VI.
Le alternative di pace e di guerra.

Il 4 febbraio era publicato in Parigi l'opuscolo: «Napoleone III e l'Italia». Della grande impressione che destò allora tale scritto spenta già è la memoria. Questo opuscolo si potrebbe chiamare oggi dai malevoli ciò che in gergo commerciale è detta la réclame della guerra. Tuttavia anche il modo come è stata redatta una réclame, può essere interessante. Eugenio Rendu, richiesto dal Chiala,[214] in una lettera dell'agosto 1883, racconta le vicende di questo opuscolo, ed usa quell'arguta garbatezza che i Francesi per ogni loro scritto dispensano così signorilmente che pare facile impadronirsene ed imitarla. Ecco in breve: subito dopo il colloquio di Plombières, Napoleone chiamava il visconte de la Guéronnière, e gli affidava l'incarico di quest'opuscolo, determinando questi due punti essenziali: primo, che lo statu quo non poteva essere più mantenuto al di là delle Alpi, tanto nell'interesse d'Italia che dell'impero; secondo: progetto di una federazione italiana.

Ma pare che il La Guéronnière, con tutta l'elasticità del suo ingegno, si trovasse un po' a disagio nel dover parlare delle cose d'Italia. (Da quel tempo in poi i Francesi non hanno fatto troppi progressi nello studio delle cose nostre, e ciò è alquanto mortificante per noi, che studiamo le cose loro più delle nostre). Il La Guéronnière si rivolse allora al Rendu, che, appunto, attendeva ad un lavoro sull'origine della federazione in Italia, e — dice il Rendu — «il pensiero di vedere affidata allora alla spada di quel monarca l'incarnazione di un sogno che rispondeva a tanti sforzi e a tante ragioni storiche, mi sedusse fortemente». In pochi giorni e notti di composizione entusiasta, lo scritto fu condotto a termine.

Sono sostanzialmente le idee dei nostri neoguelfi Gioberti, Balbo, d'Azeglio, l'idea cioè di una federazione fra i vari Stati d'Italia, con esclusione dell'Austria e ciò per una ragione evidente: perchè, sino dal tempo di Fedro, l'alleanza tra il leone, la capra e l'agnello, patiens iniuriae, non diede mai buon risultato. Ma, poi che siamo in tema di favole, quei nostri padri si trovavano nella condizione dei topi, che avevano bensì trovato il rimedio contro il gatto, ma non il modo di attaccare il campanello alla coda del gatto. «La spada del potente Imperatore dalle cui labbra l'Europa pendeva», ora si offriva come rimedio.

Per mezzo di tale federazione si profilava nell'alba che stava per sorgere, «lo scioglimento della grande questione, che è la questione del mondo», cioè quella del Papato: il quale «fatto libero della doppia e contradditoria responsabilità del potere temporale e del potere spirituale, non si sarebbe più trovato costretto, come fu di Pio IX nel '48, a sacrificare la sua qualità di Re a quella di depositario della Buona Novella di Cristo, o viceversa».

Questa opinione del Rendu era, ripeto, condivisa da molti nobili spiriti fra noi: ma altri molti e non meno nobili spiriti, sia perchè vivevano più vicino al Papato, sia perchè avevano letto meglio Dante, Boccaccio, Machiavelli, non avevano tali entusiasmi, ed erano convinti che per risolvere la questione di Roma, occorreva qualcosa di più risoluto che la spada di Napoleone III, la quale non sciolse il nodo, ma anzi impigliò sè stessa nel nodo.

Dopo Villafranca, Napoleone publicò l'altro famoso opuscolo «Il Papa ed il Congresso», di cui tanto si confortò il Cavour;[215] contenente, curiosa ripetizione, le stesse idee espresse nella lettera del 1831 a Gregorio XVI.[216] In questo opuscolo, fra proteste di devozione e di amore, era detto che «come più il territorio della Chiesa fosse stato piccolo, più il Pontefice sarebbe stato grande»; la potenza del Papa risulterebbe «meno dalla sua forza che dalla sua debolezza (politica)». Terminava con questa preghiera: «Possa Napoleone III aver l'onore di conciliare il Papa, come sovrano temporale, col suo popolo e coi tempi!» Costretto a spiegarsi, Napoleone rispose con la lettera, riportata a pag. 191, in cui concludeva esortando il Santo Padre a «fare il sacrifizio delle provincie insorte (Legazioni), cedendo alla logica inesorabile dei fatti. Così il Santo Padre assicurerebbe all'Italia riconoscente la pace, alla Santa Sede il possesso tranquillo del rimanente suo Stato. Ecco ciò che tutti i sinceri cattolici devono domandare a Dio». Ma «la logica inesorabile delle cose» portò invece alla separazione tra l'Imperatore e il Partito Cattolico; Carlo Magno apparve come Giuliano l'Apostata: le parole d'amore al Papa parvero insulti; il rispetto — che pur era sincero e lo dimostrarono le cose — ipocrisia. Il Papa disse: Non possumus! La Rivoluzione italiana disse pure: Non possumus! Sopratutto è il santuario di Delfo, cioè Roma, che occorre all'Italia! Così si preparava la strada che condusse ad Aspromonte e Mentana: là dove Garibaldi, cioè la Rivoluzione, aveva deliberato di sciogliere il nodo storico del Papato in modo assoluto.

Undici anni più tardi, il governo italiano credette di operare come Alessandro a Gordio; ma in verità lo ferì soltanto quel nodo famoso, che diventò una piaga. Allora alcuni medici dissero che occorreva applicarvi il cerotto del dogma scientifico; ma ne derivò un'irritazione maggiore. Altre cure anodine si vanno oggi escogitando; la qual cosa può dimostrare, se non altro, che la piaga sussiste tuttora.

Il Rendu pareva entusiasta di questa soluzione ottimista, e con sonanti parole cerca di «precorrere ogni obbiezione od opposizione. Chi doveva essere il capo di questa federazione? Colui che personifica l'idea più universale e più potente; colui al quale risale in Italia ogni entusiasmo e ogni ossequio; colui che diede a Roma le arti, i costumi, etc.; colui che ha fatto di Roma il centro del mondo e le assicura una seconda eternità».

Ma il Papa avrebbe detto di no, e Mazzini scriveva, poco dopo, che la possibilità di tale fatto equivarrebbe a «disperare della patria, dei popoli, della coscienza umana, della libertà, d'ogni cosa santa».[217]

Per due mesi l'opuscolo riposò nel silenzio. Il due decembre, il Mocquard avverte La Guéronnière che fra dieci giorni l'Imperatore desidera conoscere lo scritto. Altra sosta. Il dieci gennaio, cioè dopo le parole all'Hübner e il giorno stesso che Vittorio Emanuele lancerà il grido di dolore, La Guéronnière è invitato a pranzo alle Tuileries. Pranzo intimo, e fra i commensali il Nunzio pontificio. Dopo pranzo, conversazione su le condizioni politiche d'Italia. «L'opuscolo?» «È pronto». «Venitemi a trovare — disse l'Imperatore al La Guéronnière — una di queste mattine». In fatti, dal 20 gennaio in poi, lettura dell'opuscolo nel gabinetto imperiale: La Guéronnière, Mocquard, l'Imperatore. Questi approva il lavoro e specialmente loda la profonda conoscenza su le cose e i sentimenti d'Italia. Per ciò che riguarda quest'idea di un'Italia federale col Papa, si ponga mente a questo passo di lettera del Cavour: «Più volte l'Imperatore, a persuadermi, ha citato brani di libri di Azeglio»;[218] il che se prova come l'Imperatore fosse fedele alle idee giobertiane, induce anche a pensare che il Cavour oramai coltivasse diversa opinione.

E rêve creux chiama, sia pure per altre ragioni, l'Hübner questa vaga idea napoleonica di federazione italiana.

Approvato l'opuscolo, l'Imperatore volle farvi alcuna aggiunta ed emendazione: nel preambolo inserì egli queste parole: «L'Italia rappresenta nella storia qualche cosa di più grande ancora che l'idea della nazionalità: essa rappresenta la civiltà». A pagina quattro, volle citato il passo di Tacito (o buon republicano Le Bas, che facesti leggere Tacito!): Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, etc., in riferimento ai beneficî che al mondo diede nel passato tempo l'Italia, «più che sorella, madre delle altre nazioni»; beneficî che l'Europa non può obliare senza ingratitudine; l'Italia non può obliare senza rinnegare sè stessa. Di lui pure è la nota che si riferisce «all'impotenza assoluta d'una forza veramente italiana, a trionfare, senza un soccorso esterno, di un nemico così fortemente organizzato come è l'Austria». Quindi la deduzione: «da questo fatto risulta, per ogni uomo di guerra, questa verità incontestabile, che la nazionalità italiana non sarà mai il risultato di una rivoluzione». Questa affermazione colpisce, manifestamente, in pieno gli ultimi tentativi mazziniani, di Milano, di Toscana, di Napoli; nè risulta che il Mazzini vi risponda direttamente nel suo scritto «Napoleone III e l'Italia». La fede in lui nei miracoli della rivoluzione doveva essere superiore ai replicati esperimenti del fatto; e fra le spiegazioni di tale importante fenomeno, oltre alla fede di apostolo, è lecito proporre anche questa: che, essendo vissuto quasi sempre in esiglio, gli venne a mancare il contatto preciso con la publica opinione e con la realtà: la qual cosa successe a molti esuli, specie in tempi in cui le comunicazioni erano tanto più lente delle odierne.

L'opuscolo si soffermava ed estendeva anche su le riforme da introdursi negli Stati della Chiesa, ma Napoleone tolse ogni accenno: «A qual fine? Si turberebbe adesso tutto un partito degno di rispetto: questa semplice allusione provocherebbe una levata di scudi in venti giornali d'opposizione».

Ancora: l'ultimo paragrafo conteneva questa parole: «Noi non abbiamo alcuna inimicizia verso l'Austria. L'Italia è la sola cagione delle difficoltà che esistono tra la Francia e l'Austria». La frase fu letta e riletta. «È troppo blando!» disse l'Imperatore accarezzandosi i baffi: ripensò, ritornò sul suo pensiero: «Ma sì, nel fatto è vero, e poi è politico!» La conclusione dell'opuscolo fu formulata da Napoleone con queste enigmatiche parole, che nei fatti che stiamo per esporre hanno, forse, la loro chiave: «Noi desideriamo ardentemente che la diplomazia faccia, alla vigilia di una guerra, ciò che essa farebbe il giorno dopo di una vittoria». Vedremo fra breve quanta speranza c'era da riporre nell'opera della diplomazia.

Curioso un altro particolare: esponendo il piano della federazione, vagheggiata da Enrico IV, era detto: «Il pugnale di Ravaillac distrusse così belle speranze». Il giorno 3 febbraio, alla vigilia della stampa, il La Guéronnière ricevette questo biglietto: «Vi prego di fare una lieve modificazione nella frase dove si tratta del pugnale di Ravaillac....; vi si potrebbe vedere un'allusione personale».

*

Il D'Azeglio, Gino Capponi, Federico Sclopis, letto l'opuscolo, ne andarono in visibilio: lo Sclopis scriveva al Rendu: «Bisogna mettere ogni speranza in questa furia francese che spazza via tutto». Ohimè! Ohimè! troppi pensarono come lo Sclopis! Ben più temperato il Cavour, il quale si restrinse a ringraziare il Rendu «in nome d'Italia».[219]

Per il Mazzini il senso riposto dell'opuscolo è quello di una astuta manovra dei governi di Francia e di Piemonte allo scopo di addormentare con lenitivi la rivoluzione, «di scongiurarne il pericolo, frapporre argini nuovi al torrente, sviare le menti dal segno»;[220] ma per l'Hübner è peggio: questo opuscolo anonimo, attribuito all'Imperatore, è indegno. L'ha letto e ne ha riso amaramente: «L'autore annunzia che Napoleone continuerà la politica di Dante, del Petrarca e di Enrico IV. Io non ho mai letto niente di più assurdo, di più povero di argomenti, di più destituito di logica». Corre dal Walewski e gli dice: «Al vostro posto sconfesserei l'opuscolo e sosterrei in faccia a tutti che l'Imperatore ne è estraneo affatto!» Ed è quello che ha fatto il Walewski «con quella sua faccia di bronzo». Ha messo la mano sul cuore; ha detto che l'Imperatore è estraneo completamente a quella stampa![221]

In Parigi, «furore negli uni, entusiasmo in pochi altri: in generale non si giudica la questione che dal punto del rialzo o del ribasso dei valori. Il Papa? la liberazione di un popolo? la preponderanza della Francia al di là delle Alpi? che cosa possono contare tutte queste fanfaluche per la massa dei droghieri e della gente di Borsa?» Così il Rendu: ma poi aggiunge con orgoglio francese: «Tutto ciò, e peggio, sarebbe avvenuto in ogni altro paese, dove non è costume di fare la guerra per amore di un'idea». Tre ministri dissero forte: «L'Imperatore vuole la guerra, ma il suo governo vuole la pace». «Il signor Delangle si distinse per una irritazione ardente. Egli ha segnato i passi che intende denunciare come criminali». «Evvia, buona gente — prosegue il Rendu — calma! Fate buon cuore contro mala fortuna, giacchè voi siete meno gentuccia di casa che non ne avete l'aspetto! Quando la partita sarà incominciata, ben mi par di vedervi mettere il vostro berretto alla sgherra, agitar la fiaccola al vento e vi sento intonare la «Marsigliese» per la Francia e per l'Italia».

Cara e nobile terra di Francia! L'orgoglioso tuo motto, «gesta Dei per Francos», ha nella storia alcuna conferma. E qual colpa è la tua, o Francia, se noi, costretti a muoverci nella tua orbita, così male ci movemmo? Parigi, «la ville la plus insouciante de l'infortune et la plus moqueuse du monde»,[222] consacrò col suo entusiasmo la partenza dell'Imperatore per la guerra d'Italia, e il suo viaggio sino all'imbarco di Marsiglia fu tutto un trionfo.[223]

E in verità anche i nostri libri italiani parlano concordemente di questo entusiasmo e di questo trionfo; ma sarà necessario tuttavia meditare su ciò che scrive dal punto di vista francese, il De La Gorge nell'opera sua magistrale sul «Secondo Impero». Passando l'Imperatore per via Saint-Antoine, piazza della Bastiglia e via di Lyon, quel fanatismo popolare per la guerra «si sarebbe detto manifestazione d'una specie di impero democratico, uscito dalla rivoluzione, vivente per mezzo di lei, non sussistente che a patto di propagarla e servirla. Donne, bambini, premendo il corteggio ed insinuandosi fin sotto i cavalli delle cento guardie, interpellavano l'Imperatore con una famigliarità ardente, assicurando che essi custodirebbero fedelmente l'Imperatrice e suo figlio, e che poteva partire in pace perchè il turbolento sobborgo, artefice di ogni sommossa, prometteva di restare calmo. E in verità tutta questa gente non s'ingannava punto nei suoi calcoli istintivi e non falliva nelle sue acclamazioni. A quale scopo le sedizioni, le barricate, gli attentati, i complotti? L'Imperatore oramai andava a minare da sè stesso, lentamente ma sicuramente, il trono al quale un'incredibile fortuna lo aveva innalzato».[224]

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Il giorno 7 febbraio grande attesa in Parigi del discorso dell'Imperatore, giacchè indubbiamente ne sarebbe uscita o la pace o la guerra: non ne uscì che un responso ambiguo; come tanti altri che erano del suo stile e consolidarono la sua reputazione di astutissimo; ma erano anche un riflesso dell'animo e dello stato ambiguo delle cose. Dopo aver vantato la sua politica di pace, non nascondeva alcune nuvolette dalla parte di Vienna; ma egli sperava che lo zeffiro della conciliazione le avrebbe dissipate. Quanto a lui, sarebbe rimasto «tetragono» nella via segnata dai soliti principî, oramai consumati e pur sempre rimessi a nuovo, anche dai non imperatori, «dal diritto, dalla giustizia, dall'onore nazionale»; ed accertava che la politica del suo governo non sarebbe stata «nè provocatrice nè pusillanime».

In una lettera (9 febbraio) del signor Doudan al principe di Broglie, è fatto del discorso questo commento: «Tutto, probabilmente, è in equilibrio davanti agli occhi dell'Imperatore, ma il soffio di una parola, ragionevole o irragionevole, determinerà la decisione di questo uomo, abbandonato, senza consiglio e senza controllo, alle sollecitazioni più complicate e più contradditorie».[225]

Dall'Inghilterra, in fatti, per bocca della regina Vittoria era venuto tre giorni prima del discorso il «soffio» di questo dilemma: «la Maestà Imperiale di Francia è avvertita dell'occasione che gli si presentava di ascoltare la voce della umanità e della giustizia, e quindi calmare le apprensioni dell'Europa, ristabilendo la fede in una politica pacifica; ovvero dando ascolto a quelli che hanno interesse a creare della confusione (leggasi Cavour), gettare l'Europa in una guerra, di cui la durata e l'estensione non è facile prevedere».

A questo conviene aggiungere che anche il governo di Pietroburgo cercava adesso di vendere bene il suo acconsentimento alla guerra, mettendo alcune condizioni: cioè, che molte clausole umilianti per la Russia, inserite nel trattato di Parigi, venissero modificate; e specialmente che le fiamme della nazionalità, che si stavano per agitare in Italia, non lambissero gli edifici della Polonia. (I cosacchi battono ancora, infatti, le loro lance su le vie di Varsavia).

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Nella discussione del 9 febbraio e seguenti alla Camera subalpina, sul progetto di legge del prestito dei 50 milioni, si ebbero 116 voti favorevoli e 35 contrari; al Senato, 59 favorevoli e 7 contrari. Notevoli i discorsi dei due oppositori: il conte Solaro della Margherita, nemico della politica italiana del Cavour; del marchese Costa de Beauregard; del Genina, professore di diritto publico nella Università di Torino; e dissero cose indubbiamente vere, di cui il concetto fondamentale era questo: cioè che provocatore era il Piemonte non l'Austria. Ma ad una verità è talora possibile opporre un'altra verità più vera, ed è quello che il Manzoni osserva quando dice a proposito di Renzo che invade la casa di don Abbondio: «In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo che strepitava di notte in casa altrui, che vi si era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fine de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo.... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo».

Felice, perchè sicuro, il Cavour quando al Genina che gli chiedeva una «dichiarazione esplicita di ciò che intendesse egli per aggressione», risponde che vi sono offese ed offese, appunto ciò che dice il Manzoni; e che non «intende fare un corso di diritto publico per stabilire che cosa siano le offese». Abile, ma necessariamente vaga, la sua risposta alla commossa e stringente perorazione del deputato savoiardo Costa, il quale accennava al disonore, al danno, all'oltraggio del Piemonte, smembrato dalla devota Savoia, quando «le aquile di Francia stenderanno il loro volo temuto sul Moncenisio!»[226] Insinuanti, e c'era il suo perchè, le parole rivolte all'Inghilterra, dicendo che presso «quella generosa nazione la causa della giustizia e della verità finisce sempre per trionfare», che «l'illustre uomo di Stato il quale siede a capo dei consigli della Corona, che ebbe la gran ventura di associare il suo nome alla causa della emancipazione dei negri, non vorrà finire la sua luminosa carriera rendendosi complice di coloro che vorrebbero condannare gli Italiani ad una eterna servitù».

Ma l'illustre lord Derby in quel momento pare che persistesse nell'opinione contraria. Giacchè è da sapere che il conte Walewski, gran signore, gran mondano (i balli da lui offerti alla società parigina e al gran mondo delle Tuileries rimasero per lungo tempo famosi), fu una delle più singolari figure del Secondo Impero, e su la folla spensierata e gaudente della corte napoleonica, si distacca, non solo per certo austero disdegno e per amore ai buoni studi e alle arti, ma anche per essere stato spiacente a quei ciechi e retrivi che finirono per avvolgere il monarca nelle loro spire. Era carissimo all'Imperatore, il quale gli doveva non poca riconoscenza per aver egli, come ambasciatore di Francia in Inghilterra e bene accetto a quella Corte, reso pacati o benevoli al nuovo impero coloro, a cui il solo nome di Napoleone eccitava il sospetto. Ma anche per altra ragione lo aveva caro: nato in Polonia da una contessa Maria Walewska, gli era dato per padre Napoleone I, e certo il volto ne portava il suggello ben manifesto. Presiedette il congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea; cercò di attrarre il Thiers nell'orbita del nuovo impero; e, nell'anno in cui siamo, reggeva il ministero degli affari esteri. Ma con tutto questo non condivideva le idee (i Francesi dicono le rêve) del suo Signore riguardo all'Italia; e bene ostinatamente, giacchè l'ombra crescente dell'Italia e il decrescere dell'Austria appariva a lui come un pericolo per l'Impero: pericolo facile a distruggere finchè fosse piccolo, ma difficile a scongiurare in un prossimo domani. Egli era adunque, un nemico dichiarato dell'alleanza con Vittorio Emanuele; nemico del Cavour e del conte Costantino Nigra, il quale era altrettanto maturo di vigilante e fredda prudenza quanto adorno delle più rare seduzioni della gioventù, non esclusa l'arte e l'ingegno. Non per giuoco del caso o della fortuna il conte Nigra si trovava alla corte di Francia in quell'anno: nemico, si intende, come è possibile essere nemici tra diplomatici e gente di tanta mondanità. Al congresso di Parigi il Walewski aveva avuto occasione di conoscere il Cavour, quando, difendendo egli i diritti dell'Austria, si sentì rispondere «con molto foco» da quel piccolo ministro: «io vi assicuro che se avessi 180 000 uomini a mia disposizione, farei immediatamente la guerra all'Austria».[227]

Per bene intendere la condotta del Walewski, conviene porre mente che egli — e così fu degli altri ministri — non conosceva della politica dell'Imperatore se non quanto a costui pareva di dover comunicare o che si appalesava dai fatti. Per ciò poi che concerne la politica italiana, non avendo il Walewski nè la prevenzione anti-austriaca nè l'affetto all'Italia che costantemente nutrì Napoleone, si studiò per quanto gli fu possibile, di attraversare, intralciare, protestare contro quei piani segreti che tendevano alla guerra. L'espressione napoleonica che lo statu quo non poteva più essere mantenuto tanto nell'interesse dell'Italia che dell'Impero, era vera soltanto per ciò che concerneva l'Italia. Per ciò che concerneva l'Impero, per il Walewski, per il Thiers, per Drouyn de Lhuys, ecc., era piuttosto vero il contrario. Questa cosa indubbiamente offende il nostro sentimento italiano; ma movendo da considerazioni di fatto e di utile, come sempre è avvenuto in politica, bisogna pur ricordare che sino dai tempi di Richelieu e di Luigi XIV la Francia, pur con enorme sacrificio di sangue e di denaro, a questo era riuscita, cioè ad ottenere la sicurezza dei propri confini, impedendo che uno Stato troppo potente la minacciasse sul Reno, sulle Alpi, sui Pirenei. Questo stato di cose non subì turbamento nè meno dopo Lipsia e dopo Waterloo. Ora dopo la pace di Villafranca, vide la Francia sorgere al di là delle Alpi un nuovo grande Stato, quello d'Italia, favorito allora in sul suo nascere dall'Inghilterra e dalla Prussia, e ciò per le loro mire segrete che non tardarono molto ad appalesarsi: dopo il trattato di Praga, che pone fine alla guerra del '66 tra Prussia ed Austria, vide la Germania accamparsi, unita, guerriera nemica, ai confini orientali del Reno. La nota espressione dell'Imperatore, riferita agli Stati della penisola balcanica, che la Francia «ha interessi dovunque esiste una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere», è mirabile, ma degna più di quell'autentico fra gli eroi, che fu Don Chisciotte, che di un reggitore di popoli. Poteva l'uomo del 2 decembre essere creduto? poteva farne applicazione compiuta? Ora pensando all'affetto che il Walewski nutriva per Napoleone, si comprende come quel ministro si studiasse che le aspirazioni italiane dell'Imperatore non uscissero dal campo diplomatico, che l'affetto per l'Italia rimanesse un semplice amore platonico. Da questo contrasto risultarono quelle innumerevoli contraddizioni, che verremo in parte ricordando; le quali contribuirono a far passare sempre più Napoleone per un simulatore e un ipocrita raffinatissimo e profondo.

Dunque il conte Walewski esponeva il 16 febbraio all'ambasciatore inglese lord Cowley, queste cose in nome di Napoleone, cioè che «se un migliore assetto si fosse dato agli Stati della Chiesa, se fosse stato possibile indurre l'Austria a mitigare il suo modo di governo in Italia, la cosa avrebbe fatto eccellente impressione in Italia, ed i buoni rapporti fra l'Austria e la Francia si sarebbero ristabiliti».

Ma noi diciamo che a noi, invece, questi pannicelli caldi avrebbero fatto pessima impressione e che con questi conti e lordi, dai nomi così difficili, non vogliamo avere a che fare. Ciò può anche essere bene; ma non è meno vero che il 18 febbraio lord Malmesbury, sperando per tale mezzo di evitare la guerra, incaricava sir Hudson di sentire il conte di Cavour quali, secondo lui, sarebbero stati i miglioramenti più opportuni da introdurre negli Stati d'Italia, soggetti all'Austria ed al Papa.

Il dispaccio del ministro inglese non pare che peccasse per eccessiva gentilezza come risulta dalla lettera del Cavour al marchese Emanuele D'Azeglio, in data del 18 febbraio. Tuttavia ringrazia il ministro inglese per mezzo dell'Hudson, della sua sollecitudine per le cose d'Italia: le riforme che si domandano sono semplici, «il permesso agli Italiani delle Legazioni e della Lombardia di vivere». Ma per più nettamente determinare, occorrerà scrivere un «memorandum»; e per scrivere un «memorandum», occorrerà che la domanda fatta a voce, sia ripetuta per iscritto, affinchè la cosa sia in tutta regola sottoposta ai ministri ed al Re. Il Cavour a scanso di mala interpretazione tuttavia lo avverte che, «se lui fosse morto in quella stessa notte, la questione d'Italia sarebbe rimasta la medesima»; e questa cosa per noi è vera come era verissima per il Mazzini,[228] ma è anche vero che la diplomazia senza quell'impaccio del Cavour pareva disposta, a dare alla questione italiana una liquidazione più semplice e meno morale. Nel tempo stesso che queste cose sono comunicate a Londra, Massimo d'Azeglio, «autore e padre» fra quegli alteri isolani «della questione italiana»,[229] aveva dal Cavour la missione di portare il collare dell'Annunziata a Roma al principe di Galles. Anche questo collare può sembrare superfluo; ma in tutti i tempi passati i perni su cui si mossero gli uomini, furono costituiti da più piccole cose che non si creda. Ciò è sventuratamente anche oggi e lo sarà forse anche domani.

Tuttavia il «memorandum» e compilato il primo di marzo, ma nel senso di provare che quelli erano proprio pannicelli caldi, cioè che la diplomazia era impotente a curare le piaghe ond'era travagliata la nostra patria, cioè che occorreva il rimedio caustico della guerra. Così affermava, in pieno accordo col Mazzini almeno in questo, il Cavour, nel cui animo non pare che sino allora fossero entrati seri dubbi sull'aiuto di Napoleone, e spiegava con le necessità della politica l'acconsentimento che lord Cowley si recasse a Vienna apportatore e consigliere di riforme e di pace, nel modo stesso che l'Hudson era intimatore di pazienza in Torino. «Ne vous inquietez pas: ceci n'aboutira à rien», aveva detto l'Imperatore al Nigra.

Così fra «difficoltà politiche, maggiori di quanto si calcolava», ma «non sgomentato, e fiducioso nel trionfo della buona causa»,[230] procede l'opera del Cavour con un'attività mirabile, la quale non si duole degli impedimenti, ma soltanto della mancanza di attività e di sicurezza nei suoi collaboratori. Trova tempo a tutto anche a dare ascolto a chi lo sveglia di notte per comunicargli progetti di esplodenti fantastici da «esterminare tutti i nemici d'Italia»;[231] si sdegna o si impazienta talora, ma è il primo a chiedere scusa; ma si dichiara disposto «a mettere sotto i piedi ogni suscettibilità personale», purchè la cosa proceda. I suoi collaboratori sono per la più parte dei giovani, trovati da lui, fuori delle linee morte della burocrazia, Nigra che è «il suo vero rappresentante a Parigi con gran dolore dell'ambasciatore di Villamarina»,[232] Emilio Dandolo, l'eroico, che ha visto gli amici e il fratello spenti sotto Roma del '49 dal piombo francese e domanda — glielo vietò la morte, come dicemmo — di combattere accanto ai Francesi per la redenzione d'Italia; Emilio Visconti-Venosta, sottratto dall'orbita mazziniana; Minghetti, La Farina, Farini.... Se è lecito dire, è il suo un mazzinianismo pratico e se vuolsi opportunista e con pochi scrupoli, ma lo dichiara allegramente «egli è libero di mettere a repentaglio la salute della sua anima, per salvare la patria»;[233] e si comprende che quando il Mazzini gli scrive «tra noi e voi corre un abisso»,[234] egli si accontenti di dire che il Mazzini non è per lui che un nemico politico; in questo senso, che egli non spingerà certamente Vittorio Emanuele a proclamare la republica, ma se potrà, obbligherà i republicani ad accettare la monarchia.

Subito dopo il colloquio di Plombières aveva fatto venire a sè il Dandolo e il conte Cesare Giulini, milanesi; al primo aveva affidato l'incarico «di intendersi coi giovani di maggiore autorità in Milano, con quelli soprattutto che avevano avuto dei rapporti con le società mazziniane»; col secondo aveva ventilato il progetto che i signori proprietari di Lombardia nella primavera del prossimo anno gli mandassero in Piemonte i contadini che dovevano fare il servizio militare sotto l'Austria. «Se venissero io li accolgo nei reggimenti piemontesi. L'Austria mi chiederà l'estradizione o il loro disarmo: io rifiuterò; l'esercito austriaco allora invaderà il Piemonte».[235]

Non furono i contadini coscritti; furono i volontari (cittadinanza, nobiltà, artigianato, in parte) che vennero. La provocazione all'Austria, benchè di minor grado, non fallì, come vedremo; ma il fatto deve essere rilevato: esso spiega molto bene anche la causa perchè fallirono i vari moti mazziniani. È opera del Cavour fra difficoltà e sospetti, esterni ed interni, la formazione del corpo dei volontari con Garibaldi, opera più che militare, politica di cui più tardi il Cavour rivendicherà a sè il merito e del cui effetto morale un riflesso ben lucido è in queste parole del Mazzini del 15 maggio: «il moto toscano, l'agitazione universale e il campo dei volontari oltrepassano il cerchio dell'opera dei faccendieri: sono palpiti della nazione».[236] Il Mazzini dice tutto questo «moto spontaneo»; ma il gran «faccendiere» ci entrò per molta parte. Sopratutto è del Cavour l'azione attiva a preparare il movimento di annessione nei ducati e nelle legazioni, quel movimento che sorprenderà Napoleone III dopo Villafranca: preparazione morale e preparazione di armi, con unità di imperio; ma nessuna dimostrazione di piazza, nessun moto incomposto, non governi provvisori per ora «ed altre sciocchezze ad uso 1848».[237]

Tutto l'apparecchio di manovra dev'essere nella mano calma di lui, che conosce mirabilmente il limite dell'audacia. A lui spetta la provocazione: essa non deve apparire; provocatrice deve apparire l'Austria. Non ci crede lord Malmesbury? mandi «un ufficiale che goda della sua confidenza, e gli sarà facile verificare da quale parte stiano le provocazioni e le minacce».[238]

E v'è qualcosa di mirabilmente lieto in tanta sicurezza d'azione. Tolgo vari passi dalla corrispondenza di quel febbraio e di quei primi giorni del marzo: «Ottime notizie dalle Marche, dai Ducati, dalla Toscana. La concordia si stabilisce da per tutto. Tutti sentono il bisogno e il dovere di unirsi alla Casa di Savoia; e la casa di Savoia farà il suo dovere, come confidiamo. In Lombardia lo spirito pubblico è eccellente. Alle frontiere i coscritti arrivano a centinaia. A Napoli si cominciano a risvegliare: è meglio tardi che mai. Di Modena e di Parma oramai siamo sicuri. Alcuni giovani venuti qui, negano di entrare nell'esercito, affermando che sono stati ingannati, che credevano di entrare nei corpi volontari, etc., etc. Questo inconveniente bisogna evitarlo ad ogni costo. Il numero dei volontari alla guerra è considerevolissimo: s'avvicina ai 3000.... Si contano fra essi i figli delle prime famiglie di Lombardia: mi limito a citarvi il duca Visconti e i suoi due fratelli, un Melzi, cugino del duca, un Taverna, un Dal Verme, un Litta: ieri poi (10 marzo) con nostro grande stupore abbiamo visto arrivare il figlio del Podestà di Milano, conte Sebregondi, devotissimo all'Austria.... Questi fatti dovrebbero provare a lord Derby che non è del tutto nel vero quando parla della felicità dei lombardi-veneti». (L'Austria, come è noto, li chiamava con l'epiteto ornativo di «felici sudditi»). «Mi si scrive da Roma che il Papa, spaventato dai Cardinali, protesta di non aver mai detto che egli aveva forze bastevoli per mantener l'ordine, che egli conta esclusivamente sulla Provvidenza». (Il Chiala fa qui seguire dei puntini. Peccato, perchè qui «provvidenza» pare sinonimo di «Austria»). «Il governo è deciso di adoperare tutte le forze vive che l'Italia racchiude. Ma appunto, per non rinnovare gli errori del '48, conviene conciliare l'audacia colla prudenza: gli impazienti devono avvertire che la questione italiana, essendo divenuta questione europea, bisogna non perdere di vista l'effetto che i nostri atti producono all'estero. Camminiamo d'accordo con Garibaldi, che dimostra un senno politico maggiore di ogni elogio....» (Veramente era Garibaldi, che per amor di patria camminava d'accordo col Cavour, fra il dileggio dei mazziniani). «Il governo non chiede a nessuno i suoi antecedenti politici, purchè siano scevri da ogni macchia di onestà. Ma se fa astrazione dal passato, non ammette discussione sul presente». Il che in lingua povera vuol dire, chi accorre in Piemonte, accetta la monarchia.

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Fu su la fine del febbraio, quando lord Cowley annunciava il suo arrivo in Vienna, che il conte di Cavour s'abboccò con Garibaldi, il pirata, come lo definiva l'Hübner[239] senza degnarsi di scriverne il nome, venuto dal mare; e cominciò con le parole: «Ebbene, Generale, il giorno così lungamente atteso, è arrivato. La pazienza del conte di Buol sta per finire (e conviene dire che il calcolo della sua resistenza era studiato dal Cavour da buon matematico). Noi abbiamo bisogno di voi!» ed è così ben detto che può parere simbolico.[240] Ed è appunto il 4 di marzo, due giorni dopo il colloquio con Garibaldi, che Cavour offriva un banchetto in onore di Guglielmo Gladstone, molto benemerito dell'Italia; ma sopra tutto era inglese, e in quel momento il Cavour non lasciava passare un'occasione per tentare di commuovere la fibra di quel popolo d'oltre mare.

Naturalmente al banchetto non poteva mancare sir Hudson. A noi farà dispiacere che mancasse Garibaldi. Altro che mancare! Garibaldi quel giorno in Torino doveva «far capolino, comparire e non comparire»,[241] appunto per non dar sospetto a sir Hudson e compagni. In quel banchetto riferisce sir Hudson a lord Malmesbury, «Sua Eccellenza (il Cavour) disse di aver appreso con stupore che, mentre lord Cowley compiva una missione di pace, l'Austria avesse determinato di mettere il suo esercito d'Italia sul piede di guerra; e mostrò rammaricarsene tanto più, in quanto che l'Austria costringeva così il Piemonte a chiamare sotto le armi i suoi contingenti».[242]

Questi ragionamenti se potevano persuadere sir Hudson o lasciare in dubbio il gabinetto di Londra; non persuadevano il governo austriaco nè gli toglievano alcuno dei dubbi sulla guerra voluta dalla Francia. La pace? Ma l'Austria l'aveva offerta la pace a suo modo cioè con malo modo e nei limiti consentiti dalla sua politica, quando venne in Milano l'Imperatore Francesco Giuseppe e gli fu fatto l'affronto di un balcone adorno di pelle di tigre; quando mandò governatore il fratello dell'Imperatore, l'arciduca Massimiliano, e ne impedì o inceppò il programma di riforme. Errò manifestamente l'Austria nel credere alla risoluzione assoluta della guerra da parte di Napoleone III, ma in questo errore fu probabilmente indotta dalla politica del Cavour. Tale politica non era spiegabile se non col desiderio di correre al suicidio o con la certezza di avere alle spalle l'aiuto di Francia. Il Cavour certamente era disposto, e lo vedremo, a pagar di persona anche col suicidio; non risulta che intendesse far correre simile alea alla monarchia.

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Il giorno dopo quel pranzo a lord Gladstone improvvisamente le cose mutano. Nel giornale ufficiale di Napoleone, compare il 4 marzo una nota dove era questa dichiarazione esplicita: «l'Imperatore ha promesso al re di Sardegna di difenderlo contro ogni atto aggressivo dell'Austria. Egli non ha promesso nulla di più, e si sa che egli manterrà la sua parola». Il principe Napoleone dava in segno di protesta le sue dimissioni dall'ufficio di ministro delle Colonie; e l'Imperatore le accettava e le faceva annunciare sul «Monitore».

Poco dopo ecco compare sir Hudson, ben felice di poter dare al Cavour una lieta novella. Non se ne era parlato al pranzo in onore di Gladstone? La missione di lord Cowley a Vienna è andata splendidamente. L'Austria non ha intenzione di aggredire il Piemonte. Deve essere contenta Sua Eccellenza! E allora cominciamo il disarmo. Col disarmo Sua Eccellenza potrà dimostrare la sincerità delle pacifiche intenzioni del suo alleato, l'Imperatore di Francia.

Fiere lettere scrive intanto il Walewski all'ambasciatore francese in Torino al fine di paralizzare l'opera del Cavour, atterrirlo, distoglierlo dall'idea della guerra. Infine altro mutamento di scena: la questione d'Italia sarà sottoposta ad un congresso delle grandi potenze d'Europa, escluso il Piemonte.

Quando queste cose furono note, il Mazzini scrisse: «L'uomo del 2 dicembre indietreggia. La delusione comincia. La cupa energia che Luigi Napoleone mostrò nel colpo di Stato, scema e infiacchisce intorno al problema di guerra. È natura di uomini siffatti. Si trattava allora di conquistare il potere: si tratta ora d'avventurarlo. Tra la minaccia d'una coalizione avversa, da un lato, e la espressione unanime, tranne l'esercito, della Francia contro la guerra, dall'altro, Luigi Napoleone dubita, retrocede». E ancora: «La penultima nota del «Monitore», l'ultima concernente la Germania, la dimissione di Napoleone Bonaparte, l'accettazione della proposta russa, sono fatti incontrovertibili, che la menzogna e la credulità possono interpretare a lor posta, ma che dànno caratteri d'evidenza a ciò che affermiamo. L'opinione della Francia, tranne l'esercito, è avversa alla guerra. Le relazioni dei Prefetti, le relazioni dei commissari speciali inviati da Napoleone nelle provincie, quella dei capi della gendarmeria, il silenzio di Parigi all'arrivo di Napoleone Bonaparte e della principessa Clotilde, la dichiarazione della commissione finanziaria del Consesso Legislativo, l'opinione dei ministri imperiali, che non è se non il riflesso dell'opinione pubblica, sono altri fatti incontrovertibili».[243]

L'effetto in Torino della nota del «Monitore» è bene rispecchiato in queste poche parole del Guerrazzi ad un suo amico: «Ora ogni cosa va in isconquasso. La nota famosa del «Monitore» ha fatto perdere la notte a più di un ministro».[244] Ciò è vero, come è vero che la natura umana è così fatta, anche nei migliori, che gode del male del nemico anche se ne ha danno essa stessa. Fu perduto il sonno, ma non la testa. Vittorio Emanuele scrive a Napoleone che la Casa di Savoia conosceva le vie dell'esiglio, non quella del disonore. Se l'Imperatore mancherà alla promessa, il Re abdicherà. «Costretto a rinunciare al trono de' miei avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla reputazione della mia casa, alla prosperità del mio paese, m'imporrebbero di rendere note al mondo le ragioni che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio». Di quest'arma si varrà fra poco il Cavour a Parigi; si può supporre quindi che tale minaccia di svelare, debitamente documentato, tutto il piano della cospirazione di Plombières, fosse dal Cavour consigliata al suo Re; e per le condizioni di cose e d'animo di Napoleone, fosse dal Cavour giudicata arma formidabile. Quanto poi ad abdicare al trono, il colloquio fra il Re e il suo ministro dopo Villafranca, induce a dubitare se questa prima fiera minaccia sarebbe stata mantenuta.

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Telegrafa il Cavour al Villamarina che «manderà nella notte» (18 marzo) «un dispaccio al Principe Napoleone, che la notizia del congresso produrrà un effetto disastroso nel Lombardo-Veneto, se il Piemonte n'è escluso. Io sarei forzato a dare le mie dimissioni: fate identica dichiarazione al conte Walewski....». Altro dispaccio del 20 allo stesso Villamarina: «Dite al Nigra che riceverà domani una lettera per l'Imperatore: procuri di presentarla lui stesso. Gli parli con energia. Gli dica che il conte Walewski ha scritto al ministro di Francia in modo da scoraggiarci o da spingerci ad un atto disperato!»

Certo prevede che se il congresso si avvererà, e mancherà l'unica soluzione che è la guerra, «l'Italia diverrà preda delle passioni rivoluzionarie, e il partito moderato sparirà non solo dalle regioni del potere, ma dalla scena politica».[245] Ma se ci piace vedere il Cavour nè «spaventato nè scoraggiato», come egli stesso dichiara, più ci piace vederlo nell'intimità dei suoi affetti, nel cuore profondo dove l'uomo è turbato. E questo turbamento e questo riflesso su sè e su l'opera propria, come è bello ed umano in questa lettera al De La Rive, l'amico del cuore: «noi siamo stati indotti un poco per volta ad assumere una impresa piena di gloria e di giustizia, ma eccessivamente pericolosa: noi non tenemmo bastantemente conto dello svilupparsi nelle società moderne del sentimento di egoismo, per effetto degli interessi materiali. A dispetto di questi ostacoli, io spero che noi riusciremo. L'Italia è matura: l'esperienza del '48 ha portato i suoi frutti».

Impronta Italia domandava Roma,

Bisanzio essi le han dato.

Ma ben morto era il Cavour quando questi versi furono scritti; e guai, del resto, se gli uomini veri dell'azione avessero tutto l'animo dei poeti e dei filosofi!

Certo egli prevede che cosa sarebbe stata l'Italia se non si fosse tratto profitto di quel momento storico: se si fosse aspettato che questi interessi materiali avessero acquistato così grande forza da sopraffare quanto v'era di nazionalità nella patria. L'uomo ammirabile presente anche l'avvenire immediato; il crollo dell'edificio immenso che egli sostiene: verrà il momento che egli dovrà ritirarsi a vita privata. Non sarà allora: quattro mesi più tardi: nel grande state di quell'anno, di cui allora appariva la bella primavera. Il De La Rive gli offre già un rifugio in Isvizzera: «nessun luogo mi sarebbe più grato di quello offerto da un'amicizia come la vostra: esso s'abbella della vicinanza di Presinge, dove corre il mio pensiero ogni volta che io sospiro il riposo e la calma».[246]

Ma l'Italia che sorgeva dai secoli morti lo richiamerà ancora all'ultimo epòdo della vita.