.... Quamvis quota portio faecis Achaeae?

Jampridem Syrus in Tiberim defluxit Orantes;

Et linguam et mores etc.

Seneca proponendosi di consolare la propria madre (Consol. ad Helv. c. 6.) colla riflessione che una gran parte dell'uman genere si trovava in uno stato d'esilio, le rammenta quanto pochi fra gli abitanti di Roma fossero nati nella città.

235. Quasi tutto quello che si è detto del pane, del lardo, dell'olio, del vino etc. può trovarsi nel lib. XIV. del Codice Teodosiano, che tratta espressamente del governo delle grandi città. Si vedano in specie i Titoli 3, 4, 15, 16, 17 e 24. Le autorità correlative son prodotte nel Comentario del Gotofredo; e non v'è bisogno di trascriverle. Secondo una legge di Teodosio, che riduce a danaro la contribuzion militare, una moneta d'oro (cioè undici scellini) equivaleva ad ottanta libbre di lardo, o ad ottanta libbre d'olio, o a dodici moggia di sale (Cod. Teod. l. VIII. Tit. IV. Leg. 17). Questo confronto, paragonato con un altro di sessanta libbre di lardo per un'anfora (Cod. Teod. l. XIV. Tit. IV. Leg. 4), determina il prezzo del vino a circa sedici soldi il gallone.

236. L'anonimo autore della Descrizione del Mondo (p. 14. nel Tom. III. Geogr. Minor. Hudson) nel suo barbaro Latino così parla della Lucania: Regio optima et ipsa omnibus abundans, et lardum multum foras emittit. Propter quod est in montibus, cujus escam animalium variam etc.

237. Vedi Novell. ad calcem Cod. Theod. D. Valent. l. I. Tit. XV. Questa legge fu pubblicata in Roma il 20. Giugno 452.

238. Sueton., in August. c. 42. Il più grand'eccesso dell'Imperatore medesimo, nel suo favorito vino della Rezia, non eccedè mai un Sestario, cioè una pinta Inglese, id. c. 77. Torrent., Ib. e Tavol. d'Arbuthnot p. 86.

239. Il suo disegno era di piantar vigne lungo le coste marittime dell'Etruria; Vopisc., in Hist. August. p. 225. cioè nell'orrida, malsana ed incolta Maremma della moderna Toscana.

240. Olimp., ap. Phot. p. 197.

241. Seneca (Epist. 86) paragona i bagni di Scipione Affricano alla sua villa di Literno con la magnificenza, che andava continuamente crescendo, de' pubblici bagni di Roma, molto tempo avanti che fossero fatte le magnifiche Terme d'Antonino e di Diocleziano. Il quadrante, che si pagava per l'ingresso nelle medesime, era la quarta parte d'un asso, circa un ottavo d'un soldo Inglese.

242. Ammiano (l. XIV. c. 6, e lib. XXVIII. c. 4) dopo aver descritto il lusso e l'orgoglio dei Nobili Romani, espone con uguale indignazione i vizi e le follie della plebe.

243. Gioven., Satir. XI. 191. L'espressioni dell'Istorico Ammiano non son meno forti ed animate di quelle del satirico; e tanto l'uno che l'altro dipingono al vivo. Il numero delle persone, che il Circo Massimo era capace di contenere, è preso dalle Notizie originali della città. Le differenze, che sono fra loro, provano che non si sono copiate, ma la quantità può sembrare incredibile, quantunque in tali occasioni il contado accorresse in folla alla città.

244. Alle volte in vero componevano opere originali.

.... vestigia Graeca

Ausi deserere et celebrare domestica facta.

Orazio, Epist. ad Pison. 285. con la dotta quantunque ambigua nota di Dacier, che avrebbe potuto accordare il nome di tragedie al Bruto e al Decio di Pacuvio, o al Catone di Materno. Tuttavia sussiste come un saggio assai svantaggioso della tragedia Romana l'Ottavia, attribuita ad uno dei Senechi.

245. Al tempo di Quintiliano e di Plinio un poeta tragico era ridotto all'imperfetto metodo d'invitar molta gente in un luogo capace, ad oggetto di leggere ivi la sua composizione. Vedi il dialogo de Oratorib. c. 9, 11, e Plinio, Epist. VII. 17.

246. Vedi il Dialogo di Luciano de saltatione Tom. II. p. 265-317. Ediz. Reitz. I pantomimi ebbero l'onorevol nome di χειροσοφοι sapienti di mano; ed era necessario, che si esercitassero in quasi ogni arte e scienza. Burette (nelle Memor. dell'Accadem. delle Iscriz. Tom. I. p. 127) ha fatto una breve storia dell'arte de' pantomimi.

247. Ammiano (l. XIV. c. 6) si duole con decente sdegno, che le strade di Roma fossero piene d'una turba di donne, che avrebbero potuto dare dei figli allo Stato, ma che non avevano altra occupazione che quella d'arricciarsi, ed accomodarsi i capelli, e jactari volubilibus gyris dum exprimunt innumera simulacra, quae finxere fabulae theatrales.

248. Lipsio (Tom. III. p 423. de magnitud, Rom. l. III. c. 3) ed Isacco Vossio (Observ. var. p. 26, 34) si son lasciati trasportare da strani sogni di quattro, di otto, o di quattordici milioni di persone in Roma. David Hume, (Saggi Vol. I. p. 460-457) unitamente ad un ammirabile buon senso e scetticismo, dimostra qualche segreta disposizione a diminuir la popolazione degli antichi tempi.

249. Olimpiodoro, ap. Phot. p. 197. Vedi Fabric., Bibl. Graec. Tom. IX. p. 400.

250. In ea autem majestate urbis, et civium infinita frequentia innumerabiles habitationes opus fuit explicare. Ergo cum recipere non posset area plana tantam multitudinem in urbe, ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa coegit devenire: Vitruv. II. 8. Questo passo, di cui son debitore al Vossio, è chiaro, forte, e pieno.

251. Le successive testimonianze di Plinio, di Aristide, di Claudiano, di Rutilio ec. provano l'insufficienza di questi editti restrittivi. Vedi Lipsio, de Magnitud. Rom. l. III c. 2.

... Tabulata, tibi jam tertia fumant,

Tu nesciis; nam si gradibus trepidatur ab imis

Ultimus ardebit, quem tegula Sola tuetur

A pluvia....

Juvenal., Satir. III. 199.

252. Leggasi tutta la satira terza, ma particolarmente i versi 166-223. La descrizione dell'insula, o casa d'appigionarsi piena di gente in Petronio (c. 95. 97) perfettamente s'accorda coi lamenti di Giovenale; e sappiamo da prove legali, che al tempo d'Augusto (Heinec., Hist. Jur. Rom. c. IV. p. 181) la rendita ordinaria di varj cenacoli o appartamenti d'una isola era di quarantamila sesterzi l'anno, fra tre e quattrocento lire sterline (Pandect. lib. XIX. Tit II. n. 30); somma che prova nel tempo stesso e la grand'estensione, e l'alto valore di quelle comuni fabbriche.

253. Questa somma totale è composta di 1780 Domus o vaste case, di 46,602 insule o abitazioni plebee (vedi Nardini, Rom. ant. l. III. p. 88); e questi numeri vengono assicurati dalla conformità dei testi delle diverse Notitiae (Nardini, l. VIII. p. 498-500).

254. Vedasi l'esatto scrittore Messance, Recherches sur la Population p. 17-187. Appoggiato a probabili o certi fondamenti egli assegna a Parigi 23,565 case, 71,114 famiglie, e 576,630 abitanti.

255. Questo computo non è molto diverso da quello che il Brotier, ultimo editore di Tacito, (Tom. II. pag. 380) ha tratto da principj simili; quantunque sembri, che esso tenda ad un grado di precisione, a cui non è possibile nè importante di giungere.

256. Quanto ai fatti seguiti nel primo assedio di Roma, che vengono spesso confusi con quelli del secondo e del terzo, vedi Zosimo l. V. p. 350-354. Sozomeno lib IX. c. 6, Olimpiodoro, ap. Phot. p. 180, Filostorgio lib. XII. c. 3, e Gotofredo, Dissert. p. 467-475.

257. La madre di Leta era chiamata Pissuxena. Erano però ignoti il padre, la famiglia, e la patria di essa. (Ducange, Famil. Byzantin. p. 59).

258. Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae: et recipit utero quem paullo anta effuderat. Girolam., ad Principiam Tom. I. p. 121. La stessa orribile circostanza parimente si racconta degli assedj di Gerusalemme e di Parigi. Quanto all'ultimo, si paragonino fra loro il decimo libro dell'Enriade, ed il Giornale di Enrico IV. (T. I. p. 47-83) e si osservi che una semplice narrazione dei fatti è molto più patetica delle più elaborate descrizioni dell'epica poesia.

259. Zosimo (l. V. p. 355, 356) parla di queste ceremonie come un Greco male informato della nazionale superstizione di Roma e della Toscana. Io sospetto, che contenesser due parti, cioè le segrete e le pubbliche: le prime erano probabilmente un'imitazione delle arti e degl'incantesimi, coi quali Numa aveva tratto Giove ed il suo fulmine sul monte Aventino.

... Quid agant laqueis, quae carmina dicant,

Quaque trahant superis sedibus arte Jovem,

Scire nefas homini....

Gli ancili o scudi di Marte, pignora Imperii, che si portavano nelle processioni solenni per le calende di Marzo, traevano l'origine da questo misterioso evento (Ovid., Fastor. III. 259, 398). Si aveva probabilmente intenzione di far risorgere quest'antica festa, che era stata soppressa da Teodosio. In tal caso noi scuopriremmo una data cronologica, vale a dire il primo di Marzo dell'anno 409, che finora non si è osservata.

260. Sozomeno (l. IX. c. 6.) induce a credere, che l'esperimento fosse realmente fatto, quantunque senza successo; ma non rammenta il nome d'Innocenzo; ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. X. p. 645) è determinato a non credere, che un Papa potesse esser reo d'una sì empia condiscendenza.

261. Il pepe era un ingrediente favorito della più sontuosa cucina Romana, e la sorte migliore di esso vendevasi quindici denarii, o dieci scellini la libbra. Vedi Plinio, Hist. Nat. XII. 14. Era portato dall'India; ed il medesimo paese, cioè la costa del Malabar, tuttavia ne somministra la più grande abbondanza: ma il perfezionamento del commercio e della navigazione ha moltiplicato la quantità e diminuito il prezzo di esso. Vedi Hist. Polit. et Philos. ec. Tom. I. p. 457.

262. Questo Capitano Goto è chiamato Athaulphus da Isidoro e da Giornandes; Ataulphus da Zosimo e da Orosio: e da Olimpiodoro Adaoulphus. Io mi son servito del celebre nome d'Adolfo, che sembra essere autorizzato dalla pratica degli Svedesi, figli o fratelli degli antichi Goti.

263. Il trattato fra Alarico ed i Romani ec. è preso da Zosimo lib. V. p. 354, 355, 358, 359, 362, 363. Le circostanze, che vi si potrebbero aggiungere, sono troppo poche e di piccola importanza per esigere qualche altra citazione.

264. Zosimo, lib. V. p. 367, 368, 369.

265. Zosimo, lib. V. p. 360, 361, 362. Il Papa, essendo restato a Ravenna, scansò le imminenti calamità di Roma, Orosio, l. VII. c. 39 p. 573.

266. Per le avventure d'Olimpio e de' suoi successori nel ministero, vedi Zosimo (l. V. p. 363, 365, 366) ed Olimpiodoro (ap. Phot. p. 180, 181).

267. Zosimo (l. V, p. 364) riferisce tal circostanza con visibile compiacenza, e celebra il carattere di Gennerido come l'ultima gloria del Paganesimo spirante. Assai diversi furono i sentimenti del Concilio di Cartagine, che deputò quattro Vescovi alla Corte di Ravenna per dolersi della legge, stata fatta poco avanti, che ogni conversione al Cristianesimo dovesse esser libera e volontaria. (Vedi Baron., Annal. Eccles. an. 409. n. 12. ap. 48 n. 47, 48).

268. Zosimo l. V. p. 367, 368, 369. Questo costume di giurare per la testa o la vita, la salute o il genio del Sovrano era della più remota antichità, tanto in Egitto (Genes. XLII. 15.) quanto nella Scizia. Fu ben tosto per adulazione trasferito a' Cesari, e Tertulliano si duole, che questo fosse l'unico giuramento, che i Romani del suo tempo affettavano di rispettare. Vedasi un'elegante dissertazione dell'Abate Massieu sopra i giuramenti degli antichi nelle Memorie dell'Accadem. delle Inscriz. Tom. I. p. 208, 209.

269. Zosimo l. V. p. 368, 369. Io ho moderato l'espressioni d'Alarico, il quale si diffonde in uno stile troppo florido sull'istoria di Roma.

270. Vedi Sueton. in. Claud. c. 20. Dione Cassio lib. LX. p. 949. edit. Reimar. e la vivace descrizione di Giovenale Sat. XII. 75. ec. Nel secolo decimosesto, allorchè i residui di questo augusto Porto eran tuttora visibili, gli Antiquari ne abbozzaron la pianta (vedi Danville Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XXX. p. 198), e dichiararono con entusiasmo, che tutti i Monarchi dell'Europa non sarebbero stati capaci d'eseguire un'Opera così grande (Bergier, Hist. des grands chemins des Romains Tom. II. p. 356).

271. Ostia Tyberina (Vedi Cluver. Ital. antiq. l. III. 870-879) in numero plurale, o sia le bocche del Tevere eran separate dall'Isola sacra, che formava un triangolo equilatero, ogni lato del quale veniva considerato circa due miglia. La Colonia d'Ostia fu fondata di là dal ramo sinistro o meridionale, e la distanza fra i residui, che ve ne sono, ascende a poco più di due miglia nella Carta del Cingolani. Al tempo di Strabone la sabbia e la belletta depositatavi dal Tevere, avevan ristretto il porto d'Ostia; in seguito la medesima causa ha molto accresciuto la mole dell'Isola sacra, ed appoco appoco ha fatto restare Ostia ed il Porto ad una considerabil distanza dal lido. I canali detti fiumi morti, ed i grandi stagni di Ponente e di Levante dimostrano i cangiamenti del fiume e gli sforzi del mare. Quanto allo stato presente di quest'orrido e desolato paese può consultarsi l'eccellente carta dello Stato Ecclesiastico fatta dai matematici di Benedetto XIV, un'attual descrizione dell'Agro Romano in sei vedute fatta dal Cingolani, che contiene 113,819 rubbj o 570,000 acri inglesi, e la gran carta topografica dell'Ameti in otto vedute.

272. Fino dal terzo secolo (Lardner Credibilità del Vangelo Part. II. Vol. III. p. 80-92) o almeno dal quarto (Carol. a S. Paulo Notit. Eccles. p. 47) il Porto di Roma era una città Episcopale, che sembra essere demolita nel nono secolo dal Pontefice Gregorio IV al tempo delle scorrerie degli Arabi. Adesso è ridotto ad un'osteria, ad una Chiesa, ed alla casa o palazzo del Vescovo, che è uno dei sei Cardinali Vescovi della Chiesa Romana. (Vedi Eschinard, Descrizione di Roma e dell'Agro Romano p. 328).

273. Quanto all'innalzamento d'Attalo vedi Zosimo l. VI. p. 377, 380, Sozomeno l. IX. c. 8. 9, Olimpiodoro ap. Fozio p. 180, 181, Filostorg. l. XII. c. 3, e Gotofredo Dissert. p 570.

274. Possiamo ammettere la testimonianza di Sozomeno quanto all'Arriano Battesimo d'Attalo, e quella di Filostorgio quanto alla sua educazione Pagana. Il visibil contento di Sozomeno, e il dispiacere che egli attribuisce alla famiglia Anicia, sono circostanze assai svantaggiose al Cristianesimo del nuovo Imperatore.

275. Egli spinse la sua insolenza a tal segno, che dichiarò, che avrebbe mutilato Onorio avanti di mandarlo in esilio. Ma quest'asserzione di Zosimo vien distrutta dalla più imparziale testimonianza d'Olimpiodoro, che attribuisce tal vergognosa proposizione, la quale fu assolutamente rigettata da Attalo, alla viltà, e forse alla perfidia di Giovio.

276. Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 1.

277. Vedi la causa e le circostanze della caduta d'Attalo appresso Zosimo l. VI. p. 380-384, Sozomeno l. IX. c. 8, e Filostorgio l. XII. c. 3. I due atti d'indennità, che sono nel Codice Teodosiano l. IX. Tit. 38. leg. 11, 12, e che furono pubblicati il dì 12. di Febbr. ed il dì 7. d'Agosto dell'anno 410. evidentemente si riferiscono a quest'usurpatore.

278. In hoc, Alaricus, Imperatore facto, infecto, refecto, ac defecto... mimum risit, et ludum spectavit Imperii. Orosio l. VII. c 42. p. 582.

279. Zosimo l. VI. p. 484 Sozomeno l. IX. c. 9. Filostor. l. XII. c. 3. In questo luogo il testo di Zosimo è mutilato, ed abbiam perduto il sesto e l'ultimo suo libro, che terminava col sacco di Roma. Per quanto credulo o parziale sia quest'istorico, noi ci dobbiamo licenziare da lui con qualche rammarico.

280. Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit. (Orosio lib. VII. c. 39. p. 573.) Egli sbriga questo gran fatto in sette parole; ma impiega delle intere pagine a celebrare la devozione dei Goti. Io ho tratto da un'improbabile storia di Procopio le circostanze, che avevano qualche aria di probabilità. (Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 2). Questi suppone, che la città fosse sorpresa mentre i Senatori dormivano dopo pranzo; ma Girolamo con maggiore autorità e ragione asserisce, che ciò seguì nella notte; nocte Moab capta est; nocte cecidit murus ejus: Tom. I p. 121 ad Principiam.

281. Orosio (l. VII. c. 39. p. 573-576) fa plauso alla pietà dei Goti Cristiani, senza parer d'accorgersi, che per la maggior parte erano eretici Arriani. Giornandes (c. 30. p 653) ed Isidoro di Siviglia (Chron. p. 614. Edit. Grot.) che erano ambidue attaccati alla causa dei Goti, hanno ripetuto ed abbellito questi racconti. Secondo Isidoro s'udì dire ad Alarico medesimo, che egli faceva la guerra coi Romani, non cogli Apostoli. Questo era lo stile del settimo secolo; duecento anni prima, si sarebbe attribuito il merito e la gloria non agli Apostoli ma a Cristo.

282. Vedi Agostino, de Civ. Dei, lib. I. c. 1, 6. Esso particolarmente cita gli esempj di Troia, di Siracusa e di Taranto.

283. Girolamo (T. I. p. 121. ad Principiam) applicò al sacco di Roma tutte le forti espressioni di Virgilio:

Quis cladem illius noctis, quis funera fando

Explicet etc.

Procopio (l I. c. 2) positivamente afferma che fu ucciso un gran numero di Romani dai Goti. Agostino (de Civit. Dei, lib. I. c. 12, 13) offre un conforto Cristiano per la morte di quelli, i corpi de' quali (multa corpora) eran restati (in tanta strage) insepolti. Il Baronio, da' diversi scritti dei Padri, ha sparso qualche lume sul sacco di Roma. Annal. Eccles. an. 410. n. 16, 44.

284. Sozom. l. IX. c. 10. Agostino (de Civ. Dei, l. II. c. 17) racconta, che alcune vergini o matrone s'uccisero da se stesse per evitar la violazione, e sebbene ammiri il loro spirito, pure è costretto dalla teologia, a condannare la temeraria lor presunzione. Forse il buon Vescovo d'Ippona fu troppo facile a credere, ugualmente che troppo rigido a censurare, questo atto di femminile eroismo. Lo venti fanciulle (se pur vi furono) che si gettarono nell'Elba, quando Magdeburgo fu preso d'assalto, si son moltiplicate fino al numero di mille e dugento: Vedi Harte Istor. di Gustavo Adolfo Vol I. pag 308.

285. Vedi S. Agostino, de Civit. Dei l. I. c. 16, 18. Egli tratta quest'argomento con notabile diligenza, e dopo avere ammesso che non vi può essere delitto dove non v'è consentimento, aggiunge: Sed quia non solum quod ad dolorem, verum etiam quod ad libidinem pertinet, in corpore alieno perpetrare potest; quicquid tale factum fuerat, etsi retentam constantissimo animo pudicitiam non excutit, pudorem tamen incutit, ne credatur factum cum mentis etiam voluntate, quod fieri fortasse sine carnis aliqua voluptate non potuit. Nel cap. 18 egli fa alcune distinzioni fra la verginità fisica e la morale.

286. Marcella, dama Romana, rispettabile ugualmente per la nascita che per l'età e per la religione, fu gettata in terra, e crudelmente battuta, e flagellata: caesam fustibus flagellisqueec. Girol. T. I. p. 121. ad Princip. Vedi Agostino, de Civ. Dei l. I. c. 10. Il moderno Sacco di Roma (p. 208) dà un'idea delle varie maniere di torturare i prigionieri per l'oro.

287. L'istorico Sallustio, che utilmente praticava i vizi, che ha sì eloquentemente censurato, impiegò il bottino della Numidia per adornare il suo palazzo e giardino sul colle Quirinale. Il luogo, dove era la casa di esso, è presentemente occupato dalla Chiesa di S. Susanna, separata solo per mezzo d'una strada da' Bagni di Diocleziano, e molto distante dalla porta Salaria. Vedi Nardini, Roma antica p. 192, 195, e la gran pianta di Roma moderna fatta dal Nolli.

288. L'espressioni di Procopio sono distinte e moderate (de Bell. Vandal. l. I. c. 2). La cronica di Marcellino dice troppo fortemente: partem Urbis Romae cremavit; le parole di Filostorgio εν ερειπνοις δε της πολεως κειμενης nelle rovine della città giacente (lib. XII. cap. 3) portano un'idea falsa ed esagerata. Il Bargeo ha fatta una dissertazione a posta (vedi Tom. IV. Antiq. Rom. Grev.) per provare che gli edifizi di Roma non furon distrutti dai Goti e dai Vandali.

289. Oros. l. II c. 19. p. 143. Ei parla come se disapprovasse tutte le statue, che vel Deum vel hominem mentiuntur. Esse rappresentavano i Re d'Alba e di Roma, incominciando da Enea, i Romani illustri o nelle armi o nelle arti, ed i Cesari divinizzati. L'espressione Forum, ch'egli usa, è alquanto ambigua, poichè v'erano cinque Fori principali; ma siccome erano tutti contigui ed addiacenti nella pianura che è circondata da' colli Capitolino, Quirinale, Esquilino e Palatino, potrebbero giustamente considerarsi come uno. Vedi Roma antiqua di Donato p. 162-201, e Roma antica del Nardini p. 212-273. La prima è più utile per le descrizioni antiche, e l'altra per l'attuale topografia.

290. Orosio (l. II. c. 19. p. 142) paragona la crudeltà dei Galli con la clemenza dei Goti. Ibi vix quemquam inventum Senatorem, qui vel absens evaserit, hic vix quemquam requiri, qui forte ut latens perierit. Ma in quest'antitesi si vede un'aria di rettorica e forse di falsità; e Socrate (l. VII. c. 10) afferma, forse con altrettanta esagerazione al contrario, che furono uccisi molti Senatori con vari e squisiti tormenti.

291. Multi... Christiani in captivitatem ducti sunt, August. De Civ. Dei l. I. c. 14, ed i Cristiani non furon soli a soffrir quei travagli.

292. Vedi Hein., Antiq. Jur. Rom. Tom. I. p. 96.

293. Append. Cod. Theod. XVI. nelle opere del Sirmondo Tom. I. p. 735. Quest'editto fu pubblicato gli 11 di Dicembre dell'anno 408, ed è troppo ragionevole, perchè possa propriamente attribuirsi a' ministri d'Onorio.

294.

Eminus Igilii sylvosa cacumina miror,

Quem fraudare nefas laudis honore suae.

Haec proprios nuper tutata est insula saltus,

Sive loci ingenio, seu Domini genio.

Gurgite cum modico victricibus obstitit armis,

Tamquam longinquo dissociata mari.

Haec multos lacera suscepit ab urbe fugatos,

Hic fessis posito certa timore salus.

Plurima terreno populaverat aequora bello,

Contra naturam classe timendus eques,

Unum, mira fides, vario discrimine portum!

Tam prope Romanis, tam procul esse Getis.

Rutil., In itiner. l. I. 325. L'Isola presentemente si chiama Giglio. Vedi Cluver., Ital. antiq. l. II. p. 502.

295. Come le avventure di Proba e della sua Famiglia son connesse con la vita di S. Agostino esse vengono diligentemente illustrate dal Tillemont (Mem. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 620-635). Qualche tempo dopo il loro arrivo in Affrica, Demetriade prese il sacro velo, e fece voto di virginità; fatto, che fu risguardato come della massima importanza per Roma e pel Mondo. Tutti i Santi le scrissero lettere di congratulazione; sussiste ancora quella di Girolamo (Tom. I. p. 62-73. ad Demetriad. de servand. virginit), la quale contiene un miscuglio di assurdi ragionamenti, di spiritose descrizioni, e di curiosi fatti, che si riferiscono all'assedio ed al sacco di Roma.

296. Vedi il patetico lamento di Girolamo (Tom. V. p. 400) nella sua Prefazione al secondo libro de' comentari sul Profeta Ezecchiello.

297. Orosio fa questo paragone, sebbene con qualche parzialità (lib. II. c. 19. p. 142, l. VII. c. 39. pag. 575); ma nell'istoria della presa di Roma fatta da' Galli tutto è incerto, e forse favoloso. Vedi Beaufort sur l'incertitude etc. de l'Hist. Rom. p. 356, e Melot nelle Mem. dell'Accad. delle Iscriz. Tom. XV. p. 1-21.

298. Il Lettore, che brama informarsi delle circostanze di questo famoso fatto, può leggerne un'ammirabile narrazione nell'istoria di Carlo V del Dott. Robertson Vol. II. p. 283, o consultare gli Annali d'Italia del dotto Muratori T. XIV. p. 236-244 dell'ediz. in 8. Se vuole esaminare gli originali, può ricorrere al libro 18 della grande ma non finita storia del Guicciardini. Ma il ragguaglio, che più veramente merita il nome d'autentico ed originale, è un piccolo libro intitolato: Il sacco di Roma, composto dentro il termine di meno d'un mese, dopo l'assalto della città, dal fratello dell'Istorico Guicciardini, che sembra fosse un abile Magistrato ed uno spassionato scrittore.

299. Il furioso spirito di Lutero, effetto di temperamento e d'entusiasmo, è stato attaccato con forza (Bossuet, Istor. delle variaz. delle Ch. Protest. lib. I. p. 20-36), e debolmente difeso (Sechendorf., Comment. de Lutheranismo, specialmente lib. I. n. 78 p. 120, e lib. III. n. 122. pag. 556).

300. Marcellino (in Chron. Orosio lib. VII, c. 39, p. 575) asserisce, ch'ei lasciò Roma il terzo giorno; ma si può facilmente conciliare tal differenza pei successivi movimenti di gran corpi di truppe.

301. Socrate (lib. VII. c. 10) pretende però che Alarico fuggisse, alla notizia che gli eserciti dell'Impero Orientale erano in piena marcia per attaccarlo.

302. Ausonio, de Claris urbibus pag. 233. edit. Toll. La mollezza di Capua aveva una volta sorpassato quella di Sibari medesima. Vedi Ateneo, Deipnosophist. lib. XII. p. 528. edit. Casaubono.

303. Quarantotto unni prima della fondazione di Roma (circa 800. avanti l'Era Cristiana) i Toscani fabbricarono Capua e Nola, alla distanza di 23. miglia l'una dall'altra; ma l'ultima di queste non uscì mai dallo Stato di mediocrità.

304. Il Tillemont (Mem. Eccles. Tom. XIV p. 1-446.) ha raccolto con la solita sua diligenza tutto ciò, che si riferisce alla vita ed agli scritti di Paolino, la ritirata del quale ci è nota pe' suoi propri scritti, ed è celebrata dalle lodi di S. Ambrogio, di S. Girolamo, di S. Agostino, di Sulpicio Severo ec. suoi cristiani amici e contemporanei.

305. Vedi le affezionate lettere d'Ausonio (Epist. 19-25 p. 650-698 ed. Toll.) al suo Collega, amico, e discepolo Paolino. La religione d'Ausonio è tuttora un problema (Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript T. XV. p. 123-138). Io credo che tale fosse anche al suo tempo, e per conseguenza che nel suo cuore fosse Pagano.

306. L'umile Paolino una volta ebbe la presunzione di dire ch'egli credeva che San Felice lo amasse; almeno come un padrone ama il suo cagnolino.

307. Vedi Giornandes, de reb. Get. c. 30. p. 653. Filostorgio l. XII. c. 3, Agostino de Civ. Dei l. I. c. 10, Baronio, Annal. Eccles. an. 410. n. 45, 46.

308. Il platano era un albero favorito degli antichi dai quali fu propagato, per causa dell'ombra, dall'Oriente fino alla Gallia. (Plin., Hist. Nat. XII. 3, 4, 5). Questo scrittore fa menzione di alcuni Platani di enorme grandezza: uno di essi nell'Imperial villa di Velletri, che Caligola chiamava il suo nido, aveva tali rami, che eran capaci di contenere una gran tavola, il corteggio de' famigliari, e l'Imperatore medesimo, che Plinio graziosamente chiama pars umbrae; espressione che poteva con ugual ragione applicarsi ad Alarico.

309. «Il soggiogato mezzodì cede al distruttore i vantati suoi titoli, e gli aurei suoi campi; con truce diletto la stirpe del Settentrione vede un più lucente giorno, ed il Cielo di colore azzurro; odora la nuova fragranza della rosa che s'apre, ed ingoja l'uva pendente a misura che cresce». Vedi i poemi di Gray pubblicati dal Mason p. 197. Invece di compilar tavole di cronologia e d'istoria naturale, perchè non applicò il Gray le forze del suo ingegno a finire quel poema filosofico, di cui ci ha lasciato un saggio così squisito?

310. Quanto alla perfetta descrizione dello stretto di Messina, di Scilla, di Cariddi ec. vedi Cluverio (Ital. antiq. l. VI. p. 123. 9. e Sicil. Antiq. l. I. p. 60, 76), che ha diligentemente studiato gli antichi, ed esaminato con occhio curioso lo stato attuale del luogo.

311. Giornandes, de reb. Getic. c. 30 p. 654.

312. Orosio l. VII. c. 43, p. 584, 585. Ei fu mandato da S. Agostino l'anno 415, dall'Affrica in Palestina, per visitar S. Girolamo, e consultare con esso intorno alla controversia Pelagiana.

313. Giornandes suppone, senza molta probabilità, che Adolfo per la seconda volta visitasse e saccheggiasse Roma (more locustarum erasit.). Pure s'accorda con Orosio nel credere che fosse concluso un trattato di pace fra il principe Goto ed Onorio. Vedi Oros. l. VII. c. 43 p. 584, 585. Giornand., de Reb. Get. c. 21. p. 654, 655.

314. La ritirata dei Goti dall'Italia e le prime azioni loro nella Gallia sono oscure e dubbiose. Io ho tratto grande aiuto da Mascou (Istor. degli Antichi Germani l. VIII. c. 29, 35, 36, 37) che ha illustrato e connesso fra loro le interrotte Croniche ed i frammenti di quei tempi.

315. Vedi un ragguaglio di Placidia appresso il Du Cange, Fam. Byz. p. 52, ed il Tillemont, Hist. des Emp. Tom. V. p. 260, 386, etc. Tom. VI. p. 240.

316. Zosimo l. V. p. 350.

317. Zosimo l. VI. p. 383. Sembra, che Orosio (lib. VII. c. 40, p. 576) e le croniche di Marcellino e d'Idazio suppongano che i Goti non conducessero via Placidia, che dopo l'ultimo assedio di Roma.

318. Vedi i ritratti d'Adolfo e di Placidia, e la relazione del loro matrimonio in Giornandes, de Reb. Getic. c. 31, p. 654, 655. Rispetto al luogo in cui furono stipulate, consumate, o celebrate le nozze, i manoscritti di Giornandes variano fra le vicine città di Forlì e d'Imola (Forum Livii, e Forum Cornelii). Egli è facile e comodo il conciliare lo storico Goto con Olimpiodoro (vedi Mascou l. VIII c. 36): ma il Tillemont crede fatica perduta il tentare la conciliazion di Giornandes con alcun buono autore.

319. I Visigoti, sudditi d'Adolfo, ristrinsero con posteriori leggi la prodigalità dell'amor coniugale. Non poteva un marito fare alcun dono o stabilimento in vantaggio della sua moglie, finchè durava il primo anno del lor matrimonio; e la sua liberalità non poteva in alcun tempo eccedere la decima parte del suo patrimonio. I Lombardi furono un poco più indulgenti: permisero il Morgingcap immediatamente dopo la prima notte del matrimonio; e questo famoso dono, premio della virginità, poteva arrivare fino alla quarta parte delle sostanze del marito. Alcune caute spose veramente avevano tanto senno da stipulare antecedentemente un donativo, che esse eran troppo sicure di non meritare. Vedi Montesquieu, Espr. des Loix. l. XIX c. 25. Muratori, delle Antichità Italiane Tom. I Dissert. 20 p. 243.

320. Noi dobbiamo il curioso ragguaglio di questa festa nuziale all'istorico Olimpiodoro appresso Fozio pag. 185, 188.

321. Vedi nella grande collezione degli Storici di Francia fatta da Don Bonquet T. II. Gregor. Turonens. l. III. c. 10 p. 191. Gesta Reg. Francor. c. 23 p. 557. L'anonimo scrittore con un'ignoranza, degna de' suoi tempi, suppone, che tali strumenti di Culto Cristiano appartenessero al tempio di Salomone. Se avesse avuto qualche intendimento, dovea conoscere che furon trovati nel sacco di Roma.

322. Si consultino le seguenti originali testimonianze negli storici di Francia Tom. II. Fredegar. Scolastic. Chron. c. 73, p. 441. Fredegar. Fragm. L. I. p. 463, Gesta Regis Dagobertic. 29, p. 587. L'avvenimento di Sisenando al trono di Spegna seguì l'anno 631. Le 200,000, monete d'oro furono applicate da Dagoberto alla fondazione della Chiesa di S. Dionisio

323. Il Presidente Goguet (Orig. des Loix etc. Tom. II. p. 239) è d'opinione, che gli stupendi pezzi di smeraldo, le statue e le colonne, che gli Antichi hanno posto in Egitto, in Gade, in Costantinopoli ec. realmente non fossero che artificiali composizioni di vetro colorato. Si suppone che il famoso piatto di smeraldo, che si mostra a Genova, dia peso a questo sospetto.

324. Elmacin., Hist. Saracenica l. I. p. 85. Roderic. Tolet., Hist. Arab. c. 9. Cardonne, Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous les Arabes Tom. I. p. 83. Fu chiamata la Tavola di Salomone, secondo il costume degli Orientali, che attribuiscono a quel Principe ogni antica opera di sapere o di magnificenza.

325. Le tre leggi, fatte in quest'occasione, sono riferite nel Codice Teodosiano lib. XI. Tit. XXVIII. leg. 7. lib. XIII. Tit. XI. leg. 12. lib. XV. Tit. XIV. leg. 14. L'espressioni dell'ultima sono assai notevoli, mentre non solamente contengono un perdono, ma anche un'apologia.

326. Olimpiodor., ap. Foz. p. 183. Filostorg. (lib. XII c. 5) osserva, che quand'Onorio vi fece il suo trionfale ingresso, incoraggiò i Romani con la mano e con la voce (χειρι και γλωττη) a riedificar la loro città; la Cronica di Prospero loda Eracliano, qui in Romanae urbis reparationem exhibuerat ministerium.

327. La data del viaggio di Claudio Rutilio Numaziano è oscurata da qualche difficoltà; ma lo Scaligero ha dedotto dai caratteri astronomici, che ei partì da Roma il dì 24 di Settembre, e s'imbarcò a Porto il dì 9 d'Ottobre dell'anno 416. Vedi Tillemont, Hist. des Empereurs T. V. p. 820. Rutilio, nel suo poetico Itinerario, si volge a Roma con alte voci di congratulazione.

Erige crinales lauros, seniumque sacrati

Verticis in virides, Roma, recinge comas etc.

328. Orosio compose la sua Storia in Affrica solo due anni dopo il fatto; pure sembra che la sua testimonianza sia contrabbilanciata dall'improbabilità del fatto medesimo. La Cronica di Marcellino attribuisce ad Eracliano 700 navi e 3000 uomini; l'ultimo di questi numeri è ridicolosamente corrotto, ma l'altro mi piacerebbe moltissimo.

329. La Cronica d'Idazio afferma, senza la minima apparenza di verità, che ei s'avanzò fino ad Otriculum nell'Umbria, dove fu vinto in una gran battaglia con la perdita di cinquantamila uomini.

330. Vedi Cod. Teodos. lib. XV. Tit. XIV. leg. 23. Gli atti legali fatti in suo nome, fino la manumissione degli schiavi, furono dichiarati invalidi finattantochè non fossero formalmente ripetuti.

331. Io ho sdegnato di far menzione d'un molto sciocco e probabilmente falso racconto (Procop., de Bell. Vandal. l. 1 c. 2), che Onorio si pose in agitazione per la perdita di Roma, finattantochè non seppe, che non era un pollo suo favorito di tal nome, ma solamente la Capitale del Mondo che s'era perduta. Pure anche quella storia fa qualche prova della pubblica opinione.

332. I materiali per le vite di tutti questi Tiranni son presi da sei Istorici contemporanei, due Latini e quattro Greci: Orosio l. VII. c. 42. p. 581, 582, 583. Renato Profuturo Fregerido ap. Gregor. Turon. lib. II, c. 9 negl'Istorici di Francia Tom. II. p. 165, 166. Zosimo lib. VI, p. 307, 371. Olimpiodoro ap Fozio pag. 180, 181, 184, 185. Sozomeno l. IX. c. 12, 13, 14, 15, e Filostorgio lib. XII. c. 5, 6 con le dissertazioni del Gotofredo p. 477-481, oltre le quattro Croniche di Prospero Tirone, di Prospero d'Aquitania, d'Idazio e di Marcellino.

333. Non si comprende come Sozomeno abbia lodato questo atto di disperazione. Egli osserva (p. 379), che la moglie di Geronzio era Cristiana; e che la morte di essa fu degna della sua religione, e di fama immortale.

334. Ειδος αξιος τυραννιδος (figura degna della Sovranità). Questa è l'espressione d'Olimpiodoro, che pare essere stata presa dall'Eolo, tragedia d'Euripide, di cui non restano presentemente che alcuni frammenti (Euripid., Barnes T. II. p. 443. v. 28.). Può servire tale allusione a provare, che gli antichi Poeti tragici erano tuttavia famigliari ai Greci del quinto secolo.

335. Sidonio Apollinare (lib. V. Epist. p. 9, 139, con le not. del Sirmond. p. 58) dopo aver notato l'incostanza di Costantino, la facilità di Giovino, la perfidia di Geronzio, prosegue ad osservare, che tutti i vizi di questi Tiranni erano uniti nella persona di Dardano. Pure il Prefetto sostenne un rispettabil carattere nel Mondo, e se è veridica la testimonianza di Sidonio, ei seppe ingannare S. Agostino e S. Girolamo; poichè da questo (Tom. III. p. 66), ricevè i titoli di Christianorum nobilissime, e nobilium Christianissime.

336. Quest'espressione può intendersi quasi letteralmente. Olimpiodoro dice μολις σακκοις εξσωθηαν (Appena lo presero vivo coi sacchi). La parola σακκοι o σακκος può significare un sacco, o una veste sciolta: tal metodo d'inviluppare e prendere il nemico laciniis contortis, era molto in uso appresso gli Unni (Ammiano XXXI 2). Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 608.) così traduce: Il fut pris avec des filets.

337. Senza ricorrere a più antichi Scrittori, io citerò tre rispettabili testimoni, che appartengono al quarto ed al settimo secolo cioè l'Expositio totius mundi (pag. 16 nel III volume dei Geografi Minori di Hudson). Ausonio (de Claris urbibus p. 242 edit. Toll.), ed Isidoro di Siviglia (Praef. ad Chron. ap. Grot. Hist. Goth. p. 707). Posson trovarsi molte particolarità relative alla fertilità ed al commercio della Spagna presso Nonnio Hispania illustrata, ed Huet Hist. du Commerce des anciens c. 40. p. 228-234.

338. Tal data si fissa esattamente nei Fasti, e nella Cronica d'Idazio. Orosio (lib. VII. c. 40 p. 578) attribuisce la perdita della Spagna al tradimento degli Onoriani, mentre Sozomeno (l. IV. c. 12) gli accusa soltanto di negligenza.

339. Idazio brama d'applicare a queste nazionali calamità le profezie di Daniele; ed è per conseguenza costretto d'adattare le circostanze del fatto ai termini della predizione.

340. Mariana de Reb. Hispan. l. V. c. I, Tom. I. p. 148. Hag. Com. 1733. Egli aveva letto in Orosio (l. VIII c. 41 p. 579) che i Barbari avevan fatto delle loro spade tanti ferri d'aratro, e che molti de' Provinciali preferivano inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam solicitudinem sustinere.

341. Può facilmente dedursi questa mescolanza di forza e di persuasione dal confrontare Orosio con Giornandes, l'Istorico Romano col Gotico.

342. Secondo il sistema di Giornandes (c. 33. p. 659) il vero diritto ereditario allo scettro Gotico risedeva negli Amali; ma quei Principi, che erano vassalli dagli Unni, governavano le tribù degli Ostrogoti in alcune parti lontane della Germania o della Scizia.

343. Tale uccisione si riferisce da Olimpiodoro; ma il numero dei figli è preso da un epitaffio di sospetta fede.

344. La morte d'Adolfo fu celebrata in Costantinopoli con illuminazioni, e giuochi Circensi (vedi la Cronic. Aless.). Può sembrar dubbioso, se i Greci in quest'occasione fossero mossi dall'odio, che avevan pei Barbari o pei Latini.

345.