The Project Gutenberg eBook of La Seconda e Terza Guerra Punica

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Title: La Seconda e Terza Guerra Punica

Author: Leonardo Bruni

Editor: Antonio Ceruti

Release date: March 13, 2014 [eBook #45126]
Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA ***


INDICE

PREFAZIONE Pag. 5
DELLA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA 17
I. 17
II. 19
III. 20
IV. 22
V. 24
VI. 27
VII. 29
VIII. 30
IX 32
X. 34
XI. 35
XII. 38
XIII. 40
XIV. 41
XV. 45
XVI. 47
XVII. 48
XVIII. 49
XIX. 50
XX. 52
XXI. 54
XXII. 55
XXIII. 56
XXIV. 59
XXV. 60
XXVI. 64
XXVII. 67
XXVIII. 68
XXIX. 70
XXX. 72
XXXI. 74
XXXII. 75
XXXIII. 77
XXXIV. 79
XXXV. 80
XXXVI. 82
XXXVII. 85
XXXVIII. 86
XXXIX. 88
XL. 89
XLI. 92
XLII. 94
XLIII. 97
XLIV. 98
XLV. 99
XLVI. 101
XLVII. 104
XLVIII. 105
XLIX. 107
L. 108
LI. 110
LII. 112
LIII. 113
LIV. 115
LV. 117
LVI. 18
LVII. 119
LVIII. 120
LIX. 122
LX. 123
LXI. 124
LXII. 125
LXIII. 127
LXIV. 128
LXV. 129
LXVI. 130
LXVII. 132
LXVIII. 134
LXIX. 136
LXX. 138
LXXI. 139
LXXII. 140
LXXIII. 142
LXXIV. 143
LXXV. 145
LXXVI. 146
LXXVII. 148
LXXVIII. 149
LXXIX. 150
LXXX. 151
LXXXI. 152
LXXXII. 153
LXXXIII. 154

SCELTA
DI
CURIOSITÀ LETTERARIE
INEDITE O RARE

DAL SECOLO XIII AL XVII.
In Appendice alla Collezione di Opere inedite o rare.

Dispensa CXLVIII.
PREZZO LIRE 5.

Di questa SCELTA usciranno dieci o dodici volumetti all'anno: la tiratura di essi verrà eseguita in numero non maggiore di esemplari 202: il prezzo sarà uniformato al num. dei fogli di ciascheduna dispensa, e alla quantità degli esemplari tirati: sesto, carta e caratteri, uguali al presente fascicolo.

Gaetano Romagnoli.


LA SECONDA E TERZA
GUERRA PUNICA
TESTO DI LINGUA INEDITO

TRATTO DA UN CODICE DELL'AMBROSIANA
PER
ANTONIO CERUTI

Dottore della medesima


BOLOGNA
PRESSO GAETANO ROMAGNOLI

1875.

Edizione di soli 202 esemplari
ordinatamente numerati.


N. 193






Regia Tipografia.

AL NOBIL UOMO
MARCHESE GEROLAMO D'ADDA
ERUDITO BIBLIOGRAFO
INTELLIGENTE CULTORE DEL BELLO
IN SEGNO DI RIVERENTE ESTIMAZIONE
ANTONIO CERUTI

D. D. D.


PREFAZIONE

Un Codice dell'Ambrosiana diligentemente scritto nel mezzo del sec. XV, cartaceo in foglio, ed appartenente un tempo a Battista Cozzarelli, indi a Muciatto Cerretani, ambedue fiorentini, porta il titolo: «La prima, seconda e terza guerra punica di Leonardo Aretino.» Consta esso di due parti distinte: la prima contiene la versione volgare, d'ignoto autore, dell'opera attribuita a Leonardo Bruni De Bello Punico, in cui narra le guerre de' Romani co' Cartaginesi[1]. Alcune edizioni di quest'opera recano in fronte il nome di Polibio come autore, come quelle di Brescia del 1498 e di Badio Ascensio fatta nel 1512 a Parigi, e quantunque l'Aretino dichiari nel suo Prologo di avere scritto la storia di quella guerra sulle tracce di Polibio e di altri scrittori greci e latini[2], tuttavia ei fece poco più che volgere in latino la storia dello scrittore megalopolitano, discepolo di Panezio, secondo il Suida. Secondo un Codice Mediceo Laurenziano[3], egli eseguì la sua versione verso il 1421, trovandovisi scritto in calce: «Leonardus Arretinus edidit Florentiae XVIII kalendas januarias MCCCCXXI,» come nota il Mehus nel Sillabo delle opere di quell'autore, del quale tessè la vita nel vol. I delle di lui lettere[4]. Più edizioni vennero fatte di quest'opera: il Fabrizio dice che la prima apparve nel 1498 a Brescia[5], ma è certo che ve n'ha una anteriore, cioè del 1490; altra è di Parigi del 1512 dell'Ascensio già menzionata[6], poi quella di Augsbourg nel 1537[7].

Anche la versione volgare di questa Storia, di cui pure esistono più codici mss. nelle Biblioteche, fu sovente stampata, ma ne è controverso l'autore e l'epoca in cui fu eseguita. Il Paitoni[8] l'attribuisce a Donato Acciaioli, ma sembra che questi non abbia volgarizzato dell'Aretino che la Storia Fiorentina; altri a Lodovico Domenichi, ma questi pure caddero in errore, poichè anzitutto egli visse nel sec. XVI, e il volgarizzamento fu lavoro anteriore d'un buon secolo; d'altronde sebbene il Domenichi nell'edizione di Venezia del 1545 per G. Giolito de' Ferrari, da lui dedicata al conte Clemente Pietra, nella dedica stessa asserisca d'aver compito pochi mesi innanzi la traduzione di Polibio, e sul frontispizio asserisca nuova[9] la versione da lui pubblicata delle Guerre Cartaginesi, pure il testo è affatto identico a quello stampato nel sec. XV. Gli antichi codici e le stampe attribuiscono la versione italiana chi, come quella del 1544, ad un amico, chi ad uno scolare di Leonardo, ma senza accennare mai ad alcuno scrittore speciale, ed è fuor d'ogni dubbio ch'essa è anteriore al 1449, data d'un codice Riccardiano. Checchè sia del volgarizzatore, del primo libro si ha una traduzione volgare stampata in Venezia per Bartolommeo d'Alessandria e Andrea de Asula compagni nel 1485[10] in f.o, unita alla storia di Tito Livio della medesima edizione. Il Prologo di Leonardo sopra lo stesso libro primo uscì di nuovo pochi anni dopo in Venezia ancor in seguito alla versione delle Deche dello storico padovano[11], ed ebbe in seguito molte ristampe nello spazio di pochi anni, specialmente in Venezia.

Ora il Codice Ambrosiano sopra accennato contiene nella sua prima parte il volgarizzamento, come già dissi, della storia dell'Aretino o meglio di Polibio, col titolo di Prima e seconda guerra punica, e corrisponde esattamente tanto alla traduzione latina, quanto al volgarizzamento stampato; manca solo il titolo dell'opera, ommesso dall'amanuense, che tuttavia ne lasciava nel Codice lo spazio, e che pure leggesi nelle più antiche edizioni, forse perchè vi fosse scritto da qualche calligrafo e abbellito da ornato; si chiude esso colla frase: «Finito il Libro di messere Lionardo d'Arezzo, detto primo bello punicho. Deo gratias.»

Dopo questa chiusa ha principio nel Codice stesso, come seconda parte[12], un racconto che è la continuazione della storia precedente, e s'intitola: «Della seconda e terza guerra punica.» Non appare ch'anch'essa sia una versione di istoriografo anteriore, che abbia scritto quella narrazione in altro idioma, bensì un lavoro originale di autore quattrocentista certamente toscano, rimastoci ignoto[13], non essendovi indizio alcuno del di lui nome; solo ci rimase quello del copista, Giacomo di Buccio di Ghinucci da Siena, che a sua volta non fa cenno del ms., da cui trasse la sua copia scritta nel 1454, nè fornisce alcuna notizia bibliografica in proposito; egli è però assai commendevole per la diligente accuratezza con cui eseguì il suo lavoro; solo i nomi di persone e di città sono sovente falsati e scorretti, colpa forse del ms. da lui copiato. Il testo, rimasto finora inedito, cred'io, ed ignoto agli storici della nostra letteratura[14], distinto in brevi capitoli, come viene fedelmente riprodotto in questa stampa, ritrae non poco qua e là di alcune forme del parlare senese, linguaggio del trascrittore, ma è mirabile per ischiettezza di frasi, purità di lingua, semplicità e vigore d'espressione, e per tutti que' pregi, che splendono negli aurei scritti dei primi secoli della lingua italiana; pel che mi lusingo d'aver fatto cosa non ingrata agli amatori di simili scritture nè inutile alle lettere nostre il rendere di pubblica ragione questo nuovo Racconto.

Milano, nel dicembre 1874.

A. C.


DELLA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA


I.

Erano le porti del tempio di Giano in Roma serrate dopo la malvagia e lunga guerra suta infra 'l popolo di Roma e quello di Cartagine, che ventiquattro anni era durata con molto grieve danno e perdita di ciascuna delle parti, e riposavansi in quieta pace li Romani; quando poco di tempo interposto, Amilcar imperadore di Cartagine con sua gente passato in Ispagna, cominciò e mosse nuova guerra, per la quale Anibale figliuolo d'Amilcar vi fu sconfitto e lui morto; e l'anno appresso li Ilciani ammazzaro li messaggi de' Romani, che andavano per lo trebuto; per la quale cosa lo tempio di Giano fu aperto, e fu mandato per vendicare l'ontia Fulvio Postumio consolo contra di loro, il quale fatta battaglia con loro, rimase vincitore, e tornò in Roma triunfando. Ed in questo si levò nuova guerra fra li Gallici e li Romani, della quale li Romani molto sbigottiro; ed assembrata oste quanto potero, vennero contra li Gallici, essendo consoli Emilio Lucio ed Attilio Livio, con ottocento migliaia d'uomini, ed a Trento trovati li Gallici, fecero battaglia molto crudele e mortale, nella quale fu morto Attilio lo consolo, e molto malmenati li Romani in due battaglie che fecero insieme. Alla fine li Romani furo vincitori e ottennero la vittoria, e tornati a Roma, fu Emilio da' Romani onorato.


II.

Un'altra battaglia fecero li Romani co' Gallici, nella quale Flamineo consolo fu mandato contra di loro, e dopo molta dura battaglia tornò vittorioso; per la quale cosa i Gallici turbati assembraro gente, e vennero contra li Romani novellamente con grande gente e molto bene guernita. Rincontra a quelli furono mandati due consoli, ciò furo Claudio Marcello e Cornello Scipio[15] e fatta battaglia con loro, tornaro a Roma vittoriosi. Altre battaglie fecero i Romani con quegli d'Osterich, delle quali furo vittoriosi.


III.

In quello tempo medesimo avvenne che Aniballo, che sire e imperadore era di Cartagine, assembrò grande gente, tanta quanta più ne potè avere, per vendicare lo re Amilcar suo padre di coloro che l'avevano sconfitto e morto in Ispagna; e lo re Aniballo aveva bene udito ed inteso, ch'e Romani avevano malmenati quelli di Cartagine e tutti quelli d'Affrica, e tutti coloro che li erano stati in aiuto. Per questa crudeltà vendicare ragunò gente a maraviglia di tutto lo regno d'Affrica e di Grecia, e d'onde potè avere soccorso; da ogni parte ragunò gente per amore e per preghiere e per doni, però ch'egli era molto ricco, sì che aveva assai che donare, e per questo modo ragunò tanta gente lo re Aniballo, che mai dinanzi a Tebe o a Troia, che furo (così come voi avete udito dire) due de' più maravigliosi assedii che mai fussero, non ebbero tanta gente come Anibal assembrò a quella fiata per sua preghiera e per suo potere; e sappiate che tutta quella gente assembrò tutta sotto Cartagine lungo la marina. Anibal domandò consiglio a' re e a' baroni, cui elli potesse lassare in sua contrada per guardia del paese. Li nobili uomini tutti s'accordaro insieme che vi lassasse Margone suo fratello, che re e sire era di Poonia, e così fu fatto, e tantosto comandò che le navi fussero apparecchiate e cariche quelle che al porto erano, che bene sappiate che uno solo porto non bastava a tutto il naviglio. L'avereste veduto molto ricco avere portare nelle navi, e molti ricchi destrieri ed olifanti di strania fattura menare nelle navi, e di ciò che faceva mestiero a fare guerra, ed ogni e ciascuna cosa missero nelle navi.


IV.

Quando tutte le navi furono cariche di bestie e di vivande e di vino e d'acqua e d'armadure, e di ciò che faceva mestiero a portare in oste a sì ricco uomo, li re e duchi e prencipi entraro in loro navi, e li arditi cavalieri e sergenti, ch'erano più di cento milia, erano in altre navi. Là averebbe altri potuto vedere molte ricche navi di diverse fatture e molti ricchi arboli alti e dritti, ove l'antenne che portavano le vele della seta erano; là erano molte ricche galee e barche e molte ricche navi, ove li arditi cavalieri erano e li savi marinari per andare dinanzi al navilio, quando fusse mosso per prendare porto, quando bisognasse. Così come voi udite, entrò Anibal in mare e con lui Astrubal suo fratello e molti altri prencipi; e quando furo entrati in mare, li mastri marinari, che del mare sapevano la natura e l'usanza, comandarono che l'àncore fussero gittate nelle barche, che le navi seguitavano a pieno corso, e le vele fussero sviluppate in sulli arboli per tosto dilungarsi da terra; e sì tosto come le vele furono spiegate, uno vento ferì entro sì buono, che 'l mare ne gonfiò in più parti. E bene sappiate che molto fu maravigliosa cosa a vedere tante ricche vele partire da terra, ma molto fu più maravigliosa cosa, quando le navi ebbero tal vento, che corsero e passaro senza avere nulla tempesta, tanto che furo arrivati nel porto di Spagna, e allora ebbero molto gran gioia all'uscire delle navi, ed a trare fuore le grandi ricchezze. Allora quelli della contrada, quando li viddero a maravigliane, furo sbigottiti di sì grande popolo, che sopra loro era venuto, d'onde non si prendevano guardia in nulla maniera, che venire vi dovessero, e della gran paura ch'egli ebbero, tutti si ritrassero e fuggiro alle castella e fortezze e città per più sicuramente loro difendare contra loro nemici; e tosto fu la novella saputa e sparta la boce infino alli monti di Pitaneos, in Gaule ed in Italia e a' senatori e consoli in Roma; ma di tutto ciò non curò lo re Anibal, che suoi corridori fece corrare per mezzo la contrada per le prede raccogliare e prendare, e per combattare le fortezze, che molte ve n'erano, acciò che a sua gente non facessero noia e gravezza, e sì comandò a' suoi marinari che tornassero colle navi in Affrica per vivanda, acciò che l'oste non patisse bisogno di nulla cosa.


V.

Quando ciò fu fatto e divisato, e l'oste fu riposata otto dì interi in sulla marina verso Sibilla, lo re comandò e fece sua gente tutta muovare, e suoi stormenti tutti sonare. Allora si partì lo re Anibal con sua grande oste dal porto, e sì andò tanto, che venne dinanzi alla città di Serragoza, che allora era ricca e possente e bene fornita di buoni sergenti e di fina cavalleria, e sì era allora dell'amistà de' Romani e di loro aiuto. Quando quelli di Serragoza viddero che Anibal gl'incalciava sì duramente per loro distruggiare, ellino il fecero sapere a' senatori di Roma il più tosto che potero. Quando li senatori e li consoli intesero queste novelle, ellino fecero loro aito[16] ordinare tostamente per andare contra a Anibal; ma innanzi che quelli di Serragoza fussero assediati dentro a loro ricca città, fecero fare fossi e mura grosse e alte con torri di buone pietre. Ma poco valea a quelli della città l'uscire fuore a combattare contra lo re Anibal, chè poca aveano gente e cavallaria per tenere battaglia contra agli Affricani, o sofferire stormo, che contra loro venivano sì sforzati; ma non pertanto innanzi che si traessero addietro dentro a' primi steccati, fecero ellino molto bene e molte belle prodezze, siccome gente che non erano sbigottiti; ma nella fine quando videro che gli Affricani gl'incalciavano per sì gran forza, ellino si credettero ritrarre verso loro fortezza con meno perdita che non fecero, imperò che una gran gente di Poonia s'erano messi tra loro e la città in aguatio[17], e là fu sì grande battaglia forte e dura; quelli della città si difendevano maravigliosamente, ma tutti sarebbero stati morti e presi, s'e pedoni della città no gli avessero soccorsi con archi e con saette, per li quali li Pooni si trassero addietro; e quando quelli che scamparo, furo dentro alla città, ellino serraro le porti, e cavalieri montarono su per le mura per la città difendare. Allora assediò Anibal la città, la quale non prese sì tosto come volea, chè vi stette sette mesi tutti interi, come la storia conta, e' nella fine di sette mesi la prese per fame, che più non potevano durare.


VI.

Allora quando Anibal stava all'assedio di Serragoza con cento cinquanta migliaia d'uomini d'arme, siccome Eutropio racconta, vennero a lui messaggi da Roma, e sì li dissero da parte de' senatori e de' consoli, ch'elli lassasse Serragoza e sì se n'andasse, ma non ne volse fare nulla per cosa ch'elli dicessero, anzi minacciò li messaggi e villanamente li accomiatò. Li messaggi che tornarono a' senatori, dissero la risposta di Anibal e la villania ch'elli aveva detta. Allora ebbero li senatori e consoli consiglio, che mandassero a Cartaggine, siccome fecero, e mandaro a' Cartagginesi sopra alla pace, ch'ell'avevano promessa, che mandassero a Anibal loro re, che contra quelli di Serragoza, che loro amici erano, non combattessero nè non tenessero assedio dinanzi a loro città. Li Cartagginesi risposero alli messaggi di Roma, che già non se ne tramettarebbero, nè niente per li Romani farebbero, ma tornassero tosto addietro, altrimenti perdarebbero la vita. Con tali parole e con più altre villaneggiaro molto li messaggi de' Romani, e quali si partiro da loro il più tosto che potero, e contiaro bene a' senatori ed a' consoli ciò che l'era stato detto e fatto. Intanto fu Serragoza presa non per forza ma per fame, chè quelli della città avevano sì grande caro, che mangiaro tutte le bestie della città, e tutto ciò che potevano avere senza nulla dimoranza; ed appresso si tennero tanto, ch'egli erano tutti infiati innanzi che si volessero arrendare; ma nella fine non potero più sofferire, che si convenne che si arrendessero allo re Anibal.


VII.

Ahi! Dio, come la morte è dottata[18]! Quando ella è presso a uno dì altrui, altri per rispetto di quello dì darebbe tutto lo mondo se fusse suo, e ciò sanno e medici, che n'ânno auti di gran doni e di gran ricchezze e d'avere e d'onore; ma molto poco vale medicina o lattovare o niuno onguento, che altri possa fare per sanità avere; poi che la morte viene, non ci â neuno rimedio nè niente d'indugio. Signori ricchi, se fate bene, farete come savi ed acquistarete grande onore, chè ben sappiate che la morte vi spia e guatia forte, che sempre tiene la spada innuda per voi ferire; chi corpo e avere perde, nolli vale niente a rispetto dell'anima, quando ella è santificata e pura e netta e piena di tutte virtù, ed ella è prugata[19] della sozzura e viltà del peccato, il quale ci dilonga da Dio, tanta è la sua gravezza.


VIII.

Sì fatta gente debbono la morte dottare, che in questo mondo ânno il molto avere, e poco n'ânno dato per l'amore di Dio, che tanto ne l'â dato e prestato; e quando cotali si partano di questo secolo[20], sì sono molto duramente sbigottiti, sì che non sanno che si fare, e se potessero tornare a misericordia uno solo dì in loro ricchezze, ellino darebbero molto volentieri cento milia tanto più che non ânno, per avere l'amistà di nostro Signore Dio. Per lo ben fare ch'altri lassa in questo mondo, non si fa dottanza della morte, e così fecero molti e fanno, che grandi ricchezze ânno ed avevano aute. Similemente fecero coloro di Serragoza, che le grandi ricchezze avevano aute; quando sentirono la gran distretta della morte per la gran fame ch'egli avevano, ciascuno si pensò che meglio lo 'veniva la morte schifare e fuggire che morire, e sì non sapevano ove si dovessero andare morendo, e se vivessero anco, potrebbero avere onore per avventura, e per tali ragioni s'arrenderono; e bene sappiate che non è sì gran distretta come la fame, imperciò che si conviene o morire o arrendare, e perciò s'arrenderono, che non volsero morire.


IX.

Quando la città si fu arrenduta, Anibal fece prendare l'oro e l'argento, e drappi della seta e l'altre ricchezze, e poi vi fece mettare lo fuoco per tutta la città, e così fu distrutta Serragoza per Anibal re di Cartaggine; e questa fu la vendetta e lo cominciamento della distruzione che Anibal fece per lo re Amilcar suo padre, il quale era stato sconfitto, ond'elli odiava li Romani sopra tutte creature, e perciò si vendicò in questa maniera. Allora comandò Anibal, che molto era fiero e crudele, ad Astrubal suo fratello, che rimanesse in Ispagna per conquistare tutto lo reame tanto come si stendeva infino al mare, che molto era grande e maraviglioso, e quando elli avesse ciò fatto, elli disse che mettesse in sua signoria tutte l'isole del mare; poi venisse dopo lui per Gaule e per Italia tosto e prestamente, che sì voleva combattare colli Romani, ch'elli odiava mortalmente, e sì voleva avere la potestà e la signoria di Roma. E quando ciò fu divisato infra due frategli, Anibal venne con sua gente verso Italia, ed Astrubal rimase in Ispagna, ove prese molti forti castelli, e conquise molte fortezze innanzi che la mettesse sotto sua volontà. Di Astrubal vi lassarò ora stare, il quale rimase in Ispagna per acquistare lo reame, e non ne udirete parlare più al presente, ma innanzi che la fine venga, vi dirò che ne fu; ed ora al presente vi dirò di Anibal, che verso e monti di Meos prese sua via il più dritto che potè con sua grande oste, se ciò non fusse cosa ch'eglino uscissero del camino per ponare campo sopra fontane o sopra riviere, chè bene potete sapere senza dottanza, che sì grande gente, com'elli aveva assembrata, non poteva passare senza acqua, perciò ch'elli aveva grande gente appiè e a cavallo.


X.

E così andava Anibal, che tutto confondeva ciò che trovava dinanzi da lui, ed a gran pena passò li monti di Spagna per le strette vie che non erano battute nè usate, ma elli fece la via acconciare e dilargare con picconi di ferro e d'acciaio, acciò che sua gente che lo seguiva, passasse più sicuramente, se bisogno fusse d'essare assaliti. Quando lo re Anibal fu oltre passato e sua gente a gran pena, eglino andaro poi due mesi interi, e presero loro via il più tosto che potero verso lo Rodano; ma innanzi che vi giugnessero, assembrarono li Gallici da tutte parti, e quali combatterono con Anibal e con sua gente con ciò che poterono, ma e' nollo vensero niente nè sconfissero, chè troppo avea con lui grande gente e grande cavallaria, di che furono molto dolenti e molto ontiosi[21], che non ne vennero a fine, ma s'accordaro con lui.


XI.

Non vi maravigliate niente, se tutte queste genti di quelle parti vennero contra Anibal, chè ben sappiate che Guascogna, Navarra e Anio, Ponto e Franca e tutta Borgogna infra monti, e la città Sainna la vecchia, erano tutte queste terre, ch'io v'ô qui dette, chiamate Gaule, e le genti Gallici di stranie nazioni nominate. In quello tempo Anibal se ne veniva verso i monti di Italia per passare. Allora erano consoli di Roma Cornellio Scipio e Publio Sempronio, che per lo comandamento de' senatori di Roma, che la terra avevano a guardare, si mossero questi due consoli, ch'io v'ô nomati, per andare contra loro nemici in qualunque luogo li sapessero, per essar lo' alla rincontra, acciò che non venissero tanto innanzi, che lo' facessero troppo danno, e per combattare con loro. Publio Sempronio andò con sua gente in Cicilia, la quale era allora molto buono paese e piena di tutti beni e guarnita di buone vivande; e Cornello Scipio dall'altra parte se n'andò verso e monti di Mongieu[22] con tutta sua gente per sapere e per intendare se Anibal si volesse trarre verso quella parte; e così si partiro quelli due consoli in due parti e tutta loro gente.

Questo Scipio Cornello, del quale io vi parlo, non fu niente lo savio Scipio Cornellio, ma sì vi dico certamente che fu molto buono cavaliere e pro e ardito e pieno di grande prodezza, e perciò lo ricordo qui ora, acciò che voi non crediate che in Roma non fusse solo uno Scipio Cornellio, anzi ne furo due, siccome io vi contio, consoli di Roma, e quali sostennero assai pene e dolore per Roma mantenere dal tempo di Bruto fino al tempo di Iulio Cesare, che per lui solamente la signoria e la potestà di Roma fu molto dottata e temuta, e di ciò vi lassarò ora stare per seguire mia materia. E sì vi dirò di Anibal, che molto aveva impresa grande cosa a fare, e sappiate che tornava addietro con sua grande oste, ma innanzi assembrato li Gallici appiei li monti di Mongeu ne' gran diserti che allora v'erano, per difendare e per guardare l'entrata, sicchè per le valli non passassero niente; e sappiate che là sì combattè Anibal contra a' Gallici, e sì vi fu molto grande danno d'una parte e dall'altra, ma nella fine andò tanto la cosa, che s'accordaro e fecero pace, però che Anibal per conseglio de' savii uomini che là erano, lo conseglionno che s'accordasse con loro se volesse passare contra a' Romani, e così fece, sicchè in pace lassare passare lei e sua compagnia per li salvatichi diserti. Quando ciò fu fatto, sì avvenne che molta gran gente d'oltre lo Rodano e de' monti s'assembraro colla gente di Anibal, e sì li furo in aiuto di ciò che potero.


XII.

A quello tempo non v'era mai passata nulla umana creatura. Lo re Anibal, che vidde le grandi montagne che si stendevano fino al cielo, molto dottò di passare, e sì domandò quelli della contrada, se vi si potesse trovare nulla via per nullo ingegnio ch'altri sapesse fare o dire. Eglino risposero che le montagne erano sì orribili e sì pericolose d'acqua e di nieve e di ghiaccio e d'altezza, che non v'avevano mai veduto passare nulla creatura che fusse nel mondo, se ciò non fusse o orsi o lioni e altre bestie salvatiche di diverse maniere. Quando Anibal udì così contiare a quelli della contrada, ne fu molto sbigottito, e tuttavolta diceva che voleva passare li monti. Allora fece assembrare tutti suoi maestri, ch'egli aveva nell'oste, come fabri e maestri di pietra e di legname, per conseglio avere come potesse passare le montagne; là furo divisati picconi e martelli per rompare e gran sassi e fare la via; e sì tosto come furo trovati, incominciaro a fare la via appiei la montagna con gran travaglio e con gran pena, e sì tosto come avevano rotto e sassi, sì vi gittavano suso sangue di bestie[23], acciò che la nieve non vi ghiacciasse suso, e tenessele calde contra la nieve e la freddura, che v'era grande ed aspra.