400. V. questo trattato, in arabo e in latino, nella Bibliotheca arabico-hispana, tom. II, pag. 105, 106. Ha la data del 4 del mese Regeb, A. II. 94, cioè 5 aprile A. D. 713, il che sembra che prolunghi la resistenza di Teodemiro e il governo di Musa.
401. Il Fleury (Hist. eccles., t. IX, p. 261) ha dato, seguendo l'istoria di Sandoval (p. 87), l'estratto d'altra convenzione segnata A. AE. c. 115 A. D. 734, tra un Capo Arabo ed i Goti e Romani del territorio di Coimbra nel Portogallo. Quivi si fissa la contribuzione delle chiese a venticinque libbre d'oro, quella dei monasteri a cinquanta, delle cattedrali a cento; si dichiara che i cristiani saran giudicati dal loro conte, ma che, negli affari capitali, questi dovrà consultare l'Alcade; che le porte della chiesa saranno chiuse, e i cristiani rispetteranno il nome di Maometto. Non ho sott'occhio l'originale per decidere se sia fondato o no il sospetto che questo scritto sia stato inventato per introdurre le immunità d'un convento del paese.
402. Può paragonarsi questo gran disegno, attestato da vari scrittori Arabi (Cardonne, t. I, p. 95, 96), a quello di Mitridate, di marciare dalla Crimea a Roma, o all'altro di Cesare di conquistare l'oriente, e di tornare dal settentrione in Italia; ma l'impresa eseguita da Annibale supera per avventura quei tre vasti divisamenti.
403. Mi duole assai che siano smarrite due Opere arabe dell'ottavo secolo, una vita di Musa e una poesia sulle vittorie di Tarik, delle quali, se non son perdute, non ho avuto almeno alcuna notizia. La prima di queste, autentiche amendue, era stata composta da un nipote di Musa, sfuggito alla strage della famiglia; e la seconda dal Visir del primo Abdalrahman, Califfo di Spagna, che aveva potuto conversare con qualche veterano di quel conquistatore (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 36-139).
404. Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 32-252. La prima di queste citazioni è tratta da una Biographia hispanica, scritta da un Arabo di Valenza (V. i lunghi estratti che ne dà Casiri, t. II, p. 30-121); e l'ultima da una cronologia generale dei Califfi e delle dinastie Affricane e Spagnuole, con una storia particolare di Granata, tradotta quasi tutta da Casiri (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 177-319). L'autore Ebn-Khateb, nativo di Granata, e contemporaneo di Novairi e di Abulfeda (nacque A. D. 1313, e morì A. D. 1374) era storico, geografo, medico e poeta (t. II, p. 71, 72).
405. Cardonne, Histoire de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, p. 116, 119.
406. Si vede nella biblioteca dell'Escuriale un lungo trattato d'agricoltura composto da un Arabo di Siviglia nel dodicesimo secolo, e Casiri aveva l'intenzione di tradurlo. Reca una lista degli autori Arabi, Greci, Latini, ec. che vi sono citati; ma è molto senz'altro se lo scrittore di Andalusia abbia conosciuto gli ultimi per l'opera del suo concittadino Columella (Casiri, Bibl. arabico-hispana, t. I, p. 323-338).
407. Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 104. Casiri traduce la testimonianza originale dello storico Rasis, tal quale si trova nella Biographia hispanica araba, part. 9; ma stupisco altamente vedendola diretta Principibus coeterisque christianis Hispanis suis Castellae. Questo nome Castellae era ignoto all'ottavo secolo, non avendo cominciato il regno di Castiglia che nel 1022, un secolo dopo Rasis (Bibl. t. II, p. 530); e quel nome indicava non una provincia tributaria, ma una serie di castella non soggette a' Mori (d'Anville, Etats de l'Europe, pag. 166-170). Se Casiri fosse stato buon critico, avrebbe forse schiarito una difficoltà a cui ha dato egli per avventura occasione.
408. Cardonne, t. I, p. 337, 338. Egli valuta questa entrata a centotrenta milioni di franchi. Da questa pittura della pace e prosperità dell'impero de' Mori resta amenizzato il sanguinoso ed uniforme quadro della loro storia.
409. Posseggo per avventura una magnifica ed interessantissima opera non mai posta in vendita, ma dispensata in dono dalla Corte di Madrid, la Bibliotheca arabico-hispana escurialensis, opera ed studio Michaelis Casiri, Syro Maronitae. Matriti, in folio, tomus prior, 1760, tomus posterior, 1770. Questa edizione onora veramente i torchi di Spagna: l'editore indica mille ottocento cinquant'un manoscritto giudiziosamente classificati; e co' suoi lunghi estratti illustra la letteratura musulmana e la storia di Spagna. Non rimane più timore di perdere que' monumenti; ma fu veramente imperdonabile la negligenza di chi non fece questo lavoro avanti l'anno 1671, tempo funesto per l'incendio che divorò la maggior parte della Biblioteca dell'Escuriale, allora doviziosa delle spoglie di Granata e di Marocco.
410. Gli Harbii, che così son detti, qui tolerari nequeunt, furono, 1. quelli che non solo adorano Dio, ma ben anche il sole, la luna, o gl'idoli; 2. gli atei utrique, quamdiu princeps aliquis inter Mohammedanos superest, oppugnari debent donec religionem amplectantur, nec requies iis concedenda est, nec pretium acceptandum pro obtinenda conscientiae libertate (Reland, Dissert. 10, De jure militari Mahommedan., t. III, p. 14). Che teorica austera!
411. Si suppone che l'Autore ciò dica siccome asserito dai seguaci della religion Maomettana, che avevano ed hanno una prevenzione in favore di lei; poichè ogni buon credente sa che le rivelazioni di Mosè, e gli Evangelj hanno i caratteri, ed i segni che mostrano la loro origine divina; nè questi segni e questi caratteri si osservano nella pretesa rivelazione di Maometto. (Nota di N. N.).
412. In una conversazione del Califfo Al-Mamoun cogl'idolatri, o Sabei di Charra, sta chiaramente indicata la distinzione che facevasi tra una Setta proscritta e una tollerata, tra gli Harbii, e il popolo del libro, ossia i credenti d'una rivelazione divina (Hottinger, Hist. orient., p. 107, 108).
413. Vorrà dire l'Autore, che la legge di Maometto fu più generale di quella di Mosè, alludendo alla permessa poligamia: ma risguardando la legge di Mosè, anche come quella soltanto d'un legislatore civile, è certamente più saggia, e più conforme al buon ordine sociale di quella di Maometto; nè vale il porre in campo il clima caldo degli Arabi, perchè anche gli Ebrei abitavano i paesi ad essi vicini. La pretesa folla de' misterj de' Cristiani, erano stati determinati dai Concilj generali, secondo rettissime spiegazioni dell'Evangelio, al sorger che facevano le erronee opinioni particolari, ossia eresie, perciò quei misterj erano già negli evangelj. (Nota di N. N.)
414. Il Zend o Pazend, che è la Bibbia de' Guebri, è da questi, o almeno da' Musulmani annoverata fra' dieci libri che Abramo ricevette dal cielo[*], e la loro religione ha il nome onorevole di religione d'Abramo (d'Herbelot Bibl. orient., p. 701; Hyde, De religione veterum Persarum, c. 13, p. 27, 28, ec.). Temo assai che ci manchi una esposizione pura e libera del sistema di Zoroastro. Il dottore Prideaux (Connection, vol. I, p. 300, in 8) aderisce all'opinione che crede che Zoroastro, durante la cattività di Babilonia, fosse schiavo e discepolo d'un profeta Giudeo. I Persiani che furono i padroni de' Giudei rivendicheranno forse l'onore, miserabile onore, d'essere pure stati loro precettori per le opinioni religiose.
* Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea, della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno Stato: è questa l'opera del tempo. (Nota di N. N.).
415. Le mille ed una Notte Araba, dipintura fedele de' costumi orientali, rappresentano sotto i più odiosi colori i Magi, o adoratori del fuoco a cui rinfacciano il sagrifizio annuo di un Musulmano. Non sussiste la menoma affinità tra le religioni di Zoroastro e quella degli Indi; ma non di rado i Musulmani le confondono, e questo sbaglio è stato una delle cagioni della crudeltà di Timur (Hist. de Timur-Bec, di Cerefedin-Alì-Yezdi, l. V).
416. Vie de Mahomet di Gagnier, t. III, p. 114, 115.
417. Hae tres sectae, judaei, christiani, et qui inter Persas magorum institutis addicti sunt κατ’ εξοχην (per eccellenza) POPULI LIBERI dicuntur (Reland, Dissert., t. III, p. 15). Il Califfo Mamoun confermò questa onorevole distinzione che separava le tre Sette dalla religione indeterminata ed equivoca de' Sabei, sotto lo scudo della quale permettevasi agli amichi politeisti di Charrae il loro culto idolatra (Hottinger Hist. orient., p. 167, 168).
418. Questa curiosa storia è narrata dal d'Herbelot (Bibl. orient., p. 440, 449) su la testimonianza di Condemiro, ed anche dello stesso Mirchond (Hist. priorum regum persarum, etc. p. 9-18, not. p. 88, 89).
419. Mirchond (Mohammed emir Khoondah Shah), nativo di Herat, compose in lingua persiana una storia generale dell'oriente, dalla creazione del Mondo sino all'anno ottocento settantacinque dell'Egira (A. D. 1471). Nell'anno 904 (A. D. 1498), fu fatto bibliotecario del principe, e con questo soccorso pubblicò in sette o dodici parti un'opera che fu commentata, e poi fu ridotta in tre volumi dal suo figlio Condemiro (A. E. 927, A. D. 1520). Petit de la Croix (Hist. de Gengis-Khan, pag. 537, 538, 544, 545) accuratamente ha distinto questi due scrittori confusi dal d'Herbelot (pag. 358, 410, 994, 995). I molti estratti da quest'ultimo pubblicati sotto il nome di Condemiro appartengono al padre piuttosto che al figlio. Lo storico di Gengis-Khan rimanda il lettore ad un manoscritto di Mirchond datogli dal suo amico d'Herbelot. Ultimamente fu stampato in Vienna, 1782, in quarto, cum notis di Bernardo di Jenisch, un curioso frammento in persiano ed in latino (le dinastie Taheriana e Soffariana), e l'editore dà speranza di continuare l'opera di Mirchond.
420. Quo testimonio boni se quidpiam praestitisse opinabantur. Mirchond per altro avrà condannato questo zelo, giacchè approvava la tolleranza legale dei Magi, cui (il tempio del Fuoco) peracto singulis annis censu, uti sacra Mohammedis lege cautum, ab omnibus molestiis ac oneribus libero esse licuit.
421. L'ultimo Mago, che abbia avuto un nome e qualche autorità, sembra essere Mardavige-il-Dilemita, che nel decimo secolo regnava nelle province settentrionali della Persia situate presso il mar Caspio (d'Herbelot, Biblioth. orient., p. 355); ma i Bovidi, suoi soldati e successori, professarono l'Islamismo, oppure l'abbracciarono, ed io porrei la caduta della religione di Zoroastro al tempo della loro dinastia (A. D. 933-1020).
422. Quanto ho esposto dello stato presente de' Guebri nella Persia è tratto dal Chardin, il quale, benchè non sia nè il più dotto, nè il più giudizioso de' viaggiatori moderni, è però quegli che ha posto maggior diligenza nelle ricerche (Voyages en Perse, t. II, p. 109, 179, 187, in 4). Pietro della Valle, Oleario, Thevenot, Tavernier, ec., che indarno ho consultati, non aveano occhi abbastanza esercitati con acutezza sufficiente d'ingegno per ben esaminare questo popolo sì osservabile.
423. La lettera d'Abdoulrahman, governatore o tiranno dell'Affrica, al Califfo Aboul-Abbas, primo degli Abbassidi, ha la data dell'A. E. 132 (Cardonne, Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, p. 168).
424. Bibl. orient., p. 66; Renaudot, Hist. patriar. Alex., p. 287, 288.
425. V. le lettere de' papi Leone IX (epist. 3), Gregorio VII (l. I, epist. 22, 23; l. III, epist. 19, 20, 21), e le annotazioni del Pagi (t. IV, A. D. 1053, n. 14; A. D. 1073, n. 13), il quale ha cercato il nome e il casato del principe Moro, con cui carteggiava sì urbanamente il più superbo de' Papi.
426. Mozarabes o Mostarabes, adscititii, secondo la traduzione di quella parola in latino (Pocock, Specim. Hist. Arabum, p. 39, 40; Bibl. arabico-hispana, t. II, pag. 18). La liturgia mosarabica, tenuta un tempo dalla chiesa di Toledo, è stata dai Papi disapprovata ed esposta alle incerte prove del ferro e del fuoco (Marian., Hist. Hispan., t. I, l. IX, c. 18, p. 378): è scritta in lingua latina, ma nell'undecimo secolo si credè necessario (A. D. 1039) fare una versione in arabo dei canoni dei Concilii di Spagna (Bibl. arabico-hispana, t. I, pag. 547), ad uso dei vescovi e del clero de' paesi soggetti ai Mori.
427. Circa la metà del decimo secolo l'intrepido inviato dell'imperadore Ottone primo rinfacciò al clero di Cordova questa colpevole condiscendenza (Vit. Johann. Gorz, in sec. Benedict. V, n. 115, apud Fleury, Hist. eccles., t. XII, pag. 91).
428. Pagi, Critica, t. IV, A. D. 1149 n. 8, 9. Egli osserva giustamente che quando Siviglia fu ripresa da Ferdinando di Castiglia non vi si trovarono altri cristiani fuorchè i prigionieri, e che la descrizione delle chiese mozarabiche dell'Affrica e della Spagna, datane da Giacomo di Vitry, A. D. 1218 (Hist. Hieros., c. 80, pag. 1095, in gestis Dei per Francos) fu tolta da un libro più antico, e soggiugne che la data dell'Egira 677 (A. D. 1278) debbe applicarsi alla copia, e non all'originale d'un Trattato di giurisprudenza in cui si espongono i dritti civili de' cristiani di Cordova (Bibl. arab.-hisp., t. I, pag. 47), e che i Giudei erano i soli dissidenti che da Abul-Waled, re di Granata (A. D. 1313), potessero essere perseguitati o tollerati (t. II, p. 288).
429. Renaudot, Hist. patriar. Alex., p. 288. Se avesse potuto Leone Affricano, prigioniero in Roma, scoprire il menomo avanzo di cristianesimo nell'Affrica, non avrebbe lasciato di dirlo per far la corte al Papa.
430. Absit (diceano i cattolici al Visir di Bagdad) ut pari loco habeas Nestorianos, quorum praeter Arabas nullus alius rex est, et Graecos quorum reges amovendo Arabibus bello non desistunt, etc. V. nelle Raccolte d'Assemani (Bibl. orient., t. IV, p. 94-101) lo stato dei Nestoriani sotto i Califfi. Nella dissertazione preliminare del secondo volume d'Assemani viene esposto più concisamente quello dei Giacobiti.
431. Eutych., Annal., t. II, pag. 384, 387, 388; Renaudot Hist. patr. Alex., p. 205, 206, 257, 332. Il primo di quei patriarchi Greci poteva essere men fedele agli imperatori e men sospetto agli Arabi, professando in qualche punto l'eresia dei Monoteliti.
432. Motadhed, che regnò dall'A. D. 892 sino al 902. Conservavano tuttavia i Magi il lor nome e il grado fra le religioni dell'impero (Assem., Bibl. orient. t. IV, p. 97).
433. Narra Reland le angarie messe dalla legge e dalla giurisprudenza musulmana sopra i cristiani (Dissert., tom. III, p. 16-29). Eutichio (Annal., t. II, p. 448) e il d'Herbelot (Bibl. orient., pag. 640) accennano gli ordini tirannici del Califfo Motawakkel (A. D. 847-861), i quali sono ancora in vigore. Il greco Teofane racconta, e probabilmente esagera, una persecuzione del Califfo Omar II (Chron., p. 334).
434. S. Eulogio, che fu pure una delle vittime, celebra e giustifica i martiri di Cordova (A. D. 850 ec.). Un sinodo convocato dal Califfo censurò in modo equivoco la lor temerità. Il saggio Fleury, usando la solita moderazione, non può accordare la lor condotta colla disciplina dell'antichità: «Pure l'autorità della chiesa ec.». (Fleury, Hist. eccles., t. X, p. 415-522, e particolarmente p. 451-508, 509). Gli atti autentici di questo sinodo spandono una viva luce, benchè passeggera, sullo stato della chiesa di Spagna nel nono secolo.
435. V. l'articolo Eslamiah (noi diciamo cristianità) nella Bibliothèque orientale (p. 325). Questa carta dei paesi soggetti alla religion musulmana è attribuita all'anno dell'Egira 885 (A. D. 995), ed è di Ebn-Alwardi. Le perdite sofferte dal Maomettismo in Ispagna da quel tempo in poi, si sono bilanciate coi conquisti nell'Indie, nella Tartaria e nella Turchia europea.
436. Nel collegio della Mecca s'insegna come lingua morta l'arabo del Corano. Il viaggiator Danese paragona questo antico idioma al latino; la lingua volgare dell'Hejaz e dell'Yemen all'italiano, e i dialetti arabi della Sorìa e dell'Egitto e dell'Affrica ec. al provenzale, allo spagnuolo, e al portoghese (Niebuhr, Descript. de l'Arabie, p. 74 ec.).
437. Teofane ascrive i sette anni dell'assedio di Costantinopoli all'anno 673 dell'Era cristiana (primo settembre 665 dell'Era Alessandrina), e la pace dei Saracini quattro anni dopo; contraddizione manifesta che il Petavio, il Goar e il Pagi (Critica, t. IV, p. 63, 64) si sono ingegnati di togliere. Fra gli Arabi, Elmacin registra l'assedio di Costantinopoli all'anno 52 dell'Egira (A. D. 672, 8 gennaio), e Abulfeda, i calcoli del quale sono a mio giudizio più esatti e più credibile l'asserzione, nell'anno 48 (A. D. 668, 20 febbraio).
438. V. sul primo assedio di Costantinopoli Niceforo (Breviar., p. 21, 22), Teofane (Chronograph., p. 294), Cedreno (Compend., p 437), Zonara (Hist., t. II, l. XII, p. 89), Elmacin (Hist. Saracen., pag. 56, 57), Abulfeda (Annal. Moslem., p. 107, 108, vers. Reiske), d'Herbelot (Biblioth. orient., Constantinah), Ockley (Hist. of the Saracens, v. II, p. 127, 128).
439. Si troverà lo stato e la difesa dei Dardanelli nelle Memorie del Barone di Tott (tom. III, pag 39-97), che era stato inviato per fortificarli contro i Russi. Mi sarei aspettato da un attore de' principali qualche più esatta particolarità: ma pare che egli scriva più per dilettare che per istruire i lettori. Forsechè quando s'accostarono gli Arabi, il ministro di Costantino, come quello di Mustafà, non fosse distratto a trovare due canarini che cantassero precisamente la stessa nota.
440. Demetrio Cantemiro, Hist. de l'empire ottom., p. 105, 106; Ricaut, Etat de l'empire ottom., p. 10, 11; Voyages de Thevenot, part. I, p. 189. I cristiani supponendo che dai Musulmani si confonda frequentemente il martire Abu-Ayub col patriarca Giob, invece di provare l'ignoranza de' Turchi danno a divedere la propria.
441. Teofane, quantunque Greco, è degno di fede per questi tributi (Chronogr., p, 295, 296, 300, 301) che sono, con qualche divario, raffermati dall'istoria araba di Abulfaragio (Dynast., p. 128, ver. del Pocock).
442. La critica di Teofane è giusta ed espressa energicamente, την Ρωμαικην δυναστειαν ακρωτηριασας.... πανδεινα κακα πεπονθεν η Ρωμανια υπο των Αραβων μεχρι του νυν, mutilando la dinastia ottomana.... la Romania ebbe a sostenere ogni sorta di mali sotto gli Arabi sino a questi giorni (Chronog. p. 302, 303). La serie di quegli avvenimenti si può raccogliere dagli annali di Teofane, e dal compendio del Patriarca Niceforo, p. 22, 24.
443. Queste rivoluzioni sono scritte in uno stile chiaro e schietto nel secondo volume dell'istoria dei Saracini composta da Ockley (p. 233-370). Non solo dagli autori stampati, ma dai manoscritti arabi d'Oxford ha tratto molti materiali; avrebbe potuto cercare là entro molto di più se fosse stato rinchiuso nella biblioteca Bodleiana, invece d'essere nella prigion della città, destino troppo indegno d'un tal uomo e del suo paese.
444. Elmacin, che pone il conio delle monete arabe (A. E. 76, A. D. 695) cinque o sei anni più tardi che gli storici greci, ha confrontato il peso del dinaro d'oro, del maggiore e del comune prezzo, colla dramma o dirhem d'Egitto (p. 77), equivalente a circa due pennies 48 grani del peso inglese (Hooper's Inquiry into ancient measures, p. 24-36), o a circa otto scellini. Si può conchiudere, attenendosi ad Elmacin e ai medici arabi, che v'erano dinari anche del valore di due dirhem, e altri che non valevano che un mezzo dirhem. La moneta d'argento era il dirhem in peso e in valore; ma una bellissima, ancorchè antica, coniata a Waset (A. E. 88), e conservata nella biblioteca Bodleiana, è di quattro grani inferiore al campione del Cairo (V. l'Histoire universelle moderne, t. I, p. 548 della traduzione francese).
445. Και εκωλυσε γραφεσθαι ελληνισι τους δημοσιους των λογοθεσιων κωδικας, αλλ’Αραβιοις αυτα παρασεμαινεσθαι χωρις των ψηφων, επνδη αδυνατον τη εκεινων γλωσση μοναδα, η δυαδα, η τριαδα η οκτω ημισυ η τρια γραφεσθαι, e proibì di scrivere in greco i registri pubblici dei conti, ma d'indicarli in lettere arabe separatamente, poichè era impossibile scrivere l'unità, la dualità, il terno, l'otto e mezzo, o il tre in quella lingua. (Teofane, Chronograph., p. 314). Questo difetto, se v'era realmente, avrà stimolato gli Arabi ad inventare, o a pigliare in prestito un altro metodo.
446. Secondo un nuovo sistema assai probabile, messo in campo dal signor di Villoison (Anecdota Graeca, t. II, p. 152-157), le nostre cifre non furono inventate nè dagli Indiani, nè dagli Arabi, ma erano usate dagli aritmetici greci e latini molto prima del secolo di Boezio. Quando sparvero le lettere dall'occidente, quelle cifre furono adoperate dagli Arabi che traduceano i manoscritti originali, e i Latini le usarono di nuovo verso l'undecimo secolo.
447. Secondo la divisione dei Themi o province descritte da Costantino Porfirogenito (De thematibus; t. I, pag. 9, 10), l'Obsequium, denominazion latina dell'esercito o del palagio, era nell'ordine pubblico il quarto. La metropoli era Nicea che stendea la sua giurisdizione dall'Ellesponto ai paesi addiacienti della Bitinia e della Frigia. (V. le carte che dal Delisle son poste avanti l'Imperium orientale del Banduri).
448. Il Califfo avea mangiato due pannieri d'ova e di fichi, cui divorava alternativamente, e avea finito il pasto con un composto di midolla, e di zuccaro. In una delle sue peregrinazioni alla Mecca mangiò Solimano in una volta diciassette melegranate, un capretto, sei polli, e gran quantità di uve di Tayef. Se la minuta del pranzo del sovrano dell'Asia è veramente esatta, bisogna ammirarne più l'appetito che il lusso (Abulfeda, Annal moslem. p. 128).
449. V. l'articolo di Omar Ben-Abdalaziz, nella Bibliothèque orientale (p. 689, 690); praeferens, dice Elmacin (p. 91), religionem suam rebus suis mundanis. Era tanto ansioso di andare al soggiorno della divinità che fu inteso una volta affermare, che non vorrebbe nemmeno incomodarsi a bagnar di olio l'orecchio per guarire dalla sua ultima malattia. Non avea che una camicia, e, in tempo che il lusso s'era introdotto fra gli Arabi, non ispendeva più di due dramme all'anno (Abulfaragio, p. 131); haud diu gavisus eo principe fuit orbis Moslemus (Abulf., p. 127).
450. Niceforo e Teofane convengono in dire che fu levato l'assedio di Costantinopoli il 15 agosto (A. D. 718). Ma assicurando il primo, che è il più degno di fede, aver durato 13 mesi, si sarà ingannato il secondo asserendo, che cominciò nell'anno precedente nello stesso giorno. Non vedo che il Pagi abbia notata questa contraddizione.
451. Sul secondo assedio di Costantinopoli ho seguito Niceforo (Brev. p. 33-36), Teofane (Chronogr. p. 324-334), Cedreno (Compend., p. 449-452), Zonara (t. II. p. 98-102) Elmacin (Hist. Sarac. p. 88), Abulfeda (Ann. moslem, p. 126), e Abulfaragio (Dynast. p. 130), autore arabo che appaga di più i lettori.
452. Carlo Dufrène Ducange, guida sicura ed istancabile pel medio evo e per la storia di Bisanzio, ha trattato del fuoco greco in molti luoghi de' suoi scritti, e non rimane speranza di spigolare molti fatti dopo di lui. V. in particolare Glossar. med. et infim. graecitat., page 1275, sub voce τνρ θαλασσιον υγρον fuoco marino liquido. Gloss. med. et infim. latin. ignis graecus; Observations sopra Villehardouin, p. 305, 307; Observations sopra Joinville, p. 71, 72.
453. Teofane lo chiama αρχιτεχτων architetto (p. 295); Cedreno (p. 437) fa venire quell'artista da Eliopoli (dalle rovine d'Eliopoli) in Egitto; e diffatti la chimica si studiava particolarmente dagli Egiziani.
454. Dietro una debole autorità, ma una verosimiglianza fortissima, si suppone che la nafta, l'oleum incendiarium della storia di Gerusalemme (Gest. Dei per francos, pag. 1167), la fonte orientale di Giovanni di Vitry (lib. III c. 84), entrasse nella composizione del fuoco greco. Cinnamo (l. VI, p. 165) chiama il fuoco greco πυρ Μηδικον fuoco Medo; e si sa esservi gran quantità di nafta tra il Tigri e il mar Caspio. Plinio (Hist. nat., II, 109) dice che la nafta servì alla vendetta di Medea, e secondo l'una o l'altra etimologia Ελαιον Μηδιας o Μηδειας olio di Media o di Medea (Procopio De bell. Gothic., l. IV, c. II) può significare questo bitume liquido.
455. V. sulle varie specie d'olio e di bitumi i Saggi chimici (v. V, saggio I) del dottor Watson (ora vescovo di Landaff). Questo libro classico è di tutti quelli che conosco il più atto a diffondere il gusto e le cognizioni della chimica. Le idee men perfette che ne avevano gli antichi si trovano in Strabone (Geograf. l. XVI, p. 1078), e in Plinio (Hist. nat., II p. 108, 109); huic (Naphtae) magna cognatio est ignium, transiliuntque protinus in eam undecunque visam. Otter (t. I, pag. 153-158), è quello tra i nostri viaggiatori che in questa materia mi soddisfa di più.
456. Anna Comnena ha squarciato in parte questo velo. Απο της πευκης, και αλλων τινων τοιουτων δενδρων αειθαλων συναγεται δακρυον ακαυστον. Τουτο μετα θειου τριβομενον εμβαλλετα, εις αυλισκους καλαμων και εμφυσαται παρα του παιξοντος λαβρω και συνεχει πνευματι. Dalla pece e da altri consimili alberi, sempre verdi, si raccoglie una stilla non ardente. Questa pestata col zolfo si lancia nei tubi delle canne, e si soffia colla bocca ed esce col fiato. (Alexiad. l. XIII, pag. 383). Altrove ella fa menzione della proprietà d'ardere κατα το πρανες και εφ’ εκατερα nel piano e dalle bande. Leone, al capo decimonono della sua Tattica (Opera Meursii, t. VI, p. 843, ediz. del Lami, Firenze 1745), parla della nuova invenzione del πυρ μετα βροντης και καπνου fuoco con fragore e con fumo. Queste sono testimonianze originali e di persone d'alto affare.
457. Costantino Porfirogenito, De administratione imperii, c. 13, p. 64, 65.
458. Histoire de saint Louis, p. 39, Parigi, 1688; p. 44, Parigi, dalla stamperia reale 1761. Per le osservazioni del Ducange è preziosa la prima di queste edizioni, e la seconda per la purezza del testo del Joinville. Il quale è l'unico autore che ne insegni come i Greci, coll'aiuto d'una macchina che operava come la fionda, lanciavano il fuoco greco dietro un dardo o una chiaverina.
459. Sia vanità sia smania di contendere l'altrui fama la più fondata, si sono indotti alcuni moderni a fissare prima del quattordicesimo secolo la scoperta della polvere da schioppo (V. sir William Temple, Dutens ec.), e quella del fuoco greco prima del settimo secolo. (V. il Sallustio del presidente de Brosses t. II, p. 381); ma le testimonianze da essi citate, anteriori all'epoca a cui si assegnano queste scoperte, sono di rado chiare e satisfacenti, e si può dubitare di frode, e di credulità negli scrittori successivi. Gli antichi negli assedii facevano uso di combustibili che contenevano olio e zolfo, e il fuoco greco per la qualità, e per gli effetti ha qualche somiglianza colla polvere da schioppo. Intanto la prova più difficile da eludere sull'antichità della prima scoperta sta in un passo di Procopio (De bell. goth. l. IV, c. 11); e su quella della seconda in alcuni fatti della storia di Spagna al tempo degli Arabi (A. D. 1249, 1312, 1332, Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 6, 7 e 8).
460. Il monaco Bacone, quell'uomo straordinario, rivela due delle sostanze che entrano nella polvere da schioppo il salnitro e il zolfo; e nasconde la terza sotto una frase di gergo misterioso, quasi temesse la conseguenza della sua scoperta (Biographia britannica, vol. I, p. 430, quarta edizione).
461. V. sull'invasion della Francia, e la sconfitta degli Arabi per opera di Carlo Martello, l'Historia Arabum (c. II, 12, 13, 14) di Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo, che avea sotto gli occhi la cronaca cristiana di Isidoro Pacense, e l'istoria dei Maomettani scritta dal Novairi. I Musulmani tacciono o in poche parole fan cenno della loro perdita: ma il signor Cardonne (t. I, pag. 129, 130, 131) ha fatto un racconto puro e genuino di quanto ha potuto attingere dalle opere di Ibn-Halikan, di Hidjazi, e d'un anonimo. I testi delle cronache di Francia e delle vite dei Santi stanno nella raccolta del Bouquet (t. III) e negli annali del Pagi (t. III), il quale ha riordinata la cronologia sulla quale gli annali del Baronio s'ingannano di sei anni. Si scorge più sagacità e spirito che verace erudizione negli articoli Abderamo e Manuza del dizionario del Bayle.
462. Eginhart, De vita Caroli magni, c. 2, pag. 13-18, edizione di Schmink, Utrecht, 1711. Qualche critico moderno accusa il ministro di Carlo Magno d'aver esagerata la debolezza dei Merovingi; ma le sue osservazioni generali sono esatte, e i lettori francesi godran sempre di ripetere i bei versi del Leggio di Boileau.
463. Mamaccae sulla Oisa, tra Compiègne e Noyon, chiamato da Eginhart perparvi redditus villam (vedi le Note della carta dell'antica Francia nella raccolta di Don Bouquet). Compendium, o Compiègne, era un palagio più maestoso (Adriano Valois, Notitia Galliarum, p. 159); e l'abate Galliani, quel sì gioviale filosofo, potè dire con verità (Dialogues sur le commerce des blés) che era la residenza dei re cristianissimi e capellutissimi.
464. Anche prima che fosse fondata questa colonia, A. U. C. 630 (Velleio Patercolo, I, 15) ai tempi di Polibio (Hist. t. III, pag. 263, ediz. di Gronov.). Era Narbona una città celtica di primo ordine, ed uno dei luoghi più settentrionali del Mondo allora conosciuto (d'Anville, Notice de l'ancienne Gaule, p. 473).
465. Non sempre i Santi fanno miracoli, e possono anche lasciare di farne in causa propria. (Nota di N. N.)
466. Rodrigo Ximenes rimprovera ai Saracini di avere violato il santuario di S. Martino di Tours. Turonis civitatem, ecclesiam et palatia vastatione et incendio simili diruit et consumpsit. Il continuator di Fredegario non rimprovera loro che l'intenzione: ad domum beatissimi Martini evertendam festinant; at Carolus, etc. L'annalista francese era più tenero dell'onore del Santo.
467. Non sembra potersi negare, che, se gli Arabi avessero continuato ed assodato le loro conquiste fatte in Francia nel principio dell'ottavo secolo, non s'insegnerebbe in Francia, in Germania, in Italia, ed in Oxford la religione di Maometto, giacchè avevano annientato la religione cristiana nelle conquistate province affricane, e volti i popoli con varj mezzi e coll'educazione a professare la religione de' vincitori, siccome han fatto i Cristiani conquistatori dell'Allemagna intorno al principio del secolo nono, e di molte province vaste d'America nel decimosesto; ma il buon credente deve pensare, che Gesù Cristo, che assiste sempre in un modo invisibile i suoi seguaci, avrebbe protetto la sua religione. I conquistatori nei tempi passati volevano, che i popoli vinti adottassero la lor religione, e la prosperità dell'armi seco traeva quella del culto dei vincitori; ma i progressi del sapere seco condusse la tolleranza reciproca delle opinioni religiose, ed un popolo vinto, o passato ad altro dominio, è sicuro di conservare il suo culto qualunque egli sia. Crediamo poi, che i mali della guerra recati all'Europa dagli Arabi sieno stati molto minori di quelli ch'ella ebbe a soffrire dopo quell'epoca fino alla fine del regno di Luigi XIV. D'altronde l'Europa ignorantissima ne' tempi della grande prosperità e potenza degli Arabi, fu da essi istruita specialmente nelle matematiche, nell'astronomia, e nella medicina; beneficio che compensò di gran lunga i mali della guerra. (Nota di N. N.)
468. Dubito per altro se le moschee d'Oxford avrebbero prodotto un'Opera tanto elegante e ingegnosa di controversia quanto lo sono le prediche ultimamente fatte (at Bampton's lectures) dal sig. White, professore di lingua araba. Le osservazioni che fa sull'indole e la religion di Maometto sono con bell'arte adattate al suo subbietto, e generalmente fondate sulla verità e sulla ragione. Egli fa la figura d'un avvocato pieno di spirito e d'eloquenza, ed ha talora i pregi d'uno storico e d'un filosofo.
469. Gens Austriae membrorum preeminentia valida, et gens Germana corde et corpore praestantissima, quasi in ictu oculi manu ferrea et pectore arduo Arabes extinxerunt. (Rodrigo di Toledo, c. 14).
470. Son questi i conti di Paolo Warnefrid, diacono d'Aquileia (De gestis Langobard., l. VI, p. 921, ediz. di Grozio) e d'Anastasio, bibliotecario della chiesa Romana (in vit. Gregorii II): parla quest'ultimo di tre spugne miracolose, che rendettero invulnerabili i soldati francesi che le aveano spartite fra loro. Sembrerebbe che nelle sue lettere al Papa si usurpasse Eude l'onore della vittoria; tale è il rimprovero che gli fanno gli annalisti francesi, i quali l'accusano falsamente ancor essi d'aver chiamato i Saracini.
471. Pipino, figlio di Carlo Martello, ripigliò Narbona e il resto della Settimania A. D. 755 (Pagi Crit., t. III, p. 300). Trentasette anni dopo, fecero gli Arabi una scorreria in questa parte della Francia, e impiegarono i prigionieri alla costruzione della moschea di Cordova (De Guignes, Hist. des Huns, t. I, P. 354).
472. Non è da meravigliarsi, che in quei tempi si scrivessero, e si spacciassero simili cose; la storia dei secoli di mezzo n'è piena; l'interesse od il fanatismo le dettava, e l'ignoranza e la stupidità le avvalorava, e le accettava. Ciò nulla ha a fare coll'intrinseco della religione cristiana tanto nella parte dogmatica, che nella parte morale. (Nota di N. N.)
473. Questa lettera pastorale diretta a Luigi il Germanico, nipote di Carlo Magno, è probabilmente composta dall'astuto Hincmar, ha la data dell'anno 858, ed è segnata dai vescovi delle province di Reims e di Rouen (Baronio, Annal. eccles., A. D. 741; Fleury Hist. eccles., t. X, p. 514, 516). Baronio stesso, per altro, e i critici francesi rigettano con disprezzo questa favola inventata dai vescovi.
474. I cavalli e le selle che avean portato le sue mogli furono uccisi ed arsi, per timore che non fossero montati poi da un uomo. Mille e dugento muli, o cammelli, erano destinati al servizio della cucina, ove si consumavano ogni giorno tremila pani, cento agnelli, senza parlare de' buoi, del pollame ec. Abulfaragio (Hist. dynast. p. 140).
475. Al-Hemar. Egli era stato governator della Mesopotamia, e in un proverbio arabo vien lodato il coraggio di quegli asini guerrieri, che mai non fuggono davanti al nemico. Questo soprannome di Merwan può giustificare la nota similitudine d'Omero (Iliade, A. 557, etc.), e il soprannome e la citazione Omerica devono impor silenzio ai moderni, che riguardan l'asino come una emblema di stupidità e di bassezza (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 558).
476. Quattro città d'Egitto portano il nome di Busir, o Busiride, sì famoso nelle favole greche. La prima, in cui fu morto Merwan, sta all'occidente del Nilo, nella provincia di Fium o d'Arsinoe, la seconda nel Delta, nel Nomo Sebennitico, la terza presso le Piramidi, e la quarta, che fu distrutta de Diocleziano (V. il Capitolo XIII di quest'opera), è nella Tebaide. Ecco una nota del dotto, ed ortodosso Michaelis: Videntur in pluribus Aegypti superioris urbibus Busiri Coptoque arma sumpsisse christiani, libertatemque de religione sentiendi defendisse, sed succubuisse, quo in bello Coptus et Busiris diruta, et circa Esnam magna strages edita. Bellum narrant, sed causam belli ignorant scriptores Byzantini, alioqui Coptum et Busirim non rebellasse dicturi, sed causam christianorum suscepturi (Nota 211 p. 100). V. sulla geografia delle quattro Busiridi, Abulfeda (Descript. Aegypt., p. 9, vers. Michaelis, Gottingue, 1776, in-4), Michaelis (Not. 122-127, p. 58-63) e d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 85-147-205).
477. V. Abulfeda (Annal. moslem. p. 136-145), Eutichio (Annal., t. II, p. 392, vers. Pocock), Elmacin (Hist. Saracen., pag. 109-121), Abulfaragio (Hist. dynast. p. 134-140), Rodrigo di Toledo (Historia Arabum, c. 18 p. 33), Teofane (Chronographie, p. 356, 357, che parla degli Abbassidi sotto il nome di Χωρασανιται Corasaniti e di Μαυροφοροι Maurofori) e la Biblioth. d'Herbelot, articoli Ommiades, Abbassides, Maerwan, Ibrahim, Saffah, Abou-Moslem.
478. Si consulti sulla rivoluzione di Spagna, Rodrigo di Toledo (c. 18, pag. 34, ec.), la Bibliotheca arabico-hispana (t. II, p. 30, 198) e Cardonne (Hist. de l'Afriq. et de l'Esp., t. I, p. 180-197, 205, 272, 323, ec.).
479. Io non confuterò gli errori bizzarri, nè le chimere di Sir William Temple (Oeuvres, v. III, p. 372-374, ediz. in 8), nè del Voltaire (Hist. générale, c. 28, tom. II, p. 124, 125, ediz. di Losanna) sulla division dell'impero de' Saracini. Gli errori del Voltaire provengono da difetto di notizie e di riflessione: ma sir William fu tratto in inganno da un impostore Spagnuolo, che ha inventato una storia apocrifa del conquisto della Spagna fatto dagli Arabi.
480. Il geografo d'Anville (l'Euphrate et le Tigre, p. 121-123) e il d'Herbelot (Biblioth. orient., p. 167, 168) bastano a dar a conoscere Bagdad. I nostri viaggiatori Pietro della Valle (t. I, p. 688-698), Tavernier (t. I, p. 230-238), Thevenot (part. II, p. 209-212), Otter (t. I, p. 162-168) e Niebuhr (Voyage en Arabie, t. II, p. 239-271) non la videro che decaduta; e per quanto io so, il geografo di Nubia (p. 204) e l'Ebreo Beniamino di Tudela (Itinerarium, p. 112-123, di Const. imperatore, apud Elzevir 1633), sono i soli scrittori che vedessero Bagdad sotto il regno degli Abbassidi.
481. Si posero le fondamenta di Bagdad, A. E. 145 (A. D. 762). Mostasem, ultimo degli Abbassidi, venne in balìa dei Tartari che lo mandarono a morte, A. E. 656 (A. D. 1258, 20 febbraio).
482. Medinat al Salem, Dar al Salam. Urbs pacis, o Ειρηνοπολις (Irenopoli), secondo la denominazione ancor più elegante che le han data i scrittori Bizantini. Non van d'accordo gli autori sull'etimologia di Bagdad; ma convengono che la prima sillaba in lingua persiana significa un giardino di Dad, eremita cristiano, la cella del quale era la sola abitazione che fosse nel sito ove si fabbricò la città.
483. Reliquit in aerario sexcenties millies mille stateres, et quater et vicies millies mille aureos aureos. (Elmacin, Hist. Saracen. p. 126). Ho valutato le pezze d'oro per otto scellini, ed ho supposto che la proporzione dell'oro all'argento fosse di dodici a uno: ma non mi fo mallevadore delle quantità numeriche di Erpenio; i Latini non vagliono più dei Selvaggi nei calcoli aritmetici.
484. D'Herbelot p. 638; Abulfeda (p. 154) nivem Meccam apportavit, rem ibi aut nunquam aut rarissime visam.
485. Descrive Abulfeda, (pag. 184-189) la magnificenza e la liberalità d'Almamon. Il Milton fece allusione a quest'uso orientale:
«Ovvero ai luoghi ove il pomposo oriente, colla opulenta sua mano, versa sopra i suoi re l'oro e le perle della Barbarìa».
Mi son valso dell'espression moderna di lotto per tradurre li missilia degli imperadori Romani, i quali davano un premio o un lotto a chi lo coglieva quando era gettato in mezzo alla folla.
486. Quando Bell d'Antermony (Travels, vol. I; pag. 99) accompagnò l'ambasciador Russo all'udienza dello sventurato Shah Hussein di Persia, furon condotti nella sala dell'assemblea due leoni, per far mostra del potere che aveva il monarca sugli animali più feroci.
487. Abulfeda, p. 237: d'Herbelot, p. 590. Quell'ambasciator Greco giunse a Bagdad A. D. 917. Nel passo d'Abulfeda mi son servito, con qualche cangiamento, della traduzione inglese del dotto ed amabile sig. Harris di Salisbury (Philological Enquiries, 364, 365).
488. Cardonne, Hist. de l'Afr. et de l'Esp., t. I, p. 330-336. La descrizione e le incisioni dell'Alhambra, che si trovano nei Voyages de Swinburne (p. 171-188, in ingl.), danno una vera idea del gusto e dell'architettura degli Arabi.
489. Cardonne, t. I, pag. 329, 330. I detrattori della vita umana citeranno in aria di trionfo questa confessione, i lamenti di Salomone sulle vanità del mondo (V. il poema verboso ma eloquente di Prior) e i dieci giorni felici dell'imperatore Seghed (Rambler, n. 204, 205); spesso sono smodati i loro disegni, e rare volte imparziale il lor modo di valutarli. Se mi è lecito parlar di me (il sol uomo di cui posso con certezza parlare), i miei giorni felici han superato di molto il piccol numero indicatoci dal Califfo di Spagna, a continuano tuttavia; nè temerò di aggiungere, che il piacere che io provo a comporre quest'Opera ha una gran parte nel conto de' miei giorni beati.
490. Il Gulistan (pag. 239) narra la conversazione di Maometto e d'un medico (Epistol. Renaudot, in Fabricio, Bibl. graec., t. I, p. 814). Il Profeta esso stesso era versato nell'arte della medicina, e il Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 394-405) ha fatto un estratto degli aforismi che sussistono sotto il suo nome.
491. V. le particolarità di questa curiosa architettura delle api in Réaumur (Hist. des Insectes, t. V., Memoria 8). Questi esagoni son terminati da una piramide. Un matematico ha cercato quali angoli dei tre lati d'una tal piramide adempirebbero al dato fine colla minor quantità di materie possibili, ed ha determinato il più grande in 109°, 26′, e il più piccolo in 70°, 34′. La misura che seguono le api è di 109°, 28′, e di 70°, 32′. Questa perfetta concordanza non fa onore per altro al lavoro se non a danno dell'artista, poichè le api non conoscono la geometria trascendente.
492. Saied-Ebn-Ahmed, Cadì di Toledo, che morì A. E. 462, A. D. 1069, ha somministrato ad Abulfaragio (Dynast. p. 160) questo passo singolare, come pure il testo dello Specimen Historiae Arabum del Pocock. Alcuni aneddoti letterari sui filosofi e i medici ec., vissuti sotto ogni Califfo, formano il primario pregio delle dinastie di Abulfaragio.
493. Questi aneddoti letterari sono tratti dalla Bibliotheca arabico-hispana (t. II, p. 38, 71, 201, 202), da Leone Affricano (De Arab. medicis et philosophis, in Fabrizio, Bibl. graec., t. XIII, p. 259-298, ed in particolare p. 274), da Renaudot (Hist. patriar. Alex. p. 274, 275, 536, 537), e dai Remarques chronologiques d'Abulfaragio.
494. Il Catalogo arabo dell'Escuriale darà un'idea giusta della proporzion delle classi. Nella biblioteca del Cairo, i manoscritti d'astronomia e di medicina eran da seimila e cinquecento, con due bei globi, uno di bronzo e l'altro d'argento (Bibl. arab.-hispana, t. I, p. 417).
495. Vi si è trovato, per esempio, il quinto, sesto e settimo libro (manca sempre l'ottavo) delle Sezioni coniche d'Apollonio Pergeo, stampati poi, nel 1661, secondo il manoscritto di Firenze (Fabr. Bibl. graec. t. II, p. 559). I dotti per altro possedevano già il quinto libro indovinato e rinnovato dal Viviani (V. il suo elogio nel Fontenelle, t. V, p. 59 ec.).
496. Il Renaudot (Fabricio, Bibl. graec. t. I, p. 812, 816) discute in un modo veramente filosofico il pregio di queste versioni arabe piamente difese dal Casiri (Bibliot. arab.-hisp. t. I, p. 238-240). La maggior parte delle traduzioni di Platone, d'Aristotile, d'Ippocrate, di Galeno ec., che viveva in Corte dei Califfi di Bagdad, e che morì A.D. 876. Era Capo d'una scuola o d'un'officina di traduttori, e van sotto il suo nome le Opere dei suoi discepoli. V. Abulfaragio (Dynast., p. 88, 113, 171-174, et apud Assemani, Bibl. orient., t. II, p. 438), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 456), Assemani (Bibl. orient., t. III, pag. 164) e Casiri (Bibl. arabico-hispana t. I, p. 238 ec., 251, 286-290; 302-304, ec.).
497. V. Il Moshemio, Instit. Hist. eccles., p. 181, 214, 236, 257, 315, 338, 396, 438 ec.
498. Il Commentario più elegante su le categorie o su i predicamenti d'Aristotile è quello che si trova nei Philosophical arrangements del signor Giacomo Harris (Londra 1775 in 8), il quale si ingegna di ravvivare lo studio delle lettere e della filosofia dei Greci.
499. Abulfaragio, Dynast., p. 81-222; Bibl. arab.-hispan., t. I, p. 370, 371. In quem (dice il Primate de' Giacobiti) si immiserit se lector, oceanum hoc in genere (algebrae) inveniet. Non si sa in qual tempo abbia vissuto Diofanto d'Alessandria. Ma sussistono ancora i suoi sei libri, e sono stati spiegati dal Greco Planude, e dal Francese Meziriac (Fabricio, Bibl. graec., t. IV, p. 12-15).
500. Abulfeda (Annal. moslem., p. 210, 211, vers. Reiske) descrive questa operazione dietro la scorta di Ibn-Challecan e de' migliori storici. Questo grado misurato esattamente era di dugentomila cubiti regi, ossia assemiti; misura che gli Arabi avean tolta dai libri divini, e dagli usi della Palestina e dell'Egitto; questo antico cubito si vede quattrocento volte sopra ogni lato della base della gran piramide, e indica, per quanto pare, le misure primitive e universali dell'oriente (V. la Metrologia del laborioso sig. Paucton, p. 101, 195).
501. V. le Tavole astronomiche d'Ulugh-Begh, colla Prefazione del dottor Hyde, nel primo volume del suo Syntagma dissertationum, Oxford, 1767.
502. Albumasar e i migliori astronomi arabi convenivano della verità dell'astrologia, e attigneano le loro predizioni più sicure, non già da Venere e Mercurio, ma da Giove e dal Sole. (Abulfaragio Dynast., p. 161-163). V. sullo stato e sui progressi dell'astronomia in Persia il Chardin (Voyages t. III, p. 162-283).
503. Bibl. arabico-hispana, t. I, pag. 438. L'autore originale narra un'istoria faceta d'un pratico ignorante, ma senza malizia.
504. Nel 956, Sancio il Grasso, re di Leone, fu guarito dai medici di Cordova. (Mariana, l. VIII, c. 7; t. I, p. 318).
505. Muratori discute, da quell'uomo dotto e giudizioso che egli era, (Antiquit. Ital. med. aevi, t. III, p. 932-940) ciò che si riferisce alle scuole di Salerno, e alla introduzione della dottrina degli Arabi in Italia (V. pure Giannone, Istoria civile di Napoli t. II, p. 119-127).
506. V. una bella descrizione dei progressi dell'anatomia, in Wotton, (Reflections on ancient and modern learning, p. 208-256). I begli ingegni hanno indegnamente assalita la sua riputazione nella controversia del Boyle e del Bentley.
507. Bibliot. arab.-hispan. t. I, p. 275. Al-Beithar di Malaga, il più grande dei lor botanici, avea viaggiato in Affrica, nella Persi e nell'India.
508. Il dottor Watson (Elements of chemistry, v. I, p. 17 ec.) consente che i progressi degli Arabi nella chimica erano veramente opera loro: egli cita non ostante la modesta confessione del celebre Geber, scrittore del nono secolo (d'Herbelot p. 387), il quale diceva d'aver ricavato dagli antichi Saggi la maggior parte delle sue cognizioni, forse sulla trasmutazione de' metalli. Qual che fosse l'origine o la vastità del loro sapere, sembra che le arti della chimica e dell'alchimia fossero diffuse nell'Egitto tre secoli almeno prima di Maometto (Wotton's Reflections, p. 121-133; Paw, Recherches sur les Egyptiens et sur les Chinois, t. I, p. 376-429).
509. Abulfaragio (Dynast., p. 26-148) cita una version siriaca dei due poemi d'Omero, fatta da Teofilo, Maronita cristiano del monte Libano, il quale professava l'astronomia in Roha o Edessa sulla fine dell'ottavo secolo: la sua Opera sarebbe una curiosità letteraria. Ho letto in qualche luogo, ma senza crederlo, che Maometto II traducesse in lingua turca le Vite di Plutarco.
510. Ho letto con gran piacere il commentario latino di Sir William Jones sulla poesia asiatica (Londra 1774 in 8), che quest'uomo maraviglioso, per la sua cognizione sulle lingue, pubblicò in gioventù. Oggi, che il suo gusto e il suo ingegno sono perfettamente maturi, scemerebbe per avventura un poco gli elogi così caldi ed anche esagerati, che egli dà alla letteratura degli orientali.
511. È stato accusato Averroe, un de' filosofi Arabi, d'avere sprezzate le religioni dei Giudei, dei Cristiani e dei Musulmani (V. il suo articolo nel Dizionario di Bayle): certamente ognuna di queste religioni direbbe che fu ragionevole il suo disprezzo, eccetto che nella parte che la concerne.
512. D'Herbelot, Bibl. orient., p. 546.
513. Θεοφιλος ατοπον κρινας ει την των οντων γνωσιν, δι ην το Ρωμαιων γενος θαυμαζεται εκδοτον ποιησει τοις εθνεσι, etc. Stimando Teofilo cosa inopportuna se comunicasse ai Gentili la cognizione degli Enti per cui sono ammirati i Romani, ec. Cedreno (p. 548) espone i vili motivi d'un imperatore, che nobilmente negò un matematico alle istanze ed alle offerte del Califfo Almamon. Questo sciocco scrupolo, quasi negli stessi termini, è riferito dal continuator di Teofane (Scriptores post Theophanem, p. 118).
514. V. il regno e il carattere di Haroun-al-Rashid nella Bibliothèque orientale, p. 431-433, all'articolo di quel Califfo, e negli altri a cui ci rimanda il d'Herbelot: questo dotto compilatore ha trascelto con molto gusto nelle cronache d'oriente gli aneddoti istruttivi e dilettevoli.
515. Quanto alla situazione di Racca, l'antico Niceforio, veggasi d'Anville (l'Euphrate et le Tigre, pag. 24-27). Nelle Notti Arabe si parla di Haroun-al-Rashid come se non uscisse mai di Bagdad. Egli rispettava la sede reale degli Abbassidi: ma i vizi degli abitanti l'aveano cacciato da quella città (Abulfeda, Annal. p. 167).
516. Il signor di Tournefort nel suo dispendioso viaggio da Costantinopoli a Trebisonda, passò una notte in Eraclea, ossia Eregri. Esaminò la città nel suo stato d'allora, e ne raccolse le anticaglie. (Voyage du Levant, tom. III, lettera 16, p. 23-35). Abbiamo una storia particolare d'Eraclea nei frammenti di Mennone, conservati da Fozio.
517. Teofane (p. 384, 385, 391, 396, 407, 408), Zonara (t. II, l. XV, p. 115-124) Cedreno, (p. 447, 478), Eutichio (Annal., t. II, p. 407 ), Elmacin (Hist. Saracen., p. 136, 151-152), Abulfaragio (Dynast. p. 147, 151) ed Abulfeda (156, 166-168) parlano delle guerre di Haroun-al-Rashid contro l'impero Romano.
518. Gli autori che mi hanno meglio istruito dello stato antico e moderno di Creta, sono Belon (Observ. ec. c. 3-20, Paris, 1555), Tournefort (Voyage du Levant, t. I, lettera II e III) e Meursio (Creta, nella raccolta delle sue Opere t. III, p. 343-544). Benchè Creta sia chiamata da Omero Πιειρα opulenta, e da Dionigi λιπαρη τε και ευβοτος splendida ed ubertosa, non so credere che quell'isola montuosa superasse e nemmeno pareggiar potesse la fertilità della maggior parte dei paesi di Spagna.
519. Le particolarità più autentiche e più minute si incontrano nei quattro libri della continuazion di Teofane, che Costantino Porfirogenito, fece da sè stesso, o che fu fatta per ordine suo, e pubblicata colla vita di suo padre Basilio il Macedone (Scriptores post Theophan., p. 1-162 da Francesco Combesis, Paris, 1685 ). Vi si narra la perdita di Creta e di Sicilia (l. II, p. 46-52 ). Vi si ponno aggiungere come testimonianze secondarie quelle di Giuseppe Genesio (l. II, pag. 21, Venezia, 1733), di Giorgio Cedrano (Compend., p. 506-508), e di Giovanni Scylitze Curopalata (apud Baronio, Annal. eccl., A. D. 827, n. 24 ec.). Ma i Greci moderni rubano sì palesemente, che fra loro si potrebbe citare una folla d'altri autori.
520. Renaudot (Hist. patriar. Alex., p. 251-256, 268, 270) ha descritto i guasti commessi in Egitto dagli Arabi dell'Andalusia; ma si dimenticò di congiungerli al conquisto di Creta.
521. Δηλοι (dice il continuator di Teofane, l. II, p. 51) δε ταυτα σαφεστατα και πλατικωτερον η τοτε γραφαισα Οεογνωστω και εις χειρας ελθουσα ημων, tai cose sono manifestissime e più divulgate di quelle scritte allora da Teognosto e venute nelle nostre mani. Questa storia della perdita della Sicilia non si ha più. Muratori (Ann. d'Ital. t. VII, p. 7-19-21 ec.) ha soggiunto alcune particolarità tratte dalle cronache d'Italia.
522. La pomposa e interessante tragedia del Tancredi converrebbe piuttosto a quest'epoca, che all'anno 1005 scelto dal Voltaire. Io farò un lieve rimprovero all'autore per avere dato a Greci, schiavi dell'imperator di Bisanzio, il coraggio della cavalleria moderna e delle antiche repubbliche.
523. Il Pagi ha riferito e rischiarato il racconto o le lamentazioni di Teodosio (Critica, t. III, p. 619 ec.). Costantino Porfirogenito (in vit. Basil., c. 69, 70, pag. 190-192) fa menzione della perdita di Siracusa e del trionfo dei demonii.
524. Si trovano parecchi estratti d'autori Arabi sulla conquista della Sicilia in Abulfeda (Annal. moslem., p. 271-273), e nel primo volume degli Script. rerum italic. del Muratori. Il signor de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 363, 364) aggiunge alcuni fatti rilevanti.
525. Uno dei più eminenti personaggi di Roma (Graziano, magister militum et romani palatii superista) fu accusato per aver detto: Quia Franci nihil nobis boni faciunt, neque adjutorium praebent, sed magis quae nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus Graecos et cum eis faedus pacis componentes Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione expellimus? (Anastasio in Leone IV, p. 199).
526. Il Voltaire (Hist. générale, t. II, c. 38, p. 124) pare molto colpito dal carattere di Leone IV. Ho usato le sue frasi generali, ma la veduta del Foro mi ha fornito un'immagine più esatta e più viva.
527. De Guignes (Hist. génér. des Huns, t. I, pag. 363, 364), Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, sotto il dominio degli Arabi, t. II, pag. 24, 25). Questi scrittori non van d'accordo intorno alla successione degli Aglabiti, nè a me basta l'animo di conciliarli.
528. Beretti (Chronogr. Ital. med. aevi, p. 106-108) ci ha dato schiarimenti sulla città di Centumcellae, di Leopoli, della città Leonina e delle altre del ducato di Roma.
529. Gli Arabi e i Greci tacciono egualmente in proposito dell'invasion di Roma, fatta dagli Affricani. Le cronache latine non ci istruiscono abbastanza (V. gli Annali del Baronio e del Pagi). Anastasio, bibliotecario della chiesa Romana, istorico contemporaneo, è la guida autentica che abbiam seguìta per la storia de' Papi del nono secolo. La sua vita di Leon IV contiene ventiquattro pagine (p. 175-199 ediz. di Parigi): e se comprende in gran parte minuzie superstiziose, dobbiamo biasimare e lodare ad un tempo il suo eroe, perchè più spesso è stato in chiesa che al campo.
530. Questo numero d'otto fu applicato a diverse circostanze della vita di Motassem. Era egli l'ottavo degli Abbassidi, e regnò otto anni, otto mesi, e otto giorni; lasciò morendo otto figli, otto figlie, otto mila schiavi, e otto milioni d'oro.
531. Rare volte parlano i Geografi antichi di Amorio, e gli itinerari romani l'hanno dimenticato del tutto. Dopo il sesto secolo divenne sede episcopale, e poi metropoli della nuova Galazia (Carlo di Saint-Paul, Geograph. sacra, pag. 234). Questa città è risorta dalle sue rovine se si legge Amuria invece di Anguria, nel testo del geografo di Nubia (p. 236).
532. Era chiamato in Oriente Δυστυχης sciagurato (Continuator Theoph. l. III, p. 84). Ma tanta era l'ignoranza dei popoli d'occidente, che non vergognarono i loro ambasciadori di parlare in un'arringa pubblica de victoriis quas adversus exteras bellando gentes coelitus fuerat assecutus (Annal. Bertinian., apud Pagi, t. III, p. 720).
533. Abulfaragio (Dynast., p. 167, 168) riferisce uno di quei cambi singolari che si fece sul ponte del Lamo in Cilicia, confine dei due imperi, lontano una giornata all'occidente di Tarso ( d'Anville, Geogr. ancien., t. II, p. 91). Quattromila quattrocentosessanta Musulmani, ottocento donne e fanciulli, e cento alleati furono cambiati con egual numero di Greci. Passarono gli uni davanti agli altri a mezzo il ponte, e quando da ambe le parti furon giunti ai lor concittadini esclamarono Allah Acbar e Kyrie eleison! È probabile che allora si facesse il cambio del maggior numero de' prigionieri di Amorio; ma lo stesso anno (A. E. 231) i più illustri di loro, indicati colle denominazioni di quarantadue martiri, furon decapitati per ordine del Califfo.