534. Costantino Porfirogenita in vit. Basil. c. 61, pag. 186. È vero che que' Saracini, come corsari e rinnegati, furono puniti con un rigor particolare.

535. V. intorno a Teofilo, a Motassem, e alla guerra d'Amorio, il continuator di Teofane (l. III, p. 77-84), Genesio (l. III, pag. 24-34), Cedreno (pag. 528-532), Elmacin (Hist. Saracen., p. 180), Abulfaragio (Dyn., p. 165, 166), Abulfeda (Annal. mosl., p. 191), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 639, 640).

536. Il signor de Guignes, che talvolta trapassa la laguna che si trova tra l'istoria de' Cinesi e quella de' Musulmani, e che altrevolte vi cade entro, crede che quei Turchi siano gli Hoei-ke altramente detti i Kao-tche o i gran Carri; i quali erano disseminati dalla Cina e dalla Siberia sino ai dominii dei Califfi e dei Samanidi; e che formavano quindici orde o masnade ec. (Hist. des Huns, t. III, p. 1-33, 124-131).

537. Egli cangiò l'antico nome di Sumera o Sumara in quello di Ser-men-rai, città che piace a prima vista (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 808; d'Anville, l'Euphrate et le Tigre, p. 97, 98).

538. Per darne un esempio, ecco i particolari della morte del Califfo Motaz: Correptum pedibus pertrahunt, et sudibus probe perculeant, et spoliatum laceris vestibus in sole collocant, prae cujus acerrimo aestu pedes alternos attollebat et demittebat. Adstantium aliquis misero colaphos continuo ingerebat, quos ille objectis manibus avertere studebat.... quo facto traditus tortori fuit, totoque triduo cibo potuque prohibitus.... suffocatus, etc. (Abulfeda, p. 206). egli dice parlando del Califfo Mohtadi: Cervices ipsi perpetuis ictibus contundebant, testiculosque pedibus conculcabant (p. 208).

539. V. in quel che concerne ai regni di Motassem, Motewakkel, Mostanser, Mostain, Motaz, Mohtadi e Motamed, nella Biblioteca del d'Herbelot, e negli Annali di Elmacin, d'Abulfaragio, e di Abulfeda, che saran già divenuti famigliari al lettore.

540. Si consulti sulla Setta dei Carmatii, Elmacin (Hist. Saracen., p. 219, 224, 229, 231, 238, 241, 243), Abulfaragio (Dynast., p. 179-182), Abulfeda (Annal. moslem., p. 218, 219, ec. 245, 265, 274), e d'Herbelot (Bibl. orient. p. 256-258, 635). Nelle materie teologiche e cronologiche io vi trovo molta contraddizione che sarebbe difficile e poco importante lo schiarire.

541. Hyte, Syntagma Dissertat., t. II, p. 57, in Hist. Shahiludii.

542. Si ponno esaminare le dinastie dell'impero Arabo, cercando negli annali d'Elmacin, di Abulfaragio e di Abulfeda le date che rispondono agli avvenimenti, e nel dizionario del d'Herbelot i nomi sotto i quali son distribuiti i vari articoli. Le Tavole del Signor De-Guignes (Hist. des Huns, t. I), presentano una cronologia generale dell'oriente, mista di alcuni aneddoti istorici; ma dal patriottismo fu tratto a confonder l'epoca e i luoghi.

543. Gli Aglabiti e gli Edrisiti son l'argomento principale dell'opera del Signor di Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes, t. II, p. 1-63).

544. Per non essere accusato d'errori, debbo notare le inesattezze del Signor de-Guignes (t. I, pag. 359) sugli Edrisiti. I. Non potea esser l'anno dell'Egira 173 quello in cui si fondarono la dinastia e la città di Fez, perchè l'una e l'altra furono stabilite da un figlio postumo d'un discendente d'Alì, che fuggì dalla Mecca l'anno 168; II. questo fondatore Edris, figlio di Edris, invece d'esser vissuto sino a cento vent'anni, e sino all'anno trecentotredici dell'Egira, come si afferma contra ogni verosimiglianza, morì (A. E. 214) nel fior dell'età; III. la dinastia finì l'anno dell'Egira 307, 23 anni più presto del tempo assegnato dall'istorico degli Uni, (V. gli esatti Annali d'Abulfeda, p. 158, 159, 185, 238).

545. La storia originale e la version latina di Mirchond trattano della dinastia dei Thaeriti e dei Suffaridi, non che del principio di quella dei Samanidi; ma l'instancabile d'Herbelot ne avea già attinti i fatti più importanti.

546. Il signor de-Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 124-154) ha esausto quanto si riferisce ai Tulonidi ed agli Iksiditi dell'Egitto, ed ha sparsa gran luce sulle notizie degli Hamadaniti e dei Carmatii.

547. Hic est ultimus chalifah qui multum atque saepius pro concione perorarit.... fuit etiam ultimus qui otium cum eruditis et facetis hominibus fallere hilariterque agere soleret. Ultimus tandem chalifarum cui sumptus, stipendia, redditus, et thesauri, culinae, caeteraque omnis aulica pompa priorum chalifarum ad instar comparata fuerint. Videbimus enim paulo post quam indignis et servilibus ludibriis exagitati, quam ad humilem fortunam, ultimumque contemptum abjecti fuerint hi quondam potentissimi totius terrarum Orientalium orbis domini. (Abulfeda, Annal, moslem., p. 261.) Ho riferito questo passo per indicare la maniera e lo stile d'Abulfeda: ma le frasi latine son veramente del Reiske. Lo storico Arabo (p. 255, 257, 260, 261, 269. 283 ec.) mi ha somministrato i fatti più interessanti di questo paragrafo.

548. In pari occasione, aveva mostrato il lor maestro più moderazione e tolleranza. Ahmed-Ebn-Hanbal, Capo d'una delle quattro Sette ortodosse, nacque a Bagdad A. E. 164, e vi morì A. E. 241. Contrastò ed ebbe a soffrire assai nella disputa concernente la creazione del Corano.

549. All'impiego di Visir era stato sostituito quello di Emir-Al-Omra (imperator imperatorum), titolo dapprima istituito da Rhadi, che poi passò ai Bowidi ed ai Sel-jukidi, vectigalibus, et tributis et curiis per omnes regiones praefecit, jussitque in omnibus suggestis nominis ejus in concionibus mentionem fieri. (Abulfaragio Dynast., p. 199). Elmacin (p. 254, 255) ne fa pure menzione.

550. Luitprando, il cui carattere irascibile era inasprito dalle disgrazie del suo stato, accenna soprannomi di rimprovero e di disprezzo che, più dei titoli vani immaginati dai Greci, convengono a Niceforo: Ecce venit stella matutina, surgit Eous, reverberat obtutu solis radios, pallida Saracenorum mors, Nicephorus μεδων regnante.

551. Non ostante l'insinuazione di Zonara και ει μη se non ec. (t. II, l. XVI, p. 197), è cosa sicura che Niceforo Foca soggiogò totalmente e definitivamente Creta (Pagi critica, t. III, p. 873-875; Meursio, Creta, l. III, c. 7; t. III, p. 464, 465).

552. S'è scoperta nella Biblioteca degli Sforza una vita greca di S. Nicone Armeno, che il gesuita Sirmondo tradusse in latino per uso del cardinal Baronio. Questa leggenda contemporanea getta un po' di chiarore sullo stato di Creta, e del Peloponneso nel decimo secolo. S. Nicone trovò l'isola nuovamente congiunta all'impero dei Greci: faedis detestandae Agarenorum superstitionis vestigiis adhuc plenam ac refertam.... Ma il missionario vittorioso, forse con qualche soccorso terrestre, ad baptismum omnes veraeque fidei disciplinam pepulit. Ecclesiis per totam insulam aedificatis, ec. (Annal. eccles., A. D. 961).

553. Elmacin (Hist. Saracen., p. 278, 279). Luitprando era propenso a disprezzare la potenza de' Greci, ma confessa che Niceforo marciò contro gli Assiri con un esercito d'ottantamila uomini.

554. Ducenta fere millia hominum numerabat urbs (Abulfeda, Annal. moslem., p. 231) di Mopsuestia o Masifa, Mampsysta, Mansista, Mamista, come si chiama nella età di mezzo corrottamente, o forse più esattamente secondo Vesseling (Itiner. p. 580). Non posso credere a tanta popolazione di Mopsoesto pochi anni dopo la testimonianza dell'Imp. Leone ου γαρ πολυπληθια σρατου τοις Κιλιξι βαρβαροις εστιν poichè i Cilici barbari non hanno esercito numeroso (Tactica, c. 18, in Meursii Oper., t. VI, p. 817).

555. I nomi corrotti di Emeta e di Myctarsin accennano nel testo di Leone Diacono le città di Amida e di Martiropoli (Miafarekin, V. Abulfeda, Géograph. p. 245, vers. Reiske). Leone parlando della prima dice, urbs munita et illustris, e della seconda, clara atque conspicua opibusque et pecore, reliquis ejus, provinciis, urbibus, atque oppidis longe praestans.

556. Ut et Ecbatana pergeret Agarenorumque regiam everteret.... aiunt enim urbium quae usquam sunt ac toto orba existunt felicissimam esse auroque ditissimam. (Leone Diacono apud Pagi t. IV, p. 34). Questa magnifica descrizione non si confà che a Bagdad, e non è applicabile nè ad Hamadan (la vera Ecbatana, d'Anville, Géograph. ancienne, t. II, p. 237) nè a Tauris, che per lo più si confonde con questa città. Cicerone (pro lege Manilia, c. 4), dà il nome d'Ecbatana nello stesso senso indefinito alla residenza reale di Mitridate re di Ponto.

557. V. gli Annali d'Elmacin, Abulfaragio, e Abulfeda dopo l'A. E. 351, sino all'A. E. 361, e i regni di Niceforo Foca e di Giovanni Zimiscè, nelle cronache di Zonara (t. II, l. XVI pag. 199; l. XVII, pag. 215) e Cedreno (Compend. p. 649-684). Le tante ommissioni che si trovano in questi autori sono supplite in parte dalla storia manoscritta di Leone Diacono, che il Pagi ottenne dai Benedettini, e che inserì quasi intieramente in una versione latina (Critica, t. III, p. 873, l. IV, p. 37).

558. Claudiano spiega con eleganza il senso dell'epiteto Πορφυρογενητος, porfirogeneta, ossia nato nella porpora.

Ardua privatos nescit fortuna Penates;

Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas

Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro.

E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi che esprimono lo stesso pensiero.

559. Un superbo manoscritto di Costantino (De Caeremoniis aulae et ecclesiae Byzantinae), fu trasportato da Costantinopoli a Buda, a Francfort e a Lipsia, ove dal Leich, e dal Reiske ne fu fatta una magnifica edizione (A. D. 1751, in-folio), accompagnata da quegli elogi che non mancano mai gli editori di prodigalizzare al subbietto delle loro fatiche qualunque ne sia il merito.

560. V. nel primo volume dell'Imperium orientale del Banduri, Costantinus de Thematibus, p. 1-24; De administrando imperio p. 45-127, ediz. di Venezia. Il testo dell'antica edizion di Meursio vi è corretto sopra un manoscritto della biblioteca reale di Parigi di già conosciuto da Isacco Casaubono (Epist. ad Polybium 10), e spiegato da due carte di Guglielmo Delisle, il primo dei Geografi anteriori al d'Anville.

561. La tattica di Leone e di Costantino fu pubblicata coll'aiuto di qualche nuovo manoscritto nella grande edizione delle opere di Meursio fatta dal dotto Lami (t. VI, p. 531-920, 1211-1417: Fiorenza, 1745); ma il testo è ancora guasto e mutilato, e sempre oscura e piena di spropositi la versione. La biblioteca di Vienna fornirebbe qualche prezioso materiale ad un nuovo editore (Fabricio, Bibl. graec., t. VI, p. 369, 370).

562. Fabricio (Bibl. graec., t. XII, p. 425-514), Einec. (Hist. juris romani, p. 396-399), e Giannone (Istoria civile di Napoli, t. I, p. 450-458) possono utilmente consultarsi come storici di giurisprudenza intorno ai Basilici. Quarant'un libri di questo codice greco sono stati pubblicati con una version latina da Carlo Annibale Fabrotti, Parigi 1647, in sette volumi in folio. Si sono scoperti di poi quattro altri libri che furono inseriti nel Novus Thesaurus juris civil. et Canon., di Gerardo Meerman, t. V. Giovanni Leunclavio ha composto (a Basilea 1575) un'egloga o sinopsi dei sessanta libri che formano l'intera Opera. Si vedono nel Corpus juris civilis le centotredici Novelle o leggi nuove di Leone.

563. Mi son servito dell'ultima edizione de' Geoponici, che è la migliore (stampata da Nicolao Niclas, Lipsia 1781, due volumi in ottavo). Leggo nella prefazione, che lo stesso imperatore richiamò i sistemi di rettorica e di filosofia da lungo tempo dimenticati. I suoi due libri della Hippiatrica, ossia dell'arte di curare la malattia de' cavalli, furon pubblicati a Parigi, 1530 in folio (Fabr. Bibl. graec. t. VI, p. 493-500).

564. Di quei cinquantatre libri o titoli, due soli pervennero sino a noi e furono stampati: l'uno De legationibus da Fulvio Orsino, Anversa, 1582, e da Daniele Eschelio, August. Vindel. 1603; e l'altro De virtutibus et vitiis da Enrico di Valois, ediz. di Parigi, 1634.

565. Ankio (De scriptorib. Bizant. pag. 418-460), dà il sommario della vita e la lista delle opere di Metafraste. Questo Biografo dei Santi si compiaceva nel parafrasare i sensi o le assurdità degli Atti antichi; essendo stato una seconda volta parafrasato il suo stile di rettore nella version latina del Surio, appena oggi si può conoscere un filo del tessuto primitivo.

566. Giusta il primo libro della Ciropedia, la tattica, che non è che una piccola parte dell'arte della guerra, era già professata in Persia, il che deesi riferire alla Grecia. Una buona edizione di tutti gli autori che hanno scritto di tattica sarebbe impresa degna d'un erudito: egli potrebbe scoprire qualche nuovo manoscritto, e colle sue cognizioni schiarire l'istoria militare degli antichi: ma un tale erudito dovrebb'essere di più soldato, e sventuratamente non vive più un Quinto Icilio.

567. Dopo aver osservato che i Cappadoci son meno forniti di merito quanto sono più elevati per grado e per ricchezze, l'autore della descrizion delle province si compiace dell'epigramma attribuito a Demodoco:

Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη

Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου.

Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone il sangue velenoso.

Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un serpente morse Giovanni Freron. — E che? Il serpente ne morì». Ma poichè i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia, avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma (Costantino Porfirogeneta, De themat., c. 2; Brunk, Analect. graec., t. II, p. 56; Brodaei Anthologia, l. II, p. 244).

568. La Legatio Luitprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam, è stata inserita dal Muratori negli Scriptores rerum italicarum, t. II, parte prima.

569. V. Costantino (De thematibus, nel Banduri, t. I, p. 1-30), il quale s'accorda a dire che quella parola è ουκ παλαια non antica. Maurizio (Stratagema, l. II. c. 2) si serve della parola Θημα tema per indicare una lezione: fu poi applicata al posto o alla provincia che esso occupava. Ducange (Gloss. graec. t. I, p. 487, 488). Gli autori han tentato di dar l'etimologia dei temi opsico, optimazio e tracesio.

570. Αγιος Πελαγος Santo Pelago, come lo chiamano i Greci moderni; i geografi e i marinai ne han fatto l'Arcipelago e le Arches (d'Anville Géograph. ancienne, t. I, p. 281: Analyse de la Carte de la Grèce, p. 60). La moltitudine dei monaci, e di quelli specialmente di S. Basilio, che abitavano tutte l'isole e il monte Athos, o monte santo, che sta nei contorni (Observations di Belon, fol. 32), potea giustificare l'epiteto di santo dato a questa parte del Mediterraneo. Αγιος con piccolo cangiamento divien la parola primitiva Αιγαιος Egeo, immaginato dai Doriesi, che nel lor dialetto diedero il nome figurato di αιγες, ossia capre, ai flutti saltellanti (Vossio, ap. Cellarius, Geogr. antiq., t. I, p. 829).

571. Secondo il viaggiatore ebreo, che avea corsa l'Europa e l'Asia, non gareggiava in estensione con Costantinopoli, se non se Bagdad, la gran città degli Ismaeliti (Voyage di Beniamino di Tudela, pubblicato da Baratier, t. I, c. 5, p. 46).

572. Εσθλαβωθη δε πασα η χωρα και γεγονε βαρβαρος fu saccheggiata tutta la provincia e divenne Barbara, dice Costantino (Thematibus, l. II, c. 6, p. 25) in uno stile tanto barbaro, quanto il suo concetto, a cui aggiunge, secondo il suo costume, un ridicolo epigramma. Lo scrittore che ci ha dato alcune epitomi di Strabone, osserva pure Ηπειρον, και Ελλαδα σχεδον και Μακεδονιαν, ηαι Πελοποννησον Σκυθαι Σκλαβοι νεμονται gli Sciti schiavi anche ora spogliano quasi tutto l'Epiro e la Grecia e la Macedonia e il Peloponneso (l. VII, p. 98, ediz. di Hudson). Dodvell, in proposito di questo passo (Geogr. minor, t. II, Dissert. 6, p. 170-191), narra, in una guisa che stanca, le scorrerie degli Schiavoni, e pone nell'anno 980 l'epoca di questo commentator di Strabone.

573. Strabone, Geogr. l. VIII, p. 562; Pausania, Graec. Descriptio, l. III, c. 21, p, 264, 265; Plinio, Hist. natur., l. IV, c. 8.

574. Costantino, De administr. imperio, l. II, c. 50, 51, 52.

575. La roccia di Leucade era la punta meridionale della sua diocesi. Se egli avesse avuto il privilegio esclusivo del salto degli Amanti, tanto noto ai lettori d'Ovidio, epist. Sapho, sarebbe stato il più ricco prelato della chiesa greca.

576. Leucatensis mihi juravit episcopus, quotannis ecclesiam suam debere Nicephoro aureos centum persolvere, similiter et caeteras plus minuisve secundum vires suas (Luitprando, in Legat., p. 489).

577. V. Costantino (in vit. Basil., c. 74, 75, 76, p. 195-197, in Scriptor. post Theophanem) il quale impiega gran numero di parole tecniche o barbare. Barbare dic'egli, τη των πολλων αμαθια. καλον γαρ επι τουτοις κοινολεκτειν per l'imperizia di molti, essendo ben fatto famigliarizzarsi con esse. Il Ducange si studia di spiegarne alcune: ma gli mancava la scienza d'artefice.

578. Quanto scrive Ugo Falcando degli opificii di Palermo (Hist. sicula in Proem., in Muratori Scriptor rerum italic., t. V; p. 256), è tolto da quei della Grecia. Senza trascrivere le sue frasi declamatorie, che ho mitigate nel testo, osserverò che in quel passo, il Carisio, primo editore, ha ragionevolmente sostituita la parola exanthemata alla bizzarra di exarentasmata. Viveva Falcando verso l'anno 1190.

579. Inde ad interiora Graeciae progressi Corinthum, Thebas, Athenas antiqua nobilitate celebres expugnant; et maxima ibidem praeda direpta, opifices etiam qui Sericos pannos texere solent, ob ignominiam imperatoris illius, suique principis gloriam, captivos deducunt. Quos Rogerius, in Palermo Siciliae metropoli collocans, artem texendi suos edocere praecepit; et exhinc praedicta ars illa, prius a Graecis tantum inter christianos habita, Romanis patere coepit ingeniis. (Ottone di Frisinga, De Gestis Frederici I, l. I, c. 33; in Muratori, Scriptor. Ital., t. VI, pag. 668). Questa eccezione permette al vescovo di vantare Lisbona, e Almeria, in sericorum pannorum opificio praenobilissimae (in Chron., apud Muratori, Annal. d'Ital., t. IX, p. 415).

580. Niceta, in Manuel, l. II, c. 8, p. 65. Egli parla dei Greci come abili ευητριους οθονας σφαινειν, a tessere grandi tele, come ιστω προσανοεχοντας των εξαμιτων κιαι χρυσωπαστων στολων intesi a far tessuti di sciamiti e di stoffe con oro.

581. Ugo Falcando le chiama nobiles officinas. Gli Arabi piantarono canne e ne cavarono zucchero nella pianura di Palermo; ma non recarono colà la seta.

582. V. la vita di Castruccio Castracani, non quella pubblicata dal Machiavelli, ma da Nicola Tegrini, che è più autentica. Il Muratori che l'inserì nell'undecimo volume de' suoi Scriptores etc. cita questo passo curioso nelle sue Antichità d'Italia (t. I, Dissert. 25, p. 378).

583. V. l'estratto degli statuti manoscritti di Modena citati dal Muratori nelle Antichità d'Italia (t. II, Dissert. 30, p. 46-48).

584. I telai di stoffe di seta furono introdotti in Inghilterra l'anno 1620 (Andersons, Chronological Deduction, vol. II, p. 4). Ma alla rivocazione dell'Editto di Nantes è debitrice la Gran Brettagna della colonia di Spitalfields.

585. Voyage di Beniamino di Tudela, t. I, c. 5, p. 44-52. Il testo ebraico fu tradotto in francese da Baratier, quel giovanetto maraviglioso pel sapere, che però aggiunse alla versione un volume d'erudizione indigesta. Gli errori e le finzioni del Rabbino ebreo non bastano a ingerir dubbio sulla realtà de' suoi viaggi.

586. V. il continuator di Teofane (t. IV, p. 107), Cedreno (p. 544) e Zonara (t. II, l. XVI, p. 157).

587. Zonara (t. II, l. XVII, p. 225) invece di libbre, usa la denominazione più classica di talenti: stando al senso letterale di questo vocabolo, il tesoro di Basilio, con un calcolo esatto, sarebbe sessanta volte più considerevole.

588. Chi brama una minuta descrizione del palazzo imperiale, vegga la Constantinop. christiana (l. II, c. 4, p. 113-123) del Ducange ch'è il Tillemont del medio evo. La laboriosa Alemagna non ha prodotto due dotti più operosi e più esatti di questi due antiquari, impastati per altro del sangue spiritoso dei Francesi.

589. Se si crede ad un epigramma (Anthol. graec., l. IV, p. 488-489, Brodaci, ap. Wechel) attribuito a Giuliano, ex-prefetto dell'Egitto, il palazzo di Bisanzio vinceva il Campidoglio, il palazzo di Pergamo, il bosco Ruffiniano (φαιδρον αγαλμα bel simulacro), il tempio di Adriano, Cizico, le piramidi, il faro ec. Il Brunch ha raccolto (Analect. graec., t. II, p. 493-510) settant'uno epigrammi di questo Giuliano, alcuni de' quali sono frizzanti, ma questo non vi si trova.

590. Constantinopolitanum palatium non pulchritudine solum, verum etiam fortitudine omnibus quas unquam videram munitionibus praestat (Luitpr., Hist., l. V, c. 9, p. 465).

591. V. il continuatore anonimo di Teofane (p. 59-61-86), cui mi sono attenuto dietro l'estratto elegante e conciso del Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. XIV, p. 436-438).

592. In aureo triclinio quae praestantior est pars potentissimus (l'usurpatore Romano) degens caeteras partes (filiis) distribuerat (Luitprando, Hist., l. V, c. 9, p. 489). V. sul significativo di triclinio (aedificium tria vel plura κλινη (letti) scilicet σεγη (camere) complectens), il Ducange, (Gloss. graec. e Observations sul Joinville p. 240), e il Reiske (ad Constantinum de Ceremoniis, p. 7).

593. In equis vecti (dice Beniamino di Tudela), regum filiis videntur persimiles. Io preferisco la version latina dell'imperator Costantino (p. 46) alla francese del Baratier (t. I, p. 49).

594. V. i particolari del viaggio, della munificenza, e del testamento di essa nella vita di Basilio scritta da Costantino, nipote di questo imperatore (c. 74, 75, 76, p. 195-197).

595. Carsamatium (καρξιμαδες, Ducange, Gloss.) Graeci vocant, amputatis virilibus et virga, puerum eunuchum quos Verdunenses mercatores ob immensum lucrum facere solent et in Hispaniam ducere (Luitprando, l. VI, c. 3, p. 470); è questo l'ultimo abbominio dell'infame traffico di schiavi. Mi fa stupore peraltro che in Lorena, nel decimo secolo, si trovassero così attive speculazioni di commercio.

596. V. l'Alessiade (l. III, p. 78, 79) d'Anna Comnena, che può paragonarsi a Madamigella di Montpensier, trattane la pietà filiale. Col suo gran rispetto pe' titoli e per le formalità, ella dà a suo padre il nome di Επισημοναρχης, inventore di quest'arte regia, τεχνη τεχνων arte delle arti, e επισημων επισημη, scienza delle scienze.

597. Στεμμα, σεφανος, διαδημα; serto, corona, diadema (V. Reiske, ad Ceremoniale p. 14, 15). Il Ducange ha pubblicato una dotta dissertazione sulle corone di Costantinopoli, di Roma, e di Francia ec. (sopra Joinville, XXV, p. 289-303): ma nessuno dei trentaquattro modelli che egli ne dà s'accorda esattamente colla descrizione d'Anna Comnena.

598.

Par exstans curis, solo diademate dispar

Ordine pro rerum vocitatus Cura-Palati,

dice l'Affricano Corippo (De laudibus Justini, l. I, 136); e nello stesso secolo (il sesto) Cassiodoro dice parlando di quell'uffiziale, Virga aurea decoratus inter numerosa obsequia primus ante pedes regis incederet (Variar., VII, 5). In processo di tempo, cacciarono i Greci al quindicesimo grado questo grande ufficiale, e divenne quasi ignoto, ανεπιγνωστος, e non esercitava più alcun ufficio νυν δε ουδεμιαν (Codin, c. 5, p. 65).

599. Niceta (in Manuele, l. VII, c. I,) lo definisce così, ως η Λατινων φωνη καγκελαριον, ως δ’Ελληνες ειποιεν λογοθετην, quel che in lingua, latina è il cancelliere, i Greci chiamano Logoteta. Andronico vi aggiunse l'epiteto di μεγας grande (Ducange, t. I. p. 822, 823).

600. Dopo l'imperatore Leone I (A. D. 470), l'inchiostro imperiale, che tuttavia si vede in alcuni atti originali, fu una mescolanza di minio, di cinabro o di porpora. I tutori dell'imperatore, che avean facoltà di servirsene, scrivean sempre l'indizione e il mese con inchiostro verde. V. il Dictionnaire diplomatique (t. I, p. 511-513), compendio prezioso.

601. Il soldano mandò un Σιαους Siaus ad Alessio (Anna Comnena l. VI, p. 170: Ducange ad loc.); e Pachimaro parla spesso del μεγας τζαους, grande Tziaus (l. VII, c. I; l. XII, c. 30; l. XIII, c. 22). Lo Sciau bascià oggi comanda settecento ufficiali (Ricaud, Ottoman Empire p. 349, ediz. in-8.)

602. Tagesman è il nome arabo d'un interprete (d'Herbelot, p. 854, 855), πρφτος των ερμηνεων ους κοινως ονομαζουσι δραγομανους, il primo degli interpreti, che comunemente chiamano dragomani, dice Codino (c. 5, n. 70, p. 67). V. Villehardouin (n. 96), Busbek (epist. 4, p. 338) e Ducange (Observ. sopra Villehardouin, et Gloss. graec. et latin.)

603. Κονοσταυλος o κοντοσταυλος, conostaulo o controstaulo, parola corrotta dal latino comes stabuli o dal francese connétable. I Greci han dato a questo vocabolo un senso militare sin dall'undecimo secolo, cioè almeno tanto per tempo quanto i Francesi.

604. Questa parola dalla lingua dei Normanni passò direttamente ai Greci. Nel duodecimo secolo, Giannone annovera l'ammiraglio di Sicilia tra i grandi ufficiali.

605. Questo abbozzo degli onori e delle cariche dell'impero Greco è cavato da Giorgio Codino Curopalata, che viveva ancora dopo che Costantinopoli fu presa dai Turchi. La sua frivola Opera, ma scritta accuratamente (De officiis ecclesiae et aulae C. P.), è stata illustrata dalle note di Goar e dai tre libri del Gretsero, dotto Gesuita.

606. La maniera di salutare portando la mano alla bocca, ad os, è l'origine della parola latina adorare. V. l'erudito Selden (Titles of Honour vol. III, p. 143-145, 942). Pare, giusta il primo libro d'Erodoto, che quest'uso venga dalla Persia.

607. Luitprando descrive facetamente le sue due ambasciate che fece nella Corte di Costantinopoli, quello che vide e che ebbe a soffrire nella capitale dell'impero Greco (Hist. l. VI, c. 1-4, p. 469-471; Legatio ad Niceph. Phoc., p. 479-489).

608. Fra gli altri divertimenti di questa festa, un giovanetto tenne sulla fronte in equilibrio una picca, o pertica, lunga ventiquattro piedi, che portava un po' al di sotto della sua estremità superiore una spranga di due cubiti. Due altri ignudi, ma coperti alla cintura (campestrati), fecero ora insieme or separatamente diversi scherzi come d'arrampicarsi, di fermarsi, di giocare, di scendere ec. ita me stupidum reddidit, dice Luitprando, utrum mirabilius nescio (p. 470). A un altro pranzo si lesse un'omelia di S. Crisostomo sugli Atti degli appostoli, elata voce non latine (p. 483).

609. Con molta verosimiglianza si fa derivare la parola gala, da cala o caloat, che, in arabo, significa un abito d'onore (Reiske, Not. in cerem., p. 84).

610. Πολυχρονιζειν desiderar lunga vita, parola spiegata poi con quella di ευφημιζειν augurar bene (Codin, c. 7, Ducange, Gloss. Graec. t. I, p. 1199).

611. Κωνσερβετ Δεους εμπεριουμ βεστρουμ — βικτορ σις σεμπερ — βηβητε Δομινι Ημπερατορες ην μυλτος αννος Conservet Deus imperium vestrum — victor sis semper — Vivite Domini Imperatores in multos annos (Ceremon. c. 75, p. 215). I Greci non avendo il V latino furono obbligati ad usare il loro β. Queste frasi strane han potuto imbarazzare qualche professore, fintanto che avran poi scoperto il vero linguaggio.

612. Βαραγγοι κατα την πατριαν γλωσσαν ουτοι, ηγουν Ινκλινιστι πολυχρονιζουσι i Varangi (gli Inglesi) secondo la patria lingua ancor essi, cioè inchinati, auguran lunga vita (Codin, p. 90). Vorrei che avesse conservato, anche in parte corrotte, le parole della acclamazion degli Inglesi.

613. V. sopra questa cerimonia l'opera di Costantino Porfirogeneta colle note, anzi dissertazioni degli editori tedeschi Leich e Reiske, sul grado delle persone di Corte (pag. 80, not. 23-62), sull'adorazione che non si facea le domeniche (p. 95-240 not. 131), sulle uscite trionfali (p. 2, ec. not. p. 3 ec.), sulle acclamazioni (passim, not. 25 ec.), sulle fazioni e sull'Ippodromo (p. 177-214, not. 9-95 ec.), suoi giuochi dei Goti (pag. 221, not. 3), sulla vendemmie (pag. 217, not. 109): questo libro contiene molte altre particolarità.

614. Et privato Othoni et nuper eadem dicenti nota adulatio (Tacito, Hist. I, 85).

615. Le Familiae byzantinae del Ducange spiegano e rettificano il decimoterzo capitolo De administratione imperii.

616. Sequiturque nefas Aegyptia conjux (Virgilio, Aeneid, VIII, 688). Questa Egiziana per altro discendeva da gran numero di re. Quid te mutavit (dice Antonio ad Augusto in una lettera) an quod reginam ineo? Uxor mea est (Svetonio, in August., c. 69). Per altro non so, nè ho tempo di cercare, se il Triumviro osasse mai celebrare il suo matrimonio con Cleopatra secondo i riti romani o quei dell'Egitto.

617. Berenicem invitus invitam dimisit (Sveton. in Tito, c. 7). Non mi ricordo se io abbia altrove osservato che questa bella Giudea avea allora più di cinquant'anni. Il giudizioso Racine s'è ben guardato dal parlar della sua età e del suo paese.

618. Si suppone che Costantino avesse fatto elogio della ευγενεια nobiltà, e della περιφανεια fama dei Franchi, con cui avea contratto alleanze pubbliche e private. Gli autori francesi (Isacco Casaubono, in Dedicat. Polybii) si compiacciono di quei complimenti.

619. Costantino Porfirogeneta (De administ. imperii, c. 26) dà la genealogia e la vita dell'inclito re Ugone. περιβλπτου ρεγος Ουγονως. Se ne avranno idee più esatte nella critica del Pagi, negli annali del Muratori e nel compendio di Saint-Marc, A. D. 925-946.

620. Luitprando dopo avere parlato delle tre Dee, aggiugne et quoniam non rex solus iis abutebatur, earum nati ex incertis patribus originem ducunt (Hist., l. IV, c. 6). Vedi sul matrimonio della seconda Berta, Hist. l. V, c. V; sull'incontinenza della prima, Dulcis exercitio hymenaei, l. II, c. XV; su le virtù ed i vizi di Ugone, l. III, c. 5. Non conviene però dimenticare che il vescovo di Cremona è un poco inclinato per le cronache scandalose.

621. Licet illa imperatrix graeca sibi et aliis fuisset satis utilis et optima, etc. Tale è il preambolo d'un autore nemico (apud Pagi t. IV, A. D. 989, n. 3). Il Muratori, il Pagi, e il Saint-Marc alla data di ognuno di questi avvenimenti, parlano del suo matrimonio e delle principali azioni della sua vita.

622. Cedreno (t. II. p. 699), Zonara (t. II, p. 221), Elmacin (Hist. Saracen., l. III, c. 6), Nestore (apud Lévesque, t. II, p. 112), Pagi (Critica, A. D. 987, n. 6); combinazion singolare! Volodimiro ed Anna son nel numero dei Santi della chiesa russa, eppure noi conosciamo i vizi del primo e ignoriamo le virtù della seconda.

623. Henricus primus duxit uxorem scythicam, russam, filiam regis Jeroslai. Alcuni vescovi Greci furono spediti ambasciatori in Russia; e il padre gratanter filiam cum multis donis misit. Si fece questo matrimonio nel 1051. V. i passi delle cronache originali negli storici di Francia del Bouquet (t. XI, p. 29-159-161-319-384-481). Il Voltaire ha potuto maravigliarsi di questa alleanza; ma non avrebbe dovuto confessarsi ignaro del paese, della religione ec., di Jeroslao, nome notissimo negli Annali di Russia.

624. Una costituzion di Leone Filosofo (78), Ne Senatusconsulta amplius fiant, parla il linguaggio del più assoluto dispotismo: εξ ου το μοναρχων κρατος την τουτων ανηπται διοικησιν και ματαιον το αχρηστον μετα των χρειαν παρεχομενων συναπτεσθαι, da che la potenza dei monarchi regola la loro amministrazione, essere inopportuno e vano il congiungere a ciò che è inutile le cose che portano utilità.

625. Codino (De officiis, c. 17, p. 120, 121) ci dà a conoscere questo giuramento sì forte verso la chiesa πιστος και γνηστιος δουλος και υιος της αγιας εκκλησιας, fedele e legittimo servo, e figlio della santa chiesa, e poi sì debole quando si tratta degli interessi del popolo, και απεχεσθαι φονων και ακρωτηριασμων και αμοιων τουτοις κατα το δυνατον ed astenersi dal mandar a morte, dal mutilare, e da possibili condanne per quanto fosse possibile.

626. I saggi e buoni sovrani sanno por limiti al loro potere colla voce di una retta coscienza, condotta dall'equità, e dal bene generale dello Stato; conoscono i loro diritti, ed i loro doveri; sanno tener fermo il trono, sanno scegliere i ministri, che partecipano con essi delle gravi cure dello Stato. (Nota di N. N.)

627. Quelli che hanno la grave cura di governare, sanno prevenire gli effetti funesti de' capricci de' governati, e conservare l'ordine stabilito. (Nota di N. N.)

628. Deve intendersi che l'Autore riferisca il vocabolo despota al governo degli Arabi, ed anche di Costantinopoli nell'epoca di cui si tratta, ed anche a quello del Gran Signore d'oggidì. Sanno tutti che governo despotico è quello che non è regolato ordinatamente da un Codice scritto di leggi, e sotto il quale le proprietà non sono sicure, siccome non lo sono le vite. Le attuali monarchie d'Europa hanno un codice scritto, che guarentisce le proprietà, le vite, ed i diritti; nè queste cose si possono perdere che per la violazione delle leggi. (Nota di N. N.)

629. Ecco le minacce di Niceforo all'ambasciatore d'Ottone: Nec est in mari domino tuo classium numerus. Navigantium fortitudo mihi soli inest, qui cum classibus aggrediar, bello maritimas ejus civitales demoliar; et quae fluminibus sunt vicina redigam in favillam (Luitprando in legat. ad Nicephorum Phocam, in Muratori Scriptores rerum italicarum, t. II, part. I, p. 481). Egli dice in un altro sito: qui caeteris praestant Venetici sunt et Amalphitani.

630. Nec ipsa capiet eum (l'imperator Ottone) in qua ortus est pauper et pellicea Saxonia: pecunia qua pollemus omnes nationes super eum invitabimus; et quasi Keramicum confringemus (Luitprando, in Legat., p. 487). I due libri De administrando imperio, ripetono per tutto gli stessi principii politici.

631. Il decimonono capitolo della Tattica di Leone (Meurs. opera, t. VI, p. 825-848), pubblicata più correttamente sopra un manoscritto di Gudio dal laborioso Fabricio (Biblioth. graec., t. VI, p. 372-379), tratta della naumachia o guerra navale.

632. L'armata di Demetrio Poliorceta aveva pure navigli di quindici o sedici ordini di remi, de' quali non si faceva uso che nel combattimento. Quanto alla nave con quaranta ordini di remi di Tolomeo Filadelfo, era un piccolo palazzo ondeggiante, la cui portata, paragonandola a quella d'un vascello inglese di cento cannoni, era nella proporzione di quattro e mezzo ad uno, secondo il dottore Arbuthnot (Tables of ancient coins, etc., p. 231-236).

633. È tanto chiara l'asserzione degli autori che dicono avere avuto i Dromoni di Leone ec. due ordini di remi, che io debbo criticare la versione di Meursio e di Fabricio, i quali pervertono il senso per una cieca fedeltà alla denominazione classica di triremi. Gli storici bisantini commettono qualche volta la medesima inesattezza.

634. Costantino Porfirogeneta in vit. Basil., c. 61, p. 185: loda egli moderatamente questo stratagemma come βουλην συνστην και σοφην un'invenzione prudente e dotta; ma, offuscato dalla sua fantasia, presenta la navigazione intorno al Capo del Peloponneso come un tragitto di mille miglia.

635. Il continuator di Teofane (l. IV, p. 122, 123) nomina i luoghi di questi segnali che rispondono gli uni agli altri; il castello di Lulum presso Tarso, il monte Argeo, il monte Isamo, il monte Egilo, la collina di Mamasso, il Ciriso, il Mocilo, il colle d'Ausenzio, il quadrante del faro del gran palazzo. Dice che le notizie si trasmettevano εν ακαρει in un attimo: miserabile esagerazione, che nulla dice perchè dice troppo. Sarebbe stata cosa più istruttiva l'indicare un intervallo di tre, di sei o di dodici leghe.

636. V. il Cerimoniale di Costantino Porfirogeneta (l. II, c. 44, p. 176-192). Un lettore attento scorgerà qualche contraddizione in varie parti di questo calcolo; ma non sono già più oscure, o più inesplicabili, delle tabelle totali, e di quelle degli uomini effettivi, dei soldati presenti e degli altri atti al servigio, dei riscontri di riviste e dei congedi, cose che nei nostri eserciti odierni si vogliono coperte d'un velo misterioso, ma profittevole a taluno.

637. V. il quinto, sesto e settimo capitolo, περι οπλων, περι οπλισεως, e περι γυμνασιας delle armi, dell'armamento e dell'esercizio, nella Tattica di Leone, coi passi corrispondenti in quella di Costantino.

638. Osservano essi της γαρ τοξειας παντελως αμεληθεισης... εν τοις Ρωμαιοις τα πολλα νον αιωθε σφαλματα γινησθαι essendo onninamente negletta l'arte del balestriere... sogliono presentemente succedere fra i Romani molti errori (Leone, Tactique, p. 581; Costantino, p. 1216). Non era però massima de' Greci e de' Romani lo spregiare l'arte de' saettieri, perchè combattevano da lungi, e disordinatamente.

639. Si confrontino i passi della Tattica, p. 669, e 721, e il duodecimo col diciottesimo capitolo.

640. Nella prefazione alla sua Tattica, Leone deplora apertamente la mancanza di disciplina e le disgrazie di quel tempo. Ripete senza scrupolo (Proem. p. 537) i rimproveri di αμελεια, αταξια, αγυμνασια, δειλια, negligenza, confusione, mancanza d'esercizio, poltroneria ec.; e pare che sotto la generazion seguente meritassero la stessa censura gli alunni di Costantino.

641. V. nel Cerimoniale (l. II, c. 19, p. 363) la consuetudine tenuta quando l'imperatore calpestava i Saracini prigionieri, mentre cantavasi: «tu hai fatto scabello de' tuoi nemici», e il popolo ripeteva il Kyrie eleison quaranta volte seguitamente.

642. Osserva Leone (Tactique p. 668), che una battaglia ordinata contro qualunque nazione è επισφαλες e επικινδυνον incerta e pericolosa. Le parole sono energiche, e l'osservazione è giusta; ma se i primi Romani fossero stati di questo avviso, noti avrebbe mai dato leggi Leone alle rive del Bosforo Tracio.

643. Zonara (t. II, l. XVI, p. 202, 203) e Cedreno (Compend., p. 698) che parlano di questa idea di Niceforo, applicano molto male l'epiteto di γενναιον generosa all'opposizion del Patriarca.

644. Il decimo ottavo capitolo, che tratta della tattica delle varie nazioni, è il più storico ed il più utile di tutta l'Opera di Leone. Non avea che troppe occasioni l'imperator Romano di studiare i costumi e le armi de' Saracini (Tactique p. 809-817, e un frammento d'un manoscritto della biblioteca Medicea, che si trova nella prefazione del sesto volume del Meursio).

645. Παντος δε παι κακου εργου τον Θεον αιτιον υποτιθενται και πολεμοις χαιρειν λεγουσι τον Θεον τον διασκορπιζουντα εθνη τα τους πολεμους θελοντα. Suppongono che Iddio sia l'autore d'ogni azione, anche cattiva, e dicono che si compiace della guerra quel Dio che disperde le nazioni che voglion la guerra (Leone, Tactique p. 809).

646. Luitprando (p. 484, 486) riferisce e spiega gli oracoli de' Greci e de' Saracini, dove, secondo l'uso della profezia, il passato è chiaro ed istorico, e l'avvenire oscuro, enimmatico ed inesatto. Secondo questa linea di demarcazione tra la luce e l'ombra, si può per lo più determinar l'epoca di ognuno di quegli oracoli.

647. Si riscontra la sostanza di questa riflessione in Abulfaragio (Dynast., p. 2, 62, 101); ma non mi sovviene dove io l'abbia trovata nella forma di questa spiritosa sentenza.

648. Ex Francis, quo nomine tam Latinos quam Teutones comprehendit, ludum habuit (Luitprand., in Legat. ad imp. Nicephor., p. 483, 484). L'ampiezza data poi a questa denominazione è confermata da Costantino (De administr. imp., l. II, c. 27, 28), e da Eutichio (Annal., t. I, p. 55, 56) che vissero tutti e due prima delle Crociate. Le testimonianze d'Abulfaragio (Dyn., p. 69) e d'Abulfeda (Praefat. ad Geogr.) sono le più recenti.

649. Si può consultare utilmente su questo articolo di disciplina ecclesiastica e beneficiaria, il padre Tomassino (t. III, l. I, c. 40, 45, 46, 47). Una legge di Carlomagno esentava i vescovi dal servigio personale; ma l'uso contrario, che prevalse dal nono al decimoquinto secolo, è confermato dall'esempio o dal silenzio de' Santi e dei dottori... «Voi giustificate coi sacri canoni la vostra poltroneria, dice Ratario di Verona; ma i canoni vi proibiscono anche l'incontinenza, eppure......»

650. L'imperator Leone ha esposto imparzialmente, nel decimo ottavo capitolo della sua Tattica, i vizi e le qualità militari dei Franchi, (che Meursio traduce in modo ridicolo col vocabolo Galli), e dei Lombardi o Longobardi. V. pure la ventesimasesta dissertazione del Muratori, De antiquitatibus Italiae medii aevi.

651. Domini tui milites (diceva l'orgoglioso Niceforo) equitandi ignari, pedestris pugnae sunt inscii: scutorum magnitudo, ensium longitudo, galearumque pondus neutra parte pugnare eos sinit; ac subridens, impedit, inquit, et eos gastrimargia, hoc est ventris ingluvies, etc. (Luitprando, in Legat. p. 480, 481).

652. In Saxonia certe scio.... decentius ensibus pugnare quam calamis, et prius mortem obire quam hostibus terga dare (Luitprando, p. 482).

653. φθαγ οι τοιυν και Λογιβαθδοι λογον ελευθεριας περι πολλου ποιουνται, αλλ’ οι οι μεν Λογιβαθδοι το πλεον της τοιαυτης αθετης νυν απωλεσαν. I Franchi per altro, e i Longobardi sovente fan parola di libertà; ma i Longobardi ora hanno perduto il più di questa virtù. (Leone, Tactiq., c. 18, p. 805). L'imperatore Leone morì, A. D. 911. Un poema istorico che finisce nel 916, e che sembra composto nel 940 da un Veneziano, così parla dei costumi d'Italia e di Francia.