138. Al-Iannabi (apud Gagnier, t. II, pag. 246, 324) descrive il suggello e la cattedra di Maometto come due reliquie preziose; e la dipintura che fa della Corte del Profeta è tolta da Abulfeda (c. 44, p. 85).

139. L'ottavo e il nono capitolo del Corano sono i più veementi e feroci; e il Marucci (Prodromus, parte IV, p. 59, 64) ha mostrato più giustizia che discrezione nell'inveire contro le espressioni ambigue adoperate dall'impostore.

140. Se Mosè diede esempj di grande severità, egli ci dice, che gli diede per ordine di Dio, e questo basta: quanto poi a' Giudici re d'Israele, sanno i dotti, e ce lo dice anche lo stesso storico ebreo Giuseppe Flavio, che il governo degli Ebrei era teocratico il quale per sè stesso è soggetto a grandi e terribili abusi per parte degli uomini. (Nota di N. N.)

141. I devoti cristiani del nostro secolo leggono con rispetto, ma non con pari soddisfazione, il decimo e il ventesimo capitolo del Deuteronomio, corredati da' commenti in pratica di Giosuè, di Davidde, ec.; ma vari vescovi,[*] e i rabbini dei primi tempi han battuto con piacere e con buon effetto il tamburo della guerra sacra. (Sale, Discours prélimin., p. 142, 143).

* Se i vescovi de' tempi andati fecero guerra, e diedero battaglie, non fecero ciò secondo lo spirito vero dell'Evangelo, il quale rimane lo stesso qualunque sieno state le loro azioni. (Nota di N. N.)

142. Abulfeda, in Vit. Mohamm., p. 156. L'arsenal particolare di Maometto consisteva in nove sciabole, tre lancie, sette picche, o semipicche, un turcasso e tre archi, sette corazze, tre scudi, e due elmetti (Gagn. t. III, p. 328, 334); eravi inoltre uno stendardo bianco e una bandiera nera (p. 335), venti cavalli (p. 322), ec. La tradizione ha conservato due de' suoi discorsi guerreschi. (Gagnier, t. II, p. 88-337).

143. Il dotto Reland (Dissertationes miscellaneae, t. III, Dissert., 10, p. 3-53) ha trattato compiutamente questo soggetto in una dissertazione particolare, De jure belli Mohammedanorum.

144. Il Corano (c. 3, p. 52, 53; c. 4, p. 70, ec. colle note del Sale, e, c. 17, p. 413, colle note del Maracci) espone in tuono serio questa dottrina della predestinazione assoluta, su la quale poche religioni hanno da rimproverare sè stesse. Reland (De Religione Mohammed., p. 61-64) e il Sale (Discours prélimin. p. 103) vengono sviluppando le opinioni dei dottori; e i nostri viaggiatori moderni van disaminando quanta sia la fidanza inspirano a' Turchi, fiducia che già comincia a scemare.

145. Al-Iannabi (apud Gagnier, t. II, p. 9) gli dà settanta od ottanta cavalli; e in due altre occasioni, anteriori alla battaglia d'Ohud, dice (p. 10) che Maometto aveva una milizia di trenta, e a pagina 66, un corpo di cinquecento cavalieri. Abulfeda, che pare più esatto, asserisce (in Vit. Mohammed, part. XXXI, p. 65) che i Musulmani non aveano alla battaglia d'Ohud che due cavalli. Erano numerosi i cammelli nell'Arabia Petrea, ma i cavalli, per quanto pare, non vi erano comuni come nell'Arabia Felice o nell'Arabia Deserta.

146. Beder-Huneena, lungi venti miglia da Medina, quaranta dalla Mecca, giace su la strada maestra della caravana d'Egitto; i pellegrini fanno un'annua festa per la vittoria del Profeta con illuminazioni, razzi ec. (Viaggi di Shaw, p. 477).

147. Il luogo ove si ritirò Maometto durante il combattimento è chiamato dal Gagnier (in Abulfeda, c. 27, p. 58, Vie de Mahomet, t. II, p. 30-33) umbraculum, un palchetto di legno con una porta. Reiske (Annales Moslemici Abulfedae, p. 23) traduce la stessa parola Araba in quelle di Solium, Suggestus editior; differenza che molto importa per l'onore dell'interprete e dell'eroe. Duolmi vedere come il Reiske rimproveri il suo collaboratore. Saepe sic vertit, ut integrae paginae nequeant nisi una litura corrigi: Arabiae non satis callebat et carebat judicio critico (J.-J. Reiske, Prodidagmata ad Hagji Chalifae Tabulae, p. 228, ad calcem Abulfedae Syriae Tabulae, Leipzig, 1766, in 4).

148. Le vaghe espressioni del Corano (c. 3, pag. 124, 125; c. 8, p. 9) permettono a' commentatori di supporre il numero di mille, tremila o novemila angeli: il più piccolo senza altro bastava a trucidare settanta Koreishiti (Maracci, Alcoran, t. II, p. 131). Gli scoliasti però confessano che niun occhio mortale vide questa squadra angelica (Maracci, p. 297). Fanno commenti arguti su quelle parole: «non tu, ma Dio ec.» (c. 8, 16); d'Herbelot, Bibl. orient. p. 600, 601.

149. Geograph. nubiensis, p. 47.

150. Nel terzo capitolo del Corano (p. 50-53, colle note del Sale) arreca il Profeta qualche misera scusa sulla sconfitta di Ohud.

151. V. su i particolari delle tre guerre di Beder, d'Ohud e della fossa, fatte dai Koreishiti contro Maometto, Abulfeda (p. 56-61, 64-69, 73-77), Gagnier (t. II, p. 23-45, 70-96, 120-139), cogli articoli del d'Herbelot, e i compendi d'Elmacin (Hist. Saracen., p. 6,7) e Abulfaragio (Dynast. p. 102).

152. Abulfeda (p. 61, 71, 77, 87, ec.) e Gagnier (t. II, p. 61-65, 107-112, 139-148, 268-294) raccontano le guerre di Maometto contro le tribù Giudaiche di Kainoka, de' Nadhiriti, di Koraidha, e di Chaibar.

153. Abu Rafe, servo di Maometto, affermò, si dice, che tutta la sua forza unita a quella d'altre sette persone non bastò a rialzare quella porta da terra (Abulfeda, p. 90). Abu Rafe era un testimonio oculare; ma chi farà testimonianza per lui?

154. Elmacin (Hist. Saracen. p. 9), e il grande Al-Zabari (Gagnier, t. II, p. 285) attestano che i Giudei furono sbanditi. Nondimeno il Niebuhr (Descript. de l'Arabie, p. 324) crede che la tribù di Chaibar professi tuttavia la religione Giudaica e la Setta de' Kareiti, e che nel saccheggio delle caravane i discepoli di Mosè sieno soci di quelli di Maometto.

155. Abulfeda (p. 84-87, 97-100, 102-111), Gagnier (t. II, p. 209-245, 309-322; t. III, p. 1-58), Elmacin (Hist. Saracen., p. 8, 9, 10), Abulfaragio (Dynast., p. 103), narrano i progressi della impresa per assoggettare la Mecca.

156. Solo dopo il conquisto della Mecca il Maometto di Voltaire immagina e compie i più orrendi misfatti. Confessa il Poeta che non ha fondamento storico, e si contenta a dire per sua giustificazione, «che chi fa la guerra alla patria in nome di Dio, è capace di tutto.» (Oeuvr. de Voltaire, t. XV, p. 282). Questa massima non è nè caritatevole nè filosofica, e si dee poi certamente portare un po' di rispetto alla gloria degli eroi, e alla religione de' popoli. So poi che la rappresentazione di quella tragedia scandolezzò forte un ambasciatore Turco che allora stava a Parigi.

157. Si disputa tuttavia da' dottori Musulmani su la quistione se la Mecca fosse soggiogata dalla forza, o se ella si sottomettesse di buon grado (Abulf. p. 107, e Gagnier, ad loc.); e questa contesa di parole è tanto importante quanto quella che si agita in Inghilterra sopra Guglielmo il Conquistatore.

158. Il Chardin (Voyage en Perse, t. IV, p. 166) e il Reland (Disser. miscell., t. III, p. 51) escludendo i cristiani dalla penisola d'Arabia, dalla provincia di Heyas o dalla navigazione del mar Rosso, sono più severi de' Musulmani medesimi. Sono ammessi i cristiani senza ostacolo nel porto di Moka, e in quello altresì di Gedda, e solo s'è interdetto ai profani l'ingresso nella città e nel precinto della Mecca. (Niebuhr, Description de l'Arabie, p. 308, 309; Voyage en Arabie, t. I, p. 205-248, ec.).

159. Abulfeda, pag. 112-115, Gagnier, t. III, pag. 67-88, d'Herbelot, art. Mohammed.

160. Abulfeda (p. 117-123) e Gagnier (t. III, p. 88-111) narrano l'assedio di Tayef, la division del bottino, cc. Al-Iannabi fa menzione delle macchine, e degl'ingegneri della tribù di Daws. Credevasi che l'ubertoso terreno di Tayef fosse una porzione della Siria, e trasportato l'avesse colà il diluvio universale.

161. Abulfeda (p. 121-133), Gagnier (t. III. p. 119-219), Elmacin (pag. 10, 11) ed Abulfaragio (p. 103) raccontano gli ultimi conquisti, e il pellegrinaggio ultimo di Maometto. Il nono anno dell'Egira fu denominato l'anno delle ambasciate. (Gagnier, Not. ad Abulfed., p. 121).

162. Si confronti il superstizioso Al-Iannabi (ap. Gagnier, t. II, p. 232-255) con Teofane (p. 276-278), con Zonara (t. II, l. XIV, p. 86) e con Cedreno (p. 421), Greci non meno di lui superstiziosi.

163. V. su la battaglia di Muta, e le conseguenze, Abulfeda (p. 100-102) e Gagnier (t. II, p. 327-343). Καλεδος, scrive Teofane, ον λεγουσι μαχαιραν του Θιου Caled, denominato Spada di Dio.

164. I nostri soliti storici, Abulfeda (Vit. Moham. p. 123-127) e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, pag. 147-163) espongono l'impresa di Tabuc; ma per fortuna possiamo per questa ricorrere al Corano (c. 9, p. 154-165), e alle note erudite e sagaci del Sale.

165. Il Diploma securitatis Ailensibus è attestato da Ahmed-Ben-Giuseppe e dall'autore Libri splendorum (Gagnier, Not. ad Abulfeda p. 125). Ma lo stesso Abulfeda, come Elmacin (Hist. Saracen. p. 11), quantunque convengano su i riguardi che Maometto ebbe ai cristiani (p. 13), non fan menzione che della pace che con essi conchiuse, e del tributo che loro impose. Nel 1630, Sionita pubblicò a Parigi il testo e la versione della patente di Maometto in favor de' cristiani: fu ammessa dal Salmasio, rigettata dal Grozio (Bayle, MAHOMET, Rem. A. A.). Hottinger dubita se sia autentica (Hist. orien. p. 237). Renaudot la sostiene, perchè riconosciuta da' Musulmani (Hist. patriarch. Alexand. pag. 169); ma il Mosemio (Hist. eccles., p. 224) dimostra quanto futile sia quest'opinione, e inclina a quella che crede apocrifa la patente. Pure Abulfaragio cita il trattato dell'impostore col patriarca Nestoriano (Assemani, Bibl. orient. t. II, p. 418); ma Abulfaragio era patriarca de' Giacobiti.

166. Teofane, Zonara e gli altri Greci asseriscono che Maometto pativa accesi epilettici, e questa asserzione è con trasporto ammessa dal goffo bigottismo dell'Hottinger (Hist. orient. p. 10, 11), del Prideaux (Vie de Mahomet, p. 12) e del Maracci (t. II), Alcoran. (pag. 762, 763). I titoli dei due capitoli del Corano (73, 74), denominati l'avviluppato ed il coperto, citati in pruova di questo fatto, s'adattano male a questa interpretazione. È più decisivo il silenzio o l'ignoranza de' commentatori Musulmani che una negativa perentoria; ed Ockley (Hist. of the Saracen., t. I, pag. 301), il Gagnier (ad Abulfeda, p. 9, Vie de Mahomet, t. I. p. 118) e il Sale (Koran, p. 469-474) si attengono alla parte più caritatevole.

167. Abulfeda (p. 92) ed Al-Jannabi (apud Gagnier, t. II, p. 286-288), suoi partigiani zelanti, francamente confessano il fatto del veleno, il cui effetto era tanto più obbrobrioso, poichè la donna, che glielo diede, aveva avuta intenzione di smascherare così l'impostura del Profeta.

168. Non deve maravigliare, che nel caldo del fanatismo i discepoli di Maometto si sieno ingannati a grado di non crederlo morto, ed abbianlo paragonato a Mosè, ed a Gesù Cristo. Saggio e bello è poi il discorso di Abubeker, e conforme al puro Deismo, ed alla religione dello stesso Maometto, che non ha mai nè detto, nè preteso d'essere adorato, ma soltanto obbedito come un preteso inviato da Dio per manifestare la sua legge agli uomini. (Nota di N. N.)

169. I Greci e i Latini hanno inventato e divolgato la ridicola fola che da forti calamite sia tenuto sospeso in aria il deposito di Maometto nella volta del tempio della Mecca σημα μετεωριζομενον. (Laonico Calcondile, De rebus turcicis, l. III. p. 66). V. il Dizionario di Bayle, art. Mahomet. Rem. EE. FF. Anche senza l'aiuto della filosofia, basta osservare, 1. che il Profeta non è stato sepolto alla Mecca; 2. che la sua tomba, che sta a Medina, fu veduta da milioni di pellegrini, ed è in terra (Reland, De religione Moammed, l. II, c. 19, p. 209-211; Gagnier, Vie de Mahomet, t. III, p. 263-268).

170. Al-Jannabi enumera (Vie de Mahomet, t. III, p. 372-391) i vari doveri del pellegrino che va a visitare il sepolcro del Profeta e de' suoi compagni; e quel dotto casuista decide che questo è un atto rigoroso di devozione come l'adempimento d'un precetto divino, e quasi meritorio ugualmente. Contendono fra loro i dottori per sapere quale delle due città, della Mecca o di Medina, debba ottenere la preminenza, (p. 392-394).

171. Abulfeda (Vit. Moham., p. 133-142) e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 220-271) descrivono l'ultima malattia, la morte e la sepoltura di Maometto. I particolari più secreti e rilevanti furono descritti nel principio da Ayesha, da Alì, da' figli d'Abbas, ec.; e abitando essi in Medina, e avendo sopravvissuto al Profeta molt'anni, poterono ripetere que' pii racconti ad una seconda e terza generazione di pellegrini.

172. Con molta imprudenza s'avvisarono i cristiani di dare a Maometto una colomba domestica, la quale parea che scendesse dal cielo, e gli parlasse all'orecchio: siccome Grozio si fonda su questa supposizione di miracolo (De veritate religionis christianae), il suo traduttore Arabo, il dotto Pocock, gli ha chiesto il nome de' suoi autori; Grozio ha confessato essere ignota la cosa a' Musulmani. Si soppresse nella versione Araba questa pia menzogna, per timore non movesse a riso e a sdegno i Settari di Maometto; ma s'è conservata, per edificare i fedeli, nelle tante edizioni del testo latino. (Pocock, Specimen Hist. Arabum, pag. 186, 187; Reland, De religione moham. l. II, c. 39, p. 259-262).

173. Εμοι δε τουτο εσιν εκ παιδος αρξαμενον φωνη τις γιγνομενη η οταν γενηται ασι αποτρεπει με τουτου ό αν μελλπραττειν, προτρεπει δε ουποτου: sin da fanciullo ho provato una certa voce interna, la quale ogni volta mi distoglieva da quel ch'io fossi per fare, ma non mai mi volgeva a fare. (Platon., in Apolog. Socrat., c. 19, p. 121, 122, ediz. Fisher.). Gli esempli familiari che Socrate vanta nel suo dialogo con Teage (Platonis opera, t. I, 128, 129, ediz. Enr. Stefano) sorpassano la previdenza umana, e l'inspirazione divina (il Δαιμονιον) del filosofo si vede chiaramente indicata ne' Memorabilia di Senofonte. Cicerone (De divinat., t. LIV), e le quattordicesima e quindicesima dissertazione di Massimo Tirio (1. 153-172, ediz. Davis) espongono le idee che ne aveano i platonici più ragionevoli.

174. Anche qui è indebito il paragone fra Maometto ed il Profeta di Ninive; noi dobbiamo credere, che questi fosse inspirato da Dio quando parlava; e sappiamo, che Maometto non fu che un fortunato ed abile fondatore della sua religione. (Nota di N. N.)

175. Voltaire, in uno de' tanti suoi scritti, paragona Maometto vecchio ad un Fakir «che si stacca la catena dal collo per darla su le orecchie a' suoi confratelli».

176. Gagnier con uguale imparzialità espone questa legge umanissima di Maometto, e gli assassinii di Caab e di Sophian dal Profeta incoraggiati ed approvati.

177. Si consulti, su la vita privata di Maometto, il Gagnier e i capitoli correlativi di Abulfeda; su la sua dieta (t. III, p. 285-288); su i suoi figli (p. 189-289); su le sue mogli (p. 290-303); sul suo matrimonio con Zeineb (t. II, p. 152-160); su i suoi amori con Maria (p. 303-309); su la falsa accusa d'Ayesha (pag. 186-199). Per questi ultimi fatti, la pruova men rifiutabile scontrasi nel ventiquattresimo, trentesimoterzo, e sessantesimosesto capitolo del Corano, col commentario del Sale. Il Prideaux (Vie de Mahomet, p. 80-90), e il Maracci (Prodrom. Alcoran., part. IV, p. 49-59) malignamente hanno esagerato i difetti di Maometto.

178. Incredibile est quo ardore apud eos in Venerem uterque solvitur sexus. Ammiano Marcellino, l. XIV, c. 4.

179. Il Sale (Discours préliminaire, p. 133-137) fa la ricapitolazione delle leggi sul matrimonio, sul divorzio, ec.; e chi avrà letto l'Uxor hebraica del Salden vi ravviserà molte ordinanze degli Ebrei.

180. Decise il Califfo Omar in un caso memorabile, che non varrebbero tutte le testimonianze di presunzione, e che i quattro testimoni dovrebbero avere veduto stylum in pixide. (Abulfedae, Annales Moslemici, p. 71, vers. Reiske).

181. Sibi robur ad generationem, quantum triginta viri habent, inesse iactaret; (Maracci, Prodr. Alcoran. part. IV, p. 55. V. pure le observ. del Belon, l. III, c. 10, fol. 179 recto). Al-Iannabi (Gagnier, t. III, p. 287) cita Maometto stesso che millantava di superare tutti gli uomini in valor coniugale.

182. Uso qui lo stile d'un Padre della chiesa, εναθλέυωι Ηρακλης τρισκαιδεκατον αθλον (San Gregorio Nazianzeno, Orat. 3, p. 108).

183. Abulfeda, in vit. Moham. p. 12, 13, 16, 17, cum notis Gagnier.

184. Questo schizzo dell'Istoria araba è tolto dalla Biblioteca orientale del d'Herbelot (articoli Abubeker, Omar, Othman, Alì, etc.), dagli Annali di Abulfeda, d'Abulfaragio e d'Elmacin, e soprattutto dalla Storia de' Saraceni di d'Ockley (vol. I, pag. 1-10, 115-122, 229-249, 363-372, 378-391, e secondo volume quasi totalmente). Devonsi ammettere però con cautela le tradizioni delle Sette nemiche; son quelle una riviera che diviene più limacciosa quanto più si allontana dalla fonte. Chardin copiò troppo fedelmente le fole e gli errori de' Persiani moderni (Voyages, t. II, p. 235-250, ec.).

185. Ockley, sul finire del suo volume secondo, ci ha data una versione inglese di censessantanove massime ch'egli dubbiosamente attribuisce ad Alì, figlio di Abu-Taleb. Spira nella sua traduzione l'entusiasmo d'un traduttore. Quelle massime però dipingono al naturale, ma con tinte assai tetre, la vita umana.

186. Ockley (Hist. of the Saracens, vol. I, p. 5, 6) suppone, aderendo ad un manoscritto Arabo, che non piacesse ad Ayesha veder suo padre per successore all'appostolo. Questo fatto, già sì poco verosimile in sè, non si legge nè in Abulfeda, nè in Al-Iannabi, nè in Al-Bochari: ma quest'ultimo cita una tradizione intorno ad Ayesha, provenuta da lei medesima (in vit. Mohammed, pag. 136; Vie de Mahomet, t. III, p. 236).

187. Particolarmente dal suo amico e cugino Abdallah, figlio d'Abbas, che morì (A. D. 687) col titolo di gran dottore de' Musulmani. Secondo Abulfeda, egli novera le occasioni rilevanti in cui aveva negletti Alì i suoi buoni consigli (p. 76. vers. Reiske), e conchiude così (p. 85): O princeps fidelium, absque controversia, tu quidem vere fortis es, at inops boni concilii, et rerum gerendarum parum callens.

188. Suppongo che i due anziani di cui fan cenno Abulfaragio (p. 115) e Ockley (t. I, p. 371) non sieno già due consiglieri in carica, ma Abubeker ed Omar, i due predecessori d'Othmano.

189. Lo Scisma de' Persiani viene esposto da tutti i viaggiatori dell'ultimo secolo, e soprattutto nel secondo e quarto volume del Chardin loro maestro. Il Niebuhr, inferiore al Chardin, ha il vantaggio peraltro d'avere scritto nel 1764, epoca più recente d'assai (Voyages en Arabie, etc., t. II, p. 208-233), e posteriore al vano tentativo che ha fatto Nadir-Shah per cangiare la religione del suo popolo (V. la sua Storia della Persia, tradotta da Sir William Jones, t. II, p. 5, 6, 47, 48, 144-155).

190. Omar presso loro significa il diavolo. Il suo assassino è un santo. Quando i Persiani scagliano una freccia, sogliono gridare: «Possa questa freccia trafiggere il cuore d'Omar». (Voyages de Chardin, t. II, p. 239, 240, 259, ec.).

191. Questa graduazione di merito è notata distintamente nel simbolo spiegato dal Reland (De relig. Moham., l. I, p. 37), e da un argomento de' Sonniti riferito dall'Ockey (Hist. of the Sarac., t. II; p. 230). L'usanza di maledire la memoria d'Alì fu abolita, quarant'anni dopo, dagli stessi Ommiadi (d'Herbelot, p. 690); e son pochi i Turchi che osino insultarlo come infedele (Voyages de Chardin, t. IV, p. 46).

192. D'Anville (l'Euphrate et le Tigre, p. 29) dimostra che il piano di Siffin è il campus barbaricus di Procopio.

193. Abulfeda, Sonnita moderato, espone le varie opinioni sul seppellimento d'Alì, ma s'attiene al sepolcro di Cufa, fama numeroque religiose frequentantium celebratum. Niebuhr fa il conto che si seppelliscono ne' contorni duemila persone all'anno, e che cinquemila sono i pellegrini che vanno a visitarlo (t. II, p. 208, 209).

194. Tutti i tiranni di Persia da Adhad-el-Dowlat (A. D. 977; d'Herbelot, pag. 58, 59, 95), sino a Nadir-Shah (A. D. 1743, Hist. de Nadir-Shah, t. II, p. 155), hanno ornato colle spoglie del popolo la tomba d'Alì. La cupola è di rame magnificamente dorato, che brilla a' raggi del Sole in distanza di molte miglia.

195. La città di Meshed-Alì, lontana cinque o sei miglia dalle ruine di Cufa, e centoventi al mezzodì di Bagdad, ha l'estensione e la forma dell'odierna Gerusalemme. Meshed-Hosein, più vasta e più popolosa, è lungi trenta miglia.

196. Seguo l'energico concetto e la frase di Tacito (Hist. l. I, c. 4): Evulgato imperii arcano posse imperatorem alibi quam Romae fieri.

197. Ho abbreviato la bella narrazione d'Ockley (t. II, p. 170-231), assai lunga e piena di minuti particolari, dai quali bene spesso emerge appunto il patetico.

198. Il danese Niebuhr (Voyages en Arabiae, etc., t. II, p. 208 ec.) è forse quel solo de' viaggiatori Europei che abbia osato andare a Meshed-Alì, e a Meshed-Hosein. Que' due sepolcri sono in mano de' Turchi, i quali soffrono la devozione degli eretici Persiani, ma l'assoggettano ad un tributo. Il Chardin, che tante volte ho lodato, descrive partitamente la festa della morte di Hosein.

199. Il d'Herbelot nota la successione all'articolo generale Iman; e negli articoli speciali per ognuno de' dodici pontefici dà un ristretto della lor vita.

200. Parrà ridicolo il nome d'Anticristo, ma i Musulmani hanno attinto da tutte le religioni (Sale, Discours prélimin. p. 80-82). Nella regia scuderia d'Ispahan stanno sempre due cavalli sellati, l'uno per Mahadi, e l'altro pel suo luogotenente, Gesù, figlio di Maria.

201. L'anno dugento dell'Egira (A. D. 815). V. d'Herbelot, p. 546.

202. D'Herbelot, pag. 342. Cercavano gli avversari de' Fatimiti ogni modo per avvilirli col dar loro un'origine giudaica; ma quelli provavano benissimo d'essere discendenti di Iaafar, sesto Imano; e l'imparziale Abulfeda conviene in questo (Annal. moslem. pag. 238) ch'erano riconosciuti da parecchi, qui absque controversia genuini sunt Alidarum, homines propaginum suae gentis exacte callentes. Cita alcune linee del celebre Seriffo Or-Rahdi, ego ne humilitatem induam, in terris hostium? (Sospetto ch'ei fosse un Edrissita della Sicilia) cum in Egypto fit chalifa de gente Alii, quocum ego communem habeo patrem et vindicem.

203. I re di Persia dell'ultima dinastia discendono dallo Sheik Sefi, santo del quattordicesimo secolo, e per lui da Moussa Cassem, figlio di Hosein, figlio d'Alì (Olear. p. 957; Chardin, t. III, p. 288): ma non posso assegnare i gradi intermedii di veruna di queste o vere o favolose genealogie. Se erano Fatimiti, provenivano forse da' principi di Mazanderan che regnavano nel secolo nono (d'Herbelot, p. 96).

204. Demetrio Cantemiro (Hist. de l'Empire ottom. p. 94) e Niebuhr (Descript. de l'Arabie: p. 9-16, 317, ec.) descrivono esattamente lo stato odierno della famiglia di Maometto e d'Alì. Peccato che il viaggiator Danese non abbia potuto possedere le cronache dell'Arabia.

205. Considerando la religione di Maometto dal solo aspetto dell'unità e delle perfezioni di Dio, vi si trova anzi ogni motivo di propagazione; ed è far troppo torto al genere umano, e specialmente agli Arabi che al momento della predicazione di Maometto erano idolatri, il pensare che per quanta prevenzione cieca avessero a favor dell'idolatria, ossia del politeismo, la loro ragione dovesse a lungo opporsi all'idea, sostenuta da Maometto, e tanto naturale, di un'Esser supremo e delle sue perfezioni.

206. Se gli Appostoli S. Pietro e S. Paolo andassero ora nella magnifica, e famosa Basilica del Vaticano, vi vedrebbero professati i medesimi dogmi, ch'essi credettero e pubblicarono; li troverebbero spiegati dai Concilj generali, ed espressi in formule, od Atti di Fede, secondo lo spirito ond'essi medesimi li sparsero. Vi troverebbero a dir vero nuovi metodi, nuove discipline, nuove cerimonie. Ma S. Pietro stesso nel Concilio da lui tenuto in Gerusalemme pose, di consenso cogli altri seguaci di Cristo ch'era già morto, alcune regole, e prese risoluzioni convenienti, e vantaggiose alle circostanze de' cristiani di quell'epoca, come pure fece S. Paolo nella Grecia; e perciò vedrebbero con piacere i buoni ed utili ordinamenti, e discipline, che secondo le circostanze, e per l'utilità e propagazione del cristianesimo, e l'edificazione de' credenti, furono fatti in Roma, e diffusi nelle province a norma delle decisioni dei Concilj, e delle Decretali e Costituzioni de' Papi; e vedrebbero poi a decoro della religione, e quindi con grande compiacenza, un tempio magnifico eretto dalle idee principesche, e dai tesori di Giulio II, e di Leone X; vedrebbero poi in un colla semplicità del culto protestante di Ginevra l'allontanamento dalla buona dottrina, cui per altro diedero origine le grandi spese, e le publicate Indulgenze di Leone X per la costruzione del Vaticano.

207. Non hanno forse anche i Cristiani nel loro intelletto l'immagine pura della Divinità?

208. Gli autori della Storia universale e moderna hanno compilato (volume 1 e 2) in ottocentocinquanta pagine in folio la vita di Maometto e gli annali de' Califfi. Ebbero la ventura di leggere e talora correggere i testi Arabi. Ma ad onta delle loro millanterie, io non m'accorgo nella fine di questo passo sull'Islamismo che m'abbiano dato cognizione d'un gran numero di particolarità, se pure me n'han data una sola. Questa pesante massa di cose non è mai ravvivata da una scintilla di filosofia e di buon gusto, e i compilatori si sono nella loro critica abbandonati a tutto l'astio del bigottismo contro il Boulainvilliers, il Sale, il Gagnier, e quanti han palesato qualche parzialità, o qualche sentimento di giustizia per Maometto.

209. V. la descrizione della città e del distretto d'Al-Yemanah in Abulfeda (Descript. Arabiae, p. 60, 61). Nel tredicesimo secolo v'erano tuttavia alcune ruine e poche palme. Oggi quel Cantone medesimo è soggetto alle visioni e alle armi d'un profeta moderno, di cui si conosce la dottrina imperfettamente. (Niebuhr, Description de l'Arabie, p. 296-302).

210. Questa profetessa, che si nomava Segjah, ritornò all'idolatria dopo la caduta dell'amante; ma sotto il regno di Moawiyah abbracciò la religione musulmana, e morì a Bassora (Abulfeda, Annal. vers. Reiske, p. 63).

211. V. il testo, che dimostra l'esistenza d'un Dio per l'opera della generazione, in Abulfaragio (Specimen Hist. Arabum pag. 13 e Dynast., pag. 103) e in Abulfeda, (Annal., pag. 63).

212. V. il suo regno in Eutichio (t. II, p. 251), Elmacin (p. 18), Abulfaragio (p. 108), Abulfeda (p. 60 ), d'Herbelot (p. 58).

213. V. sul suo regno Eutichio (p. 264), Elmacin (p. 24), Abulfaragio (pag. 110), Abulfeda (pag. 66), d'Herbelot (p. 686).

214. V. sul suo regno Eutichio (p. 323), Elmacin (p. 36), Abulfaragio (pag. 115), Abulfeda (pag. 75), d'Herbelot (p. 695).

215. V. intorno al suo regno Eutichio (p. 343), Elmacin (p. 51), Abulfaragio (p. 117), Abulfeda (p. 83), d'Herbelot (p. 89).

216. V. sul suo regno Eutichio (p. 344), Elmacin (p. 54), Abulfaragio (pag. 123), Abulfeda (pag. 101), d'Herbelot (p. 586).

217. V. i regni loro in Eutichio (t. II, p. 360-395), Elmacin (p. 59-108), Abulfaragio (Dynast. IX, p. 124-139), Abulfeda (p. 111-141), d'Herbelot (Bibl. orient., p. 691), e gli articoli particolari di quest'Opera che si riferiscono agli Ommiadi.

218. Appena troviamo negli storici Bizantini qualche monumento originale sul 7.º e 8.º secolo, trattane la Cronica di Teofane (Theopanis confessoris chronolog., gr. et lat., cum notis Jacobi Goar. Parigi 1655 in fol.) e il compendio di Niceforo (Nicephori patriarchae C. P. Breviarium historicum, graec. et lat. Parigi 1648 in fol.): vissero questi due scrittori nel principio del nono secolo (V. Hancke, De scriptor. byzant., p. 200-246). Fozio, lor contemporaneo, non ci dà maggiori notizie. Dopo aver lodato lo stile di Niceforo, soggiunge: Και ολως πολλους εσι τον προ αυτου αποκρυπτομενος τηδε της ισοριας τη συγγραφη, e assolutamente oscura in quel ristretto d'istoria molti che lo precedettero; solamente si lagna della sua troppa brevità (Phot. Bibl. Cod. 66, p. 100). Si ponno raccogliere alcune giunte nelle storie di Cedreno e di Zonara, che son del duodecimo secolo.

219. Tabari, o Al-Tabari, nativo del Taborestan, famoso Imano di Bagdad, e il Tito Livio degli Arabi, terminò la sua storia generale l'anno 302 dell'Egira (A. D. 914). Sollecitato da' suoi amici, ridusse la sua Opera di trentamila fogli a più discreta misura; ma non si conosce l'originale Arabo che per le versioni fattene in lingua Persiana e Turca. Dicesi che la storia de' Saraceni, di Ebu-Amir o Elmacin, sia un ristretto della grande storia di Tabari. (Ockley, Hist. of the Saracens, vol. II, Prefazione, pag. 39, e Lista degli autori, di d'Herbelot, p. 866, 870, 1014).

220. Oltre la lista degli autori Arabi data da Prideaux (Vita di Maometto, pag. 179, 189), Ockley (sul fine del secondo volume) e Petis de la Croix (Hist. de Gengis-Kan, p. 525-550), s'incontra nella Biblioteca orientale, articolo Tarikh, un catalogo di due o trecento storie o croniche dell'Oriente, delle quali solo tre o quattro sono anteriori a Tabari. Reiske (ne' suoi Prodidagmata ad Hagji chalifae librum memorialem ad calcem Abulfedae Tabulae Syriae, Leipzig, 1766) fa una viva dipintura della letteratura orientale, ma non ebbe effetto il suo disegno, nè la version francese annunciata da Petis de la Croix (Hist. de Timur-Bec, tom. I, Prefazione, pag. 45).

221. Indicherò opportunamente gli storici e i geografi speciali: ma nella narrazione generale ebbi per guida le seguenti opere: 1. Annales Eutychii, patriarchae Alexandrini, ab Edwardo Pocockio, Oxford, 1656, 2 vol. in 4. È questa una pomposa edizione d'un autore assai tristo. Pocock lo tradusse per appagare i pregiudizi presbiteriani di Selden, amico suo. 2. Historia Saracenica Georgii Elmacin, opera et studio Thomae Erpenii, in 4., Lugd. Batav., 1625. Vuolsi che Erpenio traducesse frettolosamente un manoscritto guasto, e la sua versione in fatti è piena zeppa di spropositi e di difetti di stile. 3. Historia compendiosa Dynastiarum a Gregorio Abulpharagio, interprete Edwardo Pocockio, in 4., Oxford, 1663. Essa è più utile alla storia letteraria che alla civile dell'oriente. 4. Abulfedae Annales Moslemici ad ann. hegyrae 406, a Jo. Jac. Reiske, in 4., Leipzig, 1754. La migliore è questa delle nostre cronache e per l'originale e per la versione, ma è molto inferiore alla fama d'Abulfeda. Sappiamo ch'egli scrisse a Hamah nel secolo quattordicesimo. I tre primi autori erano cristiani, e fiorirono nel decimo, duodecimo, e tredicesimo secolo. Nacquero i due primi in Egitto; l'un d'essi era patriarca de' Melchiti, e l'altro uno scrittore Giacobita.

222. Il Sig. di Guignes (Storia degli Unni, t. I, Prefaz. p. 19, 20) ha con esattezza e cognizion di causa fatto il carattere di due spezie di storici Arabi, del freddo analizzatore, e dell'oratore pomposo e tumido nello stile.

223. Biblioteca orientale, del Sig. d'Herbelot, in folio, Parigi, 1697. Si consulti sul merito di questo pregevole autore il suo amico Thevenot (Viaggi in Levante, part. 1, c. 1). La sua opera è un tessuto di varietà che debbono andare a genio di tutti i gusti; ma non ho mai saputo tollerare l'ordine alfabetico da lui seguìto; e lo trovo poi più gradevole nella storia della Persia che in quella degli Arabi. Il supplimento aggiuntovi, da poco tempo in qua, coll'aiuto degli scritti de' Sig. Visdelou e Galland (in folio, Aia, 1775) val meno d'assai. È un ammasso di novelle, di proverbi, di particolarità su le antichità cinesi.

224. Pocock spiega la cronologia della dinastia degli Almondari (Specimen, Hist. Arabum, p. 66-74), e d'Anville dà le notizie relative alla situazion geografica de' loro Stati (l'Eufrate e il Tigri, p. 125). Il dotto Inglese sapea l'arabo più del Muftì d'Aleppo (Ockley, vol. II, p. 34). A qualunque secolo, a qualsiasi paese del Mondo si trasporti il geografo Francese, egli si trova per tutto nella sua giurisdizione.

225. Fecit e Chaled plurima in hoc anno praelia, in quibus vicerunt Muslimi et INFIDELIUM immensa multitudine occisa spolia infinita et innumera sunt nacti (Hist. Saracen., p. 20). L'annalista cristiano si fa lecita bene spesso la parola infedeli, nazionale pe' Musulmani, la quale risparmia lunghe numerazioni; mi do a credere che non sarò di scandolo a veruno se frequentemente l'imito.

226. Un ciclo di centovent'anni, nella fine del quale un mese intercalare di trenta giorni equivaleva al nostro anno bisestile, e rintegrava l'anno solare. Nel volgere di millequattrocento quaranta anni, questa intercalazione applicavasi successivamente dal primo al duodecimo mese; ma Hyde e Freret discutono la gran quistione, se dodici, o solamente otto cicli, si compierono prima dell'Era di Yezdegerd, da tutti assegnata al 16 Giugno A. D. 632. Quanto è mai l'ardore degli Europei nel disaminare i punti più rimoti ed oscuri d'antichità! (Hyde, De religione Persarum, c. 14-18, p. 181-211; Freret, Mém. de l'Académie des inscriptions, t. XVI, p. 233-267).

227. L'Era di Yezdegerd del 16 Giugno 632, cade nel quinto giorno dopo la morte di Maometto, avvenuta il 7 Giugno A. D. 632; e il suo esaltamento al trono non può porsi più in là della fine dell'anno primo. Non potevano adunque i suoi predecessori aver avuto incontri di resistere all'armi del Califfo Omar; e queste date incontestabili rovesciano la cronologia sconsiderata d'Abulfaragio. V. Ockley, Hist. of the Saracens, vol. I, pag. 130.

228. Cadesia, dice il Geografo di Nubia (p. 121), è posta in margine solitudinis, sessantuna leghe distante da Bagdad, e due stazioni da Cufa. Otter (V. t. I, pag. 163) numera quindici leghe, e osserva che vi si trovano datteri e acqua.

229. Atrox, contumax, plus semel renovatum; son queste le espressioni ben appropriate del traduttore d'Abulfeda (Reiske, p. 69).

230. D'Herbelot, Bibl. orient. p. 297-348.

231. Potrà cogliere il Lettore notizie soddisfacenti intorno a Bassora nella Geogr. di Nubia, p. 121; in d'Herbelot (Bibl. orient. p. 192); in d'Anville (l'Eufrate e il Tigri, p. 130, 133-145); in Raynal (Hist. philosoph. des Deux-Indes, t. II, pag. 92-100); ne' viaggi di Pietro della Valle (t. IV, p. 370-391); in Tavernier (t. I, p. 240-247); in Thevenot (t. II, p. 545-584), in Otter (t. II, p. 45-78); in Niebuhr (t. II; p. 172-199).

232. Mente vix potest numerove comprehendi quanta spolia..... nostris casserint (Abulfeda, p. 69). Presumo peraltro che il conto stravagante d'Elmacin sia un errore della traduzione, e non del testo. Ho veduto che i traduttori d'opere antiche, di libri greci, per esempio, sono cattivi computisti.

233. L'albero della canfora cresce nella Cina e nel Giappone, ma si danno parecchi quintali di questa canfora, di qualità inferiore, per una libbra di gomma di Borneo, e di Sumatra, assai più preziosa (Raynal, Hist. philosoph., t. I, pag. 362-365; Dictionnaire d'Hist. naturelle, par Bomare; Millar, Gardener's Dictionary). Forse da Borneo e da Sumatra portarono di poi gli Arabi la loro canfora (Géograph. nubien., p. 34, 35, d'Herbelot, p. 232).

234. V. Gagnier, Vie de Mahomet, t. I, p. 376, 377. Posso bensì credere il fatto ma non la profezia.

235. La torre di Belo a Babilonia, ed il vestibolo di Cosroe a Ctesifone son le rovine più considerevoli della Assiria. Furono visitate da Pietro della Valle, viaggiatore curioso e vanaglorioso. (t. I, p. 713-718; 731-735).

236. Si consulti l'articolo Coufah della Biblioteca di d'Herbelot (p. 277, 278), e il secondo volume dell'istoria d'Ockley, particolarmente le pagine 40 e 153.

237. V. l'articolo Nehavend di d'Herbelot (pag. 667-668), ed i Voyages en Turquie et en Perse, di Otter, tom. I, pag. 191.

238. Con questa ignoranza e questo tuono d'ammirazione descriveva l'oratore Ateniese i conquisti fatti verso il settentrione da Alessandro, il quale per altro non oltrepassò mai le rive del mar Caspio Αλεξανδροσε εξω της αρκτου και της οικουμενης, ολιγου δειν, πασης μεθησηκει Alessandro trapassò l'Orsa, e quasi scorse tutta la Terra (Eschine, contro Tesifonte t. III, pag. 534, ediz. greca degli orat., Reiske). Questa causa memorabile fu perorata in Atene (Olimp. CXII, 3) l'anno 330 avanti G. C., in autunno (Taylor, Prefaz., p. 370, etc.), un anno in circa dopo la battaglia di Arbella. Alessandro allora inseguiva Dario, e marciava verso l'Ircania e la Battriana.

239. Abbiam questo fatto curioso nelle Dinastie di Abulfaragio, p. 116. È inutile provare l'identità di Estachar e di Persepoli (d'Herbelot, p. 327), e lo sarebbe di più copiare i disegni e le descrizioni che ne son date dal Chardin e da Corneille-le-Bruyn.

240. Dopo il racconto della conquista di Persia, aggiugne Teofane: αυτω δε τω χρονω εκελευσεν Ουμαρος αναγραφηνωι πασαν την υπ’ αυτον οικουμενην, εγενοτο δε η αναγραφη και ανθρωπων και κτηνων και φυτων e nel tempo stesso ordinò Omar l'enumerazione di quanto era nel paese a lui soggetto, e questa descrizione comprese gli uomini, le bestie, e le piante (Cronograph., p. 283).

241. Nella quasi totale mancanza di monumenti per questa parte di Storia, duolmi che il d'Herbelot non abbia trovato ed adoperato la traduzione in lingua persiana dell'Opera di Tabari, corredata, per quanto egli dice, di parecchi estratti degli annali scritti dai Ghebri o Magi (Bibl. orient., p. 1014).

242. Quanto sappiamo di più autentico de' fiumi di Sihon (Jaxarte) e del Gihon (Oxo), si trova nell'opera del Sceriffo Al-Edrisi (Geogr. nubien., p. 138), in Abulfeda (Descript. Korasan in Hudson, t. III, p. 23), nello scritto di Abulghazi-Khan, che regnava sulle rive di que' due fiumi (Hist. généalog. des Tatars, p. 32, 57, 766), e nel geografo turco, manoscritto che sta nella Biblioteca del re di Francia (Examen critique des historiens d'Alexandre, p. 194-360).

243. Abulfeda (pag. 76, 77) descrive il territorio della Fargana.

244. Eo redegit angustiarum eumdem regem exulem, ut Turcici regis et Sogdiani, et Sinensis auxilia missis litteris imploraret (Abulfeda, Annal., p. 74). Il Freret (Mémoires de l'Acad. des inscript., t. XVI, p. 245-255) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 54-59) hanno sparsa molta luce sull'istoria di Persia, e quella della Cina. Il Signor de Guignes presenta molte particolarità geografiche sulle frontiere de' due paesi (t. I, p. 1-43).

245. Hist. Sinica, p. 41-46, nella terza parte delle Relazioni curiose del Thevenot.

246. Mi sono ingegnato di porre d'accordo i racconti di Elmacin (Hist. Saracen., pag. 37), d'Abulfaragio (Dynast., p. 116), d'Abulfeda (Annal., pag. 74-79) e del d'Herbelot (p. 485). La fine di Yezdegerd non solo fu lagrimevole ma oscura.

247. Yezdegerd lasciò due figlie: l'una sposò Hassan figlio di Alì, l'altra Mohammed figlio di Abubeker; ebbe Hassan una posterità numerosa. La figlia di Firuz si maritò al Califfo Valid: Yezid loro figlio vantava un'origine, o vera o favolosa, dai Cosroe della Persia, dai Cesari di Roma, e dai Chagan dei Turchi o degli Avari (d'Herbelot, Bibl. orient., p. 96-487).

248. Questo coturno, valutato duemila pezze d'oro, fu raccolto da Obeidollah figlio di Ziyad, che divenne poi nome abbominevole per l'assassinio che commise di Hosein. (Ockley, History of the Saracens, vol. II, p. 142, 143). Salem suo fratello avea seco la sua sposa, ed è questa la prima moglie araba che passasse l'Oxo (A. D. 680), la quale prese in prestito, od anzi rubò la corona e le gemme della regina dei Sogdiani. (p. 231-232).

249. Il signor Greaves ha tradotto parte della geografia d'Abulfeda, e l'ha inserita nella raccolta dei Geographi minores di Hudson (t. III), col titolo di Descriptio Chorasmiae et Mawaralnahrae, id est, regionum extra fluvium Oxum, p. 80. Petis de la Croix (Hist. de Gengis-kan, etc.) e alcuni autori moderni, di quelli che scrissero sulle contrade dell'oriente, impiegano a ragione la parola Transoxiana più grata all'orecchio, e che significa lo stesso; ma s'ingannano quando l'attribuiscono agli Scrittori della antichità.

250. Elmacino (Hist. Saracen., p. 84), d'Herbelot (Bibl. orient., Catibah, Samarcanda, Valid) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 58-59) accennano succintamente le conquiste di Catibah.

251. Si è inserita nella Bibliotheca arabico-hispana, una curiosa descrizione di Samarcanda (t. I, p. 208 ec.). Il bibliotecario Casiri, seguendo un testimonio degno di fede, (t. II, 9) narra che la carta fu portata per la prima volta dalla Cina a Samarcanda (A. E. 30), e che fu inventata o piuttosto introdotta alla Mecca (A. E. 88). La Biblioteca dell'Escuriale possede un manoscritto in carta che appartiene al quarto o quinto secolo dell'Egira.

252. Al-Wakidi, Cadì di Bagdad, che nacque A. D. 748, che morì A. D. 822, ha composto una storia particolare del conquisto della Sorìa; ha pure scritta la storia del conquisto dell'Egitto, del Diarbekir ec. Al-Wakidi, migliore dei Cronichisti sterili e recenti degli Arabi, ha il doppio merito d'essere antico, e molto minuto nel raccontare; le novelle, e le tradizioni che riferisce dipingono senza arte la natura umana e il suo secolo: per altro la sua narrazione è troppo spesso difettosa, piena di particolarità meschine e inverosimili. Sinchè non si scoprano opere migliori sarà preziosa la versione datane dal dotto e franco Ockley, e questo autore non merita le critiche virulente che Reiske si permise (Prodidagmata ad Hadji califae Tabulas, p. 236). Mi duole il cuore a pensare che Ockley terminò il suo lavoro in prigione (V. la Prefazione del primo volume, A. D. 1708, e la Prefazione del secondo, 1718, colla lista degli autori che sta in fine).

253. Al-Wakidi ed Ockley (t. I; p. 22-27 ec.) riferiscono le istruzioni ec., sulla guerra di Sorìa. È d'uopo restringere in poco le notizie che danno, ed è inutile citarle di continuo; mi credo obbligato a indicare gli altri Scrittori.

254. Non ostante questo precetto, il Signor de Paw (Recherches sur les Egyptiens, t. II, p. 192 ediz. di Losanna) rappresenta i Bedoini come nemici implacabili dei monaci cristiani. Per me credo che si possa spiegare questa contraddizione da una parte colla avidità degli Arabi, dall'altra coi pregiudizi del filosofo Tedesco.

255. Anche nel settimo secolo i monaci in generale erano laici con capellatura lunga e sparsa, che poi tagliavano quando erano ammessi al sacerdozio. La tonsura circolare era emblematica, e mistica; figurava la Corona di Spine che fu messa in capo a Gesù Cristo; ma indicava altresì il diadema reale, ed ogni sacerdote era un re ec. (Thomassin, Discipline de l'Eglise t. I, p. 721-758, e specialmente, p. 737-738).

256. Hinc Arabia est conserta, ex alio latere Nabathaeis contigua; opima varietate commerciorum, castrisque oppleta validis et castellis, quae ad repellendos gentium vicinarum excursus, sollicitudo perviget veterum per opportunos saltus erexit et cautos. (Amm. Marcell., XIV, 8; Reland, Palest., t. I, p. 85, 86).

257. Ammiano loda le fortificazioni di Gerasa, di Filadelfia, e di Bosra, firmitate cautissimas. Meritavano gli stessi elogi al tempo di Abulfeda (Tab. Syr. p. 99), il quale descrive questa città, metropoli di Hawran (Auranitis), lontana quattro giornate da Damasco. Il Reland ne spiega la etimologia ebraica (Palest. t. II, p. 666).

258. Maometto che predicava la sua religione in un deserto, ed a guerrieri, dovè permettere che in mancanza di acqua si facessero le abluzioni colla sabbia (Koran. c. 3, p. 66: c. 5, p. 83); ma i casisti Arabi e Persiani hanno imbrogliato questa permission pura e semplice in un ammasso di delicatezze, e di distinzioni (Reland, De relig. Moham. l. I, p. 82, 83; Chardin, Voyages en Perse, t. IV).

259. Sonarono le campane (Ockley t. I, p. 38). Ma dubito forte che il testo di Al-Wakidi, o l'uso del tempo, non possano giustificare questa espressione. Ad Graecos, dice il dotto Ducange (Gloss. med. et infim. Graecit., t. I, p. 774) campanarum usus, serius transit et etiamnum rarissimus est. L'epoca più antica in cui dagli scrittori di Bisanzio si faccia menzione delle campane è riportata all'anno 1040. Ma pretendono i Veneziani d'avere introdotte le campane a Costantinopoli sin dal nono secolo.

260. Si trova una minuta descrizion di Damasco presso il Sceriffo Al-Edrisi (Geogr. nubien, pag. 116, 117) e Sionita suo traduttore (Appendix, c. 4) Abulfeda (Tabul. Siriae, p. 100), Schultens (Index Geogr. ad vit. Saladin), d'Herbelot (Bibl. orient. pag. 291), Thevenot (Voyages du Levant, part. I, pag. 688-698), Maundrell (Voyage d'Alep à Jerusalem, p. 122-130) e Pocock (Descript. de l'Orient, vol. II, p. 117-127).

261. Nobilissima civitas, dice Giustino. Secondo le tradizioni orientali era anteriore ad Abramo o a Semiramide. (Giuseppe, Antiq. jud. l. I, c. 6, 7, p. 24-29 edit. Havercamp. Justin. XXXVI, 2).

262. Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον, την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. Imperocchè io reputo doversi veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto l'Oriente, Damasco io dico, quella santa città è la maggiore fra tutte l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la fertilità del terreno ec. (Giuliano epist. 24, p. 392). Questi begli epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec. (p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non cresce che παρα ημιν nel nostro paese) era un abitante di Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?

263. Voltaire che dà un'occhiata vivace e penetrante alla superficie dell'istoria, è stato sorpreso dalla somiglianza che trovasi fra i primi Musulmani e gli eroi dell'Iliade, tra l'assedio di Troia e quello di Damasco (Hist. générale, t. I, pag. 348).

264. È un passo del Corano, c. IX, 32: LVI, 8. I Musulmani, come i fanatici Inglesi dell'ultimo secolo, citavano ad ogni occasione le loro scritture sia nelle conversazioni familiari, sia nei casi di qualche momento; per altro queste citazioni non erano tanto bizzarre quanto le frasi ebraiche trapiantate nel clima e nel dialetto della Gran Brettagna.

265. Il nome di Werdan non era noto a Teofane, e comunque abbia potuto appartenere a un capitano Armeno, nella terminazione e nella pronunzia non manifesta origine greca. Se gli storici Bizantini sfigurano i nomi orientali, gli Arabi rendettero ad essi una pariglia, come prova questo caso speciale; trasponendo le lettere greche da destra a sinistra si scontra nel nome assai comune di Andrew l'anagramma di Werdan, e in questa guisa è accaduto forse lo sbaglio di nome.

266. La vanità persuase agli Arabi che Tommaso fosse genero di Eraclio. Si sanno i figliuoli che ebbe Eraclio da due mogli, e sicuramente la sua augusta figlia non s'era maritata per vivere in esigilo a Damasco. (V. Ducange Fam. byzant. p. 118-119). Se Eraclio fosse stato men pio, crederei quasi che si trattasse d'una figlia naturale.

267. Al-Wakidi (Ockley p. 101) scrive che Tommaso scagliava dardi avvelenati; ma questa invenzione dei Selvaggi è tanto contraria all'uso dei Greci e de' Romani, ch'io diffido molto in questo caso della credulità malevola de' Saraceni.

268. Abulfeda non conta che settanta giorni spesi nell'assedio di Damasco (Annal. Moslem. p. 67, vers. Reiske); ma Elmacin, che riferisce questa opinione, prolunga a sei mesi la durata dell'assedio, e dice che i Saraceni fecero uso di baliste (Hist. Saracen. p. 25-32). Nemmeno quest'ultimo conto basta a riempiere lo spazio che si trova fra la battaglia di Aiznadin (luglio A. D. 633) e l'esaltamento di Omar (24 luglio A. D. 634), sotto il regno del quale tutti gli autori d'accordo pongono la presa di Damasco (Al-Wakidi presso Ockley vol. I, p. 115, Abulfaragio, Dynast. pag. 112, vers. Pocock). Forse, come alla guerra di Troia, furono interrotte le operazioni dell'assedio da scorrerie sino agli ultimi settanta giorni dell'assedio.

269. Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (V. pure. Eutichio Annal., t. II, p. 379, 380-383).

270. La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes, che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli. Scioglimento totalmente inetto.

271. Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p. 13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p. 146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).

272. Dair Abil Kodos. Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e significa santo, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed Eliopoli. Questo nome (Abil vuol dire una vigna) concorre, colla situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, Palest., t. I, p. 317; t. II, p. 525-527).

273. Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.

274. «Udimmo il tecbir, così chiamano gli Arabi il grido di guerra, quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della seconda conjugazione, da kabbara, che significa lo stesso che Alla acbar, Dio è onnipotente.

275. La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock intitolato, Descrizione dell'oriente (della Sorìa, e della Mesopotamia vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.

276. L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν, ed è abitata da molta e felice popolazione (in Perieges., v. 902, in t. IV, Geograph. minor. Hudson). In un altro passo chiama questo paese πολυπτολιν αιαν terra popolata di città (v. 898); poi continua: