CAPITOLO XVII.

Fondazione di Costantinopoli. Sistema politico di Costantino e de' suoi successori. Disciplina militare. Corte e Finanze.

Il disgraziato Licinio fu l'ultimo rivale, che si oppose alla grandezza di Costantino, e l'ultimo prigioniero, che ne adornò il trionfo. Dopo un prospero e tranquillo regno, il conquistatore lasciò erede la sua famiglia del Romano Impero, di una nuova capitale, d'un nuovo governo, e di una nuova religione; e le innovazioni, che egli fece, furono adottate e riguardate con venerazione da quelli che gli succedettero. Il secolo di Costantino Magno e de' suoi figli è pieno d'importanti avvenimenti; ma l'Istorico resterebbe oppresso dal numero e dalla varietà de' medesimi, se diligentemente non separasse l'uno dall'altro i successi, che non hanno altra connessione fra loro che quella dell'ordine de' tempi. Dovrà egli dunque descrivere quei politici stabilimenti, che dieder forza e consistenza all'Impero, avanti di procedere a riferir le guerre e le rivoluzioni, che ne accelerarono la decadenza. Dovrà far uso della divisione fra gli affari civili e gli ecclesiastici, non conosciuta dagli antichi: la vittoria poi e l'interna discordia de' Cristiani somministreranno copiosi e distinti materiali, tanto d'edificazione quanto di scandalo.

A. D. 324

Dopo la disfatta e la deposizione di Licinio, il vittorioso di lui rivale s'applicò a gettare i fondamenti di una città destinata ad essere in futuro la dominante dell'Oriente, ed a sopravvivere all'Impero ed alla religione di Costantino. I motivi o d'orgoglio o di politica, che a principio indussero Diocleziano a ritirarsi dall'antica sede del governo, avevano acquistato maggior peso per l'esempio de' suoi successori, e per la consuetudine di quarant'anni. Roma si era insensibilmente confusa co' regni dipendenti, che ne avevano una volta riconosciuto il dominio; e la patria de' Cesari si riguardava con fredda indifferenza da un Principe marziale nato nelle vicinanza del Danubio, educato nelle Corti ed armate dell'Asia, ed investito della porpora dalle legioni della Britannia. Gl'Italiani, che ricevuto avevano Costantino come loro liberatore, umilmente obbedivano agli editti, ch'esso qualche volta si compiaceva d'indirizzare al Senato ed al Popolo Romano; ma di rado venivan onorati dalla presenza del nuovo loro Sovrano. Nel vigore della sua età, Costantino, secondo le varie occorrenze di guerra o di pace, muovevasi ora con lenta dignità, ora con attiva diligenza lungo le frontiere de' suoi vasti dominj; ed era sempre apparecchiato ad entrare in battaglia tanto contro gli esterni, che contro gl'interni nemici. Ma come egli giunse, di grado in grado, al sommo della prosperità e ad un'età più matura, incominciò a pensare di stabilire la forza e la maestà del Trono in una più durevole sede. Volendo scegliere una situazione vantaggiosa, preferì a qualunque altra quella, che serve di confine fra l'Asia e l'Europa, tanto per domare con potenti armi i Barbari, che abitavano tra il Danubio ed il Tanai, quanto per osservare con occhio geloso la condotta del Re di Persia, che di mal animo soffriva il giogo d'un ignominioso trattato. Con tali mire avea Diocleziano scelta per sua residenza, ed abbellita Nicomedia; ma la memoria di Diocleziano era con ragione abborrita dal protettor della Chiesa, e Costantino non era insensibile all'ambizione di fondare una città, che potesse perpetuar la gloria del proprio suo nome. Nel tempo delle ultime operazioni militari contro Licinio, ebbe bastante opportunità di esaminare, come soldato non meno che come politico, l'incomparabile posizione di Bizanzio, e di osservare quanto era fortemente guardato quel luogo dalla natura contro gli attacchi de' nemici, mentr'era da ogni parte accessibile a' vantaggi del commercio. Molti secoli prima di Costantino, uno de' più giudiziosi Storici dell'antichità[187] avea descritto i vantaggi di una situazione, dalla quale ad una debole colonia di Greci era provenuto il comando del mare e l'onore di una florida ed indipendente Repubblica[188].

Se consideriamo Bizanzio nell'estensione che acquistò coll'augusto nome di Costantinopoli, può rappresentarsene la figura come di un triangolo di lati disuguali. L'angolo ottuso, che s'avanza verso l'oriente ne' lidi dell'Asia, affronta e rispinge i flutti del Bosforo Tracio. Il lato settentrionale della città è circondato dal porto, ed il meridionale è bagnato dalla Propontide o dal mar di Marmora. La base del triangolo è all'occidente, e serve di confine al continente d'Europa. Ma senza una più ampia spiegazione non può con sufficiente chiarezza intendersi l'ammirabile forma e divisione delle terre e delle acque, che sono all'intorno della città.

Quel tortuoso canale, per cui con rapido e continuo corso le acque dell'Eussino scorrono verso il Mediterraneo, fu chiamato Bosforo, nome non meno celebre nell'istoria che nelle favole dell'Antichità[189]. Una gran quantità di tempj e di altari votivi, sparsi lungo quegli scoscesi e selvosi lidi non fa che dimostrar l'imperizia, i terrori e la devozione de' Greci naviganti, che seguitando l'esempio degli Argonauti andarono esplorando i pericoli dell'inospito Eussino. Su quelle spiagge la tradizione conservò lungo tempo la memoria del palazzo di Fineo, infestato dalle oscene arpie[190], e del silvestre regno di Amico, che sfidò il figlio di Leda alla pugna del cesto[191]. Lo stretto del Bosforo ha per termini gli scogli Cianei, che una volta, secondo la descrizione de' Poeti, galleggiavano sulla superficie dell'acque; ed erano dagli Dei destinati a difendere l'ingresso dell'Eussino dalla profana curiosità[192]. Dagli scogli Cianei fino al capo ed al porto di Bizanzio la girevole lunghezza del Bosforo si estende circa a sedici miglia[193], e la più comune di lui larghezza può computarsi circa un miglio e mezzo. Le nuove fortezze d'Europa e d'Asia furon fabbricate nell'uno e nell'altro continente su' fondamenti de' due celebri tempj di Serapide e di Giove Urio. Le antiche, le quali son opera degl'Imperatori Greci, dominano la parte più stretta del canale, in un luogo dove gli opposti lidi si accostan fra loro fino alla distanza di cinquecento passi. Queste fortezze furono restaurate e fortificate da Maometto II. quando meditava l'assedio di Costantinopoli[194]; ma il conquistatore Turco probabilmente ignorava che Serse, quasi duemila anni prima di lui, aveva scelto il medesimo luogo per unire, mediante un ponte di barche, i due continenti[195]. Ad una piccola distanza dalle antiche fortezze si scuopre la piccola città di Crisopoli, o Scutari, che può quasi risguardarsi come il subborgo Asiatico di Costantinopoli. Quando il Bosforo incomincia a farsi strada verso la Propontide, passa fra le due città di Bizanzio e di Calcedone. Quest'ultima fu fabbricata dai Greci, pochi anni avanti la prima; e la società de' fondatori di essa, i quali non videro la più vantaggiosa situazione dell'opposto lido, ha dato luogo ad una proverbiale espressione di disprezzo verso di loro[196].

Il porto di Costantinopoli, che si può considerare come un braccio del Bosforo, nella più remota antichità ebbe il nome di corno d'oro. La curva, ch'esso descrive, si può assomigliare al corno d'un cervo, o verisimilmente con più proprietà a quello d'un bove[197]. L'epiteto d'aureo esprimeva le ricchezze, che qualunque vento portava dalle più distanti regioni nel sicuro ed ampio porto di Costantinopoli. Il fiume Lico, formato dall'unione di due piccioli torrenti, versa perpetuamente nel porto una quantità d'acqua nuova, che serve a purgarne il fondo, e ad invitare delle periodiche turme di pesci a ritirarsi in quel conveniente recinto. Siccome in que' mari appena si sentono le vicende delle maree, la costante profondità del porto fa che le mercanzie possano scaricarsi ne' magazzini senza aiuto di battelli; ed è stato osservato, che in molti luoghi possono i più grossi vascelli appoggiare le prore alle case, mentre le loro poppe si stan movendo nell'acqua[198]. Questo braccio del Bosforo, dall'imboccatura del Lico fino a quella del porto, è lungo più di sette miglia. L'entratura è larga circa cinquecento braccia, e nelle occasioni vi si può tirare attraverso una forte catena per guardare il porto e la città dagli attacchi d'una flotta nemica[199].

Tra il Bosforo e l'Ellesponto, recedendo l'una dall'altra per ambe le parti le spiagge dell'Europa e dell'Asia, contengono fra loro il mar di Marmora, che dagli antichi si chiamava Propontide. La navigazione, dalla fine del Bosforo fino al principio dell'Ellesponto, è di circa cento venti miglia. Quelli, che fan vela verso ponente nel mezzo della Propontide, possono scorgere nel tempo stesso le alture della Tracia e della Bitinia, e non perdere mai di vista l'alta cima del monte Olimpo, coperta d'eterna neve[200]. A sinistra lasciano un profondo golfo, nel mezzo del quale era situata Nicomedia, Imperial residenza di Diocleziano; e prima di gettar l'ancora a Gallipoli, passano le piccole isole di Cizico e di Proconneso, dove il mare, che separa l'Europa dall'Asia, di nuovo si stringe in un angusto canale.

I Geografi, che hanno esaminato con la più esatta intelligenza la forma e l'estensione dell'Ellesponto, assegnano a quel celebre Stretto la lunghezza di circa sessanta miglia di tortuoso corso, ed intorno a tre miglia d'ordinaria larghezza[201]. Ma la parte più stretta del canale si trova al settentrione delle antiche fortezze Turche, fra le città di Sesto e d'Abido. In questo luogo l'ardito Leandro s'espose al passaggio del mare per posseder la sua bella[202]. Qui fu parimente che in un luogo, dove la distanza fra gli opposti lidi non può eccedere i 500 passi, Serse costruì uno stupendo ponte di barche per trasportare in Europa un milione e settecentomila Barbari[203]. Un mare, contenuto dentro sì stretti limiti, male sembra, che meritar possa il singolar epiteto di largo, che Omero ugualmente che Orfeo hanno frequentemente dato all'Ellesponto. Ma le nostre idee di grandezza son relative: un viaggiatore, e specialmente un poeta, che naviga lungo l'Ellesponto, che va seguitando i giri del canale, e contempla quel teatro di campagne, che da ogni parte par che ne terminino il prospetto, insensibilmente perde la memoria del mare, e la sua fantasia gli dipinge quel celebre stretto con tutte le qualità d'un gran fiume, che scorre dolcemente in mezzo alle piante di una mediterranea campagna, e che finalmente per una larga bocca si scarica entro il mar Egeo, od Arcipelago[204]. L'antica Troia[205], situata sopra un'eminenza a piè del monte Ida, dominava la bocca dell'Ellesponto, il quale appena dimostrava di ricevere un aumento d'acque dal tributo di quegl'immortali ruscelli del Simoenta e dello Scamandro. Il campo de' Greci occupava dodici miglia lungo la spiaggia del promontorio Sigeo sino al Reteo; ed i fianchi dell'esercito eran guardati da' più bravi capitani, che combattevano sotto gli stendardi d'Agamennone. Nel primo di que' promontorj trovavasi Achille con gl'invincibili suoi Mirmidoni, e l'intrepido Aiace aveva piantate le sue tende sull'altro. Dopo che Aiace si fu sacrificato al suo orgoglio mal corrisposto ed all'ingratitudine de' Greci, gli fu eretto il sepolcro in quel luogo, dove aveva difesa la flotta dal furore di Giove e d'Ettore; ed i cittadini della nuova città di Reteo celebravano la sua memoria con onori divini[206]. Costantino, prima che si risolvesse a dar giustamente la preferenza alla situazione di Bizanzio, avea concepito il disegno d'eriger la sede dell'Impero in quel celebre luogo, dal quale i Romani traevano la favolosa origine loro. A principio fu scelta per la nuova capitale quell'estesa pianura, che giace sotto l'antica Troia verso il promontorio Reteo ed il sepolcro d'Aiace, e quantunque tal impresa fosse tosto abbandonata, i grandiosi avanzi che vi restarono delle mura e delle torri non terminate, chiamarono la curiosità di tutti coloro che navigarono per lo Stretto dell'Ellesponto[207].

Adesso noi siamo in grado di conoscere la vantaggiosa positura di Costantinopoli, che sembra essere stata dalla natura formata apposta per riuscire la capitale ed il centro d'una gran monarchia. L'Imperial città, situata nel grado 41 di latitudine, dominava dai suoi sette colli[208] i lidi opposti dell'Europa e dell'Asia; il clima era salubre e temperato; il terreno fertile; il porto sicuro e capace; e l'accesso dalla parte di terra di piccola estensione e di facil difesa. Il Bosforo e l'Ellesponto si possono risguardare come le due porte di Costantinopoli, ed il Principe, ch'era padrone di que' passi tanto importanti, poteva sempre tenerli chiusi ai vascelli nemici ed aperti al commercio. Può in qualche modo attribuirsi la conservazione delle Province orientali alla politica di Costantino, in quanto che i Barbari dell'Eussino, che avanti di lui avevano sparse le loro armate navali nel cuore del Mediterraneo, ben presto desisterono dall'esercitar la pirateria, disperando di poter forzare quell'insormontabile ostacolo. Quando eran chiuse le porte dell'Ellesponto e del Bosforo, la capitale in tale spazioso recinto poteva sempre godere di tutti i prodotti, atti a supplire a' bisogni, od a soddisfare il lusso dei numerosi suoi abitatori. Le coste marittime della Tracia e della Bitinia, che languiscono sotto il peso dell'oppressione de' Turchi, presentano tuttavia un ricco prospetto di giardini, di vigne, e di abbondanti raccolte; e la Propontide è stata in ogni tempo famosa per l'inesauribile quantità del pesce più squisito, che si prende in certe determinate stagioni senza che vi sia bisogno d'arte veruna e quasi senza fatica[209]. Ma quando si aprivano al commercio i due passi dello Stretto, questi a vicenda accoglievano le naturali ed artificiali ricchezze del settentrione e del mezzodì, dell'Eussino e del Mediterraneo. Tutte le naturali produzioni, che si raccoglievano nelle foreste della Germania e della Scizia, fino alle sorgenti del Tanai e del Boristene; tutto ciò che si lavorava dalle arti dell'Europa e dell'Asia; il grano d'Egitto, le gemme e le spezierie dell'India la più remota, si trasportavano da' diversi venti nel porto di Costantinopoli, che per molti secoli attrasse il commercio dell'antico mondo[210].

Il prospetto della vaghezza, della salubrità e della dovizia, raccolte in un sol luogo, era sufficiente a giustificar la scelta di Costantino. Ma siccome gli uomini hanno in ogni età supposto che una decente mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso decoro sopra l'origine delle grandi città[211], così l'Imperatore desiderava d'ascrivere la sua risoluzione non tanto agl'incerti consigli dell'umana politica, quanto agl'infallibili ed eterni decreti della Divina Sapienza. Egli ha avuta la cura di far sapere alla posterità in una delle sue leggi, ch'esso gettò i sempre durevoli fondamenti di Costantinopoli per ubbidire a' comandi di Dio[212]; e sebbene non abbia voluto riferire in qual maniera gli fosse comunicata l'inspirazione celeste, tuttavia è stato ampiamente supplito al difetto del suo modesto silenzio dall'ingenuità de' posteriori scrittori, i quali descrivono la notturna visione, che presentossi alla fantasia di Costantino nel tempo che dormiva dentro le mura di Bizanzio. Il genio tutelare della città, vale a dire una venerabil matrona, cadente sotto il peso degli anni e delle infermità, venne trasformata ad un tratto, in una florida fanciulla, che fu dalle sue proprie mani adornata con tutti i simboli dell'Imperiale grandezza[213]. Destossi il Monarca, interpretò il fausto augurio, ed obbedì, senza esitare, al volere celeste. Da' Romani si celebrava il giorno dell'origine d'una città o Colonia con tali ceremonie, quali si erano stabilite da una generosa superstizione[214]; e quantunque Costantino potesse ometter que' riti, che troppo sapevano d'origine Pagana, pure vivamente desiderava di lasciare una profonda impressione di speranza e di rispetto negli animi degli spettatori. L'Imperatore stesso, a piedi, con una lancia in mano, conduceva la solenne processione, e dirigeva la linea che si tirava per limite della nuova capitale, fintanto che s'incominciò ad osservare con istupore dagli astanti la gran circonferenza di essa, ed essendosi alcuni di loro finalmente avventurati ad avvertirlo, che aveva già oltrepassato il più vasto circuito di una gran città, «Io proseguirò sempre avanti (replicò Costantino ) fintanto che Egli, l'invisibil guida, che cammina avanti di me, non crederà a proposito di fermarsi»[215]. Senza presumere d'investigar la natura o i motivi di questo condottiero straordinario, ci contenteremo della più umil cura di descrivere l'estensione ed i limiti di Costantinopoli[216].

Nello stato in cui presentemente si trova la città, il palazzo ed i giardini del Serraglio occupano il promontorio di levante, ch'è il primo de' sette colli; e contengono circa cento cinquanta acri della nostra misura[217]. Si è costruita su' fondamenti d'una Repubblica Greca la sede della gelosia e del dispotismo Turco, ma è da supporsi che i Bizantini fosser tentati, dalla comodità del porto, ad estendere le loro abitazioni da quella parte oltre i moderni confini del Serraglio. Le nuove mura di Costantino s'estesero dal porto fino alla Propontide, attraverso la maggior larghezza del triangolo, alla distanza di quindici stadi dalle antiche fortificazioni; ed inclusero nel loro recinto, insieme con la città di Bizanzio, cinque de' sette colli, che agli occhi di quelli che s'avvicinano a Costantinopoli, par che in bell'ordine s'innalzino l'uno sopra dell'altro[218]. Circa un secolo dopo la morte del fondatore, le nuove fabbriche, slargandosi da un lato sul porto e dall'altro lungo la Propontide, già occupavano l'angusta cima del sesto e l'ampia sommità del settimo colle. La necessità di proteggere que' sobborghi dalle continue incursioni de' Barbari, impegnò Teodosio il Giovane a circondare la sua capitale con un conveniente e durevol recinto di mura[219]. La maggior larghezza di Costantinopoli, dal promontorio orientale alla porta d'oro, era di circa tre miglia Romane[220]. La circonferenza comprendeva fra le dieci e le undici miglia; e può considerarsene l'area come uguale a circa duemila acri Inglesi. Egli è impossibile di giustificare le credule e vane esagerazioni de' viaggiatori moderni, che alle volte hanno esteso i confini di Costantinopoli ai circonvicini villaggi della costa d'Europa ed anche dell'Asia[221]. Ma i sobborghi di Pera e di Galata, quantunque situati fuori del porto, possono meritar di considerarsi come una parte della città[222]; e tal aggiunta può forse autorizzar la misura d'un Istorico Bizantino, che assegna per circonferenza della sua patria sedici miglia Greche (corrispondenti a circa quattordici delle Romane)[223]. Sembra che tal estensione non fosse indegna d'una sede Imperiale. Pure Costantinopoli dovè cedere in grandezza a Babilonia ed a Tebe[224], all'antica Roma, a Londra, ed anche a Parigi[225].

Il dominatore del mondo Romano, che aspirava ad erigere un eterno monumento delle glorie del proprio regno, poteva impiegare, nell'eseguir quella grand'opera, le ricchezze, il travaglio, e tutto il gusto, che in quel tempo restava, di tanti milioni di sudditi. Si può formar qualche idea della spesa, che impiegò nella fabbrica di Costantinopoli la liberalità Imperiale, dell'essersi accordati circa due milioni e cinquecentomila lire per la costruzione delle mura, de' portici e degli acquedotti[226]. Le selve, che adombravano i lidi del Ponto Eussino e le famose cave di marmo bianco della piccola isola di Proconneso, somministrarono una inesauribile quantità di materiali, facili ad esser trasportati per la comodità di un breve tragitto al porto di Bizanzio[227]. Da un gran numero di lavoranti e di artefici con travaglio continuo si faceva ogni sforzo per condurre a termine l'opera; ma l'impaziente Costantino ben presto conobbe, che nella decadenza delle arti la perizia ed il numero degli architetti, che aveva, eran troppo sproporzionati alla grandezza dei suoi disegni. Fu dunque ordinato a' Magistrati delle più distanti province di erigere scuole, di stabilire professori, e d'impegnare, colla speranza de' premj e de' privilegi, allo studio ed alla pratica dell'architettura un numero sufficiente di giovani d'ingegno, educati liberalmente[228]. Le fabbriche della nuova città furono eseguite da quegli artefici, che potea dare il regno di Costantino; ma furono però decorate dalle opere dei più celebri maestri del tempo di Pericle e di Alessandro. Il poter far rivivere il genio di Fidia e di Lisippo sorpassava in vero la forza d'un Imperator Romano; ma le immortali produzioni, ch'essi lasciate avevano alla posterità, furono senza difesa esposte alla rapace vanità di un despota. Per ordine di esso le città della Grecia e dell'Asia spogliate vennero de' più pregevoli loro ornamenti[229]. I trofei di memorabili guerre, gli oggetti di religiosa venerazione, le statue più perfette degli Dei e degli Eroi, dei Sapienti e dei Poeti dell'Antichità contribuirono allo splendido trionfo di Costantinopoli, e dieder luogo a quella riflessione dell'Istorico Cedreno[230], il quale osserva con qualche entusiasmo, che niente altro pareva mancare, salvo gli animi degli uomini illustri, che da quegli ammirabili monumenti venivano rappresentati. Ma non è già nella città di Costantino, e nel decadente periodo d'un Impero, allorchè la mente umana trovavasi oppressa dalla schiavitù così civile, come religiosa, che cercarsi dovevano le anime d'un Omero e d'un Demostene.

Nel tempo dell'assedio di Bizanzio aveva il conquistatore piantato la propria tenda sulla dominante eminenza del secondo colle. Per eternare pertanto la memoria del suo buon successo, destinò per il Foro principale[231] quel medesimo vantaggioso luogo, che sembra essere stato di figura circolare o piuttosto elittica. Due archi trionfali ne formavano gli opposti due ingressi; i portici, che lo circondavano da ogni parte, erano pieni di statue; e nel centro del Foro s'alzava una sublime colonna, un mutilato frammento del quale indica ora la sua degradazione col nome di Colonna bruciata. Questa colonna posava sopra un piedistallo di marmo bianco, alto venti piedi, ed era composta di dieci pezzi di porfido, ciascuno de' quali aveva l'altezza di circa dieci piedi, e la circonferenza di circa trenta tre[232]. Nella sommità della colonna, alla distanza di sopra 120 piedi da terra, fu collocata una statua colossale d'Apollo. Essa era di bronzo, ed era stata trasportata o da Atene o da qualche città della Frigia, supponendosi che fosse opera di Fidia. L'Artefice avea rappresentato il Dio del giorno, o come fu interpretato dipoi, l'Imperator Costantino medesimo con uno scettro nella destra, col globo del mondo nella sinistra, e con una corona di raggi lucenti sul capo[233]. Il Circo, o l'Ippodromo era una magnifica fabbrica, lunga circa quattrocento passi, e larga cento[234]. Lo spazio fra le due mete o guglie era pieno di statue e di obelischi; e possiamo ancora osservare un frammento molto singolare d'antichità, vale a dire i corpi di tre serpenti avviticchiati ad una colonna di rame. I loro tre capi una volta servivano a sostenere il tripode d'oro, che i Greci vittoriosi dopo la disfatta di Serse consacrarono nel tempio di Delfo[235]. La bellezza dell'Ippodromo è stata dopo lungo tempo sfigurata dalle rozze mani de' conquistatori Turchi; ma tuttavia ritenendo il nome d'Atmeidan, che indica presso a poco l'istesso, serve di luogo d'esercizio pei loro cavalli. Dal trono, donde l'Imperatore godeva i giuochi circensi, per una scala a chiocciola[236] scendeva esso nel palazzo, ch'era un edificio magnifico, il quale appena cedeva alla residenza dell'istessa Roma, ed insieme con i cortili, giardini o portici adiacenti occupava una considerabil estension di terreno su' lidi della Propontide fra l'Ippodromo e la Chiesa di S. Sofia[237]. Dovremmo in simil guisa far menzione dei bagni, che seguitarono a ritenere il nome di Zeusippo, dopo che dalla munificenza di Costantino arricchiti furono d'alte colonne di varj marmi, e di sopra sessanta statue di bronzo[238]. Ma devieremmo dal proposito di quest'istoria, se volessimo descriver minutamente le diverse fabbriche e quartieri della città. Servirà in generale avvertire, che nelle mura di Costantinopoli fu compreso tutto ciò che adornar poteva la dignità di una gran capitale, o contribuire all'utile o al piacere de' numerosi di lei abitanti. In una particolar descrizione di essa, composta circa cent'anni dopo la sua fondazione, si trovano un campidoglio o scuola di studi, un circo, due teatri, otto bagni pubblici e cento cinquanta tre privati, cinquanta due portici, cinque granai, otto acquedotti o conserve d'acqua, quattro spaziose sale per le adunanze del Senato, o de' Tribunali di giustizia, quattordici chiese, quattordici palazzi, e quattromila trecento ottantotto case, che per la loro struttura e bellezza meritavano d'esser distinte dalla moltitudine delle abitazioni plebee[239].

Il secondo, e più serio oggetto dell'attenzione del fondatore fu la popolazione della sua favorita città. Ne' secoli tenebrosi, che successero alla traslazion dell'Impero, furono stranamente confuse fra loro le remote colle immediate conseguenze di quel memorabile avvenimento dalla vanità de' Greci e dalla credulità de' Latini[240]. Fu asserito e creduto, che tutte le famiglie nobili di Roma, il Senato, l'Ordine equestre con tutti i loro innumerabili dipendenti avean seguitato l'Imperatore alle spiagge della Propontide; che fu lasciata una razza spuria di stranieri e di plebei a posseder la solitudine della vecchia capitale; e che le terre d'Italia, che da gran tempo eran divenute giardini, restaron tutto ad un tratto spogliate di coltivatori e di abitanti[241]. Nel corso di quest'istoria tali esagerazioni si ridurranno al giusto loro valore; pure, siccome l'accrescimento di Costantinopoli non può attribuirsi al generale aumento dell'uman genere o della industria, conviene ammettere, che questa colonia artificiale s'innalzò a spese delle antiche città dell'Impero. Furono probabilmente invitati da Costantino molti opulenti Senatori di Roma e delle Province Orientali ad abbracciare per patria quella fortunata regione, che egli avea scelta per sua residenza. Gl'inviti d'un Principe difficilmente si posson distinguere da' comandi; e la liberalità dell'Imperatore facilmente e di buona voglia fu secondata. Egli donò a' suoi favoriti i palazzi, che avea fabbricati ne' diversi quartieri della città, assegnò loro, per sostenere il proprio decoro, varie terre e pensioni[242], ed alienò i fondi pubblici del Ponto e dell'Asia per concedere in vece stati ereditari, colla facile condizione di mantenere una casa nella capitale[243]. Ma ben presto tali obbligazioni ed incoraggiamenti divenner superflui, e furono a grado a grado aboliti. Dovunque si stabilisce la sede del Governo, ivi si spende una parte considerabile delle pubbliche rendite dal Principe stesso, da' suoi Ministri, dagli Offiziali di giustizia e da' Cortigiani. Vi sono attratti i provinciali più ricchi dai potenti motivi dell'interesse e del dovere, del divertimento e della curiosità. Si forma insensibilmente una terza classe anche più numerosa di abitatori da' servi, dagli artefici, e da' mercanti, che ritraggono la sussistenza dal proprio lavoro, e da' bisogni o dal lusso delle classi più elevate. In meno d'un secolo Costantinopoli contendeva coll'istessa Roma intorno alla superiorità delle ricchezze e della popolazione. Nuovi edifizi, ammucchiati insieme con poco riguardo alla salute o alla decenza, lasciavano appena lo spazio di anguste strade per la perpetua folla di uomini, di cavalli e di carriaggi. Il terreno, in principio destinato per la città, non era più sufficiente a contenere il popolo che sempre cresceva, e le sole fabbriche aggiuntevi, che si avanzavano dall'una e dall'altra parte nel mare, potevan formare una città molto considerabile[244].

Le frequenti e regolari distribuzioni di vino e di olio, di grano o di pane, di danaro o di provvisioni avevano quasi liberato i cittadini più poveri di Roma dalla necessità di lavorare. Il fondator di Costantinopoli volle in qualche maniera imitar la magnificenza de' primi Cesari[245]; ma per quanto la sua liberalità eccitasse l'applauso del popolo, essa è incorsa nella censura de' posteri. Un popolo di legislatori e di conquistatori avea ben diritto alle raccolte dell'Affrica, la quale si era conquistata col di lui sangue; ed Augusto immaginò con grand'arte, che i Romani, godendo dell'abbondanza, perduta avrebbero la memoria della libertà. Ma non può scusarsi la prodigalità di Costantino per alcuna considerazione nè di pubblico, nè di privato vantaggio; e l'annuale tributo di grano, imposto sopra l'Egitto in pro della nuova sua capitale, impiegavasi a nutrire una pigra ed insolente plebaglia a spese degli agricoltori d'un'industriosa Provincia[246]. Vi sono alcuni altri regolamenti di quest'Imperatore meno biasimevoli, ma che non meritano che se ne faccia menzione. Esso divise Costantinopoli in quattordici rioni, o quartieri[247], decorò col nome di Senato il Consiglio pubblico[248], comunicò i privilegi d'Italia a' cittadini[249], e diede alla nascente città il titolo di Colonia, e di prima e più favorita figlia dell'antica Roma. La venerabile madre mantenne sempre la legittima e riconosciuta superiorità, che dovevasi all'età, alla dignità ed alla memoria della sua prima grandezza[250].

Costantino faceva proseguir l'opera con l'impazienza di un amante; onde in pochi anni, o come altri racconta, in pochi mesi[251] fur terminate le mura, i portici ed i principali edifizi; ma tale straordinaria diligenza ecciterà meno la maraviglia, se rifletteremo che molte fabbriche furono finite così precipitosamente e con tali mancanze, che al tempo del successore si dovettero con difficoltà preservare dall'imminente ruina[252]. Si possono facilmente supporre i giuochi e le largità, che decorarono la pompa di questa memorabile festa; ma v'è una circostanza più singolare e permanente, che non deve interamente omettersi. Ogni anno, nel giorno natalizio della città, si collocava sopra un carro trionfale la statua di Costantino formata per suo ordine di legno dorato, che teneva nella destra una piccola immagine del Genio del luogo. Le guardie, vestite de' loro più ricchi abiti e portando in mano dei bianchi ceri, accompagnavano la solenne processione, che girava per l'Ippodromo. Quando era giunta dirimpetto al trono dell'Imperatore regnante, questi si alzava, e con grata riverenza adorava la memoria del suo predecessore[253]. Nella solennità della dedicazione per mezzo d'un editto inciso in una colonna di marmo, si diede alla città di Costantino il titolo di Seconda o di Nuova Roma[254]. Ma il nome di Costantinopoli[255] prevalse a quell'onorevole epiteto: e dopo il corso di quattordici secoli tuttavia continua la fama dell'autore di essa[256].

La fondazione di una nuova capitale è naturalmente connessa con lo stabilimento di una nuova forma di amministrazione sì civile che militare. Un distinto esame del complicato sistema di politica introdotto da Diocleziano, migliorato da Costantino, e perfezionato dagl'immediati di lui successori, può non solo dilettare la fantasia con la singolar pittura d'un grande Impero, ma servirà eziandio ad illustrare le segrete ed interne cause della rapida sua decadenza. Nella considerazione di altri rilevanti stabilimenti, possiamo essere spesso condotti a' più antichi o a' più moderni tempi della storia Romana; ma i limiti propri della presente ricerca saran compresi dentro il periodo di circa centotrent'anni, cioè dall'avvenimento al trono di Costantino, sino alla pubblicazione del Codice Teodosiano[257]; dal quale, ugualmente che dalla Notizia dell'Oriente e dell'Occidente[258], trarremo le più copiose ed autentiche istruzioni dello stato dell'Impero. Questa varietà d'oggetti sospenderà per qualche tempo il corso della narrazione: ma tal interrompimento sarà criticato soltanto da que' lettori, che non sentono la importanza delle leggi e de' costumi, quando con avida curiosità leggono gl'intrighi passeggieri d'una Corte o l'accidental evento d'una battaglia.

Il virile orgoglio de' Romani, contento della potenza effettiva, aveva lasciato alla vanità dell'Oriente la formalità e le ceremonie d'una fastosa grandezza[259]. Ma, quando essi perdettero anche l'ombra di quelle virtù, che nascevano dall'antica lor libertà, la semplicità dei costumi Romani restò insensibilmente corrotta dalla tumida affettazione delle Corti dell'Asia. Dal dispotismo degl'Imperatori abolite furono le distinzioni del merito e del carattere personale, che son tanto cospicue in una Repubblica, e così deboli ed oscure in una Monarchia; in luogo loro fu sostituita una severa subordinazione di gradi, e di uffizi, dagli schiavi titolati, che sedevano sugli scalini del trono, sino a' più vili strumenti dell'arbitrario potere. Questa moltitudine di sudditi abbietti aveva interesse di assicurare l'attual governo dal timore d'una rivoluzione, che ad un tratto avrebbe potuto confonder le loro speranze, ed impedire il premio de' lor servigi. In questa Divina Gerarchia (giacchè in tal modo essa è frequentemente chiamata) veniva indicato con la più scrupolosa esattezza ogni grado, e se ne spiegava la dignità con una quantità di frivole e solenni ceremonie, la cognizione delle quali richiedeva uno studio, ed era un sacrilegio l'ometterle[260]. Fu corrotta la purità della lingua Latina, ammettendosi nell'uso continuo della vanità e dell'adulazione un'abbondanza d'epiteti, che Tullio avrebbe appena intesi, e che Augusto avrebbe rigettati con isdegno. I primi uffiziali dell'Impero venivano salutati, anche dal Sovrano medesimo, co' bugiardi titoli di vostra Sincerità, vostra Gravità, vostra Eccellenza, vostra Eminenza, vostra sublime ed ammirabil Grandezza, vostra illustre e magnifica Altezza[261]. Le lettere o sia Patenti del loro uffizio erano curiosamente ripiene di quegli emblemi, ch'eran più adattati a spiegarne la natura e la dignità; come sarebbero l'immagine, o il ritratto del regnante Imperatore, un carro trionfale, il libro delle costituzioni posto sopra una tavola, coperto d'un ricco tappeto, ed illuminato da quattro ceri, le allegoriche figure delle Province da governarsi, o i nomi e le insegne delle truppe, che si dovevan comandare. Alcuni di questi simboli d'uffizio erano realmente collocati nel luogo dove davasi udienza: altri precedevano il loro pomposo treno, allorchè comparivano in pubblico, ed ogni circostanza del lor portamento, dell'abito, degli ornati, e del corteggio era diretta ad ispirare una profonda venerazione per quelli, che rappresentavano la Maestà Suprema. Il sistema del governo Romano da un filosofico osservatore potrebbe prendersi per uno splendido teatro, pieno di attori di ogni grado e carattere, che ripetevano il linguaggio, ed imitavano le passioni del loro originale[262].

Furono accuratamente distinti in tre classi tutti quei magistrati, ch'erano di sufficiente importanza da meritar d'aver luogo nello stato generale dell'Impero. Questi erano gli Illustri, gli Spettabili o Rispettabili, ed i Clarissimi, che si possono esprimer dagl'Inglesi colla parola onorevoli. Ne' tempi della Romana semplicità, quest'ultimo epiteto serviva solo per indicare una indeterminata espressione di deferenza, fin tanto che in progresso divenne il titolo particolare e proprio di tutti quelli, ch'erano membri del Senato[263], ed in appresso di coloro, che da quel venerabil corpo venivano eletti per governar le Province. Molto tempo dopo si condiscese alla vanità di quelli, che in forza del loro grado ed uffizio potevan pretendere una maggior distinzione sopra il resto dell'ordine Senatorio col nuovo titolo di Rispettabili: ma quello d'Illustri fu sempre riservato ad alcuni personaggi eminenti, che dalle altre due classi si riverivano ed obbedivano come superiori. Esso fu comunicato soltanto 1. a' Consoli ed a' Patrizj; 2. a' Prefetti del Pretorio, ed a quelli di Roma e di Costantinopoli; 3. a' Generali di cavalleria e d'infanteria; e 4. a' sette ufficiali del palazzo, ch'esercitavano le lor sacre funzioni intorno alla persona dell'Imperatore[264]. Fra quegl'illustri Magistrati, che si stimavano del medesimo grado, l'anzianità nel posto cedeva il luogo alla riunione di più dignità[265]. Gl'Imperatori, che desideravano di moltiplicare i loro favori, potevano alle volte coll'uso de' codicilli onorarj soddisfare la vanità, ma non l'ambizione de' cortigiani impazienti[266].

I. Fintanto che i Consoli Romani furono i primi magistrati d'uno Stato libero, dall'elezione del popolo nasceva il diritto ch'essi avevano d'esercitare la lor potestà; e fintanto che gl'Imperatori condiscesero a mascherare la servitù, che imponevano a Roma, i Consoli continuarono ad esser eletti da' voti o reali o apparenti del Senato. Ma sino dal regno di Diocleziano furono aboliti anche questi vestigi di libertà, ed i felici candidati, che venivano insigniti degli annuali onori del Consolato, affettavan di deplorare l'umiliante condizione de' loro predecessori. Gli Scipioni ed i Catoni eran ridotti a sollecitare i voti de' plebei, a sostenere le gravi e dispendiose formalità d'una elezione popolare, e ad esporre la lor dignità alla vergogna di un pubblico rifiuto; laddove il loro più fortunato destino gli avea serbati ad un secolo e ad un governo, in cui si dispensavano i premj della virtù dall'infallibil sapienza di un grazioso Sovrano[267]. Dichiaravasi nelle lettere, cui l'Imperatore spediva a' due Consoli eletti, ch'essi erano stati creati per la sola di lui autorità[268]. I loro nomi e ritratti, incisi sopra tavolette d'avorio dorate, si spargevano per l'Impero come presenti, che facevansi alle Province, alle Città, a' Magistrati, al Senato ed al Popolo[269]. Si faceva la solenne loro inaugurazione dov'era la residenza Imperiale, e per lo spazio di centovent'anni Roma fu continuamente priva della presenza degli antichi suoi magistrati[270]. La mattina del primo di Gennaio, i Consoli assumevano le insegne della lor dignità. Si vestivano in tal occasione d'un abito di porpora con ricami di seta e d'oro, ed alle volte con ornati di sontuose gemme[271]. In questa solennità erano corteggiati da' più eminenti uffiziali dello Stato e della milizia, in abito di Senatori; ed i littori portavano avanti di loro gli inutili fasci, armati colle, una volta, formidabili scuri[272]. La processione dal palazzo[273] andava al Foro o piazza principale della città, dove i Consoli salivano sul lor Tribunale, e si assidevano sulle sedie curuli, fatte all'usanza degli antichi tempi. Essi esercitavano subito un atto di giurisdizione, manumettendo uno schiavo, ch'era loro presentato per quest'effetto; e tal ceremonia era diretta a rappresentare la celebre azione dell'antico Bruto, autore della libertà e del Consolato, allorchè diede la cittadinanza al fedel Vindice, che avea scoperta la cospirazione de' Tarquinii[274]. La pubblica festa durava più giorni in tutte le città principali, in Roma per costume, in Costantinopoli per imitazione; in Cartagine, in Antiochia ed in Alessandria per amor del piacere, e per la sovrabbondanza delle ricchezze[275]. Nelle due capitali dell'Impero gli annuali giuochi del teatro, del circo e dell'anfiteatro[276] costavano quattromila libbre d'oro, cioè intorno a trecento e ventimila zecchini; e se una sì grave spesa oltrepassava le forze e la volontà de' magistrati medesimi, si suppliva dal tesoro Imperiale[277]. Tosto che i Consoli avevano adempiuto questi doveri di consuetudine, potevano ritirarsi all'ombra della vita privata, e godere nel rimanente dell'anno la tranquilla contemplazione della propria grandezza. Essi non presedevano più alle adunanze della nazione, nè più eseguivano le pubbliche determinazioni di pace o di guerra. Le loro facoltà (qualora non fossero impiegati in altri uffizi di maggior efficacia) erano di poco momento; ed i loro nomi non servivano che di legittima data per l'anno, in cui avevano essi occupato il seggio di Mario e di Cicerone. Contuttociò per altro si sentiva, e si confessava negli ultimi tempi della schiavitù Romana, che questo vuoto nome poteva paragonarsi, ed anche preferirsi al possesso della sostanzial potenza. Il titolo di Console fu sempre l'oggetto più splendido dell'ambizione, ed il premio più nobile della virtù e della fedeltà. Gli stessi Imperatori, che disprezzavano la debole ombra della Repubblica, conoscevano di acquistare maggior maestà e splendore ogni volta che assumevano gli annuali onori della dignità consolare[278].

La più superba e perfetta divisione, che possa trovarsi in ogni tempo o paese fra i nobili e la volgar gente, è forse quella de' patrizi e de' plebei, quale fu stabilita ne' primi tempi della Repubblica Romana. I primi possedevano quasi esclusivamente le ricchezze e gli onori, le cariche dello Stato e le ceremonie della religione: e con la più insultante gelosia[279] conservando essi la purità del lor sangue, tenevano i loro clienti in una specie di coperto vassallaggio. Ma queste distinzioni, tanto incompatibili con lo spirito d'un popolo libero, furono dopo lungo dibattimento abolite, mediante i continui sforzi de' Tribuni. I più attivi e fortunati fra' plebei accumulavano ricchezze, aspiravano agli onori, meritavano Trionfi, contraevano parentele, e dopo alcune generazioni assumevano l'orgoglio dell'antica nobiltà.[280] Le famiglie patrizie, per lo contrario, il primitivo numero delle quali non era stato accresciuto fino al termine della Repubblica, o mancarono secondo l'ordinario corso di natura, o furono estinte in tante guerre di fuori e domestiche, o per mancanza di merito o di fortuna insensibilmente si frammischiarono con la massa del popolo[281]. Ben poche ne rimanevano, che potesser dimostrare pura e genuina l'origine loro fin dal principio della città o anche da quello della Repubblica, quando Cesare ed Augusto, Claudio e Vespasiano dal corpo del Senato prescelsero un numero competente di nuove famiglie patrizie, colla speranza di perpetuare un ordine, che si considerava sempre come onorevole e sacro[282]. Ma questi artificiali supplementi (ne' quali era sempre inclusa la casa regnante) furono rapidamente tolti di mezzo dal furore de' tiranni, dalle frequenti rivoluzioni, dal cangiamento de' costumi e dalla mescolanza delle nazioni[283]. Quando Costantino salì sul trono, poco più vi restava che una indeterminata ed imperfetta tradizione, che i Patrizi erano stati una volta i primi fra' Romani. Formare un corpo di nobili, l'influenza de' quali può restringere l'autorità del Monarca nel tempo che l'assicura, sarebbe stato molto incoerente al carattere ed alla politica di Costantino; ma quand'anche si fosse da lui nutrito seriamente questo pensiero, avrebbe oltrepassato i limiti del suo potere il ratificare con un editto arbitrario una instituzione che aspettar dee la conferma dal tempo e dall'opinione. Egli richiamò, è vero, a nuova vita il titolo di Patrizi; ma lo richiamò come una distinzione personale non ereditaria. Essi non cedevano che alla passeggiera superiorità de' Consoli annuali; ma godevano la preeminenza sopra tutti i grandi uffiziali dello Stato col più famigliare accesso alla persona del Principe. Fu dato loro quest'onorevole dignità a vita; e siccome per ordinario essi erano favoriti e ministri, che avevano invecchiato nella Corte Imperiale, così dalla ignoranza e dall'adulazione fu pervertita la vera etimologia di quel nome, ed i Patrizi di Costantino furono venerati come i padri adottivi dell'Imperatore e della Repubblica[284].

II. Le vicende de' Prefetti del Pretorio furono totalmente diverse da quelle de' Consoli e de' Patrizi; questi videro la loro antica grandezza ridursi ad un vano titolo, quelli a grado a grado innalzandosi dalla condizione più bassa, furono investiti dell'amministrazione sì civile che militare del mondo Romano. Dal regno di Severo fino a quello di Diocleziano si confidavano alla loro soprantendenza le guardie del palazzo, le leggi e le finanze, le armate e le province; e come i Visir dell'Oriente, con una mano essi tenevano il sigillo, e coll'altra la bandiera dell'Impero. L'ambizione de' Prefetti sempre formidabile, e qualche volta fatale a' signori medesimi a' quali servivano, era sostenuta dalla forza delle truppe Pretoriane; ma dopo che quel superbo corpo fu indebolito da Diocleziano, e finalmente soppresso da Costantino, i Prefetti che sopravvissero alla caduta di quello, senza difficoltà si ridussero alla condizione di utili ed obbedienti ministri. Quando essi non furono più responsabili della sicurezza della persona Imperiale, dimisero la giurisdizione, che avevano fino a quell'ora preteso d'avere, e s'esercitarono in tutti i dipartimenti del palazzo. Tosto che cessarono di condurre alla guerra sotto i loro ordini il fiore delle truppe Romane, furono spogliati da Costantino d'ogni militar comando; ed in ultimo i capitani delle guardie, per una singolare rivoluzione, trasformati furono in civili magistrati delle province. Secondo il sistema di governo stabilito da Diocleziano, ciascheduno de' quattro Principi aveva il suo Prefetto del Pretorio, e dopo che la Monarchia si fu di nuovo riunita nella persona di Costantino, egli continuò a creare l'istesso numero di quattro Prefetti, ed alla lor cura affidò le stesse province, ch'essi già amministravano, 1. Il Prefetto dell'Oriente stendeva l'ampia sua giurisdizione alle tre parti del globo, che eran sottoposte a' Romani, dalle cateratte del Nilo ai lidi del Fasi, e dalle montagne della Tracia fino alle frontiere della Persia; 2. Le importanti province della Pannonia, della Dacia, della Macedonia e della Grecia riconoscevano una volta l'autorità del Prefetto dell'Illirico; 3. La potestà del Prefetto dell'Italia non si ristringeva soltanto al paese da cui prendeva il titolo, ma s'estendeva di più al territorio della Rezia fino alle sponde del Danubio, alle dipendenti isole del Mediterraneo ed a tutta quella parte del continente dell'Affrica, che trovasi fra' confini di Cirene e quelli della Tingitania: 4. Il Prefetto delle Gallie, sotto questa plurale denominazione, comprendeva le contigue province della Britannia e della Spagna, ed era obbedito, dalla muraglia d'Antonino fino al forte del monte Atlante[285].

Dopo che i Prefetti del Pretorio furono dimessi da ogni militar comando, le civili funzioni, che fu ordinato loro d'esercitare sopra tante soggette nazioni, erano adequate all'ambizione ed all'abilità de' più consumati ministri. Alla lor saviezza fu commessa l'amministrazione suprema della giustizia e delle finanze; oggetti che in tempo di pace comprendono quasi tutti i respettivi doveri del Sovrano e del popolo; del primo per difendere i cittadini, che sono ubbidienti alle leggi; del secondo per contribuire quella porzione di lor sostanze, che si richiede per le spese dello Stato. Dall'autorità de' Prefetti del Pretorio si regolavano il conio delle monete, le pubbliche strade, le poste, i granai, le manifatture e tutto ciò, che interessar potea la pubblica prosperità. Come immediati rappresentanti della maestà Imperiale avevan la facoltà di spiegare, di ampliare, o qualche volta di modificare gli editti generali per mezzo delle prudenziali loro dichiarazioni. Invigilavano essi sulla condotta de' Governatori delle province, deponevano i trascurati, e punivano i delinquenti. In ogni affar d'importanza o civile o criminale si poteva appellare da qualunque inferior tribunale a quello del Prefetto; ma le sentenze di esso eran finali ed assolute, e gl'Imperatori medesimi ricusavano d'ammettere alcuna querela contro il giudizio, o l'integrità di un magistrato, ch'essi onoravano di tanto illimitato potere[286]. Il suo stipendio era conveniente alla sua dignità[287]; e se era dominato dalla passione dell'avarizia, gli si presentavano frequenti occasioni di fare una doviziosa raccolta di gratificazioni, di presenti e di profitti d'ogni genere. Quantunque gl'Imperatori non avessero più timore dell'ambizione de' loro Prefetti, avevano però l'avvertenza di contrabbilanciare il potere di questa gran carica con l'incertezza e la brevità della sua durata[288].

Le sole città di Roma e di Costantinopoli, per causa della somma loro dignità ed importanza, erano eccettuate dalla giurisdizione de' Prefetti del Pretorio. L'immensa grandezza della città, e l'esperienza della tarda ed inefficace azione delle leggi aveva somministrato alla politica d'Augusto uno specioso pretesto d'introdurre in Roma un nuovo Magistrato, che solo potesse tenere in freno una servile e turbolenta plebaglia col forte braccio del potere arbitrario[289]. Per primo Prefetto di Roma fu destinato Valerio Messala, affinchè la sua riputazione favorisse un atto sì odioso; ma in capo a pochi giorni quel buon cittadino[290] dimise il suo uffizio, dichiarando con un animo degno dell'amico di Bruto, ch'egli si riconosceva incapace d'esercitare un potere incompatibile colla pubblica libertà[291]. Quando incominciò a divenir più debole il sentimento di libertà, si videro con più chiarezza i vantaggi del buon ordine; ed al Prefetto, che sembrava esser destinato solo per terrore degli schiavi e de' vagabondi, fu permesso d'estendere la sua civile e criminale giurisdizione sulle famiglie nobili ed equestri di Roma. I Pretori, che ogni anno creavansi come giudici della legge e dell'equità, non poterono contrariar lungo tempo il possesso del Foro ad un Magistrato vigoroso e permanente, che ordinariamente ammettevasi alla confidenza del Principe. I lor tribunali erano abbandonati, il loro numero, che altre volte era stato variamente fra i dodici e i diciotto[292], fu appoco appoco ridotto a due o tre, e le loro importanti funzioni si ristrinsero alla dispendiosa obbligazione[293] di dare i giuochi per divertimento del Popolo. Dopo che l'uffizio de' Consoli Romani si cangiò in una vana pompa, che rare volte si sfoggiava nella capitale, i Prefetti presero il vacante lor posto in Senato, e furono ben presto riconosciuti come i Presidenti ordinari di quella augusta assemblea. Ricevevano essi gli appelli fino alla distanza di cento miglia, e risguardavasi come un principio di giurisprudenza, che da loro soli dipendeva tutta l'autorità municipale[294]. Nell'esecuzione del suo laborioso impiego, era il Governatore di Roma assistito da quindici uffiziali, alcuni de' quali in origine erano stati uguali o anche superiori di esso. Le principali sue incumbenze si riferivano al comando di una copiosa guardia, stabilita per difender la città dagli incendi, da' rubamenti e da' notturni disordini; alla custodia e distribuzione del grano e delle provvisioni pubbliche; alla cura del porto, degli acquedotti, delle comuni cloache, della navigazione e del letto del Tevere; ed all'inspezione sopra i mercati; i teatri e le opere sì private che pubbliche. La lor vigilanza risguardava i tre principali oggetti di una regolar polizia, vale a dire la sicurezza, l'abbondanza e la mondezza della città; ed era destinato un particolare inspettore per le statue in prova dell'attenzione del governo a conservar lo splendore e gli ornamenti della Capitale: questi era come un custode di quell'inanimato popolo, che secondo lo stravagante computo d'un antico Scrittore, appena era inferiore di numero a' viventi abitatori di Roma. Circa trent'anni dopo la fondazione di Costantinopoli, fu creato anche in quella Capitale nascente un magistrato simile al Prefetto di Roma per i medesimi usi, e colle medesime facoltà; e fu stabilita una perfetta uguaglianza fra la dignità de' due Prefetti municipali, e de' quattro del Pretorio[295].

Quelli, che nell'Imperial gerarchia distinguevansi col titolo di Rispettabili, formavano una classe intermedia fra gl'Illustri Prefetti e gli Onorevoli Magistrati delle Province. In questa classe i Proconsoli dell'Asia, dell'Acaia, e dell'Affrica pretendevano la preeminenza, che accordavasi alla memoria dell'antica lor dignità; e l'appello dal lor tribunale a quello de' Prefetti era quasi l'unico segno di lor dipendenza[296]. Ma il governo civile dell'Impero era distribuito in tredici ampie Diocesi, ognuna delle quali uguagliava la giusta estensione di un potente Regno. La prima di queste diocesi era sottoposta alla giurisdizione del Conte d'Oriente; e si può formare un'idea dell'importanza, e del numero delle sue funzioni col solo riflettere che per l'immediato di lui uso erano impiegati seicento apparitori, che ora si direbbero segretari, giovani assistenti o messi[297]. Non era più occupato da un Cavalier Romano il posto di Prefetto Augustale d'Egitto: ma ne fu ritenuto il nome, e furon continuate nel Governatore di quella diocesi le straordinarie facoltà, che una volta la situazione del paese ed il temperamento degli abitanti rendettero indispensabili. Le altre undici diocesi dell'Asia, del Ponto e della Tracia; della Macedonia, della Dacia, e della Pannonia o sia dell'Illirico occidentale; dell'Italia e dell'Affrica; della Gallia, della Spagna, e della Gran-Brettagna erano governate da dodici Vicari o Viceprefetti[298], il nome de' quali spiega abbastanza la natura e la dipendenza del loro uffizio. Può aggiungersi ancora, che i luogotenenti generali degli eserciti Romani, ed i Conti e Duchi militari, de' quali dovremo da qui avanti parlare, goderono la dignità ed il titolo di Rispettabili.

A misura che prevaleva ne' consigli degl'Imperatori lo spirito di gelosia e d'ostentazione, attendevano essi a dividere con diffidente sollecitudine la sostanza, ed a moltiplicare i titoli del potere. I vasti paesi, che i conquistatori Romani avevan uniti sotto la medesima semplice forma di governo, furon senz'avvedersene sminuzzati in piccioli frammenti; finchè in ultimo tutto l'Impero fu diviso in cento sedici Province, ognuna delle quali aveva un dispendioso e splendido stabilimento. Tre di queste eran governate da Proconsoli, trentasette da Consolari, cinque da Correttori, e settantuna da Presidenti. Diversi erano i nomi di questi magistrati, disposti in successivo ordine i loro gradi, ingegnosamente variate le insegne della lor dignità, e la lor situazione secondo le accidentali circostanze diveniva più o meno piacevole o vantaggiosa. Ma tutti (eccettuati solo i Proconsoli) erano ugualmente compresi nella classe degli onorevoli, ed era ugualmente affidata loro in ogni rispettivo distretto l'amministrazione della giustizia e delle finanze, finattanto che piacesse al Principe, sotto l'autorità però de' Prefetti o de' lor deputati. I ponderosi volumi de' Codici e delle Pandette[299] darebbero gran materia per una minuta ricerca di quanto fosse migliorato il sistema del governo provinciale dalla saviezza de' Romani Politici e Giurisconsulti nello spazio di sei secoli. Sarà però sufficiente per un Istorico lo scegliere due singolari e salutevoli provvedimenti, diretti a restringer l'abuso dell'autorità. 1. Per mantener la pace ed il buon ordine i Governatori delle Province erano armati colla spada della Giustizia. Essi infliggevano pene corporali, e trattandosi di delitti capitali avevano il potere di vita e di morte. Ma non avevan la facoltà di concedere al condannato la scelta del supplizio, nè di condannare a veruna delle più miti ed onorevoli specie d'esilio. Queste prerogative si riservavano ai Prefetti, i quali soli potevano imporre la grave ammenda di cinquanta libbre d'oro, mentre i loro Vicari non potevan passare la piccola quantità di poche once[300]. Tal distinzione, la quale par che accordi un maggior grado d'autorità nel tempo stesso che ne toglie un minore, si appoggiava sopra un motivo assai ragionevole. Il grado più piccolo di potenza era infinitamente più soggetto all'abuso. Le passioni d'un Magistrato Provinciale potevano spesso indurlo ad atti di oppressione, che non attaccassero che la libertà o le sostanze dei sottoposti; ma per un principio di prudenza, e forse anche d'umanità, sempre avrebbe avuto orrore a versare un sangue innocente. Può in simil guisa riflettersi che l'esilio, le considerabili pene pecuniarie, o la scelta d'una morte più mite, si riferiscono particolarmente a' ricchi ed a' nobili; e perciò le persone più esposte all'avarizia, o alla collera di un provincial Magistrato si toglievano all'oscura di lui persecuzione per soggettarle al più augusto ed imparzial tribunale del Pretorio. 2. Poichè a ragione temevasi che si potesse corrompere l'integrità del giudice, se vi poteva entrare il proprio di lui interesse, o impegnarvisi le sue affezioni, si fecero i più rigorosi regolamenti per escludere, senza una special dispensa dell'Imperatore, ogni persona dal governo di quella Provincia, dov'era nata[301], e per impedire al Governatore o a' suoi figli di contrar matrimonio con alcuna nazionale o abitante[302], o di comprare schiavi, terre, o case dentro i limiti della propria giurisdizione[303]. Nonostanti queste rigorose precauzioni, l'Imperator Costantino, dopo venticinque anni di regno, deplora la venalità e l'oppressione, che s'usava nell'amministrar la giustizia, ed esprime col più ardente sdegno, che l'udienza del Giudice, la spedizione o la dilazion degli affari e la diffinitiva sentenza eran pubblicamente vendute o dal giudice medesimo, o da' ministri del suo tribunale. La ripetizione di leggi impotenti e di minacce inefficaci dimostra la continuazione, e forse anche l'impunità di questi delitti[304].

Tutti i Magistrati civili erano tratti dal ceto de' Professori di legge. Le famose Istituzioni di Giustiniano son dirette alla gioventù de' suoi dominj, che s'era data allo studio della giurisprudenza Romana; ed il Sovrano si compiace di animare la loro diligenza con assicurarli, che la loro perizia ed abilità sarebbe a suo tempo premiata con aver parte, in proporzion del loro merito, nel governo della Repubblica[305]. S'insegnavano gli elementi di questa lucrosa scienza in tutte le città considerabili dell'Oriente e dell'Occidente; ma la più celebre scuola era quella di Berito[306] sulle coste della Fenicia, che fioriva da più di tre secoli fin dal tempo d'Alessandro Severo, autor forse di uno stabilimento sì vantaggioso al suo paese nativo. Dopo un regolare corso d'educazione, che durava cinque anni, gli studenti si spargevano per le province, andando in cerca di ricchezze e di onori: nè poteva loro mancare un'infinita quantità di affari in un grand'Impero già corrotto dalla moltiplicità delle leggi, delle arti e de' vizi. Il solo tribunale del Prefetto del Pretorio d'Oriente poteva somministrar impiego a centocinquanta Avvocati, sessantaquattro de' quali erano distinti con particolari privilegi, ed ogni anno due se ne sceglievano con l'onorario di sessanta libbre d'oro per difendere le cause del fisco. Si faceva il primo esperimento dei loro talenti rispetto alle materie giudiciali con destinarli ad agire, secondo le occasioni, come assessori dei magistrati; quindi erano spesso innalzati a presedere in quei tribunali, avanti ai quali avean patrocinate le cause; ottenevano il governo d'una Provincia, e coll'aiuto del merito, della riputazione, o del favore successivamente a grado a grado salivano alle illustri dignità dello Stato[307]. Nella pratica del Foro questi uomini avevan considerata la ragione come un istrumento di disputa; interpretavano essi le leggi secondo i dettami del privato interesse; e le medesime perniciose abitudini restavano sempre inerenti al loro carattere nella pubblica amministrazione dello Stato. L'onore in vero d'una profession liberale si è sostenuto da molti antichi e moderni avvocati, che hanno occupato i più importanti posti con grand'integrità e costumata saviezza; ma nel declino della giurisprudenza Romana l'ordinaria promozione de' Giureconsulti era piena d'inganno e d'infamia. Quella nobile arte, che s'era una volta mantenuta come la sacra eredità dei Patrizi, era caduta nelle mani de' liberti e de' plebei[308], che piuttosto colle astuzie che col sapere ne facevano un sordido e pernicioso commercio. Alcuni di loro s'insinuavano nelle famiglie ad oggetto di fomentare le differenze, di promuover le liti, e di preparare una messe di guadagno per loro medesimi, o pe' lor confratelli. Altri, chiusi ne' lor gabinetti, si davano l'aria di gran Professori di legge, somministrando ad un ricco cliente delle sottigliezze per confondere la più patente verità, o degli argomenti per colorire le pretensioni più ingiuste. La classe più copiosa e popolare si componeva dagli avvocati, ch'empivano il Foro col suono della lor turgida e loquace rettorica. Non curanti della riputazione e della giustizia, per la maggior parte ci vengono rappresentati come guide ignoranti e rapaci, che conducevano per un labirinto di spese, di dilazioni, e di ostacoli i loro clienti, dai quali, dopo un tedioso corso di anni, finalmente venivano abbandonati, quando eran quasi esaurite la pazienza e le sostanze di essi[309].