Εκπωμα ξυλινον κρατων εβοα τω μιλιω

Βελισαριω οβολον δοτε τω στρατηλατη

Οκ τυχη μεν εδοξασεν, αποτυφλοι δο φθονος.

«Tenendo in mano una coppa di legno, gridava al popolo: date un obolo a Belisario Generale, glorificato già dalla sorte, poi dall'invidia accecato».

Questa morale o romanzesca novella fu portata in Italia insieme con la lingua ed i codici della Grecia; e quivi fu ripetuta avanti il fine del secolo XV da Crinito, da Pontano e da Volaterrano; impugnata da Alciato, per onor della giurisprudenza; e difesa dal Baronio (A. D. 561 n. 2 ec.) per onor della Chiesa. Non pertanto lo stesso Tzetze aveva letto in altre cronache che Belisario non perdette la vista, e che ricuperò la sua riputazione ed i suoi beni.

170. La statua che trovasi nella villa Borghese a Roma, seduta e colla mano stesa a chiedere, che volgarmente si attribuisce a Belisario, può con più dignità attribuirsi ad Augusto in atto di farsi Nemesi propizia (Winkelman, Hist. de l'Art, t. III p. 266). Ex nocturno visu etiam stipem, quotannis, die certo, emendicabat a populo, cavam manum asses porrigentibus praebens (Suet. in August. c. 91, con un'eccellente nota di Casaubono).

171. La penna di Tacito punge sottilmente il Rubor di Domiziano (in Vit. Agricol. c. 45). Plinio il giovane (Paneg. c. 48) e Svetonio (in Dom. c. 18) e Casaub. (ad loc.), ne fanno cenno essi pure. Procopio (Aneddoti, c. 8) stoltamente crede che un solo busto di Domiziano fosse pervenuto sino al sesto secolo.

172. Gli studj e la scienza di Giustiniano si chiariscono più dalla confessione (Aneddoti, c. 8, 13) che dalle lodi (Got. l. III c. 31, de Aedif. l. I. Proem. c. 7) di Procopio. Si consulti il copioso indice di Alemanno, e si legga la vita di Giustiniano scritta da Ludewig (p. 135-142).

173. Vedi nella C. P. Christiana del Ducange (l. I c. 24 n. 1) una sequela di testimonianze originali da Procopio nel VI secolo sino a Gillio nel XVI.

174. La prima cometa vien rammentata da Giovanni Malala (t. II p. 190, 219) e da Teofane (p. 154); la seconda da Procopio (Persic. l. II c. 4). Tuttavia io sospetto fortemente l'identità loro. Il pallore del sole (Vandal. l. II c. 14) viene applicato da Teofane (p. 158) ad un anno differente.

175. Seneca, nell'ottavo libro delle Questioni Naturali, trattando della teoria delle comete, fa prova di filosofica mente. Però non dobbiamo troppo bonariamente confondere una predizione vaga, un veniet tempus, col merito delle scoperte reali.

176. Gli Astronomi possono studiare Newton ed Halley. Io traggo l'umile mia dottrina dall'articolo Cometa, nell'Enciclopedia Francese del sig. d'Alembert.

177. Whiston, l'onesto, il pio, il visionario Whiston, ha immaginato, per l'era del diluvio di Noè (2242 anni A. C.), un'apparizione anteriore della stessa cometa, la quale annegò la terra colla sua coda.

178. Una Dissertazione di Freret (Mém. de l'Acad. des inscript. t. X p. 357-377) presenta un felice aggregato di filosofia e di erudizione. Il fenomeno del tempo di Ogige fu salvato dell'obblio da Varrone ap. August. de civitate Dei, XXI, 8, il quale cita Castore, Dione di Napoli, ed Adrasto di Cizico, nobiles mathematici. I mitologi greci ed i libri aprocrifi dei versi sibillini ci hanno trasmesso la memoria dei due periodi susseguenti.

179. Plinio (Hist. Nat. II, 23) ha trascritto i registri originali di Augusto. Il Mairan, nelle ingegnosissime sue lettere al P. Parennin, missionario alla China, trasporta i giuochi e la cometa del settembre, dall'anno 44 all'anno 43 avanti l'era Cristiana; ma io non mi do interamente per vinto dalla critica dell'Astronomo (Opuscoli, p. 275-351).

180. Quest'ultima cometa si fece vedere nel dicembre del 1680. Bayle il quale pose mano ai suoi Pensieri sulle comete nel gennajo del 1681 (Opere, t. III), fu obbligato a servirsi di questo argomento, che una cometa soprannaturale avrebbe confermato gli antichi nella loro idolatria. Bernoulli (Vedi il suo Elogio in Fontenelle, t. V p. 99) diceva che la testa della cometa non è un segno straordinario dello sdegno celeste, ma che la coda può esserne uno.

181. Il Paradiso Perduto uscì in luce nell'anno 1667; ed i famosi versi (l. II, 708 ec.) che sbigottirono il censore possono alludere alla recente cometa del 1664 osservata da Cassini a Roma in presenza della regina Cristina (Fontenelle, Elogio di Cassini, l. V p. 338). Aveva forse Carlo II lasciato sfuggire qualche segno di curiosità o di spavento?

182. Intorno alla cagione dei terremoti, vedi Buffon (t. I p. 502-536, Supplément à l'Histoire Naturelle, t. V p. 382-399, ediz. in 4), Valmont di Bomare (Diction. d'Histoire Naturelle, Tremblemens de Terre, Pyrites), Watson (Chemical essays, t. I p. 181-209).

183. I tremuoti che scossero il Mondo romano nel regno di Giustiniano sono descritti o rammentati da Procopio (Got. l. IV c. 25. Aneddoti, c. 18), da Agatia (l. II p. 52, 53, 54; l. V p. 145-152), da Giovanni Malala (Chronaca, t. II p. 140-146, 176, 177, 183, 193, 220, 229, 231, 233, 234), e da Teofane (p. 151, 183, 189, 191-196).

184. Altura scoscesa, Capo perpendicolare tra Arado e Botri, detto dai Greci θεων προσωπον, e ευπροσωπον, o λιθοπροσωπον dagli scrupolosi Cristiani (Polib. l. V p. 411. Pompon. Mela, l. I c. 12 p. 87, cum Isaac Voss. observat. Maundrell, Journey, p. 32, 33. Pocock, descript. vol. II p. 93).

185. Botri ebbe per fondatore Itobal, re di Tiro (anno A. C. 935-903. Vedi Marsham, Canon. Chron. p. 387, 388). Il villaggio di Patrona che miserabilmente rappresenta quella città, non ha più alcun porto.

186. Eineccio (p. 351-356) celebra l'università, lo splendore, e la rovina di Berito come una parte essenziale dell'istoria della giurisprudenza romana. Berito fu distrutta nell'anno XXV del regno di Giustiniano D. C. 551, ai 9 di luglio (Teofane, p. 192). Ma Agatia (l. II p. 51, 52) sospende il tremuoto sino dopo la conquista dell'Italia.

187. Ho letto con gran piacere il breve ma elegante trattato di Mead sopra le malattie pestilenziali, ottava edizione, Londra, 1722.

188. La gran peste che infuriò nel 542 e negli anni seguenti (Pagi, Critica, t. II p. 518) può rilevarsi da Procopio (Persic. l. II c. 22, 23), da Agatia (l. V p. 153, 154), da Evagrio (l. IV c. 29), da Paolo Diacono (l. II c. 4 p. 776, 777), da Gregorio di Tours (t. II l. II c. 5 p. 205), il quale la chiama lues inguinaria, e dalle cronache di Vittorio Tunnunense (p. 9, in thesaurum temporum), di Marcellino (p. 54) e di Teofane (p. 153).

189. Il Dottore Friend (Hist. Medicin. in Opp. p. 416-420. Londra 1733) è persuaso che Procopio avea studiato la medicina dal vedere la cognizione che ha, e l'uso che fa dei termini tecnici. Nondimeno, molte parole che ora sono scientifiche, erano comuni e popolari nell'idioma greco.

190. Vedi Tucidide, (l. II c. 47-54 p. 127-133, ediz. Duker) e la descrizione poetica della stessa pestilenza in Lucrezio (l. VI, 1136-1284). Io sono grato al Dottore Hunter per l'elaborato suo comento sopra questa parte di Tucidide, (vol. in 4. di 600 pag. Venezia 1603, apud Junctas) che fu recitato nella Biblioteca di S. Marco da Fabio Paolino di Udine, medico e filosofo.

191. Tucidide (c. 51) afferma non prendersi la peste che una sola fiata; ma Evagrio che aveva sperimentato il contagio in famiglia, osserva che alcune persone, scampate dal primo assalto del male, soggiacquero poi al secondo. Questo ritorno della peste vien confermato da Fabio Paolino (588). Io fo avvertire che i medici sono divisi su questo particolare, e che la natura e il modo di operare del contagio non possono esser sempre somiglianti fra loro.

192. Così Socrate si salvò per la sua temperanza, nella pestilenza di Atene (Aulo Gellio, notti Attiche, II, 1). Il Dott. Mead attribuisce la particolare salubrità delle case religiose al doppio vantaggio dell'esser separate dalle altre, e dell'astinenza che vi si osserva (p. 18, 19).

193. Il Dott. Mead prova che la pestilenza è contagiosa, coll'appoggio di Tucidide, di Lucrezio, di Aristotile, di Galeno, e dell'esperienza comune (p. 10-20); ed egli confuta (Preface, p. 2-13) l'opinione contraria dei medici francesi che visitarono Marsiglia nell'anno 1720. Non pertanto erano dessi i recenti ed illuminati spettatori di una peste che, in pochi mesi, portò via cinquantamila abitatori (Sur la Peste de Marseille, Paris, 1786) di una città, la quale nei presenti giorni della prosperità e del commercio non contiene più di novantamila anime (Necker, sur les Finances, t. I, p. 231).

194. Le forti osservazioni di Procopio, ουτε γαρ ιατρω ουτε γαρ ιδιωτη, (nè al medico nè all'uom volgare) sono distrutte dalla susseguente esperienza di Evagrio.

195. Procopio (Aneddoti, c. 18) usa da principio alcune figure di rettorica, come le arene del mare ec., indi procura di fare un computo più regolare, e dice che μιριαδας μυριαδων μυριας furono sterminate sotto il regno dell'Imperiale Demonio. L'espressione è oscura sì in grammatica che in aritmetica, ed una interpretazione letterale produrrebbe più milioni di milioni. Alemanno (p. 80) e Causin (t. III p. 178) traducono questo passo per duecento milioni, ma ignoti mi sono i motivi che a ciò gli inducono. Se tolgasi via il μιριαδας, i rimanenti μυριαδων μυριας, una miriade di miriadi, darebbero cento milioni, numero non affatto inammissibile.

196. I legisti de' tempi barbari hanno stabilito un metodo assurdo ed inintelligibile di citare le leggi romane; e l'abitudine lo ha perpetuato. Allorchè si riferiscono al Codice, alle Pandette ed alla Instituta, essi non marcano il numero del libro, ma soltanto quello della legge; e si accontentano di riportare le prime parole del titolo di cui la stessa legge fa parte, mentre di tali titoli se ne contano più di mille. Ludewig (vit. Justin. p. 268) fa voti perchè si scuota questo giogo pedantesco, ed io ho osato adottare il semplice e ragionevole metodo di citare il libro, il titolo e la legge.

197. L'Alemagna, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e la Scozia le hanno adottate come la legge o la ragion comune: in Francia, in Italia ecc. esse ottengono un'influenza diretta o indiretta, ed in Inghilterra si ebbero in rispetto da Stefano fino ad Edoardo I, il Giustiniano della Gran Brettagna. Vedi Duck (de usu et auctoritate juris civ., l. II c. 1, 8-15); Eineccio (Hist. juris german. c. 3, 4, n. 55-124) e gli istorici delle leggi di ciascun paese.

198. Francesco Ottomanno, abile ed illuminato Giureconsulto del secolo decimosesto, tendeva a mortificare Cujacio ed a far la corte al Cancelliere de l'Hôpital. Il suo Antitribonianus, che non ho mai potuto procurarmi, venne pubblicato in francese nell'anno 1609, e la sua setta si è propagata in Germania (Heineccius, Opp. t. III, sylloge 3 p. 171-183).

199. In testa di queste guide io pongo, coi riguardi che gli si debbono, l'abile e sapiente Eineccio, professore tedesco morto ad Halle nel 1741 (Vedi il suo elogio nella Nouvelle Bibliothèque germanique, tom. II p. 51-64). Le numerose sue opere furono raccolte in otto volumi in-4. Ginevra, 1743-1748. I trattati separati di cui mi sono principalmente servito, sono: 1. Historia juris romani et germanici, Lugd. Batav. 1740, in-8; 2. Syntagma antiquitatum romanam jurisprudentiam illustrantium, 2 vol. in-8. Traject. ad Rhenum; 3. Elementa juris civilis secundum ordinem institutionum, Lugd. Batav. 1751, in-8; 4. Elementa J. C. secundum ordinem Pandectarum, Traject. 1772, 2 vol. in-8.

200. L'estratto di quest'istoria si ritrova in un Frammento De origine juris (Pandette, l. 1 tit. 2) di Pomponio, Giureconsulto romano che vivea sotto gli Antonini (Heineccius, t. III syll. 3 p. 66-126). Esso fu compendiato e verosimilmente alterato da Triboniano, e ristorato da Bynkershoek (Opp. t. 1 p. 279-304).

201. Si può studiare l'istoria del governo di Roma sotto i suoi Re, nel primo libro di Tito Livio, ed ancor più estesamente in Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 80-96, 119-130, l. IV p. 198-220), che qualche volta però si mostra retore e Greco.

202. Giusto Lipsio (Opp. t. IV p. 279) ha applicato ai tre Re di Roma queste tre divisioni generali delle leggi civili. Gravina (Orig. jur. civ. p. 28, ediz. di Lipsia 1737) addotta questa idea, che Mascou, suo editore tedesco, non può ammettere che con ripugnanza.

203. Terrasson, nella sua Storia della giurisprudenza romana (p. 22-72, Parigi 1750, in fol.), si forza con qualche apparato, ma con poco successo, di ristabilire il testo originale. Quest'opera promette assai più di quel che mantiene.

204. Il più antico Codice o Digesto fu chiamato jus Papirianum, dal nome di Papirio che lo compilò, e che viveva un poco prima o poco dopo il Regifugium (Pandect. l. 1 tit. 2). I migliori critici, ed anche Bynkershoek (t. 1 p. 284, 285) ed Eineccio (Hist. J. C. R. l. 1 c. 16, 17; ed Opp. t. III, syll. 4 p. 1-8), prestano fede a questa favola di Pomponio, senza far molta attenzione al valore ed alla rarità di simil monumento del terzo secolo, della città illetterata. Io dubito molto che Cajo Papirio, Pontifex Maximus, che fece rivivere le leggi di Numa (Dionigi d'Alicarnasso, l. III p. 171), non abbia lasciato che una tradizione vocale; e che il jus Papirianum di Granio Flacco (Pand. l. L tit. 16, legge 144) non fosse un comentario, ma un'opera originale, compilata al tempo di Cesare. (Censorin. De die Natali, l. III p. 13; Duker, De latinitate J. C. p. 157).

205. Nel 1444 si estrassero dal seno della terra sette od otto tavole di rame fra Cortona e Gubio. Una parte di queste tavole, giacchè il resto è in caratteri etruschi, offre lo stato primitivo de' caratteri e della lingua de' Pelasgi, che Erodoto attribuisce a quell'angolo d'Italia (l. 1 c. 56, 57, 50). Del resto si può spiegare questo passo oscuro d'Erodoto, dicendo che si riferisce a Crestona città della Tracia (Note di Larcher, t. 1 p. 256-261). Il dialetto selvaggio delle tavole Eugubine ha messo a tortura la congetture dei critici, ed è ben lontano d'esser rischiarato; ma le sue radici, indubitatamente latine, sono della medesima epoca e dello stesso carattere del Saliare carmen, che ai tempi d'Orazio nessuno intendeva. L'idioma romano successivamente perfezionandosi con un miscuglio di dorico e di greco eolico, offrì a grado a grado lo stile delle dodici Tavole, della colonna Duilliana, d'Ennio, di Terenzio e di Cicerone (Gruter. Inscript. tom. I p. 192; Scipione Maffei, Istoria diplomatica, p. 241-258; Bibl. ital. t. III, p. 30-41, 174-205; t. XIV, p. 1-52).

206. Si paragoni Tito Livio (l. III c. 31-59) con Dionigi di Alicarnasso (l. X p. 644; XI p. 691). Quanto mai l'autore romano è conciso ed animato, ed il greco prolisso e senza vita! Non pertanto Dionigi d'Alicarnasso ha mirabilmente giudicato i grandi maestri, ed abilmente esposte le regole della composizione istorica.

207. Appoggiato all'autorità degli Storici, Eineccio (Hist. J. R. l. 1, n. 26) afferma che le Dodici Tavole erano di rame, aereas. Nel testo di Pomponio si legge eboreas; e lo Scaligero ha sostituito a questa parola quella di roboreas (Bynkershoek, p. 286). Pare che siasi potuto successivamente adoperare il legno, il rame e l'avorio.

208. Cicerone (Tuscul. Quaest. V, 36) parla dell'esilio di Ermodoro; e Plinio (Hist. nat. XXXIV, II) parla della sua statua. La lettera, il sogno e la profezia d'Eraclito sono supposte (Epist. graec. divers. p. 337).

209. Il Dottore Bentley (Dissert. sulle lettere di Falari p. 427, 479) abilmente discute tutto ciò che ha relazione alle monete di Sicilia e di Roma, che è un soggetto assai oscuro. L'onore ed il risentimento l'eccitavano ad impiegare in questa controversia tutti i suoi talenti.

210. Le navi de' Romani o de' loro alleati arrivarono fino al bel promontorio dell'Affrica (Polibio, l. III p. 177, ediz. di Casaubon, in fol.). Tito Livio e Dionigi d'Alicarnasso parlano dei loro viaggi a Cuma.

211. Questo fatto proverebbe solo l'antichità di Caronda, che diede leggi a Reggio ed a Catania; non è che per uno strano equivoco che Diodoro di Sicilia (t. 1 l. XII p. 485-492) gli attribuisce l'istituzione politica di Turio, la quale è di molto posteriore.

212. Zaleuco, di cui con sì poca ragione si contestò l'esistenza, ebbe il merito e la gloria di creare con una banda di proscritti (i Locresi) la più virtuosa e meglio costituita repubblica della Grecia. Veggansi due Memorie del Barone di Santa Croce su la legislazione della Magna Grecia. (Mem. dell'Accad. delle Inscriz. t. XLII p. 276-333). Ma le leggi di Zaleuco e di Caronda, la cui autorità sedusse Diodoro e Stobeo, vennero fabbricate da un sofista pitagorico, la frode del quale fu scoperta dalla critica sagacità del Bentleio (p. 335-377).

213. Colgo quest'occasione per indicare i progressi delle comunicazioni fra Roma e la Grecia: 1. Erodoto e Tucidide (A. A. C. 300-350) sembrano ignorare il nome e l'esistenza di Roma (Giuseppe, contra Apion. t. 11 l. 1 c. 12 p. 444, ediz. di Havercamp). 2. Teopompo (A. A. C. 400, Plinio, III, 9) parla dell'invasione dei Galli, di cui Eraclide di Ponto fa menzione in una maniera più vaga (Plutarco, in Camillo, p. 292, ediz. H. Stefano). 3. La reale o favolosa ambasceria de' Romani ad Alessandro (A. A. C. 430) viene attestata da Clitarco (Plinio III, 9), da Aristo ed Asclepiade (Arriano, l. VII p. 294-296), e da Mennone d'Eraclea (apud Photium, Cod. 224 p. 725). Il silenzio di Tito Livio a questo riguardo vale una negativa. 4. Teofrasto (A. A. C. 440) primus externorum aliqua de romanis diligentius scripsit (Plinio, III, 9). 5. Licofrone (A. U. C. 480-500) ha sparsa la prima idea d'una Colonia di Trojani e della favola dell'Eneide (Cassandra, 1226-1280).

Γης και θαλασσης σκηπρα και μοναρχιαν

Δαβοντες.

Della terra e del mar gli scettri e il regno

Pigliando.

Predizione ardita avanti il fine della prima guerra punica.

214. La decima Tavola (De modo sepulturae) fu tolta ad imprestito da Solone (Cicerone, De legibus, II, 23-26); il Furtum per lancem et licium conceptum proviene, se si presta fede ad Eineccio, dai costumi d'Atene (Antiq. rom. t. II, p. 167-175). Mosè, Solone ed i Decemviri permisero di uccidere un ladro notturno (Exode 22, 3). Demostene, contra Timocratem, t. 1 p. 736, ediz. di Reiske; Macrobio, Saturnalia, l. 1, c. 4; Collatio legum Mosaicarum et romanarum, tit. 7 n. 1 p. 218, ediz. Cannegieter.

215. Βραχεως και απεριττως; tale è l'elogio che ne fa Diodoro (t. 1 l. XII p. 494); e che si può tradurre nell'eleganti atque absoluta brevitate verborum d'Aulo Gellio (Nott. Att. XXI, 1).

216. Si ascolti Cicerone (De legibus, 11, 23) e quello che egli fa parlare, Crasso (De oratore, 1, 43, 44).

217. Vedi Eineccio (Hist. J. R. n. 29-33). Mi son servito delle Dodici Tavole quali furono restaurate da Gravina (Origines J. C. p. 280-307) e da Terrasson, Storia della Giurisprudenza romana, p. 94-205.

218. Finis aequi juris (Tacito, Annal. III, 27). Fons omnis publici et privati juris (Tito Livio, III, 34).

219. De principiis juris, et quibus modis ad hanc multitudinem infinitam ac varietatem legum perventum sit, ALTIUS disseram (Tacito, Annal. III, 25). Questa profonda discussione non occupa che due pagine, ma sono pagine di Tacito. Tito Livio diceva nello stesso senso, ma con minor energia (III, 34): In hoc immenso aliarum super alias acervatarum legum cumulo, etc.

220. Svetonio, in Vespasiano, c. 8.

221. Cicerone, ad Familiares, VIII, 8.

222. Dionigi, Arbuthnot, e la maggior parte de' moderni (se se ne eccettua Eisenschmidt, de Ponderibus ecc. p. 137-140), valutano centomila assi, diecimila dramme attiche, vale a dire un poco più di trecento lire sterline. Ma il loro calcolo non può applicarsi che agli ultimi tempi, in cui l'asse non era più che la ventiquattresima parte del suo antico peso; e malgrado la scarsezza de' metalli preziosi, io non posso persuadermi che nei primi secoli della repubblica un'oncia d'argento valesse settanta libbre di rame o d'ottone. È molto più semplice e ragionevole di valutare il rame alla sua tassa attuale; e quando si sarà paragonato il prezzo della moneta ed il prezzo del mercato, la libbra romana e la libbra avere del peso, si troverà che il primitivo asse o una libbra romana di rame può essere valutato uno scellino inglese; e che quindi i centomila assi della prima classe valevano cinquemila lire sterline. E dallo stesso calcolo risulterà che un bue si vendeva a Roma cinque lire sterline, una pecora dieci scellini, ed un quarter di grano trenta scellini (Festus, p. 30, ediz. Dacier; Plinio, Hist. nat., XVIII, 4). Io non trovo ragione di rigettare queste conseguenze che moderano le nostre idee sulla povertà de' primitivi Romani.

223. Si consultino gli autori che hanno scritto sui Comizj romani, ed in particolar modo Sigonio e Beaufort. Spanheim (De praestantia et usu numismatum, t. 11. Dissert. X, p. 192, 193) offre una curiosa medaglia, in cui si veggono i cista, i pontes, i septa, il diribitor, ecc.

224. Cicerone (De legibus, III, 16, 17, 18) discute questa questione costituzionale, ed assegna a suo fratello Quinto il lato meno popolare.

225. Prae tumultu recusantium perferre non potuit. Suet. in August. c. 34. Vedi Properzio (l. 11, eleg. 6). Eineccio ha esaurito in un'istoria particolare tutto ciò che ha relazione alle leggi Julia et Papia Poppaea. Opp. t. VII part. 1, p. 1-479.

226. Tac. Ann. 1, 15; Lipsia, Excursus E. in Tacitum.

227. Non ambigitur senatum jus facere posse. Tale è la decisione di Ulpiano (l. XVI, ad Edict. in Pandect. l. 1, tit. 3 leg. 9). Pomponio dice che i Comizj del popolo erano una turba hominum (Pand. l. 1 tit. 2 leg. 9).

228. Il jus honorarium de' Pretori e degli altri Magistrati vien definito in modo preciso nel testo latino della Instituta, l. 1 tit. 2 n. 7. La greca parafrasi di Teofilo (p. 33-38, ed. di Reitz) che lascia sfuggire l'importante parola honorarium lo spiega in una maniera più vaga.

229. Dione Cassio (t. 1 l. XXXVI p. 100) fissa all'anno di Roma 686, l'epoca degli Editti Perpetui. Nondimeno, secondo gli acta diurna pubblicati sulle carte di Luigi Vives, la loro instituzione avvenne nell'anno 585. Pighio (Annal. rom. t. 11 p. 377, 378), Grevio (ad Suet. p. 778), Dodwel (Praelection, Cambden, p. 665) ed Eineccio sostengono ed ammettono l'autenticità di questi atti; ma l'espressione di scutum CIMBRICUM che vi si rinviene, prova che furono fabbricati. Moyle's Works, vol. 1 p. 303.

230. Eineccio (Opp. t. VII part. II p. 1-564) ha fatto l'istoria degli Editti e restaurato il testo dell'Editto Perpetuo [Questa ristaurazione non è che un'opera cominciata trovata fra le carte d'Eineccio dopo la sua morte (Nota dell'Editore)]: dalle opere di quest'ingegno superiore, le cui ricerche debbono inspirare somma confidenza, io estrassi quanto ne ho detto. Il Sig. Bonchaud ha inserito nella raccolta dell'Accademia delle Inscrizioni una serie di Memorie su questo punto interessante di letteratura e di giurisprudenza.

231. Le sue leggi sono le prime nel Codice. Vedi Dodwell, (Praelect. Cambden p. 319-340) che si allontana dal suo soggetto per istabilire una confusa letteratura, e sostenere deboli paradossi.

232. Totam illam veterem et squallentem sylvam legum novis principalium rescriptorum et edictorum securibus ruscatis et caeditis. Apologet. c. 4 p. 50, ediz. di Havercamp. Egli in seguito loda la fermezza di Severo che rivocò le leggi inutili o perniciose, senza alcun riguardo per la loro antichità o per il credito che si erano conciliato.

233. Dione Cassio, per mala fede o per ignoranza, s'inganna sul significato costituzionale di legibus solutus, t. 1 l. LIII p. 713. Heimar, suo editore, in quest'occasione aggiunge i proprj ai rimproveri, di cui la libertà e la critica hanno caricato questo servile istorico.

234. Vedi Gravina, Opp. p. 501-512; ed anche Beaufort, Repub. rom. t. 1 p. 255-274. Questo fa un uso giudizioso di due dissertazioni pubblicate da Gian Federico Gronovio e Noodt, e tradotte ambedue da Barbeyrac, che vi ha aggiunto note assai preziose; 2 volumi in-12, 1731.

235. L'espressione lex regia era ancor più recente della cosa. Il nome di Legge Reale avrebbe fatto inorridire gli schiavi di Commodo e di Caracalla.

236. Instit. l. 1 tit. 2 n. 6; Pandect. l. 1 tit. 4 leg. 1. Cod. di Giustin. l. 1 tit. 17 leg. 1 n. 7. Eineccio (nelle sue Antichità e ne' suoi Elementi) ha trattato ampiamente De constitutionibus principum, d'altronde sviluppate da Gotofredo (Comm. ad Cod. Theod. l. 1 t. 1, 2, 3) e da Gravina (87-90).

237. Teofilo in Paraphras. graec. Instit. p. 33, 34, ed. di Reitz. Intorno al carattere ed alle opere di questo scrittore, come pure al tempo in cui visse, veggasi il Teofilo di J. H. Mylius, Excursus 3 p. 1034-1073.

238. Vi ha più invidia che ragione in quel lamento di Macrino: Nefas esse leges videri Commodi et Caracallae et hominum imperitorum voluntates. Giulio Capitol., c. 13. Commodo venne da Severo innalzato alla sfera degli Dei. Dodwell, Praelect. 8 pag 324, 325. Cionullameno le Pandette non lo citano che due volte.

239. Il Codice presenta duecento costituzioni che Antonino Caracalla pubblicò da solo, e cento sessanta che egli pubblicò con suo padre. Questi due principi sono citati cinquanta volte nelle Pandette, ed otto nella Instituta. Terrasson, p. 265.

240. Plinio il giovane, Epist. X, 66; Suet. in Domitian., c. 23.

241. Costantino aveva per massima che Contra jus rescripta non valeant. Codice Teodosiano, l. 1 tit. 2 leg. 1. Gli Imperatori, sebbene con dispiacere, permettevano qualche esame sulla legge e sul fatto, qualche dilazione, qualche diritto di petizione; ma questi insufficienti rimedj erano troppo in potere de' giudici, ed era troppo pericoloso per essi il farne uso.

242. Quest'inchiostro era un composto di vermiglione e di cinabro; esso si ritrova sui diplomi degli Imperatori, da Leone I (A. D. 470) fino alla caduta dell'impero Greco. Bibl. raisonnée de la diplomatique, t. 1 p. 509-514; Lami, De eruditione apostolorum, t. 11 p. 720-726.

243. Schulting, Jurisprudentia ante-Justinianea, p. 681-718. Cujacio dice, che Gregorio compilò le leggi pubblicate dal regno d'Adriano fino a quello di Gallieno, e che il resto fu opera di Gallieno. Questa generale divisione può esser giusta; ma Gregorio ed Ermogene molte volte oltrepassavano i limiti del loro terreno.

244. Scevola, probabilmente Q. Cervidio Scevola, maestro di Papiniano, considera questa accettazione di fuoco e d'acqua come l'essenza del matrimonio. Pand. l. XXIV, t. 1, leg. 66. Vedi Eineccio, Hist. J. R. n. 317.

245. Cicerone (De officiis, III, 19) non può parlare che per supposizione; ma Sant'Ambrogio (De officiis, III, 2) si appella all'uso de' suoi tempi, che egli conosceva come giureconsulto e come magistrato. Schulting, ad Ulpian. Frag. tit. 22 n. 28, 643, 644.

246. Ne' tempi degli Antonini non si conosceva più il significato delle forme ordinate in caso di un furtum lance licioque conceptum. (Aulo Gellio, XVI, 10). Eineccio (Antiq. rom. l. IV tit. 1 n. 13-21) che le fa derivare dall'Attica, cita Aristofane, lo scoliaste di questo poeta, e Polluce, a sostegno della sua opinione.

247. Nel suo discorso per Murena, Cicerone mette in ridicolo le forme ed i misteri de' legisti, rapportati con più buona fede da Aulo Gellio (Notti Attiche, XX, 10), Gravina (Opp. p. 265, 266, 267) ed Eineccio (Antiq. l. IV t. 6).

248. Pomponio (De origine juris Pandect. l. 1 tit. 2) indica la successione de' giureconsulti romani; ed i moderni hanno fatto prova di sapere e di critica nella discussione di questa parte d'Istoria e di Letteratura. Io mi servii specialmente di Gravina (p. 41-79) e di Eineccio (Hist. J. R. n. 113, p. 351). Cicerone (De Oratore, de Claris orator., de Legibus) e la Clavis Ciceroniana d'Ernesti (sotto il nome di Mucio ecc.) offrono molte particolarità originali e piacevoli. Orazio fa spesso allusione alla laboriosa mattinata de' legisti (Serm. l. 1, 10; epist. 2, 1, 103 ec.).

Agricolam laudat juris legumque peritus

Sub galli cantum consultor ubi ostia pulsat.

· · · · · · · · · · · ·

Romae dulce diu fuit et solemne, reclusa

Mane domo vigilare, clienti promere jura.

249. Sull'arte o scienza della giurisprudenza, Crasso, o piuttosto Cicerone (De oratore, 1, 41, 42) propone una idea che Antonio, il quale era fornito di naturale eloquenza, ma di poca istruzione, affetta (1, 58) di porre in ridicolo. Quest'idea venne in parte effettuata da Servio Sulpicio (in Bruto, c. 41) che Gravina nel suo classico latino loda con elegante varietà (p. 60).

250. Perturbatricem autem omnium harum rerum accademiam, hanc ab Arcesilao et Carneade recentem, exoremus ut sileat, nam si invaserit in haec, quae satis scite instructa et composita videantur, nimis edet ruinas, quam quidem ego placare cupio, submovere non audeo. De legibus, 1, 13. Questo solo passo doveva insegnare a Bentley (Remarks on Free-Thinking, p. 250) quanto Cicerone fosse fermamente attaccato alla speciosa dottrina che egli ha abbellito.

251. Panezio, l'amico del giovine Scipione, fu il primo che in Roma insegnasse la filosofia stoica. Vedi la sua vita nelle Mem. dell'Accad. delle Iscriz. t. 10, p. 75-89.

252. Come è citato da Ulpiano (leg. 40, ad Sabinum in Pandect. l. XLVII, t. 2, leg. 21). Trebazio dopo essere stato giureconsulto di primo ordine, qui familiam duxit, diventò un Epicureo (Cicer. ad Familiares, VII, 5). Forse in questa nuova setta mancò di costanza o di buona fede.

253. Vedi Gravina (p. 45-51) e le frivole obbiezioni di Mascou; Eineccio (Storia I. R. n. 125) cita ed approva una dissertazione di Everardo Otto, de Stoica Jurisconsultorum philosophia.

254. Si citava specialmente la regola di Catone, la stipulazione d'Aquilio, e le formole Manilie, duecento undici massime, e duecento quarantasette definizioni (Pandect. l. I, tit. 16, 17).

255. Leggasi Cicerone, l. I, de Oratore, Topica, pro Murena.

256. Veggasi Pomponio (De origine juris Pandect. l. I, tit. 2 leg. 2 n. 47; Eineccio, ad Instit. l. I tit. 2 n. 8, l. II tit. 25, in Element. et Antiquit.; e Gravina p. 41-45). Sebbene questo monopolio sia stato molto disgustoso, gli scrittori di quell'epoca non se ne lagnano, ed è verisimile che sia stato velato con un decreto del Senato.

257. Ho letto la Diatriba di Gotofredo Mascovio, l'erudito Mascou, (De Sectis Jureconsultorum, Lipsia 1728 in-12, p. 276) dotto trattato sopra un fondo sterile e limitatissimo.

258. Vedi il carattere d'Antistio Labeone in Tacito (Annal. III, 75) e in un'Epistola d'Ateio Capitone (Aulo Gellio, VIII, 12) che accusa il suo rivale di libertas nimia et VECORS. Tuttavia non posso immaginare che Orazio abbia ardito di sferzare un virtuoso e rispettabile senatore, ed amo adottare la correzione del Bentley, il quale legge LABIENO insanior. Serm. I, III, 82. Vedi Mascou, de Sectis, c. 1 p. 1-24.

259. Giustiniano (Instit. I, III tit. 23, e Teofilo, vers. greca, p. 677, 680) ha rammemorato questa gran questione ed i versi d'Omero che si allegarono d'ambe le parti, come autorità. Tale questione fu decisa da Paolo (leg. 33 ad edict. in Pandect. l. XVIII tit. 1 leg. 1). Ecco la sua soluzione: in un semplice cambio non si può distinguere il venditore ed il compratore.

260. I Proculeiani pure abbandonarono questa controversa, sentirono che strascinava seco indecenti ricerche, e furono sedotti dall'afforismo d'Ippocrate che era attaccato al numero settenario di due settimane d'anni, o di settecento settimane di giorni. (Instit. l. 1 tit. 22). Plutarco e gli Stoici (De placit. philosophor. l. V c. 24) danno una ragione più naturale. A quattordici anni περι ην ο σπερματικος κρινεται οῥῥος. Vedi i Vestigi delle Sette in Mascou, c. 9 p. 145-276.

261. Mascou racconta la storia ed il fine di queste differenti Sette (c. 2-7 p. 24-120), e sarebbe quasi ridicolo di lodarlo della sua parzialità fra Sette totalmente estinte.

262. Al primo avviso volò al consiglio, che si tenne sul rombo. Tuttavia Giovenale (Sat. IV, 75-81) chiama questo Prefetto o Podestà di Roma, sanctissimus legum interpres. L'antico Scoliaste dice, che era tanta la sua scienza, che veniva chiamato non un uomo, ma un libro. Egli aveva tolto il suo singolar nome di Pegaso, da una galera di questo nome che suo padre aveva comandato.

263. Tacito, Annal. XVII, 7; Svetonio, in Nerone, c. 37.

264. Mascou, de sectis, c. 8 p. 120-144; de herciscundis, termine di legge che applicavano a que' giureconsulti ecclesiastici. Herciscere è sinonimo di dividere.

265. Vedi il Codice Teodosiano (l. 1 tit. 4) col Comentario del Gotofredo (t. 1 p. 30-35). Questo decreto poteva suscitare discussioni gesuitiche simili a quelle che si trovano nelle Lettere Provinciali: si poteva domandar se un giudice fosse obbligato di seguire, contro il proprio criterio e contro la propria coscienza, l'opinione di Papiniano o della maggioranza, ecc. Del resto un legislatore poteva attribuire a questa opinione, per sè stessa falsa, il valore non già della verità, ma quello della legge.

266. Per tener dietro ai lavori di Giustiniano sulle leggi ho studiato la prefazione delle Instante; la prima, la seconda e la terza prefazione delle Pandette; la prima e la seconda prefazione del Codice, ed il Codice medesimo (l. 1 tit. 17, de veteri jure enucleando). Dopo queste originali testimonianze ho consultato fra i moderni Eineccio (Storia I. R. n. 303-404), Terrasson (Histoire de la Jurisp. rom. p. 295-356), Gravina (Opp. p. 93-100) e Ludewig nella sua vita di Giustiniano (p. 19-123, 318-321: per il Codice e le Novelle p. 209-261, per il Digesto o le Pandette p. 262-317).

267. Sul carattere di Triboniano vedi le testimonianze di Procopio (Persic. l. 1 c. 23, 24; Anecdot. c. 13, 20), e Suidas (tom. III p. 501, ediz. di Kuster). Ludewig (in vit. Justinian. p. 175-209) si affatica per far diventar bianco un Moro.

268. Applico all'istessa persona i due passi di Suida; perchè tutte le circostanze fra di loro perfettamente concordano. Tuttavia i giureconsulti non hanno fatto quest'osservazione, e Fabricio è disposto ad attribuire queste opere a due scrittori. (Bibliot. graec. t. I p. 341; t. II p. 518; t. III p. 418; t. XII p. 346, 353, 474).

269. Questa storia vien riferita da Esichio (de viris illustribus), da Procopio (Aneddoti, c. 13) e da Suida (t. III p. 501). Tale adulazione è dessa incredibile?