Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province. Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano, che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti, finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione; s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540].
V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno riferito i loro miracoli, fossero stati intelligenti, potrebbero adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545] han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile, io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua. In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie, il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone, mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce, che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio; furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo, alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548].
La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in occasione della Nika delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento. L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa, Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato, o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale, manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad innalzare una cupola aerea, ha diritto alla lode d'un ardito disegno, e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo; l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso, dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che introducono nel vestibolo, e di là nel Nartece o Portico esteriore. Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca, divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva, tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia, la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia, dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de' Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo, arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità, può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio!
La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de' Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna. Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de' più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore, passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi Chalche, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia, dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi, delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo secolo i mari di Costantinopoli[556].
Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino, e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso, estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni. Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di Giustiniana prima l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di Giustendil tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro, che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto, rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea, furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa, sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto, non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La lunga muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione. Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano, vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564].
A. 492-498
L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566]. Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza, scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa; le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto, all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne, prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali: ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de' corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone, Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero, avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri; essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570].
Se diamo un'occhiata dal Tropico fino alla bocca del Tanai, potremo da una parte osservare le precauzioni di Giustiniano per reprimere i selvaggi dell'Etiopia[571], e dall'altra le lunghe muraglie, ch'ei costruì nella Crimea per difesa de' Goti suoi amici, che formavano una colonia di tremila pastori e guerrieri[572]. Da quella Penisola fino a Trebisonda, erasi assicurata la curva orientale dell'Eussino per mezzo di Fortezze, di alleanze, o della Religione, ed il possesso di Lazica, ch'è il Colco dell'antica Geografia e la Mingrelia della moderna, divenne tosto l'oggetto d'una importante guerra. Trebisonda, in seguito sede d'un Impero romanzesco, dovè alla liberalità di Giustiniano una chiesa, un acquedotto, ed una Fortezza, di cui le fosse tagliate furono nella viva pietra. Da questa Città marittima può tirarsi fino alla Fortezza di Circesio, ultima stazione Romana sull'Eufrate[573], una linea di confine di cinquecento miglia. Immediatamente sopra Trebisonda, per cinque giorni di cammino verso il mezzodì, è occupato il Paese da folti boschi e da monti scoscesi, tanto ispidi, quantunque non tanto alti, quanto le Alpi ed i Pirenei. In questo rigido clima[574], dove rade volte si fondon le nevi, i frutti vengono tardi e senza sapore, fino il mele è velenoso, la più industriosa cultura si dovea limitare ad alcune piacevoli valli; e le tribù pastorali ricavavano uno scarso sostentamento dalla carne, e dal latte de' loro armenti. I Calibi[575] traevano il nome e l'indole della ferrea qualità del suolo; e fino dal tempo di Ciro potevan allegare, sotto le varie denominazioni di Caldei e di Zanj, una prescrizione non interrotta di guerra e di rapina. Al tempo di Giustiniano essi riconobbero il Dio e l'Imperatore de' Romani, e furono fabbricate sette Fortezze ne' luoghi più accessibili per rispingere l'ambizione del Monarca Persiano[576]. La principal sorgente dell'Eufrate viene dalle Montagne de' Calibi, e sembra che scorra verso l'Occidente e l'Eussino; piegando poi questo fiume al sud-ovest passa sotto le mura di Satala o Melitene (che furono restaurate da Giustiniano come baloardi dell'Armenia Minore), ed appoco appoco s'accosta al mare Mediterraneo; finattantochè impedito dal Monte Tauro[577], alla fine dirige il lungo e tortuoso suo corso al sud-est, ed al Golfo Persico. Fra le Città Romane di là dall'Eufrate ne distinguiamo due fondate recentemente, ch'ebbero il nome da Teodosio e dalle reliquie de' Martiri; e due Capitali, Amida ed Edessa, che sono celebri nell'Istoria di tutti i tempi. Alla pericolosa lor situazione Giustiniano proporzionar ne volle la forza. Un fosso ed una palizzata potea servire alla forza indisciplinata della cavalleria Scitica; ma richiedevansi opere più elaborate per sostenere un regolare assedio contro le armi ed i tesori del gran Re. Gli abili suoi Ingegneri sapevano le maniere di fare profonde mine e d'innalzar piattaforme al livello delle mura; egli scuoteva i più forti edifizi con le sue macchine militari; ed alle volte avanzavasi all'assalto con una linea di mobili torri sul dorso degli Elefanti. Nelle gran Città dell'Oriente, lo svantaggio della distanza e forse anche della situazione, veniva compensato dallo zelo del Popolo, che secondava la guarnigione in difesa della patria e della Religione, e la favolosa promessa del Figlio di Dio, ch'Edessa non sarebbe mai stata presa, empieva i Cittadini di valorosa fiducia, e scoraggiava e rendeva dubbiosi gli assediatori[578]. Furono diligentemente fortificate le minori Città dell'Armenia e della Mesopotamia, ed i posti che sembravano dominare sulla terra o sull'acqua, contenevano molti Forti fabbricati regolarmente di pietra o più in fretta con i più comuni materiali di terra e di mattoni. L'occhio di Giustiniano investigava ogni luogo, e le sue crudeli precauzioni tiravan la guerra anche in quelle remote valli; i pacifici abitanti delle quali, collegati fra loro per mezzo del commercio e del matrimonio, ignoravano le discordie delle Nazioni, e le querele de' Principi. All'occidente dell'Eufrate un arenoso deserto s'estende più di sei cento miglia fino al Mar Rosso. La Natura aveva frapposto una vuota solitudine fra l'ambizione di due Imperi emuli fra di loro; gli Arabi, fino al tempo di Maometto, non furon formidabili, che come ladroni, e nell'alta sicurezza della pace si trascurarono le fortificazioni della Siria nel lato più esposto.
A. 488-505
Ma l'inimicizia nazionale, o almeno gli effetti di tale inimicizia si eran sospesi mediante una tregua, che continuò più di quarant'anni. Un Ambasciatore dell'Imperator Zenone accompagnò il temerario ed infelice Peroze nella sua spedizione contro i Neptaliti, ovvero Unni Bianchi, le conquiste de' quali si erano estese dal Mar Caspio nel cuore dell'India, della quale il trono rilucea di smeraldi[579], e la cavalleria sostenevasi da una linea di duemila elefanti[580]. I Persiani furono due volte circondati in una situazione che rendeva inutile il valore, ed impossibil la fuga; e fu compita la doppia vittoria degli Unni per mezzo d'uno stratagemma militare. Essi rilasciarono il regio lor prigioniero, dopo ch'egli si fu sottomesso ad adorare la maestà d'un Barbaro; nè servì ad evitare tal umiliazione la casuistica sottigliezza dei Magi, che istruiron Peroze a diriger la sua intenzione al Sole nascente. Lo sdegnato successore di Ciro dimenticò il suo pericolo e la gratitudine, rinnovò con ostinato furore l'attacco, e vi perdè l'esercito non men che la vita[581]. La morte di Peroze abbandonò la Persia a' suoi esterni e domestici nemici; e passarono dodici anni di confusione, prima che il suo figlio Cabade, o Kobad potesse formare alcun disegno d'ambizione o di vendetta. La disobbligante parsimonia di Anastasio fu il motivo o il pretesto d'una guerra coi Romani[582]; marciarono sotto le bandiere de' Persiani gli Unni e gli Arabi; e le fortificazioni dell'Armenia e della Mesopotamia erano allora in una condizione imperfetta o rovinosa. L'Imperatore ringraziò il Governatore ed il Popolo di Martiropoli per aver subito reso una Città, che non poteva difendersi con buon successo, e l'incendio di Teodosiopoli potea giustificar la condotta dei prudenti di lei vicini. Amida sostenne un lungo e rovinoso assedio: al termine di tre mesi la perdita di cinquantamila soldati di Cabade non era bilanciata da verun prospetto di buon successo; ed in vano i Magi deducevano una lusinghiera predizione dall'indecenza delle donne, che dalle mura avevano esposte le più segrete lor parti agli occhi degli assedianti. Una notte alla fine tacitamente salirono sulla torre più accessibile, che non era guardata che da alcuni Monaci oppressi, dopo le funzioni d'una solennità, dal sonno e dal vino. Allo spuntar del giorno, furono applicate le scale alle mure, la presenza di Cabade, il terribile suo comando, e la sua spada sguainata costrinsero i Persiani a vincere, e prima che quella fosse rimessa nel fodero, ottantamila abitanti avevano espiato il sangue de' loro compagni. Dopo l'assedio d'Amida, la guerra continuò per tre anni, e l'infelice frontiera provò tutto il peso delle calamità, che essa apporta. Troppo tardi fu offerto l'oro d'Anastasio; il numero delle sue truppe era distrutto dal numero de' loro Generali; la Campagna restò spogliata de' suoi abitatori; e tanto i vivi, quanto i morti abbandonati furono alle fiere del deserto. La resistenza d'Edessa, e la mancanza di preda fece piegar l'animo di Cabade alla pace: ei vendè le sue conquiste a un prezzo esorbitante; e la medesima linea di confine, quantunque segnata di stragi e di devastazioni, continuò a separare i due Imperi. Per evitare simili danni, Anastasio risolvè di fondare una nuova Colonia sì forte, che sfidar potesse la potenza Persiana, e sì avanzata verso l'Assiria, che le stazionarie sue truppe fosser capaci di difendere la Provincia, mediante la minaccia o l'esecuzione d'una guerra offensiva. A tale oggetto fu popolata ed ornata la Città di Dara[583] distante quattordici miglia da Nisibi, e quattro giornate di cammino dal Tigri; le precipitose opere d'Anastasio furono migliorate dalla perseveranza di Giustiniano; e senza fermarci su piazze meno importanti, le fortificazioni di Dara possono rappresentarci l'Architettura militare di quel secolo. Fu circondata la Città da due muri, e lo spazio ch'era fra questi di cinquanta passi, serviva di ritirata al bestiame degli assediati. La muraglia di dentro era un monumento di forza e di bellezza: s'alzava questa sessanta piedi sopra il suolo, e l'altezza delle torri era di cento piedi; i fori, dai quali poteva offendersi il nemico con armi da lanciare, erano piccoli, ma numerosi; i soldati stavano lungo il ramparo difesi da una doppia galleria, ed alzavasi una terza piattaforma, spaziosa e sicura, sopra la sommità delle torri. Il muro esteriore par che fosse meno alto, ma più solido; ed ogni torre era difesa da un baloardo quadrangolare. Un terreno duro e sassoso impediva i lavori delle mine, ed al sud-est, dove il suolo era più trattabile, venivano ritardati da una overa nuova, che s'avanzava in forma di mezza luna. I fossi duplicati, e triplicati eran pieni d'acqua corrente; e si profittò con la massima industria della comodità del fiume per supplire ai bisogni degli abitanti, per inquietar gli assalitori, e per impedire i danni d'una naturale o artificiale inondazione. Dara continuò più di sessant'anni a secondar le mire dei suoi fondatori, ed a provocar la gelosia dei Persiani, che non lasciavano di lagnarsi, che si era costruita quell'inespugnabil Fortezza con una manifesta violazione del Trattato di pace fatto fra' due Imperi.
Le Province di Colco, d'Iberia, e d'Albania fra l'Eussino ed il Caspio sono intersecate per ogni verso dalle diramazioni del monte Caucaso; e nella geografia, tanto degli antichi quanto de' moderni, si sono spesse volte confuse fra loro le due principali Porte, o passi, che vanno dal settentrione al mezzodì. Si è dato il nome di Porte Caspie o d'Albania propriamente a Derbend[584], che occupa un breve declive fra le montagne ed il mare: questa Città, se prestiam fede alla tradizione del luogo, fu fondata da' Greci; e questo pericoloso ingresso venne fortificato da' Re di Persia con un molo, con doppie mura, e con porte di ferro. Le porte Iberie[585] si formano da uno stretto passo di sei miglia nel monte Caucaso, che dal lato settentrionale dell'Iberia o della Georgia, s'apre nella pianura, che s'estende fino al Tanai ed al Volga. Una Fortezza, destinata forse da Alessandro, o da alcuno de suoi successori a dominare quell'importante posto, era pervenuta per diritto di conquista o d'eredità in un Principe Unno, che l'offerì per un moderato prezzo all'Imperatore; ma mentre Anastasio indugiava, mentre ne calcolava timidamente il prezzo e la distanza, vi si frappose un più vigilante rivale, e Cabade occupò per forza quel passaggio del Caucaso. Le porte Albanesi, ed Iberie escludevano la cavalleria degli Sciti dalle strade più brevi e più praticabili, e tutta la fronte de' monti era coperta dal riparo di Gog e Magog, o sia dalla lunga muraglia, ch'eccitò la curiosità d'un Califfo Arabo[586] e d'un Conquistatore Russo[587]. Secondo una descrizione recente sono artificialmente unite insieme senza ferro o cemento alcuno molte gran pietre, grosse sette piedi, e lunghe o alte ventuno, per formare un muro, che dura più di trecento miglia dai lidi di Derbend sopra i monti, e per le valli del Daghestan e della Giorgia. Un'opera tale potea intraprendersi senz'alcuna visione dalla Politica di Cabade; e senz'alcun prodigio potè compirsi dal suo figlio, sì formidabile, a' Romani sotto il nome di Cosroe, e così caro agli Orientali sotto quello di Nushirwan. Il Monarca Persiano aveva in mano le chiavi sì della pace che della guerra; ma in ogni Trattato egli stipulava che Giustiniano contribuisse alla spesa della comune Barriera, che difendeva ugualmente i due Imperi dalle scorrerie degli Sciti[588].
VII. Giustiniano soppresse le scuole d'Atene, ed il Consolato di Roma, che avevano dato al Mondo tanti Saggi ed eroi. Ambedue queste Istituzioni erano da gran tempo degenerate dalla primitiva lor gloria; pure si può con ragione dar qualche taccia d'avarizia e di gelosia ad un Principe, per mano del quale furon distrutti que' venerabili avanzi.
Atene, dopo i trionfi Persiani, adottò la Filosofia della Jonia, e la Rettorica della Sicilia; e tali studj divennero il patrimonio di una Città, gli abitanti della quale, ascendenti a circa trentamila maschi, condensarono nel periodo d'una sola generazione il genio di molti secoli, e di molti milioni di uomini. Il sentimento, che abbiamo della dignità della natura umana s'esalta alla semplice riflessione, che Isocrate[589] fu compagno di Platone e di Senofonte; ch'ei si trovò presente, forse insieme coll'Istorico Tucidide, alle prime rappresentazioni dell'Edipo di Sofocle, e della Ifigenia d'Euripide; ed i suoi allievi, Eschine e Demostene, contesero per la corona del patriottismo alla presenza d'Aristotele, Maestro di Teofrasto, che insegnò in Atene al tempo de' Fondatori della Setta Stoica e dell'Epicurea[590]. L'ingenua gioventù dell'Attica godeva i vantaggi della domestica educazione, che fu comunicata senza invidia alle Città sue rivali. Duemila scolari udirono le lezioni di Teofrasto[591]; le scuole di Rettorica dovevano essere anche più numerose di quelle di Filosofia; ed una rapida successione di studenti sparse la fama dei loro Maestri fino agli ultimi confini dell'idioma e del nome Greco. Questi confini furono estesi dalle vittorie di Alessandro; le arti d'Atene sopravvissero alla libertà, e al dominio di essa; e le Colonie Greche, da' Macedoni piantate nell'Egitto, e sparse per l'Asia, intrapresero de' lunghi e frequenti pellegrinaggi per venerare le Muse del favorito lor tempio sulle rive dell'Elisso. I conquistatori Latini rispettosamente ascoltavano le istruzioni de' loro sudditi e prigionieri; furono registrati nelle scuole d'Atene i nomi di Cicerone e d'Orazio; e dopo il perfetto stabilimento del Romano Impero, gl'Italiani, gli Affricani e i Britanni conversarono ne' boschetti dell'Accademia coi loro condiscepoli Orientali. Gli studj della Filosofia e dell'Eloquenza s'accordano col genio d'uno Stato popolare, che incoraggisce la libertà delle ricerche, e non si sottomette che alla forza della persuasione. Nelle Repubbliche di Grecia e di Roma l'arte di parlare era la potente macchina del patriottismo o della ambizione, e le scuole di Rettorica somministrarono una colonia di Politici e di Legislatori. Quando fu soppressa la libertà delle pubbliche discussioni, l'Oratore potè nell'onorevole impiego d'Avvocato difendere la causa dell'innocenza e della giustizia; potè abusare de' suoi talenti nella più lucrosa negoziazione de' panegirici; e gli stessi precetti continuarono a dettare le fantastiche declamazioni del Sofista, e le più pure bellezze della composizione Istorica. I sistemi, che si proponevano di scuoprir la natura di Dio, dell'Uomo e dell'Universo, occupavano la curiosità dello studente filosofico; e secondo l'indole della sua mente poteva o dubitar con gli Scettici, o decidere con gli Stoici, o levarsi con Platone alle sublimi speculazioni, o rigorosamente argomentare con Aristotele. L'orgoglio delle contrarie Sette avea stabilito un termine inaccessibile della morale felicità e perfezione: ma la strada per giungervi era gloriosa e salutare; gli scolari di Zenone, e quelli anche d'Epicuro venivano istruiti tanto ad agire quanto a soffrire; e la morte di Petronio fu efficace non meno che quella di Seneca ad umiliare un tiranno, manifestando la sua impotenza. Infatti la luce della scienza non potè limitarsi alle mura d'Atene. Gl'incomparabili suoi Scrittori s'indirizzarono all'uman Genere; si trasferirono de' Maestri ancor viventi nell'Italia, e nell'Asia; Berito ne' tempi posteriori fu consacrato allo studio della Legge; l'Astronomia e la Fisica si coltivarono nel Museo d'Alessandria; ma le scuole Attiche di Rettorica e di Filosofia mantennero la superiore lor fama, dalla guerra del Peloponeso fino al Regno di Giustiniano. Atene, quantunque situata in un suolo sterile, aveva però un'aria pura, una libera navigazione ed i monumenti delle arti antiche; quel sacro ritiro veniva raramente disturbato dagli affari del commercio o del Governo: e l'infimo degli Ateniesi distinguevasi per i vivaci suoi sali, per la purità del suo gusto e linguaggio, per le socievoli maniere, e per alcuni vestigi, almeno nel discorso, della magnanimità de' suoi Padri. Ne' sobborghi della Città l'Accademia de' Platonici; il Liceo de' Peripatetici, il Portico degli Stoici, ed il Giardino degli Epicurei erano sparsi di alberi, e decorati di statue; ed i Filosofi, invece di star rinchiusi in un Chiostro, davano le loro lezioni in piacevoli e spaziosi viali, che in diverse ore si destinavano agli esercizi dell'animo e del corpo. In quelle venerabili sedi vivea tuttavia il genio de' Fondatori; l'ambizione di succedere ai Maestri della ragione umana eccitava una generosa emulazione: e ad ogni vacanza si determinava il merito de' candidati da' liberi voti di un Popolo illuminato. I Professori Ateniesi eran pagati da' loro discepoli: secondo i vicendevoli bisogni e l'abilità loro, sembra, che il prezzo variasse da una mina fino ad un talento; e lo stesso Isocrate, che deridea l'avarizia de' Sofisti, esigeva nella sua scuola di Rettorica circa trenta lire sterline da ciascheduno dei cento suoi allievi. Le rimunerazioni dell'industria son giuste ed onorevoli; pure il medesimo Isocrate sparse lacrime al primo ricever che fece d'uno stipendio; lo Stoico doveva arrossire, quando si vedeva pagato per predicare il disprezzo del danaro; e mi dispiacerebbe di scuoprire, che Aristotile o Platone fossero talmente deviati dall'esempio di Socrate, che cambiato avesser le cognizioni per l'oro. Ma con la permissione delle Leggi, e per i legati di vari amici defunti, furono assegnate delle possessioni di terre e di case alle Cattedre filosofiche d'Atene. Epicuro lasciò a' suoi scolari i Giardini che egli aveva comprato per ottanta mine, o per dugento cinquanta lire sterline con un fondo sufficiente per la frugale lor sussistenza e per le solennità mensuali[592]; ed il patrimonio di Platone somministrò un'annua rendita, che in otto secoli appoco appoco s'accrebbe da tre fino a mille monete d'oro[593]. Le scuole d'Atene furon protette dal più saggio e virtuoso fra' Principi Romani; la libreria che fondò Adriano, fu collocata in un Portico adorno di pitture, di statue, e d'un tetto d'alabastro, e sostenuto da cento colonne di marmo Frigio. L'animo generoso degli Antonini assegnò de' pubblici stipendi; ed ogni Professore di Politica, di Rettorica e di Filosofia Platonica, Peripatetica, Stoica ed Epicurea ne aveva uno di diecimila dramme, o di più di trecento lire sterline[594]. Dopo la morte di Marco, questi liberali doni, ed i privilegi annessi alle Cattedre delle scienze, furono aboliti e restaurati, diminuiti ed estesi; e sotto i successori di Costantino possono anche trovarsi dei vestigi di Real bontà; ma l'arbitraria loro scelta di qualche indegno soggetto potè indurre i Filosofi di Atene a desiderare i tempi d'indipendenza e di libertà[595]. Egli è da osservarsi che l'imparzial favore degli Antonini fu accordato ugualmente alle quattro fra loro contrarie Sette di Filosofi, ch'essi risguardarono come ugualmente utili, o almeno come ugualmente innocenti. Socrate negli antichi tempi era stato la gloria e la vergogna del suo Paese; e le prime lezioni di Epicuro scandalizzaron talmente le pie orecchie degli Ateniesi, che mediante l'esilio di esso e de' suoi Antagonisti poser silenzio a tutte le vane dispute intorno alla natura degli Dei. Ma nel seguente anno rivocarono quel precipitoso decreto, restituirono la libertà delle scuole, e si convinsero con l'esperienza de' secoli, che nel moral carattere dei Filosofi non influisce la diversità delle Teologiche loro speculazioni[596].
A. 485-529
Alle scuole d'Atene furon meno fatali le armi dei Goti, che lo stabilimento d'una nuova Religione, i Ministri della quale impedivano l'esercizio della ragione, risolvevano ogni questione con un articolo di fede, e condannavano l'infedele o lo scettico ad eterne fiamme. In molti volumi di laboriose controversie i medesimi esposero la debolezza dell'intelletto, e la corruzione del cuore, insultarono la natura umana nei Savi dell'antichità, e condannarono lo spirito di ricerca Filosofica tanto ripugnante alla dottrina, o almeno al carattere d'un umil credente. La setta che restava dei Platonici, e che Platone si sarebbe vergognato di riconoscer per sua, fece uno stravagante miscuglio di una sublime teoria con la pratica della superstizione e della magia; e siccome questi rimasero soli in mezzo ad un Mondo cristiano, fomentarono un segreto rancore contro il governo della Chiesa e dello Stato, che tenevano sempre sospesi i rigori sulle lor teste. Circa un secolo dopo il Regno di Giuliano[597], fu permesso a Proclo[598] d'insegnare nella Cattedra filosofica dell'Accademia, e tale fu la sua industria, che spesso pronunziò nel medesimo giorno cinque lezioni, e compose settecento versi. La sagace sua mente esplorò le più profonde questioni della morale e della metafisica, e s'avventurò a proporre diciotto argomenti contro la dottrina Cristiana della creazione del Mondo. Ma negli intervalli di tempo che gli lasciava lo studio, ei diceva di conversare personalmente con Pane, con Esculapio e con Minerva, ne' misteri de' quali era segretamente iniziato, e de' quali adorava le abbattute statue nella devota persuasione che il Filosofo, ch'è un cittadino dell'Universo, dovesse essere il sacerdote delle sue varie divinità. Un ecclisse del Sole annunciò la prossima di lui morte; e la sua vita con quella di Isidoro suo scolare[599], compilate da due de' loro più dotti discepoli, presentano una deplorabil pittura della seconda puerizia della ragione umana. Pure l'aurea catena, com'era enfaticamente chiamata, della successione Platonica continuò per altri quarantaquattro anni, dalla morte di Proclo fino all'Editto di Giustiniano[600], che impose un perpetuo silenzio alle scuole d'Atene, ed eccitò il dispiacere e lo sdegno de' pochi che vi rimanevano devoti della scienza e della superstizione greca. Sette amici e filosofi, Diogene, Ermia, Eulalio, Prisciano, Damascio, Isidoro e Simplicio, che dissentivano dalla Religione del loro Sovrano presero la risoluzione di cercare in un Paese straniero quella libertà, che loro negavasi nella propria Patria. Essi avevano udito dire, ed avevan bonariamente creduto, che si fosse realizzata la Repubblica di Platone nel dispotico Governo di Persia, che ivi regnasse un Re patriottico sulla più felice e virtuosa delle Nazioni. Ma restaron ben presto sorpresi quando in fatti trovarono, che la Persia era simile agli altri paesi del globo; che Cosroe, il quale affettava il nome di Filosofo, era vano, crudele ed ambizioso: che fra i Magi dominava la bacchettoneria e lo spirito d'intolleranza; che i Nobili eran superbi, i Cortigiani servili, ed i Magistrati ingiusti; che il reo talvolta fuggiva la pena, e che l'innocente soventi fiate era oppresso. Defraudati i Filosofi nella loro espettativa, trascurarono le reali virtù de' Persiani, e furono scandalizzati più di quel che forse conveniva alla lor professione, della plurità delle mogli e concubine, de' matrimoni incestuosi, e dell'uso di lasciar esposti i cadaveri a' cani ed agli avvoltoi, invece di seppellirli sotto terra o di consumarli col fuoco. Un precipitoso ritorno dimostrò il lor pentimento, e dichiararono altamente che sarebber piuttosto morti su' confini dell'Impero, che goder la ricchezza ed il favore del Barbaro. Da questo viaggio nonostante essi trassero un vantaggio, che riflette il lustro più puro sul carattere di Cosroe. Ei domandò, che i sette Savi che avevan visitato la Corte di Persia, fossero liberi dalle leggi penali, che Giustiniano avea fatte contro i Pagani suoi sudditi; e tal privilegio, espressamente stipulato in un trattato di pace, fu mantenuto, attesa la vigilanza d'un potente mediatore[601]. Simplicio ed i suoi compagni terminaron la vita in pace e nell'oscurità; e non avendo lasciato discepoli, finisce in essi la lunga lista de' Filosofi Greci, che nonostanti i loro difetti possono giustamente lodarsi come i più saggi e virtuosi fra' loro contemporanei. Gli scritti di Simplicio tuttavia esistono: i suoi Commentari fisici e metafisici sopr'Aristotele col tempo sono andati in disuso, ma la sua interpretazione morale d'Epitteto si conserva nelle Biblioteche delle Nazioni come un libro classico il più acconcio a diriger la volontà, a purificare il cuore ed a consolidar l'intelletto, mediante una giusta fidanza nella natura tanto di Dio quanto dell'uomo.
A. 541
Verso quel tempo, in cui Pitagora inventò il nome di Filosofo, ebbe origine in Roma da Bruto il vecchio la libertà ed il Consolato. Nella presente Storia si sono a' suoi luoghi esposte le rivoluzioni dell'ufizio Consolare che può risguardarsi ne' successivi aspetti d'un corpo reale, d'un'ombra e d'un nome. I primi Magistrati della Repubblica erano stati eletti dal Popolo per esercitare nel Senato e nel Campo i diritti della pace e della guerra, che poi si trasferirono negl'Imperatori; ma la tradizione dell'antica dignità fu per lungo tempo rispettata da' Romani e da' Barbari. Un Istorico Goto applaudisce il Consolato di Teodorico quasi l'apice d'ogni temporal gloria e grandezza[602]; l'istesso Re d'Italia si congratula con quegli annui favoriti della fortuna, che godevano lo splendore senza le cure del Trono; ed in capo a mille anni si creavano tuttavia da' Sovrani di Roma e di Costantinopoli due Consoli al sol oggetto di dare una data all'anno ed una festa al Popolo. Ma le spese di questa festa, nelle quali l'opulento e vano titolare aspirava a sorpassare i suoi predecessori, appoco appoco s'accrebbero sino all'enorme somma di ottantamila lire sterline; i Senatori più saggi evitavano un inutile onore che portava seco la certa rovina delle loro Famiglie; ed a questa ripugnanza attribuirei le frequenti lacune che si trovano negli ultimi tempi de' Fasti consolari. I Predecessori di Giustiniano avevano sostenuto col pubblico tesoro la dignità de' candidati meno ricchi; ma l'avarizia di questo Principe antepose il meno dispendioso e più conveniente metodo dell'ammonizione e della regola[603]. Al numero di sette Processioni o spettacoli il suo Editto limitava le corse di cavalli e di cocchi, i divertimenti atletici, la musica ed i pantomimi del teatro, la caccia delle fiere; e piccole monete d'argento furono prudentemente sostituite alle medaglie d'oro che avevano sempr'eccitato il tumulto e l'ebrietà, quando venivano sparse a larga mano fra la plebe. Nonostanti queste precauzioni ed il suo proprio esempio, cessò finalmente la successione de' Consoli nell'anno decimo terzo di Giustiniano, il carattere dispotico del quale probabilmente gradì la tacita estinzione di un titolo, che rammentava a' Romani la antica lor libertà[604]. Pure tuttavia sussisteva il Consolato annuo nelle menti del Popolo; esso ansiosamente aspettava la pronta di lui restaurazione; applaudì alla graziosa condiscendenza de' successivi Principi, da' quali fu assunto nel primo anno del loro Regno; e passarono dopo la morte di Giustiniano tre secoli, prima che quell'antiquata dignità, ch'era stata già soppressa dall'uso, potesse abolirsi per Legge[605]. All'imperfetta maniera di distinguere ogni anno col nome d'un Magistrato, fu vantaggiosamente supplito con la data d'un'Era permanente: i Greci adottarono la creazione del Mondo, secondo la version de' Settanta[606], ed i Latini, dal Secolo di Carlo Magno in poi, hanno computato il lor tempo dalla nascita di Cristo[607].