CAPITOLO XXXI.

Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia. Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna son occupate da Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna.

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L'insufficienza d'un debole e disastrato governo può spesse volte aver l'apparenza, e produrre gli effetti d'una perfida corrispondenza col pubblico nemico. Se Alarico medesimo fosse stato ammesso nel Consiglio li Ravenna; egli avrebbe probabilmente proposto quello stesse misure, che furono effettivamente prese da Ministri d'Onorio[183]. Il Re de' Goti avrebbe forse con qualche ripugnanza cospirato alla distruzione di quel formidabil nemico, dalle armi del quale tanto in Italia che in Grecia per ben due volte era stato vinto. L'attivo ed interessato lor odio produsse con molta fatica la disgrazia e la rovina del grande Stilicone. Il valore di Saro, la sua fama nelle armi, e la personale o ereditaria influenza, che aveva sui Barbari confederati, l'avrebbero potuto far rispettare agli amici della Patria, che disprezzavano o detestavan gl'indegni caratteri di Turpilione, di Varone e di Vigilanzio. Ma per le premurose istanze de' nuovi favoriti, questi Generali, che s'erano dimostrati indegni del nome di soldati[184], furon promossi al comando della cavalleria, dell'infanteria e delle truppe domestiche. Il Principe Goto avrebbe sottoscritto con piacere l'editto, che il fanatismo d'Olimpio dettò al devoto e semplice Imperatore. Onorio escluse da ogni ufizio nello Stato chiunque fosse contrario alla Chiesa Cattolica, ostinatamente rigettò il servizio di tutti quelli, ch'erano di religione diversa dalla sua; ed inconsideratamente licenziò molti de' più bravi ed abili suoi Ufiziali, che erano aderenti al Culto Pagano, o seguivano le opinioni dell'Arrianesimo[185]. Alarico avrebbe approvato, e forse anche suggerito passi così vantaggiosi al nemico; ma si potrebbe dubitare se il Barbaro avesse promosso il proprio interesse a spese dell'inumana ed assurda crudeltà, che si commise con la direzione, o almeno coll'assenso de' Ministri Imperiali. Gli ausiliari esteri, ch'erano attaccati alla persona di Stilicone, si dolevano della sua morte; ma il desiderio della vendetta era in essi frenato da un natural timore per la salute delle mogli e de' figli loro, che ritenevansi come ostaggi nelle città forti dell'Italia, dov'essi avevano parimente depositato i loro più preziosi effetti. Nella medesima ora, e come per mezzo d'un segnale comune, le città dell'Italia furon macchiate dalle stesse orride scene di universale strage e saccheggio, che produsse la distruzione delle famiglie insieme e de' beni de' Barbari. Esacerbati questi da tal ingiuria, che avrebbe potuto scuotere i più torpidi e servili spiriti, gettaron un'occhiata di sdegno e di speranza verso il campo d'Alarico, e concordemente giurarono di perseguitare con giusta ed implacabile guerra quella perfida nazione, che aveva sì vilmente violato le leggi dell'ospitalità. Per l'imprudente condotta de' Ministri d'Onorio la Repubblica perdè l'assistenza, e meritò l'inimicizia di trentamila de' suoi più bravi soldati; ed il peso di tal formidabile armata, che sola avrebbe potuto determinar l'evento della guerra, passò dalla bilancia de' Romani in quella de' Goti.

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Nelle arti della negoziazione ugualmente che in quello della guerra il Re Goto godeva un superiore ascendente sopra un nemico, le apparenti variazioni del quale nascevano dalla total mancanza di consiglio e di mire. Alarico, dal suo campo ne' confini dell'Italia, attentamente osservava le rivoluzioni del Palazzo, spiava il progresso della fazione e della malcontentezza, mascherava l'ostile aspetto d'un Barbaro invasore, e prendeva la più popolare apparenza d'un amico ed alleato del grande Stilicone, alle virtù del quale, quando non erano più per lui formidabili, poteva dare un giusto tributo di sincera lode e rammarico. Il pressante invito de' malcontenti, che sollecitavano il Re de' Goti ad invader l'Italia, acquistò maggior forza da un vivo sentimento delle personali sue ingiurie; ed aveva la speciosa occasion di dolersi, che i Ministri Imperiali sempre differivano ed eludevano il pagamento delle quattromila libbre d'oro, che dal Senato Romano gli erano state accordate o in premio de' suoi servigi, o per acquietarne il furore. La sua decente fermezza era sostenuta da un'artificiosa moderazione, che contribuì al buon successo dei suoi disegni. Ei richiedeva una giusta e ragionevol soddisfazione; ma dava le più forti sicurezze, che appena l'avesse ottenuta, si sarebbe subito ritirato. Ricusò di prestar fede a' Romani, se non gli si mandavano per ostaggi al campo Ezio e Giasone, figli di due grandi Ufiziali dello Stato; ma offrì di dare in cambio di essi molti de' più nobili giovani della nazione Gotica. I Ministri di Ravenna risguardarono la modestia d'Alarico come una sicura prova di debolezza e di timore. Sdegnarono d'entrare in trattato, non meno che d'adunare un esercito; e con una temeraria fiducia, che procedeva solo dall'ignoranza, in cui erano dell'estremo pericolo, irreparabilmente perderono i decisivi momenti sì della pace che della guerra. Mentre aspettavano con caparbio silenzio, che i Barbari lasciassero i confini dell'Italia, Alarico passò con ardita e rapida marcia le Alpi ed il Po; precipitosamente saccheggiò le città d'Aquileia, d'Altino, di Concordia e di Cremona, che cederono alle sue armi; accrebbe le proprie forze coll'aumento di trentamila ausiliari; e senza incontrare in campo un solo nemico, s'avanzò fino all'orlo della palude, che difendeva l'inaccessibile residenza dell'Imperatore Occidentale. Invece di tentare senza speranza l'assedio di Ravenna, il prudente Capitano de' Goti passò a Rimini, estese le sue devastazioni lungo le coste marittime dell'Adriatico, e disegnò la conquista dell'antica padrona del Mondo. Un eremita Italiano, di cui gli stessi Barbari veneravan la santità e lo zelo, si fece incontro al vittorioso Monarca, ed arditamente annunziò lo sdegno del Cielo contro gli oppressori della terra; ma il Santo medesimo restò confuso dalla solenne asserzione d'Alarico, ch'ei sentiva un segreto e soprannaturale impulso, che lo dirigeva, anzi lo costringeva a marciare verso le porte di Roma. Egli sentiva che il proprio genio o la sua fortuna lo rendevano atto alle imprese più ardue; e l'entusiasmo, che comunicò a' Goti appoco appoco fece svanire la popolare e quasi superstiziosa reverenza delle nazioni per la maestà del nome Romano. Le sue truppe, animate dalla speranza della preda, seguirono il corso della via Flaminia, occuparono i passi non guardati dell'Appennino[186], discesero nelle ricche pianure dell'Umbria; e mentre stavano accampati sulle rive del Clitunno, potevano a capriccio scannare e divorare i bianchissimi tori, che per tanto tempo s'erano riserbati pei trionfi di Roma[187]. Una difficile situazione ed un'opportuna tempesta di lampi e tuoni preservò la piccola città di Narni; ma il Re de' Goti, non curando le ignobili prede, sempre più avanzavasi con indomito vigore; e dopo esser passato pei superbi archi, adornati con le spoglie delle vittorie contro i Barbari, piantò il suo campo sotto le mura di Roma[188].

Pel corso di seicento diciannove anni la seda dell'Impero non era mai stata contaminata dalla presenza d'uno straniero nemico. L'infelice spedizione d'Annibale[189] non servì che a spiegare il carattere del Senato e del Popolo; d'un Senato cioè piuttosto abbassato che nobilitato dalla comparazione di un'assemblea di Regi, e d'un Popolo, a cui l'ambasciator di Pirro attribuì le inesauste riproduzioni dell'Idra[190]. Ciascun Senatore, al tempo della guerra Punica, aveva occupato il suo posto nella milizia, o in grado di superiore o di subalterno; ed il decreto, che dava per un tempo il comando a tutti quelli, ch'erano stati Consoli, Censori, o Dittatori, procurava alla Repubblica l'immediata assistenza di molti prodi e sperimentati Generali. Al principio della guerra il Popolo Romano conteneva dugento cinquantamila cittadini atti a portare le armi[191]. Cinquantamila eran già morti in difesa della Patria, e le ventitre legioni, ch'erano impiegate ne' diversi campi dell'Italia, della Grecia, della Sardegna, della Sicilia e della Spagna, esigevano circa centomila uomini. Ma ne restava sempre un ugual numero in Roma e nel territorio addiacente, ch'erano animati dall'istesso intrepido coraggio; ed ogni Cittadino era tratto fin dalla più fresca sua gioventù alla disciplina, ed agli esercizi militari. Annibale restò sorpreso dalla costanza del Senato, che senza levar l'assedio di Capua, o richiamar le truppe disperse, aspettava la sua venuta. Ei s'accampò sulle rive dell'Anio alla distanza di tre miglia dalla città; e fu tosto informato, che il terreno, su cui aveva piantato la sua tenda, fu venduto per competente prezzo al pubblico incanto, e per Una strada opposta fu mandato un corpo di truppe a rinforzar le legioni della Spagna[192]. Condusse i suoi Affricani alle porte di Roma, dove trovo tre eserciti in ordine di battaglia preparati a riceverlo; ma Annibale temè l'evento d'una guerra, da cui non poteva sperare d'uscire, se non aveva prima distrutto fino all'ultimo de' suoi nemici; e la pronta sua ritirata dimostrò l'invincibil coraggio, de' Romani.

Una continua successione di Senatori fin dal tempo della guerra Punica avea conservato il nome e l'immagine della Repubblica; e i degenerati sudditi d'Onorio ambiziosamente vantavano l'origine dagli Eroi, che avevan rispinto le armi d'Annibale, e soggiogato le nazioni della terra. I temporali onori, creditati e sprezzati dalla devota Paola[193], sono accuratamente enumerati da Girolamo, guida della coscienza, ed isterico della vita di essa. La genealogia di Rogato suo padre, che rimontava fino ad Agamennone, parrebbe che indicasse un'origine Greca; ma Blesilla sua madre numerava nella lista de' propri antenati gli Scipioni, Emilio Paolo, ed i Gracchi; e Tossozio marito di Paola traeva la reale sua stirpe da Enea, padre della famiglia Giulia. Con queste alte pretensioni soddisfacevasi la vanità del ricco, che bramava d'esser nobile. Incoraggiati dall'applauso de lor parassiti, facilmente imponevano alla credulità del volgo, ed erano in qualche modo sostenuti dall'uso di adottare il nome dei loro patroni, ch'era stato sempre in vigore fra i liberti, ed i clienti delle famiglie illustri. La maggior parte però di quelle famiglie, attaccate da tante cause d'esterna forza, o d'interna decadenza, restarono appoco appoco estinte; e sarebbe stato più ragionevole il cercare una successiva discendenza di venti generazioni fra le montagne delle Alpi o nella pacifica solitudine della Puglia, che nel teatro di Roma, sede della fortuna, del pericolo, e di perpetue rivoluzioni. In ogni regno particolare, e da ogni provincia dell'Imperio innalzandosi ad eminenti gradi una folla d'arditi avventurieri per mezzo de' talenti o de' vizi loro, usurpavano lo ricchezze, gli onori, ed i palazzi di Roma, ed opprimevano o proteggevano i poveri ed umili avanzi delle famiglie Consolari, che ignoravano forse la gloria de' loro maggiori[194].

Al tempo di Girolamo e di Claudiano i Senatori concordemente cedevano la preeminenza alla famiglia Anicia; ed una breve occhiata all'istoria di questa servirà per valutare il lustro e l'antichità delle famiglie nobili, che si contentavano solo del secondo pasto[195]. Nei primi cinque secoli di Roma fu ignoto il nome degli Anicj: sembra ch'essi traesser l'origine da Preneste, e l'ambizione di que' nuovi cittadini restò per lungo tempo soddisfatta con gli onori plebei di Tribuni del popolo[196]. Cento sessant'anni avanti l'Era Cristiana, la famiglia fu nobilitata dal Pretore Anicio, che terminò gloriosamente la guerra Illirica, soggiogando la nazione, e facendone schiavo il Re[197]. Dopo il trionfo di quel Generale, tre Consolati, in tempi distanti fra loro, indicano la successione del nome Anicio[198]. Dal regno di Diocleziano fino alla total estinzione dell'Impero occidentale godè questo nome di tale splendore, che non fu ecclissato nella pubblica stima neppure dalla Maestà della porpora Imperiale[199]. I diversi rami, a' quali fu comunicato, riunirono per mezzo di matrimoni o di eredità le ricchezze ed i titoli delle famiglie Annia, Petronia, ed Olibria: ed in ogni generazione si moltiplicava il numero de' Consolati per un ereditario diritto[200]. La famiglia Anicia era celebre per la fede e per le ricchezze: fu la prima del Senato Romano, che abbracciasse il Cristianesimo: ed è probabile, che Anicio Giuliano il quale poi fu Console e Prefetto di Roma, purgasse il suo attaccamento al partito di Massenzio con la prontezza, con cui accettò la religione di Costantino[201]. S'accrebbe l'ampio lor patrimonio dall'industria di Probo, Capo della famiglia Anicia, che divise con Graziano gli onori del Consolato, ed esercitò quattro volte il sublime ufizio di Prefetto del Pretorio[202]. Le immense sue possessioni erano sparse per tutto quanto il Mondo Romano; e quantunque il Pubblico potesse aver per sospetti, o disapprovare i mezzi, co' quali s'erano acquistate, pure la generosità e magnificenza di quel fortunato politico meritò la gratitudine de' suoi clienti e l'ammirazione degli stranieri[203]. Fu tanto grande il rispetto, che avevasi alla sua memoria, che i due figli di Probo, nella più fresca lor giovinezza, ed a richiesta del Senato, furono uniti insieme nella dignità Consolare; distinzione memorabile e senza esempio negli annali di Roma[204].

I marmi del palazzo Anicio eran passati in proverbio per esprimere l'opulenza e lo splendore[205]: i nobili però ed i Senatori di Roma con la dovuta gradazione aspiravano ad imitar quell'illustre Famiglia. L'esatta descrizione della città, che fu fatta al tempo di Teodosio, enumera mille settecento ottanta case di ricchi ed onorevoli cittadini[206]. Molte di queste splendide abitazioni potrebbero quasi scusare l'esagerazion del Poeta, che Roma conteneva una moltitudine di palazzi, e che ogni palazzo equivaleva ad una città mentre nel suo recinto includeva tutto ciò, che poteva servire o al comodo o al lusso, cioè piazze, ippodromi, templi, fontane, bagni, portici, boschetti ombrosi, ed artificiali uccelliere[207]. L'istorico Olimpiodoro, che descrive lo stato di Roma, quando fu assediata da' Goti[208], continua ad osservare, che vari de' più ricchi Senatori da' loro fondi ricavavano un'annua entrata di quattromila libbre d'oro, che fanno sopra cento sessantamila sterline, senza computare le provvisioni fisse di grano e di vino, le quali, se si fosser vendute, sarebbero importate un terzo di quella somma. In paragone di tale smoderata ricchezza, un'ordinaria entrata di mille o mille cinquecento libbre d'oro si sarebbe risguardata appena come adeguata alla dignità del grado Senatorio, che richiedeva molte spese di pubblica ostentazione. Si rammentano al tempo d'Onorio più esempi di nobili vani e popolari, che celebrarono l'anno della lor Pretura con una festa, che durò sette giorni, e che, costò più di centomila lire sterline[209]. I beni de' Senatori Romani, che tanto eccedevano la proporzione delle moderne ricchezze, non si ristringevano dentro i confini dell'Italia. Le loro possessioni estendevansi molto al di là del mare Jonio e dell'Egeo fino alle più distanti Province: la città di Nicopoli, fondata da Augusto come un eterno monumento della vittoria d'Azio, era la proprietà della devota Paola[210], e Seneca osserva, che i fiumi, che avevano già diviso nazioni fra loro nemiche, scorrevano allora dentro le terre di cittadini privati[211]. Le tenute de' Romani, secondo la natura e le circostanze di esse, o venivano coltivate da' loro schiavi, o si davano per una certa convenuta somma annua a qualche industrioso affittuale. Gli Scrittori economici antichi raccomandano caldamente il primo metodo, qualora possa praticarsi comodamente; ma se per la sua distanza o grandezza il luogo non fosse sotto la vista immediata del padrone, preferiscono l'attiva cura d'un vecchio ereditario fittaiuolo, attaccato a quel fondo ed interessato nel prodotto di esso, alla mercenaria amministrazione d'un negligente e forse infedele fattore[212].

I nobili opulenti d'una immensa capitale, che non erano mai eccitati dal desiderio della gloria militare, e rade volte impegnati nelle occupazioni del governo civile, naturalmente consumavano il loro tempo negli affari e ne' divertimenti della vita privata. A Roma era sempre stato tenuto a vile il commercio; ma i Senatori fino da' primi tempi della Repubblica accrebbero il loro patrimonio, e moltiplicarono i loro clienti con la pratica lucrosa dell'usura; e le antiquate leggi venivan deluse o violate per la reciproca inclinazione ed interesse di ambe le parti[213]. Doveva sempre trovarsi in Roma una considerabile quantità di ricchezza, o in moneta corrente dell'Impero, o in oro ed argento lavorato; ed al tempo di Plinio v'erano molte tavole, che contenevano più argento di quello che Scipione trasportò dalla vinta Cartagine[214]. La maggior parte de' nobili, che scialacquavano i propri beni in un prodigo lusso, si trovavano poveri in mezzo alla ricchezza, ed oziosi in un perpetuo giro di dissipazione. Venivano continuamente soddisfatti i lor desiderj dal lavoro di migliaia di mani, dalla numerosa serie de' loro domestici schiavi, su' quali agiva il timor del castigo, e dalle varie specie di artefici e di mercanti, che con maggior forza eran mossi dalla speranza del guadagno. Gli antichi erano privi di molti comodi della vita, che si sono inventati, o accresciuti dal progresso dell'industria; e la copia del vetro e de' panni lini ha sparso più comodi reali fra le nazioni moderne d'Europa di quel che i Senatori di Roma potessero trarre da tutte le più raffinate maniere d'un sensuale e splendido lusso[215]. La magnificenza ed i costumi di essi hanno somministrato materia di minute laboriose ricerche; ma siccome queste mi farebbero troppo deviare dal disegno dell'opera presente, io produrrò un autentico stato di Roma, e de' suoi abitanti, che può applicarsi più specialmente al tempo dell'invasione de' Goti. Ammiano Marcellino, che prudentemente scelse la Capitale dell'Impero come la residenza più adattata per un Istorico de' suoi tempi, ha unito con la narrazione de' pubblici eventi una viva pittura delle scene, alle quali trovossi presente. Il giudizioso lettore non approverà sempre l'asprezza della censura, la scelta delle circostanze, o la maniera dell'espressioni: egli scuoprirà forse i segreti pregiudizi e le personali passioni, che inasprivano il carattere d'Ammiano; ma sicuramente potrà osservare con filosofica curiosità l'interessante ed originale pittura de' costumi di Roma[216].

«La grandezza di Roma (così dice l'Istorico) si fondò sulla rara e quasi incredibile unione della virtù e della fortuna. Il lungo tratto della sua infanzia s'impiegò in un laborioso contrasto con le tribù d'Italia, vicine e nemiche della nascente città. Nella forza e nell'ardore della sua gioventù sostenne le tempeste della guerra, portò le sue armi vittoriose oltre i mari ed i monti, e riportò a casa trionfali allori da ogni parte del globo. Finalmente avanzandosi verso la vecchiezza, ed alle volte vincendo col solo terrore del suo nome, cercò i vantaggi della quiete e della tranquillità. Quella venerabil città, che aveva posto il piede sul collo alle più fiere Nazioni, e stabilito un sistema di leggi, perpetue custodi della giustizia e della libertà, si contentò, come una saggia e doviziosa madre, di affidare a' Cesari, favoriti suoi figli, la cura di governare l'ampio suo patrimonio[217]. Successe ai tumulti della Repubblica una sicura e profonda pace, simile a quella che si era goduta sotto il regno di Numa; e frattanto Roma era sempre adorata come regina della terra, e le sottoposte nazioni tuttavia rispettavano il nome del Popolo e la maestà del Senato. Ma questo nativo splendore (prosegue Ammiano) viene oscurato e macchiato dalla condotta di alcuni nobili, che dimenticatisi della lor dignità e di quella del loro paese, s'attribuiscono un'illimitata licenza di follìa e di vizi. Contendono fra loro intorno all'inutile vanità de' titoli e de' cognomi; e curiosamente scelgono o inventano i più alti e sonori nomi di Reburro o Fabunio, di Pagonio o Tarrasio[218], che possono imprimere negli orecchi del volgo maraviglia e rispetto. Per una vana ambizione di perpetuare la loro memoria, affettano di moltiplicare le proprie immagini in statue di bronzo e di marmo; nè son contenti, se quelle statue non son coperte di foglie d'oro; onorevole distinzione, concessa per la prima volta al Console Acilio dopo che ebbe soggiogato colle sue armi e co' suoi consigli la potenza del Re Antioco. L'ostentazione di mostrare e forse di magnificare la lista delle rendite de' fondi, che posseggono in tutte le Province, dall'Oriente all'Occidente, provoca a giusto sdegno chiunque riflette, che gl'invincibili e poveri lor antenati non si distinguevano dagl'infimi soldati per la dilicatezza del cibo, nè per lo splendore degli abiti. Ma i Nobili moderni misurano il grado e l'importanza loro dalla maestà de' lor cocchi[219], e dalla pesante magnificenza del loro abbigliamento. Le lunghe lor vesti di seta o di porpora ondeggiano al vento; ed a misura che per arte o per caso vengono agitate, scuoprono le ricche toniche di sotto, ricamate con figure di varj animali[220]. Accompagnati da un seguito di cinquanta servi, e guastando i pavimenti delle strade, si muovono per le medesime con tanta impetuosa fretta, come se corresser la posta; e l'esempio de' Senatori viene arditamente imitato dalle matrone e dalle dame, i carri coperti delle quali vanno continuamente girando gl'immensi spazi della città e de' sobborghi. Dovunque tali persone di gran qualità si compiacciono di visitare i pubblici bagni, all'entrar che vi fanno, prendono un tuono d'alto ed insolente comando, ed appropriano al privato lor uso que' comodi, ch'erano destinati pel Popolo Romano. Se in questi luoghi di comune e generale concorso incontrano qualche infame ministro de' lor piaceri, esprimono la loro affezione con un tenero abbraccio, nel tempo che superbamente scansano i saluti de' loro concittadini, a' quali non si permette d'aspirare all'onore di baciar loro le mani o i ginocchi. Tosto che si son soddisfatti dell'uso del bagno, riprendono i loro anelli e le altre insegne della lor dignità: scelgono dalla privata lor guardaroba composta di finissima biancheria, che potrebbe servire per una dozzina di persone, quella che più s'adatta alla lor fantasia, e mantengono fino alla lor partenza l'istesso altiero portamento, che potrebbe appena essere scusabile nel gran Marcello dopo la conquista di Siracusa. Alle volte in vero questi Eroi si accingono ad imprese più ardue; visitano i loro beni d'Italia, e si procurano per mezzo di mani servili i divertimenti della caccia[221]. Se qualche volta, specialmente nella state, hanno il coraggio di navigare nelle dipinte lor barche dal lago Lucrino[222] all'eleganti lor ville sulle coste marittime di Pozzuolo e di Gaeta[223], paragonano le loro spedizioni alle marce di Cesare e d'Alessandro. Se però ardisse una mosca di posarsi su' loro dorati ombrelli di seta, se un raggio di sole penetrasse per qualche non osservato impercettibile spiraglio, deplorano gl'intollerabili loro travagli, e si dolgono con affettate espressioni di non esser nati nelle terre de' Cimmerj[224], regioni di eterne tenebre. In questi viaggi, che si fanno nelle proprie terre[225], tutto il corpo della famiglia marcia insieme col padrone. In quella guisa che dalla perizia dei capitani militari si dispongono la cavalleria e l'infanteria, le truppe di grave e di leggiera armatura, la vanguardia e la retroguardia; così gli uffiziali domestici, che portano in mano una verga in segno d'autorità, distribuiscono e mettono in ordine il numeroso seguito di schiavi e di famigliari. Il bagaglio e la guardaroba sono alla fronte, e dopo segue immediatamente una moltitudine di cuochi e di ministri inferiori, impiegati nel servizio della cucina e della tavola. Il corpo di mezzo è composto d'una promiscua folla di schiavi accresciuta dall'accidental concorso di oziosi o dipendenti plebei. Si chiude la marcia dalla truppa favorita di eunuchi, distribuiti per ordine di anzianità. Il numero e la deformità loro eccitano l'orrore e lo sdegno degli spettatori, che son mossi ad esecrar la memoria di Semiramide per l'arte crudele da essa inventata di eludere i disegni della natura, e di soffocar nella stessa loro sorgente le speranze delle future generazioni. Nell'esercizio della domestica giurisdizione i nobili di Roma esprimono una squisita sensibilità per qualunque personale ingiuria, ed una disprezzante indifferenza pel resto della specie umana. Se quando chiedono dell'acqua calda, uno schiavo sia lento ad ubbidire, egli viene immediatamente gastigato con trecento colpi di verghe: se però il medesimo schiavo commetterà un omicidio volontario, il padrone osserverà dolcemente ch'esso è un indegno; ma che se un'altra volta commette il delitto, non eviterà la pena. Anticamente l'ospitalità era la virtù de' Romani; ed ogni straniero, che potesse allegare in suo favore il merito o la disgrazia, veniva sollevato o premiato dalla lor generosità. Presentemente, se un forestiero, anche di grado non dispregevole, viene introdotto avanti ad uno di que' ricchi ed altieri Senatori, esso è accolto in vero alla prima udienza con sì forti proteste e ricerche sì premurose, che si ritira incantato dall'affabilità dell'illustre suo amico, e pieno di dispiacere di aver tanto tempo differito il suo viaggio a Roma, nativa sede della civiltà non meno che dell'Impero. Sicuro d'un favorevole ricevimento ripete la sua visita il giorno seguente, e resta mortificato dal vedere, che si è già dimenticata la persona, il nome e la patria di esso. Se ha il coraggio di perseverare, viene appoco appoco ammesso nel numero de' dipendenti, ed ottiene la permissione di fare l'assidua ed infruttuosa sua corte ad un superbo Patrono, incapace di gratitudine o d'amicizia, che appena si degna d'osservare, quando è presente, quando parte, o quando torna. Ogni volta che un ricco prepara un solenne e popolare trattenimento[226], ogni volta che celebrano con prodigo e pernicioso lusso i privati loro banchetti, la scelta de' commensali forma il soggetto d'una seria deliberazione. Di rado son preferiti i moderati, i sobrj, e i dotti; ed i nomenclatori, che comunemente son mossi da motivi d'interesse, hanno l'accortezza d'inserir nella lista degl'inviti gli oscuri nomi delle più indegne persone del Mondo. Ma i frequenti e famigliari compagni de' Grandi sono que' parassiti, che praticano la più utile di tutte le arti, cioè quella dell'adulazione; che altamente applaudiscono ad ogni parola e ad ogni azione dell'immortal lor Patrono; che ammirano con trasporto le colonne di marmo ed i pavimenti di vari colori; e che eccedentemente lodano la pompa e l'eleganza, ch'egli si è assuefatto a risguardare come una parte del personale suo merito. Alle mense Romane gli uccelli, i ghiri[227], o i pesci, che sembrano d'una straordinaria grossezza, si osservano con una curiosa attenzione: v'è sempre un par di bilance per determinarne il peso reale; e mentre i più ragionevoli commensali son disgustati da una vana e tediosa ripetizione, si chiamano i notari per far fede con autentico atto della verità di tal maraviglioso successo. Un altro metodo d'introdursi nelle case e nelle conversazioni de' Grandi proviene dalla professione di giocare, o come si dice più pulitamente, di divertirsi. I socj sono uniti fra loro con uno stretto e indissolubil legame d'amicizia o piuttosto di cospirazione; una gran perizia nell'arte Tesseraria (che può risguardarsi come una specie di tavola reale[228]) è una strada sicura per giungere alla ricchezza ed alla riputazione. Un maestro di quella sublime scienza, che in una cena o assemblea sia posto al di sotto d'un Magistrato, dimostra nel portamento la maraviglia e lo sdegno, che si potrebbe supporre aver sentito Catone, allorchè gli fu negata la Pretura da' voti d'un capriccioso Popolo. L'acquisto delle cognizioni, rare volte, muove la curiosità de' nobili, che abborriscono la fatica, e sdegnano i vantaggi dello studio; ed i soli libri che leggono, sono le satire di Giovenale, e le verbose e favolose storie di Mario Massimo[229]. Le librerie, che hanno ereditato dai loro padri, sono rimosse, come orridi sepolcri, dalla luce del giorno[230]. Ma si costruiscono per loro uso dispendiosi strumenti da teatro, flauti, enormi Lire, ed organi idraulici; e l'armonia della musica, sì vocale che istrumentale, continuamente si sente ripetere nei palazzi di Roma. In questi al senso si antepone il suono, e la cura del corpo a quella dell'animo. Si accorda come una massima salutare, che il barlume ed un frivolo sospetto di una malattia contagiosa è sufficiente a scusare dalla visita dei più intimi amici; ed anche ai servi, che si mandano a ricercarne per decenza le nuove, non si permette che tornino a casa, se prima non abbian sopportata la ceremonia d'un'abluzione. Pure tale scrupolosa ed effeminata delicatezza cedè qualche volta alla più imperiosa passione dell'avarizia. L'aspetto del guadagno spingerà un ricco e gottoso Senatore fino a Spoleto; qualunque sentimento d'arroganza e di dignità è vinto dalla speranza d'una eredità o anche d'un legato; ed un opulento cittadino senza figli è il più polente dei Romani. Si sa perfettamente l'arte di ottenere una favorevol disposizione testamentaria; ed alle volte di accelerare il momento della sua esecuzione, ed è accaduto, che nella medesima casa, quantunque in diversi appartamenti, il marito e la moglie, col lodevol disegno di prevenirsi l'un l'altro, hanno richiesto i rispettivi loro notari per dichiarare nel tempo stesso le mutue loro ma contradditorie intenzioni. Le angustie che seguono e puniscono le stravaganze del lusso, riducono spesso i Grandi ad usare i più umilianti espedienti. Quando desiderano di ottenere un imprestito, impiegano il basso e supplichevole stile dello schiavo nella commedia; ma quando è richiesto loro il pagamento, prendono la maestosa e tragica declamazione dei nipoti d'Ercole. Se di nuovo è domandato loro il danaro, facilmente trovano qualche fido calunniatore, abile a sostenere un'accusa di veleno o di magia contro l'insolente creditore, il quale è raro che sia liberato dalla carcere, se non abbia prima sottoscritto una ricevuta di tutto il debito. Questi vizi, che macchiano il moral carattere de' Romani, son congiunti ad una puerile superstizione, che disonora il loro intelletto. Prestano orecchio con fiducia alle predizioni degli aruspici, che pretendono di leggere nelle viscere delle vittime i segni della futura grandezza e prosperità; e vi son molti, che non ardiscono di bagnarsi, di desinare o di comparire in pubblico, finattantochè non hanno diligentemente consultato, secondo le regole dell'astrologia, la situazione di Mercurio o l'aspetto della Luna[231]. Ed è ben singolare, che spesse volte si scuopre tal vana credulità in quegli stessi profani Scettici, che empiamente dubitano, o negano l'esistenza d'un Potere Celeste».

Nelle città popolate, che sono la sede del commercio e delle manifatture, gli abitanti di mezza condizione, che traggono la lor sussistenza dalla destrezza o dal lavoro delle proprie mani, formano per ordinario la più feconda, la più utile, ed in questo senso la più rispettabile parte della società. Ma i plebei di Roma, che sdegnavano tali sedentarie e servili arti, si eran trovati oppressi fino dai più antichi tempi dal peso del debito e dell'usura, e l'agricoltore, nel tempo del suo servizio militare, era costretto ad abbandonar la cultura delle sue terre[232]. I terreni dell'Italia che a principio erano stati divisi fra le famiglie di liberi ed indigenti proprietari, appoco appoco furono comprati o usurpati dall'avarizia dei nobili, e nel secolo, che precedè la rovina della Repubblica, fu calcolato, che solo duemila cittadini possedevano qualche fondo indipendente[233]. Pure finattantochè il popolo dava co' suoi voti gli onori dello Stato, il comando delle legioni, e l'amministrazione di ricche Province, l'orgogliosa soddisfazione che ne risentiva, sollevava in qualche modo i travagli della povertà; ed i bisogni dei plebei venivano diminuiti opportunamente dall'ambiziosa liberalità dei candidati, che aspiravano ad assicurarsi una venale pluralità di voti nelle trentacinque Tribù; o nelle cento novanta tre centurie di Roma. Ma quando i prodighi plebei ebbero imprudentemente alienato non solamente l'uso, ma anche la proprietà del potere, si ridussero nel regno dei Cesari ad una vile e miserabil plebaglia, che in poche generazioni avrebbe dovuto del tutto estinguersi, se non si fosse continuamente sostenuta dalla manumissione degli schiavi e dal ribocco degli stranieri. Fino dai tempi d'Adriano, giustamente dolevansi gl'ingenui nativi, che la capitale aveva tirato a sè i vizi dell'Universo, ed i costumi delle nazioni fra lor più contrarie. L'intemperanza dei Galli, l'astuzia e la leggerezza dei Greci, la selvaggia ostinazione degli Egizj e degli Ebrei, il servile carattere degli Asiatici, e la dissoluta ed effeminata prostituzione dei Sirj, s'erano mescolate nella varia moltitudine di uomini, che, sotto la superba e falsa denominazione di Romani, ardivano di sprezzare i loro compagni di sudditanza, e fino i loro Sovrani, che abitavano fuori del recinto dell'eterna città[234].

Ciò non ostante si pronunziava sempre con rispetto il nome di quella città; eran tollerati senza castigo i frequenti e capricciosi tumulti dei suoi abitatori; ed i successori di Costantino, invece di togliere affatto gli ultimi residui della democrazia colla forza della milizia, preferirono la dolce politica d'Augusto, e procurarono di sollevare la povertà e divertir la pigrizia d'un innumerabile popolo[235]. I. Per comodo degli oziosi plebei le mensuali distribuzioni di grano si convertirono in una giornaliera porzione di pane; furono fatti e mantenuti a spese pubbliche molti forni, ed all'ora stabilita ogni cittadino, che aveva il suo contrassegno, saliva per quella scala che era stata determinata pel suo particolar quartiere o divisione, e riceveva o in dono o ad un bassissimo prezzo una quantità di pane del peso di tre libbre per uso della sua famiglia. II. Le foreste della Lucania, le cui ghiande ingrassavano grossi armenti di porci selvaggi[236], somministravano, come una specie di tributo, un'abbondante quantità di cibo sano e a buon mercato. Per cinque mesi dell'anno distribuivasi ai cittadini più poveri una regolar quantità di lardo; e l'annuo consumo della Capitale, in un tempo in cui era molto decaduta dall'antico suo lustro, fu determinato in un editto di Valentiniano III a tre milioni seicento ventottomila libbre[237]. III. Secondo i costumi degli antichi era indispensabile l'uso dell'olio, pei lumi ugualmente che pei bagni, e l'annua tassa, imposta sull'Affrica pel bisogno di Roma, ascendeva al peso di tre milioni di libbre, vale a dire alla misura forse di trecentomila galloni inglesi. IV. L'ansietà ch'ebbe Augusto di provveder la Metropoli di una sufficiente abbondanza di grano, non si estese al di là di questo necessario articolo dell'umana sussistenza; e quando il clamor popolare accusava il caro prezzo e la scarsezza del vino, il grave riformatore promulgò un editto, in cui rammentava ai suoi sudditi, che nessuno aveva ragione di dolersi della sete, mentre gli acquedotti d'Agrippa avevano introdotto nella città tante copiose fonti di acqua pura e salubre[238]. Si rilassò appoco appoco questa rigida sobrietà; e quantunque non sembri, che si eseguisse in tutta la sua estensione il generoso disegno di Aureliano[239], si concedeva l'uso del vino a condizioni assai facili e liberali. Era affidata l'amministrazione delle cantine pubbliche ad un onorevole Magistrato, ed una parte considerabile della vendemmia della Campania riserbavasi pei felici abitanti di Roma.

Gli stupendi acquedotti sì giustamente celebrati dalle lodi di Augusto medesimo, riempivano le terme o i bagni, che s'erano edificati in ogni parte della città con Imperiale magnificenza. I bagni d'Antonino Caracalla, ch'erano aperti in certe ore determinate per uso comune dei Senatori e del Popolo, contenevano più dei mille seicento sedili di marmo, e più di tremila se ne contavano in quelli di Diocleziano[240]. Le mura dei superbi quartieri eran coperte di curiosi Mosaici, che imitavano l'arte del pennello nell'eleganza del disegno, e nella varietà dei colori. Il granito Egiziano era graziosamente incrostato col prezioso marmo verde di Numidia; una perpetua corrente d'acqua calda versavasi per tante larghe bocche di massiccio lucido argento in gran vasche; e l'infimo dei Romani poteva con una piccola moneta di rame comprarsi il continuo spettacolo d'una scena di pompa e di lusso, che avrebbe potuto eccitar l'invidia dei Monarchi dell'Asia[241]. Da queste splendide fabbriche usciva uno sciame di sordidi e stracciati plebei senza scarpe e senza mantello, che andavano tutto il giorno vagando per le strade o nel foro a udir nuove, o a far dispute; e che dissipavano in stravaganti giuochi la miserabile sussistenza delle mogli e dei figli; e consumavano le ore della notte in oscure taverne e ridotti, intesi a soddisfare una grossolana e volgare sensualità[242].

Ma il più vivo e splendido divertimento dell'oziosa moltitudine dipendeva dalla frequente rappresentazione dei pubblici giuochi e spettacoli. La pietà dei Principi Cristiani aveva soppresso i crudeli combattimenti dei gladiatori; ma il Popolo Romano risguardava tuttavia il circo come la propria casa, il suo tempio, e la sede della Repubblica. L'impaziente moltitudine correva allo spuntar del giorno a prendersi il posto, e v'eran molti, che passavano senza dormire ansiosamente la notte ne' vicini portici. Dalla mattina alla sera, senza curare il sole o la pioggia, gli spettatori, che alle volte ascendevano al numero di quattrocentomila, stavano in seria attenzione con gli occhi fissi nei cavalli e nei cocchieri, e con gli animi agitati dalla speranza o dal timore pel successo di quei colori che favorivano; e pareva che la felicità di Roma dipendesse dall'evento d'una corsa[243]. L'istesso smoderato ardore eccitava le loro grida ed i loro applausi ogni volta che si dava la caccia delle fiere, o alcuna delle varie specie di teatrali rappresentanze. Queste nelle Capitali moderne possono meritare d'essere considerate come una pura ed elegante scuola di gusto, e forse di virtù. Ma la musa tragica e comica de' Romani, che non ad altro comunemente aspirava che ad imitare il genio Attico[244], dopo la caduta della Repubblica erasi rimasta quasi sempre in silenzio[245]; ed erasene indegnamente occupato il posto dalla licenziosa farsa, dalla musica effeminata da splendide buffonerie. I pantomimi[246], che si mantennero in riputazione dal tempo d'Augusto fino al sesto secolo, rappresentavano senza l'uso delle parole le varie favole degli Dei e degli Eroi dell'antichità e la perfezione della loro arte, che alle volte disarmava la gravità del Filosofo, eccitava sempre l'applauso e la maraviglia del popolo. I vasti e magnifici teatri di Roma erano riempiti da tremila ballerine, e da altrettanti musici co' direttori dei rispettivi cori. Era tanto grande il favor popolare che essi godevano, che in un tempo di carestia, quando tutti i forestieri erano stati banditi dalla città, il merito di contribuire ai pubblici piaceri gli esentò da una legge, che fu rigorosamente eseguita contro i professori dell'arti liberali[247].

Si dice, che la folle curiosità d'Elagabalo tentò di scuoprire dalla quantità delle tele di ragno il numero degli abitanti di Roma. Non sarebbe stato indegno dell'attenzione dei più savi Principi un metodo più ragionevole di venirne in chiaro, che avrebbe facilmente potuto sciogliere una questione tanto importante per il governo Romano, e sì interessante pei successivi secoli. Si registravano regolarmente le nascite e le morti dei cittadini; e se qualche antico scrittore si fosse preso la cura di conservarcene l'annual somma, o il numero comune, potremmo adesso far qualche probabile calcolo, che distruggerebbe forse le stravaganti asserzioni dei critici, e confermerebbe le modeste e verisimili congetture dei filosofi[248]. Le più diligenti ricerche ci hanno procurato soltanto le seguenti circostanze, che per quanto leggiere ed imperfette siano, possono in qualche modo servire ad illustrar la questione della popolazione dell'antica Roma. I. Allorchè la capital dell'Impero fu assediata dai Goti, il circondario delle mura fu esattamente misurato dal matematico Ammonio, che lo trovò di miglia ventuno[249]. Ci dobbium rammentare, che la forma della città era quasi d'un cerchio, figura geometrica, la quale si sa che contiene il maggiore spazio dentro qualunque data circonferenza. II. L'architetto Vitruvio, che fiorì nel secolo d'Augusto, e la testimonianza del quale in quest'occasione merita speciale autorità e peso, osserva che le innumerabili abitazioni del Popolo Romano si sarebbero estese molto al di là degli angusti limiti della città; e che la mancanza di terreno, che era probabilmente ristretto per ogni parte dai giardini e dalle ville, suggerì la comune, sebben inconveniente pratica di alzar le case ad una considerabile altezza[250]. Ma la sublimità di queste fabbriche, le quali spesso erano fatte in fretta e con materiali insufficienti, era causa di frequente e fatale disgrazie, e fu più volte ordinato da Augusto, come pure da Nerone, che l'altezza degli edifizi privati dentro le mura di Roma non eccedesse la misura di settanta piedi sopra terra[251]. III. Giovenale[252] sembra che per propria esperienza deplori le angustie dei cittadini più poveri, a' quali dà il salutare avviso di abbandonare senza dilazione il fumo di Roma; mentre potevano procurarsi nelle piccole città d'Italia una buona e comoda abitazione per il medesimo prezzo, che annualmente pagavano per un oscuro e miserabile alloggio. Era dunque la pigione delle case eccessivamente cara: i ricchi acquistavano ad enorme prezzo il terreno, ch'essi occupavano con palazzi e giardini, ma il grosso del popolo Romano trovavasi affollato in piccolo spazio; e i differenti piani e quartieri della medesima casa eran divisi, come anche adesso si costuma in Parigi, ed in altre città, fra più famiglie di plebei. IV. È fissato esattamente il numero totale delle case de' quattordici rioni di Roma nella descrizione della città composta al tempo di Teodosio, ed ascendono a quarantottomila trecento ottanta due[253]. Le due specie di abitazioni Domus e Insula, nelle quali sono esso divise, comprendono tutte le abitazioni della capitale di qualunque grado e condizione, dal palazzo di marmo degli Anicj, contenente un numeroso treno di liberti e di schiavi, fino alle alte e ristrette case a pigione, dove il poeta Codro e la sua moglie non potevan tenere che una miserabil soffitta immediatamente sotto i tegoli. Se si voglia usare l'istesso metodo, che in simili circostanze fu adoprato a Parigi[254], e si assegnino indistintamente circa venticinque persone per casa di qualunque grado, potremo giustamente considerar gli abitanti di Roma in numero di un milione e dugentomila: numero che non può reputarsi eccessivo per la Capitale di un grande Impero, quantunque superi la popolazione delle più vaste città moderne d'Europa[255].

A. 408

Tale era lo stato di Roma sotto il regno d'Onorio, allorchè l'esercito Gotico formò l'assedio o piuttosto il blocco della città[256]. Mediante una giudiziosa distribuzione delle numerose sue truppe, che impazientemente aspettavano il momento dell'assalto, Alarico circondò le mura, dominando le dodici porte principali, tolse ogni comunicazione coll'addiacente paese, e vigilantemente guardò la navigazione del Tevere, da cui traevano i Romani il più sicuro ed abbondante soccorso di provvisioni. I primi sentimenti dei Nobili e del Popolo furono quelli di sorpresa e di sdegno, che un vile Barbaro ardisse d'insultare la Capitale del Mondo; ma la loro arroganza fu presto umiliata dalla disgrazia; ed esercitaron vilmente contro un'innocente indifesa vittima la loro debole rabbia, invece di dirigerla contro l'armato nemico. Nella persona di Serena i Romani avrebbero forse potuto rispettare la nipote di Teodosio, la zia, ed anzi la madre adottiva del regnante Imperatore; ma essi abborrivano la vedova di Stilicone, ed ascoltarono con credula passione le dicerie della calunnia, che l'accusò di tenere una segreta e rea corrispondenza coll'invasor Goto. Mosso o trasportato dalla medesima popolar frenesia, anche il Senato, senza ricercare alcuna prova del suo delitto, pronunziò contro di essa la sentenza di morte. Serena fu ignominiosamente strangolata; e l'infatuata moltitudine restò sorpresa in vedere, che quel crudele atto d'ingiustizia non produsse tosto la ritirata dei Barbari, e la liberazione della città. L'infelice Roma soffrì appoco appoco i travagli della carestia; e finalmente le orride calamità della fame. La quotidiana distribuzione di tre libbre di pane fu ridotta alla metà, ad un terzo, a niente; ed il prezzo del grano di continuo cresceva con una stravagante e rapida proporzione. I cittadini più poveri, che non potevan comprare le cose necessarie per la vita, sollecitavano con le preghiere la carità de' più ricchi: e per qualche tempo fu sollevata la pubblica miseria dall'umanità di Leta, vedova dell'Imperator Graziano, che aveva fissato la sua residenza in Roma, ed impiegava in soccorso dei bisognosi la regia entrata, che annualmente riceveva dai grati successori del suo marito[257]. Ma questi privati o temporanei donativi non erano sufficienti a saziare la fame d'un numeroso popolo; ed in progresso la penuria invase anche i palazzi di marmo dei senatori medesimi. Le persone di ambedue i sessi, che erano state allevate nell'abbondanza degli agi e del lusso, conobbero quanto poco basti per supplire alle domande della natura; e prodigalizzavano i loro inutili tesori d'oro e d'argento per ottenere quella vile e scarsa provvisione, che precedentemente avrebbero rigettata con isdegno. Avidamente si divoravano e si disputavano fieramente per la violenza della fame i cibi più ripugnanti all'immaginazione ed al senso, e gli alimenti più malsani e perniciosi all'umana costituzione. Vi fu qualche oscuro sospetto, che alcuni miserabili disperati si cibassero dei corpi de' loro simili, che avevano segretamente uccisi, e fino le madri (tale fu l'orrido contrasto dei due più potenti istinti, dalla natura inspirati nel cuore umano) fino le stesse madri fu detto, che gustassero la carne degli scannati lor figli[258]. Più migliaia di abitanti di Roma spirarono nelle lor case e nelle strade per mancanza di cibo; e siccome i pubblici sepolcri fuori della città erano in poter del nemico, il fetore che usciva da tanti putridi ed insepolti cadaveri, infettò l'aria; e le miserie della fame seguite furono ed aggravate dal contagio d'un morbo pestilenziale. Le promesse d'un pronto ed efficace soccorso, che venivano replicate dalla Corte di Ravenna, sostennero per qualche tempo il debole coraggio de' Romani, ma finalmente la disperazione d'ogni aiuto umano li tentò ad accettar l'offerta d'una soprannaturale liberazione. Pompeiano, Prefetto di Roma, era stato persuaso dall'arte o dal fanatismo di alcuni divinatori Toscani, che per la misteriosa forza d'incanti e sacrifici potevano trarre i lampi dalle nuvole, e diriger que' celesti fuochi contro il campo dei Barbari[259]. Fu comunicato l'importante segreto ad Innocenzo Vescovo di Roma, ed il Successore di S. Pietro è accusato, forse senza fondamento, di avere preferito la salute della Repubblica alla rigida severità del Culto Cristiano. Ma quando agitossi tal questione in Senato, quando vi fu proposta come essenziale la condizione, che quei sacrifici dovevan farsi nel Campidoglio coll'autorità ed in presenza de' Magistrati, la maggior parte di quella rispettabile assemblea, temendo l'ira o Divina o Imperiale, ricusò di aver parte ad un atto, che sembrava quasi equivalere alla pubblica restaurazione del Paganesimo[260].

A. 409

L'ultima speranza de' Romani dipendeva dalla clemenza o almeno dalla moderazione del Re dei Goti. Il Senato, che in quest'occasione assunse la suprema potestà del governo, mandò due ambasciatori per trattar col nemico. Quest'importante incombenza fu data a Basilio, Senatore Spagnuolo d'origine, e già celebre nel governo delle Province, ed a Giovanni, primo Tribuno dei Notari, che era specialmente atto per la sua destrezza negli affari, non meno che per l'antica sua intrinsichezza col Principe Goto. Introdotti che furono alla presenza di esso, dichiararono con un linguaggio forse più alto di quello che conveniva alla umile lor condizione, che i Romani erano risoluti di mantenere la lor dignità in pace ed in guerra: e che se Alarico negava loro una discreta ed onorevol capitolazione, poteva suonare le sue trombe, e prepararsi a dar battaglia ad un immenso popolo esercitato nelle armi ed animato dalla disperazione. «Più folto che è il fieno, più facilmente si sega»: tale fu la concisa risposta del Barbaro; e questa rozza metafora fu accompagnata da un alto insultante riso, ch'esprimeva il suo disprezzo per le minacce d'un imbelle popolo, snervato dal lusso prima di esser emaciato dalla fame. Quindi condiscese a determinare la contribuzione, che avrebbe ricevuta per prezzo della sua ritirata dalle mura di Roma: cioè tutto l'oro e l'argento che si trovava nella città, o appartenesse allo Stato, o ai particolari; tutti i mobili ricchi e preziosi; e tutti gli schiavi, che avesser potuto provare d'aver diritto al nome di Barbari. I ministri del Senato ardirono di domandare in un tuono modesto e supplichevole: «Se tali, o Re, sono le vostre domande, che cosa volete lasciare a noi?» «Le vostre vite» replicò il superbo conquistatore: tremarono essi, e si ritirarono. Pure avanti che tornassero indietro fu accordata una breve sospensione di armi, che dava qualche tempo per una più temperata negoziazione. Il duro sembiante d'Alarico appoco appoco ammollissi; egli diminuì molto il rigor dei suoi termini, ed alla fine acconsentì di toglier l'assedio mediante il pagamento fatto subito di cinquemila libbre d'oro, di trentamila libbre d'argento, di quattromila vesti di seta, di tremila pezze di panno scarlatto fine, e di tremila libbre di pepe[261]. Ma era esausto il pubblico tesoro: le annue rendite dei gran fondi, tanto in Italia, quanto nello Province, erano sospese dalle calamità della guerra; l'oro e le gemme nel tempo della penuria si erano cambiate coi cibi più vili; le private ricchezze erano tuttavia tenute nascoste dall'ostinazione degli avari; ed alcuni residui di sacre spoglie furono l'unico spediente che potè liberar la città dall'imminente rovina. Tosto che i Romani ebbero soddisfatto le rapaci domande d'Alarico, ricuperarono in qualche modo il godimento della pace e dell'abbondanza. Si aprirono con cautela alcune porte della città; non era più impedita dai Goti l'introduzione della roba dal fiume e dalla vicina campagna; i cittadini correvano in folla al libero mercato, che per tre giorni fu tenuto nei sobborghi; e mentre i mercanti, che intrapresero questo lucroso commercio, facevano un considerabil guadagno, fu assicurata in futuro la sussistenza della città per mezzo di ampie provvisioni, che si depositarono dentro ai pubblici e privati granai. Nel campo di Alarico si mantenne una disciplina più regolare di quella che si sarebbe potuta aspettare; ed il savio Barbaro giustificò il riguardo che aveva per la fede dei trattati, mediante la giusta severità con cui gastigò una truppa di licenziosi Goti, che avevano insultato alcuni cittadini Romani sulla via, che conduceva ad Ostia. Il suo esercito, arricchito dalle contribuzioni della capitale, avanzavasi lentamente verso la bella e fertil Provincia della Toscana, dove disegnava di porre il suo quartiere d'inverno; e la bandiera Gotica divenne il rifugio di quarantamila schiavi Barbari, che rotte le loro catene aspiravano, sotto il comando del grande loro liberatore, a vendicare le ingiurie e la disgrazia della loro crudel servitù. Verso il medesimo tempo ricevè un più onorevol rinforzo di Goti e di Unni, che Adolfo[262], fratello della sua moglie, aveva condotto, a' pressanti suoi inviti, dalle rive del Danubio a quelle del Tevere; e che si erano aperta la strada con qualche difficoltà e perdita fra mezzo ad un superior numero di truppe Imperiali. Un vittorioso Capitano, che univa l'audace spirito di un Barbaro con l'arte e la disciplina di un Generale Romano, trovavasi alla testa di centomila combattenti; e l'Italia pronunziava con terrore e rispetto il nome formidabile d'Alarico[263].

A. 409

Alla distanza di quattordici secoli, noi possiamo esser contenti di riferire le imprese militari dei Conquistatori di Roma senza presumere d'investigare i motivi della politica loro condotta. Alarico, in mezzo alla sua apparente prosperità, conosceva forse qualche segreta debolezza, qualche interno difetto; o forse la moderazione, che dimostrava, tendeva solo a deludere e disarmare la facile credulità dei ministri d'Onorio. Il Re dei Goti dichiarò più volte, che egli desiderava d'esser considerato come l'amico della pace e de' Romani. Alle sue più premurose istanze furono mandati tre Senatori alla Corte di Ravenna per sollecitare il cambiamento degli ostaggi e la conclusione del trattato; e le proposizioni, che egli più chiaramente espresse nel corso della negoziazione, possono soltanto inspirare dubbio sulla sua sincerità, come quelle che male sembrano accordarsi collo sembrare incoerenti allo stato della sua fortuna. Il Barbaro aspirava sempre al posto di Generale degli eserciti dell'Occidente; stipulò un annuo sussidio di danaro e di grano; e scelse le Province della Dalmazia, del Norico, e di Venezia per sede del suo nuovo regno, che avrebbe dominato l'importante comunicazione fra l'Italia e il Danubio. Se poi non si fossero accettate queste moderate proposizioni, Alarico si dimostrava disposto a recedere dalle sue domande di danaro, ed anche a contentarsi del possesso del Norico, esausto e povero paese, perpetuamente esposto alle scorrerie dei Barbari della Germania[264]. Ma le speranze della pace andarono a male per la debole ostinazione, o per le interessate mire del Ministro Olimpio. Senz'ascoltare le salutevoli rappresentanze del Senato, ne rimandò gli ambasciatori con una scorta militare, troppo numerosa per un seguito d'onore, troppo debole per un'armata di difesa. Fu ordinato a seimila Dalmati, che erano il fiore delle Legioni Imperiali, che marciassero da Ravenna a Roma per mezzo ad un'aperta campagna, che era occupata dalle formidabili forze dei Barbari. Questi bravi legionarj, circondati e traditi, sacrificati furono alla follìa ministeriale. Valente, lor Generale, con cento soldati fuggì dal campo di battaglia; ed uno degli Ambasciatori, che non poteva più invocare la protezione del diritto delle genti, fu costretto a comprar la sua libertà col riscatto di trentamila monete d'oro. Ciò non ostante Alarico, invece d'adirarsi per tal atto d'impotente ostilità, immediatamente rinnovò le sue proposizioni di pace, e la seconda ambasceria del Senato Romano, a cui dava peso e dignità la presenza d'Innocenzo, Vescovo di Roma, fu guardata da' pericoli del viaggio con un distaccamento di soldati Goti[265].

Olimpio[266] avrebbe potuto continuare ad insultare il giusto sdegno del popolo, che altamente accusavalo come autore della pubblica calamità; ma il suo potere fu appoco appoco distrutto dagli intrighi segreti del palazzo. Gli Eunuchi favoriti trasferirono il governo d'Onorio e dell'Imperio in Giovio, Prefetto del Pretorio, indegno servo, che non purgò neppure col merito d'un personale affetto gli errori e le sciagure della sua amministrazione. L'esilio o la fuga del colpevole Olimpio lo riservò ad altre vicende della fortuna: ei provò lo avventure di una vita oscura e vagabonda; s'innalzò di nuovo alla potenza, cadde per la seconda volta nella disgrazia; gli furon tagliati gli orecchi; e spirò sotto le verghe, somministrando l'ignominiosa sua morte un grato spettacolo agli amici di Stilicone. Dopo la remozione d'Olimpio il cui carattere era profondamente viziato dal fanatismo religioso, i Pagani e gli Eretici restaron liberi da quella politica proscrizione, che gli escludeva dalle dignità dello Stato. Il valoroso Gennerido[267], soldato d'origine barbara, che sempre aderiva al culto dei suoi maggiori, era stato costretto a spogliarsi del cingolo militare: e quantunque fosse più volte assicurato dall'Imperatore medesimo, che le leggi non eran fatte per le persone del grado o merito suo, egli ricusò d'accettare qualunque particolar dispensa, e persistè in un'onorevol disgrazia, finattantochè non ebbe ottenuto, un atto generale di giustizia dall'angustia in cui si trovava il Governo Romano. La condotta di Gennerido nell'importante posto, a cui fu promosso o restituito, di Generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, parve, che ravvivasse la disciplina e lo spirito della Repubblica. Le sue truppe, da una vita d'oziosità e di miseria, tosto s'abituarono al disciplinato esercizio, e ad un'abbondante sussistenza; e la privata sua generosità spesse volte suppliva alle ricompense, che erano negate dall'avarizia o dalla povertà della Corte di Ravenna. Il valore di Gennerido, formidabile ai vicini Barbari, fu il più forte baloardo della frontiera Illirica; e la vigilante sua diligenza procurò all'Impero un rinforzo di diecimila Unni, che giunsero ai confini dell'Italia accompagnati da tal convoglio di provvisioni, e da un seguito così numeroso di bovi e di pecore, che avrebber potuto servire non solo alla marcia d'un esercito, ma anche allo stabilimento di una colonia. Ma la Corte ed i consigli d'Onorio tuttavia presentavano una scena di debolezza e di distrazione, di corruzione e d'anarchia. Le guardie, instigate dal Prefetto Giovio, furiosamente si ammutinarono e domandarono le teste di due Generali, e dei due principali Eunuchi. I Generali, sotto una perfida promessa di sicurezza, furono mandati sopra una nave e privatamente decapitati; laddove il favor degli Eunuchi procurò loro un dolce e sicuro esilio a Milano ed a Costantinopoli. L'Eunuco Eusebio ed il barbaro Allobie successero nel comando della camera e delle guardie; e la gelosia, che avevan fra loro questi subordinati ministri, fu la causa della reciproca lor distruzione. Per un insolente ordine del Conte dei Domestici, il gran Ciamberlano fu vergognosamente battuto a morte a colpi di bastone sotto gli occhi dell'attonito Imperatore, ed il susseguente assassinamento d'Allobie in mezzo ad una pubblica processione è l'unica circostanza della vita d'Onorio, in cui dimostrasse il più debole sintomo di risentimento e di coraggio. Avanti la lor caduta però Eusebio ed Allobie avevan contribuito per la lor parte alla rovina dell'Impero opponendosi alla conclusion d'un trattato, in cui Giovio, per un interessato e forse colpevol motivo, era entrato con Alarico in un personale congresso, che ebbero sotto le mura di Rimini. Nell'assenza di Giovio, l'Imperatore fu indotto ad assumere un superbo stile d'inflessibile dignità, che nè la situazione nè il carattere di lui potean sostenere; e fu immediatamente spedita al Prefetto del Pretorio una lettera segnata col nome d'Onorio, che gli dava libera permissione di disporre della moneta pubblica, ma severamente proibivagli di prostituir gli onori militari di Roma alle orgogliose domande di un Barbaro. Questa lettera fu imprudentemente comunicata ad Alarico medesimo, ed il Goto, che in tutta la negoziazione s'era portato con moderazione e decenza, espresse con le più oltraggiose parole il vivo suo sentimento dell'insulto così sfacciatamente fatto alla propria persona e nazione. S'interruppe ad un tratto la conferenza di Rimini, ed il Prefetto Giovio, tornato a Ravenna, fu costretto ad abbracciare, ed anche ad incoraggiare le opinioni, che dominavano in Corte. Per suo consiglio e dietro al suo esempio, i principali Ufiziali dello Stato e dell'armata furono obbligati a giurare, che senza prestare orecchio in alcuna circostanza ad alcuna condizione di pace, avrebbero sempre perseverato in una perpetua ed implacabile guerra contro il nemico della Repubblica. Questo temerario impegno pose un insuperabile ostacolo ad ogni futuro trattato. I ministri d'Onorio si udirono dichiarare, che se avessero solo invocato il nome della Divinità, provvederebbero alla pubblica salute, ed abbandonerebbero le anime loro alla mercè del Cielo: ma essi avevan giurato per la sacra testa dell'Imperatore medesimo, avevan toccato con solenne ceremonia quell'augusta sede di maestà e di sapienza; e la violazione del loro giuramento gli avrebbe esposti alle pene temporali del sacrilegio e della ribellione[268].

A. 409

Mentre l'Imperatore e la sua Corte godevano, con ostinato orgoglio, la sicurezza delle paludi e delle fortificazioni di Ravenna, essi abbandonarono Roma, quasi senza difesa, allo sdegno d'Alarico. Pure tanta fu la moderazione, che ei tuttavia conservava o affettava di conservare, che quando si mosse col suo esercito per la via Flaminia, spedì uno dopo l'altro i Vescovi delle città d'Italia a rinnovare le sue proposizioni di pace, ed a scongiurare l'Imperatore di voler salvare la città ed i suoi abitanti dall'ostil fuoco e dal ferro dei Barbari[269]. Furono però allontanate queste imminenti calamità, non già per la saviezza d'Onorio, ma per l'umanità o la prudenza del Re Goto, che usò un più dolce quantunque non meno efficace metodo di conquista. Invece di assalire la Capitale, diresse con felice successo le sue operazioni contro il porto d'Ostia, una delle più ardite e stupende opere della magnificenza Romana[270]. Gli accidenti, a' quali era continuamente esposta la precaria sussistenza della città in un'invernale navigazione, ed in una strada aperta, ne avean suggerito al genio del primo Cesare l'util disegno, che fu poi eseguito sotto l'Impero di Claudio. Le moli artificiali, che ne formavano lo stretto ingresso, s'avanzavano molto nel mare, e fortemente rispingevano il furore dei flutti, mentre i più grossi vascelli sicuramente stavano all'ancora in tre profondi e vasti recinti, che ricevevano il ramo settentrionale del Tevere in distanza di circa due miglia dall'antica colonia d'Ostia[271]. Il Porto Romano appoco appoco divenne una città Episcopale[272], dove si depositava il frumento dell'Affrica in spaziosi granai per l'uso della Capitale. Tosto che Alarico si trovò in possesso di quell'importante luogo, intimò alla città di arrendersi a discrezione; e la sua domanda fu aggravata dalla positiva dichiarazione, che il ricusare, o anche il differire di farlo avrebbe subito prodotto la distruzione dei magazzini, dai quali dipendeva la vita del Popolo Romano. I clamori di quel popolo ed il terrore della fame umiliaron l'orgoglio del Senato; il quale accordò senza ripugnanza la proposizion di collocare un nuovo Imperatore sul trono dell'indegno Onorio; ed il voto del Gotico conquistatore diede la porpora ad Attalo, Prefetto della città. Il grato Monarca riconobbe subito il suo protettore per Generale delle armate dell'Occidente. Adolfo, col titolo di Conte dei Domestici, ebbe la custodia della persona d'Attalo; e parve, che le due ostili nazioni s'unissero nei più stretti vincoli d'amicizia e d'alleanza[273].