Illam ego huic nostrae similem, Meliboee, putavi etc.

Lattanzio ama queste poetiche allusioni.

355.

Castra super Tusci si ponere Tybridis undas; (Jubeus)

Hesperios audax veniam metator in agros

Tu quoscumque voles in planum effundere muros,

His aries actus disperget saxa lacertis,

Illu licet, penitus tolli quam jusseris urbem,

Roma sit.

Lucan. Phars. 381.

356. Lattanzio de M. P. c. 27. Zosimo l. II p. 82. Questi ci fa sapere, che Costantino, nel suo abboccamento con Massimiano, avea promesso di dichiarare la guerra a Galerio.

357. Tillemont (Hist. des Emp. T. IV. P. I. p, 559.) ha provato che Licinio, senza passare pel grado intermedio di Cesare, fu dichiarato Augusto gli 11. Novembre dell'anno 307 dopo il ritorno di Galerio dall'Italia.

358. Lattanzio de M. P. c. 32. Quando Galerio innalzò Licinio alla medesima dignità della sua, e lo dichiarò Augusto, credè di poter contentare il suo giovane collega, immaginando per Costantino e Massimino (e non Massenzio, Vedi Baluzio p. 81.) il nuovo titolo di figli degli Augusti. Ma Massimino gli fece sapere, ch'egli era già stato salutato Augusto dall'esercito; o allora Galerio fu obbligato di riconoscere questo Principe non altrimenti che Costantino, come eguali associati alla dignità Imperiale.

359. Vedi Panegyr. Vet. VI. 9. Audi doloris nostri liberam vocem etc. Tutto questo passo è dettato dalla più fina e accorta adulazione, ed è espresso con un'eloquenza facile e piacevole.

360. Lattanzio de M. P. c. 28. Zosimo l. II. p. 82. Si fece correre il rumore, che Massenzio era figlio di qualche oscuro Siriano, e che la moglie di Massimiano l'avea sostituito al suo proprio figliuolo, V. Aurelio Vittore, Anonim. Val. Panegyr. Vet. IX. 3. 4.

361. Ab urbe pulsum, ab Italia fugatum, ab Illyrica repudiatum, tuis provinciis, tuis copiis, tuo palatio recepisti. Eumen. Panegyr. Vet. VII. 14.

362. Lattanzio de Mort. Persec. c. 39. Ciò nonostante quando Massimiano ebbe deposta la porpora, Costantino gli conservò sempre la pompa e gli onori della dignità Imperiale, e in tutte le pubbliche occasioni dava la dritta al suo suocero. Panegyr. Vet. VII. 15.

363. Zosimo L. II. p. 82. Eumen. Panegyr. Veter. VII 16-21. Quest'ultimo ha rappresentato, senza dubbio, tutto l'affare nell'aspetto più vantaggioso pel suo Sovrano; pure anche dalla parziale di lui narrazione possiam concludere, che la ripetuta clemenza di Costantino, ed i reiterati tradimenti di Massimiano, nella maniera in cui vengono descritti da Lattanzio (de M. P. c. 29 30) e copiati da' moderni, non son sostenuti da alcun istorico fondamento.

364. Aurel. Vittor. c. 40. Ma quel lago era situato nella Pannonia superiore vicino alle frontiere del Norico; e la Provincia di Valeria (nome che ricevè dalla moglie di Galerio il territorio seccato) è senza dubbio fra il Dravo e il Danubio (Sest. Rufo c. 9.) Io sospetterei dunque che Vittore avesse confuso il lago Pelso con le paludi Volocee, che hanno adesso il nome di lago Sabaton o Balaton. Questo è nel cuore della Valeria, e l'estensione, che ha presentemente, non è minore di 12 miglia d'Ungheria (che sono circa 70 Inglesi) di lunghezza, e due di larghezza. Vedi Severio. Pannonia lib. 1. c. 9.

365. Lattanzio (de M. P. c. 33.) ed Eusebio (l. VIII. c. 16.) descrivono gli accidenti ed il progresso di questa infermità con singolare accuratezza, e, per quanto sembra, con piacere.

366. Se alcuno tuttavia si dilettasse, come ultimamente fece il Dottor Jortin (Osservazioni sull'Istoria Ecclesiastica vol. II. p. 307-356) di far menzione delle morti maravigliose de' persecutori, io gli raccomanderei di leggere un ammirabil passo di Grozio (Istor. l. VII. p. 332) rispetto all'ultima malattia di Filippo II Re di Spagna.

367. Vedi Euseb. l. IX. 6. 10. Lattanz. de M. P. c. 36. Zosimo è meno esatto, ed evidentemente confonde Massimiano con Massimino.

368. Vedi il Panegirico VIII, nel quale Eumene alla presenza di Costantino espone la miseria, e la gratitudine della Città di Autun.

369. Eutrop. X. 3. Paneg. Vet. VII. 10, 11, 12. Furono in simil guisa esposti molti giovani Franchi alla stessa crudele ed ignominiosa morte.

370. Giuliano esclude Massenzio dal banchetto de' Cesari con abborrimento e disprezzo, e Zosimo (l. II. p. 85) l'accusa di ogni specie di crudeltà e di scelleratezza.

371. Zosimo l. II. p. 83-85. Aurelio Vittore.

372. Si dovrebbe leggere il passo di Aurelio Vittore nel seguente modo: «Primus instituto pessimo, munerum specie, Patres oratoresque pecuniam conferre prodigenti sibi cogeret.»

373. Paneg. Vet. IX. 3. Euseb. Hist. Ecl. VIII. 14. et in vit. Constant. l. 33. 34. Rufin. c. 17. La virtuosa Matrona, la quale si uccise per evitar la violenza di Massenzio, era Cristiana, e moglie del Prefetto di Roma, chiamata Sofronia. Resta sempre in dubbio fra' Casisti, se il suicidio in simili casi possa giustificarsi.

374. L'indeterminata espressione di Aurelio Vittore è questa: Praetorianis caedem vulgi quondam annueret. Vedasi un più circostanziato, sebbene alquanto diverso racconto di un tumulto ed uccisione, che avvenne a Roma, in Eusebio 1. VIII. c. 14, ed in Zosimo lib. II. p. 84.

375. Vedi ne' Panegirici (IX. 14) una viva descrizione della indolenza, e del vano orgoglio di Massenzio. Osserva l'oratore in un altro luogo, che le ricchezze accumulate in Roma nel corso di 1060 anni, furon concesse dal Tiranno alle mercenarie sue truppe; redemptis ad civile latrocinium manibus ingesserat.

376. Dopo la vittoria di Costantino si conveniva generalmente, che il motivo di liberar la Repubblica da un detestabil tiranno avrebbe in qualunque tempo giustificato la di lui spedizione in Italia. Euseb. in vit. Constant. l. I. c. 26. Paneg. Vet. IX. 2.

377. Zosim. lib. II. 84-85. Nazar. in Panegyr. X. 7-13.

378. Vedi Paneg. Vet. IX. Omnibus fere tuis Comitibus et Ducibus non solum tacite mussantibus, sed etiam aperte timentibus, contra consilia hominum, contra Haruspicem monita ipse per temet liberandae Urbis tempus venisse sentires. Si fa menzione dell'ambasciata de' Romani solo da Zonara (l. XIII) e da Cedrano (Compend. Histor. p. 270); ma questi moderni Greci ebbero la comodità di consultare molte Opere, che dopo si son perdute, fra le quali si dee contare la Vita di Costantino scritta da Prassagora. Fozio (p. 63) fece un brev'estratto di quell'opera istorica.

379. Zosimo (l. II. p. 86) ci ha lasciato questo curioso ragguaglio delle forze, che si trovavano da ambe le parti. Egli non fa menzione di alcun armamento navale, quantunque sia sicuro (Paneg. Vet. IX. 25) che fu attaccata la guerra per mare non meno, che per terra, e che la flotta di Costantino prese possesso della Sardegna, della Corsica, e de' porti dell'Italia.

380. Paneg. Vet. IX. 3. Non dee far maraviglia, che l'oratore diminuisse il numero dello truppe, con le quali il suo Sovrano condusse a fine la conquista dell'Italia; ma sembra un poco singolare, ch'egli non valutasse l'esercito del tiranno a più di 100000 uomini.

381. I tre passi principali delle Alpi fra la Gallia e l'Italia son quelli del monte di S. Bernardo, del monte Cenisio, e del monte Ginevro. La tradizione e certa somiglianza di nomi (Alpes penninae) han fatto sì, che il primo di questi si assegni alla marcia d'Annibale (Vedi Simler de Alpibus). Il Cavalier di Folard (Polib. tom. IV.) e il Danville l'han condotto pel monte Ginevro. Ma nonostante l'autorità di un esperto Uffiziale, e di un erudito Geografo, le pretensioni del monte Cenisio vengono sostenute in una plausibile, per non dir convincente maniera dal Sig. Grosley, Observations sur l'Italie, Tom I. p. 40.

(Nelle Mescolanze di Gibbon si trova un passo in cui egli discute più a lungo questa spinosa quistione, e rimansi indeciso tra Tito Livio e Polibio, tra il monte Ginevro e il Gran-S. Bernardo. Ma dopo di lui il generale inglese Melville e Deluc, figlio, hanno scoperto e dimostrato che Annibale passò in Italia per l'Alpe greca, ossia del Piccolo San Bernardo, passaggio de' più frequentati abantiquo, ed il più comodo, secondo Ebel, che in tutta la giogaia delle Alpi vi sia. Vedi parimente una bella dissertazione del Rezzonico, Tom. I. delle sue Opere.)

382. La Brunetta vicino a Susa, Demont, Exiles, Fenestrelle, Coni, ec.

383. Vedi Ammian. Marcellin. XV. 10. La descrizione, che egli fa delle strade sulle Alpi, è chiara, vivace ed esatta.

384. Zosimo ugualmente ch'Eusebio trascorrono dal passaggio delle Alpi alla decisiva battaglia vicino a Roma. Dobbiamo riportarci a due Panegirici per le azioni che fece Costantino nel tempo di mezzo.

385. Il Marchese Maffei ha esaminato l'assedio e la battaglia di Verona con quella dose di attenzione e di accuratezza, che meritava un'azione memorabile successa nel di lui paese nativo. Le fortificazioni di quella città, costruite da Gallieno, erano meno estese delle moderne mura, nè l'anfiteatro si trovava dentro il recinto di quelle. Vedi Verona illustrata: Part. I. p. 142-150.

386. Mancavano le catene per tanta moltitudine di schiavi, nè sapevasi qual partito prendere nel consiglio; ma il sagace conquistatore felicemente immaginò l'espediente di convertire in ferri lo spade de' vinti. Paneg. Vet. XI. 11.

387. Paneg. Vet. IX. 10.

388. Literas calamitatum suarum indices supprimebat. Panegyr. Vet. IX. 15.

389. Remedia malorum potius quam mala differebat; così censura Tacito acutamente la supina indolenza di Vitellio.

390. Il Marchese Maffei ha ridotto all'ultima probabilità che Costantino fosse per anco a Verona il primo di settembre dell'anno 312 e che la memorabil Era delle indizioni avesse principio dalla conquista ch'ei fece della Gallia Cisalpina.

391. Vedi Paneg. Vet. IX. 16. Lattanz. de M. P. 6. 44.

392. Illo die hostem Romanorum esse periturum. Il Principe vinto divenne, secondo il solito, nemico di Roma.

393. Vedi Paneg. Vet. IX. 16. X. 27. Il primo di questi oratori magnifica la quantità del grano, che Massenzio avea raccolto dall'Affrica e dalle Isole: eppure se qualche fede si dee prestare alla scarsità di cui si fa menzione da Eusebio (in vit. Constant. l. I. c. 36.) gl'Imperiali granai non erano aperti che per li soldati.

394. Maxentius... tandem urbe in Saxa Rubra millia ferme novem aegerrime progressus. Aurel. Victor. Vedi Cellar. Geograph. Aut. Tom. I. p. 463. Questo luogo chiamato Saxa Rubra si trovava in vicinanza della Cremera, piccolo ruscello, illustrato dal valore, e dalla morte gloriosa de' 300. Fabj.

395. Il posto che avea preso Massenzio, avendo il Tevere alle spalle, vien con molta chiarezza descritto da due Panegiristi IX. 16. X. 28.

396. Exceptis latrocinii illius primis auctoribus, qui desperata venia locum, quem pugnae sumpserant, texere corporibus. Paneg. Vet. IX. 17.

397. Ben tosto promulgossi un rumore assai vano, che Massenzio, il quale non avea presa precauzione veruna per la sua ritirata, avesse teso un artificiosissimo laccio per distrugger l'armata di chi l'inseguiva; ma che il ponte di legno, che dovea sciogliersi all'arrivo di Costantino, disgraziatamente si ruppe sotto il peso de' fuggitivi Italiani. Tillemont (Hist. des Empereurs T. IV. Part. I. 657) esamina molto seriamente, se la testimonianza di Eusebio, e di Zosimo contro il senso comune debba prevalere al silenzio di Lattanzio, di Nazario, e dell'Anonimo contemporaneo, che compose il nono Panegirico.

398. Zosimo (l. II, p. 86, 88), ed i due Panegirici, il primo de' quali fu recitato pochi mesi dopo, ci danno una chiarissima idea di questa gran battaglia: e se ne cava ancora qualche util notizia da Eusebio, da Lattanzio, e dall'Epitome.

399. Zosimo, il nemico di Costantino, confessa (l. II. p. 88) che solo pochi amici di Massenzio furon posti a morte; ma è da notarsi quel passo espressivo di Nazario (Paneg. Vet. X. 6.) Omnibus, qui labefactari statum ejus poterant, cum stirpe deletis. L'altro Oratore (Paneg. Vet. IX. 20, 21) si contenta d'osservare, che Costantino, quando entrò in Roma, non imitò i crudeli macelli di Cinna, di Mario, o di Silla.

400. Vedi i due Panegirici, e nel Codice Teodosiano le leggi, fatte a tal proposito nell'anno seguente.

401. Paneg. Vet. IX. 20. Lattanz. de M. P. c. 44. Massimino, che senza dubbio era il più antico fra i Cesari, pretendeva con qualche apparenza di ragione il primo posto fra gli Augusti.

402. Adhuc cuncta opera, quae magnifice construxerat. Urbis fanum atque Basilicam Flavii meritis Patres sacravere. Aurel. Victor. Rispetto al furto dei trofei di Traiano vedasi Flaminio Vacca appresso il Montfaucon (Diar. Ital. p. 250) e l'Antiquité expliquée di quest'ultimo: (Tom. IV. p. 171.)

403. Praetoriae legiones, ac subsidia, factionibus aptiora quam Urbi Romae, sublata penitus, simul arma atque usus indumenti militaris. Aurel. Victor. Zosimo (lib. II. p. 89) rammenta questo fatto da Istorico, ed è molto solennemente celebrato nel Panegirico IX.

404. Ex omnibus provinciis optimates viros curiae tuae pigneraveris, ut Senatus dignitas... ex totius Orbis flore consisteret. Nazar. Paneg. Vet. IX. 35. Potrebbe quasi parere adoprata maliziosamente quella parola pigneraveris. Intorno alla tassa de' Senatori vedi Zosimo (l. II. p. 115), il Codice Teodosiano (lib. VI. Tit. 2.) col Cemento del Gottofredo, e le Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni (Tom. XXVIII. p. 726.)

405. Possiamo adesso incominciare a descrivere le gite degli Imperatori mediante l'uso del Codice Teodosiano; ma le date sì del tempo, che de' luoghi sono state frequentemente alterate dalla negligenza de' Copisti.

406. Zosimo (l. II. p. 89.) osserva, che la sorella di Costantino era stata promessa in isposa a Licinio avanti la guerra. Secondo Vittore il Giovane, Diocleziano fu invitato alle nozze: ma avendo egli addotto in iscusa per non andarvi, la sua età e le sue malattie, ricevè una seconda lettera piena di rimproveri per la supposta di lui parzialità in favor di Massenzio e di Massimino.

407. Zosimo racconta come fatti ordinari la disfatta e la morte di Massimino; ma Lattanzio (de M. P. c. 45-50) si diffonde su quelli, attribuendoli ad una miracolosa disposizione del Cielo. Licinio era in quel tempo uno de' protettori della Chiesa.

408. Lattanzio de M. P. c. 50. Aurelio Vittore indica la diversa condotta di Licinio e di Costantino in far uso della vittoria.

409. Si soddisfacevano le sensuali passioni di Massimino a spese de' propri sudditi. Gli Eunuchi di esso, che rapivano a forza le spose e le vergini, con scrupolosa curiosità ne esaminavano le nude bellezze, affinchè non si trovasse parte veruna del loro corpo indegna degli abbracciamenti reali. La ripugnanza e il rifiuto si riguardava come un tradimento, e qualunque bella, che si ostinasse ad esser ritrosa, condannavasi ad esser annegata. Fu appoco appoco introdotto l'uso, che nessuno potesse prender moglie senza la permissione dell'Imperatore «ut in omnibus nuptiis praegustator esset». Lactant. de M. P. c. 38.

410. Diocleziano finalmente mandò cognatum suum quemdam militarem ac potentem virum per intercedere a favore della sua figlia (Lattanz. de M. P. c. 31). Noi non siamo abbastanza informati dell'istoria di questi tempi per determinar la persona, ch'ebbe tal incumbenza.

411. Valeria quoque per varias provincias quindecim mensibus plebeio cultu pervagata. Lactant. de M. P. c. 51. Vi è qualche dubbio, se i quindici mesi debban contarsi dal tempo dell'esilio, o della fuga di essa. L'espressione pervagata sembra indicare, che si contino dalla fuga; ma in tal caso bisogna supporre, che il trattato di Lattanzio fosse scritto dopo la prima guerra civile tra Licinio, e Costantino. Vedi Cuper p. 254.

412. Ita illis pudicitia et conditio fuit. Lactant. de M. P. c. 51. Questi riferisce le disgrazie delle innocenti moglie e figlia di Diocleziano con una molto natural mescolanza di compassione e di letizia.

413. Il curioso lettore, che voglia consultare il frammento Valesiano (p. 713) mi accuserà forse di darne un'ardita e licenziosa parafrasi; ma se lo considera con attenzione, conoscerà, che la mia interpretazione è probabile e coerente.

414. La situazione di Emona, o come si chiama presentemente, Laybach nella Carniola (Danville, Geog. Anc. T. I. p. 187) può suggerire una congettura. Essendo ella posta al nord-est delle alpi Giulie, quell'importante Territorio divenne un soggetto naturale di controversia fra' Sovrani dell'Italia e dell'Illirico.

415. Cibalis, o Cibalae (di cui conservasi ancora il nome nelle oscure rovine di Swilei) era intorno a cinquanta miglia lontana da Sirmio, capitale dell'Illirico; e circa cento da Taurunum o Belgrado, e dall'unione del Danubio col Savo. Le guarnigioni Romane, e le città poste su que' fiumi sono eccellentemente illustrate dal Danville in una memoria inserita nell'Accademia delle Iscrizioni Tom. 28.

416. Zosimo (l. II, p. 90, 91) descrive minutamente questa battaglia, ma più da retore, che da soldato.

417. Zosimo (l. II. p. 92-93) l'Anonimo Valesiano (p. 713) e l'Epitome ci fan note alcune circostanze; ma confondono spesso le due guerre fra Licinio e Costantino.

418. Petr. Patricius in Excerpt. Legat. p. 27. Se volesse credersi, che γαμβρος più propriamente significasse un genero, che un congiunto, si potrebbe congetturare, che Costantino, assumendo il nome insieme co' doveri di padre, avesse adottato i figli di Teodora suoi fratelli e sorelle minori.

419. Zosimo l. II p. 93. Anon. Valesiano p. 713. Eutrop. X. 5. Aurel. Vittore. Euseb. in Chron. Sozomen. l. I. c. 2. Quattro di questi scrittori affermano, che la promozione dei Cesari fu un articolo del Trattato. Egli è però certo che Costantino e Licinio i Giovani per anche non erano nati: ed è molto probabile, che tal promozione si facesse il primo di Marzo dell'anno 317. Si Era verisimilmente convenuto, che l'Imperator d'Occidente creasse due Cesari, ed uno quello di Oriente; ma ciascheduno di loro si riservò la scelta delle persone.

420. Cod. Theodos. lib. XI. Tit. 27. Tom. IV. p. 188 con le osservazioni del Gottofredo. Vedi anche lib. V. Tit. 7. 8.

421. Omnia foris placita, domi prospera, annonae ubertate, fructuum copia (Paneg. Vet. X. 58). Quest'orazione di Nazario fu pronunziata il giorno de' Quinquennali de Cesari, cioè il primo di Marzo dell'anno 321.

422. Vedasi l'editto di Costantino indirizzato al popolo Romano nel Cod. Teodosiano lib. IX. Tit. 24. Tom. 3. p. 189.

423. Il figliuolo di Costantino assegna molto a proposito la vera causa di questa revocazione «ne sub specie atrocioris judicii aliqua in ulciscendo crimine dilatio nasceretur». Cod. Theodos. Tom. III. p. 193.

424. Eusebio (in vit. Const. l. III. c. 1.) osa affermare che durante il regno del suo Eroe la spada della giustizia restò oziosa nelle mani de' Magistrati. Eusebio stesso però (lib. IV. c. 29-54) ed il Codice Teodosiano ci fan conoscere, che quest'eccessiva dolcezza non era dovuta alla mancanza nè di atroci delinquenti, nè di leggi penali.

425. Nazario Paneg. Vet. IX. Si trova espressa in alcune medaglie la vittoria di Crispo sugli Alemanni.

426. Vedi Zosimo l. II. p. 93, 94, quantunque non sia la narrazione di quell'Istorico nè coerente, nè chiara. Il panegirico di Optaziuno (c. 13.) rammenta l'alleanza de' Sarmati co' Carpi e coi Goti, e indica i diversi campi di battaglia. Si suppone che i giuochi Sarmatici, che si celebravano nel mese di Novembre, avessero avuto origine dal buon successo di questa guerra.

427. Ne' Cesari di Giuliano (p. 329, Comment. di Spanemio p. 252.) Costantino si vanta d'aver ricuperato la provincia della Dacia, soggiogata già da Traiano; ma soggiunge Sileno, che le conquiste di Costantino erano come i giardini d'Adone, che languiscono e si seccano quasi nel momento stesso che nascono.

428. Giornand. de reb. Getic. c. 21. Io non so quanto possiam fidarci della sua autorità. Un'alleanza di questa sorta ha un'aria molto recente, e difficilmente si può applicare alle massime, elle si avevano al principio del quarto secolo.

429. Eusebio in vit. Constant. l. 1. c. 8. Questo passo però è preso da una generale declamazione sulla grandezza di Costantino, ma da alcun racconto speciale della guerra Gotica.

430. Constantinus tamen, vir ingens, et omnia efficera nitens, quae animo preparasset, simul Principatum totius orbis affectans, Licinio bellum intulit. Eutrop. X. 5, Zosimo l. II. p. 89. Le ragioni, ch'essi hanno addotto per la prima guerra civile, possono applicarsi piuttosto alla seconda.

431. Zosimo l. II. p. 94, 95

432. Costantino avea gran cura di concedere privilegi e sollievi a' suoi veterani compagni (conveterani) com'egli comincia in questo tempo a chiamarli (Vedi il Codi. Teodosian. lib. VII. Tit. 20. Tom. II. p. 419, 429.).

433. Quando gli Ateniesi avevan l'impero del mare, la loro flotta era composta di trecento, e dopo di quattrocento galere a tre ordini di remi, tutte ben allestite, e pronte all'immediato servizio. L'arsenale, fatto nel porto di Pireo, costò alla Repubblica mille talenti, che sono quattrocentoquarantamila zecchini. Vedi Tucidide de bell. Pelloponnes. lib. II. c. 13 e Meursio de fortificat. Attica, c. 19.

434. L. II. p. 95, 96. Nel frammento Valesiano descrivesi tal battaglia brevemente, ma con chiarezza: Licinius vero circa Hadrianopolim maximo exercitu latera ardui montis impleverat: illuc toto agmine Constantinus inflexit. Cum bellum terra marique traheretur, quamvis per arduum suis nitentibus, attamen disciplina militari et felicitate, Constantinus, Licinii confusum, et sine ordine agentem vicit exercitum, leviter femore sauciatus.

435. Zosimo l. II. p. 97-98. La corrente sempre viene dalla parte dell'Ellesponto, e quando è aiutata da un vento settentrionale, nessun vascello può arrischiarsi a passare, ma un vento meridionale rende la corrente quasi insensibile. Vedi il Viaggio di Tournefort in Levante. Let. XI.

436. Aurelio Vittore, Zosimo l. II p. 98. Secondo quest'ultimo, era Martiniano Magister officiorum, usando egli la frase latina in greco. Sembra che alcune medaglie indichino, che durante il suo breve regno ricevesse il titolo d'Augusto.

437. Eusebio (in vit. Constant. l. II. c. 16. 17.) attribuisce tal decisiva vittoria alle devote preci dell'Imperatore. Il frammento Valesiano (p. 714.) fa menzione d'un corpo di Goti ausiliari sotto il loro Capo Aliquaca, ch'erano del partito di Licinio.

438. Zosimo l. II. p. 102. Vittore il Giovane nell'Epitome. Anon. Valesiano p. 714.

439. Contra religionem sacramenti Thessalonicae privatus occisus est. Eutropio (X); e la sua testimonianza vien confermata da S. Gerolamo (in Chronic.) e da Zosimo (l. II p. 102.) Lo scrittore Valesiano è il solo, che faccia menzione de' soldati, e Zonara solamente chiama in aiuto il Senato. Eusebio salta prudentemente questo passo delicato; ma Sozomeno, cento anni dopo, incomincia ad asserire che Licinio tentava tradimenti.

440. Vedi il Codice Teodosiano lib. XV. Tit. 15. Tom. V. p. 404-405. Questi editti di Costantino dimostrano una dose di passione, ed una precipitazione che molto poco si convengono al carattere di Legislatore.

441. Dum Assyrios penes, Medosque, et Persas oriens fuit, despectissima pars servientium, Tacit. Hist. V. 8. Erodoto, che visitò l'Asia, quand'era soggetta all'ultimo di questi Imperj, fa superficial menzione de' Sirj della Palestina, che, secondo la propria lor confessione, avevan ricevuto il rito della circoncisione dall'Egitto. Vedi l. II. c. 104.

442. Diodoro Siculo, l. XI. Dion. Cassio l. XXXVII. p. 121. Tacit., Hist. V. 1-9 Giustin. XXXVI. 2, 3.

443.

Tradidit arcano quaecumque volumine Moses,

Non mostrare vias eadem nisi sacra colenti,

Quaesitos ad fontes solos deducere verpos.

Le parole di questa legge non si trovano presentemente ne' libri di Mosè. Ma il saggio, l'umano Maimonide apertamente insegna, che se un idolatra cade nell'acqua, non deve il Giudeo soccorrerlo per salvarlo dalla morte imminente. Vedi Basnag. Hist. des Juifs l. VI. c. 28.

444. Alcuni Giudei, chiamati Erodiani da Erode, per l'esempio ed autorità del quale erano stati sedotti, formarono una setta, la quale adattavasi ad una specie di conformità accidentale; ma il loro numero fu così piccolo, e così breve la loro durata, che Gioseffo non gli ha neppure creduti degni di farne menzione. Vedi Prideaux Vol. II. p. 285.

445. Cicer. pro Flacco c. 23.

446. Philo de legatione. Augusto lasciò un fondo per un sacrifizio perpetuo. Ciò nonostante approvò il disprezzo che verso il Tempio di Gerusalemme dimostrava Caio di lui nipote. Vedi Svetonio (in Aug. c. 93) e le note del Casaubono a quel luogo.

447. Vedi specialmente Gioseffo (Antiq. XVII. 6. XVIII. 3 de bell. Judaic. I 33. II. 9. Ediz. Havercamp.)

448. Jussi a Cajo Caesare effigiem ejus in Templo locare, arma potius sumpsere. Tacit. Hist. V. 9. Filone, e Gioseffo danno una ben circostanziata, ma molto retorica narrazione di questo fatto, che pone in un'estrema perplessità il Governatore della Siria. Alla prima proposta di tal atto idolatrico il Re Agrippa restò privo di sensi, nè potè ricuperarne l'uso che dopo tre giorni.

449. Quanto al numero delle Deità Siriache ed Arabiche è da osservarsi, che Milton in centotrenta bellissimi versi ha compreso le due vaste ed erudite raccolte, che ha fatte il Seldeno su tal astruso argomento.

450. Tutto ciò che appartiene ai proseliti degli Ebrei, è stato molto eruditamente trattato dal Basnagio (Hist. des Juifs l. VI, c. 6, 7).

451. Vedi Exod. XXIV. 23. Deuter. XVI. 16, i Commentatori ed una nota molto considerabile nell'Istoria universale. Vol. I. p. 603 ediz. in fol.

452. Quando Pompeo, servendosi, o abusando piuttosto del diritto di conquistatore, entrò nel Sancta Sanctorum, fu osservato con istupore nulla intus Deum effigie vacuam sedem et inania arcana. Tacit. Histor. V. 9. Relativamente a' Giudei questo era un detto popolare, che

Nil praeter nubes, et coeli numen adorant.

453. I proseliti Samaritani, o Egizj erano sottoposti ad una seconda specie di circoncisione. Può vedersi un'ostinata indifferenza de' Talmudisti rispetto alla conversione degli stranieri appresso Basnagio (Hist. des Juifs l. VI c. 6.)

454. Questi argomenti furono con grand'ingenuità sostenuti dall'Ebreo Orobio, e confutati con ugual candore dal Cristiano Limborchio. Vedi l'Amica Collatio (merita essa ben questo nome) ovvero il ragguaglio della disputa, che si fece tra loro.

455. Jesus... circumcisus erat; cibis utebatur Judaicis, vestitu simili; purgatos scabie mittebat ad sacerdotes: Paschata et alios dies festos religiose observabat: si quos sanavit sabatho, ostendit non tantum ex lege, sed et exceptis sententiis talia opera sabatho non interdicta. Grotius de verit. Relig. Christ. l. V. c. 7. Poco dopo (c. 12.) egli si diffonde sulla condiscendenza degli Apostoli.

456. Pene omnes Christum Deum sub legis observatione credebant Sulpic. Sever. II. 31. Vedi Euseb. Hist. Eccl. l. IV. c. 5.

457. Mosheim. de rebus Christ. ante Constantinum M. p. 153. In quest'opera magistrale, ch'io avrò occasione di citare frequentemente, egli parla con molta maggior estensione dello stato della primitiva Chiesa, di quel che abbia luogo di farlo nella sua Storia generale.

458. Euseb. (l. III. c. 5.) Le Clerc. (Hist. Eccl. p. 605.) Nel tempo di quest'accidentale assenza la Chiesa di Pella col proprio Vescovo ritenne sempre il nome di Gerusalemme. Nella istessa guisa i Pontefici Romani risederono per settant'anni in Avignone, ed i Patriarchi d'Alessandria da gran tempo han trasferito al Cairo la sede loro Episcopale.

459. Dion. Cassio (l. LXIX). Attesta l'esilio della nazione Giudaica da Gerusalemme Aristone di Pella (ap. Enseb. l. IV. c. 6) e ne fanno menzione molti scrittori ecclesiastici: sebbene alcuni di loro estendano troppo incautamente questa proibizione a tutta la Palestina.

460. Euseb. (l. IV. c. 6). Sulpic. Severo. II. 31. Mosemio confrontando insieme i loro imperfetti racconti (p. 327) ha formata una ben distinta istoria delle circostanze, e de' motivi di questa rivoluzione.

461. Sembra che le Clerc (Hist. Eccl. p. 477, 535.) abbia raccolto da Eusebio, Girolamo, Epifanio, ed altri scrittori, tutte le principali circostanze relative a' Nazareni o Ebioniti. Per la natura stessa delle lor opinioni si divisero ben presto in due Sette, una più rigorosa, l'altra più dolce; e v'è qualche motivo di congetturare, che la famiglia di Gesù Cristo si trovasse fra' membri almeno del secondo più moderato partito.

462. Alcuni scrittori han voluto creare un Ebione, immaginario autore della Setta, e del nome di essi: ma con maggior sicurezza può credersi all'erudito Eusebio che al veemente Tertulliano, o al credulo Epifanio. Secondo le Clerc, la parola Ebraica Ebionim corrisponde alla Latina Paupares. Vedi (Hist. Eccl. p. 477.)

463. Vedi il Dialogo molto curioso di Giustino martire con Trifone giudeo. Seguì conferenza fra loro in Efeso al tempo di Antonino Pio, a circa venti anni dopo il ritorno della Chiesa di Pella in Gerusalemme. Per questa data si consulti ciò che nota diligentemente il Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. II. p. 54).

464. Fra tutte le Sette Cristiane quella dell'Abissinia è la sola, che sempre osserva i riti Mosaici (Ist. Ecclesiast. di Etiopia di Geddes, e dissertazione di le Grand sulla relazione del P. Lobo). L'eunuco della Regina Candace potrebbe somministrare qualche sospetto; ma siccome siam certi (Socrat. I. 19; Sozomen. II. 24. Ludolph. p. 281) che gli Etiopi non furon convertiti prima del quarto secolo, è più ragionevol di credere ch'essi venerassero il sabbato, e distinguessero i cibi vietati ad imitazione de' Giudei, che molto per tempo si erano stabiliti sopra ambe le rive del Mar Rosso. Era stata praticata la circoncisione da' più antichi Etiopi per motivi di pulizia e di salute, come sembra esser dimostrato nelle Ricerche filosofiche su gli Americani. (Tom. II. p. 117).

465. Beausobre (Hist. du Manicheisme l. I. c. 3) ha determinato le lor' obbiezioni, specialmente quelle di Fausto, avversario di Agostino, colla più dotta imparzialità.

466. Apud ipsos fides obstinata, misericordia in promptu: adversus omnes alios hostile odium. Tacit. (Hist. V. 5). Sicuramente avea Tacito riguardato gli Ebrei con occhio troppo favorevole. La lettura di Gioseffo avrebbe potuto distrugger l'antitesi.

467. Il Dottore Burnet (Archaeolog. l. II. c. 7) ha discusso i primi capitoli della Genesi con troppa libertà ed acutezza.

468. I Gnostici più moderati risguardavano Jeova, il Creatore, come un ente di una natura di mezzo fra quella di Dio, e del Demonio. Altri lo confondevano col principio cattivo. Si consulti il secondo secolo dell'Istoria generale di Mosemio, che fa una breve ma assai distinta narrazione degli strani lor pensamenti su tal soggetto.

469. Vedi Beausobre Histoire du Manicheisme (liv. I. c. 4.) Origene e S. Agostino si contano fra gli allegoristi.

470. Hegesipp. presso Eusebio (l. III. 32. IV. 22.) Clement. Aless. Strom. VII. 17.

471. Relativamente ai Gnostici del secondo e del terzo secolo, Mosemio è ingegnoso ed ingenuo; le Clerc pesante, ma esatto; Beausobre quasi sempre apologista; e v'è gran motivo di temere, che i primitivi Padri siano bene spesso calunniatori.

472. Vedi i cataloghi d'Ireneo e d'Epifanio. Bisogna confessare però, che questi Scrittori erano inclinati a moltiplicare il numero delle Sette, che opponevansi all'unità della Chiesa.

473. Eusebio (l. IV. c. 15, ) Sozomeno (lib. II. c. 32). Vedasi appresso Bayle, nell'articolo Marcione, un curioso ragguaglio di una disputa su tal articolo. Parrebbe, che alcuni fra i Gnostici (vale a dire i Basilidiani) evitassero, ed anche ricusassero l'onor del martirio. Le lor ragioni erano singolari ed astruse. Vedi Mosem. p. 359.

474. Vedasi un passo molto considerabile di Origene (Proem. ad Lucam.). Quest'istancabile scrittore, che avea consumata la propria vita nello studio delle Scritture, per la loro autenticità si riferisce all'inspirata autorità della Chiesa. Egli era impossibile, che i Gnostici potessero ammettere i presenti nostri Evangeli, una gran parte dei quali (specialmente rispetto alla Risurrezione di Cristo) è direttamente, e come può sembrare, a bella posta formata contro le opinioni lor favorite. Ond'è alquanto singolare che Ignazio (Epist. ad Smirn. Patr. Apost. Tom. II. p. 34) volesse far uso di una dubbiosa ed incerta tradizione, piuttosto che citare la sicura testimonianza degli Evangelisti.

475. Faciunt favos et vespae; faciunt ecclesias et Marcionitae. Questa è la forte espressione di Tertulliano, che io son costretto di citare a memoria. Al tempo di Epifanio (adv. Haeres. p. 302) i Marcioniti eran molto numerosi nell'Italia, nella Siria, nell'Egitto, nell'Arabia, e nella Persia.

476. Agostino somministra un memorabil esempio di questo successivo progresso dalla ragione alla fede. Esso fu per molti anni impugnato nella setta de' Manichei.

477. L'unanime sentimento della primitiva Chiesa è molto chiaramente spiegato da Giustino martire (Apolog. Major.), da Atenagora (Legat. c. 22. ec.), da Lattanzio (Inst. Divin. II. 14-19).

478. Tertulliano (Apol. c. 23) allega la confessione degli stessi Demonj, ogni volta che venivano tormentati dagli Esorcisti Cristiani.

479. Tertulliano ha composto un rigidissimo trattato contro l'idolatria per cautelare i suoi fratelli dal continuo pencolo di cadervi. Recogita sylvam, et quantae latitant spinae. De Corona Militis c. 10.

480. Il Senato Romano si adunava sempre in un Tempio o in altro luogo consacrato (Aul. Gellio XIV). Avanti di entrare in materia, ogni Senatore versava una porzione di vino e d'incenso sopra l'altare. Sueton. in August. c. 35.

481. Vedi Tertulliano De spectaculis. Questo rigoroso riformatore non si dimostra più indulgente per una tragedia d'Euripide, che per un combattimento di gladiatori. L'offende specialmente la maniera di vestir degli attori; questi coll'uso di alti coturni tentavano empiamente di accrescere un cubito alla loro statura (c. 23).

482. Si può trovare appresso tutti i Classici l'antica usanza di chiudere i conviti con libazioni. Socrate e Seneca diedero negli ultimi loro momenti un nobil esempio di tal costume. Postquam stagnum calidae aquae introiit, respergens proximos servorum, addicta voce, libare se liquorem illum Jovi liberatori. Tacit. Annal. XV. 64.

483. Vedi l'elegante ma idolatrico inno di Catullo sopra le nozze di Manlio, o di Giulia. O Hymen, Hymenaee Io! quis huic Deo comparariet ausit?

484. Virgilio descrive ne' funerali di Miseno e di Pallante le antiche usanze con esattezza non minore di quella, con cui sono illustrati dal di lui commentatore Servio. Il rogo medesimo era un altare; si nutrivano le fiamme col sangue delle vittime; e tutti gli assistenti erano aspersi d'acqua lustrale.

485. Tertullian. de Idol. c. 11.

486. Vedi le Antichità di Montfaucon in ogni parte. Fino i rovesci delle monete Greche e Romane spesso erano idolatrici, ma in quest'occasione gli scrupoli de' Cristiani eran sospesi da una passione più forte.

487. (Tertullian. de Idol. c. 20, 21, 22.) Se un amico Pagano (nello starnutar per esempio d'alcuno) usava la famigliar espressione, Giove ti salvi, era obbligato il Cristiano a protestar contro la divinità di Giove.

488. Si consulti l'opera la più elaborata ma la più imperfetta di Ovidio, vale a dire i Fausti. Egli non oltrepassò i primi sei mesi dell'anno. La compilazione di Macrobio, che porta il nome di Saturnali, non è che una piccola parte del primo libro, che ha qualche rapporto a quel titolo.

489. Tertulliano ha composto una difesa, o piuttosto un panegirico della troppo ardita azione di un soldato cristiano, che gettando via la sua corona di lauro, aveva esposto se medesimo ed i suoi fratelli al più imminente pericolo. Dalla menzione, ch'ei fa degl'Imperatori Severo e Caracalla, egli è chiaro, non ostante la brama del Tillemont, che Tertulliano compose il suo trattato de Corona molto tempo avanti che si impegnasse negli errori de' Montanisti. Vedi Memor. Eccl. (Tom. III. p. 384).

490. Il primo libro delle Quistioni Tusculane in ispecie, il trattato De Senectute ed il Sogno di Scipione contengono nel più bello stile tutto ciò, che la Greca Filosofia, o il buon senso Romano potea suggerire in quest'oscuro, ed importante soggetto.

491. La preesistenza delle anime umane, in quanto almeno tal dottrina è conciliabile con la religione, fu adottata da molti de' Padri Greci e Latini. Vedi Beausobre Hist. du Manicheisme (l. VI. c. 4).

492. Vedi Cicerone pro Cluentio c. 61. Cesare ap. Sallust. de bello Catil. c. 50. Giovenale Sat. II. 149, ove così si esprime.