Lord Cowley lasciò Vienna il 10 marzo: s'abboccava in Londra con lord Malmesbury, ed il 16 giungeva in Parigi, dove veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.
Il Cavour, per invito dell'Imperatore, giungeva a Parigi il 26 e veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.
Imaginate il Walewski, questo magnifico signore, dare dell'intrigante al Cavour, accusarlo di trascinare l'Imperatore e la Francia verso una politica nefasta?
La questione contro l'Austria si veniva complicando con l'atteggiamento minaccioso degli Stati di Germania, di che era stata antecedente discussione fra lord Cowley, Walewski e Napoleone. Di questo atteggiamento sono buona chiosa le parole che sin dal gennaio avrebbe proferito il conte Buol: «Se l'Imperatore si fosse prefisso per iscopo di tastare il polso alla nazione tedesca, ne avrebbe ricevuto la lezione più salutare».[247]
Il congresso delle cinque maggiori potenze, proposto dalla Russia, ma suggerito da Napoleone e sostituito ai negoziati di lord Cowley, era secondo gli uomini di Stato inglesi inspirato a mala fede per guadagnar tempo:[248] tuttavia avevano aderito purchè i risultati non fossero stati illusorii. Per il Thiers il congresso era «un mezzo subdolo dell'Imperatore per agitare con nuove arti le cose d'Italia, e dare alla questione italiana un corpo e un'anima, un'esistenza reale e politica, sino ad oggi, sempre contestata, con ragione, dall'Austria».[249] Per il conte Buol era una «commedia» per tenere a bada l'Austria e prepararsi meglio alla guerra. Tuttavia aveva aderito a questi patti: che non vi si discutessero mutamenti territoriali; che il Piemonte disarmasse prima; che il Piemonte fosse escluso dal congresso. Pel Mazzini il congresso era una commedia in altro senso, perchè «esso non poteva inaugurarsi che sulla base dei trattati del 1815: il dominio dell'Austria sarà rispettato e riconsacrato, l'unità d'Italia dichiarata follia, la Rivoluzione delitto, e cinque Potenze si faranno mallevadrici dello smembramento d'Italia, a patto di poche misere concessioni da tradirsi, come sempre, praticamente».[250]
Giustamente osservava però ancora il Mazzini, «che il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia». Spettava in fatti al Cavour mantenere questa sfida, e non fu cosa facile, come vedremo.[251]
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Il Walewski parlò dunque al Cavour, dicendo che l'Imperatore si era finalmente risoluto di accordarsi con l'Austria e di non inframettersi nelle cose d'Italia altrimenti che con intenti pacifici.
Rispose il Cavour al Walewski che egli non voleva passare per un «intrigante», ed essere accusato di trascinare la Francia in una lotta per l'Italia:[252] che aveva documenti per dimostrare chiaramente che l'Imperatore aveva ordito tutto lui il piano per organizzare le complicazioni italiane; che egli era stato soltanto lo strumento; che era contrario alla guerra; ma che se in quel tempo avesse rifiutato la magnifica offerta dell'Imperatore, avrebbe tradito l'Italia e sconfessato la sua propria politica; che non intendeva adesso recedere e servire da capro espiatorio. Avrebbe dato le sue dimissioni; avrebbe fatto abdicare il Re; si sarebbe rifuggito in terra lontana; avrebbe resi publici i documenti che possedeva, per dimostrare la lealtà della sua opera.[253]
(Era stato, è vero, Napoleone ad organizzare a Plombières il «piano delle complicazioni italiane»; ma qui si può anche aggiungere che fin dal '49, quando Luigi Napoleone disse all'Arese, inviato del ministro Gioberti,[254] che «la carta d'Europa non aveva senso comune», ma che allora «una proposta favorevole alle guerre italiane, avrebbe probabilmente ottenuto dal Consiglio il solo suo voto», fu per dieci anni tutto un sapiente e sagace gravitare del Piemonte sul nuovo Impero Napoleonico, con gran disdegno del Mazzini, ma con molta utilità per la politica aggressiva del Cavour contro l'Austria).
Assicura il Chiala[255] che in quel giorno stesso il Cavour voleva ripartire per Torino senza nemmeno vedere l'Imperatore. Il colloquio tra Cavour e Walewski ci è riferito dall'Hübner, che ne seppe dal Walewski quel tanto che questi gli potè comunicare: sono poche parole, ma significative: «Cavour venne da me — disse il Walewski — in una disposizione d'animo che non si diede la pena di nascondere. Era la disperazione, la rabbia, la sconfitta completa. Si è lasciato andare sino a dirmi ogni sorta di cose. Io non sono uomo da tollerare un simile linguaggio e gli ho risposto a tuono, e il Cavour è partito quasi senza dirmi nemmeno addio!»[256]
Il Cavour venne a colloquio con l'Imperatore quel giorno stesso, 26 marzo.
«Quando l'Europa — scrive il De La Gorge[257] — apprese l'incontro dei due attori, un imponente silenzio si fece. Ma l'apprensione vinse su la speranza».
Che cosa è avvenuto tra l'Imperatore e Cavour? «Noi l'ignoriamo — esclama mortificato l'Hübner — e Walewski non ne sa più di Cowley e me».[258]
Il giorno 29 vi fu un secondo colloquio tra Cavour e Napoleone, con l'intervento del Walewski. L'Hübner può avere allora dal Walewski queste notizie del tutto confidenziali e si affretta ad informarne il Buol. Ha saputo che tanto lui, Walewski, come l'Imperatore, avevano fatto i maggiori sforzi per ottenere dal Cavour l'impegno di un disarmo preventivo, «ma che il primo ministro sardo a refusé net». «Io ho espresso al conte Walewski il mio stupore sulla poca influenza che sembrava esercitare Napoleone sul Piemonte». Qui manca la spiegazione del Walewski e l'Hübner rimane col suo stupore, per allora almeno. Il Walewski dopo ciò lo informa che il Cavour era venuto a Parigi per ottenere le dimissioni del Walewski stesso, e l'Imperatore ha rifiutato questa «pretesa incredibile»: secondo per ottenere di essere ammesso al congresso; ma che lui, Walewski, «ha dimostrato che l'ammissione della Sardegna in un convegno delle grandi potenze era una cosa inaccettabile». «E infatti — chiosa altrove l'Hübner — l'invitare dei semplici delegati degli Stati italiani per essere, caso mai, interrogati, sarebbe stata cosa poco conforme alla dignità ed ai diritti sovrani degli Stati indipendenti». Ebbene? e l'Imperatore? «L'Imperatore — risponde il Walewski — si è schierato dalla mia parte». Manco male. E allora? «Allora Cavour, vedendo falliti i due principali scopi della sua venuta, ha chiesto che la Francia abbandonasse l'idea del congresso, ma l'Imperatore non potè accondiscendere avendovi aderito. Fallito anche questo terzo punto, allora si sforzò di strappare dall'Imperatore una promessa che i lavori del congresso sarebbero andati a vuoto. Io sono felice di potervi assicurare — conclude il Walewski — che egli non ha ottenuto niente da Sua Maestà».
«Ne siete ben sicuro?»
«Sì, perfettamente».[259]
Queste informazioni dell'Hübner al Buol sono del primo aprile, ed a conferma aggiunge una noterella di spionaggio: «i convitati della principessa Matilde,[260] dalla quale il signor Cavour andava a pranzo, uscendo dal palazzo di S. M., erano tutti colpiti dall'espressione di disperazione che si leggeva sul volto di lui; e poi fra parentesi: «Il fatto è vero».
Questo non vuol dire che l'Hübner creda interamente al Walewski e molto meno che Napoleone l'abbia rotta con «quel cospiratore». Lo desidera, riferisce quello che sa, quello che ode. Ecco, lord Cowley «crede che l'Imperatore abbia perduto la testa; cammina un giorno in un senso, un giorno in un altro». Drouyn de Lhuys[261] «la pensa lo stesso. Il segreto dell'impenetrabilità dell'Imperatore — dice Drouyn — è nell'assenza di motivi delle sue azioni. Non è uomo spiegabile, è soltanto diffidabile». Rinnova l'informazione già avuta dal Walewski per riconferma del Cowley, «l'Imperatore avrebbe consigliato il Cavour di disarmare, facendogli capire che l'Austria avrebbe fatto lo stesso. Il ministro sardo ha rifiutato carrément». Conclude: «il Cavour è molto potente di fronte all'Imperatore; o l'Imperatore molto debole di fronte alla Rivoluzione».[262] Ma il giorno due aprile altra lettera confidenziale al Buol: ha parlato con Cowley, che è riuscito a parlare con l'Imperatore: «Il linguaggio di Sua Maestà è poco chiaro; o piuttosto non c'è di chiaro che una cosa, ed è che egli non l'ha ancora rotta col Cavour, nè con la sua causa, nè col partito di questo settario. Richiesto sui preparativi militari della Francia, l'Imperatore ha risposto: Potrebbe darsi che il congresso fallisse; e in vista di questa eventualità bisogna che io sia pronto».[263]
Il conte Buol, prima ancora di queste fedeli referenze dell'Hübner, era stato, per dispaccio di lord Malmesbury, informato come Cavour avrebbe dichiarato esplicitamente che «avrebbe avuto la guerra a dispetto del congresso»;[264] dichiarazione audace, che non deve essere stata senza influsso nel determinare il contegno del gabinetto austriaco.
Ancora un'informazione dell'Hübner, ma data con riserva: «L'ambasciatore inglese crede sapere positivamente che il Cavour è partito molto malcontento». Ed è informazione esatta, confermata per altra via; infatti in data 5 aprile, il Principe Consorte scrive al re del Belgio: «Cavour rifiuta assolutamente di disarmare ed ha lasciato Parigi irritatissimo, minacciando di provocare la guerra, piaccia o non piaccia a Parigi. Egli ha in tasca promesse d'aiuto fattegli per iscritto e dalle quali non vuole svincolare l'Imperatore, che si trova in una condizione assai spinosa».[265]
Cavour lasciò Parigi il 30 marzo. Giunse a Torino il 1.º aprile. Dimostrazione entusiasta: studenti, operai, fiaccolate. Viva Cavour! Viva il Re, l'Italia, la Francia! Anche il Re, confuso fra la folla, avrebbe applaudito, e a noi pare che quegli applausi se li meritasse, benchè è dubbio se egli fosse in vena di udire applausi.
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Le osservazioni psicologiche e contraddittorie, raccolte e trasmesse dall'Hübner, sono le più vicine alla verità. Nel colloquio segreto dell'Imperatore col Cavour, a testimonianza di lord Cowley, il quale ne seppe, e dal Walewski e dal Cavour stesso, di più che non l'ambasciatore austriaco, Napoleone si sarebbe valso di tutti gli argomenti più efficaci per indurre il Cavour ad accettare l'idea del disarmo e, fra gli argomenti, il più delicato dovette essere questo: la difficile situazione in cui tale rifiuto lo metteva, perchè nessuno avrebbe creduto che il Piemonte operasse in modo contrario ai suoi desideri, ed egli sarebbe stato incolpato di slealtà. «Sfortunatamente nessun argomento, nessuna preghiera produsse il minimo effetto sull'animo del conte, il quale pertinacemente rispondeva che egli e il suo sovrano sarebbero perduti, se assentivano ad una proposta così umiliante».[266]
Al Cowley il Cavour disse poi che l'esclusione dal congresso del Piemonte, considerato campione d'Italia, distruggeva ogni speranza dell'avvenire, ed il disarmo annullava la sua esistenza politica. A maggior conferma di queste cose, viene ora in luce la seguente lettera in data 15 maggio, cioè a guerra iniziata, del Malmesbury alla regina Vittoria:[267] «L'Imperatore non aveva nessun piano e nemmeno nessuna intenzione di fare la guerra in Italia. Sua Maestà Imperiale vi fu condotta, passo a passo, dal conte di Cavour. Il quale per ultimo minacciò di publicargli la sua corrispondenza più confidenziale. Il suo esercito era totalmente impreparato ed anche ora è in un imperfettissimo stato, ed egli stesso fu soprafatto dalla sorpresa e dal timore quando seppe, verso la metà dello scorso mese, che gli Austriaci avevano centoventimila uomini sul Ticino. L'Imperatore ciò non ostante crede ora che avrà facilmente un paio di vittorie e che quando egli avrà rigettato gli Austriaci nelle loro tane, se ne ritornerà a governare Parigi». È vero che il ministro inglese riferisce qui il giudizio del conte di Persigny, ma pare prestarvi fede.
(I dispacci segreti che il De La Gorge[268] publica, deducendoli dagli «Archivi del Ministero della guerra,», confermano non solo l'impreparazione dell'esercito, ma l'anormale condizione politica in cui si trovava l'Imperatore a provvedere apertamente alla guerra, e il timore di lui che la presa di Torino da parte del Giulay, troncasse l'impresa prima ancora che fosse cominciata. «Tutto mancava — scrive con manifesta esagerazione il ministro della guerra Randon nelle sue «Memorie» (II, pag. 6) — fuori che il coraggio»).
Quello che allora non si seppe, fu l'assicurazione data da Napoleone al Cavour che la guerra sarebbe scoppiata lo stesso, alquanto più tardi, ma più ampia e tale da ottenere popolarità in Francia, cioè non solo contro l'Austria ma contro tutta la Germania. (Scoppiò in fatti più tardi, e l'Impero ne andò in frantumi).
Che cosa rispondesse il Cavour all'annuncio di tale impresa, così sproporzionata e difforme dal suo scopo, noi non sappiamo. Però qualche cosa è espresso in una lettera, scritta da Parigi al La Marmora, in fretta e furia, la mattina del 29, prima di avere l'ultimo colloquio con l'Imperatore. «La questione italiana — scrive egli — è impostata così male, come peggio non si può credere, ecc. La guerra è inevitabile: sarà ritardata di due mesi, almeno: si farà contemporaneamente sul Reno e sul Po. Perchè la guerra abbia un esito felice per il Piemonte e per l'Italia, bisogna prepararci a fare il maggior sforzo possibile. I Francesi, trascinati loro malgrado, non ci perdoneranno mai il maggior peso di questa guerra, caduto sulle loro spalle. Sventura a noi se noi trionfassimo unicamente per mezzo dei Francesi. È soltanto battendoci meglio di loro e mettendo sotto le armi forze superiori alle loro, che noi salveremo il paese».
La lettera è terminata dal Nigra con un poscritto posteriore all'ultimo colloquio, che dice: «Il conte di Cavour dovendo andare a pranzo dalla principessa Matilde (è il pranzo a cui la parola acuta di Hübner accennò), non ha tempo di terminare questa lettera. Spera di partir domani. Egli non è punto soddisfatto della conferenza d'oggi con l'Imperatore e col Walewski».
Questa lettera, fu verosimilmente ignota al conte Paolo Federico Sclopis di Salerano, che tutto sperava nella «furia francese»: non la conobbe il Mazzini, che avrebbe, forse, modificato il suo giudizio su Cavour. Ma la deve aver conosciuta il La Marmora, perchè a lui era diretta; e fu davvero sventura che, verso il 1866, quando attendeva ad una specie di disarmo, se ne sia dimenticato.
Doloroso è invece che sia venuta a conoscenza dell'Hübner, perchè vi compone un increscioso commento: «Quest'ultima frase, che i soldati italiani si battano meglio dei soldati francesi ecc., sembrerebbe indicare un ottenebramento delle facoltà mentali di chi le ha scritte, ovvero è il linguaggio di un disperato che preferisce morire, come ha detto lui stesso, in un mare di sangue che sopra un letamaio».[269]
I documenti qui riferiti comprovano in quale stato di profondo turbamento si trovasse il Cavour, turbamento che non isfuggì punto all'Hübner, come vedemmo: ma non si creda che esteriormente ne desse alcun segno. Il De La Gorge (II, 423) osserva anzi che il Cavour «affettò coi diplomatici stranieri un'imperturbabile sicurezza», di che è documento il noto spiritoso colloquio col Rothschild che riferiamo in nota.[270]
Prima di partire per Torino non avendo potuto, a cagione della presenza del Walewski, esprimere interamente il suo pensiero all'Imperatore, nel ricordato colloquio del 29, gli lasciò una lettera, assai memoranda come poco nota. Dice che «dal colloquio acquistò la dolorosa convinzione che il conte Walewski è deciso di perderci: forzare il Re ad abdicare; me a dare le dimissioni, spingere il Piemonte verso l'abisso»; ma «se egli realizzerà i suoi progetti, perderà il Piemonte e non salverà la Francia. Avrà trasformata l'Italia, oggi interamente devota, in nemica mortale senza riguadagnare l'amicizia dell'Inghilterra o diminuire l'odio dell'Austria. Le potenze hanno capito abbastanza i progetti di V. M. per potere riprendere verso di Lei le loro antiche abitudini». Il che vuol dire: riconoscimento della via chiusa in cui l'Imperatore s'è avanzato; impossibilità di retrocedere. Si rivolge quindi «alla sua bontà ed alla generosità, per cui egli non permetterà che il solo alleato che V. M. ha in Europa, cada vittima della diplomazia, dopo avere in qualche modo rimesso fra le mani di V. M. la sua corona, la sua vita, la sua famiglia». Notevole il passo in cui disillude l'Imperatore ed il Walewski dell'esistenza in Italia di «un partito moderato che possa accontentarsi di concessioni illusorie come soddisfazione sufficente alle speranze che le parole di V. M. e l'attitudine della Sardegna hanno esercitato da tre mesi a questa parte.... Ne seguirà una terribile catastrofe. Il Re si troverà posto tra un atto di follia o di viltà. Non gli resterà altra risorsa che scendere dal trono ed andare a morire in esiglio come suo padre.... ecc.».[271]
Questa lettera è indubbiamente ammirevole per abilità e per passione; raccoglie tutti in un getto gli argomenti già noti, fra cui verissimo quello a cui con amaro gaudio accennava il Mazzini: «il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia»; ma altre cose contiene di cui è dubbio se maggiore sia la convinzione o l'intenzione di impressionare. È soggetto questo delicatissimo; di cui con poca delicatezza fa parola il De La Gorge. Partendo dall'attentato dell'Orsini, il De La Gorge riferisce: il nunzio, monsignor Sacconi, disse: «Ecco il frutto dell'agitazione mantenuta dal signor Cavour». L'Hübner disse: «Il momento è venuto di stabilire tra la corte delle Tuileries e quella di Vienna i legami di un'alleanza intima».[272] I nemici del Piemonte si unirono «per scongiurare l'Imperatore di abbandonare per sempre l'ingrata nazione che pagava con l'assassinio la costante benevolenza di lui».[273]
Or bene, non solamente al Favre, difensore dell'Orsini «in tempi in cui ogni licenza era accuratamente repressa», è data facoltà «di sottolineare, completare, chiarire» quella lettera all'Imperatore, che passò nella storia sotto il nome di testamento di Orsini; ma questa lettera, «quest'appello supremo del cospiratore, graduato con abilità infinita, che comincia con l'intimidazione e termina con la preghiera, come se avesse voluto destare nell'animo del Sovrano degli antichi ricordi addormentati», rivelerebbe al De La Gorge (pur non negandone l'autenticità) «una mano più esercitata, la quale avrebbe guidato quella dell'Orsini». «Ogni sorta di supposizione fu imaginata, senza che da questi indizi sparsi ed incoerenti si potesse sviluppare alcuna certezza o verosimiglianza».[274] È noto come le due lettere dell'Orsini furono per insistenza dell'Imperatore publicate il 31 marzo nella «Gazzetta ufficiale del Piemonte». «Nessuno pensò che il governo piemontese avrebbe osato quella publicazione, vera minaccia contro l'Austria, se l'Imperatore non avesse autorizzata, suggerita una simile temerità. Si dice che il Cavour, assai difficile a sconcertarsi, fu turbato da tale ardire: fece note le collere probabili dell'Austria; domandò che si garantisse il suo paese contro le eventualità dell'avvenire. L'Imperatore avrebbe risposto con nuove insistenze e fu allora, che la publicazione fu ordinata». Il Cavour, infatti, scriveva ai primi d'aprile del '58 al Villamarina, che «quella lettera colloca l'Orsini su di un piedestallo da cui non è possibile più farlo discendere»; che dei romagnoli, moderati, quasi codini, mi dicevano ieri che quella lettera avrebbe avuto un'eco enorme in Romagna e avrebbe per effetto di rendere popolare l'idea del regicidio»; che «il Re è molto afflitto di questa malaugurata pubblicazione e degli imbarazzi che creerà al suo governo».[275]
Ora la riassunta lettera all'Imperatore ricorda abilmente e delicatamente queste cose passate e le loro conseguenze. Ma il De La Gorge vi ricama, come dicevo, tale non delicato commento: «Questa crisi straordinaria aveva finito per far conoscere al Cavour l'Imperatore dei Francesi. Aveva indovinato che per trasformarlo in istrumento docile, la minaccia sarebbe stata così efficace come la carezza. Da allora si applicò a mescolare l'intimidazione alla lusinga, servendosi volta a volta dell'una e dell'altra per fare avanzare gli affari del suo paese. Ora si ingegna di ingrossare i progressi della rivoluzione italiana, progressi tali che sommergeranno tutto, se il Piemonte non la dirige e non l'assorbe; ora dipinge l'esaltazione dei partiti e aggiunge artificiosamente che se non si dà loro qualche pegno, sarà difficile, quasi impossibile, spegnere o prevenire nuovi complotti».[276]
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Fra gli impedimenti alla guerra d'Italia rimane a considerare quest'ultimo, il quale se dal lato politico potè avere minore importanza, dal lato morale deve avere forzato penosamente Luigi Bonaparte: voglio dire l'avversione dell'Imperatrice. Parecchie scene violente erano avvenute;[277] chè informata del patto di Plombières, ella gli disse una volta: «Voi siete lo zimbello, lo schiavo di Mazzini»;[278] e quegli protestando le sue ragioni politiche, ella conchiuse: «Da tutto questo affare non ne verrà alcun bene per la dinastia imperiale». Ella, inoltre, nel suo assolutismo religioso, intuiva che questa guerra avrebbe arrecato un danno certo, se non immediato, al potere temporale dei papi.
A tali ragioni di indole politica, altra ella ne aggiungeva di impressione subbiettiva: una disistima che non si curava nè meno di larvare per gli Italiani: «Gli Italiani — gli aveva detto un giorno — non vi saranno per nulla riconoscenti del sangue che state per versare in loro favore. Se voi credete di procurarvi degli amici coltivando le loro ambizioni e la loro vanità, vi ingannate. Un pericolo vi minaccia? essi vi volteranno le spalle».[279] Ed all'Arese, uno dei pochi italiani che degnava di eccezione, scriveva a guerra compiuta: «Non temete voi di provare all'Europa che il mestiere di Redentore è un mestiere da sciocchi? L'Imperatore è stato per un momento contro il sentimento del suo proprio paese, e gli fu necessario attizzare i sentimenti di generosità e di gloria, per fare accettare alla Francia, ancora stanca delle dure prove che ha passato, una guerra della quale la riconoscenza era il solo premio che si potesse sperare, mentre una sconfitta lo avrebbe colpito in un modo crudele».[280]
«Che cosa ha ricavato dalle sue guerre? Che profitto ha ottenuto dalla guerra d'Italia? Dalla spedizione del Messico? Nessuna. Molto probabilmente queste avventure l'hanno diminuito in potenza. Io gliel'ho detto: egli non mi ha risposto niente: oppure se ha risposto, ha detto parole vaghe di gloria, d'umanità, di fratellanza dei popoli, che so io? delle fanfaluche».[281]
Queste acri e terribili parole sono attribuite al Bismarck, partendosi da Biarritz prima della guerra del '66; nè mi paiono disdicevoli all'uomo che le avrebbe espresse, nè all'uomo a cui erano riferite.
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E pur con tutte queste opposizioni egli vuole la guerra, pur parlando di pace: arrivare alla guerra è la sua idea fissa. Di questo stato d'anima si sono accorti Hübner, Thiers,[282] Cowley.[283] Ma essi si sono anche accorti di un affetto del tutto spontaneo per l'Italia che nutriva in cuore quell'uomo impassibile; del desiderio di far qualche cosa per le popolazioni italiane.[284] Questa è la causa non politica, perchè generata da passione; questa la «fanfaluca» che fece germogliare quella guerra; o per dire più compiutamente, è la ragione ideale dell'Impero, il sogno della sua giovanezza vissuta fra noi, in mezzo al nostro martirio, giacchè spesso avviene all'uomo, quasi per virtù istintiva, di rifare, come può, il bozzolo dai fili d'oro e di speranza della sua giovanezza.
Quando l'Hübner riproducendo il colloquio e la cospirazione di Plombières, dice che vi si sente più che un Imperatore, il giovane di Forlì del '31, dice cosa esatta. Gran lode o gran biasimo, a libera scelta. E così si può pensare delle sue umane dubbiezze nell'accingersi al gran passo; e così, non tenendo conto di tutte le circostanze e di tutti gli impedimenti, lo si può rimproverare di aver reso un servizio a mezzo, sì che il beneficato, invece di pensare a ciò che ha ricevuto, pensa invece a ciò che ancora gli rimane da ricevere. Il De La Gorge, a cui non isfugge un'occasione per ispargere ironia su la infelice politica di questo ultimo Cesare, ricordando la meravigliosa valle del Po, oggetto di invidia nei secoli, campo chiuso di infinite guerre, osserva: «Ma la guerra novella non sarebbe assomigliata alle guerre passate, se non per l'abbondanza del sangue sparso. Lo scopo era, non di dominare l'Italia, ma di liberarla».[285]
Dopo questa prima e vera ragione, ove si intendano senza malignità, si possono anche accogliere, ma con debita misura, le altre cause che si adducono, specialmente dagli avversari di Napoleone III,[286] non ultima e non ancora ben nota e strana, quella derivante dall'attentato di Felice Orsini e dalla sua ammirevole morte.[287]
Da ideologo e da umanitario egli intraprese la guerra d'Italia; e con l'aggravante di un errore di giudizio; con il convincimento cioè che, cacciato lo straniero, la rivoluzione non sarebbe andata più oltre; e la federazione sarebbe stata la forma naturale della nuova Italia.
Firmando la pace di Villafranca, egli persiste in questa sua idea e non vuol vedere che il moto è invece unitario fino alle ultime conseguenze; che la sementa sparsa dal Mazzini, germoglia oramai da per tutto; che, anzi, Villafranca, come un acquazzone in mezzo all'estate, compie il miracolo del germoglio. La sera cade fosca: ma al mattino il sole ride tranquillo; il monte e il piano verdeggiano già della messe novella. Come il temporale di Solferino: esso dà un momento di sosta all'atroce mischia dei Francesi; mentre gli Italiani sotto l'aiuto di quella tempesta, flagellante in faccia gli Austriaci, ripetono il disperato assalto di San Martino e vi piantano il vessillo dell'Unità. Cavour, che più violentemente di tutti è travolto dall'onda di Villafranca, quando s'avvede dell'effetto meraviglioso, esclamerà: «Che benedetta sia la pace di Villafranca!»[288]
E quando Napoleone III se ne avvide, «lasciò fare troppo agli Italiani a dispetto dei più dei Francesi».[289] E se tanta malvagità era in quest'uomo, l'onda degli oltraggi che montò verso di lui, non gli doveva anzi consigliare l'opposto?
Idea fissa la guerra; ma l'idea fissa non è equivalente di volontà; la volontà vera era in Cavour; e l'aver ceduto a questa forza di volontà deve pure significare alcuna cosa!
L'onnipotenza di quel Secondo Impero, che si rivelò poi così passeggera, potè dare all'anacronismo una parvenza di realtà; ma è dubbio se, senza quell'idea fissa antica, senza quell'illusione di potere imporre al mondo il buon diritto con la spada di Cesare, senza quelle «pagine strappate» nel suo cervello, egli avrebbe mai intrapresa la guerra d'Italia.