Ma vi era poi realmente quel gran numero di fautori di una Trinità nominale magnificato da Gibbon nell'assemblea, che introdusse quella voce nel simbolo? I Santi, che a detta del nostro rispettosissimo Critico, erano più alla moda al tempo degli Arriani Atanasio, Gregorio Nazianzeno, a cui si aggiungono il Nisseno e Cirillo l'Alessandrino[267] favorirono veramente l'ipotesi delle tre menti, o sostanze, e dei tre esseri coeguali e coerenti mediante la perpetua concordia di loro amministrazione e l'essenzial conformità del loro volere? Dio buono! E come può essere ignoto al sig. Gibbon, che presentatosi S. Illario al Sinodo di Seleucia[268] primum quaesitum est ab eo, quae esset Gallorum fides; quia tum Arrianis prava de nobis vulgantibus ab Orientalibus suspecti habebamur TRINONYMAM SOLITARII DEI UNIONEM secundum SABELLIUM credidisse? Ma quando ancora egli ignori un tal fatto, da quelle oscure dispute, e certi notturni combattimenti da lui rammentati coi termini stessi di Socrate, non credo di fargli ingiuria a dedurne, che esso abbia letto il Cap. VIII del I Libro di quello storico. Ivi dunque avrà letto altresì le parole: qui του ομοουσιοου την λεξιν Consubstantialis vocem aversabantur SABELLII DOGMA ab iis qui vocem illam probabant, induci arbitrabantur. Atque idcirco impios illos vocabant, utpote qui Filii Dei existentiam tollerent[269]. Or perchè non inferirne, che quel Sabellianismo è una mera calunnia, di cui i nemici della divina natura di Gesù Cristo, od almeno di quella voce, che tanto ben l'esprimeva, caricarono i Padri Ortodossi difensori dei termini precisi del Concilio Niceno? Come può dunque vantar rispetto pel Santuario chi rinnova le antiche calunnie contro di quelli, che sì gelosamente ne conservarono lo splendore? E non è un rinnovare con Clerc le antiche calunnie il tacciare di fautori del Triteismo i due Gregori, Atanasio e Cirillo l'Alessandrino a cui (non già a S. Basilio) vuolsi attribuire il Libro Περι της αγιας Τριαδος ec. de S. Trinitate ec. Tres Deos a nobis coli causantur... eamque CALUMNIAM probabiliter struere non intermittunt... Sed veritas pugnat pro nobis[270]. Sia pure un actum agere, come dice il sig. Gibbon il provare, che Homoousios significhi una sostanza in specie, che secondo Aristotele le stelle sono homoousie, e che tre uomini sono consustanziali in quanto appartengono alla medesima specie; sarebbe ancora per altro un actum agere il dimostrare, che i Padri Niceni affissero a quel celebre termine una significazione diversa da quella, in cui usavasi o nel comune linguaggio, od in quello della filosofia dei Gentili, come fin d'allora S. Atanasio rispondeva agli Arriani[271]: Haec sunt Ethicorum interpretationes, nosque nihil eorum egemus, quae ipsi afferunt; essendo già state raccolte le chiarissime testimonianze di Socrate[272], di S. Atanasio medesimo[273], e dell'istesso Eusebio di Cesarea[274], il quale scrisse: Homoousion esse Filium Patri, cum adlatis rationibus discussum esset (nel sinodo di Nicea) convenit non juxta corporum modum, neque instar mortalium animantium accipi debere[275]. Sarebbe molto più un actum agere l'allegare una lunga serie dei luminosissimi resti di quei Santi amatori della dottrina Apostolica, non della moda, che apertamente dimostrarono la loro Ortodossia intorno al mistero della Santissima Trinità, specialmente scrivendo a Voi, che sì di proposito vi applicate agli studi Sacri con la guida di dotti Maestri, e sotto gli auspicj di un illuminato e religiosissimo Cardinale Protettore della vostra nazione. Sarò pertanto brevissimo su questo articolo; ed in difesa del Nazianzeno riferirò solamente quelle parole dell'Orazione XXXVII, in cui ragiona quel Santo Padre della Trinità contro i Macedoniani e gli Arriani, le quali per esser decisive furono artificiosamente omesse dal Clerc, che ad inganno dei semplici non ebbe rossore di confermare il suo falso sistema con passi tratti da quell'Orazione medesima. Horum quodlibet Unitatem habet non minus ejus cum quo conjungitum, quam sui ipsius respectu propter essentiae et potentiae IDENTITATEM τω ταυτω της ουσιας, και της δυναμεως. Atque haec unionis hujus ratio est, quantum quidem ipsi percipimus. Questa non è certamente la pericolosa ipotesi delle tre menti o sostanze, o di tre esseri coeguali ec. Il Nazianzeno asserisce, che tra le Divine Persone non solo vi è uguaglianza di potenza e natura, ma IDENTITA'. Confermiamolo. Se l'Unità di natura nelle Divine Persone al parere del S. Padre consistesse in una mera coeguaglianza, e nella sola conformità del loro valore, quell'Unità resterebbe, quand'anche si concepisse mancante d'una delle tre Menti, o Sostante Divine. Ma egli nullo modo, soggiunge esclamando, UNAM ILLAM NATURAM, ac peraeque venerandam trunca. Alioqui si quid ex Tribus everteris, TOTUM everteris, imo a TOTO excideris. È dunque patente l'Ortodossia di S. Gregorio Nazianzeno. Può egli inoltre confessarsi più chiaramente, che il Figlio non è una seconda Mente o Sostanza, ma bensì il Verbo, o la Sapienza del Padre, ed una Sostanza istessa con lui di quello che lo confessi Cirillo l'Alessandrino? Si può mai più nettamente asserire, che la Divina sostanza è una sola, benchè distinta in tre Persone di quel che faccialo S. Atanasio? Ecco le parole del primo[276]: Intelligendum sic ex Patre natum Filium, ut Sapientia ex mente, quae sicut et alia quodammodo esse a mente per expressionem ipsius videtur, et in ipsa vere est; non enim SEPARABILITER ab ea prodit. I termini del secondo son questi[277]. Neque tres hypostases per se ipsas DIVISAS, ut in hominibus pro natura corporum accidit fas est in Deo cogitare: ne ut gentes Deorum multitudinem inducamus... Laudanda colendaque et adoranda Trinitas UNA et INDIVIDUA est, nec ullam figuram habet, sed sine confusione CONJUNGITUR; quemadmodum ejusdem UNITAS distinguitur sine DIVISIONE. Quindi è manifesto non potersi sfuggir la taccia di calunniatore da chiunque asserisce, che i Padri soprallodati favorissero il Triteismo. Egli è poi tanto falso che l'Homoousion potesse essere caro ed ai Triteisti, ed ai fautori di una Trinità nominale, che nel linguaggio Teologico a norma delle espressioni di G. Cristo medesimo Ego, et Pater unum sumus... Ego in Patre, et Pater in me est[278], si credeva piuttosto capace di non conciliare i due supposti contrari partiti, ma di distruggerli. Vox ista ομοουσιον, et SABELLII impietatem corrigit, tollit enim hypostaseos identitatem, et perfectam Personarum intelligentiam introducit. Non enim aliquid idem est sibi ipsi Homoousion, sed alterum alteri. Itaque rectissime, et cum pietate conjunctissime hypostaseon dividuntur proprietates, et immutabilitas naturae inalterabilis repraesentatur. Così S. Basilio Magno[279], a cui egregiamente uniformasi S. Ambrogio scrivendo[280]. Frustra autem verbum istud propter SABELLIANOS declinare se dicunt et in eo suam impietatem produnt. Homoousion enim aliud alii non ipsum est sibi. Recte ergo Homoousion Patri Filium dicimus quia eo verbo, et PERSONARUM DISTINCTIO (contro Sabellio), et NACTURAE UNITAS (contro i Politeisti e gli Arriani) significatur.
Ma se così grande era la forza di quel vocabolo, e sì ben fissata la significazione, perchè mai tanti sinodi lo rigettarono, l'ammisero, l'interpretarono? Il Sig. Gibbon istesso mi presenta in gran parte come rispondervi. Ciò avvenne perchè gli Arriani sempre stimaron prudente consiglio quello di mascherare con ambigue parole i lor sentimenti e disegni, avvenne per l'astuzia dei loro Capi, per il loro odio verso Atanasio, ed in modo singolarissimo per il minuto e capriccioso gusto dell'Imperator Costanzo[281], che perseguitava con egual zelo quelli, che difendevan la simil sostanza, quelli che sostenevano la Consustanzialità, e quelli che negavano la somiglianza del Figlio di Dio. Anderebbe ingannato a partito chi credesse in quel passo del S. Vescovo di Poitiers[282] delineato il carattere dei difensori del simbolo di Nicea egualmente che quello dei nemici dell'Homoousion: e molto più chi volesse dedurne l'estinzione o l'incertezza della vera credenza nel vasto Impero Romano. Non è però nuovo l'abuso dei libri di S. Illario per quest'oggetto. Anche Vincenzo Rogatista vi si faceva forte disputando contro S. Agostino sulla Cattolicità della Chiesa. Dico che sarebbe un abusare delle opere di quel S. Padre a pensare in tal modo, poichè intorno a quei tempi medesimi per la testimonianza di Socrate[283] Achajae et Illyrici civitates, et reliquae Occiduarum partium Ecclesiae tranquillae adhuc erant, et inconcussae, tum quod inter se consentirent, tum quod fidei regulam a Nicaeno Concilio traditam constantissime retinerent, ed Illario nel IV. Libro de Trinitate[284] provoca gli Eretici alla fede della Chiesa universale, in cui omne os credentium Christum Deum loquitur. Il parlare come se uno avesse parte a un disordine, da cui si vogliano ritrar coloro, coi quali si forma una società, è forse il più efficace linguaggio per l'intento, che sappia dettar l'umiltà e la prudenza. Vedendo pertanto lo zelantissimo Vescovo, che nel Conciliabolo Costantinopolitano sotto gli occhi dell'Augusto Sovrano si erano soscritti gli Arriani decreti fatti in Rimini[285] dopo la partenza dei Legati, e non ancor disperando del ravvedimento dei dissidenti e del Principe, intende realmente in quella Rappresentanza di rimproverar questo e quelli perchè convochino tanti Sinodi, e con tante formule vadano in traccia della fede, come se non vi fosse[286]; ma lo fa in termini, i quali denotando che ciò avvenisse per comun colpa di tutti i Cristiani, non irritassero i veri colpevoli ed il prepotente lor fautore. In fatti confrontate il passo trascritto da Gibbon, ed inserito nel suo Repertorio da Locke con quel che scrisse San Illario probabilmente[287] pochi mesi dopo, e giustificate a chi egli imputasse la colpa di sì scandaloso disordine, dicendo all'Imperatore quando ei si fu tratta la maschera: Synodo contrahis, et Occidentalium fidem ad impietatem compellis.... Orientalis autem dissensione artifex nutris[288]. Namque post primam vere Synodi Nicaenae... novis vetera subvertis, nova ipsa rursum innovata emendatione rescindis, emendata autem iterum emendando condemnas... His quidem ego intra Nicaeam scripta a Patribus fide fundatus, manensque non egeo[289]. Quindi ancora deducesi, che l'Homoousion fu riguardato con savissima avvedutezza da S. Illario sotto diversi aspetti, ora cioè come inutile, or come pio e religioso, ed or come scandaloso ed empio. Riguardollo siccome ozioso ed inutile per coloro, i quali erano immobilmente fondati nella sostanza della fede Nicena, dicendo: his quidem... ego non egeo, e in appresso[290]. Quod tametsi nobis ad fidem otiosum sit ec.; come pio e religioso poi per quegli stessi, qualora lo usassero a solo oggetto di evitare la confusione Sabelliana, che i maligni Settari spargevano, che si celasse nell'Homoousion dagli Ortodossi, come sopra osservammo[291]. Mihi quidem similitudo ne UNIONI detur occasio sancta est. E qui dee notarsi che dal S. Vescovo della Gallia non differisce di troppo l'immortale Primate d'Egitto, giacchè protestasi di riguardare i medesimi come fratelli nella credenza, mentre scrive[292]: Adversus autem eos, qui omnia Synodi Nicaenae scripta recipiunt, de solo autem CONSUBSTANTIALI ambigunt, non ut adversus inimicos affici nos decet... Sed veluti fratres cum fratribus disceptamus, ut cum quibus nobis eadem sit sententia, controversia autem de Verbis. Onde si vede chiaro quanto sia rispettoso il Critico a giudicare Atanasio attaccato dal contagio del fanatismo, e a darci i due opposti partiti, come egualmente agitati dallo spirito d'intolleranza. Riguardavasi finalmente come scandaloso ed empio in bocca di quegli impugnatori della Consustanzialità, che lo prendevano in opposizione all'eguaglianza perfetta del Figlio col Padre e all'unità dell'essenza, come porta la sua genuina e nuda significazione. Et me movet (cum scandalo) homoousii nuditas[293]. Così il S. Vescovo di Poitiers, il quale prosiegue[294]. Multa saepe fallunt, quae similia sunt... similitudo vera in veritate naturae est. Veritas autem in utroque naturae non negatur HOMOOUSION, come leggesi concordemente nei Codici MSS. ed esige il buon senso. Has enim similitudines, quae non ex unitate naturae sint, metuo. Così pure S. Atanasio de Synod. Qui secundum substantiam simile dicit, participationem quadam simile esse definit... Hoc vero factarum rerum est, quae propter participationem fiunt similes Deo. Così l'A. de Filii Divinit.[295]. Denique sublato Homoousion idest unius substantiae vocabulo, Homoousion, idest similem (Filium) factori suo posuerunt, cum aliud sit similitudo, aliud veritas. Ed in tal caso non fa di mestiero di un occhio teologico delicato gran fatto per distinguere la differenza tra quei due famosi vocaboli[296]: e perciò S. Illario soggiunse[297]. Non puto quemquam admonendum in hoc loco ut expendat, quare dixerim SIMILIS SUBSTANTIAE PIAM INTELLIGENTIAM nisi quia intelligerem et IMPIAM, et idcirco similem, non solum aequalem, sed etiam eamdem dixisse, ut neque similitudinem, quam tu frater Lucifer praedicari volueras, improbarem, et tamen SOLAM PIAM esse similitudinis intelligentiam admonerem, quae UNITATEM Substantiae praedicaret. Che questo poi fosse il caso di una gran parte dei Vescovi dell'Oriente io lo deduco dal ripeter che fa Sant'Illario per ben due volte nel Libro de Synodis[298], che a proporzione delle molte Chiese che vi erano, pochi professavano la vera fede, e dal dir loro, apostrofandoli, che gli avevan dato speranza di richiamare la vera fede, (opponendosi, com'è verisimile, agli Anomei) non già che l'avessero richiamata[299]. Ma che tale fosse altresì l'Homoousion sostenuto da Macedonio, non ardisco asserirlo[300]. So però con certezza che esso uscì dalla scuola degli Arriani, che da loro fu ordinato Vescovo, e che fu Eresiarca nell'impugnare la Divinità dello Spirito Santo; che il suo odio contro il Patriarca Paolo ed i fautori di lui fu intestino, e la sua ambizione senza misura[301], e francamente asserisco, che l'esecrande tirannie dei Macedoni e dei Giorgi di Cappadocia, che la squisita malignità degli Eusebi, che gl'intrighi dei Valenti e degli Ursaci non si trovaron giammai nei Santi alla moda del tempo loro[302], e so per fede divina che quei Settari avrebbon potuto apprendere dalle pure e semplici massime dell'Evangelio ad unire alla prudenza del serpe la semplicità di colomba, ad esser miti ed umili di cuore come fu Gesù Cristo, egregiamente imitato dai due distinti Campioni della Fede Nicena Atanasio[303] ed Illario[304], e a dar la loro vita per la lor greggia, non a toglierla altrui. Perciò riconosco in chi asserisce che tutti egualmente erano agitati nel tempo della Controversia Arriana dallo spirito intollerante, che avevano tratto dall'Evangelio, non uno Storico, il quale tiri rispettosamente il velo del Santuario, ma sivvero (per usare un'espressione suggeritami dal Sig. Gibbon istesso) un Profano.
Ho, per quanto mi sembra, adempiute le mie promesse. Tocca ora a voi, intraprendendo un'ampia confutazione degli errori del Sig. Gibbon, a vendicare l'onore della Religione oltraggiata, e a sostenere il decoro del partito Cattolico della nazione; giacchè avete ambedue ed acutezza d'ingegno e cognizione delle lingue erudite ed ogni dì più divenite valenti nelle Ecclesiastiche Controversie. Avvertite però, il vostro Avversario è un Proteo, il quale
Omnia transformat se se in miracula rerum,
Ignemque horribilemque feram fluviumque liquentem.