Maometto avea il buon senso di non curare la pompa e la dignità regia[177]: l'appostolo di Dio s'abbassava alle occupazioni più oscure della vita domestica: accendeva il foco, scopava la stanza, mugnea le pecore, rattoppava le scarpe, e le vestimenta. Se aveva a schifo le mortificazioni e le virtù di un romito, osservava senza sforzo, come senza vanità, la dieta frugale d'un Arabo e d'un soldato. Nelle grandi occasioni ammetteva i compagni al suo desco che allor s'imbandiva con un'abbondanza rustica ed ospitale; ma abitualmente lasciava passar più settimane senza accendere fuoco in cucina. Confermava coll'esempio la proibizione del vino: calmava la fame con un tozzo di pane d'orzo; gli piaceva assai il latte e il mele, ma per costume si nudriva di datteri e d'acqua. Profumi e donne erano le due sensualità che il suo temperamento esigeva; non erano proibite dalla sua religione, ed egli asseriva che anzi da questi piaceri innocenti pigliava forza il fervore della sua devozione. Pel caldo del clima il sangue degli Arabi è acceso, e gli scrittori antichi notarono la inclinazione di quelli al libertinaggio[178]. Dalle leggi religiose e civili del Corano ne venne regolata l'incontinenza; furono biasimate le alleanze incestuose, ed una illimitata poligamia fu ristretta a quattro mogli, o concubine; furono statuiti con eque norme i dritti di letto e di stradotale delle mogli; fu disanimata la libertà del divorzio; divenne per esse l'adulterio un delitto capitale, e fu punita con cento vergate la fornicazione d'entrambi i sessi[179]. Furon questi i precetti dati dal legislatore nella calma della ragione; ma nella vita privata, si abbandonò Maometto senza ritegno alle inclinazioni dell'uomo, e fece abuso de' dritti di Profeta. Una rivelazione speciale lo dispensò dalle leggi, ch'egli aveva al suo popolo imposte; tutte, senza riserva, le donne furono in preda a' suoi desiderii: questa singolare prerogativa fu per altro soggetto d'invidia più che di scandolo, e di venerazione anzi che no pe' Musulmani devoti. Richiamando alla memoria le settecento mogli e le trecento concubine del sapiente Salomone, loderemo la moderazione del Profeta arabo, che sposò soltanto quindici o diciassette donne; undici delle quali aveano ciascuna il proprio appartamento separato intorno alla casa dell'appostolo, e alternativamente otteneano il favore della sua compagnia coniugale. È cosa singolare che tutte fossero vedove, trattane Ayesha, la figlia di Abubeker. La quale era vergine quando la sposò; e tale è la forza del clima per anticipare il tempo della pubertà, ch'ella non avea che nove anni quando egli consumò il matrimonio. La giovinezza, l'avvenenza, la franchezza d'Ayesha le diedero ben presto la preminenza su le compagne; ebbe l'amore e la confidenza del Profeta, e dopo la morte del marito, la figlia d'Abubeker fu per lungo tempo riverita come la madre de' fedeli. Equivoca per altro ed imprudente fu la sua condotta morale; in un viaggio di notte rimase per avventura indietro, e la mattina tornò al campo in compagnia d'un uomo. Maometto inclinava alla gelosia, ma da una rivelazione ebbe avviso che innocente era sua moglie; castigò gli accusatori, e pubblicò quella legge, così utile alla pace delle famiglie, che non sarebbe condannata alcuna donna se da quattro uomini non fosse stata veduta nell'atto d'adulterio[180]. L'amante Profeta dimenticò gl'interessi della propria fama nelle sue tresche con Zeineb, sposa di Zeid, e con Maria, schiava egiziana. Stando un giorno in casa di Zeid, scorse seminuda la bella Zeineb, e si lasciò fuggire un grido di cupidigia, e di devozione. Il servile o riconoscente liberto capì quel che bramava l'appostolo, e si prestò senza esitazione a compiacere gli amori del suo benefattore: ma avendo i legami figliali esistenti fra loro suscitato una specie di scandolo; discese dal cielo l'angelo Gabriele a ratificare quanto era accaduto, annullò l'atto di adozione, e blandamente rimbrottò il Profeta che diffidasse della indulgenza di Dio. Hafna, figlia di Omar, una delle mogli di Maometto, lo sorprese sul letto proprio in braccio alla schiava egiziana; promise ella di perdonargli e di mantenere il secreto, ed egli giurò che rinuncierebbe a Maria. Ma entrambi posero in dimenticanza i patti, e l'angelo Gabriele venne un'altra volta dal cielo con un capitolo del Corano che assolvea Maometto dal giuramento, e l'esortava a godersi liberamente le sue prigioniere e le concubine; senza badare a' clamori delle sue mogli. In un ritiro di trenta giorni con Maria, adempiè il meglio che seppe fare agli ordini dell'inviato di Dio. Quando ebbe sbramato l'amore e la vendetta chiamò alla sua presenza le undici mogli, le rimproverò d'inobbedienza e d'indiscrezione, e le minacciò di divorzio in questo Mondo e nell'altro; minaccia terribile, poichè quelle che aveano diviso il letto col Profeta erano per sempre escluse dalla speranza d'un secondo matrimonio. Quel che si narra delle facoltà naturali, o soprannaturali, che avea in sorte il Profeta[181], potrebbe scusare per avventura la sua incontinenza; è fama ch'egli vantasse il vigore di trenta figli d'Adamo, e che avrebbe potuto eguagliare la decimaterza fatica[182] dell'Ercole greco. Potrebbe anche la sua fedeltà per Cadijah fornire un argomento difensivo più serio e decente: in ventiquattro anni di matrimonio, non fece mai uso, quantunque giovane, del suo diritto di poligamia, nè mai all'orgoglio o alla tenerezza della illustre matrona toccò di soffrire l'associazione d'una rivale. Morta che fu, la noverò tra le quattro donne perfette, tre delle quali erano la sorella di Mosè, la madre di Gesù, e Fatima, la prediletta tra le sue figlie. «Non era già vecchia? gli disse un dì Ayesha, coll'insolenza d'una bella e fresca giovane, e Dio non le ha sostituita un'altra migliore? — No, per Dio, rispose Maometto con un'effusione di virtuosa gratitudine, veruna donna può essere preposta a Cadijah: ella mi ha creduto quando mi sprezzavano gli uomini; ella ha provveduto alla mia necessità mentre io era povero e perseguitato dagli uomini[183]».

Moltiplicando in tal guisa le mogli, avea forse in animo il fondatore d'una nuova religione, e di un nuovo impero, di moltiplicare le sorti di una numerosa posterità, e d'una successione diretta. Ma le speranze di Maometto andarono deluse. Ayesha, sposata vergine, e le altre sue dieci mogli tutte vedove, in età matura e di provata fecondità, tra le possenti braccia di lui si rimasero sterili. Quattro figli avuti di Cadijah erano morti in infanzia. Maria, la sua concubina Egiziana, gli divenne più cara per aver partorito Ibrahim, ma non passarono quindici mesi che dovè il Profeta piangerne la perdita: sostenne egli con fermezza i motteggi de' suoi nemici, e represse l'adulazione o la credulità de' Musulmani, assicurandoli che un'ecclissi solare, avvenuta in quel tempo, non era stata conseguenza della morte d'Ibrahim. Avea pure avuto da Cadijah quattro figlie, le quali sposarono i più fedeli de' suoi discepoli; morirono tre prima del padre loro; ma Fatima, l'ultima che godea tutta la sua confidenza e affezione, divenne consorte d'Alì suo cugino, e ceppo d'una stirpe illustre. Al merito e alle disgrazie d'Alì e de' suoi discendenti, è d'uopo ch'io doni qui anticipatamente la esposizione della serie de' Califfi saraceni, titolo che distingue i Commendatori de' credenti in qualità di vicari e di successori dell'appostolo di Dio[184].

La nascita d'Alì, il suo matrimonio e la sua riputazione, che lo innalzarono sopra tutti i suoi concittadini, poteano giustificarne le pretensioni al trono dell'Arabia. Figlio d'Abu-Taleb, era già per questo solo titolo il Capo della famiglia di Hashem, e principe ereditario, o custode della città e del tempio della Mecca. S'era dileguata la luce profetica, ma il marito di Fatima potea sperare l'eredità e la benedizione del padre della moglie; alcune volte avevano gli Arabi obbedito ad una donna, e il Profeta strignendo teneramente fra le braccia i suoi due nipoti, li avea dalla sua cattedra qualche volta mostrati al popolo come l'unica speranza della sua vecchiaia, e come Capi della gioventù del paradiso. Poteva il primario de' veri credenti aver fiducia di camminare davanti a loro in questo e nell'altro Mondo, e se taluni pur comparivano più gravi ed austeri, almeno tra i nuovi convertiti, non potea veruno vincere Alì nello zelo e nella virtù. Accoppiava in sè i pregi di poeta, di soldato e di santo: vive ancora la sua sapienza in una Raccolta di sentenze morali e religiose[185], e quando era tempo di disputare o di combattere, dalla sua eloquenza o dal suo valore erano soggiogati gli avversari. Dal primo giorno della sua missione sino all'estrema cerimonia de' suoi funerali, non fu mai abbandonato l'appostolo da quell'amico generoso, ch'egli amava denominare suo fratello, suo vicegerente, e il fido Aronne d'un altro Mosè. Fu poi rimproverato il figlio d'Abu-Taleb di avere trascurato i propri interessi, omettendo di farsi dichiarare in guisa solenne successore al trono, il che avrebbe tolta di mezzo ogni concorrenza, e data ai suoi diritti la sanzione d'un decreto celeste; ma scevro da diffidenza l'eroe s'affidava in sè stesso. La gelosia per altro del potere, e forse la tema di qualche contrarietà valsero a tenere in sospeso le risoluzioni di Maometto, e nell'ultima infermità vide assediato il suo letto dalla scaltrita Ayesha figlia di Abubeker e nemico d'Alì.

A. D. 632

Colla morte e pel silenzio di Maometto, la nazione ricuperò i suoi dritti, e convocò un'assemblea per deliberare su la scelta d'un successore. I titoli di nascita, e l'ardito e altero contegno d'Alì offendevano lo spirito aristocratico degli anziani che volevano poter sovente disporre dello scettro con libere e frequenti elezioni. Mal sofferivano i Koreishiti l'orgogliosa preminenza della linea di Hashem; si riaccese l'antica discordia delle tribù; i fuggiaschi della Mecca e gli ausiliari di Medina posero in campo i lor dritti speciali, e fu fatta l'imprudente proposta di eleggere due Califfi independenti, cosa che avrebbe soffocato pur nella cuna la religione e l'impero de' Saraceni. Ogni trambusto cessò per la magnanima risoluzione di Omar, il quale rinunciando alle sue pretensioni, alzò subitamente la mano, e si dichiarò il primo suddito del placido e venerando Abubeker. L'occasione, che era urgente, e l'assenso popolare poterono rendere scusabile questa illegale e precipitata determinazione; ma Omar esso stesso annunciò dalla cattedra, che se da indi in poi osasse un Musulmano precedere il suffragio de' suoi fratelli, sarebbero degni di morte e l'elettore e l'eletto[186]. Abubeker fu senza pompa installato; Medina, la Mecca, le province d'Arabia gli obbedirono. Soli gli Hashemiti negarongli il giuramento di fedeltà, e il pertinace lor Capo si tenne racchiuso per più di sei mesi in casa senza volerlo riconoscere, e senza por mente alle minacce d'Omar, il quale tentò di dar fuoco alla casa della figlia dell'appostolo. Colla morte di Fatima, e coll'indebolimento della fazione d'Alì si calmò in lui lo sdegno, e riconobbe egli finalmente il generale de' fedeli; approvò la scusa da quello addotta della necessità di prevenire i nemici comuni, e saviamente ricusò la proposta, che Abubeker gli faceva, d'abdicare il governo degli Arabi. Dopo un regno di due anni, il vecchio Califfo intese la voce dell'angelo della morte. Nel suo testamento, coll'assenso tacito de' suoi compagni, commise lo scettro alla ferma ed intrepida virtù di Omar. «Non ho mestieri di questa dignità,» disse il modesto Musulmano. «Ma la dignità ha bisogno di te,» gli rispose Abubeker, il quale si morì pregando fervorosamente il Dio di Maometto, perchè volesse ratificare quella scelta, ed inspirare a' Musulmani sommessione e concordia. Fu esaudita la sua orazione, poichè Alì si diede tutto alla solitudine e alla preghiera, e protestò di voler rispettare il merito e la dignità del suo rivale, che lo consolò della perdita dell'impero co' più cortesi uffici di amicizia e di stima. Omar fu assassinato nell'anno duodecimo del suo regno. Temendo di gravare la propria coscienza co' peccati del successore, non volle nominare al trono nè suo figlio, nè Alì; ma lasciò a sei de' suoi rispettabili socii la difficil cura di scegliere il comandante de' credenti. Fu pure Alì biasmato dagli amici[187] d'aver permesso che venissero assoggettati i suoi dritti al giudizio degli uomini, e d'averne riconosciuta la giurisdizione accettando un posto fra i sei elettori. Avrebbe potuto ottenerne il suffragio se avesse degnato promettere di conformarsi, in guisa rigorosa e servile, non solo al Corano e alla tradizione, ma alle decisioni de' due anziani[188]. Othmano, già secretario di Maometto, accettò a quelle condizioni il governo, e soltanto dopo il terzo Califfo, cioè passati ventiquattro anni dopo la morte del Profeta, Alì, per voto del popolo, fu investito della dignità di re e di gran sacerdote. I costumi degli Arabi non aveano perduta poco nè punto la primitiva semplicità, e il figlio d'Abu-Taleb non si curò della pompa e delle vanità del Mondo. Nell'ora della orazione si trasferì alla moschea di Medina, vestito d'una leggera stoffa di bambagia, coperto il capo di un turbante grossolano, colle pantofole in una mano, e coll'altra posata sopra il suo arco che gli serviva di bastone. Da' compagni del Profeta e da' Capi delle tribù venne salutato il nuovo sovrano, e gli fu presentata la destra in segno di fedeltà.

Avviene per lo più, che i mali prodotti dalle contese dell'ambizione si restringano a' tempi e a' luoghi ove insorsero le contese medesime; ma la discordia religiosa degli amici e nemici d'Alì, riaccesa in tutti i secoli dell'Egira, nutre pur oggi l'odio perenne de' Turchi e de' Persiani[189]. Questi ultimi avviliti col nome di shiiti, o settari, hanno aggiunto al simbolo Musulmano l'articolo seguente di fede: che se Maometto è l'appostolo di Dio, il suo compagno Alì n'è il Vicario. Nel commercio abituale della vita, e nel culto pubblico, scagliano imprecazioni contro i tre usurpatori la cui esaltazion successiva lo ha per sì lungo tempo, ad onta de' suoi dritti, rimosso dalla dignità d'Imano e di Califfo; e nell'idioma loro il nome d'Omar esprime il colmo della scelleraggine e dell'empietà[190]. I Sonniti, la dottrina dei quali è accettata generalmente e si fonda sulla tradizione ortodossa de' Musulmani, seguono una opinione più imparziale, o per lo meno più decente. Rispettano la memoria d'Abubeker, d'Omar, d'Othmano e d'Alì, tutti santi e successori legittimi del Profeta; ma credendo che il grado di santità abbia determinato l'ordine di successione[191], danno l'ultimo luogo allo sposo di Fatima. Quello storico, che con una mano ritrosa a' monumenti della superstizione bilancerà il merito de' quattro Califfi, pronuncierà sentenza che i lor costumi furono egualmente puri ed esemplari, che ardente ne fu lo zelo, e giusta tutte le apparenze sincero, e che in mezzo all'opulenza e potenza loro consacrarono la vita alla pratica dei doveri della morale e della religione; ma le virtù pubbliche d'Abubeker e d'Omar, ma la sapienza del primo, e la severità del secondo mantennero in pace e nella prosperità lo Stato. Per debolezza di naturale e per la vecchiaia Othmano fu inetto a dilatare l'Impero colle conquiste, o a reggere il peso del governo. Egli delegava ad altrui l'autorità, ed era ingannato; ammetteva altri alla sua confidenza, ed era tradito. I più saggi tra i fedeli gli furono inutili, o si cangiarono in nemici, e le sue prodigalità gli suscitarono ingrati e malcontenti. Per le province si sparse il mal seme della discordia: s'adunarono i deputati di quelle a Medina, e co' Charegiti, disperati fanatici, i quali recalcitravano alla subordinazione e alla ragione, si confusero gli Arabi, che, nati liberi, chiedeano riforma degli abusi di cui dolevansi, e punizione degli oppressori. Cufa, Bassora, l'Egitto e le tribù del deserto armarono i lor guerrieri, vennero ad accamparsi ad una lega circa da Medina, e imperiosamente al sovrano intimarono di fare ad essi giustizia, o di scendere dal trono. Di già il suo pentimento disarmava e disperdeva i rivoltosi; ma l'artificio de' suoi nemici li accese di nuovo furore, e per una falsità, a cui si lasciò indurre un perfido secretario, perdette Othmano la riputazione, e più presta ne fu la caduta. Non aveva più il Califfo la stima e la fiducia de' Musulmani, unico presidio de' suoi antecessori: un assedio di sei settimane lo ridusse a mancar d'acqua e di viveri, nè le deboli porte del suo palagio ebbero altra difesa che gli scrupoli di pochi ribelli più timorati che gli altri. Abbandonato da coloro che aveano abusato della sua bontà, al venerando Califfo, rimasto senza difensori, non restò che attendere la morte: si presentò condottiero degli assassini il fratello d'Ayesha: fu trovato Othmano che teneva il Corano sul petto, e fu da mille colpi trafitto. Dopo cinque giorni d'anarchia, cessò il tumulto colla inaugurazione d'Alì; il rifiutar la corona sarebbe stato cagione d'una strage generale. In questa critica situazione, mantenne egli la fierezza che s'addiceva al Capo degli Hashemiti, e dichiarò che preferito avrebbe il servire al regnare; gridò contro la presunzione de' soldati esteri, e volle l'assenso se non volontario, almeno espresso de' Capi della nazione. Non fu mai accusato d'essere stato complice dell'assassinio di Omar, quantunque si celebri in Persia senza riguardo la festa dell'uccisore di quel Califfo. S'era dapprima interposto Alì ad accomodare la lite fra Othmano e i suoi sudditi, ed Hassan, il primogenito de' suoi figli, mentre difendeva il Califfo, fu insultato e ferito. Rimane dubbio peraltro se Alì sia rimasto ben saldo e fosse sincero nell'opporsi a' ribelli, ed è poi certo che si giovò del loro delitto. Un'esca simile potea ben sedurre e corrompere la più specchiata virtù. Non solo su la sterile Arabia si stendeva lo scettro de' successori di Maometto, ma i Saraceni erano stati vincitori in oriente e in occidente, e le doviziose contrade della Persia, della Siria, dell'Egitto erano il patrimonio del comandante de' fedeli.

A. D. 655-660

Una vita passata in orazione e in contemplazione non avea raffreddato l'ardor guerriero ed operoso di Alì: giunto all'età matura, con una lunga esperienza del Mondo, lasciava vedere nel suo contegno una temerità e imprudenza giovanile. Ne' primi giorni della sua amministrazione non pensò ad assicurarsi con benefici, o con catene, della mal certa fedeltà di Telha e di Zobeir, due Capi arabi i più poderosi. Si ricoverarono essi alla Mecca, indi a Bassora, inalberarono il vessillo della ribellione, e s'insignorirono della provincia d'Irak e dell'Assiria, che invano domandate aveano per guiderdone de' servigi prestati: la maschera del patriottismo giova a coprire le più manifeste contraddizioni; e i nemici d'Othmano, che forse ne furono gli assassini, chiesero allora che fosse vendicata la sua morte. Furono nella fuga accompagnati da Ayesha, la vedova di Maometto, che sino all'ultimo istante di vita serbò implacabil odio al marito e alla posterità di Fatima. I più ragionevoli tra i Musulmani si scandolezzarono al vedere, che la madre de' fedeli cimentasse e persona e dignità in un campo, ma la moltitudine superstiziosa credè che dalla sua presenza fosse consacrata la giustizia, e accertato il trionfo dalla causa da lei abbracciata. Il Califfo seguìto da ventimila de' suoi fidi Arabi, e da novemila prodi ausiliari di Cufa, diede battaglia sotto le mura di Bassora a' ribelli superiori di numero, e riportò la vittoria. Telha e Zobeir, Capi dell'esercito nemico, caddero in quel conflitto, il primo ove l'armi de' Musulmani si tinsero del sangue de' concittadini. Ayesha, dopo aver corse le file per incoraggiare i soldati, s'era posta in mezzo al pericolo. Settanta uomini, che teneano le redini del suo cammello, furono uccisi o feriti, e la seggiola o lettiga in cui era chiusa si trovò, finita l'azione, tutta traforata e carica di chiaverine e di dardi. Sostenne la augusta prigioniera con volto intrepido i rimbrotti del vincitore, il quale, con quei riguardi e quell'affezione che doveva sempre alla vedova dell'appostolo, la rimandò subito al luogo ove solamente poteva essere confinata in modo decoroso, cioè alla tomba di Maometto. Dopo questa vittoria, che si denominò la giornata del cammello, Alì si volse contro un avversario più formidabile, contro Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian, che aveva preso il titolo di Califfo, ed era francheggiato dalle forze della Siria, e dalla riputazione della casa d'Ommiyah. Dopo il passaggio del Thapsaco, la pianura di Siffin[192] s'allunga su la riva occidentale dell'Eufrate. In questo terreno vasto e piano fecero i due competitori per centodieci giorni una guerra d'avvisaglie. La perdita d'Alì in novanta scaramucce, succedute in que' giorni, fu valutata di venticinquemila uomini, e quella di Moawiyah di quarantacinquemila; si trovarono fra i morti venticinque veterani di quelli che aveano combattuto a Beder, sotto lo stendardo di Maometto. In sì sanguinosa tenzone, il Califfo legittimo si dimostrò superiore al rivale per valore e per umanità. Ordinò alle sue milizie, sotto pene severe, d'aspettare il primo assalto del nemico, di perdonare a' fuggiaschi, di rispettare i cadaveri degli uccisi, e l'onore delle prigioniere. Propose da generoso di risparmiare il sangue de' Musulmani con un duello; ma intimorito il rivale, ricusò una disfida che gli pareva una sentenza di morte. Montato Alì sopra un cavallo baio investì, precedendo i suoi soldati, e ruppe le file dei Siri, sbigottiti dalla forza invincibile della sua grave spada a due tagli. Ogni volta che atterrava un ribelle, gridava, Allah Acbar; «Dio è vincitore;» e nel forte d'una battaglia notturna, s'intese quattrocento volte ripetere questa terribile esclamazione. Già il principe di Damasco meditava la fuga; ma per l'inobbedienza e il fanatismo delle sue soldatesche perdette Alì la vittoria che sembrava per lui sicura. Moawiyah ne agitò la coscienza col dichiarare solennemente, che si appellava al Corano cui mostrava esposto su le picche della prima fila di soldati, e dovette Alì soscrivere una tregua obbrobriosa, e un compromesso insidioso. Si ritrasse egli a Cufa, pieno di dolore e di rabbia; scorata era la sua fazione; lo scaltro rivale soggiogò, o sedusse, la Persia, l'Yemen, l'Egitto; e il pugnale del fanatismo, rivolto contro i tre Capi della nazione, non colse che il compagno di Maometto. Tre Charegiti, o entusiasti, discorrendo un giorno nel tempio della Mecca intorno ai disordini della Chiesa e dello Stato, decisero che colla morte d'Alì, di Moawiyah e d'Amrou, amico di quest'ultimo e vice-re dell'Egitto, sarebbe rimessa la pace e l'unità della religione. Ognuno degli assassini elesse la sua vittima, avvelenò il ferro, si consacrò alla morte, e secretamente si trasferirono al luogo destinato per commettere il delitto. Erano tutti tre del pari fermi e risoluti; ma il primo, per isbaglio, trafisse in vece di Amrou il deputato che sedeva al suo posto: dal secondo fu pericolosamente ferito il principe di Damasco, e il terzo nella moschea di Cufa colpì mortalmente il Califfo legittimo, che, nel sessantesimoterzo anno dell'età sua morì, raccomandando generosamente ai figli di terminare con un sol colpo il supplizio dell'assassino. S'ebbe cura di celare il suo sepolcro[193] a' tiranni della casa d'Ommiyah[194]; ma nel quarto secolo dell'Egira fu innalzato, presso le ruine di Cufa, un monumento, un tempio, e una città[195]. Migliaia di Shiiti riposano in quella terra sacra a' piedi del Vicario di Dio, e il deserto è avvivato dal concorso de' Persiani, de' quali ogn'anno è grande la frequenza colà, nell'opinione che sia meritorio quel pellegrinaggio al pari di quel della Mecca.

A. D. 661-668

I persecutori di Maometto usurparono l'eredità de' suoi figli, e i difensori della idolatria si fecero Capi supremi della sua religione e del suo impero. Violenta ed ostinata fu l'opposizione d'Abu-Sophian, tarda e forzata la conversione; ma dall'ambizione e dall'interesse fu rassodato nella fede che aveva abbracciata; servì, combattè, e forse credette veramente, e da' nuovi meriti della famiglia d'Ommiyah fu cancellata la memoria de' torti della sua prisca ignoranza. Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian e della crudele Henda, sin dalla prima gioventù era stato fregiato dell'incarico, o del titolo di segretario del Profeta. Essendogli stato conferito dal saggio Omar il governo della Siria, amministrò per più di quarant'anni quella rilevante provincia, sia come agente subordinato, o come Capo supremo, senza rinunciare alla fama di prode e di liberale, e soprattutto amò quella di umano e di moderato. Dalla gratitudine il popolo fu vincolato al suo benefattore, e i Musulmani vittoriosi s'arricchirono delle spoglie di Cipro e di Rodi: dal sacro dovere di perseguitare i sicari d'Othmano pigliò pretesto la sua ambizione per operare. Espose nella moschea di Damasco la camicia sanguinente del martire: l'Emir deplorò la disgrazia del suo alleato, e sessantamila Siri giurarono di rimanergli fedeli, e di vendicare Othmano. Amrou vincitore dell'Egitto, che valeva esso solo per un esercito, fu primo a salutare il novello monarca, e divolgò quel pericoloso segreto, potersi creare i Califfi arabi anche fuori della città del Profeta[196]. Lo scaltrito Moawiyah deluse la prodezza del rivale, e, morto Alì, negoziò l'abdicazione del figlio Hassan, che aveva un animo superiore, o forse inferiore, ad un impero mondano, e a cui non increbbe posporre il palagio di Cufa ad un'umile celletta presso la tomba dell'avo. Finalmente il cangiamento d'un impero elettivo in monarchia ereditaria satisfece gli ambiziosi desiderii del Califfo. Qualche mormorìo di libertà o di fanatismo indicò la ripugnanza degli Arabi, e da quattro cittadini di Medina fu negato il giuramento di fedeltà: ma seppe Moawiyah dirigere i suoi disegni con vigore e destrezza, e il suo figlio Yezid, quantunque d'indole debole e di costumi dissoluti, fu gridato comandante de' fedeli, e successore dell'appostolo di Dio.

A. D. 680

Si narra della beneficenza d'un figlio d'Alì il fatto seguente. Uno schiavo servendo la tavola lasciò cadere sopra il padrone una scodella piena di brodo bollente: allora si gettò a' suoi piedi, e per sottrarsi al gastigo ripetè quel passo del Corano, che dice: «il paradiso è per coloro che san dominare la propria collera. — Io non sono in collera. — E per quelli che perdonano le offese. — Io perdono l'offesa che m'hai fatto. — E per quelli che rendono bene per male. — Io ti dono la libertà e quattrocento pezze d'argento.» Hosein, fratel minore di Hassan, con tutta la pietà di questo avea pure ereditato in parte il coraggio del padre; militò decorosamente contro i cristiani nell'assedio di Costantinopoli. Aggiugneva la primogenitura della stirpe di Hashem al sacro carattere di nipote dell'appostolo: potea sostenere le sue pretensioni contro Yezid, tiranno di Damasco, di cui spregiava i vizi, e non degnava riconoscere i titoli. Fu trasmessa in secreto da Cufa a Medina una lista di cenquarantamila Musulmani, che si dichiaravano parteggiatori della sua causa, e prometteano di pigliar l'armi come tosto ei comparisse su le sponde dell'Eufrate. Senza badare a' consigli degli amici più saggi, deliberò d'affidare la propria persona e la famiglia in balìa d'un popolo perfido. Attraversò il deserto dell'Arabia con numeroso seguito di donne e di fanciulli sbigottiti; ma quando fu presso alle frontiere dell'Irak, la solitudine del paese, e le apparenze che vide d'inimicizia gl'inspirarono molta diffidenza, e gli diedero motivo di temere o la diffalta, o la ruina de' suoi partigiani. Fondati erano i timori; Obeidollah, governatore di Cufa, avea soffocate le prime scintille d'insurrezione, e Hosein fu accerchiato, nella pianura di Kerbela, da cinquemila cavalli, che precisero la sua comunicazione colla città e col fiume. Poteva ancora riparare in una Fortezza del deserto, che aveva affrontato le forze di Cesare e di Cosroe, e sperare nella fedeltà della tribù di Tai, che armato avrebbe diecimila guerrieri in sua difesa. In una conferenza che egli ebbe col Capo della soldatesca nemica, domandò che gli fosse permesso di ritornare a Medina, o d'essere collocato in una delle guarnigioni di frontiera che si tenevano contro i Turchi, o finalmente d'essere condotto sano e salvo davanti Yezid; ma gli ordini del Califfo, o del suo Luogo-tenente, erano rigorosi, e assoluti, onde fu risposto ad Hosein che dovea sottomettersi, come prigioniero e colpevole, al comandante de' fedeli, ovveramente aspettarsi la pena della ribellione. «Pensate forse di sgomentarmi, replicò egli, minacciandomi la morte»? Passò dunque la notte seguente nell'apparecchiarsi, con una rassegnazione tranquilla e solenne, alla sua sorte. Consolò sua sorella Fatima che piangea la rovina della sua famiglia. «Non dobbiamo porre fiducia in altro che in Dio, le disse: in cielo e in terra tutto dee perire e ritornare al suo Creatore: mio fratello, mio padre, mia madre erano meglio di me, e la morte del Profeta dee servire d'esempio a tutti». Sollecitò gli amici a porsi in salvo con pronta fuga, i quali con voce unanime ricusarono d'abbandonare l'amato padrone, o di sopravvivergli; ed egli ne rafforzò il coraggio con fervida orazione, e colla promessa del paradiso. Nella mattina di quel giorno funesto, Hosein salì a cavallo, prese in una mano la spada, il Corano nell'altra: i generosi martiri della sua causa erano solo in numero di trentadue cavalieri, e di quaranta fanti; ma fortificato avevano i fianchi e il tergo colle corde delle lor tende, e s'erano muniti con una fossa profonda piena di fascine accese all'usanza degli Arabi. Si avanzarono mal volentieri i nemici, e un de' loro Capi, che disertò con trenta soldati, venne a dividere con Hosein le angosce d'una morte inevitabile. Nelle mischie corpo a corpo, o ne' singolari conflitti, la disperazione rendette invincibili i Fatimiti; ma la moltitudine che gli accerchiava li coperse d'un nembo di dardi: cavalli ed uomini caddero successivamente uccisi: le due parti assentirono una tregua d'un istante per l'ora della preghiera, e in fine terminò la battaglia colla morte dell'ultimo compagno di Hosein. Solo egli allora, rifinito dalla fatica, e piagato, si assise all'ingresso della sua tenda. Mentre stava bevendo poche stille d'acqua per rinfrescarsi, fu colto da un dardo in bocca: e rimasero uccisi fra le sue braccia il figlio e il nipote, giovanetti di rara avvenenza. Sollevò al cielo le mani coperte di sangue, e orò pe' viventi e pe' morti. Escì sua sorella della tenda in un accesso di disperazione, scongiurando il generale de' Cufiani perchè non lasciasse svenare Hosein in sua presenza: e i più arditi fra i suoi guerrieri retrocessero da ogni lato all'arrivo dell'eroe moribondo, che offriva il collo al lor ferro. Lo spietato Shamer, nome abbominato da' fedeli, li rimbrottò di viltà, e il nepote di Maometto cadde trafitto da trentatre colpi di lancia e di sciabola. Ne calpestarono i Barbari il corpo, e portarono la testa al castello di Cufa, ove l'inumano Obeidollah gli percosse colla canna la bocca. «Ahi! esclamò un vecchio Musulmano, su quelle labbra ho veduto le labbra dell'appostolo di Dio». Dopo tanti secoli, e in un clima sì diverso, una scena sì tragica dee movere a pietà il più freddo lettore[197]. Quanto a' Persiani, ricorrendo la festa di questo martire, celebrata ogni anno quando visitar sogliono in pellegrinaggio la sua tomba, s'abbandonano a tutta la frenesia del dolore e dello sdegno[198].

Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici Imani[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan, Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi, senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo degl'Imani, distinto dal soprannome di Mahadi, o Guida, visse più solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte: dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]: può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì: superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de' Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti, mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri. Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde: hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi. Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più recente degli altri re della Terra[204].

I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo. Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero, che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi, successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede. Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale, non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del tempo.

Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina, lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi, come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de' tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208].