Allora eran consoli a Roma Cornello Lentulo ed Elio Peto, per cui conseglio la pace fu fatta intra Cartagginesi e Romani. Quando la novella fu saputa e detta in Cartaggine, allora fecero grande gioia con tutte le sciagure che avevano aute, perciò che avevano pace con Scipio e con Romani, onde sapevano che Cartaggine non sarebbe distrutta. Questa pace non potè lo re Anibal vedere nè udire, anzi si partì della città dolente e corruccioso, e sì se n'andò facendo grande dolore allo re Antioco di Siria, che lo ricevette allegramente, e molto l'onorò per la grande prodezza e per lo ardimento che era in lui, e sì lo fece capitano di tutti suoi cavalieri e pedoni per mare e per terra.
Intanto venne Scipio dinanzi a Cartaggine con tutta sua oste per ricevare e conventi de' Cartagginesi, siccome voi avete udito dire e parlare adietro. Allora fece prendare le navi, delle quali v'aveva più di cinquecento, molto riccamente apparecchiate, e sì le fece venire dinanzi alla città, e sì lo' comandò sopra tutti e patti che erano tra loro e Romani, che non mettessero più che trenta navi in mare insieme, sapendo che se passassero suo comandamento, elli li farebbe distruggiare; ed allora entrò Scipio in Cartaggine, e furonli le chiavi della città date e presentate.
Allora vennero a lui tutti li cittadini delle città d'Affrica, e sottomissersi a fare sua volontà e sue comandamenta. Allora conquistò Scipio molto avere e molto tesoro, e sì donò franchigia a cui volse, e a cui volse la tolse, e sì abbattè tutte le fortezze d'Affrica; e quando elli ebbe ciò fatto, elli si tornò a Roma con grande vittoria e con grande onore riceuto da' consoli e da tutto l'altro popolo, e da quello dì innanzi fu chiamato Scipio Affricano, perciò ch'elli aveva tutta l'Affrica conquistata, siccome voi avete inteso. Ed era durata la detta guerra ventun anno, però che Anibal, siccome io v'ô detto, stette in Italia diciotto anni, e Scipio stette tre anni in Affrica, innanzi che sottomettesse Affrica a sua signoria; e sappiate che in sì breve tempo non avarebbe acquistata sì grande signoria, se non fusse le battaglie che fece con Anibal e vente, che aveva tutta la forza d'Affrica insieme ragunata.
Finite le siconde guerre che ebbero e Romani co' Cartagginesi, quando conquistaro Cartaggine e tutta Affrica.
Dopo due anni solamente infra sei cento anni che Roma era stata primamente fondata, nel tempo che Lucio Censorino e Marco Manio erano consoli di Roma, levonnosi contra a' Romani quelli d'Affrica la terza guerra; ma non si sa perchè la guerra si rincominciò, che molto fu grande e maravigliosa, onde la città di Cartaggine fu distrutta e confusa, siccome voi potrete udire e intendare.
Nel tempo che io v'ô detto, providdero li senatori e consoli e la comunità di Roma di distruggiare Cartaggine, e sì tosto come quello conseglio fu preso, lo consolo Lucio Censorino e Marco Manio e Publio Scipio furono eletti per passare il mare e per andare in Affrica. Costoro s'apparecchiaro molto riccamente di buoni cavalli e di ricche armadure, e molto assembraro grande gente appiè e a cavallo e molto avere. Quando esciro di Roma, costoro andaro tanto ch'ellino entraro in mare con grande navilio, e sì tosto come furo in mare, il vento si levò, il quale ferì nelle vele di diversi colori, e sì andaro tanto senza tempesta, che giunsero in Affrica assai presso a Cartaggine; e sì tosto come ebbero preso porto e l'àncore gittate in terra, ellino trassero delle navi cavalli e armadure, e sì si attendaro longo il porto alla marina, e là si riposaro li Romani tre dì, e intanto mandaro loro messaggi a' baroni della terra di Cartaggine, che lo' venissero a parlare, ed ellino così fecero; e sì tosto come e consoli di Roma li viddero, sì lo' comandaro che lo' dessero tutte loro navi e loro armadure per fare loro bisogno, perciò che none avevano recate tante armadure, quante a loro genti bisognava. A questo comandamento non si ristettero niente e Cartagginesi, anzi dierono a' Romani tutto loro navilio e galee altresì. Appresso lo' fecero arrecare fuore di Cartaggine sì grande quantità d'armadure, che tutte le genti d'Affrica se ne sarebbero potuti armare per difendare loro corpi in battaglia.
Sappiate che mai sì grande quantità d'armadure non furono vedute, come ebbe allora dinanzi a Cartaggine. Quando e Cartagginesi ebbero date a' Romani loro armadure, così come voi avete udito, li Romani lo' comandaro che abbandonassero loro città e abbattessero loro fortezze, e sì si dilongassero dal mare dieci milia passi per fare loro magioni e loro casamente. Quando ciò intesero li Cartagginesi, ellino furono tutti corrucciati comunemente più per loro armadure, d'onde s'erano sforniti, che per nissuna altra cosa, però che non sapevano che si potere fare; ma nella fine s'accordaro a ciò che prima volevano morire nella città ed essare là entro sepolti, che nolla difendessero tanto quanto potessero; e tantosto elessero dentro a la città due alti uomini forti e possenti di grande signoria, de' quali l'uno aveva nome Famenca, e l'altro Asdrubal, che fussero duca e conducitori della città, e sopra a tutti li altri fu data la balia a Asdrubal. E sì tosto come ebbero ciò fatto e divisato, ellino fecero le porti della città serrare, acciò che neuno potesse nè entrare, nè uscire; poi fecero ragunare tutti li maestri della città, e fecero fare armadure di rame e di cuoio e d'oro e d'ariento e di metallo per loro bisogno e necessità del ferro. Là furo fatti li sberghi d'oro e d'argento, sicchè non vi fu risparmiata ricchezza, e di quello tanto di ferro e d'acciaio che eglino avevano, fecero fare spade e saette e dardi e ferri da lancie, e del rame e del cuoio fecero l'altre armadure.
Quando li consoli romani viddero che li Cartagginesi non rispondevano a quello che l'avevano comandato, ellino ordinaro d'assalire la città, e che se prendare la potessero per forza, sì l'abbattarebbero infino a' fondamenti. Allora incominciaro a fare grandi torri di legname e altri ingegni sopra le navi medesime de' Cartagginesi, delle quali giognevano insieme sei e sette e legavanle insieme, perchè potessero portare maggiore peso e fussero più forti, secondo le grandi mura alte e grosse di pietra murate con fina calcina; e d'altra parte verso terra ferma fecero molti trabocchi e manganelli e altri edifizii per abbattare le mura. Molto s'apparecchiaro bene li Romani per distruggiare la ricca città di Cartaggine, che la reina Dido, che Elisa fu chiamata, aveva primamente per suo grande senno e per sua grande ricchezza cominciata e fondata.
Non vi lassarò ora al presente, che io non vi divisi Cartaggine come ella era posta e fondata. La città era tutta intorniata di mura, ed era dieci miglia passi di longhezza; le mura erano alte quaranta gomita, tutte di pietra murate a fina calcina, ch'era altresì forte come la pietra, ed erano grosse le mura trenta piei. Tutta la città poca ne falliva ch'era cinta di queste mura, e sì aveva due braccia di terreno che si stendevano infino al mare, e là entro veniva il mare, il quale era largo tre milia passi dall'uno braccio della terra a l'altro; e quello mare ch'era inentro, chiamavano li Cartagginesi stagno, perciò ch'e venti non vi potevano, perchè le mura erano alte e grosse, e la torre dall'una parte e dall'altra sì lo difendeva dal vento. Sopra quello stagno infra li due bracci della terra, ch'io v'ô detto, era la ricca torre, la quale Bisse era chiamata; questa torre era più di mille passi larga, e tanto era forte e grossa e di grande altezza, che pareva che giognesse alle nuvile. A quella nobile torre, che sopra al mare era posta, giognevano li forti muri della città alti e grossi, e molte più altre torri v'erano alte e grosse dalla parte dov'era il terreno; e aveva intorno fossi larghi e profondi, e all'entrata della città sopra le porti erano due torri per difendare l'entrata.
Molto era la città di Cartaggine forte in quello tempo e fornita di buona gente provata e molto vigorosa, ma d'armadure per loro difendare avevano la maggiore parte grande mancamento. Li consoli di Roma, che grande numaro di gente avevano appiè e a cavallo, fecero la città assalire per mare e per terra, e tanto fecero che per forza gittaro co' loro ingegni alle mura di verso terra ferma, delle quali mura abbattero una grande parte, e quelli della città si difendevano vigorosamente con archi e con saette e con altri ingegni, ch'elli avevano fatti per loro difendare; ma tanto gli assalsero e Romani in diverse parti, che Lucio Censorino e gran parte di sua gente si missero per la città per le rotture ch'eglino avevano fatte nelle mura; ma li Cartagginesi se lo' fecero alla rincontra, che li ricevettero arditamente coll'aiuto di coloro ch'erano in sulle mura, che lo' gittavano grandi pietre, sicchè li rimissero per forza fuore della città; e molto v'arebbero allora li Romani riceuto danno, se non fusse Publio Scipio, che suo corpo solamente ritenne la forza de' Cartagginesi, e sì li rimisse a malgrado loro dentro alle mura per sua grande prodezza.
E così rimase allora il primo assalto di Cartaggine, e li Cartagginesi racconciaro le mura il meglio che potero per loro difendare. Intanto li Romani abbandonaro Cartaggine, però che Masinieno lo re de' Mirmidoni, e quali erano stati loro amici per più di quaranta anni, esso passò di questa vita; e sì lassò nelle mani di Scipio tutto il suo reame e tre suoi figliuogli, chè non voleva che appresso sua morte fusse infra loro discordia e mala voglienza, però ch'elli cognosceva lo consolo Scipio tanto prudente e leale, che ciascuno de' suoi figliuogli farebbe stare contento; e tutto fece Masimieno per l'amore che Scipio li aveva portato e per sua grande gentilezza.
Intanto Marco Manio e Lucio Censorino assediaro la città di Tezagao in Affrica, la quale presero per forza, e uccisero dodici migliaia d'Affricani e sei milia ne presero, e in quella città conquistaro molto grande avere, della quale città fecero le mura abbattare. In quello tempo si ribellò contra a' Romani Sicondo Filippo di Macedonia, che da loro medesimi teneva la signoria. Incontra a costui fu mandato uno alto principe di Roma, che Juvasio era chiamato, con molta grande gente e cavallaria; ma sì tosto come gionsero in Macedonia, eglino s'assembrarono a battaglia contra a Sicondo Filippo. In quella battaglia fu morto e sconfitto Juvasio con tutta sua gente, della quale cosa ebbero e senatori e tutti e Romani grande dolore ed ira.
Allora tornò Scipio lo consolo a Cartaggine con sua gente, poi ch'egli ebbe tutto lo reame de' Mirmidoni partito e dato a' tre frategli, che tenere dovevano la signoria, e quando furo tornati a Cartaggine, Scipio che consolo era per li Romani, a gran pena assentì che la terra fusse guasta e diserta; ma li Cartagginesi l'avevano rifornita e sì acconcia in tutte parti, che non dottavano persona, se non fussero e Romani, contra a cui non potevano avere nè soccorso nè aiuto, e allora li Romani s'armarono per assalire la città per mare e per terra. Là fu molto crudo assalto e molta pericolosa battaglia, però che sei dì e sei notti li Romani non finaro d'assalire e di combattare la città in più parti; là fu molta grande distruzione fatta di pedoni e di cavalieri di quelli d'entro e di quelli di fuore.
Molte fiate gittaro li Cartagginesi lo fuoco ardente sopra alli ingegni de' Romani, ma i Romani erano apparecchiati, che tostamente lo spegnevano; e quando venne il settimo dì, che l'assalto e la battaglia era durata senza riposo prendare, quelli della città, che bene vedevano che la città non si poteva più difendare, perciò che Scipio l'aveva già prese le prime difese di loro fortezze, e tutti coloro che le mura difendevano, aveva fatti fuggire, e niuno non si osava più di difendarla, allora cominciarono li Cartagginesi molto fortemente a gridare che Scipio li ricevesse, salve le persone, rimanendo suoi servi.
Così s'arrendero e Cartagginesi a Scipio, che più non si potevano difendare contra alla forza de' Romani che l'avevano assediata; e allora vennero le donne e le donzelle della città, che grande dolore facevano dinanzi a Scipio, a cui erano menate dinanzi. Appresso vennero le compagne de' cavalieri e de' pedoni e d'altri uomini della città, de' quali v'erano più di trenta milia, tutti sanguinosi per lo combattare ch'avevano fatto per loro difendare, e delle femmine ve n'erano più di venticinque milia, molto triste e molto dolorose, però che Asdrubal loro signore si rendè a Scipio di sua volontà; e tantosto Scipio fece mettare fuoco per tutta la città nelle torri e nelle case e nelle magioni. Coloro che s'erano fuggiti ne' templi, si gittavano ne' fuochi di loro volontà per ardarsi. Quando la città fu tutta arsa, la donna d'Asdrubal con due suoi figliuogli ch'ell'aveva, si lassò cadere per disperata nella maggiore fiamma del fuoco ch'ella vidde, e subito arse.
Così morì l'ultima reina di Cartaggine, che s'uccise per sua grande follìa così come la primaia. Là guadagnaro li Romani grande tesoro, ch'e Cartagginesi avevano assembrato di più contrade di Italia, di Cicilia e di Spagna e di molte altre contrade e città, ch'egli avevano robbate e distrutte; e quando tutto l'avere fu tratto fuore della città, Scipio lo fece rendare a coloro, a cui era stato tolto delle contrade e città, ch'io v'ô nominate. Intanto arse la città, che bene diecisette dì pugnò ad ardare, e allora fu Cartaggine al tutto distrutta e tutte le mura abbattute infino alle fondamenta, e non vi rimase nè torre, nè casa, nè magione, che non fusse a terra abbattuta e in cénare e in polvare tornata; e tutti i prigioni che vi furo presi, venderono e missero in servaggio, fuori che Asdrubal e certi alti prencipi di Cartaggine, e quagli furono menati a Roma. E sappiate che in capo di settecento anni che Cartaggine era stata primamente fondata, sì fu ella distrutta e disfatta, siccome Macrobio e più altri savi dicono. Quattro anni stettero e sopradetti consoli in Affrica innanzi che la distruggessero. Scipio per sua prodezza e per suo senno e per sua larghezza acquistò il sopranome di suo zio, e sì fu poi chiamato Scipio Affricano tutti e dì di sua vita.
Quando e Romani ebbero fatto di Affrica tutta la loro volontà, eglino sì si missero in mare con sì grande avere, che non si potrebbe contiare; e sì navicoro tanto a vele stese, che vennero in Italia, e poi se n'andaro a Roma. Della allegrezza e onore che lo' fu fatta da' senatori e dall'altro popolo di Roma non vi voglio lunghe parole fare, che troppo arei a dire, se raccontare ve le volessi al presente; e così fu Cartaggine distrutta e tutta Affrica sottomessa per li Romani.
Finita la prima e la siconda guerra e la terza, ch'e Romani ebbero co' Cartagginesi, le quagli guerre duroro circa a cinquanta anni, e in fine fu distrutta la città di Cartaggine dal popolo romano.
Questo libro scrisse Jacomo di Buccio di Ghinucci da Siena; finissi di scrivare a dì xvii di ferraio anni M.CCCC.LIIII Deo gratias. Amen.
Nota che questo libro è di Muciatto Cierretani, il quale â comprato oggi questo dì 22 d'aprile 1491 da Battista Cozaregli orafo.
VOLUMI GIÀ PUBBLICATI
| 1. | Novelle d'incerti autori | L. 3.— |
| 2. | Lezione o vero Cicalamento di M. Bartolino | 5.— |
| 3. | Martirio d'una Fanciulla Faentina | 1.25 |
| 4. | Due novelle morali | 1.50 |
| 5. | Vita di messer Francesco Petrarca | 1.25 |
| 6. | Storia d'una Fanciulla tradita da un suo amante | 1.75 |
| 7. | Commento di ser Agresto Ficaruolo | 5.— |
| 8. | La Mula, la Chiave e Madrigali | 1.50 |
| 9. | Dodici Conti Morali | 4.— |
| 10. | La Lusignacca | 2.— |
| 11. | Dottrina dello Schiavo di Bari | 1.50 |
| 12. | Il Passio o Vangelo di Nicodemo | 2.50 |
| 13. | Sermone di S. Bernardino da Siena | 1.50 |
| 14. | Storia d'una crudel matrigna | 2.50 |
| 15. | Il Lamento della B. V. Maria e le Allegrezze in rima | 1.50 |
| 16. | Il Libro della vita contemplativa | 1.50 |
| 17. | Brieve Meditazione sui beneficii di Dio | 2.— |
| 18. | La Vita di Romolo | 2.— |
| 19. | Il Marchese di Saluzzo e la Griselda | 2.— |
| 20. | Novella di Pier Geronimo Gentile Savonese. Vi è unito: Un'avventura amorosa di Ferdinando D'Aragona Vi è pure unito: Le Compagnie de' Battuti in Roma | 2.50 |
| 21. | Due Epistole d'Ovidio | 2.— |
| 22. | Novelle di Marco Mantova scrittore del Secolo XVI. | 5.— |
| 23. | Dell'Illustra et famosa historia di Lancillotto dal Lago | 2.— |
| 24. | Saggio del Volgarizzamento antico | 2.50 |
| 25. | Novella del Cerbino in ottava rima | 2.— |
| 26. | Trattatello delle virtù | 2.— |
| 27. | Negoziazione di Giulio Ottonelli alla Corte di Spagna | 2.— |
| 28. | Tancredi Principe di Salerno | 2.— |
| 29. | Le Vite di Numa e T. Ostilio | 2.— |
| 30. | La Epistola di S. Iacopo e i capitoli terzo e quarto del Vangelo di S. Giovanni | 2.— |
| 31. | Storia di S. Clemente Papa | 3.— |
| 32. | Il Libro delle Lamentazioni di Ieremia | 2.— |
| 33. | Epistola di Alberto degli Albizzi a Martino V | 2.— |
| 34. | I Saltarelli del Bronzina Pittore | 2.— |
| 35. | Gibello. Novella inedita in ottava rima | 3.— |
| 36. | Commento a una Canzone di Francesco Petrarca | 2.50 |
| 37. | Vita e frammenti di Saffo da Mitilene | 3.— |
| 38. | Rime di Stefano Vai rimatore pratese | 2.— |
| 39. | Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca | 2.50 |
| 40. | Il libro della Cucina del Secolo XIV | 6.— |
| 41. | Historia della Reina D'Oriente | 3.— |
| 42. | La Fisiognomia. Trattatello | 2.50 |
| 43. | Storia della Reina Ester | 1.50 |
| 44. | Sei Odi inedite di Francesco Redi | 2.— |
| 45. | La Istoria di Maria per Ravenna | 2.— |
| 46. | Trattatello della verginità | 2.— |
| 47. | Lamento di Fiorenza | 2.— |
| 48. | Un Viaggio a Perugia | 2.50 |
| 49. | Il Tesoro. Canto carnascialesco | 1.50 |
| 50. | Storia di Fra Michele Minorita | 6.— |
| 51. | Dell'Arte del vetro per musaico | 6.— |
| 52-53. | Leggende di alcuni Santi e Beati | 10.50 |
| 54. | Regola dei Frati di S. Iacopo | 5.— |
| 55. | Lettera de' Fraticelli a tutti i cristiani | 1.50 |
| 56. | Giacoppo novella e la Ginevra novella incominciata | 3.— |
| 57. | La leggenda di Sant'Albano | 4.— |
| 58. | Sonetti giocosi | 2.50 |
| 59. | Fiori di Medicina | 3.— |
| 60. | Cronachetta di S. Germignano | 2.— |
| 61. | Trattato di Virtù morali | 6.50 |
| 62. | Proverbi di messer Antonio Cornazano | 8.— |
| 63. | Fiore di Filosofi e di molti savi | 3.— |
| 64. | Il libro dei Sette Savi di Roma | 3.60 |
| 65. | Del libero arbitrio. Trattato di S. Bernardo | 4.— |
| 66. | Delle Azioni e sentenze di Alessandro De' Medici | 6.— |
| 67. | Pronostici d'Ipocrate. Vi è unito: Della scelta di curiosità letterarie | 3.50 |
| 68. | Lo stimolo d'Amore attribuito a S. Bernardo. Vi è unito: La Epistola di S. Bernardo e Raimondo | 3.— |
| 69. | Ricordi sulla vita di F. Petrarca e di M. Laura | 1.50 |
| 70. | Tractato del Diavolo co' Monaci | 2.50 |
| 71. | Due Novelle | 3.50 |
| 72. | Vbbie, Cancioni e Ciarpe | 3.— |
| 73. | Specchio dei peccatori attribuito a S. Agostino | 2.50 |
| 74. | Consiglio contro la pistolenza | 2.— |
| 75-76. | Il volgarizzamento delle favole di Galfredo | 14.50 |
| 77. | Poesie minori del Secolo XIV | 4.— |
| 78. | Due Sermoni di Santo Efrem e la Laudazione di Iosef | 2.50 |
| 79. | Cantare del Bel Gherardino | 2.— |
| 80. | Fioretti dell'una e dell'altra fortuna di F. Petrarca | 8.— |
| 81. | Cecchi Gio. Maria. Compendio di più ritratti | 3.— |
| 82. | Rime di Bindo Bonichi da Siena edite ed inedite | 7.50 |
| 83. | La Istoria di Ottinello e Giulia | 2.50 |
| 84. | Pistola di S. Bernardo a' Frati del monte di Dio | 7.— |
| 85. | Tre Novelle Rarissime del Secolo XIV | 5.— |
| 861 862 87-88. | Il Paradiso degli Alberti | 40.— |
| 89. | Madonna Lionessa. Cantare inedito del Secolo XIV aggiuntovi
una Novella del Pecorone. Vi è unito: Libro degli ordinamenti de la compagnia di S. M. del Carmino | 4.— |
| 90. | Alcune Lettere famigliari del Secolo XIV | 2.50 |
| 91. | Profezia dalla Guerra di Siena. Vi è unito: Delle Favole di Galfredo. Vi è pure unito: Due Opuscoli rarissimi del Secolo XVI | 5.50 |
| 92. | Lettere di Diomede Borghesi. Vi è unito: Quattro Lettere inedite di Daniello Bartoli | 3.50 |
| 93. | Libro di Novelle Antiche | 7.50 |
| 94. | Poesie Musicali dei Secoli XIV, XV e XVI | 3.— |
| 95. | L'Orlandino. Canti due | 1.50 |
| 96. | La Contenzione di Mona Costanza e Biagio | 1.50 |
| 97. | Novellette morali Apologhi di S. Bernardino | 5.50 |
| 98. | Un Viaggio di Clarice Orsini | 1.— |
| 99. | La Leggenda di Vergogna | 7.50 |
| 100. | Femia (Il) Sentenziato | 7.— |
| 101. | Lettere inedite di B. Cavalcanti | 8.50 |
| 102. | Libro Segreto di G. Dati | 3.80 |
| 103. | Lettere di Bernardo Tasso | 7.— |
| 104. | Del Tesoro volgarizzato di B. Latini. Libro I | 7.— |
| 105. | Gidino. Trattato dei Ritmi Volgari | 10.50 |
| 106. | Leggenda di Adamo ed Eva | 1.50 |
| 107. | Novellino Provenzale | 8.— |
| 108. | Lettere di Bernardo Cappello | 4.— |
| 109. | Petrarca. Parma Liberata. Canzone | 6.50 |
| 110. | Epistola di S. Girolamo ad Eustochio | 7.— |
| 111. | Novellette di Curzio Marignolli | 3.50 |
| 112. | Il Libro di Theodolo o vero la visione di Tantolo | 4.— |
| 113-114. | Mandavilla Giovanni. Viaggi. Vol. 2. | 14.— |
| 115. | Lettere di Pietro Vettori | 2.50 |
| 116. | Lettere volgari del Secolo XIII | 6.50 |
| 117. | Salviati Leonardo. Rime | 4.— |
| 118. | La Seconda Spagna e l'Acquisto di Ponente | 12.— |
| 119. | Novelle di Giovanni Sercambi | 12.— |
| 120. | Bianchini. Carte da Giuoco in servigio dell'Istoria | 3.50 |
| 121. | Scritti vari di G. B. Adriani e di Marcello suo figliuolo | 9.50 |
| 122. | Batecchio. Commedia di Maggio | 4.— |
| 123-124. | Viaggio di Carlo Magno in Ispagna | 16.— |
| 125. | Del Governo dei Regni | 7.— |
| 126. | Il Saltero della B. V. Maria | 7.— |
| 127. | Il Tractato dei mesi di Bonvisin da Riva | 4.— |
| 128. | La Visione di Tugdalo, secondo un testo del sec. XIII | 7.— |
| 129. | Prose inedite del Cav. Leonardo Salviati | 6.— |
| 130. | Volgarizzamento del Trattato della Cura degli Occhi | 4.— |
| 131. | Trattato dell'Arte del Ballo | 4.— |
| 132-132.3 | Lettere scritte all'Aretino parti 3. | 34.50 |
| 133. | Rime di Poeti del Sec. XVI | 5.— |
| 134. | Novelle di Ser Andrea Lancia | 2.50 |
| 135. | I Cantari di Carduino, Tristano e Lancielotto | 5.50 |
| 136. | Dati Giuliano, poemetto in ottava rima | 5.50 |
| 137. | Zenone da Pistoia. La Pietosa Fonte | 7.50 |
| 138. | Facezie e Motti de' sec. XV e XVI | 5.— |
| 139. | Rime di Pietro De Faytinelli | 3.50 |
| 140. | Libro della natura degli Uccelli, con figure | 12.— |
| 141. | Buonacorso da Montemagno, prose | 4.— |
| 142. | Eredia Luigi, rime | 3.— |
| 143. | La terza deca di Tito Livio (Lib. I.) | 8.— |
| 144. | La Navigatione del Colombo | 8.— |
| 145-146. | Lettere inedite d'Illustri Bolognesi | 18.— |
| 147. | La Defensione delle Donne | 7.50 |
DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
Sonetti editi ed inediti di F. Ruspoli.
Lettere di Laura Battiferri.
Lettere scritte all'Aretino (Vol. II. Part. II.).
Belincioni B. Sonetti, Canzoni ecc.
Livio Tito, terza Deca volgarizzata. (Lib. II.).
[1] Nell'edizione d'Augsbourg del 1537 ha per titolo: «De Bello Punico libri II, quorum prior bellum inter Romanos et Carthaginienses primum continet, hactenus apud Livium desideratum, alter seditionem militis conductitii et populorum Africae a Carthaginiensibus defectionem. Bellum item Illiricum et Gallicum, quae et ipsa apud Livium desiderantur.»
[2] Parlando di quelli che scrissero sopra questa materia, dice:
«La guerra Punica che fu tra i Cartaginesi e i Romani da molti de' nostri latini e da molti greci fu trattata e scritta; ma e primi e più antichi scrittori di quella furono dalla parte de' Romani Marco Fabio Pittore, e dalla parte de' Cartaginesi fu uno che ebbe nome Filino. Questi furono quasi in questo medesimo tempo che fu la guerra, e per affezione della patria sua ciascuno di loro tirato, benchè nelli eventi e fatti della guerra scrivessero il vero, nientedimeno nelle giustificazioni e nelle cagioni l'uno e l'altro sanza passione si truova avere scritto. Filino Cartaginese molti greci dottori e scrittori seguitavano, intra i quali fu quasi come principale Polibio Megalopolitano greco scrittore e di grande alturità, e Fabio Pictore ancora de' nostri latini andarono dietro, et massime Tito Livio patavino padre delle storie Romane, e libri del quale se fussero in piè, non sarebbe bisognio di prendare nuova fatiga; ma perchè questa parte dell'opere sue insieme con molte altre è perduta, noi a ciò che la fama di così gran fatti non perisse, da Polibio e da altri greci ricogliendo, abbiamo composto e di nuovo scritto questa guerra, ecc.»
[3] Cod. XIV, Pl. LXV. L'Aretino nato nel 1369 morì 75 anni dappoi; il Poggio e Giannozzo Manetti gli dedicarono orazioni funebri.
[4] Pag. LVI. Mittarelli, Bibliot. di S. Michele, p. 659.
[5] Brixiae apud Iacobum Britannicum, 1498 in fol.; Parisiis apud Badium Ascensium, 1512; Augustae Vindelicorum apud Philippum Ulhardum, 1537 in 4.
[6] Quell'edizione finisce con questa chiusa: «Polybii historici Megalopolitani liber tertius et ultimus finitur.» Il Negri nella Storia de' Fiorentini Scrittori, p. 352, dice anch'egli che Badio Ascensio nell'edizione parigina di quest'opera v'ha posto in fronte il nome di Polibio, persuaso con altri che l'Aretino non abbia fatto in essa altra fatica, che dal greco tradurre quello scrittore in latino, abbenchè egli prevenendo questa censura, nella sua Prefazione lo neghi.
[7] Biblioth. lat. mediae et inf. latinit., T. 1 pag 293: «De Bello Punico lib. III prodierunt primo Brixiae anno 1498 sub hoc titulo: Polybius historicus de primo Bello Punico latino Leonardo Aretino interprete.
[8] Bibliot. degli Aut. Greci e Lat. volgarizz., nel T. 34 della Collez. Calogerà, p. 267.
[9] La prima guerra di Cartaginesi con Romani di M. Lionardo Aretino nuovamente tradotta e stampata ecc. Il Fabrizio (Biblioth. Graeca, T. IV, p. 331) nota le edizioni venete nel 1546 e 1564 dell'intera Storia di Polibio nella versione di Lodovico Domenichi, e alla pag. 329 nota la versione latina dell'Aretino dal greco di Polibio del libro de Bello Punico, della quale ricorda due Codd. mss. della Biblioteca di S. Michele di Venezia e nella Laurenziana.
[10] Argelati, Bibliot. de' Volgarizz., T. I, p. 188.
[11] Per Bartholomaeum de Zanis, 1490 et 1511 in f. Quella del 1493 conclude così: «Finite le Deche de Tito Livio padovano historiographo vulgare historiate con uno certo tractato de bello punico stampate nella inclita cittade de Venetia per Zovane Vercellese ad instancia del nobile Ser Luca Antonio Zonta fiorentino nell'anno M.CCCC.LXXXXIII, adì XI del mese di febbraio.»
[12] Di questa l'Argelati (op. cit.), additando pure il Codice Ambrosiano, non fa alcun cenno, e probabilmente essa gli passò inosservata, credendola parte della precedente prima e seconda guerra.
[13] Appare dalla sua narrazione ch'egli si giovò dell'autorità e degli scritti di Eutropio, a cui sovente si riferisce. Sarebbe egli mai lo stesso Leonardo, che compito da altri il volgarizzamento delle guerre precedenti, siasi accinto a continuare il racconto come suo lavoro originale? Ai dotti la sentenza.
[14] Nelle Biblioteche di Firenze esistono molti Codici, taluni membranacei e pregevolissimi per calligrafia e per belle miniature, che contengono il testo, quale fu già impresso, delle guerre cartaginesi, recate in volgare, dicono essi, da un amico o da uno scolaro dell'Aretino; ma nessuno ha la presente continuazione. In alcuni di essi leggesi nel primo foglio questo distico:
Tu che con questo libro ti trastulli,
Guardal dalla lucerna e da' fanciulli.
[15] C. Flaminio Nepote fu console nell'a. 531 di Roma e 223 a. C., e Claudio Marcello nell'a. seguente con Gn. Cornelio Scipione Calvino; nel 223 infatti i Romani trionfarono dei Galli.
[16] Aito non evvi nei dizionarii.
[17] Aguatio e aguaito, contiare, guatiare, ontia, ontioso, ecc. son forme usate sovente dagli antichi.
[18] Temuta; il Compagni, parlando di Firenze: «Ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta per sua grandezza dalle vicine».
[19] Per metatesi in luogo di purgata.
[20] Il Barberino nel Reggim. ecc., P. VI:
Vidi quel viso, che suol luce dare
Colli suoi raggi per tutto il paese,
Bagnato ed irrigato
Di quelle lagrime che escan dagli occhi.
Ver è che molte si partan dal vero.
[21] Anche ointoso disse Bacciarone di messer Baccone: «Assai più è ointoso».
[22] Il Mongiove o Gran S. Bernardo.
[23] T. Livio, lib. XII, narra che quel passaggio fu aperto aspergendo d'aceto la rupe infuocata, impiegandovi quattro giorni; racconto abbastanza inverosimile.
[24] Il Cavalcanti nella Medicina del cuore, 235: «Come s'appressima la salute, così s'appressima la tentazione».
[25] Punsero; nel Ciriffo Calvaneo, 3: «Ed in un tratto poi il destrier brocca».
[26] Concogliare per raccogliere non trovasi nei dizionarii.
[27] Il Sarno?
[28] Eutropio dice che in quel combattimento «periit Æmilius Paulus consul, consulares et praetorii XX, senatores capti aut occisi XXX, nobiliores viri CCC, militum XL millia, equitum tria millia et quingenti.»
[29] Il Boccaccio nelle Rime:
E allora ch'Annibal ebbe 'l presento
Del capo del fratel.
[30] Sembra che fossero allora (anno 538 circa di Roma) consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco II. L'amanuense nel trascrivere i nomi incespica quasi sempre.
[31] Valerio Levino (an. 541 di Roma.)
[32] Cavalleresca; è voce nuova ai dizionarii; forse dinota anche dovizia di cavalleria.
[33] Caio Fulvio Centumalo e Publio Galba Massimo.
[34] Macerava o allentava.
[35] Pugna, battaglia: nel Morgante, 22, 244:
La scala combattè di mano in mano,
E come Orazio gran punta sostenne.
[36] Meglio conveniva; nella Retorica di Aristotile: «Sopra ogni altra cosa mette lor meglio di fermarsi, che saper quella di cui si parla.»
[37] M. Valerio Levino II e M. Claudio Marcello IV, verso l'anno di Roma 544.
[38] Parlasi qui di Cartagena costrutta da Asdrubale, secondo Polibio e Pomponio Mela. Dopo la distruzione fattane dai Vandali, la sua grandezza e dignità passò a Toledo, che contava Cartagena tra le molte sue città suffraganee. Sotto i Romani la sua giurisdizione estendevasi su sessantacinque città, e della sua ricchezza fa ampia testimonianza Tito Livio.
[39] Asdrubale morì presso il Metauro nell'anno 207 avanti Cristo sotto i consoli Claudio Nerone e Livio Salinatore.
[40] M. Valerio Levino, creato console nell'anno 544 di Roma.
[41] Agrigento, per la cui espugnazione la Sicilia rimase per intero sottomessa ai Romani.