.... Cujus agendi
Spectator vel causa fui.
Claudian. VI. Cons. Hon 439.
Tale è il modesto linguaggio d'Onorio, trattando della guerra Gotica, ch'egli aveva veduta alquanto più da vicino.
133. Zosimo (l. V. p. 331) trasporta la guerra e la vittoria di Stilicone oltre il Danubio; strano errore, che viene imperfettamente e di mala grazia medicato leggendo Αρνον per l'ϛρον (Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 807). Da buoni politici noi dobbiamo far uso di Zosimo senza stimarlo o fidarci di lui.
134. Cod. Theod. lib. VII. Tit. XIII. leg. 16. La data di questa legge 18 Maggio 406 persuade me, come ha persuaso il Gotofredo (Tom. II. p. 387) del vero anno dell'invasione di Radagasio. Il Tillemont, il Pagi, ed il Muratori preferiscono l'anno antecedente, ma essi vengono astretti da certe obbligazioni di civiltà e di rispetto verso S. Paolino di Nola.
135. Poco dopo che Roma fu presa dai Galli, il Senato, in un subitaneo bisogno armò dieci legioni, cioè 3000 cavalli, e 42000 fanti; forza che la città non avrebbe potuto somministrare sotto Augusto; Liv. VII. 25. Questa proposizione può imbarazzare un antiquario, ma vien chiaramente spiegata dal Montesquieu.
136. Machiavello ha dimostrato, almeno come filosofo, che Firenze trasse insensibilmente l'origine dal commercio che si faceva dalla rupe di Fiesole alle rive dell'Arno (Ist. Fior. Tom. I. l. II. p. 37. Londra 1747). I Triumviri mandarono una colonia a Firenze, che al tempo di Tiberio (Tacit. Annal. I. 79) meritò la riputazione ed il nome di città che fiorisce. Vedi Cluver. Ital. antiq. Tom. I p. 507, ec.
137. Il Giove però di Radagaiso, che adorava Thot e Woden, era molto diverso dal Giove Olimpico o Capitolino. L'indole condiscendente del Politeismo potea congiungere quelle varie e distanti Divinità. Ma i veri Romani abborrivano i sacrifizi umani de' Germani e de' Galli.
138. Paolino (in vit. Ambros. c. 50) riferisce quest'istoria ch'egli attinse dalla bocca di Pansofia medesima, pia matrona di Firenze. Pure l'Arcivescovo presto cessò di prender parte attivamente negli affari del Mondo, e non fu giammai un santo popolare.
139. Agostin. de Civit. Dei. V. 25. Oros. l. VII. c. 37. p. 567-571. I due amici scrissero nell'Affrica dieci o dodici anni dopo la vittoria; e l'autorità loro è seguitata implicitamente da Isidoro di Siviglia (In Chron. p. 713. Edit. Grot.). Quanti fatti interessanti avrebbe Orosio potuto inserire nello spazio, che è consacrato da lui ad un pio non senso?
Franguntur montes, planumque per ardua Caesar
Ducit opus: pandit fossas, turritaque summis
Disponit castella jugis, magnoque recesso.
Amplexus fines, saltus numerosaque tesqua
Et silvas, vastaque feras indagine claudit.
Pure la semplice verità (Caes. de Bell. Civ. III. 44) è molto più grande delle amplificazioni di Lucano (Phars. l. VI. 2963).
141. Le oratorie espressioni d'Orosio «in arido et aspero montis jugo,» «in unum ac parvum verticem» non sono molto adattate all'accampamento d'un grand'esercito. Ma Fiesole, distante solo tre miglia da Firenze, potea somministrare sufficiente spazio pei quartieri di Radagaiso, ed esser compresa dentro il cerchio delle linee Romane.
142. Vedi Zosimo l. V. p. 331, e le Croniche di Prospero e di Marcellino.
143. Olimpiodoro (appresso Fozio p. 180) usa un'espressione προσηταιρισατο se l'era fatto amico, che indicherebbe una stretta ed amichevole alleanza, e renderebbe tanto più reo Stilicone. Le parole paulisper detentus, deinde interfectus d'Orosio sono sufficientemente odiose.
144. Orosio, piamente inumano, sacrifica il Re ed il popolo, Agag e gli Amaleciti, senza un sintomo di compassione. Il sanguinoso attore è meno detestabile del freddo insensibil Istorico.
145. E la musa di Claudiano dormiva ella? Era forse stata mal pagata? Sembra, che il settimo Consolato d'Onorio (an. 407) avrebbe somministrato il soggetto d'un nobil poema. Prima che si conoscesse, che lo Stato non poteva più a lungo salvarsi, Stilicone (dopo Romolo, Camillo e Mario) avrebbe meritato il nome di quarto fondatore di Roma.
146. Un luminoso passo della Cronica di Prospero in tres partes per diversos Principes divisus exercitus, limita il miracolo di Firenze, e connette l'istoria dell'Italia, della Gallia e della Germania.
147. Orosio e Girolamo positivamente l'accusano d'avere instigato l'invasione: Excitatae a Stilichone gentes etc. Bisogna intendere indirettamente. Ei salvò l'Italia a spese della Gallia.
148. Il Conte di Buat è persuaso, che i Germani, i quali invasero la Gallia, fossero i due terzi rimasti dell'armata di Radagaiso. Vedi l'Histoir. ancien. des peuples de l'Europe, Tom. VII. p. 87-121, Paris 1772; elaborata opera, che non ho avuto il vantaggio di leggere fino all'anno 1777. Trovo la medesima idea espressa in un rozzo sbozzo della presente storia fino all'anno 1771, e dopo mi si è presentata una simile osservazione in Mascou (VIII. 15). Tale conformità, senza alcuna vicendevole comunicazione, può dar qualche peso al nostro comun sentimento.
... Provincia missos
Expellet citius fasces, quam Francia Reges
Quos dederis....
Claudiano (i. Cons. Stil. l. 1. 235. ec.) è chiaro e soddisfacente. Questi Re di Francia sono ignoti a Gregorio di Tours; ma l'autore delle Gesta Franc. fa menzione tanto di Sunno che di Marcomiro, e nomina l'ultimo come padre di Feramondo (Tom. II. p. 545). Sembra, che abbia tratto le sue notizie da buoni materiali, che ei non intendeva.
150. Vedi Zosimo (l. V. p. 373). Orosio (l. II. c. 9. p. 165 nel secondo volume degli Istorici di Francia) ha conservato un valutabil frammento di Renato Profuturo Frigerido, i tre nomi del quale indicano un Cristiano, un suddito Romano, ed un Semibarbaro.
151. Claudiano (Cons. Stil. l. I. 221. l. II. 186) descrive la pace e la prosperità della frontiere Gallica. L'Abate Dubos (Hist. Crit. Tom. I. p. 174) leggerebbe Alba (ignoto ruscello delle Ardenne) invece d'Albis, e si diffonde nel pericolo del bestiame Gallico, che pascola di là dall'Elba. Questa è una stoltezza. Nella Geografia poetica l'Elba e l'Ercinia indicano qualunque fiume o qualunque selva nella Germania. Claudiano non è preparato all'esame rigoroso dei nostri antiquari.
... Geminasque viator
Cum videat ripas, quae sit Romana requirat.
153. Girolam. Tom. I. p. 93. Vedi nel primo volume degli Storici di Francia p. 777-782 gli accurati estratti del Carmen de Provident. Divin. e Salviano. L'anonimo poeta medesimo era prigioniero insieme col proprio Vescovo e coi suoi cittadini.
154. La dottrina Pelagiana, che s'agitò per la prima volta nell'anno 405, fu condannata nello spazio di dieci anni in Roma ed in Cartagine. S. Agostino combattè, e vinse: ma la Chiesa Greca favorì i suoi avversari, e (quel che è assai singolare) il popolo non prese parte veruna in una disputa, che non poteva intendere.
155. Vedi le Memorie di Guglielmo du Bellay l. VI.
156. Claudian. I. Cons. Stil. l. II. 250. Si suppone, che gli Scoti d'Irlanda invadessero per mare tutta la costa occidentale della Britannia; e può darsi qualche tenue fede anche a Nennio, ed alle tradizioni Irlandesi (Carte Istor. d'Inghilterra vol. I. p. 169. Whitaker Genuin. Istor. dei Brettoni p. 199). Le sessantasei vite di S. Patrizio, che sussistevano nel nono secolo, dovevano contenere altrettante migliaia di bugie; pure possiamo credere, che il futuro Apostolo fosse condotto via schiavo in una di queste invasioni Irlandesi (Usser. Antiquit. Eccles. Britann. p. 431. e Tillemont Mem. Eccl. Tom. XVI. p. 456, 782).
157. Gli usurpatori Britannici son presi da Zosimo (l. VI p. 371-375), da Orosio (l. VII c. 40. p. 576, 577), da Olimpiodoro (ap. Phot. pag. 181), dagl'Istorici Ecclesiastici, e Croniche. Ai Latini però non è noto Marco.
158. Cum in Costantino incostantiam.... execrarentur (Sidon. Apollinar. l. V. epist. 9. p. 159. Edit. Secund. Sirmond). Sidonio però potè esser tentato da un bisticcio sì bello ad infamare un Principe, che aveva disonorato il suo avo.
159. Il nome, che Zosimo dà loro, è Bagaudae. Forse meritavano un carattere meno odioso (Vedi Dubos Hist. Crit. Tom. I. p. 203 e quest'Istoria). Noi avremo occasione di sentirne parlare di nuovo.
160. Veriniano, Didimo, Teodosio, e Lagodio, che nelle Corti moderne si chiamerebbero Principi del sangue, non eran distinti con verun grado o privilegio dal resto dei sudditi.
161. Questi Honoriani, o sia Honoriaci, contenevano due truppe di Scoti o Attacotti, due di Mori, due di Marcomanni, i Vittori, gli Ascarj, ed i Gallicani, Notit. Imper. Sect. Edit. Labb. Essi formavano una parte dei sessantacinque Auxilia Palatina, e sono propriamente chiamati da Zosimo l. VI. p. 374 εη τη αυλη ταξεις, milizie della Corte.
... Comitatur euntem
Pallor, et atra fames; et faucia lividus ora
Luctus, et inferni stridentes agmine morbi.
Claud. in IV. Cons. Hon. 321.
163. Questi oscuri fatti sono investigati dal. Conte Di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe T. VII. c. 3, VIII. p 69. 206) la cui laboriosa esattezza alle volte può stancare un lettore superficiale.
164. Vedi Zosimo l. V. p. 334, 335. Esso interrompe la breve sua narrazione per riferire la favola d'Emona, e della nave Argo, che fu tratta per terra da quel luogo sino all'Adriatico. Sozomeno (l. VIII, c. 25) e Socrate (l. VII. c. 10) vi gettano una dubbiosa e pallida luce, ed Orosio (l. VII. c. 38. p. 571) è abbominevolmente parziale.
165. Zosimo (l. V. p. 338, 339) ripete le parole di Lampadio, come dette in Latino, non est ista pax, sed pactio servitutis, e quindi le traduce in Greco per comodo dei suoi lettori.
166. Egli era venuto dalla costa del Ponto Eussino, ed esercitava uno splendido ufizio, λαμπρας δε στρατειας εν τοις βασιλειοις αξιουμενος; insignito d'un ragguardevol posto militare fra gl'Imperiali. Le sue azioni giustificano il suo carattere, che Zosimo (l. V. p. 340) espone con visibile compiacenza. Agostino venerò la pietà d'Olimpio, che esso chiama vero figlio della Chiesa. Baron. Annal. Ecclesiastic. Ann. n. 19 ec. Tillemont Mémoir. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 467, 468. Ma queste lodi, che il Santo Affricano dà così indegnamente, potevan procedere da ignoranze ugualmente che da adulazione.
167. Zosimo l. V p. 339, 339. Sozomeno l. IX. c. 4. Stilicone propose d'intraprendere il viaggio di Costantinopoli, per divertire Onorio da quel vano pensiero. L'Impero Orientale non avrebbe obbedito, e non si sarebbe potuto vincere.
168. Zosimo (l. V. p. 336-345) ha copiosamente ma senza chiarezza riferito la disgrazia e la morte di Stilicone. Olimpiodoro (appresso Fozio p. 177), Orosio (lib. VII c. 38. p. 571, 572), Sozomeno (l. IX. c. 4), e Filostorgio (l. XI. c. 3. l. XII. c. 2) suppliscono un qualche barlume.
169. Zosimo l. V. p. 333. Il matrimonio d'un Cristiano con due sorelle, scandalizza il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 557.) che aspetta in vano di trovare che il Papa Innocenzio I. operasse qualche cosa in questo articolo, o censurando, o dispensando.
170. Si fa onorevol menzione di due suoi amici da Zosimo (l. V. p. 346.), cioè di Pietro Capo della scuola dei Notari, e di Deuterio, Gran Ciamberlano. Stilicone s'era assicurato della Camera; e fa maraviglia, che sotto un Principe debole tal precauzione non fosse capace di renderlo sicuro.
171. Sembra, che Orosio (l. VII. c. 38. p. 571, 572) copiasse i falsi e furiosi manifesti, che si sparsero per le Province dalla nuova amministrazione.
172. Vedi il Cod. Teod. lib. VII. Tit. XVI. leg. I. lib. IX. Tit. XLIII. leg. XXII. Stilicone vien notato col nome di praedo publicus, che impiegava le sue ricchezze ad omnem ditandam inquietandamque Barbariem.
173. Agostino medesimo è contento dell'efficaci leggi, che Stilicone avea pubblicato contro gli Eretici e gli idolatri, e che tuttavia sussistono nel Codice Teodosiano. Ei solo prega Olimpio a confermarle. Baron. Annal. Eccles. an. 408. n. 19.
174. Zosimo l. V. p. 351. Noi possiamo osservare il cattivo gusto di quei tempi nell'ornare le statue con tali inetti abbigliamenti.
175. Vedi Rutilio Numaziano (Itiner. l. II. 41. 60), al quale il religioso entusiasmo ha dettato alcuni eleganti e vigorosi versi. Stilicone tolse ancora le lastre d'oro dalle porte del Campidoglio, e lesse una profetica sentenza, che era incisa sotto di quelle (Zosimo l. V. p. 352). Quelle sono vane istorie; l'accusa però d'empietà aggiunge peso e credito alla lode che Zosimo dà con ripugnanza alle sue virtù.
176. Alle nozze d'Orfeo (modesta comparazione!) tutte le parti della natura animata contribuirono i varj lor doni, e gli Dei stessi arricchirono il lor favorito. Claudiano non aveva nè greggi nè armenti, nè viti, nè ulivi. La sua ricca sposa suppliva a tutto questo. Ma egli portò nell'Affrica una lettera commendatizia di Serena, sua Giunone, e fu reso felice (Epist. II ad Serenam).
177. Claudiano sentiva l'onore come uno che lo merita (in Praef. Bell. Get.). L'originale inscrizione in marmo si trovò a Roma nel secolo decimoquinto in casa di Pomponio Leto. Avrebbe dovuto erigersi la statua d'un poeta molto superiore a Claudiano nel tempo della sua vita dagli uomini di lettere suoi nazionali e contemporanei. Questo era un nobil disegno!
178. Vedi l'epigramma XXX.
Mallius indulget somno noctesque diesque:
In somnis Pharius sacra, profana rapit.
Omnibus hoc, Italae gentes, exposcite votis,
Mallius ut vigilet, dormiat ut Pharius.
Adriano era Fario (d'Alessandria). Vedasi la sua vita pubblicata dal Gotofredo; Cod. Theod. Tom. VI. p. 364. Mallio non dormiva sempre. Compose alcuni eleganti dialoghi sopra i Greci sistemi di Filosofia naturale: Claud. in Mal. Theodor, Conf. 61-112.
179. Vedasi la prima lettera di Claudiano. Pure in alcuni luoghi cert'aria di sdegno o d'ironia scuopre la segreta sua ripugnanza.
180. La vanità nazionale ha voluto farlo passare per Fiorentino o Spagnuolo. Ma la prima lettera di Claudiano prova, ch'egli era nativo d'Alessandria; Fabric. Bibl. Lat. T. III. p. 191-202, Ed. Ernest.
181. Compose i primi suoi versi al tempo del Consolato di Probino l'anno 395.
Romanos bibimus primum, te Consule, fontes
Et Latiae cessit Graja Thalia togae.
Oltre alcuni epigrammi Greci, che tuttavia sussistono, il Poeta Latino avea scritto in Greco le antichità di Tarso, di Anazarbo, di Berito, di Nicea ec. Egli è più facile di riparare la perdita della buona poesia, che dell'antica storia.
182. Strada (Prolus. V. VI.) gli accorda di contendere coi cinque poeti eroici Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Lucano, e Stazio. Il colto cortigiano Baldassar Castiglione è suo avvocato; gli ammiratori di lui son numerosi ed appassionati: pure i rigorosi critici notano l'erbe o i fiori esotici, che troppo lussureggiano nel suo latino terreno.
183. La serie de' fatti, dalla morte di Stilicone fino all'arrivo d'Alarico sotto Roma, non si trova che in Zosimo Lib. V. p. 347, 350.
184. L'espressione di Zosimo; καταφρονησιν εμποιησαι τοις πολεμιοις αρκοντας; capaci d'eccitare il disprezzo a' nemici, è forte e vivace.
185. «Eos qui Catholicae sectae sunt inimici, intra palatium militare prohibemus. Nullus nobis sit aliqua ratione conjunctus, qui a nobis fide et religione discordat.» Cod. Theod. Lib. 16, tit. 5. leg. 42, ed il Coment. del Gotofredo Tom. VI. p. 364. Questa legge fu interpretata nella massima estensione, e rigorosamente eseguita. (Zosimo Lib. V. p. 364).
186. Addisson (nelle sue opere vol. 2. p. 54 dell'Ediz. di Baskerville) ha fatto una descrizione molto pittoresca della strada per l'Appenino. I Goti non avevano agio d'osservare le bellezze del prospetto; ma ebbero ben piacere di trovare che Saxa intercisa, stretto passo che Vespasiano aveva tagliato nel masso (Cluver. Ital. antiq. Tom. 1. p. 618) fosse totalmente abbandonato.
Hinc albi Clitumni greges, et maxima taurus
Victima; saepe tuo perfusi flumine sdero
Romanos ad tempia Deum duxere triumphos.
Oltre Virgilio, molti altri Poeti Latini, Properzio, Lucano, Silio Italico, Claudiano ec., i passi de' quali posson trovarsi appresso Cluverio ed Addisson, hanno celebrato le trionfali vittime del Clitunno.
188. Si è presa qualche idea della marcia d'Alarico dal viaggio d'Onorio fatto pei medesimi luoghi (Vedi Claudiano in VI. conf. Honor. 404. 522). La distanza misurata fra Ravenna, e Roma era 254 miglia Romane. Itinerar. del Wesseling. p. 126.
189. La marcia e la ritirata d'Annibale son descritte da Livio (Lib. XXVI. c. 7, 8, 9, 10, 11) ed il Lettore si fa spettatore di quell'interessante scena.
190. Si usarono tali comparazioni da Cinea, consigliere di Pirro, dipoi che fu tornato dalla sua ambasceria, in occasione della quale aveva esso diligentemente studiato la disciplina ed i costumi di Roma (Vedi Plutarco in Pyrrho Tom. 2 p. 459).
191. Ne' tre censi del Popolo Romano, che si fecero verso il tempo della seconda guerra Punica, i numeri sono 270213, 137108, 214000: vedi Liv. Epitom. L. XX. Hist. Lib. XXVII. 36. XXIX. 37. La diminuzione del secondo, e l'accrescimento del terzo pare sì enorme, che vari critici, nonostante l'uniformità de' Manoscritti, hanno sospettato nel testo di Livio qualche corruzione (Vedi Drakenborch ad XXVII. 36 e Beaufort Republ. Rom. Tom. 1. p. 325). Essi non avvertirono, che il secondo censo fu fatto solamente in Roma, e che il numero era diminuito non solo per la morte, ma anche per l'assenza di molti soldati. Nel terzo censo Livio espressamente dice, che de' Commissari particolari ebber la cura di passare in rivista le legioni. Da' numeri notati si dee sempre dedurre una duodecima parte sopra sessanta, e gl'incapaci di portar armi. (Vedi Populat. de la France p. 72).
192. Livio risguarda questi due accidenti come gli effetti solo del caso e del coraggio. Io sospetto che ambedue fossero prodotti dall'ammirabile politica del Senato.
193. Vedi Girolamo Tom. 1. p. 169, 170 ad Eultoch. Egli dà a Paola questi splendidi titoli Graecorum stirps, saboles Scipionum, Pauli haeres, cujus vocabulum trahit, Martiae Papyriae matris Africani vera et germana propago. Questa particolar descrizione suppone un titolo più solido, che il cognome di Giulio, che Tossono aveva comune con mille famiglie delle Province occidentali. Vedi l'Indice di Tacito, delle Iscrizioni del Grutero ec.
194. Tacito (Annal. III. 55) afferma, che fra la battaglia d'Azio ed il regno di Vespasiano, il Senato fu di mano in mano ripieno di famiglie nuove, prese da' Municipj e dalle colonie d'Italia.
Nec quisquam Procerum tentet (licet aere vetusto
Floreat, et claro cingatur Roma Senatu)
Se jactare parem; sed prima sede relicta
Aucheniis, de jure licet certare secando.
Claudian. in Prob. et Olybrii Cons. 18.
Tal complimento, fatto all'oscuro nome degli Auchenj, ha sorpreso i critici; ma tutti convengono, che qualunque sia la vera lezione di questo passo, non si può applicare il senso di Claudiano che alla famiglia Anicia.
196. La data più antica negli annali del Pighio è quella di M. Anicio Gallo Trib. della Plebe nell'anno di Roma 506. Un altro Tribuno Q. Anicio nell'anno 508 si distingue coll'epiteto di Prenestino. Livio (XLV. 43) pone gli Anicj sotto le gran famiglie di Roma.
197. Livio XLIV. 30, 31. XLV. 3, 26, 43. Ei pone in buona veduta il merito d'Anicio, e giustamente osserva, che la sua fama fu oscurata dal maggior lustro del trionfo Macedonico che precedè l'Illirico.
198. Questi tre Consolati cadono negli anni di Roma 593, 818, e 967, ed i due ultimi ne' regni di Nerone e di Caracalla. Il secondo di que' Consoli si distinse solo per mezzo dell'infame sua adulazione: Tacit. Annal. XV, 74. Ma eziandio la testimonianza dei delitti, se hanno l'impronta della grandezza e dell'antichità, viene ammessa senza ripugnanza a provare la genealogia d'una casa nobile.
199. Nel sesto secolo si fa menzione della nobiltà del nome Anicio con singolar rispetto dal Ministro d'un Re Goto d'Italia. (Cassiodoro, Variat. L. X, Ep. 10, 12).
.... Fixus in omnes
Cognatos procedit honos; quemcumque requiras
Hac de stirpe virum, certum est de Consule nasci
Per fasces numerantur avi, semperque renata
Nobilitate virent, et prolem fata sequuntur
Claudiano in Prob. et Olyb. cons. 12. etc. Gli Annii, il nome dei quali sembra essersi trasfuso nell'Anicia, notano i Fasti con molti Consolati, dal tempo di Vespasiano sino al quarto secolo.
201. Può comprovarsi coll'autorità di Prudenzio (in Symmach. l. 553) il titolo di primo Senatore Cristiano, ed il disgusto de' Pagani verso la famiglia Anicia: vedi Tillemont Hist. des Emper., Tom. IV. p. 183. V. p. 44. Baron., Annal. A. 312. n. 78. A. 322. n. 2.
202. Probus........ claritudine generis, et potentia et opum magnitudine cognitus orbi Romano, per quem universum pene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicioli est nostri. (Ammiano Marcell. XVII. 11). La moglie ed i figliuoli gli eressero un magnifico sepolcro nel Vaticano, che fu demolito al tempo del Pontefice Nicolò V. per dar luogo alla nuova Chiesa di S. Pietro. Il Baronio, che deplora la rovina di questo monumento Cristiano, ne ha diligentemente conservate le iscrizioni ed i bassi rilievi. (Vedi Annal. Eccl. An. 395. n. 5. 17).
203. Due Satrapi Persiani andarono a Milano ed a Roma per udir S. Ambrogio, e per veder Probo (Paulin., in vit. Ambros.) Claudiano sembra che non abbia termini da esprimere la gloria di Probo (in cons. Prob. et Olybr. 30, 60).
204. Vedi il poema, che Claudiano fece per i due nobili giovani.
205. Secondino Manicheo, ap. Baron. ann. 490. n. 34.
206. Vedi Nardini. Roma antica, p. 89, 498, 500.
«Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas;
«Vernula quae vario carmine ludit avis».
Claud. Rutil. Numatian., Itiner, v. III.. Il Poeta visse al tempo dell'invasione Gotica. Un moderato palazzo avrebbe occupato la possessione di quattro iugeri di Cincinnato (Val. Max. IV. 4.). «In laxitatem ruris excurrunt» dice Seneca Ep. 114. Vedi una giudiziosa nota di Hume (Saggi vol. 1. p. 562 dell'ultima edizione in 8).
208. Questo curioso ragguaglio di Roma nel tempo d'Onorio si trova in un frammento dell'Istorico Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197.
209. I figlj d'Alipio, di Simmaco, e di Massimo spesero nelle respettive loro Preture, chi dodici, chi venti, e chi quaranta centenari (o cento libbre d'oro). Vedi Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197. Tale stima popolare ammette qualche estensione; ma è difficile spiegare una legge nel Codice Teodosiano (Lib. VI. Tit. 4. leg. 5.) che determina la spesa del primo Pretore a 25000 folli, del secondo a 20000, e del terzo a 15000. Il nome di follis (Vedi Mem. dell'Accad. delle Inscriz., Tom. XXVIII. p. 727) si dava tanto ad una somma di 125 monete d'argento, che ad una piccola moneta di rame, ch'era 1/2625 di quella somma. Nel primo senso i 25000 folli sarebbero stati 150000 lire sterline: nel secondo solamente cinque o sei. L'uno sembra stravagante, l'altro è ridicolo. Bisogna che ve ne fosse una terza specie d'un valor medio, di cui s'intende di parlare in questo luogo; ma nel linguaggio delle leggi la ambiguità è una mancanza inescusabile.
210. «Nicopolis... in Actiaco littore, sita possessionis vostrae, nunc pars vel maxima est»: Girolam. in praef. Comm. ad Epistol. ad Tit. Tom. IX. p. 243. Il Tillemont suppone assai stranamente, che questa fosse una parte dell'eredità di Agamennone. (Mem. Eccl. tom. XII. pag. 85).
211. Seneca Ep. 89. Il suo stile è declamatorio; ma v'è appena declamazione, che possa esagerare l'avarizia ed il lusso de' Romani. Il Filosofo stesso meritava qualche specie di rimprovero, se è vero, che la sua rigorosa esazione dei quadringenties (cioè più di trecentomila lire sterline) che egli aveva prestato ad un alto interesse, suscitò una ribellione nella Britannia (Dion. Cas. l. 62. p. 1003). Secondo la congettura di Gale (Itinerar. d'Antonino in Britann. p. 92) il medesimo Faustino godeva una possessione vicino a Bury in Suffolk, ed un'altra nel regno di Napoli.
212. Volusio, ricco Senatore (Tacit., Annal. III. 30), preferiva sempre gli affittuali nativi del luogo. Columella, che da esso ebbe questa massima, discorre molto giudiziosamente su tal materia. (De re rustica, lib. 1. c. 7. p. 408 edit. Gesner. Lips. 1735).
213. Il Valesio (ad Ammian. XIV. 6 ) ha provato coll'autorità del Grisostomo e d'Agostino, che a' Senatori non era permesso dar del denaro ad usura. Pure apparisce dal Codice Teodosiano (Vedi Gotofred. ad lib. II. tit. XXXIII. Tom. I. p. 230, 289) che si concedeva loro di prendere il sei per cento, o la metà dell'interesse legale, e quel ch'è più singolare, tal permissione accordavasi a' giovani Senatori.
214. Plinio, Hist. Nat. XXXIII. 50. Egli determina l'argento a sole 4380 libbre, che sono accresciute da Livio (XXX. 45) fino a 100,023. La prima somma pare troppo piccola per una opulenta città, e l'altra troppo grande per qualunque tavola privata.
215. L'erudito Arbuthnot (Tavole d'antiche monete p. 153) ha osservato graziosamente, ed io credo con verità, che Augusto non aveva nè vetri alle sue finestre, nè una camicia indosso. Nel basso Impero l'uso del vetro e del lino divenne alquanto più comune.
216. Io debbo spiegare le libertà, che mi ho prese intorno al testo d'Ammiano: 1. Ho unito insieme il Cap. 6 del libro XIV col cap. 4. del XXVIII; 2. Ho dato ordine e connessione alla massa confusa de' suoi materiali; 3. Ho mitigato alcune iperbole stravaganti, e tolto alcune superfluità dell'originale; 4. Ho sviluppato alcune osservazioni ch'erano accennate piuttosto che espresse. Con tali licenze, la mia versione in vero non si troverà litterale, ma è però fedele ed esatta.
217. Claudiano, il quale pare che avesse letto l'istoria di Ammiano, parla di questa gran rivoluzione in uno stile assai meno cortigianesco:
Postquam jura ferox in se communia Caesar
Transtulit, et lapsi mores desuetaque priscis
Artibus, in gremium pacis servile recessi.
De bello Gildonico, 49.
218. La minuta diligenza degli Antiquari non è stata capace di verificar questi nomi straordinari. Io son d'opinione, che siano stati inventati dall'Istorico stesso, per evitare qualunque satira o applicazione personale. Egli è certo però, che le semplici denominazioni de' Romani furono appoco appoco prolungate sino al numero di quattro, cinque o anche sette pomposi cognomi, per esempio Marcus Maecius Memmius Furius Balburius Caecilianus Placidus. (Vedi Noris, Cenotaph. Pis. diss. IV. p. 438).
219. I cocchi o Carrucae de' Romani spesso eran d'argento sodo, superbamente intagliati e figurati, e gli arnesi delle mule o de' cavalli erano intarsiati d'oro. Tal magnificenza durò dal regno di Nerone fino a quello d'Onorio; e la via Appia era coperta di splendidi equipaggi di nobili, che venivano ad incontrar S. Melania, quando ritornò a Roma, sei anni prima dell'assedio Gotico (Senec., epist. 87. Plin., Hist. Nat. XXXIII. 49. Paulin. Nolan., ap. Baron. Ann. Eccl. an. 397. n. 5). La pompa però si è rettamente mutata nel comodo; ed una semplice carrozza moderna sulle molle è molto preferibile ai carri d'argento o d'oro dell'antichità, che posavano sugli assi delle rote, ed erano per lo più esposti all'inclemenza dell'aria.
220. In un'omelia d'Asterio, Vescovo di Amasia, il Valois ha scoperto (ad Ammian. XIV. 6.) che questa era una nuova moda; che si rappresentavano in ricamo orsi, lupi, leoni e tigri, boschi, caccie ec., e che i più devoti vi sostituivano la figura, o la leggenda di qualche Santo lor favorito.
221. Vedi Plin., Hist. t. 6. Tre grossi cignali furono tirati e presi ne' lacci senza interromper gli studi del filosofico cacciatore.
222. Il cangiamento dell'infausta voce Averno, ch'è nel testo, non è d'alcuna importanza. I due laghi Averno e Lucrino comunicavano insieme, e formavano per mezzo delle stupende moli d'Agrippa il porto Giuliano, che si apriva per uno stretto ingresso nel Golfo di Pozzuolo. Virgilio, che abitava in quel luogo, ha descritto (Georg. II. 161) quest'opera nel tempo della sua esecuzione, ed i comentatori di esso, particolarmente Catrou, hanno preso gran lume da Strabone, da Svetonio e da Dione. I terremoti, ed i Vulcani hanno mutata la faccia del luogo, e convertito il Lago Lucrino dopo l'anno 1538, nel monte nuovo. Vedi Camillo Pellegrino, discorsi della Campan. Felice p. 239, 244. Anton Sanfelici, Campania p. 13, 88.
223. Regna Cumana et Puteolana; loca, ceteroqui valde expetenda, interpellantium autem multitudine pene fugienda. Cicer., ad Attic. XVI. 17.
224. L'espressione di tenebre Cimmerie fu presa in origine dalla descrizione d'Omero (nel lib. XI. dell'Odissea), applicandola esso ad un remoto e favoloso paese sui lidi dell'Oceano. (Vedi Erasmi Adag. nelle sue opere Tom. 2. p. 593. ediz. di Leida).
225. Possiamo rilevare da Seneca (epist. 123) tre curiose circostanze relativamente ai viaggi de' Romani. 1. Essi eran preceduti da una truppa di Cavalleggieri di Numidia, che con un nuvolo di polvere annunziavano l'avvicinamento di un grand'uomo; 2. I loro muli da bagaglio non solamente trasportavano i vasi preziosi, ma anche i fragili vasellami di cristallo e di murra, sotto il qual nome è quasi provato dal dotto Francese Traduttore di Seneca (T. III. p. 403, 422) che intendevasi la porcellana della China e del Giappone; 3. i be' volti de' giovani schiavi eran coperti d'una crosta o unzione fatta ad arte per difenderli dagli effetti del sole e del gelo.
226. Distributio solemnium sportularum. Le sportulae e sportellae eran piccoli panieri, che si suppone che contenessero una quantità di cibi caldi del valore di 100 quadranti, o di dodici soldi e mezzo, ch'erano posti per ordine in una sala, e con ostentazione distribuiti alla famelica o servil turba, che stava aspettando alla porta. Si fa bene spesso menzione di tal grossolano costume negli epigrammi di Marziale e nelle satire di Giovenale. Vedasi anche Svetonio, in Claud. c. 21. in Neron. c. 16. in Domitian. c. 4, 7. Quanti panieri di cibi si convertirono in seguito in grosse monete, o in piatti d'oro e d'argento, che reciprocamente si davano e si ricevevano ancora dalle persona del più alto grado, nelle solenni occasioni de' Consolati, de' matrimonj ec. (Vedi Symmac., Epist. IV. 55., IX. 124, e Miscell. p. 256).
227. Il ghiro, detto da' Latini glis e da' Francesi loir, è un piccolo animale, che dimora ne' boschi, e rimane intorpidito nel grande inverno (Vedi Plin., Hist. nat. VIII. 82. Buffon, Hist. nat. Tom. VIII, pag. 158. Pennant, Sinopsi de' quadrupedi p. 289.). V'era l'arte di allevare e d'ingrassare un gran numero di ghiri nelle ville Romane, risguardandosi questo come un vantaggioso articolo di economia rurale (Varrone, de re rust. III. 15). L'eccessiva richiesta di essi per le tavole di lusso si accrebbe per le folli proibizioni de' Censori, e si racconta, che sono tuttavia in pregio nella moderna Roma, e si mandano frequentemente in regalo da' Principi Colonna. (Vedi Brotier ultimo editore di Plinio Tom. II. p. 458. ap. Barbou 1779).
228. Questo giuoco, che può tradursi co' nomi più a noi famigliari di Trictrac, o di Tavola Reale era il divertimento favorito de' più gravi Romani: ed il Giurisconsulto Muzio Scevola, il vecchio, aveva la fama di abilissimo giuocatore. Era chiamato ludus duodecim scriptorum da' dodici scritti o linee che dividevano in uguali parti l'alveolo, o la tavola. Sopra di esse venivan ordinate due armate, una bianca e l'altra nera, ciascheduna delle quali conteneva quindici uomini, o pezzi, e si muovevano alternativamente secondo le regole del giuoco e le indicazioni delle tessere, o de' dadi. Il Dottor Hide, che fa diligentemente l'istoria, e nota le varietà del Nerdiludium (nome di etimologia Persiana) dall'Irlanda al Giappone, versa su questo lieve soggetto un copioso torrente di erudizione classica ed orientale. Vedi Syntagm. dissertat. Tom. II. p. 217, 405.
229. Marius Maximus homo omnium verbosissimus, qui et mythistoricis se voluminibus implicavit. Vopisc. in Hist. August. p. 242. Egli scrisse le vite degli Imperatori da Traiano fino ad Alessandro Severo. Vedi Gerardo Vossio, de Hist. Latin. l. II. c. 3 nelle sue Opere volum. IV, pag. 57.
230. Questa satira probabilmente è esagerata. I Saturnali di Macrobio, e l'Epistole di Girolamo danno sufficienti prove, che molti Romani di ambi i sessi, e del più alto grado coltivavano studiosamente la teologia Cristiana e la classica letteratura.
231. Macrobio, amico di quei nobili Romani, risguardava le stelle come la causa o almeno i segni de' futuri eventi (de Somn. Scip., l. I. c. 19. p. 68).
232. Le storie di Livio (vedi specialmente lib. VI c. 36) son piene dell'estorsioni dei ricchi, e delle angustie dei poveri debitori. La patetica istoria di un bravo antico soldato (Dionis. Alicanass. l. V. c. 26. pag. 347. Ediz. d'Hudson. e Livio II. 23) deve essersi frequentemente ripetuta in quei primi tempi, che tanto immeritamente si son lodati.
233. Non esse in civitate duo millia hominum, qui rem haberent: Cicero, Off. II. 21. col Coment. di Paolo Manuz. ediz. del Grevio. Questo indeterminato calcolo fu fatto l'anno di Roma 649 in un discorso dal Tribuno Filippo, ed il sue scopo non meno che quello dei Gracchi (vedi Plutarco) era di deplorare e forse d'esagerare la miseria della plebe.
234. Vedi la terza satira v. 60-125. di Giovenale, che deplora con isdegno.