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Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province dell'Europa.
Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo, antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani, sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de' Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico. Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda, giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti: il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi, di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra' quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro, d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento sotterraneo volte, e la camera Badaverde denotava l'accidentale dono dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,» sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].
Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de' Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso, Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande, e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria; condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano, ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio, ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura, mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene, egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo, giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini. Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente, avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato attacco.
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Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge. L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza. Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione; che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de' consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554]. Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere; ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria, senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza. Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze superiori dell'inimico.
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Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco, una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche, Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù. Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a vendicare i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia. Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione, inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de' soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole, e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora. Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561]. Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.
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Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566] antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi, la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza, o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de' Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro, servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione, che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.
In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570]. Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici; coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici, pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno da una spedizione lunga e vittoriosa[572].
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In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani, sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573]. La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di lance d'oro fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de' sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo. Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari, sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato: le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente, ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine; le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de' vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de' loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle leggi delle nazioni[576].
Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci, e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578], condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed augusta sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli, e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio: Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto ordine al Cadarigan ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al Cadarigan, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.
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Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de' suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari. Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori, nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte. Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo, raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa, se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria, riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour; fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride, furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di Eraclio coi loro cavalli[583].
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Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani, sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo; e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta, dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare nella torre dell'oscurità? Secondo la fede e la misericordia dei Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi arabi[587].
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Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia. Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i quali consegnarono le lettere del loro signore al suo fratello, l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera, ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo; e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e del suo figliuolo[589].
L'anno seguente fu illustrato da un trionfo di genere assai diverso, la restituzione della vera Croce al Santo sepolcro. Eraclio fece in persona il pellegrinaggio di Gerusalemme; si verificò dal prudente Patriarca l'identità della reliquia[590], ed in commemorazione di quest'augusta cerimonia s'instituì l'annua festa dell'Esaltazione della Croce. Prima che l'Imperatore si avventurasse a porre il piede sul sacro terreno, fu avvisato di spogliarsi del diadema e della porpora, pompe e vanità del mondo: ma, secondo il giudizio del suo clero, la persecuzione degli Ebrei era molto più facile a conciliarsi co' precetti del Vangelo. Egli salì nuovamente sul trono a ricevere le congratulazioni degli ambasciatori della Francia e dell'India: e la fama di Mosè, di Alessandro e di Ercole[591] fu ecclissata nel popolare concetto dal merito preminente e dalla gloria del grande Eraclio. Ma il liberatore dell'Oriente era povero e debole. La più preziosa parte delle spoglie Persiane erasi spesa nella guerra, o distribuita ai soldati o sommersa, per una sciagurata tempesta, nei flutti dell'Eussino. Oppressa era la coscienza dell'Imperatore dall'obbligo di restituire le ricchezze del Clero, che tolto egli avea in prestito per difenderlo: si richiedeva un fondo perpetuo per soddisfare quegli inesorabili creditori; le province, già devastate dalle armi e dall'avarizia de' Persiani, furono costrette a pagare per la seconda volta gli stessi tributi: ed il residuo debito di un semplice cittadino, il tesoriere di Damasco, fu commutato in una multa di centomila monete d'oro. La perdita di duecentomila soldati[592] che la spada avea spenti, fu di meno importanza che il decadimento delle arti, dell'agricoltura e della popolazione, in questa guerra lunga e distruggitrice: e quantunque un vittorioso esercito si fosse formato sotto lo stendardo di Eraclio, pure sembra che lo sforzo non naturale esaurisse anzi che esercitasse le forze dell'Impero. Nel tempo che l'Imperatore trionfava in Costantinopoli od in Gerusalemme, un'oscura città sui confini della Siria veniva posta a sacco dai Saraceni; ed essi fecero a brani alcune truppe che mossero a soccorrerla, accidente ordinario e di nessun momento, se non fosse stato il preludio di una grandissima rivoluzione. Que' predatori erano gli apostoli di Maometto: il fanatico loro valore era sbucato fuor dal deserto: e negli ultimi otto anni del regno di Eraclio l'Imperatore perde, rapite dagli Arabi, quelle medesime province ch'egli avea ritolte ai Persiani.
FINE DEL VOLUME OTTAVO.