Horrescit... ratibus... impervia Thule.

Ille... nec falso nomine Pictos.

Edomuit, Scotumque vago mucrone secutus

Fregit Hyperboreas remis audacibus undas.

Claudian. in III. Cons. Honorii v. 53.

.... Maduerunt Saxone fuso

Orcades: incaluit Pictorum sanguine Thule.

Scotorum cumulos flevit glacialis Jerne.

In IV. Consult. Honor. v. 31. Vedasi anche Pacato (in Paneg. veter. XII. 5). Ma non è facile lo stabilire il valore intrinseco dell'adulazione e della metafora. Si paragonino le vittorie Britanniche di Bolano (Stat. Silv. V. 2) col vero carattere di lui (ap. Tacit. in vit. Agricol. 6. 16).

120. Ammiano fa spesso menzione del loro concilium annuum, legitimum etc. Leptis e Sabrata sono da gran tempo distrutte; ma la città di Oea, patria d'Apulejo, fiorisce ancora sotto la provincial denominazione di Tripoli. Vedi Cellar. Geogr. antiq. Tom. II. P. II. pag. 8. Danville Geogr. Ancien. Tom. II. pag. 71 72 e Marmol Afrique Tom. II. pag. 562.

121. Ammiano XVIII. 6. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. V. p. 25. 676) ha discusso le difficoltà cronologiche dell'istoria del Conte Romano.

122. La cronologia d'Ammiano è sconnessa ed oscura; ed Orosio (l. VII. c. 33. p. 551 edit. Havercamp.), sembra, che ponga la rivoluzione di Firmo dopo la morte di Valentiniano e di Valente. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. V. p. 691) procura di sgombrar la strada. Ne' più sdrucciolevoli sentieri possiamo affidarci al paziente e sicuro mulo delle Alpi.

123. Ammiano XXIX. 5. Il testo di questo lungo capitolo (di quindici pagine in quarto) è mutilato e corrotto; e la narrazione è ambigua per mancanza d'indicazioni cronologiche e geografiche.

124. Ammiano XXVIII. 4. Orosio l. VII. c. 33. p. 551. 552. Girol. Chron. p. 187.

125. Leone Affricano (nei viaggi di Ramusio Tom. I. fol. 78, 83) ha fatto una curiosa pittura sì del popolo che del paese, il quale vien più minutamente descritto nell'Affrica di Marmol. Tom. III. p. 1-54.

126. Tale inabitabile zona fu appoco appoco ridotta, pei miglioramenti fatti all'antica geografia, da quarantacinque a ventiquattro o anche sedici gradi di latitudine. Vedi una dotta e giudiziosa nota del Dott. Robertson Istor. d'Amer. Vol. I. p. 426.

127. Intra, si credere libet, vix jam homines, et magis semiferi... Blemmyes, satyri ec. Pomponio Mela l. 4. p. 26. Edit. Voss. in 8. Plinio spiega filosoficamente (VI. 35) le irregolarità della natura, che con credulità egli aveva ammesse V. 8.

128. Se il Satiro era l'Orang-outang, o la grande scimia umana di Buffon (Hist. nat. Tom. XIV. p. 43 ec.), potè realmente farsi veder vivo uno di quella specie in Alessandria nel regno di Costantino. Contuttociò resta sempre qualche difficoltà sopra la conversazione che ebbe S. Antonio con uno di quei pii Selvaggi nel deserto della Tebaide (Girol. vit. Paul. Erem. Tom. I. p. 238).

129. S. Antonio incontrò anche uno di questi mostri; l'esistenza dei quali fu sostenuta seriamente dall'Imperatore Claudio. Il pubblico se ne rideva; ma il suo Prefetto dell'Egitto ebbe la cura di mandare l'artificiosa preparazione di un corpo imbalsamato d'un Hippocentauro che fu conservato quasi per un secolo nel palazzo Imperiale. Vedi Plin. (Hist. nat. VIII. 3) e le giudiziose osservazioni di Freret (Mem. de l'Acad. Tom. VII. p. 321).

130. La favola de' pimmei è antica quanto Omero (Iliad. III. 6). I pimmei dell'India e dell'Etiopia erano (trispithami) alti ventisette pollici. Nella primavera marciava la lor cavalleria (sopra capre e montoni) in militare ordinanza per distrugger le ova delle grue: aliter (dice Plin.) futuris gregibus non resisti. Le loro case erano formate di terra, di foglie e di gusci di conchiglie. Vedi Plin. VI. 35. VII 2., e Strabone l. II. p. 121.

131. I Volumi III e IV della stimabile Storia dei viaggi descrivono lo stato presente de' Neri. Le nazioni delle coste marittime si sono incivilite pel commercio Europeo; e quelle dell'interno del paese sono state migliorate dalle colonie Moresche.

132. Hist. Philos. e Polit. Tom. IV. p. 192.

133. È originale e decisiva la testimonianza d'Ammiano (XXVII 12). Si son consultati Mosè di Corene (l. III. c. 17. p. 249 e c. 24. p. 169), e Procopio (De Bell. Pers. l. I. c. 5. p. 17. Ed. Louvr.), ma bisogna far uso con diffidenza e cautela di quest'istorici, che confondono i fatti fra loro distinti, ripetono i medesimi avvenimenti, e v'inseriscono stravaganti racconti.

134. Forse Artagera o Ardis, sotto le mura di cui restò ferito Cajo nipote d'Augusto. Questa fortezza era situata sopra Amida, vicino ad una delle sorgenti del Tigri. Vedi Danville Geogr. anc. Tom. II. p. 106.

135. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. pag. 701) prova colla cronologia, che Olimpia deve essere stata madre di Para.

136. Ammiano (XXVII. 12. XXIX. 1. XXX. 1. 2), ha descritto gli avvenimenti della guerra Persiana, senza le date. Mosè di Corene (Hist. Armen. l. III. c. 28. p. 261. c. 31. p. 266. c. 33. p. 271) somministra altri fatti; ma è sommamente difficile il distinguere il vero dal favoloso.

137. Artaserse fu successore e fratello (cugino germano) del gran Sapore, e custode del suo figlio Sapore III (Agat. l. IV. p. 136. Edit. Louvr.) Vedi l'Istor. Univers. Vol. XI. p. 86, 162. Gli autori di quell'opera disuguale hanno compilato i fatti della dinastia Sassania con erudizione e diligenza; ma è male inteso il metodo di dividere in due distinte storie le narrazioni Romane e le Orientali.

138. Pacat. in Paneg. Vet. XII. 22. ed Oros. lib. VII. c. 34. Ictumque tum foedus est, quo universus Oriens usque ad nunc (an. 416) tranquillissime fruitur.

139. Vedi ap. Ammiano (XXX. 1.) le avventure di Para. Mosè di Corene lo chiama Tiridate; e racconta una lunga e non improbabile storia di Gnelo suo figlio, che in seguito divenne popolare nell'Armenia, e provocò la gelosia del Re allora regnante (l. III. c. 21, ec. p. 253).

140. Sembra che il breve racconto del regno e delle conquiste d'Ermanrico sia uno dei più stimabili frammenti, che Giornande abbia preso (c. 28) dalle Gotiche storie d'Ablavio o di Cassiodoro.

141. Il Buat (Hist. des Peuples de l'Eur. Tom. VI. p. 311, 329) va investigando, con maggiore industria che effetto, le nazioni domate dalle armi d'Ermanrico. Ei nega l'esistenza dei Vasinobronci, per causa dell'eccessiva lunghezza del loro nome. Eppure l'Inviato Francese a Ratisbona o a Dresda deve aver traversato il paese dei Mediomatrici.

142. L'edizione di Grozio (Jornandes p. 642) porta il nome di Aestri. Ma la ragione ed il MS. Ambrosiano hanno restituito quello di Aestii, i costumi e la situazione dei quali si rappresentano dal pennello di Tacito (Germ. c. 45).

143. Ammiano (XXXI. 3) osserva in termini generali: Ermenrichi... nobilissimi Regis, et per multa fortiter facta, vicinis gentibus formidati, ec.

144. Valens... docetur relationibus Ducum, gentem Gothorum ea tempestate intactam, ideoque saevissimam, conspirantem in unum ad pervadendum parari collimitia Thraciarum. Ammiano XXVI. 6.

145. Il Buat (Hist. des Peuples de l'Europ. Tom. VI. p. 332) ha con esattezza determinato il vero numero di questi ausiliari. I tremila d'Ammiano, ed i diecimila di Zosimo non erano che le prime divisioni dell'armata Gotica.

146. Si trova descritta questa marcia e la successiva negoziazione nei Frammenti d'Eunapio (Excerpt. legat. p. 18. Edit. Louvr.). I Provinciali, che in seguito divennero famigliari coi Barbari, trovarono la loro forza più apparente che reale. Essi erano alti di statura, ma avevano le gambe grosse, e le spalle anguste.

147. Valens enim, ut consulto placuerat fratri, cujus regebatur arbitrio, arma concussit in Gothos ratione justa permotus: Ammiano (XXVII. 4.) poi continua a descrivere non già il paese dei Goti, ma la pacifica ed obbediente provincia della Tracia, che non era attaccata dalla guerra.

148. Eunap. in Excerpt. Leg. pag. 18 19. Bisogna che il Greco Sofista risguardasse come una medesima guerra tutta la serie dell'istoria Gotica, sino alle vittorie, ed alla pace di Teodosio.

149. La guerra Gotica è descritta da Ammiano, (XXVII. 5) da Zosimo (l. IV. p. 211 214) e da Temistio (Orat. X. p. 129 141). L'oratore Temistio fu invitato dal Senato di Costantinopoli a congratularsi col vittorioso Imperatore; e la sua servile eloquenza paragona Valente sul Danubio ad Achille sullo Scamandro. Giornandes ha tralasciato una guerra particolare ai Visigoti, e non gloriosa pel nome Gotico. Mascou Istor. dei Germani VII. 3.

150. Ammiano (XXIX. 6) e Zosimo (l. IV. p. 119 220) notano esattamente l'origine ed il progresso della guerra dei Quadi e de' Sarmati.

151. Ammiano, che (XXX. 5) confessa il merito di Petronio Probo, ne ha con giusta asprezza censurato l'oppressivo governo. Quando Girolamo tradusse e continuò la Cronica d'Eusebio an. 380 (Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. XII. p. 53 626) espresse la verità o almeno la pubblica opinione del paese con queste parole; Probus P. P. Illirici iniquissimis tributorum exactionibus ante provincias, quas regebat, quam a Barbaris vastarentur, erasit: Chron. Edit. Scaliger. p. 187. Animad. p 259. Il Santo contrasse in seguito un'intima e tenera amicizia con la vedova di Probo; ed il nome del Conte Equizio, meno a proposito in vero, ma senza molta ingiustizia è stato sostituito nel testo.

152. Giuliano (Orat. VI. p. 298) descrive il suo amico Ificle come un uomo virtuoso e di merito, che erasi reso ridicolo ed infelice, adottando l'abito ed i costumi stravaganti de' Cinici.

153. Ammiano XXX. 5. Girolamo, che esagera la disgrazia di Valentiniano, gli nega sino quest'ultima consolazione della vendetta: Genitali vastato solo et inultam Patriam derelinquens: Tom. I. p. 26.

154. Vedasi quanto alla morte di Valentiniano, Ammiano (XXX. 6), Zosimo (l. IV. p. 221), Vittore (in Epitom.), Socrate (l. IV. c. 31) e Girolamo (in Chron. p. 187, e Tom. I. p. 26 ad Heliodor.). Fra loro si trova gran varietà di circostanze; ed Ammiano è tanto eloquente che scrive senza alcun senso.

155. Socrate (l. IV. c. 31) è l'unico testimone originale di questa stolta istoria, sì repugnante alle leggi ed ai costumi de' Romani, che appena merita la formale ed elaborata dissertazione del Bonamy (Mem. de l'Acad. Tom. XXX. p. 394 405). Pure io riterrei la natural circostanza del bagno, piuttosto che seguitare Zosimo, che rappresenta Giustina, come una vecchia vedova di Magnenzio.

156. Ammiano (XXVII. 6) descrive la forma di questa militar elezione ed augusta investitura. Pare che Valentiniano non consultasse, e neppur ne informasse il Senato di Roma.

157. Ammiano XXX. 10. Zosimo l. IV. pag. 222, 223. Il Tillemont ha provato (Hist. des Emper. T. V. p. 707, 709) che Graziano regnò nell'Italia, nell'Affrica e nell'Illirico. Io ho procurato di esprimere la sua autorità negli stati del Fratello, in uno stile ambiguo, simile alla maniera con cui l'usava.

158. L'A. allude a mio credere al celebre Galilaee vicisti, satiare ec. ed al racconto, che Giuliano volesse precipitarsi nel fiume vicino per celar la sua morte, e così passar, come Romolo, per un Dio. Ma S. Gregorio (Orat. IV. p. 290. Edit. Paris. 1583) non dice cosa veruna delle bestemmie di quell'Imperatore, nè del sangue gettato contro al Cielo; e benchè accenni il secondo fatto, osserva in generale, che le circostanze della morte di Giuliano erano incertissime. Sozomeno poi (l. VI. c. 2), e Teodoreto (l. 30. c. 25. Ed. Vales.) parlano del primo come di cosa non ben sicura, e come un discorso di pochi. Vedi della Bleterie pag. 495 e segg. Se il sig. Gibbon avesse ben ponderata la forza del titolo di Calunniatore si sarebbe astenuto dal darlo a Gregorio ed ai Santi più moderni, per non meritarlo egli stesso. Vedi Filostorgio H. E. l. 7. in fogl.

159. Che dirà dunque l'Autore dell'Apocalisse, in cui i Vescovi son distinti col nome di Angeli? Che di G. C. medesimo, mentre disse di loro nella persona degli Apostoli; qui vos audit, me audit, qui vos spernit, me spernit? E come non sapere che di tutti i buoni si legge: Ego dixi, Dii estis ec.? Lo sa benissimo: ma è tanto prevenuto contro Gioviano, che unitamente al merito di Confessore nel precedente regno gli nega quello di aver esatto dall'esercito che lo proclamò Imperatore la professione del Cristianesimo, benchè ne sian testimoni Socrate, Sozomeno e Teodoreto (l. IV. c. 1. ex Vales.) sol perchè Ammiano dice (l. XXV. c. 6) hostiis pro Joviano, extisque inspectis pronunciatum est etc. Alle osservazioni del Baronio (ad Ann. 363. §. 118) sul testo citato, aggiungo col Tillemont, che forse alcuni pochi ostinati Pagani compiron quel rito superstizioso senza saputa dell'Imperatore, e che Ammiano avea una cognizione molto oscura e superficiale della Storia Ecclesiastica. È Gibbon istesso che parla in tal modo; perchè in quell'occasione l'ignoranza di Ammiano torna in discredito dei Cattolici.

160. Grot. L. I. c. 4. Bossuet Var. l. 10.

161. V. Athan. Epist. ad Lucif. et Serapion.

162. Vedi Hermant Vie de S. Athanas.

163. Vedi Baron. ad an. 356. n. 85. Tillemont Tom. VIII. N. 74. Fleury l. 13. n. 32.

164. L. I. c. XIII. de Trin. §. 6.

165. Sec. IV. diss. 30.

166. V. Bern. Montf. Diatriba de Causa Marcelli Ancyr. T. 2. Coll. Nov. PP. et Script. Graecor.

167. Il Garner. Diss. ad Mart. Mercat. Opera T. III. p. 312 chiama la medesima causa difficile ed oscura.

168. Vedi Mamachi T. I. Orig. et Antiq. Christ. i PP. di Trevoux Febr. 1708. Arti 26. Claud. Molinet. 1681, nel Giornale dei dotti di Parigi ec. ec. Tra i Protestanti Gio. Reischko 1681. Gian Cristof. Wolf. 1706. De visione Crucis, etc.

169. Syntagma, quo apparientis M. Costantino Crucis historia complexa est universa. Romae 1595.

170. Euseb. loc. cit.

171. Controv. Rob. Bell. defens. T. II. Col. 1044.

172. Saec. IV. Diss. 32.

173. Dissertation Crit. etc. et hist. sur le P. Libere, dans laquelle on fait voir, qu'il n'est jamais tombé. A Paris 1736.

174. Pap. 185. Tom. II. Venet. 1757.

175. L. 2. C. 17. Hist. Eccles.

176. L. 5. C. 18. Hist. Tripart.

177. De div. et multipl. rat. Animae. c. 2.

178. Praef. T. 5. Bibl. PP. p. 652.

179. Sozom. L. 4. 15. Ed. Vales.

180. Theodoret Hist. l. 2. c. 17.

181. Labbé T. 2. Conc. p. 655.

182. Hieron. Dial. adv. Lucifer. Damas. presso Teodoret. L. 2. Hist. Eccl. c. 22. Lib. med. presso Socr. l. 4. Hist. XII.

183. Nei Framm. di S. Ilario pag. 1357. Ediz. dei Mon. Benedet.

184. Sulpic. Sever. Hist. Sacr. L. 2. c. 39. Socr. Hist. E. L. 2. c. 37.

185. Vedi il Cap. IV. e V. della cit. Dissert. De Comment. ec.

186. L. I. Hist. c. 27.

187. L'A. non ha troppo buon sangue coi Papi. Il carattere di Damaso è molto ambiguo, e tre parole di Girolamo Sanctae Memoriae Damasus, lavano tutte le sue macchie, ed abbagliano i devoti occhi del Tillemont. Si trovan però dileguate presso questo Scrittore le calunnie, dalle quali fu attaccato quel Santo Pontefice. Si cita inoltre Teodoreto L. V. c. 2., che parla così di Damaso: Is erat Episcopus Romae vita laudabili conspicuus, quique sibi dicenda, faciendaque omnia pro Apostolicis dogmatis statuerat., e nel L. IV. c. 30 lo pone nella classe medesima con i due SS. Gregorio, e con S. Ambrogio. Allega ancora l'autorità del Concilio Calcedonese che nell'allocuzione all'Imperatore Marciano si espresse in questi termini. Sic quoque Damasus Romanae urbis decus ad justitiam, ovvero Romanae urbis Episcopus, et justitia decus. Appella per fine a non pochi antichissimi Martirologi, nei quali con S. Girolamo si legge nominato S. Damaso. Non sono dunque tre parole quelle che hanno abbagliato gli occhi devoti del Tillemont. Vedi T. VIII. Memor.

188. Vie de l'Empereur Julien L. V. p. 396.

189. Marc. L. XIII. V. 1. 2.

190. Lib. 23. c. 1.

191. L. I. c. 38, 39.

192. L. 3. c. 17.

193. L. 3. c. 17.

194. L. V. c. ult.

195. Adv. Judeos Orat. 2, Hom. 4 in Matth.; Homil. 41 in Act. Apost.

196. Greg. Naz. Orat. 2. in Julian.

197. Sec. IV. 1. p. n. 14.

198. L. IV. c. 27.

199. M. della Bleterie pag. 399 in una Nota.

200. Adv. Parmentanum.

201. De Unit. Eccl., Cont. Petilian., Cont. Cresc. in Epist. et alibi passim.

202. Nat. Aless. Saec. IV. pag. 15. Tillem. Tom. VI. Vales. etc.

203. Can. 8.

204. Can. 19. cum not. Christ.

205. S. Ag. De haeres. ad Quod vult Deus. L. 69.

206. Fleury L. XI. §. 53.

207. V. Tillem. T. 3. Les Novatiens.

208. Quodcumque solveris etc. Quorum remiseritis peccata remittuntur eis etc. Jo. 30. Matth. 16.

209. Quod si dormierit vir ejus, liberata est etc.

Cui vult nubat. ad Corinth. I. c. 7.

210. Sess. 23. c. 17. de Reformat.

211. Sess. 23. c. 17. de Reformat.

212. S. Ambros. L. 2. de Off. Eccles. L. 6. ex A. malar. Fortun. v. Morin. part. 2. De Sac. Ordin.

213. L'Autore in ciò si conforma a Clerc Epist. Cr. 7, 8, 9 ed al Mosem. Dissert. de turb. per Plat. Ecclesia.

214. P. 1049.

215. P. 1042.

216. P. 1049.

217. Tim. p. 1049.

218. Cic. L. I. de Nat. Deor.

219. P. 1052.

220. Lib. II. de Nat. Deor.

221. L. I. C. 10. de Plat. Philos.

222. Orig. L. V. p. 307.

223. Vedi la Pref. degli Edit. Bened. di S. Giustino Part. 2. c. 1.

224. Not. ad Petav. de Trinit. L. I. c. 1.

225. Divinitas J. C. manifesta in Script. et. tradit. Vedi Praef. ad S. Justini oper. part. II. C. 1. §. V. e Bossuet Elevazioni alla SS. Trinità II. Settimana.

226. Pag. 95. T. V. Il Critico segue l'opinion del Lamy Praef. apparat. C. 7. Calmet però dà per ricevuta dalla maggior parte l'epoca dell'ann. 98 di G. C. I. di Traiano In Evang. S. Joan. Proleg.

227. Dissert. De Verbo Dei §. 3. 4.

228. Non si nega a Clerc, che Filone fosse un Platonico celebre: ma si ha diritto di esiger da lui, che non dia una mentita a Filone stesso, il quale nel Lib. de Opif. Mundi attesta di aver appresa la dottrina del Logos περί τῦ λὸγου non da Platone, ma da Mosè. Μωσεῶς ἔστι τὸ υόγμα τουτο, ουκ εμον. Vedi Joh. Lami de recta Christ. in eo quod myster. Div. Tri. adtinet Sententia. L. 4. c. 8.

229. Dissert. cit. §. 5.

230. Haeres. V.

231. Luc. C. 1. v. 26.

232. I MSS. Greci portan per data l'anno di G. C. ma la più verisimile può fissarsi verso l'an. 53 vedi Calm. in Ev. Luc. Proleg.

233. Luc. C. 5. v. 47.

234. Luc. C. 1. v. 45.

235. Luc. C. 1. v. 76. e seg.

236. Luc. C. 2. v. 30. e seg.

237. V. Simon. Hist. Crit. N. T. C. 15. Calmet in Evang. S. Matth. Prolegom.

238. Matth. C. 3. V. 17. Marc. C. 3. v. 11. Luc. 3. v. 23.

239. Dilectus ibi sonare potest unigenitus: vox enim Jachid idest unicus filius, saepius redditur a LXX. ἁγάπητος Lamy Comment. in Harm. c. V.

240. Psalm. II. v. 7.

241. C. 4. V. 25 e seg.

242. C. I. Il Blondello, lo Spanemio, il Tillemont tengono con la massima parte degli antichi, che la lettera agli Ebrei sia scritta l'Anno di C. 63. Vedi Calm. Proleg. Art. III.

243. Psalm. 87. Job. 1 6. 11. 1.

244. S. August. in psalm. 2.

245. Vedi Abbadie T. III. Traité de la Divinité de J. C.

246. C. 8. v. 37.

247. Joh. V. 18.

248. Ad Philippens. C. 2. v. 6.

249. Ad Rom. C. 1. v. 4. C. 8. v. 3. Ad Hebr. C. 1. v. 2. C. 5. v. 8. C. 6. v. 6. C. 7. v. 3. C. 10, v. 29. ec.

250. Ad Hebr. C. 1. v. 11.

251. d. C. 1. v. 3.

252. Ad Colos. C. 1. v. 16.

253. Ad Hebr. C. 1. v. 2.

254. d. C. 1. v. 6.

255. Ad Roman. C. 9. v. 3.

256. d. C. 1. v. 8.

257. I Nazareni per testimonianza di S. Girolamo: credebant in Christum Filium Dei. Ora secondo la semplicità di quei tempi, ed a norma del simbolo Apostolico il credere in Cristo Figlio di Dio era lo stesso che crederlo propriamente Dio, generato da Dio Padre. Perciò soggiunge S. Girolamo in quem et nos credimus. Vedi Lo Quien Diss. VII Damasc., e la solida confutazion di Freret del Ch. Padre Fassini Profess. di S. Scrittura in Pisa: De Apostolica Evangeliorum Origine n. 25 e 26 dove risponde al Mosemio citato da Gibbon.

258. Vedi Athanas. De fuga sua.

259. An. 358. V. N. Ales. Sec. 4. Dissert. 15. e cap. 3. §. 22.

260. Vedi Bingham. Orig. Eccl. L. 1. C. 2. §. 13.

261. Ap. Socr. L. I. H. E.

262. Vedi la Dissert. del P. D. Prudenzio Mairan sopra i Semi-Arriani. Parigi 1722 e l'altra de voce Homoousion ec. Aucto. Liberato Fassoni ec. Romae 1753. V. ancora S. Atanas. De Sent. Dionys. n. 18. Nov. edit. Tom. I. p. 256.

263. De Nicaen. Syn. Decret. p. 115.

264. Lib. I. H. E. C. 8.

265. Pag. 709.

266. Orat. 49.

267. Ometto Gio. Damasceno, come appartenente al VII. Secolo. V. gli Aut. cit. di sotto.

268. Sulpic. Sever. L. 2. Vet. Ed.

269. Socr. d. C. 8. L. I. H. E. ex Vales. Fu questo il Sofisma d'Arrio medesimo, cattivo Dialettico, Socr. L. 1. C. 5.

270. Vedi il C. 14 e 26. De recta PP. Necaenor. Fide Jo. Lami.

271. Lib. 1. de Synod §. 31.

272. L. I. H. E. C. 25.

273. De Synod. c. 45.

274. Apud Socr. L. 1. H. E. C. 8.

275. Vedi Bull. Defens. Fid. Nicaen. e la cit. Dissert. di D. Gio. Lami De recta Patrum Nicaenorum Fide. Venet. 1733. C. 2.

276. S. Cyrill. Alex. Lib. I. Thes. C. 7.

277. S. Athan. in exposit. Fid.

278. S. Athanas. Lib. de Synod. §. 20. Verum cum Filii ex Patre generatio alia plane sit a natura hominum, nec solum similis ille sit substantiae Patris, sed DIVIDI ab eo non queat, quum item unum ipse, et Pater sit, ut idem dixit, SEMPERQUE VERBUM SIT IN PATRE, ET PATER IN VERBO, eo modo quo splendor se habet ad lucem... idcirco Synodus ea re perspecta eum esse CONSUBSTANTIALEM recte scripsit. Questi non son termini favorevoli a la moda del Triteismo.

279. Epist. 300.

280. Lib. 3. de Fid. C. 7.

281. Ad Constantium Aug. L. 2.

282. V. Fleury Hist. Eccl. l. 13. §. 43. e l'Avvertim. degli Edit. Bened. ad 2 Lib. ad Constant. A.

283. H. E. L. 2. C. 27.

284. §. 30.

285. Nat. Alex. H. E. Saec. IV. §. 25.

286. Ad Const. A. Lib. 2. §. 6.

287. Vedi la Dissert. premessa dagli Edit. Bened. al Lib. Contr. Const. Aug.

288. L. 2. Constant. A. §. 7. Sono ancora notabili quelle espressioni presso Fozio sulla morte di Costanzo, dicendo: Imperium pariter ac vitam, et Synodos ad stabiliendam impietatem dereliquit. Philost. l. 6. n. 5.

289. Lib. cit. §. 23. Vedi ancora il Lib. de Syn. seu de Fide Orient. §. 63.

290. Lib. cit. §. 27.

291. Quello però riputavasi dal S. Padre un timor vano, mentre nel Lib. de Synod. §. 91 così parla: Interpretati Patres nostri sunt post Synodum Nicaenam ec. Homoousii proprietatem religiose, extant libri, manet conscientia ec.

292. De Synod. pag. 703. Vedi N. Aless. Dissert. XV. de voce Ομοιουσιον ad Saec. IV.

293. S. Hilar. Apol. ad Reprehens. VIII.

294. Lib. de Synod. §. 89. Nat. etc.

295. Tra le op. di S. Ambrogio C. 2.

296. V. Mar. Victor. L. 1. adv. Arrium, e Greg. Naz. Or. 21. p. 26.

297. Apolog. ad Reprehens. III.

298. §. 66.

299. De Synod. §. 79. Vedi Apolog. IV. Vedi la Diss. cit. di Nat. Aless. in cui son pochissimi gli Homoousiani difesi come Ortodossi da quel dotto Scrittore. Aezio, che senza raggiro professava la dissomiglianza ανομοιον, rimproverava in faccia a Costanzo i sostenitori dell'ομοιουσιν....... Asserens idem se profiteri ac sentire cum illis omnibus. Verum, inquiebat, quod penes me verum est isti dissimulant, et quod ego prae me fero ac palam confiteor, illi omnes non diffitentur, sed fraudulenter obtegunt. Epiph. haeres. l. 3. T. 1. haer. 76.

300. Theodor. H. E. Lib. 2. C. 6. Vedi Fleury Lib. 15. §. 30. H. E.

301. Socr. L. I. C 17. H. E. Soz. L. 3. C. 9.

302. Uomini alla moda χρονιτας chiamò Aezio per ludibrio gli Arriani suoi persecutori, poichè si accomodavano al tempo e alla Corte. Vedi Germon. de Veter. haeres. etc. L. 2. Quando poi si pretendesse dato da quel Capo degli Anomei un tal nome ai Consustanzialisti, molto più risalterebbe il rispetto dell'Autore per il Santuario.

303. Vedi Tillem. T. 8. S. Athanas. Art. 117. «Il avoit soutenu la verité de la Trinité moins par sa plume que par ses souffrances, et par le Martyre continuel de sa vie».

304. Olim in ipso Sacrosancti Sacrificii meditullio, in praefactione scilicet ante canonem Hilarium morum lenitate pollentem (Ecclesia) decantabant. Vedi la Dissert. de Maur. in Lib. Contr. Constant. §. 3.

305. È tale il cattivo gusto d'Ammiano (XXVI; 10) che non è facile il distinguere in esso i fatti dalle metafore. Pure egli positivamente asserisce d'aver veduto lo scheletro imputridito d'una nave ad secundum lapidem, a Metone o Modona nel Peloponneso.

306. I terremoti e le innondazioni sono in varie guise descritte da Libanio (Orat. de ulcisc. Juliani nece. c. X. ap. Fabric. Biblioth. Graec. Tom. VII. p. 158 con una dotta nota d'Oleario,) da Zosimo (l. IV. p. 221), da Sozomeno (l. VI. c. 2), da Cedreno (p. 310-314) e da Girolamo (in Chron. p. 186 e Tom. I. p. 250 in vit. Hilarion.). La città d'Epidauro sarebbe restata distrutta, se i prudenti cittadini non avesser posto S. Illarione, monaco Egizio, sul lido. Egli vi fece il segno della croce, la montagna si scosse, si fermò, piegossi, e tornò al suo posto.

307. Dicearco Peripatetico compose un trattato a posta per provare questa verità ovvia, che non è la più onorevole alla specie umana: Cicer. de Offic. II. 5.

308. I primitivi Sciti d'Erodoto (l. IV. c. 47-57. 99. 101) avevano per confini il Danubio e la palude Meotide, occupando uno spazio di 400 stadi (o 400 miglia Romane). Vedi Dauville Mem. de l'Acad. Tom. XXV. p. 573-571. Diodoro Siculo (Tom. I. l. II. p. 155. Edit. Wesseling) ha notato i successivi progressi del nome e della nazione degli Sciti.

309. I Tatars o Tartari furono in origine una tribù; in seguito rivali, e finalmente sudditi dei Mògolli. Nelle vittoriose armate di Gengis-Kan e dei suoi successori, i Tartari formavano la vanguardia; ed applicavasi a tutta la nazione il nome, che prima degli altri giungeva alle orecchie degli stranieri: Freret Hist. de l'Acad. Tom. XXV. p. 60. Parlando di tutti o di alcuno dei popoli pastori settentrionali dell'Europa o dell'Asia, promiscuamente mi servo dei nomi di Sciti o di Tartari.

310. Imperium Asiae ter quaesivere: ipsi perpetuo ab alieno Imperio aut intacti aut invicti mansere. Dal tempo di Giustino (II. 2.) in poi essi hanno moltiplicato questo numero. Voltaire ha compendiato in poche parole (Tom. X. p. 65. Hist. Gener. c. 156) le conquiste dei Tartari.