevano dal Ticino all'Adriatico», fu giudicato atto tale «da rasentare la temerità». Però «voi potete star sicuro» — scrive il giorno 11 gennaio il Cavour al Joctau, ministro sardo a Berna, spiegandogli «il vero significato del discorso della Corona», — «che noi non commetteremo imprudenze e che noi non ci avventureremo senz'essere certi del concorso attivo dei nostri alleati, non solamente nella sfera della diplomazia, ma anche nel campo di battaglia».[193] La frase «eventualità dell'avvenire», non fu soppressa, ed è anzi in questa lettera così commentata: «Queste eventualità non si faranno aspettare molto, perchè noi abbiamo messo l'Austria in una via senza uscita, da cui non si può uscire che tirando il cannone. Essa lasciò sfuggire l'occasione di fare delle concessioni; e il governo della sciabola che essa deve per forza adottare, non può seguitare».[194]
Le parole di Napoleone III non fecero però cessare le perplessità fra i ministri, stando a ciò che scrive il Massari:[195] «Il consiglio dei ministri si radunò la sera del giorno 8 e la mattina del 9, ma la decisione finale pendeva ancora dubbiosa. Ad ora inoltrata della notte giunse un telegramma da Parigi, nel quale l'Imperatore Napoleone si compiaceva di quelle parole e lodava l'intendimento di pronunciarle. Le perplessità cessarono». Il resto è noto.
La mattina del giorno 10 il Re Vittorio Emanuele aveva un poco di male di gola. «Ho paura — disse al Cavour — che il primo tenore con questo maledetto mal di gola canterà male la sua parte»; e tale sicurezza allegra fa onore al monarca, perchè quella parte di primo tenore gli poteva costare anche il trono. Invece il Re recitò molto bene, e l'effetto scenico fu meraviglioso. Le parole, suggerite da Napoleone, il grido di dolore, echeggiarono esse, da sole, come squillo vero di guerra, come espressione sincera, di uno stato di compressione che non si poteva più tollerare: o insorgere o perire. Questa è la vera impasse, la via cieca, in cui l'Austria cacciò sè stessa. Sì, è grido di dolore vero, puro, semplice, carne viva che palpita ancora dai patiboli; lagrime che grondano: questo grido è salito sino al trono dei Re, che è isolatore di certi suoni. Sì, o Re, noi siamo con te per la santa battaglia, per la battaglia, non dell'orgoglio nazionale: più semplicemente, dell'essere o del non essere; di vivere o scomparire. Scomparire come gregge umana, no: oh, i grembi muliebri si fecondano lo stesso anche sotto la servitù straniera; scomparire come anima, come diritto, come storia. Ma quanti lo potevano intendere? I ministri di Prussia, di Inghilterra, di Russia, di Francia, anche l'incaricato d'affari del Re di Napoli, Re Bomba, Ferdinando II, che fu visto «cosparso di cupo pallore»,[196] brava gente, abituata a tutti i giuochi delle parole e degli affetti, poterono informare i loro governi che la rappresentazione scenica di palazzo Madama corrispondeva ad un dramma vero e sanguinante.
A Pio IX non pare che piacesse molto cotale rappresentazione. «Il recente discorso del Re di Sardegna è fatto per riscaldare la testa di tutti i rivoluzionari d'Italia»; opera imprudente perchè anche nei suoi dominii c'erano «spiriti malvagi».[197]
A Milano la citata «Gazzetta ufficiale», riportava il discorso del Re, ma il corrispondente torinese non commenta per nulla il grido di dolore; dice soltanto che un «sentimento di dolore si dipinse sul volto di tutti gli astanti quando il discorso regale accennò alle cattive condizioni dell'erario publico. Eppure niuno ignorava che le nostre finanze si trovano a mal partito». Siccome però qualche cosa conveniva dire, così osserva: «prolungati applausi coronarono quelle parole che accennano alla simpatia dell'Europa verso il nostro Stato». Quanto al sapore di polvere dell'ultimo inciso, è fatta questa osservazione: «Se quel periodo ha un significato, esso implicherebbe una manifesta contraddizione»; infatti come si poteva dichiarare di rispettare i trattati del '15, e insieme minacciare la guerra? Questa contraddizione[198] probabilmente rappresentava pel Cavour un'utile via di uscita; e per Napoleone, che ne fu il suggeritore, o significava un'astuzia; o fors'anche era indizio di una speranza o di un'illusione che la questione italica si potesse comporre senz'armi?
Ed anche nel Lombardo-Veneto c'erano «spiriti malvagi»; i quali da quei discorsi di Napoleone e di Vittorio Emanuele non potevano che essere maggiormente eccitati, come osservava Pio IX. Tale stato di incitazione e di tempesta è riflesso bene in questi fugaci appunti di cronaca, che devo alla cortesia di un signore milanese.[199] «Il 1.º del '59 agitatissimo. La plebe insulta e malmena chiunque porta alla bocca il riprovato sigaro. A Porta Ticinese (Milano), s'insultò un ufficiale; a Santa Caterina se ne malmenava altri. Si grida abbasso i cappelli a cilindro. Il discorso di Napoleone a Hübner. Effetto nelle popolazioni italiane. I giornali negano il fatto, ma l'effetto rimane. Trenta individui provenienti dal Piemonte arrestati. Il 6 gennaio più forte agitazione: s'insultano quelli che giocano al lotto. Notte tempo sono arrestati e trasportati colla via ferrata più di 400. Arrivo straordinario di truppe. Prendono posizione sul Ticino, poi sul Po. I giornali assicurano la pace. Nessuno, meno pochi, vi credono. Discorso di Vittorio Emanuele che ascolta i gemiti d'Italia. Agitazione in Padova. Impedita la dimostrazione pel defunto professor...., vanno gli scolari; dissotterrano il cadavere: lo conducono in processione con una corona tricolore. La truppa cerca disperdere la folla. Qualche ferimento. Gendarme che rifiuta di tirare. Fugge in Piemonte. Si chiude l'Università. Teatro della Scala. La «Norma» cantata dalle sorelle Marchisio. Coro, «Guerra, Guerra!» Strepito singolare il 22 a queste parole. Rispondono gli ufficiali battendo la spada. Lo strepito raddoppia il 23. Viene proibita la «Norma». Versi del Borghi:
Canto d'italo amor, d'itala forma,
d'italo ardir che tuona e che predice,
in simbolica spoglia era la Norma.
(Questo episodio del patriottismo lombardo è fra i più noti:[200] ma esso è qualcosa di più che una bella vendetta della Scala, addormentatrice sirena, cara al Metternich: è indizio che gli ultimi riguardi di casta, i vincoli stessi di parentado, da antico studiati e favoriti da Maria Teresa e ben più accorti e tenaci di quelli usati poi del capestro, sono spezzati. Molti di quei nobili, rincasando, deporranno per tempo indeterminato la cravatta bianca: sta per echeggiare la fucilata per le tue ville, o Varese!). Febbraio 1859. Soncini, Clerici, Caroli, Boner espulsi dai teatri; non è loro permesso neppure il teatro delle marionette. Si aspetta il discorso, Imperatore Napoleone. Incertezza. Emigrazione spontanea di giovani in Piemonte. Festa per la principessa Clotilde. Festeggiamenti nel teatro della Fenice. Si recita il «Profeta». Rappresentandosi, la notte, si spengono i lumi. Piovono coccarde e confetti a tre colori. Dal Verme, Visconti, (?) circa cento giovani milanesi si arruolano. L'Università di Pisa arruolasi anch'essa. Cresce il fervore. Morte di Emilio Dandolo. Funerali il 22. Incertezza. Proibizione di accompagnare (la salma). La marchesa Rescalli corre dal Luogotenente, ne impetra il permesso. Lodovico Mancini dice: lasciateci almeno fare a nostro modo coi morti. Entusiasmo. Dieci mila persone a capo scoperto. Ghirlanda e nastro tricolore portato da dame e messo da....[201] Il popolo che non vide, dice essere disceso dal cielo. I balconi, le strade accalcate alzano un grido immenso all'apparire della misteriosa ghirlanda. 232 (?) signore di altissimo casato, miste alle cittadine, accompagnano con decoro e con santo raccoglimento l'amato giovine. Due pietosi ne lavarono il corpo. Giunta la turba al camposanto, parlò Allievi e Bargnani, il primo all'improvviso, il secondo un pensato e caldo ragionamento. Trotti, Signoroni, Mancini e Carcano tengono il drappo funebre. Quattro bersaglieri, compagni d'arme, portano il cadavere. Venti soldati assistono alla cerimonia che si compie tra gli applausi. Il governatore visita più tardi la spoglia: si leva il cadavere: si fruga l'estinto: si stracciano i fiori. Il conte Tullio porta a Monti la spada di Manara, legata dal figlio al compagno d'armi. Il 22 febbraio a sera, teatro vuoto: soli tre palchi. Il 23 febbraio, alla sera, quei pochi che si avviano al veglione, sono respinti colle sassate e coll'insulto. Interviene la truppa e gli ulani. Parapiglia. Quelli che vendono maschere sono pregati a ritirarle. Il 27, grosse pattuglie proteggono le maschere; ma sono pochissime. 28. La città è muta. Arresti. Bargnani è salvato da un beccaio. Sciopero. Papà Cavour. Fortificazioni e feritoie al Castello».
*
Ma prima di procedere, sarà utile vedere che cosa ne pensasse il maggiore di questi «spiriti malvagi», anzi il progenitore degli spiriti malvagi, il Mazzini.
La causa d'Italia così come era sostenuta da questi tre primi attori, Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone III, fu da lui fieramente avversata.[202] Questa cosa è nota, tuttavia conviene soffermarci alquanto. Contro Vittorio Emanuele non possiamo dire che vi fosse propriamente avversione: il Mazzini che del '31 aveva rivolto a Carlo Alberto il magnanimo invito di «liberare l'Italia dai barbari», di «edificare l'avvenire», di essere «il Napoleone della libertà italiana», che alleva detto: «snudate la spada e cacciatene la guaina: fate un patto con la morte, e l'avrete fatto colla vittoria», ripete in tuono più attenuato, al figlio di Carlo Alberto l'esortazione medesima. Come republicano non intende imporre al Re la sua fede; ma non vuole che altri gli imponga la sua. Domanda che a guerra vinta, si riservi alla Sovranità Nazionale di stabilire la forma e il patto del proprio reggimento.[203] Si ripete a un dipresso ciò che fu tra Cattaneo e Carlo Alberto nel '48: «Passate (il Ticino) ma non vi promettiamo niente!»[204] «La parola riconoscenza — scrisse il Cattaneo — è la sola che possa far tacere la parola republica». Se non che del '59 non era ministro del Re il buon conte Cesare Trabucco di Castagnetto, ma il Cavour, non disposto a far proclamare Vittorio Emanuele presidente della republica.
Ma l'alleanza con Napoleone III è cosa tale per cui l'animo suo insorge con ogni sua forza; e ciò per due ragioni, di cui la prima è che il sogno della sua vita è distrutto: la storia non scriverà nelle sue pagine: «l'Italia, libera ed una per virtù propria, insegna ai popoli come si frangano le tirannidi»; ma scriverà: «l'Italia, serva fremente, ma incapace di liberarsi da sè, ebbe indipendenza dall'Austria, per opera d'armi straniere e dispotiche».[205] La seconda è che «esporre la causa della patria all'intervento e alla malefica influenza di Luigi Napoleone, era delitto simile a quello di chi infettasse di tabe mortale una giovane vita».[206] Questa guerra, se sarà guerra, non avrà per risultato che di sostituire il dominio francese a quello austriaco e l'alleato «si muterà in padrone», giacchè quale altro fine se non la conquista, si può proporre Napoleone ad una guerra contro cui «la Francia intera è, dall'esercito in fuori, avversa?» Alla prima di queste cause va riferita la nota frase che il Mazzini, a testimonianza del Saffi, avrebbe proferita, come seppe delle parole di Napoleone all'Hübner: «il dado è tratto, siamo spacciati»; alla seconda di queste cause il noto avvertimento del gennaio '59 a coloro che da lui si staccavano: «Voi vi date a una guerra nella quale la monarchia piemontese è esecutrice, l'Impero di Francia ispiratore del disegno. Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente tra Francesi e Sabaudi regii, quando la pace che tradirà Venezia sarà a insaputa vostra segnata».
Si suole dare a queste parole senso profetico; ma verosimilmente il Mazzini intendeva il tradimento di Napoleone, sia nel caso della vittoria come nel caso della sconfitta, la qual cosa è detta nello scritto «La guerra» del 15 maggio, dove così si ragiona: «la guerra, lasciata ai governi, finirà con un nuovo trattato di Campoformio, o con un riparto d'Italia che, lasciando in Roma l'eterno nemico dell'unità della Patria, sostituirà sulle altre terre d'Italia nuovi padroni agli antichi: forse, se mai si prolungasse oltre l'anno e con vicende alterne, colla caduta di Luigi Napoleone senz'un solo vantaggio all'Italia».[207] Come poi a guerra iniziata anche Mazzini chiamasse disperatamente alle armi e come collimassero stranamente le sue parole con altre di Luigi Napoleone, sarà detto a suo luogo. Qui basti il finire con le parole della accennata profezia: «Ai poveri tormentati ed illusi che vanno ripetendo: Venga Satana, purchè ci porti via gli Austriaci, io dico: Fratelli, voi avrete Satana e gli Austriaci ad un tempo; s'intenderanno sul campo a danni vostri dopo la prima battaglia». La verità è che Satana o il «primogenito del demonio»,[208] come più tardi fu chiamato Napoleone III dalle Dame del Sacro Cuore o l'«uomo dalle tredici coscienze» come lo chiamava don Margotti, fu lui, il veramente tradito a Villafranca. Ma già fin da antico fu scritto che il mestiere del diavolo non era il più facile, tanto che il popolo v'aggiunse l'aggettivo di «povero».
Ma sarebbe cosa dolorosa per chi scrive queste pagine, se riportando tali passi del Mazzini se ne volesse dedurre l'intendimento di esaltare Napoleone III a discapito di quel nostro grande. È il dissidio delle cose che a me preme mettere innanzi; guerra di anime che durerà più lontana che la guerra delle armi. Credo anzi ventura per l'Italia che il Mazzini con ieratica forza non ispostasse il suo vessillo di una linea dal vertice ideale ove lo teneva spiegato. Oltre l'unità e la monarchia esso splende, garrisce ancora: credo erronea opinione quella di molti che — bisognosi per procedere, di novelli richiami, — lo reputarono lenzuolo funebre nel quale avvolgere l'idea della patria, e chiamare poi architetti e scultori per il mausoleo interminabile. Profeta più veramente fu il Mazzini quando scrisse: «Non isperino gli Italiani salute se non trovano in sè stessi energia per compiere il loro dovere».[209]
Del resto, chi non credeva allora ai tenebrosi disegni di Napoleone che «tante notti bianche» fece passare ai diplomatici e ai re?[210] I lo chërdia pi bulo!, lo credevo più furbo, confessa nell'aprile del '59 Massimo d'Azeglio.[211]
E grande del pari era l'avversione del Mazzini contro il Cavour, che gli sottraeva il sottraibile di fedeli e di opere; che di quella accennata infezione appariva l'agente deliberatamente sicuro.
Ora mentre tanti sospetti si appuntavano da Mazzini contro Napoleone III, non minori sospetti e paure molti nutrivano in Francia per questa guerra in cui l'Impero veniva a collocarsi alleato della Rivoluzione. Prospero Mérimée così scriveva al nostro patriotta Antonio Panizzi: «Ma e l'Europa? ma gli Italiani? E che fare del Mazzini? Fucilarlo: d'accordo, ma che dire a coloro che vorrebbero sventrare il cardinal Antonelli o il re Bomba? Non c'è da temere che dopo le prime vittorie noi avremo degli alleati che ci metteranno nel più serio impaccio? In confidenza, mi sembra che si tratti di due vasi di terra che vanno ad urtarsi. Potrebbe darsi che in avvenire non restassero che dei cocci per terra».[212] È lo stesso identico ragionamento, riferito sopra, di Drouyn de Lhuys all'Hübner: il pericolo — cioè — della rivoluzione. E Cavour non agitò dopo Villafranca, per un momento, lo spettro della rivoluzione?
È del 31 decembre '59, cioè cinque mesi dopo la pace di Villafranca, questa lettera di Napoleone a Pio IX: «una delle mie più vive preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli Stati della Chiesa, e certo fra le potenti ragioni che mi impegnarono a fare sì prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti hanno una logica inesorabile e nonostante la mia devozione alla Santa Sede, io non potevo sfuggire ad una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale, eccitato in Italia dalla lotta contro l'Austria», e termina dicendo che già fece molto se riuscì a fermare Garibaldi al confine della Cattolica; e dopo questo, le armi regie invaderanno l'anno seguente col suo permesso le Marche e l'Umbria! Eppure nello scrivere quella lettera l'uomo «dalle tredici coscienze» probabilmente non mentiva.
Il 17 settembre del '59 alla ringhiera del palazzo Gioia in Rimini che è presso alla Cattolica, un uomo apparve: balenò un fulgore, si stese un silenzio, echeggiarono queste parole: «Dall'entusiastica accoglienza che voi tutti qui mi fate, m'avvedo che siete stanchi del governo dei preti. Genìa infame!» Chi mi ripeteva a memoria questo proemio, era allora un giovanetto che timidamente s'era fatto al balcone della casa vicina per vedere che cosa di nuovo succedesse nella città morta. Quando un gran scapaccione lo colpì: «Va via di qui: mi meraviglio che tu stia a sentire le parole di quell'empio!»[213] Era il babbo; e quell'empio era Garibaldi!
E nelle memorie delle cose tramandate, mi sta anche il ricordo di un altro padre in discussione coi figli che avevano combattuto a Roma del '49, e diceva alla moglie «Quel cannone di San Pancrazio non ha fatto il suo dovere!», e, passando Garibaldi pel suo paesello, faceva chiudere le finestre per timore che non ci entrasse la scomunica.
Erano pochi, è vero; ma anche di quei pochi è dovere tenere il conto.