A. D. 636
Era d'uopo ai Saraceni di tutto il valore ed entusiasmo loro per far fronte alle forze dell'imperatore, il quale dalle tante perdite sofferte aveva argomentato abbastanza che voleano i pirati del deserto conquistare regolarmente, e conservare a sè la Sorìa, e che in poco tempo verrebbero a capo del lor disegno. Ottantamila soldati delle province europee ed asiatiche furono mandati per mare e per terra ad Antiochia e a Cesarea: sessantamila Arabi cristiani, della tribù di Gassan, erano le soldatesche leggiere di quell'esercito, e lo precedevano sotto la bandiera di Iabalah, l'ultimo de' loro principi: avevano i Greci per massima: che col diamante si tagliava meglio che in altra guisa il diamante. Non si espose Eraclio in persona ai rischi di quella guerra: ma presuntuoso siccome egli era, o forse per mancanza di coraggio, diede comando espresso di decidere in una sola giornata il destino della provincia e di quella guerra. Gli abitanti della Sorìa difendeano la causa di Roma e di Cristo; Nobili, cittadini, paesani furono del pari irritati dalla ingiustizia, e dalla barbarie di un esercito licenzioso che come sudditi li opprimeva, e li spregiava come stranieri[281]. Aveano i Saraceni posto campo sotto le mura d'Emesa, quando ebbero sentore di que' grandi apparecchi, e benchè i capitani fossero ben risoluti al combattere, raunarono consiglio di guerra: voleva il pio Abu-Obeidah ricevere la corona del martirio in quel luogo medesimo: ma fu saggio avviso di Caled il fare una ritratta onorevole sulla frontiera della Palestina e dell'Arabia, ove potrebbe l'esercito attendere il soccorso degli amici, e l'assalto degli infedeli. Un corriere spedito a Medina ritornò prestamente colle benedizioni di Omar e di Alì, colle preghiere delle vedove del Profeta, e con un rinforzo di ottomila Musulmani. Questo piccolo drappello battè per via un distaccamento dei Greci, e arrivando a Yermuk, ove erano accampati i Saraceni, s'ebbero la lieta novella, che Caled avea già sbaragliato e disperso gli Arabi cristiani della tribù di Gassan. Nei dintorni di Bosra cadono a torrenti della montagna di Hermon le acque sulla pianura di Decapoli, ossia delle dieci città, e d'Hieromax, di cui si alterò il nome cangiandolo in quello di Yermuk dopo un breve corso si perdè nel lago di Tiberiade.[282] Le sue sponde mal conosciute furono allora illustrate da lunga e sanguinosa battaglia. In quella gran circostanza dalla voce pubblica, e dalla modestia di Abu-Obeidah fu renduto il comando al Musulmano più degno. Caled si collocò sulla fronte dell'esercito; alle spalle pose il suo collega, acciocchè i Musulmani, se mai fossero tentati a fuggire, fossero arrestati dal suo aspetto venerando e dalla vista della bandiera gialla, che Maometto avea spiegata avanti le mura di Chaibar. Stava nell'ultima linea la sorella di Derar e le donne arabe che s'erano coscritte per quella santa guerra, che sapeano trattare l'arco e la lancia, e che in un momento di cattività aveano difesa contro gli incirconcisi la verecondia loro e la religione[283]. L'arringa dei generali fu breve, ma energica. «Avete in faccia il paradiso, alle spalle il diavolo e il fuoco dell'inferno». Nondimeno fu tanto impetuosa la carica della cavalleria romana che ne fu rotta l'ala destra degli Arabi, e separata dal centro. La quale per tre volte s'indietreggiò alla rinfusa, e tre volte fu riordinata dai rimproveri e dai colpi delle donne. Negli intervalli dell'azione, Abu-Obeidah visitava le tende dei confratelli, ne prolungava il riposo recitando in una volta due delle cinque orazioni quotidiane, ne curava le ferite di propria mano, e li confortava colla riflessione, che gli infedeli che partecipavano ai loro mali non participerebbero alla loro ricompensa. Quattro mila e trenta Musulmani furono seppelliti sul campo di battaglia, e la destrezza degli arcieri Armeni procacciò a settecento Arabi la gloria di perdere un occhio nell'esercizio di quel religioso dovere. Confessarono i veterani della guerra di Sorìa non aver mai veduto azione così terribile, ed il cui esito fosse sì lungo tempo incerto; ma non ve n'ebbe altresì veruna più decisiva di quella; Greci e Siri a migliaia caddero sotto la spada degli Arabi; gran numero di fuggitivi fu dopo la vittoria trucidato pei boschi, e nelle montagne. Parecchi altri, che perdettero il guado, annegarono nell'acqua dell'Yermuk, e, qualunque sia l'esagerazione dei Musulmani[284], dagli autori cristiani si confessa che il cielo li punì in maniera ben sanguinosa dei loro peccati[285]. Manuele che comandava i Romani fu ucciso a Damasco, dove si ricoverò nel monastero del monte Sinai. Jabalah, esigliato dalla Corte di Bisanzio, pianse colà i costumi dell'Arabia da lui abbandonati, e la sciagura d'aver preferito la causa de' Cristiani[286]. Altra volta era stato propenso all'Islamismo; ma in un pellegrinaggio alla Mecca, essendosi trasportato a percuotere un suo concittadino, avea presa la fuga per salvarsi dall'imparziale e severa giustizia del Califfo. I Saraceni vittoriosi passarono un mese a Damasco nella quiete e nei sollazzi: la division del bottino fu rimessa alla prudenza di Abu-Obeidah. Ogni soldato ebbe una parte per sè, ed una pel suo cavallo, ed ai nobili corsieri di razza araba fu riservata doppia porzione.
A. D. 637
Dopo la battaglia di Yermuk non si vide più comparire l'esercito romano, e furono arbitri i Saraceni di scegliere quella delle città munite della Sorìa volessero prima attaccare. Chiesero al Califfo se marciar dovessero verso Cesarea o Gerusalemme, ed a seconda della risposta di Alì fu messo subitamente l'assedio a quest'ultima città. Agli occhi di un profano era Gerusalemme la prima o la seconda capitale della Palestina: ma considerata come il tempio della Terra Santa, consacrata dalle rivelazioni di Mosè, di Gesù, e dello stesso Maometto, era, dopo la Mecca e Medina, l'oggetto di venerazione e delle peregrinazioni dei Musulmani devoti[287]. Il figlio di Abu-Sophian fu spedito con cinquemila Arabi a tentare da prima di insignorirsi della Piazza per sorpresa o con un trattato; ma nell'undecimo giorno fu investita da tutto l'esercito di Abu-Obeidah; il quale fece al comandante e al popolo di Elia[288] la solita intimazione: «Salute e felicità, diss'egli, a coloro che seguono la via retta. Noi ve lo comandiamo: dichiarate che non vi ha che un Dio, e che Maometto è il suo appostolo. Se non lo fate, consentite a pagare un tributo e ad essere nostri sudditi; altrimenti io condurrò contro di voi una gente che apprezza più la morte, che voi il vino e la carne di porco; e non vi lascerò, se piace a Dio, che dopo avere sterminato quanti combatteranno con voi, e ridotti a schiavitù i vostri figli». La città per ogni parte era difesa da valli profonde e da rupi scoscese: dopo l'invasion della Sorìa erano state accuratamente restaurate le mura e le torri; essendosi fermati in quella Piazza, che non era molto lontana, i più prodi dei guerrieri campati dall'eccidio d'Yermuk, questi, non men che la difesa del santo sepolcro[289], doveano accendere nell'anima di tutti quelli che riempieano la città qualche scintilla dell'entusiasmo, onde era infiammato lo spirito de' Saraceni. Quattro mesi durò l'assedio di Gerusalemme; ogni giorno fu segnato da qualche sortita o da qualche assalto: le macchine degli assediati molestarono costantemente i nemici dall'alto delle mura, e fu ancora agli Arabi più funesto il rigore del verno. Cedettero finalmente i Cristiani alla perseveranza dei Musulmani. Il Patriarca Sofronio si affacciò sulle mura, e, servendosi dell'organo di un interprete, domandò un abboccamento. Dopo avere indarno tentato di distogliere il luogotenente del Califfo dal suo empio disegno, chiese in nome del popolo una capitolazione vantaggiosa, e ne propose gli articoli con questa clausola insolita, che l'autorità e la presenza di Omar sarebbero mallevadori della esecuzione. Fu discussa la cosa nel consiglio di Medina: la santità del sito, e l'opinione di Alì determinarono il Califfo ad appagare in questo proposito i voti dei soldati propri e de' nemici, e la semplicità che dimostrò in questo viaggio è notabile più che mai lo fosse tutta la pompa dell'orgoglio e della tirannide. Il vincitor della Persia e della Sorìa sedeva sopra un cammello di pelo rosso, il quale era altresì caricato d'un sacco di biada, d'un altro sacco di datteri, d'un piatto di legno, e d'un otricello di cuoio pieno di acqua. Quando si fermava, erano invitati tutti quelli che lo accompagnavano, senza far distinzione alcuna, a partecipare del suo pasto frugale che egli consacrava con orazioni e con un'esortazione[290]. Nel tempo stesso durante questa spedizione, o pellegrinaggio, esercitava i suoi poteri amministrando la giustizia: frenava la licenziosa poligamia degli Arabi; reprimeva le estorsioni e le crudeltà che usavansi verso i tributari; e per punire i Saraceni del troppo lusso, levava loro di dosso le ricche vesti di seta, e stropicciava loro la faccia nel fango. Come scorse da lungi Gerusalemme esclamò ad alta voce: «Dio è vittorioso. Signore agevolateci questa conquista;» e dopo avere alzata la sua tenda, fatta di rozza stoffa, placidamente s'assise per terra. Segnata che ebbe egli la capitolazione, entrò in città senza cautele e senza timori, e conversò urbanamente col Patriarca intorno le antichità religiose della sua chiesa[291]. Sofronio si prostrò davanti al nuovo padrone dicendo in suo segreto, colle parole di Daniele: «L'abbominazione della desolazione sta nel Luogo Santo[292]». Si scontrarono insieme nella chiesa della Risurrezione all'ora della preghiera: ma non volle il Califfo far quivi le sue divozioni, e si contentò di orare sui gradini della chiesa di Costantino. Ragguagliò il Patriarca del prudente motivo che lo aveva determinato: «Se mi fossi arreso alle istanze vostre, gli disse, sarebbe avvenuto che col pretesto di imitare il mio esempio avrebbero un giorno i Musulmani rotto gli articoli del trattato»; ordinò che si edificasse una Moschea[293] sul terreno per l'addietro occupato dal tempio di Salomone; e nei dieci giorni che passò a Gerusalemme, pose ordine anche per l'avvenire a ciò che per l'amministrazione della Sorìa si conveniva. Potea Medina temere non fosse il Califfo trattenuto dalla santità di Gerusalemme, o dalla vaghezza di Damasco; ma tosto egli sbandì ogni inquietudine ritornando spontaneamente al sepolcro dell'appostolo[294].
A. D. 638
Formò il Califfo due corpi d'esercito per condurre a termine la conquista del rimanente della Sorìa; un distaccamento scelto fu lasciato nel campo della Palestina sotto gli ordini d'Amrou e d'Yezid, mentre Abu-Obeidah e Caled, capitanando lo stuolo più considerevole, marciavano di bel nuovo alla volta del settentrione per impadronirsi d'Antiochia e di Aleppo; quest'ultima città, la Berea de' Greci, non aveva ancora la celebrità d'una capitale, e colla volontaria loro sommissione, non che per la miseria, ebbero gli abitanti la sorte di riscattare, a condizioni moderate, colla vita la libertà della loro religione. Il castello d'Aleppo[295], separato dalla Piazza, si ergeva sopra un'alta collina formata dalla mano degli uomini; i fianchi di quella altura, quasi perpendicolare, erano guerniti di pietre da taglio, e si poteva empiere totalmente la fossa coll'acqua delle vicine sorgenti. La guarnigione dopo aver perduto tremila uomini, avea tuttavolta modo di difendersi, e il Capo ereditario, il prode Youkinna, aveva ammazzato suo fratello, un santo monaco, perchè avea pronunziata la parola di pace. Rimase morto o ferito gran numero di Saraceni durante quell'assedio che durò quattro o cinque mesi, e che fu il più penoso di tutti gli assedi della guerra siriaca; gli altri si ritrassero in distanza d'un miglio dalla Piazza, ma senza poter deludere la vigilanza di Youkinna; nè venne pure fatto ai medesimi di sbigottire i Cristiani colla morte di trecento prigionieri cui decapitarono sotto le mura del castello. Primamente dal silenzio, poi dalle lettere d'Abu-Obeidah comprese il Califfo essere ormai sfinita la pazienza delle sue soldatesche, ed aver esse omai perduta ogni speranza di prendere quella Fortezza. «Io partecipo co' miei affetti, gli rispose Omar, a tutte le vicende vostre, ma non posso assolutamente permettervi di levar l'assedio del castello. La ritirata vostra scemarebbe la fama delle nostre armi, e darebbe coraggio agli infedeli di piombare sopra di voi da ogni lato: rimanete davanti Aleppo, fino a tanto che Iddio decida dell'evento, e la vostra cavalleria vada foraggiando nel circondario». Alcuni volontari di tutte le tribù dell'Arabia, giunti al campo sopra cavalli o cammelli, crebbero forza alle esortazioni. Era con essi certo Damete, guerriero di servile estrazione, ma di figura gigantesca e d'animo intrepido. Nel giorno quarantesimosettimo di servigio chiese trenta uomini con cui sorprendere il castello. Caled, che lo conosceva, commendò il suo disegno, ed Abu-Obeidah avvertì i suoi fratelli di non avere dispregio per la nascita di Damete, e protestò che se potesse abbandonare gli affari pubblici, di buon grado avrebbe militato sotto gli ordini dello schiavo. Per mascherare l'impresa ideata, finsero i Saraceni di ritirarsi trasportando il campo lungi una lega incirca da Aleppo. I trenta avventurieri stavano in imboscata a piè del colle, e Damete finalmente si procacciò le notizie che bramava, ma non senza andare nelle furie contro l'ignoranza de' suoi prigionieri greci. «Maladetti da Dio questi cani! esclamava l'ignorante Arabo: che strano e barbaro linguaggio è quello che parlano!» Nel più fitto della notte scalò l'altura che egli aveva attentamente visitata dal lato più accessibile, sia che in quella parte fossero più degradate le pietre, sia che il pendìo fosse più declive, o men vigilante la guardia. Sette de' suoi compagni più robusti salirono sulle spalle gli uni degli altri, e lo schiavo gigantesco sosteneva sopra il suo largo e nervoso dosso il peso di tutta la colonna. I più elevati potevano aggrapparsi alla parte inferiore dei muri. Vi si arrampicarono finalmente, pugnalarono alla sordina le sentinelle e le gettarono abbasso dalla Fortezza; ed i trenta guerrieri ripetendo questa pia giaculatoria, «Appostolo di Dio aiutateci e salvateci,» furon successivamente tirati sul muro, mercè delle lunghe tele de' lor turbanti. Damete andò cautamente a spiare il palazzo del governatore, che con romorose allegrie festeggiava la ritirata del nemico: e ritornato ai suoi compagni assalì dalla parte interna l'ingresso del castello. La sua piccola squadra abbattè la guardia, sgombrò la porta, calò abbasso il ponte levatoio, e difese questo angusto passaggio sino all'arrivo di Caled, che, sul far del giorno, venne a trarlo di pericolo, e ad assicurare la sua conquista. Il bravo Joukinna, che s'era dato a conoscere per un nemico sì formidabile, divenne un utile e zelante proselita; e il general dei Saraceni dimostrò i riguardi che avea pel merito, in qualunque condizione lo trovasse, rimanendo coll'esercito in Aleppo, sin che non fu guarito Damete delle sue onorate ferite. Era tuttavia coperta la capitale della Sorìa dal castello di Aazaz, e dal ponte di ferro dell'Oronte. Ma perduti quei posti di gran momento, e sconfitto l'ultimo esercito Romano, Antiochia[296], ammollita dal lusso, tremò e si sottomise con un riscatto di trecentomila pezze d'oro, e fu salva dalla distruzione; ma quella città, soggiorno un tempo dei successori d'Alessandro, sede del governo romano in Oriente, decorata da Cesare coi titoli di città libera, santa e vergine, altro non fu poi sotto il giogo dei Califfi che città di provincia e di secondo ordine[297].
A. D. 638
Nella vita d'Eraclio si vede che dall'obbrobrio, e dalla debolezza dei primi e degli ultimi anni della sua amministrazione fu oscurata la gloria del trionfo della guerra persiana. Allorchè i successori di Maometto si armarono contro di lui per l'onore della propria religione, egli si sentì gelare alla prospettiva degli stenti e dei pericoli innumerabili in cui si sarebbe ingolfato: per natura indolente, non trovava più in una inferma vecchiaia il modo di sollevarsi ad un secondo sforzo. Per un sentimento di vergogna, e per la sollecitazione dei Siri fu impedito dall'allontanarsi, sin nel primo momento, dal teatro della guerra; ma più non vivea l'eroe, e puossi in qualche modo attribuire all'assenza o al cattivo procedere del sovrano la perdita di Damasco e di Gerusalemme, non che le sanguinose giornate di Aiznadin, e d'Yermuk. In vece di difendere il sepolcro di Cristo, impelagò la Chiesa e lo Stato in una controversia metafisica[298] sopra l'unità della volontà; e mentre dava la corona al figlio, avuto della seconda moglie, si lasciava tranquillamente spogliare della porzion più preziosa del retaggio, che egli assegnava ai suoi figli. Prostrato a terra nella cattedrale di Antiochia, al cospetto dei vescovi ed ai piedi del Crocifisso, pianse i suoi peccati e quelli del popolo suo, ed insegnò al Mondo essere inutile e forse empia cosa l'opporsi al decreto di Dio. Erano di fatto i Saraceni come invincibili, poichè considerati erano per tali; e poteva la disfatta di Youkinna, il suo falso pentimento, e le tante sue perfidie giustificare i sospetti dell'imperatore, il quale si credeva accerchiato da traditori ed appostati pronti a consegnar la sua persona e l'impero in mano dei nemici di Cristo. Offuscato in mente dall'avversità e dalla superstizione, si abbandonò al terrore di sogni e di presagi nei quali parvegli vedere enunciata la caduta della sua corona; e dato alla Sorìa un eterno addio, salpò con un seguito poco numeroso sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà[299]. Costantino, suo figlio primogenito, comandava quarantamila uomini in Cesarea, sede dell'amministrazion civile delle tre province della Palestina. Ma i suoi particolari interessi lo chiamavano alla Corte di Bisanzio; e dopo la fuga del padre s'avvide che mal potea resistere alle forze congiunte del Califfo. La sua vanguardia fu intrepidamente assalita da trecento Arabi, e da mille Schiavi negri, i quali nel cuor del verno aveano superate le nevi del Libano, e furon ben tosto seguiti dagli squadroni di Caled. I Saraceni che stavano in Antiochia e in Gerusalemme arrivarono dal settentrione e dal mezzogiorno lungo la costa marittima, e si ricongiunsero sotto le mura delle città della Fenicia. Tripoli e Tiro furono consegnate per tradimento, e da un navile di cinquanta bastimenti da trasporto, che senza diffidare entravano nei porti allora dal nemico occupati, ebbero i Musulmani un utile rinforzo d'armi e di munizioni: ben presto ebber fine le loro fatiche per l'inaspettata resa di Cesarea. Il figlio d'Eraclio s'era imbarcato nella notte[300], e, vedendosi abbandonati, comperarono i cittadini il perdono al prezzo di dugentomila pezze d'oro. Le altre città della provincia Ramlah, Tolomeide o Acri, Sichem o Neapoli, Gaza, Ascalona, Berita, Sidone, Gabala, Laodicea, Apamea e Jerapoli, non osarono lungamente resistere ai voleri del conquistatore; e la Sorìa piegò il collo sotto lo scettro dei Califfi, sette secoli dopo il tempo in cui Pompeo ne privò l'ultimo dei re Macedoni[301].
A. D. 633-639
Gli assedi, e le fazioni di sei campagne avean costata la vita a migliaia di Musulmani. Morivan come martiri ebbri di gloria e di allegrezza, e da queste parole d'un giovanetto Arabo, che per l'ultima volta abbracciava la madre e la sorella, si può conoscere la semplicità della lor fede. «Non già, disse loro, le squisitezze della Sorìa, e le gioie passeggere di questo Mondo m'hanno indotto a consacrare la vita per la causa della religione; voglio impetrare il favor di Dio, e del suo appostolo: ho udito dire da un compagno del Profeta, che le anime dei martiri saranno alloggiate nel gozzo degli uccelli verdi che mangiano le frutta del paradiso, e che bevono l'acqua delle sue correnti. Addio: ci rivedremo fra i boschetti, e presso le fontane che Dio riserva a' suoi eletti». Quei fedeli che cadeano in balìa del nemico aveano occasione di esercitare la costanza men forte, ma più difficile, e fu applaudito il cugino di Maometto, il quale, dopo tre giorni d'astinenza, ricusò il vino e il maiale offertogli dalla malizia degli infedeli per unico nudrimento. La debolezza di parecchi Musulmani, meno coraggiosi, diveniva soggetto di disperazione per quegli implacabili fanatici, e il padre di Amer deplorò in tuono patetico l'apostasia e la dannazione del figlio, che avea rinunciato alle promesse di Dio e alla intercessione del Profeta, per occupare un giorno fra i sacerdoti e i diaconi i più profondi abissi dell'inferno. I più fortunati degli Arabi che sopravvissero alla guerra, perseverando nella fede, furono preservati mercè dell'accortezza de' loro capitani dal pericolo di far abuso della loro prosperità. Abu-Obeidah non lasciò alle sue truppe che tre giorni di riposo, e, allontanandoli dal contagio de' costumi di Antiochia assicurò il Califfo, che solo poteano i rigori della povertà e della fatica mantenerli nella religione e nella virtù. Ma la virtù d'Omar sì austera per lui, era indulgente e dolce pe' suoi fratelli. Dopo aver pagato al suo luogotenente un giusto tributo d'elogi e di azioni di grazia, concedette una lagrima alla compassione, e sedutosi in terra scrisse una lettera ad Obeidah, rinfacciandogli amorevolmente la troppa severità. «Iddio, dissegli il successor del Profeta, non ha interdetto l'uso delle buone cose di questo Mondo ai fedeli, ed a coloro che han fatte opere buone; però avreste dovuto concedere più riposo alle vostre soldatesche, e lasciare che godessero i sollievi che offre il paese in cui siete. I Saraceni, che non han famiglia in Arabia, possono maritarsi in Sorìa, e ognun d'essi è padrone di comperarsi le schiave di cui abbisogna». Eran già disposti i vincitori a usare ed abusare di queste permissioni aggradevoli: ma l'anno del loro trionfo fu guasto da una mortalità d'uomini o di animali, per cui perirono in Sorìa venticinquemila Saraceni. Ebbero i Cristiani a piangere Obeidah: ma i suoi fratelli rammentarono esser lui uno dei dieci eletti che il Profeta avea nominati eredi del suo paradiso[302]. Caled visse ancora tre anni, e si mostra nei contorni di Emesa la tomba della Spada di Dio. Il suo valore, da cui i Califfi riconoscono il loro impero nella Sorìa e nell'Arabia, si rafforzava coll'opinione che aveva, che la Providenza avesse una cura particolare di lui; e sinchè portò una cappa benedetta da Maometto si credette invulnerabile in mezzo ai dardi degli infedeli.
A. D. 639-655
Ai Musulmani, che morirono in Sorìa dopo la conquista, succedettero i loro figli o concittadini; quel paese divenne la residenza e il sostegno della casa d'Ommiyah; e le entrate, le soldatesche e le navi di un regno sì potente furono impiegate ad allargare per ogni lato l'impero de' Califfi. Sprezzavasi dai Saraceni ciò che è superfluo nella gloria, e rade volte degnano i loro storici indicare le minori conquiste che si perdono nella luce e nella rapidità della lor vittoriosa carriera. Al nort della Sorìa passarono il monte Tauro, soggiogarono la provincia di Cilicia e Tarso la capitale, antico monumento dei re d'Assiria. Giunti al di là d'una seconda giogaia di quelle montagne, diffusero il fuoco della guerra, anzi che la face della religione, sino alle coste dell'Eussino, e ai dintorni di Costantinopoli. Dalla parte d'oriente s'innoltrarono fino alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri[303]. I limiti sì lungo tempo contestati di Roma e della Persia sparirono per sempre; Edessa, Amida, Dara e Nisibi, videro rase quelle mura che aveano durato contro l'armi e le macchine di Sapore e di Nushirvan, e nulla valsero la lettera di Gesù Cristo[304], nè l'impronta della sua figura nella santa città d'Abgara in faccia ad un conquistatore infedele. Dal mare è confinata la Sorìa all'occidente, e la rovina di Aredo, isoletta o penisola sulla costa, non avvenne che dieci anni dopo. Ma i colli del Libano erano adombrati d'alberi atti a costruzione; il commercio della Fenicia dava una moltitudine di marinai, e gli Arabi poterono allestire ed armare un naviglio di mille e settecento barche, le quali fecero fuggire i navigli dell'impero dagli scogli della Panfilia sino all'Ellesponto. L'imperatore, nipote di Eraclio, prima del combattimento era stato vinto da un sogno e da un giuoco di parole[305]. Rimasero i Saraceni signori del Mediterraneo, e vennero saccheggiando successivamente le isole di Cipro, di Rodi, e delle Cicladi. Tre secoli avanti l'Era cristiana, il memorando ed inutile assedio di Rodi[306], fatto da Demetrio, aveva dato a quella repubblica soggetto e materia d'un trofeo: erasi da lei in un ingresso del porto collocata una statua colossale d'Apollo, ossia del Sole, nobile monumento della libertà e dell'arti della Grecia alto settanta cubiti. Il colosso di Rodi sussisteva da cinquantasei anni, quando fu atterrato da un tremuoto; l'enorme suo tronco e i vasti suoi brani restarono sparsi per otto secoli sul terreno, e furono sovente descritti come una delle maraviglie del Mondo antico. I Saraceni ne raccolsero i frantumi e gli vendettero a un mercadante Ebreo di Edessa; il quale, è fama, vi trovò tanto rame per caricar novecento cammelli; peso che par ben considerabile anche quando vi fossero comprese le cento figure colossali[307] e le tremila statue, che decoravano la città del Sole nei suoi giorni di prosperità.
III. Fa mestieri, per ispiegare la storia del conquisto d'Egitto, ragionare alquanto sul carattere del vincitore. Amrou, uno dei primari Saraceni nel tempo in cui l'ardire e l'entusiasmo esaltavano sopra sè stesso l'ultimo dei Musulmani, avea sortito natali abbietti ad un tempo ed illustri. Era nato da una celebre prostituta la quale, dei cinque Koreishiti che accoglieva in casa, non seppe dire qual fosse il padre di questo fanciullo; ma per la rassomiglianza delle fattezze lo attribuì ad Aasi il men giovine de' suoi amanti[308]. Amrou dal suo brio giovanile si lasciò dare in preda alle passioni e ai pregiudizi della famiglia: esercitò il suo ingegno poetico in versi satirici contro la persona e la dottrina di Maometto; la fazione allor dominante impiegò la sua accortezza contro gli esuli, per motivo di religione, rifuggiti alla Corte del re di Etiopia[309]. Ma egli ritornò dalla sua ambasciata addetto secretamente all'Islamismo; la ragione ovver l'interesse lo determinarono ad abbandonare il culto degli idoli: scampò dalla Mecca col suo amico Caled, e il Profeta di Medina ebbe il piacere d'abbracciare nel punto medesimo i due campioni più intrepidi della sua causa. Amrou, che mostrava gran desiderio di comandare gli eserciti de' fedeli, fu rimbrottato da Omar che lo consigliò a non cercare autorità e dominio, poichè l'uomo che oggi è suddito può domani essere principe. Per altro non trascurarono il suo merito i due primi successori dell'appostolo, e alla sua prodezza furon debitori dei conquisti della Palestina: egli in tutte le battaglie, e negli assedi della Sorìa diede a divedere congiunta la calma di un generale al valore di un ardente soldato. In uno de' suoi viaggi a Medina se gli mostrò voglioso il Califfo di veder la spada che aveva mietuto tante teste cristiane. Il figlio di Aasi gli presenta una scimitarra cortissima che nulla avea di singolare, e accortosi della sorpresa di Omar. «Oimè, gli disse il modesto Saraceno, anche la spada senza il braccio del suo padrone sovrano non è più tagliente, nè più pesante della spada del poeta Pharezdak[310].» Dopo il conquisto dell'Egitto la gelosia indusse il califfo Othmano a richiamare Amrou; ma nelle turbolenze sopravvenute potè il suo ardore nel dimostrarsi capitano, uom d'alto affare, e oratore trarlo ben presto dalla classe de' privati. Al potente suo aiuto, sia nei consigli, sia nell'esercito andarono debitori gli Ommiadi della assodata loro grandezza. Moawiyah, per gratitudine, restituì il governo e l'amministrazione delle rendite pubbliche dell'Egitto a un amico fedele, che da sè stesso erasi sollevato dalla condizione di semplice suddito, e Amrou terminò i suoi giorni nel palazzo e nella città che avea fondato sulle sponde del Nilo. Gli Arabi citano come un modello d'eloquenza e di sapienza il discorso che fece ai figli nel letto di morte; deplorò i trascorsi della sua gioventù: ma per poco che gli rimanesse della vanità di poeta[311], potè esagerare volontieri il veleno e il pericolo delle sue vecchie satire contro l'Islamismo.
A. D. 638
Accampato era Amrou nella Palestina, quando avendo carpita per sorpresa la permission del Califfo, o forse anche senza aspettarla, s'incamminò a conquistare l'Egitto[312]. Il magnanimo Omar confidava in Dio e nelle sue armi che crollato avevano i troni di Cosroe e di Cesare: ma ponendo a confronto il debole esercito Musulmano colla grandezza della impresa, si pentì dell'imprudenza sua, e diede ascolto ai timidi compagni. L'orgoglio e la potenza degli antichi Faraoni erano idee familiari ai lettori del Corano, e appena avean bastato prodigi dieci volte rinnovati a condurre ad effetto, non la vittoria, ma la fuga di seicentomila figli di Israele. Aveva l'Egitto gran numero di città popolatissime e forti: il Nilo solo coi tanti suoi rami formava una barriera insuperabile, e doveano i Romani ostinatamente difendere il granaio della capitale dell'impero. In questa angustia si rimise il Califfo alla decision della sorte, o, secondo il suo avviso, a quella della providenza. Era partito da Gaza l'intrepido Amrou e marciava verso l'Egitto con quattromila Arabi solamente, quando fu raggiunto dal messo di Omar. «Se siete ancora in Sorìa, diceva la lettera equivoca del Califfo, ritiratevi tostamente, ma se all'arrivo del corriere toccate già la frontiera d'Egitto, inoltrate pure francamente, e fidatevi nell'aiuto di Dio e de' vostri fratelli». Dalla esperienza, o piuttosto da' segreti avvisi, imparato aveva Amrou a diffidare della stabilità delle risoluzioni delle Corti, e continuò la sua strada fino a tanto che si trovò sul territorio d'Egitto. Raunò allora i suoi ufficiali, ruppe il suggello, lesse il foglio, e dopo avere con gravità domandato che nome avesse e qual fosse il luogo dov'era, protestò piena sommessione agli ordini del Califfo. Dopo un assedio di trenta giorni si insignorì di Farmah, ossia Pelusio, e l'acquisto di questa città, nomata con ragione la chiave dell'Egitto, gli aperse l'ingresso del paese sino alle rovine d'Eliopoli in vicinanza dell'odierna città del Cairo.
Sulla sponda occidentale del Nilo, poco lungi dalla parte orientale delle piramidi ed al mezzogiorno del Delta, la città di Menfi, che avea di circonferenza centocinquanta stadi, mostrava la magnificenza degli antichi re dell'Egitto. Sotto il regno dei Tolomei e dei Cesari era stata trasferita alla riva del mare la residenza del governo; ben presto le arti e le ricchezze d'Alessandria offuscarono l'antica capitale: divenuti deserti i palagi e i templi di Menfi andarono in rovina; ma nel secolo di Augusto, ed anche al tempo di Costantino, era annoverata fra le città più vaste e più popolose[313]. Le due sponde del Nilo, largo in quel sito tremila piedi, erano collegate da due ponti, l'un di sessanta battelli e l'altro di trenta, appoggiati nel mezzo della corrente all'isolotto di Ruda adorno di giardini e di case[314]. Nell'estremità orientale del ponte si vedeva la città di Babilonia, e il campo di una legione romana che guardava il passo del fiume e la seconda capitale dell'Egitto. Investì Amrou quella gran Fortezza, che potea considerarsi come una parte di Menfi o Misrah; non andò guari che giunse al campo un rinforzo di quattromila Saraceni, e convien daddovero far onore all'industria e alla fatica dei Siri suoi alleati per la costruzion delle macchine che si adoperarono a battere le mura. L'assedio intanto durò sette mesi, e i temerari assalitori si videro accerchiati dall'inondazion del Nilo che minacciò di inghiottirli[315]. Finalmente trionfarono per la temerità dell'ultimo assalto; passarono la fossa guernita da punte di ferro; piantarono le scale e penetrarono nella Fortezza gridando: Dio è vittorioso: indi respinsero il resto dei Greci sino ai lor battelli e sino all'isola di Ruda. Presentando questo luogo una comunicazione agevole col golfo e con la penisola di Arabia, Amrou lo preferì a Menfi, che fu abbandonata. Le tende degli Arabi divennero abitazioni stabili, e la prima moschea quivi eretta fu santificata dalla presenza di ottanta compagni di Maometto[316]. Il campo sulla riva orientale del Nilo si trasformò in una nuova città; e nello stato ruinoso in cui son oggi i quartieri di Babilonia e di Fostati, si confondono sotto la denominazione di vecchio Misrah o vecchio Cairo, del quale fecero un ampio sobborgo; ma il nome di Cairo, che significa la città della vittoria, appartiene veramente all'odierna capitale dai Califfi fatimiti fondata nel decimo secolo[317]. Essa s'è a poco a poco discostata dal Nilo; ma può un osservatore attento tener dietro alla continuità delle fabbriche, cominciando dai monumenti di Sesostri fino a quelli di Saladino[318].
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Dopo un trionfo sì glorioso, avrebbero tuttavolta dovuto gli Arabi rifuggir nel deserto, se non trovavano nel centro dell'Egitto un poderoso alleato. Dalla superstizione e dalla rivolta degli oriundi del paese furon già facilitati i conquisti d'Alessandro: abborrivano coloro quei Persiani, loro tiranni, discepoli dei Magi, che avevano arso i templi dell'Egitto, e sbramata la lor fame sacrilega colla carne del dio Api[319]. Un motivo simile originò dieci secoli dopo una rivoluzione somigliante, e i cristiani Cofti si diedero a conoscere del pari ardenti a sostenere un dogma incomprensibile[320]. Ho già spiegata l'origine e i progressi della controversia de' Monofisiti, come pure la persecuzion degli imperatori che cangiò una Setta in una nazione, e indispettì l'Egitto contro la religione e il governo loro. Furono accolti i Saraceni come liberatori della chiesa Giacobita, e si intavolarono, durante l'assedio di Menfi, i negoziati d'un Trattato fra un esercito vittorioso e un popolo di schiavi. Fuvvi un Egiziano nobile e ricco, di nome Mokawkas, il quale aveva dissimulata la sua credenza per ottenere l'amministrazione della sua provincia. Giovandosi della confusione, che fu conseguenza della guerra de' Persiani, aspirò egli alla independenza, e una ambasciata di Maometto lo innalzò al grado dei principi; ma con ricchi donativi, e con equivoci complimenti eluse la proposta fattagli d'abbracciare una nuova religione[321]. Per aver abusato dell'autorità commessagli, fu esposto al risentimento d'Eraclio; l'arroganza e il timore gli impedivano di sottomettersi, e tutto l'induceva a gettarsi nelle braccia della nazione, ed a procacciarsi l'assistenza dei Saraceni. Nelle sue prime conferenze con Amrou intese senza sdegnarsi l'intimazione della solita alternativa: il Corano, il tributo o combattere: «I Greci, diss'egli, sono presti e parati a rimettersi alla sorte dell'armi; ma io non voglio aver che fare coi Greci nè in questo Mondo, nè nell'altro; rinnego per sempre il tiranno che dà legge a Bisanzio, il suo Concilio di Calcedonia ed i Melchiti suoi schiavi. I miei fratelli ed io abbiam risoluto di vivere e di morire nella profession dell'evangelo e nell'unità di Cristo. Noi non possiamo abbracciar la religione del vostro Profeta, ma bramiamo la pace, e consentiam di buon cuore a prestare tributo ed obbedienza ai suoi successori temporali». Il tributo fu fissato in due pezze di oro per ogni cristiano: i vecchi, i monaci, le donne, e i fanciulli dei due sessi, sino all'età di sedici anni, furono esentati da questa tassa personale: i Cofti, domiciliati al di sopra e al di sotto di Menfi, diedero il giuramento di fedeltà al Califfo, e promisero ospitalità per tre giorni a qualunque Musulmano viaggiasse nel lor Cantone. Questa carta di sicurezza annichilì la tirannide ecclesiastica e civile de' Melchiti[322]: gli anatemi di S. Cirillo risonarono in tutti i pulpiti, e furono restituite le chiese col lor patrimonio alla comunion de' Giacobiti, i quali godettero smodatamente di quel momento di trionfo e di vendetta. Beniamino, lor Patriarca, uscì del suo deserto mosso dai pressanti inviti di Amrou, il quale dopo un colloquio con esso degnò dichiarare graziosamente sè non aver giammai scontrato alcun sacerdote cristiano che fosse di più puri costumi, e di più venerandi sentimenti[323]. Il Luogo-tenente di Omar passò da Menfi in Alessandria, e in questo viaggio confidò tanto nell'affetto e nella gratitudine degli Egiziani, che non pigliò veruna precauzione per la propria sicurezza: al suo avvicinarsi si restauravano le strade ed i ponti, e per tutta la via fu generale la premura di fornirgli i viveri, e di informarlo di quanto accadea. Universale fu la diserzione, e i Greci d'Egitto, che appena uguagliavan la decima parte degli abitanti nativi, non furono in caso d'opporre la menoma resistenza: erano stati sempre odiati, e non erano più temuti: più non osava il magistrato comparire in tribunale, nè il vescovo mostrarsi all'altare: le guarnigioni lontane furono sopraprese, o affamate dai paesani. Se non avesse il Nilo offerta un'agevole e pronta comunicazione col mare, non sarebbesi salvato alcuno di coloro che per nascita, lingua, impiego e religione erano collegati coi Greci.
La ritirata loro nell'alto Egitto avea riunito gran soldatesca nell'isola di Delta; dai canali del Nilo, naturali e artificiali, era formata una serie di posti vantaggiosi, e agevoli alla difesa: e per giungere in Alessandria i Saraceni vittoriosi spesero ventidue giorni, ne' quali diedero molte battaglie generali e particolari. Negli annali dei loro conquisti, non s'incontra per avventura un'impresa più rilevante e difficile dell'assedio d'Alessandria[324]. Questa città, primo emporio del traffico dell'intero Mondo, era abbondevolmente ricca d'ogni sorta di munizioni, e di presidii per la difesa. I suoi numerosi abitanti combattevano pei dritti che sono i più cari al cuor dell'uomo, religione e proprietà; e pareva che dall'odio dei nativi del paese non potessero sperare giammai nè pace, nè tolleranza. Era sempre libero il mare, e se l'angustia in cui era l'Egitto fosse stata bastante a scuotere l'indolente Eraclio, avrebbe costui agevolmente potuto versare nella seconda capital dell'impero nuovi eserciti di Romani e di Barbari. Aveva Alessandria dieci miglia di circuito, e tanta estensione avrebbe di leggieri portato l'inconveniente di dividere le forze dei Greci, e di favorire gli stratagemmi di un vigilante nemico: ma edificata in un rettangolo assai lungo, coperto ai due lati dal mare e dal lago Mareotide, presentava ad ogni estremità una fronte non maggiore di dieci stadi. Adeguavano gli Arabi le loro forze alla difficoltà dell'assedio, e alla fortezza della Piazza. Dall'alto del suo trono in Medina, teneva Omar gli occhi fissi sul campo e sulla città: la sua voce suscitava a combattere e le tribù Arabe, e i veterani della Sorìa, e dalla fama e fertilità dell'Egitto era possentemente avvivato e sostenuto lo zelo di questa santa guerra. Agitati gli Egiziani dalla brama di distruggere, o di cacciare i lor tiranni, secondavano colle loro braccia gli sforzi di Amrou; e forse l'esempio dei loro alleati valse a riaccendere loro in petto qualche scintilla di fuoco marziale, mentre Mokawkas nudriva l'ambiziosa speranza d'avere la tomba nella chiesa di S. Giovanni d'Alessandria. Osserva il patriarca Eutichio che i Saraceni combatterono con un coraggio da leone; ributtarono le frequenti e quasi giornaliere sortite degli assediati, e non tardarono ad attaccare le mura e le torri della città. In ogni assalto la spada e il vessillo di Amrou splendevano eminenti nella vanguardia. Un giorno fu trasportato dal suo valor temerario: i guerrieri del suo seguito, dopo aver penetrato nella cittadella n'erano stati scacciati, e il generale rimase in balìa de' Cristiani con un amico e uno schiavo. Condotto davanti al Prefetto Amrou si ricordò del suo grado, e non pensò al suo stato presente. Un contegno fastoso, e un linguaggio altero già svelavano il Luogo-tenente del Califfo, e la scure d'un soldato era alzata sul suo capo pronta a punire l'insolente cattivo. Ebbe salva la vita mercè della prontezza ingegnosa del suo schiavo, il quale, battendo il viso del suo padrone, gli comandò in aria fiera di starsene zitto davanti ai superiori. Il credulo Greco fu ingannato, prestò l'orecchia alla proposta d'una negoziazione, e rimandò i prigionieri sperando che giugnerebbe in loro vece una deputazione più ragguardevole; ma ben presto le acclamazioni del campo annunciarono il ritorno del generale, e beffarono la semplicità degli infedeli. Finalmente, dopo un assedio di quattordici mesi[325] e la perdita di ventitremila uomini, i Saraceni la vinsero. Non rimaneva più nella Piazza che un piccolo drappello di Greci abbattuti e avviliti, che salparono alla volta di Costantinopoli, e la bandiera di Maometto sventolò sulle mura della capitale dell'Egitto. «Ho presa la gran città dell'occidente, scriveva Amrou al Califfo, e non è possibile far l'enumerazione delle ricchezze e delle rarità che contiene. Mi ristringerò ad osservare che vanta quattromila palagi, quattromila bagni, quattrocento teatri, o luoghi da spettacoli, dodicimila botteghe di commestibili, e quarantamila Ebrei tributari. La città è stata vinta dalla forza dell'armi, senza trattato o capitolazione, e sono ansiosi i Musulmani di godere i frutti della lor vittoria[326].» Il Califfo ributtò con fermezza ogni pensier di saccheggio, e ordinò al suo Luogo-tenente che riserbate fossero le ricchezze e le rendite di Alessandria al servigio pubblico, e alla propagazion della fede; furono numerati gli abitanti, e assoggettati a un tributo; fu domato il fanatismo, e il mal talento dei Giacobiti; ed avendo i Melchiti piegato il collo al giogo degli Arabi, ottennero la grazia di esercitare occultamente sì, ma tranquillamente il proprio culto. Giunse la nuova di questo vergognoso e funesto avvenimento ad accrescere i mali dell'imperatore, la salute del quale andava ogni dì declinando: egli si morì d'idropisia sette settimane circa dopo la perdita di Alessandria[327]. Sotto la minorità di suo nipote, i clamori d'un popolo privato dei grani, che gli erano stati sin allora dispensati giornalmente, decisero il Consiglio di Bisanzio a fare un tentativo per ricuperare la capitale dell'Egitto. Una squadra e un esercito romano due volte, in quattro anni, occuparono il porto e le fortificazioni d'Alessandria. Due volte ne furono discacciati dal valore d'Amrou, che dalle minacce di interne sedizioni nella provincia di Tripoli e della Nubia, ove avea portata la guerra, fu indotto a rivolgersi colà. Ma vedendo quanto quest'impresa fosse facile, Amrou, dopo il secondo assalto ove aveva durato fatica a respingere i Greci, giurò che se fosse una terza volta obbligato di gettare gli infedeli in mare, farebbe sì che Alessandria fosse da ogni parte accessibile al pari della casa d'una prostituta. Tenne parola di fatto, perchè smantellò in molti luoghi le mura e le torri: ma castigando la città risparmiò il popolo, ed eresse la moschea della Clemenza nel sito dove, nella sua vittoria, aveva raffrenato il furore de' suoi soldati.
Deluderei l'aspettazione del lettore, se qui non favellassi del caso che distrusse la biblioteca d'Alessandria, riferitoci dal dotto Abulfaragio. Era dotato Amrou d'un ingegno più avido di sapere, e di idee più liberali che non il resto de' suoi concittadini, e nelle ore di riposo amava di conversar con Giovanni discepolo d'Amonio, che, per lo studio assiduo che faceva della grammatica e della filosofia, era soprannomato Filopono[328]. Animato da questa famigliarità osò Filopono domandare un dono per lui inestimabile, spregevole pei Barbari: chiese la biblioteca reale, quella sola delle spoglie d'Alessandria in cui non erasi apposto il suggello del vincitore. Era propenso Amrou a compiacere il grammatico, ma alla sua scrupolosa integrità non si addiceva alienare il menomo che senza la permissione del Califfo. La famosa risposta d'Omar, dipinge benissimo tutta l'ignoranza del fanatismo: «Se gli scritti dei Greci son concordi al Corano, sono inutili e non si denno conservare: se discordi da quello, son pericolosi e si denno abbruciare». Questa sentenza fu ciecamente eseguita; i volumi in carta o in pergamena furono distribuiti ai quattromila bagni della città, e tanto era l'incredibile numero di quelli, che appena bastaron sei mesi per consumarli tutti. Dopo che s'è pubblicata una version latina delle dinastie di Abulfaragio[329], questa novella fu ripetuta diecimila volte, e non vi ha un erudito che con un santo sdegno non abbia deplorato questo irreparabile annientamento del sapere, delle arti e del senno dell'antichità. Per me sono assai tentato a negare il fatto e le conseguenze. Quanto al fatto, non v'ha dubbio, è sorprendente. «Udite e stupite», dice lo storico anch'esso, e l'asserzione isolata d'un forestiere, che sei secoli dopo scorreva sui confini della Media, è bilanciata dal silenzio di due Annalisti d'un tempo anteriore, entrambi originari di Egitto, il più antico de' quali, cioè il patriarca Eutichio, ha molto minutamente narrata la conquista d'Alessandria[330]. Il rigido decreto d'Omar ripugna ai precetti più fermi, e più ortodossi de' casisti Musulmani[331], i quali dichiarano formalmente che non è lecito giammai dare alle fiamme i libri religiosi de' Giudei e dei Cristiani, ancor che si acquistino per dritto di guerra, e che si possono legittimamente impiegare ad uso de' fedeli le composizioni profane degli storici o de' poeti, dei medici o dei filosofi[332]. Convien forse supporre nei primi successori di Maometto un fanatismo più distruttore: ma in questo caso avrebbe dovuto finir presto l'incendio per mancanza di materiali. Non rianderò qui tutti gli accidenti sofferti dalla biblioteca d'Alessandria, non l'incendio involontariamente cagionatovi da Cesare nel difendersi[333], non il pernicioso fanatismo de' Cristiani che badavano di distruggere i monumenti dell'idolatria[334]. Ma se discendiamo poi dal secolo degli Antonini a quello di Teodosio, una serie di testimonianze contemporanee ci avviserà, che il palagio del re e il tempio di Serapide non conteneano più li quattro o settecentomila volumi raccoltivi dal buon gusto e dalla magnificenza de' Tolomei[335]. Forse la metropoli o la residenza dei Patriarchi vantava una biblioteca: ma se le voluminose opere dei controversisti, Ariani o Monofisiti, andarono daddovero a riscaldare i bagni pubblici[336], confesserà sorridendo il filosofo che finalmente avranno giovato qualche cosa al genere umano. Io piango sinceramente altre biblioteche più preziose, che furono avvolte nella rovina dell'impero Romano. Ma quando mi metto seriamente a calcolare la lontananza dei tempi, i guasti fatti dalla ignoranza, e infine le calamità della guerra, ho più maraviglia dei tesori rimasti che dei perduti. Gran numero di fatti curiosi e rilevanti son caduti nell'oblivione; non ci pervennero che mutilate le opere dei tre grandi storici di Roma, e manchiamo d'una quantità di bei passi della poesia lirica, giambica e drammatica dei Greci; ma conviene che ci rallegriamo al vedere che gli eventi e le devastazioni fatte dal tempo abbiano rispettato i libri classici, a cui dal suffragio dell'antichità[337] fu decretato il primo posto dell'ingegno e della gloria. I nostri maestri, per l'intelligenza dell'antichità, avean letto e confrontato le opere dei loro predecessori[338], nè abbiam motivo di credere d'aver perduta qualche verità importante, o qualche utile scoperta.
Amrou, nell'amministrazion dell'Egitto[339], ebbe pure riguardo alle massime dell'equità e della politica, agli interessi del popolo credente difeso da Dio medesimo, e a quelli del popolo dell'Affrica protetto dal diritto delle genti. Nel disordine della conquista e d'un primo istante di libertà, avvenne che la tranquillità della provincia fosse turbata specialmente dalla lingua dei Cofti e dalla spada degli Arabi. Dichiarò Amrou ai Cofti che punirebbe doppiamente la fazione e la perfidia colla pena dei delatori, che riguarderebbe come suoi nemici personali, e coll'innalzamento dei cittadini innocenti cui si fosse tentato di perdere o soppiantare. Rammentò agli Arabi tutti i motivi di religione e d'onore che doveano impegnarli a sostenere la dignità del proprio carattere, a piacere a Dio ed al Califfo colla schiettezza e la moderazione, a risparmiare, a difendere un popolo che s'era fidato alla lor parola, ed a tenersi contenti alle luminose ricompense che aveano legittimamente ricevute in guiderdone della lor vittoria. Quanto alla maniera con cui regolò le rendite del paese; si scorge che disapprovò il testatico, imposizione semplicissima, ma sommamente oppressiva, e che preferì giustamente altri tributi calcolati sulla rendita netta dei vari rami dell'agricoltura e del commercio. Fu assegnato il terzo della contribuzione a mantenere gli argini e i canali cotanto alla pubblica prosperità necessari. Sotto il suo governo supplì la fertilità dell'Egitto alle carestie dell'Arabia, e una schiera di cammelli, carichi di biada ed altre derrate, copriva quasi senza lasciar intervallo la lunga strada da Menfi a Medina[340]. Il senno d'Amrou rinnovò ben tosto la comunicazion col mare, già intrapresa o eseguita dai Faraoni, dai Tolomei, e dai Cesari, e fu aperto dal Nilo al mar Rosso un canale lungo per lo meno ottanta miglia. Questa navigazione interna, che avrebbe congiunto il Mediterraneo coll'oceano dell'Indie, fu ben presto abbandonata come inutile e pericolosa; la sede del governo era passata da Medina a Damasco, e s'ebbe timore non i navili Greci penetrassero per avventura fino alle sante città dell'Arabia[341].
Solo per la fama e per le leggende del Corano, Omar aveva cognizion dell'Egitto a lui testè sottomesso: volle perciò che il suo Luogo-tenente gli descrivesse il reame di Faraone e degli Amaleciti, e la risposta d'Amrou presenta una dipintura brillante e molto esatta di quel singolar paese[342]. «O comandante dei credenti, egli disse, l'Egitto è un composto di terra nera, e di piante verdi collocate fra una montagna polverizzala, e una sabbia rossa. Un uomo a cavallo che parta da Siene giugne in un mese alla sponda del mare. Scorre nella valle un fiume su cui riposa mattina e sera la benedizione dell'Altissimo, e che s'alza e s'abbassa a seconda dei rivolgimenti del sole e della luna. Quando l'annuale bontà della providenza dischiude le sorgenti e le fontane che alimentano il suolo, le acque del Nilo straripano con fracasso in tutta la contrada, e per questo salutare allagamento spariscono le campagne, e i villaggi non comunicano più insieme se non mercè d'una moltitudine di barche dipinte. Ritirandosi le acque, depongono un limo fertile atto a ricevere le varie semenze. I nugoli di coltivatori che oscurano la terra ponno paragonarsi a un formicaio industrioso; la naturale loro indolenza è stimolata dalla sferza del padrone, e dalla speranza dei fiori e delle frutta cui le loro braccia debbono moltiplicare. Rare volte è illusa questa speranza: ma la ricchezza che proccacciano il frumento, l'orzo, il riso, i legumi, gli alberi fruttiferi, e le gregge vien divisa inegualmente fra i lavoratori, e i proprietari. A seconda delle vicende delle stagioni, la superficie del paese è adorna di acque argentine, di verdi smeraldi e del giallo cupo delle ricolte dorate[343]». Nondimeno, quest'ordine benefico resta qualche volta interrotto, e la tardanza dell'inondazione come pure il subitaneo straripamento del fiume, che sopravennero nel primo anno della conquista, poterono originare l'edificante favoletta che si spacciò in questo proposito. Si pretese che avendo la pietà d'Omar vietato il sagrifizio d'una vergine, che si immolava ogni anno al Nilo[344], sdegnato il fiume si stette queto nel suo letto: ma che quando vi fu gettato l'ordine del Califfo, le onde ubbidienti si sollevarono all'altezza di sedici cubiti in una notte. L'ammirazione che avevano gli Arabi pel paese allora conquistato, suscitava l'estro sregolato del loro spirito romanzesco. Asseriscono autori gravi che in Egitto si contavano allora ventimila città o villaggi;[345] che senza parlar dei Greci e degli Arabi, risultarono da una numerazione sei milioni di Cofti tributari[346], e venti milioni di Cofti d'ogni età e d'ogni sesso; che lo erario del Califfo riscoteva annualmente da quel paese trecento milioni d'oro o d'argento[347]. La nostra ragione è ferita della stravaganza di queste asserzioni; ma si risentirà di più se ha la pazienza di prendere il compasso, e di misurare l'estension delle terre da lavoro; una valle che si prolunga dal tropico sino a Menfi, e che rare volte ha più di dodici miglia di larghezza, ed il triangolo del Delta, pianura di duemila cento leghe quadrate, non son che la decima parte dell'ampiezza della Francia[348]. Da più esatte indagini si potrà ricavare una stima più ragionevole. I trecento milioni creati da un error di copista sono ridotti alla somma, per altro considerabile, di quattro milioni e trecentomila pezze d'oro, novecentomila delle quali erano assorbite dallo stipendio de' soldati[349]. Due tabelle autentiche, una del duodecimo secolo, l'altra del secolo presente, restringono a duemila e settecento le città e i villaggi, numero che può parere tuttavia rilevante[350]. Un Console francese, dopo lungo soggiorno al Cairo, ha calcolata la popolazione odierna dell'Egitto in quattro milioni circa di Musulmani, di Cristiani e d'Ebrei, calcolo assai forte, ma non incredibile[351].
IV. Furon gli eserciti del califfo Othmano i primi che fecero il conquisto della parte dell'Affrica, che del Nilo corre sino all'oceano Atlantico[352]. I compagni di Maometto e i Capi delle tribù approvarono questo pio disegno; e si partirono da Medina ventimila Arabi carichi dei doni e delle benedizioni del comandante dei fedeli. Si riunirono a ventimila dei lor concittadini accampati nei contorni di Menfi; fu eletto a condur questa guerra Abdallah[353], figlio di Said, e fratello di latte del Califfo, uno che avea soppiantato poco innanzi il vincitore e il Luogo-tenente dell'Egitto. Nè il suo merito, nè il favor del principe bastavano a fare che dimenticata fosse la sua apostasia. Aveva Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava, che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca. Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio, giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti, o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni.
Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? — Nella sua tenda — Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci, fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani, vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni. Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria: nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia; ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre, che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359].
A. D. 689
L'invasione cominciata dai Saraceni verso l'occidente fu sospesa per lo spazio di circa vent'anni, sino al tempo che la casa d'Ommiyah, fattosi forte colà, terminò la discordia civile: allora dai gridi degli Affricani stessi fu invitato il califfo Moawiyah. Aveano i successori d'Eraclio ricevuta la nuova del tributo dalla forza imposto ai sudditi della provincia romana in Affrica; ma invece d'aver compassion di quel popolo e di alleviarne la miseria, il gravarono d'un secondo tributo della stessa somma, a titolo di compenso e di ammenda. Invano allegarono gli Affricani la povertà e la totale loro rovina; il ministero di Costantinopoli fu inesorabile; il perchè, disperati, preferirono il dominio d'un sol padrone, e dalle angherie del Patriarca di Cartagine, investito del potere civile e militare, furono indotti i Settari, ed anche i Cattolici, ad abbiurare la religione come pure l'autorità de' lor tiranni. Il primo Luogo-tenente di Moawiyah si procacciò molta gloria: soggiogò una città ragguardevole, battè un esercito di trentamila Greci, fece ottantamila prigionieri, e colle loro spoglie arricchì gli avventurieri della Sorìa, e dell'Egitto[360]. Ma il soprannome di vincitor dell'Affrica appartiene più giustamente al suo successore Akbah. Partì egli di Damasco con diecimila Arabi dei più prodi, che furono di poi assistiti dal soccorso incerto di molte migliaia di Barbari, affezionati ad essi per una conversione del pari dubbiosa. Difficil cosa sarebbe, e poco sembra necessaria, indicare precisamente la strada delle armi di Akbah. Gli Orientali hanno empiuto l'interno dell'Affrica e di eserciti e di cittadelle immaginarie. La provincia bellicosa di Zab, o di Numidia, poteva armare quarantamila uomini, ma se le attribuirono trecentosessanta città, numero incompatibile collo stato miserabile in cui, o per l'ignoranza o per la trascuraggine degli abitanti, giaceva allora l'agricoltura[361]; e le rovine d'Erba, o Lambesa, antica metropoli dell'interno di quel paese, non presentano una circonferenza di tre leghe quale le fu supposta. Accostandosi alla costa del mare si trovano le notissime città di Bugia[362] e di Tanger[363], che furono, per quanto sembra, il limite delle vittorie dei Saraceni. La comodità del porto conserva a Bugia un resto di traffico: dicesi che in tempi più prosperi quella città racchiudesse ottantamila case; il ferro che si ricava, abbondantissimo, dai monti vicini avrebbe potuto ad un popolo più valoroso somministrare gli strumenti necessari alla sua difesa. Si compiacquero i Greci e gli Arabi d'abbellire delle lor favole la situazione lontana, e l'antica origine di Tingi, o Tanger. Ma quando gli ultimi ci parlano delle sue mura di rame, dell'oro e dell'argento che coprivano le cime de' suoi edifici, non si dee in questo linguaggio figurato vedere che emblemi di forza e di ricchezza. Solamente in un modo imperfetto aveano i Romani osservata e descritta la provincia della Mauritania Tingitana[364], così chiamata pel nome della capitale: vi aveano stanziate cinque colonie, le quali per altro non occupavano che piccola parte del paese, e se si eccettuino gli agenti del lusso i quali correvano le foreste, per cercarvi l'avorio e il legname di cederno[365], e le coste dell'oceano, per trovar le conchiglie della porpora, poco s'innoltravano i Romani nelle parti meridionali. L'intrepido Akbah penetrò nell'interno delle terre, attraversò il deserto, ove i suoi successori innalzarono le belle capitali di Fez e di Marocco[366], e finalmente giunse alla riva del mar Atlantico e alla frontiera del gran deserto. Il fiume di Sus discende dalla parte occidentale del monte Atlante come il Nilo, e fecondando il suolo dei contorni, si scarica in mare poco lontano dalle isole Canarie, o Fortunate. Abitavano le sue rive i Mori più grossolani, selvaggi senza leggi, senza disciplina, senza religione, i quali rimasero sbigottiti dall'invincibile forza degli Arabi; e poichè non possedevan nè oro, nè argento, la parte più preziosa del bottino, che fecero colà i Musulmani, si ridusse a un certo numero di belle schiave, alcune delle quali si vendettero sino per mille pezze d'oro. Sebbene la vista dell'oceano non raffreddasse lo zelo di Akbah, pure lo forzò ad arrestare i passi. Spinse egli il cavallo in mezzo all'onde del mare, e alzati gli occhi al cielo esclamò con tuono fanatico. «Gran Dio, se non fossi arrestato da questo mare, andrei sino ai regni ignoti dell'occidente predicando per via l'unità del tuo santo nome, e passando a fil di spada le nazioni ribelli che adorano altri Dei fuori di te»[367]. Intanto questo nuovo Alessandro, che aspirava a nuovi Mondi, non potè conservare le regioni che aveva occupate. La diserzion generale dei Greci e degli Affricani lo richiamò dalle sponde dell'Atlantico, ed egli, accerchiato in ogni parte da una moltitudine furibonda, non ebbe altro scampo che quello di morir gloriosamente. L'ultima scena della sua vita fu un bell'esempio di quella generosità che fra gli Arabi è sì comune. Era tratto prigioniero al campo di Akbah un capitano ambizioso, che conteso aveagli il comando, e che era stato sfortunato nell'impresa; gli insorgenti, sperando nel suo odio e desiderio di vendetta, pensavano a farlo entrare nei loro disegni: ma sdegnò egli quelle proferte, e rivelò la cospirazione: quando Akbah si vide accerchiato da ogni parte, spezzò i ferri del prigioniero e lo consigliò a ritirarsi: ma quegli protestò voler piuttosto morire sotto la bandiera del suo rivale. Allora tenendosi tutti due abbracciati, come amici e martiri, sguainarono la scimitarra, ne ruppero il fodero, e combatterono sino a tanto che finalmente caddero l'uno presso l'altro, dopo, aver veduti trucidati sino all'ultimo i loro concittadini. Zobeir, che fu il terzo generale o terzo governatore dell'Affrica, fece vendetta della morte del suo predecessore, ed ebbe il destino medesimo. Riportò molte vittorie sugli originari del paese: ma fu oppresso da un grande esercito spedito in aiuto di Cartagine da Costantinopoli.