A. D. 313
Costantino, avanti di passare in Italia, s'era assicurato dell'amicizia, o almeno della neutralità di Licinio, Imperatore dell'Illirico. Aveva egli promesso in matrimonio a quel Principe la sua sorella Costanza; ma era stata differita la celebrazione delle nozze, finchè fosse finita la guerra; e l'incontro, de' due Imperatori a Milano, stabilito a tal uopo, parve che stringesse l'unione delle lor famiglie e de' loro interessi[406]. In mezzo alle pubbliche feste furono ad un tratto costretti a separarsi; perchè l'invasione dei Franchi richiamò Costantino verso il Reno, e l'avvicinarsi che faceva in aria di nemico il Sovrano dell'Asia, richiedeva l'immediata presenza di Licinio. Massimino era stato in segreta confederazione con Massenzio, e senza scoraggiarsi per la disgrazia di lui, risolvè di tentar la fortuna di una guerra civile. Nel colmo dell'inverno si mosse dalla Siria verso le frontiere della Bitinia. La stagione era rigida e tempestosa; perì gran numero d'uomini e di cavalli nella neve, e siccome dalle piogge continue si eran rotte le strade, fu costretto a lasciarsi dietro una parte considerabile del pesante bagaglio, che non poteva seguire la rapidità delle sue marcie forzate. Mediante questo sforzo straordinario di diligenza, egli arrivò con una stanca ma formidabil armata alle rive del Bosforo Tracio, avanti che i capitani di Licinio fossero neppure informati della sua ostile intenzione. Bisanzio, dopo un assedio di undici giorni, si rendè alla forza di Massimino; esso fu trattenuto qualche giorno sotto le mura di Eraclea, ma ebbe appena preso possesso di quella città, che fu sorpreso dalla notizia, che Licinio erasi accampato alla distanza di sole diciotto miglia. Dopo inutili pratiche, nelle quali i due Principi tentarono di sedurre scambievolmente la fedeltà de' loro aderenti, ricorsero alla decisione delle armi. L'Imperatore d'Oriente comandava una truppa disciplinata e veterana di sopra settantamila uomini, e Licinio, che aveva raccolto circa trentamila Illirici, a principio fu oppresso dalla superiorità del numero; ma la sua militar perizia e la fermezza de' suoi soldati rinnovarono la battaglia, ed ottennero una decisiva vittoria. L'incredibil prestezza che usò Massimino in fuggire, è molto più celebre della sua bravura in combattere. Fu egli veduto, ventiquattr'ore dopo, tremante, pallido, e senza gli ornamenti Imperiali a Nicomedia, distante centosessanta miglia dal luogo della sua rotta. Non erano ancora esauste le ricchezze dell'Asia; e sebbene avesse perduto il fiore de' suoi veterani nell'ultim'azione, pure, se avesse avuto tempo, poteva trarre un gran numero di soldati dalla Siria e dall'Egitto. Ma egli sopravvisse solamente tre o quattro mesi alla sua disgrazia. La morte di lui, che seguì a Tarso, fu da varie persone attribuita alla disperazione, al veleno, ed alla Divina Giustizia. Siccome però Massimino era egualmente privo di abilità e di virtù, esso non fu compianto nè dal popolo nè da' soldati, e le Province orientali, libere dal terrore di una guerra civile, riconobbero ben volentieri l'autorità di Licinio[407].
Restaron due figli del vinto Imperatore; un maschio di circa otto anni, ed una femmina di circa sette. Avrebbe l'innocente loro età potuto eccitar compassione; ma la compassione di Licinio era un molto debole appoggio, nè lo ritenne dall'estinguere il nome e la memoria del suo avversario. Meno ancora può scusarsi la morte di Severiano, che non fu dettata nè dalla vendetta, nè dalla politica. Il vincitore non avea mai ricevuto alcuna ingiuria dal padre di quel disgraziato giovane, ed era già dimenticato il breve ed oscuro regno, che Severo ebbe in una parte lontana dell'Impero. Ma l'esecuzione di Candidiano fu un atto della più nera crudeltà ed ingratitudine; egli era figlio naturale di Galerio, amico e benefattor di Licinio. Il padre prudentemente l'avea creduto troppo giovane per sostenere il peso di una corona; ma sperava, che sotto la protezione di Principi, che al favore di lui dovevan la porpora, Candidiano avrebbe potuto passare una vita sicura ed onorevole. Esso era giunto all'età di circa venti anni, e la regale sua nascita, quantunque non sostenuta nè dal merito nè dall'ambizione, era sufficiente ad inasprire lo spirito geloso di Licinio[408]. A queste innocenti ed illustri vittime della sua tirannia conviene aggiunger la moglie e la figlia dell'Imperator Diocleziano. Allorchè questo Principe conferì a Galerio il titolo di Cesare, gli diede per moglie la propria figlia Valeria, le cui triste avventure potrebber somministrare un soggetto molto singolare di tragedia. Aveva essa adempito, ed anche superato i doveri di una moglie; e poichè non avea figli, si contentò di adottare il figlio illegittimo del suo marito, ed ebbe costantemente per l'infelice Candidiano la tenerezza e la cura di vera madre. Dopo la morte di Galerio le vaste possessioni di lei eccitarono l'avarizia, e le personali attrattive i desiderj del successor Massimino[409]. Egli aveva una moglie vivente, ma dalle leggi Romane si permetteva il divorzio; e la fiera passion del Tiranno lo spingeva ad una immediata soddisfazione. La risposta di Valeria fu quale si conveniva ad una figlia e vedova d'Imperatori: ma fu temperata dalla prudenza, di cui la sua situazione senza difesa l'obbligava a far uso. Rappresentò alle persone, da Massimino impiegate in tal affare, che «quando ancora l'onore potesse permettere ad una donna del suo carattere e della sua dignità di pensare alle seconde nozze, la decenza almeno doveva impedirle di prestar orecchio alle proposte di lui in un tempo, in cui erano tuttor calde le ceneri del marito di lei e benefattore di Massimino, ed in cui gli abiti di lutto esprimevano ancora la mestizia del proprio animo. Si avventurò a dichiarare in oltre ch'essa poteva dare ben poco peso alle proteste di un uomo, la crudele incostanza del quale era capace di repudiare una fedele ed affezionata consorte». A questo rifiuto l'amore di Massimino si mutò in furore, e come poteva disporre a suo piacimento di testimoni e di giudici, gli riuscì facilmente di coprir la sua rabbia con un apparenza di processura legale, e di perseguitare nel tempo stesso la riputazione e la felicità di Valeria. Furono confiscati i beni di lei; i suoi eunuchi e domestici sottoposti ai più crudeli tormenti; e diverse innocenti rispettabili matrone, onorate dell'amicizia di lei, falsamente accusate d'adulterio, soffriron la morte. L'Imperatrice medesima, insieme con Prisca sua madre, fu condannata all'esilio: e poichè avanti di esser confinate in un remoto villaggio ne' deserti della Siria, furono ignominiosamente balzate di luogo in luogo, si mostrò manifesta la loro vergogna e miseria alle province dell'Oriente, che per trent'anni aveano rispettato l'augusta lor dignità. Diocleziano fece molti inutili sforzi per sollevar le disgrazie della sua figliuola, e chiedeva per ultima ricompensa della porpora imperiale, ch'egli avea dato a Massimino, che fosse permesso a Valeria di seco ritirarsi a Salona per chiuder gli occhi all'afflitto suo padre[410]. Egli non cessava di chiedere, ma siccome non poteva più minacciare, le sue preghiere furono ricevute con freddezza e disprezzo, ed era una soddisfazione per l'orgoglio di Massimino il trattar Diocleziano da supplicante, e la figliuola di lui da delinquente. Sembrava, che la morte di Massimino assicurasse una favorevole mutazione alla fortuna delle Imperatrici. Il pubblico disordine assopì la vigilanza delle lor guardie, ed esse trovaron facilmente la maniera di fuggire dal luogo del loro esilio, e di condursi, quantunque con cautela e travestite, alla Corte di Licinio. La condotta di lui ne' primi giorni del suo regno, e l'onorevole accoglienza che fece al giovane Candidiano, posero in cuore a Valeria una segreta speranza, tanto relativamente a se stessa, che al suo figliuolo adottivo. Ma succederon ben presto lo spavento e l'orrore a queste grate apparenze, e le sanguinose esecuzioni, che macchiarono il palazzo di Nicomedia, la convinsero a sufficienza, che il trono di Massimino era occupato da un tiranno più inumano di lui. Valeria provvide alla propria sicurezza, mediante una precipitosa fuga, e sempre accompagnata da Prisca sua madre, andò vagando più di quindici mesi[411] per varie province, sconosciuta, sotto povere vesti. Furono finalmente scoperte a Tessalonica, e siccome era già stata pronunziata contro di loro la sentenza di morte, vennero immediatamente decapitate, ed i loro corpi gettati nel mare. Il popolo stupì a questo funesto spettacolo; ma ne fu soppresso il cordoglio e lo sdegno dal timor de' soldati. Tal fu l'indegno destino della moglie e della figliuola di Diocleziano. Noi deploriamo le loro disgrazie, noi non possiamo scoprirne i delitti, e per quanto possiam giustamente credere che grande fosse la crudeltà di Licinio, fa sempre maraviglia, che egli non si contentasse di una più segreta e decente maniera di vendicarsi[412].
Il Mondo Romano restava diviso fra Costantino e Licinio, il primo de' quali dominava nell'Occidente, e l'altro nell'Oriente. Si avrebbe avuto forse motivo di presumere, che i vincitori, stanchi di tante guerre civili, e legati fra loro con vincoli sì pubblici che privati, dovessero abbandonare o almeno sospendere ogni ulteriore disegno di ambizione; eppure non fu appena passato un anno dopo la morte di Massimino, che i vittoriosi Imperatori voltarono le armi l'uno contro dell'altro. Il genio, la fortuna, e l'indole ambiziosa di Costantino potrebbero farlo risguardare come aggressore; ma il perfido carattere di Licinio giustifica qualunque strano sospetto contro di lui, e colla debole luce, che somministra l'istoria su questo fatto[413] possiamo scoprire ch'egli fomentò co' proprj artifizi una conspirazione contro l'autorità del suo collega. Costantino aveva ultimamente unito in matrimonio la sua sorella Anastasia con Bassiano, persona di famiglia e di fortuna considerabile, innalzando il suo nuovo congiunto al grado di Cesare. Secondo il sistema di governo istituito da Diocleziano, ad esso toccavano per sua parte nell'Impero l'Italia, e forse l'Affrica. Ma l'esecuzione della promessa fu, o differita tant'oltre, o accompagnata da condizioni così svantaggiose, che l'onorevole distinzione, ottenuta da Bassiano, servì ad alienare piuttosto che ad assicurar la sua fedeltà a Costantino. L'elezione di lui era stata ratificata dal consenso di Licinio; e quest'artifizioso Principe per mezzo de' suoi emissarj ben presto procurò di entrare in una segreta e pericolosa corrispondenza col nuovo Cesare, per irritarne il disgusto, e stimolarlo alla temeraria impresa di estorcere per forza quello, che non poteva ottenere dalla giustizia di Costantino. Ma il vigilante Imperatore scoprì la cospirazione avanti che fosse giunta alla sua maturità, e dopo di aver solennemente rinunziata l'alleanza di Bassiano, lo spogliò della porpora, e gli diede la pena che meritava il tradimento e l'ingratitudine di un tal uomo. Il superbo rifiuto di Licinio, allorchè fu ricercato di rendere i delinquenti, che si eran rifuggiti ne' suoi dominj, confermò il sospetto che già si aveva della sua perfidia; e gl'indegni trattamenti fatti in Emona, sulle frontiere dell'Italia, alle statue di Costantino, furono il segno della discordia fra questi due Principi[414].
A. D. 314
Seguì la prima battaglia presso Cibali, città della Pannonia sul fiume Savo intorno a cinquanta miglia sopra Sirmio[415]. Dalle piccole forze che in tale importante incontro due sì potenti Monarchi posero in campo, si può dedurre, che l'uno fu irritato subitaneamente, e l'altro sorpreso all'improvviso. L'Imperator d'Occidente aveva solo ventimila, e quello d Oriente non più di trentacinquemila uomini; era però il minor numero compensato dal vantaggio del luogo. Costantino avea preso posto in un passo largo circa mezzo miglio, fra una scoscesa rupe ed una profonda palude; in tal situazione aspettò con fermezza, e rispinse il primo attacco dell'avversario. Quindi seguitò la sua fortuna, e si avanzò nel piano; ma le legioni veterane dell'Illirico si riunirono sotto il comando di un Capitano, che aveva imparata la milizia nella scuola di Probo e di Diocleziano. I dardi finirono presto da ambe le parti; i due eserciti attaccarono con ugual valore una pugna più stretta di lance e spade, ed il contrasto era durato dubbioso dal far del giorno fino all'ultim'ora della sera, quando l'ala destra, che Costantino comandava in persona, diede un assalto vigoroso e decisivo. La giudiziosa ritirata di Licinio salvò il resto delle sue truppe da una totale disfatta; ma quando egli vide la sua perdita, che ascendeva a più di ventimila uomini, non credè sicuro di passar la notte a fronte di un attivo e vittorioso nemico. Abbandonato il campo ed i magazzini, marciò con diligenza e segretamente alla testa della maggior parte della sua cavalleria, e fu presto liberato dal pericolo di essere inseguito. La sua diligenza salvò la sua moglie, il suo figliuolo, ed i tesori che aveva depositati A Sirmio. Licinio passò per quella città, e, rotto il ponto sul Savo, si affrettò a raccogliere un nuovo esercito nella Dacia e nella Tracia. Nell'atto della sua fuga, diede il titolo precario di Cesare a Valente, suo Generale nella frontiera dell'Illirico[416].
Il piano di Mardia nella Tracia fu il teatro di una seconda battaglia, non meno ostinata e sanguinosa della prima. Le truppe mostrarono da ambe le parti l'istesso valore e la stessa disciplina; ed anche questa volta fu decisa la vittoria dalla superiore abilità di Costantino, che diresse un corpo di cinquemila uomini ad occupare un'altezza vantaggiosa, da cui mentre più ardeva l'azione attaccarono la retroguardia del nemico, e ne fecero considerabile strage. Ciò nonostante le truppe di Licinio, presentando la fronte in due luoghi, mantennero sempre il lor posto, finchè l'approssimarsi della notte pose fine al combattimento, ed assicurò la lor ritirata verso i monti della Macedonia[417]. La perdita di due battaglie e de' suoi più valorosi veterani ridusse il fiero spirito di Licinio a domandar la pace. Fu ammesso all'udienza di Costantino l'Ambasciatore Mistriano, che spaziò ne' comuni argomenti di moderazione e di umanità, sì famigliari all'eloquenza de' vinti; rappresentò nella maniera la più insinuante, ch'era sempre dubbioso l'esito della guerra, mentre le inevitabili calamità della medesima erano dannose del pari ad ambe le parti che contendevano; e dichiarò di essere autorizzato a proporre in nome de' due Imperatori suoi Signori una stabile ed onorevole pace. Il nome di Valente non incontrò appresso Costantino che sdegno e disprezzo. «Non per questo fine (replicò egli burberamente) ci siamo avanzati dai lidi dell'Oceano occidentale con un corso non interrotto di battaglie e di vittorie, ad oggetto cioè di accettar per nostro collega un miserabile schiavo dopo d'aver rigettato un ingrato congiunto. Il primo articolo del trattato dev'essere l'abdicazione di Valente[418].» Bisognò adattarsi a questa condizione umiliante, e l'infelice Valente, dopo un regno di pochi giorni, fu spogliato della porpora e della vita. Tosto che quest'ostacolo fu tolto di mezzo, si restituì facilmente la tranquillità al Mondo Romano. Le successive disfatte di Licinio avevan rovinate le forze di lui, ma nel tempo stesso ne avevan dimostrato il coraggio ed i talenti. La sua situazione era quasi senza speranza, ma qualche volta gli sforzi della disperazione riescono formidabili; ed il buon senso di Costantino preferì un vantaggio grande e sicuro ad un terzo esperimento della sorte dell'armi. Consentì egli di lasciar al suo rivale, o com'esso chiamava nuovamente Licinio, al suo amico e fratello, il possesso della Tracia, dell'Asia minore, della Siria, e dell'Egitto; ma le Province della Pannonia, della Dalmazia, della Dacia, della Macedonia, e della Grecia furon cedute all'Impero d'Occidente, ed il dominio di Costantino si estese in quest'occasione da' confini della Caledonia fino all'estremità del Peloponneso. Nel medesimo trattato si convenne che i tre giovani reali, figli degl'Imperatori, fosser chiamati alla speranza della successione. Crispo e Costantino il Giovane furono poco dopo dichiarati Cesari nell'Occidente, mentre nell'Oriente Licinio il Giovane fu decorato della medesima dignità. In questa doppia proporzione di onori dimostrò il vincitore la superiorità delle sue armi e della sua potenza[419].
Quantunque la riconciliazione fra Costantino e Licinio amareggiata fosse dal risentimento e dalla gelosia, dalla rimembranza delle recenti ingiurie e dal timore de' futuri pericoli, pure si mantenne per più di ott'anni la pace del Mondo Romano. Siccome incomincia intorno a questo tempo una serie molto regolare di leggi Imperiali, non sarà difficile di enunciare i regolamenti civili, che occuparono la vita tranquilla di Costantino. Ma le più importanti fra le sue costituzioni sono intimamente connesse col nuovo sistema di politica e di religione, che non fu stabilito perfettamente che negli ultimi pacifici anni del regno di lui. Vi sono molte delle sue leggi, che interessando i diritti ed i beni degl'individui non meno che la pratica del foro, posson riferirsi più propriamente alla privata che alla pubblica Giurisprudenza dell'impero; ed egli pubblicò molti editti così locali e temporarj, che non meritano che se ne faccia parola in un Istoria generale. Due però ne vogliamo scegliere fra gli altri; l'uno per l'importanza, l'altro per la singolarità. La prima legge dimostra la notabile umanità di Costantino, la seconda poi l'eccessiva severità del medesimo. I. L'orribil costume, sì frequente fra gli antichi, di esporre o di uccidere i figli nati di fresco, si era sempre più esteso nelle Province, e specialmente nell'Italia. Questo era l'effetto della miseria, la quale principalmente proveniva dal peso intollerabile de' tributi, e dalle moleste e crudeli persecuzioni degli Uffiziali del Fisco contro i debitori insolventi. La parte più povera o meno industriosa dell'uman genere invece di gradire l'aumento della famiglia, giudicava un atto di tenerezza paterna quello di liberare i propri figli dalle imminenti miserie di una vita, che non potevano sostenere. L'umanità di Costantino, forse mossa da alcuni recenti e straordinari esempi di disperazione, lo indusse a pubblicare un editto in tutte le città dell'Italia, e dopo dell'Affrica, diretto a somministrare immediati, e sufficienti soccorsi a que' padri, che avesser presentato ai Magistrati i figliuoli, che la povertà non permetteva lor di educare. Ma la promessa era troppo liberale, e la provvisione troppo incerta per produrre un benefizio generale e durevole[420]. Sebbene la legge meriti lode, pure servì piuttosto a scoprire che a sollevar la pubblica calamità. Questo è un autentico documento, che sempre sussiste, per contraddire e confonder quegli oratori venali, che troppo eran soddisfatti della lor situazione per manifestare il vizio e la miseria sotto il governo d'un generoso Sovrano[421].
II. Le leggi di Costantino contro i ratti dimostrano ben poca indulgenza per le più lusinghevoli debolezze della natura umana; giacchè si applicò la denominazione di quel delitto non solamente alla violenza brutale che sforza, ma anche all'insinuante seduzione, che può persuadere una donna non maritata, minore di venticinque anni, a lasciar la casa dei suoi genitori. «Chi aveva eseguito il ratto era punito colla morte; e come se la semplice morte non fosse corrispondente all'enormità del misfatto, egli doveva o esser bruciato vivo, o fatto in pezzi dalle fiere nell'anfiteatro. La dichiarazione che potea far la rapita, che ciò era seguito col consenso di lei, invece di salvare l'amante, esponeva lei medesima ad esser partecipe della pena. Ai genitori della colpevole, o disgraziata fanciulla era ingiunto il dovere di pubblicamente accusarla; e se mai prevaleva in essi il sentimento naturale in maniera da far loro dissimulare l'ingiuria, e riparare, mediante il successivo matrimonio, l'onore della famiglia, eran puniti colla confiscazione e coll'esilio. Gli schiavi dell'uno e dell'altro sesso, convinti di aver dato mano al ratto o alla seduzione, erano bruciati vivi, o posti a morte coll'ingegnoso tormento di versare loro in gola una quantità di piombo liquefatto. Poichè il delitto era pubblico, n'era permessa l'accusa eziandio agli stranieri. La facoltà di agire non si limitava ad alcun termine di anni e si estendevano le conseguenze della sentenza anche alla prole innocente che nasceva da tale irregolar congiunzione[422].» Ma quando il castigo eccita più orrore, che il delitto, il rigor della legge penale dee cedere ai comuni sentimenti dell'umanità. Furono dunque mitigate ne' regni seguenti, o revocate le parti più odiose di tal editto[423]; e Costantino medesimo con atti speciali di clemenza bene spesso ammollì la durezza delle sue generali costituzioni. Così era infatti singolarmente disposto quell'Imperatore, che tanto si dimostrava indulgente, ed anche trascurato nell'esecuzione delle sue leggi, quanto era severo anzi crudele nel farle. Difficilmente però può vedersi un segno di debolezza più decisivo di questo o nel carattere del Principe, o nella costituzione del Governo[424].
L'amministrazione civile fu qualche volta interrotta dalla militar difesa dell'Impero. Crispo, giovane di amabilissima indole, che insieme col titolo di Cesare avea ricevuto il comando del Reno, segnalò la sua condotta ed il suo valore in diverse vittorie riportate sopra i Franchi e gli Alemanni: ed insegnò a' Barbari di quella frontiera a temere il primogenito di Costantino ed il nipote di Costanzo[425]. L'Imperatore avea preso per se la provincia più difficile ed importante del Danubio. I Goti, che al tempo di Claudio o di Aurelio, avevan sentito il peso delle armi Romane, rispettarono il poter dell'Impero anche in mezzo alle interne divisioni del medesimo. Ma in una pace di quasi cinquant'anni erasi ristabilita la forza di quella guerriera nazione; si era formata una nuova generazione, che non rammentava più le passate disgrazie: i Sarmati della palude Meotide seguitarono le bandiere dei Goti, o come sudditi o come alleati, o le lor forze unite invasero le regioni dell'Illirico. Sembra che Campona, Margo e Bologna fossero le scene di vari memorabili assedj e combattimenti[426]; e quantunque Costantino incontrasse una resistenza molto ostinata, finalmente prevalse nella guerra, ed i Goti furono costretti a procurarsi una vergognosa ritirata con restituire la preda ed i prigionieri che avevan fatto. Nè tal vantaggio servì a soddisfare lo sdegno dell'Imperatore. Egli risolvè di castigare non men che rispingere l'insolenza dei Barbari, che avevano ardito d'invadere il paese Romano. Alla testa delle sue legioni passò il Danubio sopra un ponte, ch'era stato costrutto da Traiano, e ch'egli fè ristorare, penetrò ne' più forti nascondigli della Dacia[427], e quando gli ebbe severamente puniti, condiscese a conceder la pace ai Goti supplichevoli, a condizione, che ogni volta che fosser richiesti, gli somministrassero un corpo di quarantamila soldati[428]. Imprese di questa sorta facevano senza dubbio grand'onore a Costantino, e vantaggio allo Stato, ma si ha giusto motivo di dubitare, se provar si possa l'esagerata asserzione di Eusebio, che tutta la Scizia fino all'estremità del Settentrione, divisa com'era in tanti Popoli di costumi i più selvaggi ed i più differenti fra loro, per mezzo delle vittoriose sue armi erasi aggiunta all'Imperio Romano[429].
A. D. 323
Era impossibile che in questo sublime stato di gloria Costantino potesse più lungamente soffrire un collega nell'Impero. Confidando nella superiorità del suo genio, e della sua forza militare, si determinò, senza alcuna precedente ingiuria, di farne uso per la distruzion di Licinio, di cui l'età ormai avanzata, od i vizi odiosi al popolo pareva che gli presentassero una ben facil conquista[430]. Ma il vecchio Imperatore, eccitato dall'imminente pericolo, deluse l'aspettazione sia degli amici, che de' nemici. Richiamando quello spirito, e que' talenti, per mezzo di cui s'era meritata l'amicizia di Galerio, e la porpora Imperiale, preparossi alla guerra, unì le forze dell'Oriente, e in poco tempo coprì le pianure di Adrianopoli colle sue truppe, e lo stretto dell'Ellesponto colla sua flotta. L'esercito era composto di centocinquantamila fanti, e di quindicimila cavalli; e siccome la cavalleria per la maggior parte era presa dalla Frigia e dalla Cappadocia, possiamo formare un'idea più favorevole della bellezza de' cavalli, che del coraggio e della destrezza de' cavalieri. La flotta consisteva in trecentocinquanta galere di tre ordini di remi. Centotrenta di queste furon somministrate dall'Egitto, e dalle adiacenti coste dell'Affrica; centodieci da' porti della Fenicia e dell'Isola di Cipro, e le altre centodieci dalle parti marittime della Bitinia, della Jonia e della Caria. Le truppe di Costantino si dovevan riunire a Tessalonica; ed ascendevano a sopra centoventimila fra cavalli e fanti[431]. Esso fu soddisfatto del lor marziale aspetto, ed il suo esercito realmente conteneva più soldati, quantunque minore nel numero degli uomini, che quello del suo competitore orientale. Le legioni di Costantino eran formate nelle più guerriere Province dell'Europa; l'esercizio ne aveva invigorita la disciplina, la vittoria innalzate le speranze, e trovavasi fra loro un gran numero di veterani, che dopo diciassette gloriose campagne sotto il medesimo condottiero, si preparavano a meritare un'onorevol dimissione coll'ultimo sforzo del lor valore[432]. Ma i preparativi navali di Costantino erano per ogni capo molto inferiori a quelli di Licinio. Le città marittime della Grecia mandarono le rispettive lor quote d'uomini e di navi al porto famoso di Pireo, e tutte le lor forze, prese insieme, non sorpassarono il numero di dugento piccoli vascelli: assai debole armamento, se voglia paragonarsi con quelle formidabili flotte messe in mare, e mantenute dalla Repubblica d'Atene al tempo della guerra del Peloponneso[433]. Non essendo l'Italia più da gran tempo la sede del Governo, gli stabilimenti navali di Miseno e di Ravenna si erano o poco a poco trascurati; e siccome la navigazione e la marineria dell'Impero venivano sostenute dal commercio anzi che dalla guerra, era naturale che dovessero abbondare più nelle industriose province dell'Egitto e dell'Asia. Solamente fa meraviglia che l'Imperatore dell'Oriente, che aveva in mare una superiorità così grande, trascurasse l'occasione di portare una guerra offensiva nel contro de' dominj del suo rivale.
A. D. 323
Invece di prendere tale attiva risoluzione, che avrebbe potuto far mutar faccia a tutta la guerra, il prudente Licinio aspettò l'avvicinamento del suo rivale presso Adrianopoli in un campo da esso fortificato con sì premurosa diligenza, che ben dimostrava il timor ch'egli aveva dell'evento. Costantino diresse la sua marcia da Tessalonica verso quella parte della Tracia, sinchè si trovò arrestato dall'ampio rapido corso dell'Ebro, e scoprì il numeroso esercito di Licinio, che occupava il ripido declive del monte, dal fiume alla città di Adrianopoli. Passarono vari giorni in dubbiose e lontane scaramucce; ma furon tolti finalmente gli ostacoli del passaggio e dell'attacco dall'intrepida condotta di Costantino. Qui non possiamo a meno di riferire un fatto maraviglioso di esso, a cui sebbene possa difficilmente trovarsi l'uguale nella poesia o ne' romanzi, pure si trova celebrato non già da un venale oratore addetto alla fortuna di lui, ma da un Istorico, special nemico della famiglia del medesimo. Si assicura che il valoroso Imperatore gettossi nell'Ebro accompagnato solo da dodici cavalieri, e che per lo sforzo delle sue invincibili armi, ruppe, disordinò, e pose in fuga un esercito di cinquantamila uomini. La credulità di Zosimo prevalse in tal modo alla sua passione, che sembra che fra gli eventi della memorabil battaglia di Adrianopoli scegliesse e adornasse non già il più importante, ma il più maraviglioso. Conferma il valore ed il pericolo di Costantino una leggiera ferita, ch'esso ricevè nella coscia, ma può rilevarsi anche da un'imperfetta narrazione, e forse da un testo corrotto, che fu cagione della vittoria non meno la condotta del Generale, che il coraggio dell'Eroe: che un corpo di cinquemila arcieri girò ad occupare un folto bosco nella retroguardia del nemico, la cui attenzione era impegnata nella costruzione di un ponte; e che Licinio, confuso per tante artificiose evoluzioni, fu contro sua voglia tirato dal suo vantaggioso posto a combattere nella pianura. Il combattimento allora non fu più uguale; la confusa moltitudine delle nuove reclute di lui restò facilmente vinta dagli sperimentati veterani dell'Occidente. Si dice che trentaquattromila uomini vi fossero uccisi. Il campo fortificato di Licinio fu preso per assalto la sera della battaglia; la maggior parte de' fuggitivi, che si erano ritirati alle montagne, si renderono il giorno dopo alla discrezione del vincitore; ed il suo rivale, che non potè più tenersi in campagna aperta, si chiuse dentro le mura di Bisanzio[434].
L'assedio di questa città, che fu immediatamente intrapreso da Costantino, era molto laborioso ed incerto. Le fortificazioni di quella piazza, che si risguardava con tanta ragione, come la chiave dell'Europa e dell'Asia, erano state riparate ed accresciute nelle ultime guerre civili; e finchè Licinio fu padrone del mare, la guarnigione era molto meno esposta al pericolo della fame, che l'armata degli assedianti. Furon chiamati al campo da Costantino i comandanti di mare, ed ebbero positivi ordini di forzare il passo dell'Ellesponto nel tempo che la flotta di Licinio, invece di cercare, e di distruggere il debole nemico, restava inoperosa in quell'angusto stretto, dove la superiorità nel numero era di poco uso, o vantaggio. A Crispo, figliuol maggiore di Costantino, fu affidata l'esecuzione di quest'ardita impresa, ch'egli condusse con tal coraggio e buon successo, che meritò la stima, ed eccitò probabilissimamente la gelosia di suo padre. L'attacco durò due giorni, e nella sera del primo le flotte, dopo una considerabil perdita da ambe le parti, si ritirarono ne' lor rispettivi porti dell'Europa e dell'Asia. Il secondo giorno, verso il mezzodì, levossi un forte vento meridionale, che trasportò i vascelli di Crispo incontro al nemico[435], ed avendo egli con avveduta intrepidezza profittato di questo casual vantaggio, ben presto conseguì una piena vittoria. Cento trenta vascelli restaron distrutti, cinquemila uomini uccisi, ed Amando, Ammiraglio della flotta asiatica, colla maggior difficoltà si rifuggì ai lidi di Calcedonia. Tosto che fu aperto l'Ellesponto, entrò nel campo di Costantino, che aveva già avanzate le operazioni dell'assedio, un abbondante convoglio di provvisioni. Egli formò dei mucchi artificiali di terra ugualmente elevati che le mura di Bisanzio. Le alte torri, che furono alzate su que' fondamenti, infestavano gli assediati con grosse pietre e con dardi scagliati dalle macchine militari; e gli arieti, che percuotevan le mura, le avevano rotte in vari luoghi. Se Licinio persisteva più lungamente nella difesa, si esponeva ad esser involto egli stesso nella rovina della piazza; avanti però che gli fosse chiusa l'uscita, esso prudentemente trasferì a Calcedonia nell'Asia la sua persona, ed i suoi tesori; e siccome bramò sempre di associar compagni alle speranze ed ai rischi della sua fortuna, diede in quell'occasione il titolo di Cesare a Martiniano, ch'esercitava uno degli Uffizj più importanti dell'Impero[436].
Tali erano i ripieghi e tale l'abilità di Licinio, che dopo tante successive disfatte raccolse di nuovo nella Bitinia un esercito di cinquanta o sessantamila uomini, mentre l'attività di Costantino era impiegata nell'assedio di Bisanzio. Il vigilante Imperatore nondimeno non trascurò gli ultimi sforzi del suo antagonista. Fu trasportata in piccoli legni una parte considerabile del suo vittorioso esercito sul Bosforo, e subito ch'ebbe posto i piedi a terra sulle altezze di Crisopoli, o come si dice adesso, di Scutari, fu attaccata la decisiva battaglia. Le truppe di Licinio, quantunque levate di fresco, male armate, e peggio disciplinate, resisterono ai vincitori con infruttuoso ma disperato valore, finchè una total disfatta, e la strage di venticinquemila uomini determinò irrevocabilmente il destino del loro Capo[437]. Ritirossi egli a Nicomedia col fine di guadagnar tempo, e colla mira piuttosto di entrare in trattato, che colla speranza di un'efficace difesa. Costanza, moglie di lui e sorella di Costantino, intercedè appresso il fratello in favor del marito, ed ottenne dalla politica piuttosto che dalla compassione di questo una solenne promessa, confermata con giuramento, che dopo il sacrificio di Martiniano, e la rinunzia della porpora, sarebbe stato permesso a Licinio di passare il rimanente della sua vita in pace, e nell'abbondanza. La condotta di Costanza, e la parentela, che aveva colle parti che combattevano, richiama naturalmente allo spirito la memoria di quella virtuosa matrona, ch'era sorella di Augusto, e moglie di Antonio. Ma la maniera di pensare degli uomini era mutata, e non si stimava più un'infamia per un Romano il sopravvivere al proprio onore ed alla propria indipendenza. Licinio chiese, ed accettò il perdono delle sue mancanze; si prostrò colla porpora ai piedi del suo Signore e Padrone; con insultante pietà fu sollevato da terra; nel medesimo giorno ammesso alla mensa Imperiale, e poco dopo mandato a Tessalonica, ch'era stata scelta per luogo del suo confino[438]. Questo per altro fu terminato in breve dalla morte; ed è posto in dubbio se un tumulto de' soldati o un decreto del Senato servì di pretesto all'esecuzione. Secondo le regole della tirannia fu accusato di tentare una cospirazione, e di mantenere una perfida corrispondenza co' Barbari; ma poichè non ne fa mai convinto nè dalla sua condotta, nè da alcuna legittima prova, è permesso per avventura di presumerne l'innocenza dalla sua debolezza[439]. Fu disonorata la memoria di Licinio coll'infamia; ne furono gettate a terra le statue, ed abolite tutte in un tratto le leggi ed i processi giudiziali del regno di lui con un editto fatto con tale precipitazione, e di conseguenze tanto cattive, che fu quasi subito dopo corretto[440].
A. D. 324
Con questa vittoria di Costantino, il Mondo Romano trovossi di nuovo unito sotto l'autorità di un solo Imperatore, trentasette anni dopo che Diocleziano ne avea diviso la potenza e le province con Massimiano suo collega.
I gradi successivi dell'innalzamento di Costantino, dal tempo in cui prese la porpora a York fino alla rinunzia di Licinio a Nicomedia, si son riferiti minutamente e con precisione, non solo perchè i fatti per se stessi interessano, ma molto più anche perchè i medesimi contribuirono alla decadenza dell'Impero per cagione della gran perdita di sangue e di danaro, e pel continuo accrescimento de' tributi non meno che del corpo militare. Le immediate memorabili conseguenze di questa rivoluzione furono la fondazione di Costantinopoli, e lo stabilimento della Religione Cristiana.