A. D. 823
Mentre Almamone regnava in Bagdad, e Michele-il-Balbo in Costantinopoli, gli Arabi soggiogarono le isole di Creta[518] e di Sicilia. I loro scrittori, che ignoravano la fama di Giove e di Minosse, non curarono la prima di quelle conquiste: ma non fu trascurata dagli storici Bizantini, che qui cominciano a spargere un po' più di luce sulle cose del lor tempo[519]. Una turba di volontari della Andalusia, malcontenti del clima e del governo di Spagna, se ne andarono per mare in cerca d'avventure, e poichè non aveano che dieci o venti galere furono chiamati corsari. Come sudditi e difensori della parte dei Bianchi, credevano aver dritto d'invadere i domimi dei Califfi Neri. Da una fazione ribelle furono introdotti in Alessandria[520]; tagliarono a pezzi amici e nemici, posero a sacco le chiese e le moschee, vendettero più di seimila cristiani, e si tennero forti nella capitale dell'Egitto sino al tempo che Almamon piombò su loro col suo esercito. Dalla foce del Nilo sino all'Ellesponto, le isole e le coste, che appartenevano o ai Greci o ai Musulmani, furono esposte alle loro devastazioni. Allettati dalla fertilità della Grecia, e ardenti di voglia di insignorirsene, presto vi ritornarono con quaranta galere. Corsero gli Andalusii quell'isola senza tema e senza ostacolo; ma quando giunsero alla riva per imbarcarvi la preda, videro i lor navili in mezzo alle fiamme, e confessò Abu Caab, loro Capo, sè essere l'autore dell'incendio. Accusato dalle loro grida come stravagante o perfido, «di che vi lagnate? rispose l'accorto Emir. Io vi ho condotto in una terra, ove scorre il latte e il mele. Qui sta la vostra patria. Riposate dalle fatiche, e ponete in dimenticanza i deserti nativi. — E le nostre donne e i nostri figli? esclamarono i pirati. — Le vostre belle prigioniere faran le veci delle vostre mogli, soggiunse Abu Caab, e in braccio a loro diverrete ben presto padri d'una nuova famiglia». Non ebbero da prima per abitazione che il loro campo sulla baja di Suda, cinto da una fossa e da un muro; ma da un monaco apostata, fu loro indicato nella parte orientale un sito più opportuno, e il nome di Candace, che diedero alla lor Fortezza e alla colonia loro, e divenuto quello dell'intera isola chiamata poi corrottamente Candia. Delle cento città sussistenti ai tempi di Minosse, non ne rimanean più che trenta, e una sola, per quanto si crede, Cydonia, ebbe coraggio di mantenersi in libertà e di non abbiurare il cristianesimo. I Saracini di Creta non tardarono a rifare vascelli; e i boschi del monte Ida solcarono ben presto i mari. Nei cento trentott'anni di una guerra continua contro quegli arditi corsari, non cessarono i principi di Costantinopoli di attaccarli e inseguirli senza frutto.
A. D. 727-878
Un atto di severità superstiziosa fece perdere la Sicilia[521]. Un giovane, che avea rapita una religiosa, fu condannato dall'imperatore a perdere la lingua. Eufemio, tale era il nome del giovanetto, ebbe ricorso alla ragione e alla politica dei Saracini d'Affrica, e fece ritorno ben presto nel suo paese, vestito della porpora imperiale, seguìto da cento navi, da settecento cavalieri, e da diecimila fanti. Questi guerrieri sbarcarono a Mazara, presso le rovine dell'antica Selinunte; ma dopo alcune piccole vittorie, i Greci liberarono Siracusa[522]; rimase ucciso l'apostata nell'assedio, e gli Arabi furono ridotti a mangiar i cavalli. Vennero anch'essi soccorsi da un potente sforzo dei Musulmani della Andalusia; la parte occidentale, che era la più considerevole dell'isola, fu a poco a poco sottomessa, e i Saracini elessero il comodo porto di Palermo per sede della lor potenza navale e militare. Serbò Siracusa per cinquant'anni la fede giurata a Gesù Cristo e all'imperatore. Quando fu assediata l'ultima volta, mostrarono i suoi cittadini un avanzo di quel coraggio, che avea resistito altre volte alle armi d'Atene e di Cartagine. Più di venti giorni stettero fermi contro gli arieti e le catapulte, le mine e le testudini degli assedianti; e avrebbe potuto essere soccorsa la Piazza, se non fossero stati impiegati in Costantinopoli i marinai dell'armata imperiale a fabbricare una chiesa in onore della Vergine Maria. Il diacono Teodosio, non che il vescovo e tutto il clero furono strappati dagli altari, caricati di catene, condotti a Palermo, gettati in una prigione e continuamente esposti al rischio di scegliere o la morte o l'apostasia. Teodosio ha scritto, sopra la sua situazione, un discorso patetico che non è privo d'eleganza, e che può considerarsi come l'epitaffio del suo paese[523] Dal tempo che fu soggiogata la Sicilia dai Romani, sino a quello in cui fu conquistata dai Saracini, Siracusa, ora ristretta all'isola d'Ortigia che formò il suo primo recinto, avea a poco a poco perduto l'antico splendore. Nondimeno conteneva ancora grandi ricchezze; i vasi d'argento trovati nella cattedrale pesavano cinquemila libbre; il bottino fu valutato un milione di pezze d'oro, vale a dire circa quattrocentomila lire sterline, e il numero de' prigionieri dovette essere più considerevole che in Tauromenio, d'onde furono trasportati diciassettemila cristiani in Affrica per vivere colà nella schiavitù. Dai vincitori fu annichilita in Sicilia la religione e la lingua dei Greci, e tanta fu la docilità della nuova generazione, che furono circoncisi quindicimila giovanetti in un sol giorno col figlio del Califfo Fatimita. Salparono dai porti di Palermo, di Biserta e di Tunisi le forze marittime degli Arabi, e assalirono e posero a ruba centocinquanta città della Calabria e della Campania, nè il nome dei Cesari o degli appostoli valse a difendere i sobborghi di Roma. Se fossero stati concordi i Musulmani, avrebbero di leggieri avuta la gloria di sottomettere l'Italia all'impero del Profeta; ma i Califfi di Bagdad aveano perduta in occidente l'autorità, gli Aglabiti e i Fatimiti usurpato le province dell'Affrica, mentre in Sicilia i loro Emiri anelavano alla independenza e i lor disegni di conquista e di ingrandimento si ristrinsero ad alcune scorribande di corsari[524].
A. D. 846
Fra le umiliazioni e i patimenti che desolavano allora l'Italia, il nome di Roma risveglia negli animi un'augusta e insiem dolorosa memoria. Parecchi navili Saracini della costa d'Affrica ebbero il coraggio di salire il Tevere ed accostarsi ad una città, che, sebben digradata, era ancora riverita come metropoli del Mondo cristiano. Un popolo tremante ne custodiva le porte e le mura; ma le tombe e le chiese di S. Pietro e Paolo, situate nei sobborghi del Vaticano e sulla strada d'Ostia, rimanevano abbandonate al furor de' Musulmani. La santità di questi luoghi aveali protetti contro l'ingordigia dei Goti, dei Vandali, dei Barbari e dei Lombardi; ma gli Arabi aveano a sdegno l'Evangelo e la Leggenda, e dai precetti del Corano era approvata ed anzi stimolata la loro rapacità. Tolsero alle statue del cristianesimo le offerte onde erano arricchite; levarono dalla chiesa di S. Pietro un altar d'argento, e se lasciarono interi gli edificii ed i corpi dei Santi quivi sepolti, deesi attribuire questo riguardo alla fretta piuttosto che ai loro scrupoli. Nelle scorrerie che fecero sulla via Appia, saccheggiarono Fondi, e assediarono Gaeta, ma si allontanarono dalle mura di Roma, e la discordia loro salvò il Campidoglio dal giogo del Profeta della Mecca. Ma eran sempre minacciati i Romani dallo stesso pericolo, e mal poteano le lor forze difenderli da un Emir dell'Affrica. Invocarono essi la protezione del Re di Francia che allora dava legge ai medesimi: un distaccamento dei Barbari battè un esercito francese, e Roma ridotta allo stremo, pensava a tornare sotto l'impero del principe che regnava in Bisanzio; ma poteva questo divisamento aver sembianza di ribellione, e troppo lontani e precari erano i soccorsi che ne poteano sperare[525]. Parve che la morte del Papa, Capo spirituale e temporale della città, fosse un aumento a tanti mali; ma nell'urgenza delle circostanze si abbandonarono le forme e i maneggi ordinari d'una elezione, e la concorrenza dei suffragi a favor di Leone IV[526] fu la salvezza del cristianesimo e di Roma. Questo Pontefice era nato Romano. Ardeva ancora nel suo petto il coraggio delle prime età della repubblica, e in mezzo alle rovine della patria teneasi ritto in piedi come una di quelle maestose e ferme colonne, che si vedono sollevare il capo sopra gli avanzi del Foro. Consacrò i primi giorni del suo regno a purificar le reliquie che furon messe in luogo sicuro, indi a far orazioni, processioni e tutte le cerimonie più solenni della religione, che per lo meno servirono a guarire la fantasia e a riconfortar le speranze della plebe. Da lungo tempo non s'avea pensiero di ciò che concerneva alla difesa della città; non già che si sperasse la pace, ma perchè l'angustia e la miseria dei tempi non davan luogo a simili cure. Leone ristaurò le mura come potè coi deboli mezzi che aveva e nella ristrettezza del tempo; quindici torri furono erette, o rifabbricate nei siti di più facile accesso: due di queste torri dominavano le due rive del Tevere, e si tirarono catene sul fiume per impedire alle navi nemiche il passaggio all'insù. Ebbero almeno i Romani qualche intervallo di riposo, poichè seppero avere i Saracini levato da Gaeta l'assedio, e i flutti ingoiato buon numero di Musulmani col sacrilego loro bottino.
A. D. 849
L'esplosione della procella fu differita, per poi scoppiare in breve con più violenza. L'Aglabita[527], che regnava in Affrica, avea redato dal padre un tesoro e un esercito; una squadra di Arabi e di Mori, dopo un breve soggiorno nei porti della Sardegna, venne ad approdare alla foce del Tevere, cioè a sedici miglia da Roma, e col numero e colla disciplina parea che annunciassero non una scorreria passeggera, ma la ben ferma intenzione di conquistare l'Italia. Leone intanto era stato sollecito ad allearsi colle città libere di Gaeta, di Napoli e d'Amalfi, vassalle dell'impero Greco: alla giunta del Saracini, comparvero le galere di quelle nel porto d'Ostia capitanate da Cesario, figlio del duca di Napoli, giovine guerriero, caldo di valore e magnanimo, già vincitore dei navili degli Arabi. Co' suoi primarii ufficiali andò al palazzo di Laterano per invito del Papa, che finse accortamente d'interrogarlo sul motivo del suo viaggio, e di ricevere con sorpresa pari alla gioia l'aiuto mandatogli dalla Provvidenza. Il Padre de' cristiani si trasferì ad Ostia, accompagnato dalle milizie armate di Roma, fece la rivista de' suoi liberatori e diede loro la benedizione. Gli alleati baciarono i piedi al Pontefice. Ricevettero essi la Comunione con una divozion guerriera, e Leone pregò il Dio che aveva sostenuto S. Pietro e S. Paolo sui flutti del mare, perchè sostenesse la forza delle braccia pronte a combattere i nemici del suo santo nome. I Musulmani, dopo un'orazione simile a quella de' cristiani, e con pari coraggio, cominciarono ad assalire le navi cristiane, che tennero ferme il lor sito vantaggioso lungo la costa. Pendea la vittoria verso gli alleati, quando la gloria di determinarla col loro valore fu ad essi rapita da subitanea tempesta, che confuse l'abilità dei marinai più ardimentosi. I cristiani erano difesi dal porto, mentre le navi affricane furon disperse e spezzate fra le roccie e le isole d'una costa nemica. Quelle che camparono dal naufragio e dalla fame, venute in balìa de' loro implacabili avversari non ne ottennero quella clemenza che già non meritavano. La spada e il patibolo liberarono i cristiani da una gran parte di quella pericolosa moltitudine di stranieri; gli altri, posti in catene, furono utilmente impiegati a riparare i sacri edificii che avean voluto distruggere. Il Papa, seguìto dai cittadini e dagli alleati, andò a prostrarsi e a rendere grazie davanti ai Depositi degli appostoli, e dal bottino raccolto in questa vittoria navale si scelsero tredici archi d'argento massiccio per sospenderli all'altare del Pescatore di Galilea. Finchè durò il suo regno, Leon IV attese a munire e ad ornare la città di Roma. Ristaurò e abbellì le chiese, si valse di ottomila marchi d'argento a riparare i danni sofferti da quella di S. Pietro, e l'arricchì di vasi d'oro, che pesavano dugento sessanta libbre, adorni dei ritratti del papa e dell'imperatore, e contornati di un cerchio di perle. Ma è men degno di onore il carattere di Leone per questa vana magnificenza, che per la cura paterna con cui rialzò le mura di Orta e di Ameria, e raccolse nella nuova città di Leopoli, lontana dalla costa dodici miglia, i dispersi abitanti di Centumcellae[528]. Per le sue liberalità, potè una colonia di Corsi domiciliarsi colle mogli e coi figli in Porto, città posta alla foce del Tevere, che già crollava, e che egli riparò per essi: i campi e i vigneti di quel territorio furon distribuiti fra i nuovi coloni, e per aiutare le loro prime fatiche diede loro cavalli e bestiami, di modo che quei bravi fuorusciti, spirando vendetta contro i Saracini, giurarono di vivere e di morire sotto il vessillo di S. Pietro. A poco a poco i pellegrini dell'occidente e del settentrione, che venivano a visitare la tomba degli appostoli, avean formato il vasto sobborgo del Vaticano, e, secondo il linguaggio del tempo, si distinguevano le loro abitazioni col nome di scuole dei Greci e dei Goti, dei Lombardi e dei Sassoni; ma quel rispettabile recinto era sempre esposto senza difesa a un insulto dei sacrileghi. L'autorità fu prodiga di tutto il suo potere, la carità di tutte le sue limosine a circondarlo di mura e di torri, e per quattro anni, che durò questo pio lavoro, fu veduto, a tutte le ore e in tutte le stagioni, l'instancabile Pontefice intento ad incoraggiare gli operai colla sua presenza. Il nome di città Leonina, da lui dato al Vaticano, lascia trapelare il suo amore di gloria, passion generosa ma terrena; nondimeno, molti atti di penitenza e d'umiltà cristiana temperarono l'orgoglio di quella dedica. Il Papa ed il clero girarono a piedi, e sotto il sacco e la cenere, il recinto segnato per la nuova città; salmi e litanie furono i canti di trionfo; si aspersero d'acqua santa i muri, e sul fin della cerimonia Leone pregò gli appostoli e l'esercito degli angeli a mantener l'antica e la nuova Roma sempre pure, felici e inespugnabili[529].
A. D. 838
L'imperator Teofilo, figlio di Michele-il-Balbo, è un dei principi più attivi e coraggiosi che abbiano nel medio evo occupato il trono di Costantinopoli. Marciò cinque volte in persona contro i Saracini in guerre offensive e difensive; terribile nell'assalto, ottenne anche nelle sconfitte la stima de' nemici. Nell'ultima delle sue imprese, entrò in Sorìa, ed assediò l'oscura città di Sozopetra dove a caso era nato il Califfo Motassem, il cui padre Haroun, sì in pace che in guerra, si facea sempre accompagnare dalla prediletta delle sue mogli e delle sue concubine. Allora le armi dei Saracini erano rivolte contro la sedizione di un impostore Persiano, e non potè che intercedere in favore d'una città, per cui aveva una specie di attaccamento figliale. Le sue istanze noiose indussero l'imperatore ad offenderne l'orgoglio in punto sì sensibile. Sozopetra fu arsa; gli abitanti furono mutilati o ignominiosamente segnati da un marchio, e i vincitori rapirono sul territorio de' contorni mille prigioniere. Era tra queste una matrona della Casa di Abbas, la quale disperata implorò il soccorso di Motassem: irritato questi dall'insulto de' Greci, credette del suo onore il farne vendetta, e rispondere all'invito fattogli dalla sua parente. Sotto il regno de' due fratelli maggiori, s'era ristretto il retaggio del più giovine all'Anatolia, all'Armenia, alla Georgia e alla Circassia, e questa situazione sulle frontiere gli avea dato modo di esercitare i suoi talenti militari, sì che fra i titoli che il caso gli avea dati al soprannome di Ottonario[530], formano senza dubbio il più onorevole quelle otto battaglie che guadagnò, o almeno che fece contra i nemici del Corano. In questa contesa personale, le soldatesche dell'Irak, della Sorìa e dell'Egitto, levarono le lor reclute dalle tribù dell'Arabia e dalle masnade turche: numerosa dovette esser la sua cavalleria, benchè convenga dibattere un poco dai cento trentamila cavalli che gli danno gli storici; e le spese dell'armamento sono state valutate di quattro milioni sterlini, ossia centomila libbre d'oro. Si ragunarono i Saracini a Tarso, e in tre divisioni presero la strada maestra di Costantinopoli. Motassem comandava la battaglia: la vanguardia era guidata da Abbas suo figlio, il quale, nelle prime sue prove militari, poteva trionfare con più gloria o perdere con meno vergogna, ed il Califfo avea risoluto di vendicare con pari ingiuria l'ingiuria ricevuta. Il padre di Teofilo era nato in Amorio[531] di Frigia, città già cuna della casa imperiale, segnalata pei suoi privilegi e monumenti, e, qualunque fosse l'opinion del popolo, non meno preziosa di Costantinopoli agli occhi del sovrano e della Corte. Fu scolpito il nome d'Amorio sugli scudi de' Saracini, ed i tre eserciti si riunirono sotto le mura di quella città proscritta. Era stato avviso dei consiglieri più saggi di votar la Piazza, di sgombrarla d'abitanti, e di abbandonarne gli edificii alla vana furia dei Barbari. S'appigliò l'imperatore al più generoso partito di sostenere un assedio, e di dare una battaglia per difendere la patria de' suoi antenati. Quando gli eserciti si avvicinarono, parve che la fronte della linea musulmana fosse la più abbondante di picche, e di chiaverine: ma dall'una e dall'altra parte, non fu per le milizie nazionali glorioso l'esito della pugna. Gli Arabi furono sbaragliati, ma dalle spade di trentamila Persiani che aveano ottenuto servigio e domicilio nell'impero Greco. Furono respinti e sconfitti i Greci, ma dalle freccie della cavalleria turca; e se una pioggia caduta la sera non avesse bagnate e allentate le corde degli archi, a stento avrebbe potuto l'imperatore salvarsi con piccol drappello di cristiani. L'esercito debellato si fermò in Dorilea, città tre giornate lontana dal campo di battaglia. Teofilo, facendo la rivista de' suoi palpitanti squadroni, non ebbe che a scusare la propria fuga con quella dei sudditi. Dopo questa pubblicità della sua debolezza, invano ebbe speranza di preservare Amorio: rigettò con isdegno l'inesorabile Califfo le sue preghiere e promesse; ne ritenne anche presso di sè gli ambasciatori perchè fossero testimoni della sua vendetta, e poco mancò che non fossero spettatori della sua vergogna. Un governator fedele, una guarnigione composta di veterani e d'un popolo disperato, sostennero per cinquantacinque giorni i vigorosi assalti dei Musulmani, e sarebbero stati astretti i Saracini a levar l'assedio, se un traditore non avesse loro indicata la parte più debole dei muri, che facilmente potea conoscersi dalle figure d'un leone e d'un toro collocate in quel luogo. Motassem compiè in tutto il rigore il suo voto. Affaticato dalla strage senza esserne sazio, ritornò al palazzo di Samara, che egli avea fabbricato poco prima nei contorni di Bagdad, mentre lo sfortunato Teofilo[532] implorava il tardo ed incerto soccorso del suo rivale, l'imperatore dei Franchi. Intanto all'assedio d'Amorio avean perduta la vita settantamila Musulmani, ed erano stati vendicati coll'eccidio di trentamila cristiani, e colle crudeltà praticate verso un egual numero di prigionieri, che furono trattati come i malfattori più atroci. Qualche volta la necessità obbligò le due fazioni ad acconsentire al cambio e al riscatto dei prigionieri[533]: ma in questa lotta nazionale e religiosa dei due imperi, era senza fiducia la pace e senza dar quartiere la guerra: di rado se lo accordava sul campo di battaglia, e quelli che scampavano dalla morte o erano riservati ad una schiavitù perpetua, ovvero ad orribili torture, ed un imperatore cattolico racconta giovialmente il supplicio dei Saracini di Creta, che furono scorticati vivi o tuffati in caldaie d'olio bollente[534]. Avea Motassem per un puntiglio d'onore sagrificata una florida città, dugentomila uomini, e molti milioni. Lo stesso Califfo smontò da cavallo, e imbrattò la veste per dar soccorso a un vecchio decrepito, che era caduto coll'asino in una fossa limacciosa. A quale di queste due azioni avrà egli con più piacere pensato quando fu chiamato dall'angelo della morte[535]?
A. D. 841-870
Con Motassem, l'ottavo degli Abbassidi, scomparve la gloria della sua famiglia e della nazione. Quando i vincitori arabi furono dispersi per l'oriente, quando si furono mischiati colle milizie servili della Persia, della Sorìa e dell'Egitto, vennero perdendo l'energia e le bellicose virtù del deserto. Il coraggio dei paesi meridionali è una produzione artificiale della disciplina e del pregiudizio. Era scemata l'attività del fanatismo, e le soldatesche del Califfo, divenute mercenarie, si reclutarono nel settentrione, ove si trova il valor naturale, produzion vigorosa e spontanea di quei climi. Si prendeano in guerra, o si compravano i Turchi[536] viventi al di là dell'Oxo e dell'Iaxarte, gioventù robusta, che si educava nell'arte della guerra e nella fede musulmana. Questi Turchi, divenuti le guardie del Califfo, circondavano il trono del loro benefattore, e non andò guari che i loro Capi usurparono l'impero del palazzo e delle province. Fu Motassem il primo che desse questo esempio pericoloso chiamando più di cinquantamila Turchi nella capitale, i quali colla eccessiva licenza suscitarono, e si tirarono addosso l'odio pubblico; e dalle contese dei soldati e del popolo fu obbligato il Califfo a lasciare Bagdad, e a trasportare la sua residenza ed il campo de' suoi barbari favoriti a Sumara, sul Tigri, circa dodici leghe superiormente alla città di Pace[537]. Motawakkel, suo figlio, fu sospettoso e crudele tiranno. Detestato dai sudditi ricorse alla fedeltà delle guardie turche; questi stranieri ambiziosi, sbigottiti dal vedersi odiati, si lasciarono agevolmente sedurre dai vantaggi che lor promettea una rivoluzione. Per le istigazioni di suo figlio, o per la lor brama di dare a lui la corona, si gettarono all'ora della cena nell'appartamento del Califfo, e lo tagliarono in sette pezzi con quelle spade che aveano da lui ricevuto per difendergli la vita ed il trono. Moatanser, su quel trono ancora rosseggiante del sangue paterno, fu portato in trionfo; ma nei sei mesi di regno, non provò che le angosce d'una coscienza colpevole. Se, come si dice, egli pianse alla vista di una vecchia tappezzeria che raffigurava il delitto e il castigo del figlio di Cosroe; se il pentimento, e il rimorso gli abbreviaron di fatto la vita, ci sarà lecito sentire un po' di compassione per un parricida, che nel punto della morte esclamava d'aver perduto la felicità di questo Mondo e dell'altro. Dopo quest'atto di tradimento, i mercenari stranieri diedero a lor grado e ritolsero l'abito e il bastone di Maometto, che tuttavia erano gli emblemi del reame; e in quattr'anni crearono, deposero e assassinarono tre Califfi. Ogni volta che eran dominati da timore, da rabbia, da cupidigia, i Turchi afferravano il Califfo pei piedi, e dopo averlo strascinato fuor del palagio lo esponevano nudo al sole ardente, lo battevano con mazze di ferro, e lo forzavano a comprare colla abdicazione qualche momento di ritardo per un destino inevitabile[538]. Infine si calmò questa tempesta, o veramente prese un altro corso: tornarono gli Abbassidi a Bagdad che offeriva loro un soggiorno meno procelloso: da una mano più ferma e più abile fu repressa l'insolenza del Turchi, e queste milizie tremende colle guerre estere furon divise o distrutte. Ma le nazioni dell'oriente s'erano avvezzate a mettersi sotto i piedi i successori del Profeta, e solo col menomarne la forza, e rallentandone la disciplina, poterono i Califfi ottenere nell'interno dei loro Stati la pace. Son tanto uniformi i funesti effetti del dispotismo popolare, che mi par di ripetere qui la storia delle guardie pretoriane[539].
A. D. 890-951
Mentre gli affari, i piaceri e le cognizioni in quel tempo spegneano il fanatismo, serbavasi tutto intero il suo fuoco in un piccol numero d'eletti che voleano regnare in questo Mondo o nell'altro. Invano l'appostolo della Mecca avea ripetuto mille e mille volte che egli l'ultimo sarebbe dei Profeti. L'ambizione, o, se è lecito profanare questa parola, la ragione del fanatismo potea sperare che dopo le missioni successive d'Adamo, di Noè, d'Abramo, di Mosè, di Gesù, e di Maometto avrebbe lo stesso Dio nella pienezza dei tempi rivelata una legge sempre più perfetta e più durevole. L'anno 277 dell'Egira, un predicatore Arabo, per nome Carmath, prese nei dintorni di Cufa i titoli pomposi ed inintelligibili di Guida, di Direttore, di Dimostrazione, di Verbo, di Spirito Santo, di Cammello, di Araldo del Messia che avea conversato con lui, come egli dicea, sotto la forma umana, e finalmente di Rappresentante di Maometto, figlio di Alì, di Rappresentante di S. Gio. Battista, e dell'Angelo Gabriele. Pubblicò un volume mistico, in cui diede ai precetti del Corano un senso men materiale. Rilassò le leggi sulle abluzioni, sul digiuno, e sul pellegrinaggio; permise l'uso del vino e dei cibi vietati, e per mantenere il fervore ne' suoi discepoli, impose ad essi l'obbligo di orare cinquanta volte al giorno. L'ozio e l'effervescenza della ciurmaglia rustica, che si fece ligia al nuovo Profeta, chiamarono l'attenzione dei magistrati di Cufa: ma con una timida persecuzione accrebbero i progressi della Setta, e il nome poi di Carmath fu anche più venerato quando ebbe lasciato il Mondo. I suoi dodici appostoli si dispersero fra i Beduini, «razza d'uomini, dice Abulfeda, spoglia di ragione come di religione»; e la loro fama già minacciava all'Arabia una rivoluzione novella. Erano i Carmatii ben disposti a ribellarsi, poichè non riconoscevano i titoli della casa d'Abbas, e avevano in abbominazione la pompa mondana dei Califfi di Bagdad. Erano suscettivi di disciplina, avendo giurato una cieca ed assoluta sommessione al loro Iman, che dalla voce di Dio e da quella del popolo era chiamato al ministero profetico. Invece delle decime statuite dalla legge, chiese ad essi il quinto delle proprietà e del bottino: le azioni più criminose non erano che il tipo della disobbedienza, e il giuramento del segreto univa i ribelli e li toglieva alle ricerche. Dopo una sanguinosa battaglia, si insignorirono della provincia di Bahrein lungo il golfo Persico; le tribù d'una vasta estension del deserto furono sottomesse allo scettro, o piuttosto alla spada di Abu-Said; e di Abu-Taher suo figlio; e questi Imani ribelli poterono mettere in campo cento settemila fanatici. Furono sbigottiti i mercenari del Califfo alla giunta d'un nemico che non chiedeva, e non dava quartiere; la diversità di forza e di pazienza, che si osservava nei due eserciti, prova il cangiamento portato nel carattere degli Arabi da tre secoli di prosperità. Tai soldatesche erano in tutti i combattimenti sconfitte; le città di Racca e di Baalbek, di Cufa e di Bassora furono prese e poste a sacco; regnava la costernazione in Bagdad, e il Califfo stava tremante dietro le cortine della sua reggia. Abu-Taher fece una scorreria al di là del Tigri, e arrivò sino alle porte della capitale con soli cinquecento cavalli. Avea Moctader ordinato che si spezzassero i ponti, e il Califfo aspettava ad ogni istante la persona o la testa del ribelle. Il suo Luogo-tenente, fosse timore o compassione, informò Abu-Taher del pericolo, e gli raccomandò di fuggire frettolosamente: «Il vostro padrone, disse al messaggiero l'intrepido Carmatio, ha trentamila soldati: ma nel suo esercito non conta tre uomini come questi». Poi rivolto a tre de' suoi compagni, comandò al primo che si immergesse un pugnale nel seno, al secondo che si gettasse nel Tigri, e al terzo che si lanciasse in un precipizio. Essi ubbidirono senza dolersi: «Narrate quel che avete veduto, soggiunse l'Imano; prima della notte il vostro generale sarà incatenato in mezzo ai miei cani». Avanti la notte appunto fu sorpreso il campo ed eseguita la minaccia. Le rapine dei Carmatii erano santificate dalla avversione che avevano al culto della Mecca; spogliarono una carovana di pellegrini, e ventimila Musulmani devoti furono lasciati perire di fame e di sete tra le sabbie ardenti del deserto. Un altr'anno, permisero che i pellegrini continuassero il lor viaggio senza interruzione; ma in tempo delle solennità che celebrava la pietà dei fedeli, Abu-Taher prese d'assalto la città santa, e, calpestò le cose più rispettabili della fede de' Musulmani. I suoi soldati passarono a fil di spada cinquantamila cittadini e forestieri, profanarono il recinto del tempio, seppellendo colà tremila cadaveri; il pozzo di Zemzem fu empiuto di sangue; fu levata la grondaia d'oro; si divisero gli empi Settari il velo della Caaba, e portarono in trionfo alla lor capitale la pietra nera, primo monumento della nazione. Dopo tanti sacrilegii e tante atrocità, continuarono ad infestare le frontiere dell'Irak, della Sorìa, e dell'Egitto; ma il principio vitale del fanatismo s'era inaridito alla radice. Per iscrupolo o per cupidigia, riapersero la strada della Mecca ai pellegrini, restituirono la pietra nera della Caaba; nè giova indicare quali fazioni li divisero o quall'armi li distrussero. La setta dei Carmatii può considerarsi come la seconda delle cagioni visibili che contribuirono alla decadenza e alla caduta dell'impero de' Califfi[540].
A. D. 800-936
Il peso e l'ambizione dell'impero medesimo furon la terza cagione della sua rovina, e quella che si comprende alla prima occhiata. Si vantava il Califfo Almamor di reggere con più facilità l'oriente e l'occidente, che di ben condurre i pezzi d'uno scacchiere di due piedi quadrati[541]; ma mi do a credere che nell'uno e nell'altro di questi giuochi commettesse gravissimi falli, e osservo che nelle province lontane era già scaduta l'autorità del primo e del più potente degli Abbassidi. L'uniformità dei modi che impiega il dispotismo, veste di tutta la dignità del principe ogni rappresentante nel suo ufficio; la divisione e la bilancia dei poteri dovettero rammentare la consuetudine dell'ubbidienza, e dar ardimento ai sudditi, che sino a quel punto erano passivi nella sommessione, a ricercar l'origine e i doveri del governo civile. Rare volte chi è nato nella porpora è degno del trono: ma l'esaltazione d'un semplice cittadino, talora anche d'un paesano o di uno schiavo, ispira generalmente una grande opinione del suo coraggio e della sua abilità. Il vice-re d'una provincia lontana s'ingegna d'appropiarsi il deposito precario alla sua cura affidato, e di trasmetterlo ai suoi discendenti; amano i popoli di vedere in mezzo a loro il sovrano; e i tesori e gli eserciti, di cui egli dispone, divengono l'oggetto ad un tempo e l'istrumento delle sue mire ambiziose. Finchè i Luogo-tenenti del Califfo stettero contenti al titolo di vice-re, finchè credettero dover implorare per sè o pei figli la rinnovazion dei poteri che avean ricevuto dall'imperatore, finchè sulle monete e nelle preghiere pubbliche conservarono il nome e i titoli di comandanti dei fedeli, si conobbe appena aver l'autorità cangiato di mano. Ma nel lungo esercizio d'un potere ereditario, pigliarono il fasto e le attribuzioni di regnanti: la pace o la guerra, i premi o i castighi non dipendevano che dalla lor volontà, e non si impiegavano le rendite del governo fuorchè in servigio del paese, o a sostener la magnificenza del governatore; invece di contribuzioni effettive in uomini ed in danaro, i successori del Profeta ricevettero come un attestato di sommissione, buono solamente a lusingare il loro orgoglio, un elefante, uno stormo di falconi, una serie di tappezzerie di seta o poche libbre di muschio e d'ambra[542].
Dopo che la Spagna si levò di dosso il giogo temporale e spirituale degli Abbassidi, si videro comparire nella provincia d'Affrica i primi sintomi della disobbedienza. Ibrahim, figlio di Aglab, Luogo-tenente del vigile e severo Haroun, legò il suo nome e il potere alla dinastia degli Aglabiti. O per indolenza o per politica dissimularono i Califfi l'oltraggio e il danno, e si contentarono ad usare il veleno contro il Capo della casa degli Edrisiti[543], che fondò il regno e la città di Fez sulle rive del mare occidentale[544].
A. D. 872-902
In oriente, la prima dinastia fu quella del Thaeriti[545] discendenti del prode Taher, che nelle guerre civili dei figli di Haroun avea con troppo zelo e fortuna servito la causa d'Almamon, di tutti il più giovine. Fu mandato in onorevole esiglio a comandare sulle rive dell'Oxo, e l'indipendenza de' suoi successori, che governarono da padroni il Korasan sino alla quarta generazione, fu palliata dalla modestia delle loro azioni, dalla prosperità dei sudditi e dalla sicurezza in cui seppero mantener la frontiera. Rimasero soppiantati da un di quegli avventurieri tanto comuni negli annali dell'oriente, che aveva abbandonato la professione di calderaio, da cui viene il nome di Suffaridi, pel mestiere di ladro. Chiamavasi Giacobbe, ed era figlio di Leith; s'introdusse la notte nell'erario del principe di Sistan: ma avendo urtato in un pezzo di sale, che lo fece cadere, se lo accostò imprudentemente alla lingua per sapere che fosse. Il sale fra gli orientali è simbolo d'ospitalità, e quindi il pio ladro subitamente si ritirò senza prender nulla e senza far guasto. Scopertasi questa azione, tanto onorevole per Giacobbe, ne meritò egli il perdono e la fiducia del principe. Fu comandante da principio dell'esercito del suo benefattore, e combattè poscia per sè; soggiogò la Persia, e minacciò la sede degli Abbassidi. Marciava verso Bagdad quando fu arrestato dalla febbre. L'ambasciator del Califfo chiese udienza: Giacobbe lo chiamò al capezzale del letto; aveva vicino sopra una tavola una scimitarra nuda, una crosta di pane nero, ed un mazzo d'agli. «Se muoio, diss'egli, il vostro padrone non avrà più timore; se vivo, questo ferro deciderà la nostra lite; se son vinto, ripiglierò senza pena la vita frugale della mia gioventù.» Dall'altezza a cui s'era elevato non potea la caduta essere sì tranquilla; la sua morte, venuta a tempo, assicurò col suo riposo quello pur del Califfo, che con immense concessioni ottenne che suo fratello Amrou tornasse nei palagi di Shiraz e d'Ispahan. Eran troppo deboli gli Abbassidi per combattere, e troppo orgogliosi per perdonare; chiamarono in aiuto la potente dinastia de' Samanidi, i quali passarono l'Oxo con diecimila cavalieri tanto poveri che avean le staffe di legno, e tanto prodi che sconfissero l'esercito dei Suffaridi, otto volte più numeroso del loro. Amrou, fatto prigioniero, fu mandato in catene alla Corte di Bagdad, donativo aggradevole; ed essendosi contentato il vincitore alla possessione ereditaria della Transoxiana e del Corasan, tornarono per qualche tempo i regni di Persia al dominio dei Califfi. Due volte le province della Sorìa e dell'Egitto furono smembrate per opera di schiavi turchi della razza di Toulun e di quella d'Ikside[546]. Questi Barbari, che abbracciata aveano la religione ed i costumi de' Musulmani, si sollevarono dalle fazioni sanguinose del palagio al governo d'una provincia, poi ad una autorità independente. Rendettero celebri e formidabili tra i contemporanei i loro nomi; ma i fondatori di queste due potenti dinastie confessarono, sia coi detti, sia coi fatti, la vanità dell'umana ambizione. Nel punto di mandar l'ultimo sospiro, il primo implorò la misericordia di Dio verso un peccatore, che non avea conosciuto i limiti del proprio potere; il secondo, circondato da quattrocentomila soldati e da ottomila schiavi, celava agli occhi di tutti la camera ove procurava di dormire. Furono allevati i loro figli nei vizii dei re, e gli Abbassidi ricuperarono la Sorìa e l'Egitto che possedettero ancora trent'anni. Nel declinare del loro impero, i principi Arabi della tribù di Hamadan si insignorirono della Mesopotamia e delle rilevanti città di Mosul e d'Aleppo. Indarno i poeti della Corte degli Hamadaniti ripeteano, senza arrossire, aver la natura formato il loro viso sul modello della bellezza, la lingua per l'eloquenza e le mani per la liberalità e pel valore; nella storia del loro innalzamento e del lor regno, non troviamo che una serie di perfidie, di assassinii e di parricidii. In que' medesimi giorni funesti agli Abbassidi surse la dinastia de' Bowidi ad usurpare nuovamente il reame di Persia. Tal rivoluzione fu fatta dalla spada dei tre fratelli, i quali sotto diversi nomi si intitolavano sostegni e colonne dello Stato, e che dal mar Caspio all'oceano non vollero altri tiranni fuor di sè stessi. Sotto il lor dominio ripresero vita la lingua e gli ingegni persiani, e trecentoquattro anni dopo la morte di Maometto perdettero gli Arabi lo scettro dell'oriente.
A. D. 936
Rahdi, il ventesimo degli Abbassidi e il trentesimonono dei successori di Maometto, fu l'ultimo che meritò il titolo di comandante de' fedeli[547], l'ultimo (dice Abulfeda) che abbia parlato al popolo e conversato coi dotti, l'ultimo che nelle spese della casa spiegasse la ricchezza e la magnificenza degli antichi Califfi. Dopo lui, i padroni dell'oriente furono ridotti alla più abbietta miseria, ed esposti agli oltraggi ed ai colpi riservati agli schiavi. Per la sedizione delle province si ristrinse il loro dominio al recinto di Bagdad; ma questa capitale racchiudeva sempre una moltitudine innumerevole di sudditi superbi della passata fortuna, mal contanti dello stato in cui erano allora ed aggravati dalle esazioni d'un fisco, per l'innanzi arricchito delle spoglie o dei tributi della nazione. Nel loro ozio erano occupati dalle fazioni e dalla controversia. I rigidi Settari di Hanbal[548], sotto la maschera della pietà, vollero privarli dei piaceri della vita domestica; penetrarono a forza nelle case dei plebei e dei principi, rovesciarono i vasi di vino che trovarono, batterono i musici e ne ruppero gli strumenti, e con infami sospetti disonorarono tutti coloro che vivevano con gioventù di bell'aspetto. Di due persone unite nella professione medesima, una, generalmente, era per Alì, l'altra contro; e finalmente furono scossi gli Abbassidi dalle grida dei Settari che ne contestavano i titoli e maledivano i fondatori di quella dinastia. Solo potea la forza militare reprimere una plebe turbolenta; ma chi poteva sbramare la cupidità dei mercenari, o mantenerli nella disciplina? Gli Affricani e i Turchi, commessi alla guardia del Califfo, vennero scambievolmente alle mani, e gli Emiri d'Omra[549] imprigionarono o deposero il loro sovrano e profanarono la moschea e l'harem. Se i Califfi si riparavano nel campo, o alla Corte d'un principe vicino, non era che un cangiare di servitù; finalmente la disperazione li trasse a chiamare i Bowidi, soldani della Persia, le cui armi invincibili attutirono le fazioni di Bagdad. Moezaldowlat, secondo dei tre fratelli Bowidi, s'arrogò il poter civile e militare, e volle ben generosamente assegnare sessantamila lire sterline per le spese private del comandante dei fedeli. Ma quaranta giorni dopo la rivoluzione, in un'udienza data agli ambasciatori del Chorasan e sotto gli occhi d'una moltitudine sbigottita, i Dilemiti, per ordine del principe straniero, svelsero il Califfo dal trono, e lo strascinarono in un carcere. Gli saccheggiarono il palazzo, gli cavarono gli occhi, e tanta fu l'ambizion degli Abbassidi che non dubitarono d'aspirare ancora ad una corona sì pericolosa e avvilita. I voluttuosi Califfi ritrovarono nella scuola dell'avversità le virtù austere e frugali dei primi tempi della lor religione. Spogliati dell'armatura e del vestimento di seta digiunavano, pregavano, studiavano il Corano e la tradizion dei Sonniti, adempievano con zelo, e da uomini istruiti, gli uffici della lor dignità ecclesiastica. Sempre in essi erano rispettati dalle nazioni i successori dell'appostolo, gli oracoli della legge o della coscienza dei fedeli; qualche volta dalla debolezza e dalle discordie dei lor tiranni fu renduta a loro la sovranità di Bagdad, ma era cresciuta la lor disgrazia col trionfo dei Fattimiti, veri o falsi discendenti di Alì. Questi rivali fortunati, venuti dalla estremità dell'Affrica, aveano annientata in Egitto e in Sorìa l'autorità spirituale e temporale degli Abbassidi, ed il monarca del Nilo insultava l'umil pontefice delle rive del Tigri.
A. D. 960
Mentre crollava l'impero dei Califfi, nel secolo che scorse dopo la guerra di Teofilo e di Motassem, le ostilità delle due nazioni si ridussero a qualche scorreria per terra e per mare, promosse dalla vicinanza e da un odio irreconciliabile; ma le convulsioni che agitarono l'Oriente destarono i Greci dal letargo offerendo speranze di vittoria e di vendetta. L'impero di Bisanzio, dopo l'esaltazione della razza di Basilio, era stato in pace senza perdere la sua dignità, mentre poteva colla totalità delle sue forze assalire alcuni piccoli Emir, i cui Stati erano ad un tempo investiti, o minacciati in un'altra parte da altri Musulmani. I sudditi di Niceforo Foca, principe tanto rinomato in guerra quanto abbominato dal popolo, gli diedero fra le acclamazioni i titoli enfatici di Stella del mattino, e di Morte de' Saracini[550]. Nella sua carica di gran famigliare o di general dell'oriente, soggiogò l'isola di Creta, distrusse quella tana di pirati che da sì lungo tempo impunemente insultava la maestà dell'impero[551], e ci mostra i suoi talenti in questa impresa che avea così sovente costato ai Greci danno e vergogna. Fece sbarcare le sue genti coll'aiuto di ponti solidi e uniti, che dalle sue navi gettava sulla costa. Questo sbarco disseminò lo spavento fra i Saracini. Sette mesi durò l'assedio di Candia: i Cretesi si difesero con un coraggio disperato, animati dai frequenti soccorsi che ricevevano dai lor fratelli d'Affrica e di Spagna; e quando ebbe l'esercito dei Greci superate le mura e la doppia fossa, si batterono ancora nelle strade e nelle case. Presa la capitale, fu soggiogata l'isola intera, ed i vinti, senza opporsi, ricevettero il battesimo offerto dal vincitore[552]. Si diede a Costantinopoli lo spettacolo d'un trionfo: applaudì la capitale a questa cerimonia da gran tempo dimenticata, e il diadema imperiale divenne l'unico guiderdone acconcio a pagare i servigi, o a satisfare l'ambizion di Niceforo.
A. D. 963-975
Dopo la morte di Romano il giovane, quarto discendente di Basilio in linea retta, Teofania sua vedova sposò successivamente i due eroi del suo secolo, Niceforo Foca e Giovanni Zimiscè, assassino di quello. Regnarono come tutori e colleghi dei figli, che erano in minore età, e i dodici anni che comandarono l'esercito dei Greci son l'epoca più bella degli annali di Bisanzio. I sudditi e gli alleati che menarono alla guerra, erano, almeno nell'opinion del nemico, dugentomila uomini, trentamila dei quali erano armati di corazze[553]; quattromila muli seguivano i lor passi, e un muro di picche di ferro difendeva il campo che poneano ogni notte. In una lunga serie di sanguinosi ma indecisivi combattimenti, non può scorgere lo storico che una anticipazione di quelle leggi distruttive, che avrebbe adempiute alcuni anni più tardi il corso ordinario della natura; seguirò dunque in poche parole le conquiste dei due imperatori, dai colli della Cappadocia sino al deserto di Bagdad. Gli assedi di Mopsoesto e di Tarso in Cilicia esercitarono sul principio l'abilità e la perseveranza dei lor soldati, a cui senza tema di errare darò qui il nome di Romani. Dugentomila Musulmani erano predestinati a trovar la morte o la schiavitù[554] nella città di Mopsoesto, divisa in due parti dalla riviera di Saro. Pare sì numerosa questa popolazione, che dee supporsi comprendesse almeno quella dei distretti dependenti da Mopsoesto. Questa città fu presa d'assalto; ma Tarso fu lentamente vinta dalla fame. Come tosto i Saracini si furono arresi all'onorevole capitolazione offerta, ebbero il dolore di scorgere da lungi le navi dell'Egitto che venivano inutilmente a soccorrerli. Furono rimandati con un salvo condotto alle frontiere della Sorìa; aveano vissuto in pace gli antichi cristiani sotto il loro dominio, e il vuoto lasciato dalla lor partenza fu presto riempiuto da una nuova colonia: ma la moschea fu cangiata in una scuderia, fu data alle fiamme la cattedra dei dottori dell'Islamismo, e si riservò all'imperatore un gran numero di croci ricche d'oro e di gemme, spoglie delle chiese dell'Asia, da cui potè essere egualmente soddisfatta o la sua pietà o la sua avarizia; ed egli fece levare le porte di Mopsoesto e di Tarso acciocchè, incrostate nelle mura di Costantinopoli, servissero a perpetuo monumento della sua vittoria. Dopo essersi impadroniti e assicurati delle gole del monte Aman, si trasferirono più volte i due principi Romani nel centro della Sorìa: ma invece di investire Antiochia, parve che l'umanità o la superstizion di Niceforo rispettasse l'antica metropoli dell'oriente. Si contentò a tirare una linea di circonvallazione intorno alla Piazza, lasciò un esercito sotto le mura, e raccomandò al suo Luogo-tenente d'aspettare con tranquillità il ritorno della primavera; ma nel cuor dell'inverno, giovandosi d'una notte oscura e piovosa, un ufficial subalterno con trecento soldati s'accostò alle mura, vi adattò le scale, si impadronì di due torri, e tenne fermo contro la folla dei nemici, che lo stringean d'ogni parte, sino a tanto che il suo Capo si determinò suo malgrado di secondarlo. Fu messa subito a ruba e a sacco la città con molta strage; indi vi si rinnovò il regno di Cesare e di Gesù Cristo, e indarno centomila Saracini degli eserciti di Sorìa e dei navili d'Affrica vennero a logorarsi in vani sforzi sotto la Piazza. Obbediva la regia città d'Aleppo a Seifeddowlat, della dinastia di Hamadan, il quale oscurò la sua gloria abbandonando precipitosamente il regno e la capitale. Nel magnifico palazzo, che abitava fuor delle mura d'Aleppo, i Romani trovarono giubilanti un arsenale ben provveduto, una scuderia di mille e quattrocento muli e trecento sacchi d'oro e d'argento; ma le mura della Piazza non cedettero ai loro arieti, e dovettero gli assedianti accamparsi nella montagna di Iaushan, situata nelle vicinanze. Nella lor ritirata si inviperirono le dissensioni, che s'erano accese tra gli abitanti della città e i mercenari, i quali abbandonarono le porte e i baloardi, e mentre furiosamente si battevano nella piazza del mercato, furono sopprapresi ed oppressi dal nemico comune. Furon passati a fil di spada tutti gli uomini d'età matura, e condotti prigionieri diecimila giovani. Tanto considerevole fu il bottino, che non ebbero i vincitori bastanti bestie da soma per trasportarlo; si arse quel che ne restava, e dopo dieci giorni donati alla licenza e alla crapula, abbandonarono i Romani questa città deserta e inondata di sangue. Nelle loro incursioni in Sorìa, ordinarono agli agricoltori che seminassero le terre, acciocchè nella prossima stagione vi trovasse l'esercito sussistenza. Sottomisero più di cento città, e per espiare i sacrilegii commessi dai discepoli di Maometto, si diedero alle fiamme più di diciotto pulpiti delle primarie moschee. La lista dei loro conquisti ricorda per un istante i nomi classici di Ieropoli, d'Apamea e di Emeso. L'imperator Zimiscè accampò nel paradiso di Damasco, ed accettò il riscatto d'un popolo sottomesso: questo torrente non fu arrestato che dalla inespugnabile Fortezza di Tripoli, sulla costa di Fenicia. Dopo il regno di Eraclio, appena i Greci aveano veduto l'Eufrate sotto al monte Tauro; Zimiscè passò senza ostacolo questo fiume, e dee lo storico imitare la prontezza con cui sottomise le già famose città di Samosata, d'Edessa, di Martiropoli, d'Amida[555] e di Nisibi, antico limite dell'impero nei contorni del Tigri. Era fomentato il suo ardore sempre più dalla smania di insignorirsi dei tesori ancora intatti d'Ecbatana[556], nome notissimo e sotto il quale uno storico di Bisanzio ha nascosta la capitale degli Abbassidi. La costernazione dei fuggiaschi avea di già sparso colà il terror del suo nome: ma l'avarizia e la prodigalità dei tiranni di Bagdad ne avea già dissipate le immaginarie ricchezze. Dalle preghiere del popolo, e dalle premure imperiose del Luogo-tenente dei Bowidi era sollecitato il Califfo a provedere alla difesa della città. Rispose lo sciagurato Mothi essere stato spogliato dell'armi, delle rendite e delle province, e d'essere preparato e presto ad abdicare una dignità che non potea sostenere. L'Emir fu inesorabile: si vendettero i mobili del palazzo, e la misera somma ricavatane di quarantamila pezze d'oro, fu immediatamente spesa in capricci di lusso; ma la ritirata dei Greci liberò Bagdad da ogni inquietudine; la sete e la fame stavano alla guardia del deserto della Mesopotamia, e quindi l'imperatore, sazio di gloria e carico delle spoglie dell'oriente, fece ritorno a Costantinopoli, ove nella cerimonia del suo trionfo mise in pompa gran quantità di stoffe di seta, di vasi d'aromi, e trecento miriadi d'oro e d'argento. Questa procella frattanto non aveva che umiliato la testa delle Potenze dell'oriente, senza distruggerle. Partiti i Greci, rivennero i principi fuggitivi alle lor capitali; i sudditi ritrattarono i giuramenti carpiti dalla forza, purificarono di bel nuovo i Musulmani i lor templi, e rovesciarono gli idoli dei santi e de' martiri della religion cristiana; i Nestoriani e i Giacobiti vollero piuttosto ubbidire ai Saracini che a un principe ortodosso, nè i Melchiti erano abbastanza forti o coraggiosi per difender la chiesa e lo Stato. Di quei vasti conquisti, Antiochia, le città di Cilicia, e l'isola di Cipro furono le sole che restassero in modo utile e permanente all'impero Romano[557].