Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη

Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.

v. 921, 922.

Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per arricchire di frutta le piante (v. 921, 922).

Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, Biblioth. graec. l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)

277. Il dotto e giudizioso Reland (Palest., t. I, p. 311-326) ha descritto eccellentemente la topografia del Libano, e dell'anti-Libano.

278.

— Emesae fastigia celsa renident

Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras

Turribus in coelum nitentibus: incola claris,

Cor studiis acuit.....

Denique flammicomo devoti pectora soli

Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,

Et tamen his certant celsi fastigia templi.

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo con Fabricio (Bibl. latin., t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro l'avviso del Salmasio (ad Vopiscum, p. 366, 367, in Hist. August.), attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui attinse.

279. Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell (Journey pag. 134-139) che del pomposo in folio del dottor Pocock (Description de l'orient, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno sparire tutte le descrizioni anteriori.

280. Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek furono opere delle fate o dei genii (Hist. de Timur-Bec, t. III, l. V, c. 23, p. 311, 312; Voyage d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. Non sunt in omni Syria aedificia magnificentiora his (Tabula Syriae, p. 103).

281. Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo: Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos. Alcuni ufficiali Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece Manuele che sorridere.

282. V. Reland (Palestine, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775). Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa, poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina, dell'ebraica ed araba. Il Cellario (Geogr. antiq., t. II, p. 392) e il d'Anville (Geogr. anc. t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro della loro vittoria.

283. Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).

284. Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241). Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo, mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.

285. Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge: (Cronogr. pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano seguìta presso Tabita (vuol forse parlare di Aiznadin?), e l'altra presso Yermuk con enorme strage. — La sua narrazione è breve ed oscura; ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, e non potendo (i Romani) star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume dell'Yermuk, quivi annegati perivano.

286. V. Abulfeda (Annal. Moslem., p. 70, 71) il quale riferisce le lamentazioni poetiche di Jabalah medesimo, e gli elogi d'un poeta Arabo, a cui, per mezzo d'un ambasciatore d'Omar, furon mandate dal Capo della tribù di Gassan cinquecento pezze d'oro.

287. La Terra Santa, ovvero la Palestina, devesi considerare consacrata per le rivelazioni di Mosè, e perchè vi condusse la vita Gesù Cristo, e perchè in essa s'operò il mistero della Redenzione de' fedeli, ma non già per alcuna relazione a Maometto; nè Gesù Cristo ha bisogno di quella riverente stima, che Maometto gli professò, e molto meno importa a' fedeli Cristiani, che i Musulmani avessero divozione per Gerusalemme. (Nota di N. N.)

288. L'uso de' profani avea prevalso nel nome della città: era conosciuta dai devoti cristiani per quello di Gerusalemme (Euseb. De martyr. Palest., c. II); ma la denominazione legale e popolare di Aelia (la colonia d'Elio Adriano) era dai Romani passata agli Arabi (Reland Palest., t. I, p. 209, t. II, p. 835; di Herbelot Bibl. orient., articolo Cods, p. 269; Ilia, p. 420). L'epiteto Al-Cods, la santa, è il nome che gli Arabi propriamente danno a Gerusalemme.

289. Non devesi nè paragonare, nè confondere il fanatismo de' Musulmani, che li rese vittoriosi e propagatori della lor religione, collo zelo di cui erano animati i Cristiani per difendere il Santo Sepolcro. (Nota di N. N.)

290. Ockley (vol. I, p. 250) e Murtadi (Merveilles de l'Egypte, p. 200-202) ci descrivono questo viaggio singolare, e il treno di Omar.

291. Citano gli Arabi con fasto un'antica profezia conservata a Gerusalemme, la quale indicava Omar per nome, per la religione e colla descrizione della persona, come eletto a conquistare quella città. È fama che usassero i Giudei un pari artificio per solleticare l'orgoglio di Ciro e di Alessandro che andavano a soggiogarli. (Giuseppe, Antiq. jud., l. XI, c. 1-8, p. 547, 579-582).

292. Το βδελυγμα την ερημοσεως το ρηθεν δια Δανιηλ του προφωητου, εστως εν τοπω αγιω il lezzo della desolazione, indicato da Daniele profeta, entrato nel Luogo Santo. (Theoph. Chronogr., p. 281). Sofronio, un de' teologi che comparvero più profondi nella controversia de' Monoteliti, fece servire alla circostanza presente questa predizione che ad Antioco ed ai Romani era già stata applicata.

293. Stando ai calcoli esatti del d'Anville (Dissert. sur l'ancienne Jérusalem, pag. 42-54), la moschea d'Omar, che fu ampliata ed abbellita dai Califfi suoi successori, ingombrava, sul terreno dell'antico tempio di Salomone (παλαιον του μεγαλου ναου δαπεδον l'antico pavimento del gran tempio, dice Foca) uno spazio lungo duecento quindici, e largo centosettantadue tese. Il geografo di Nubia asserisce che questo magnifico edifizio per estensione e bellezza non era vinto che dalla gran moschea di Cordova (p. 113), dal signor Swinburne rappresentata con tanta eleganza qual è presentemente (Travels into Spain, p. 296-302).

294. Ockley ha trovato nei manoscritti di Pocock, che si conservano in Oxford (vol. I, pag. 257), una delle tante tarikhs arabe o cronache di Gerusalemme (d'Herbelot, p. 867), delle quali ha fatto uso per supplire al difettoso racconto di Al-Wakidi.

295. La storia persiana di Timur (tom. III, l. V, cap. 21, p. 300) descrive il castello d'Aleppo come un Forte costrutto sopra una roccia alta cento cubiti, prova, dice il traduttor francese, che non era stata veduto dall'autore. Oggi è in mezzo alla città; non è munito, non ha che una porta, la sua circonferenza è di cinque o seicento passi, e la fossa è piena per metà d'acque stagnanti (Voyages de Tavernier, t. I, p. 149; Pocock, vol. II, part. I, p. 150). Le Fortezze dell'oriente son pur poca cosa per un Europeo.

296. È assai importante la data della conquista d'Antiochia sotto gli Arabi; confrontando le epoche della Cronologia di Teofane cogli anni dell'Egira, portati dalla storia d'Elmacin, apparirà che quella piazza fu presa tra il ventitre gennaio, e il primo settembre 638 dell'Era cristiana (Pagi, Critica, in Baron., Annal., t. II, pag. 812, 813). Al-Wakidi (Ockley, v. I, p. 314) pone questo fatto nel martedì 21 agosto, data impossibile, poichè essendo in quell'anno caduta la Pasqua nel cinque aprile, deve il 21 agosto essere stato un venerdì. (V. le Tavole dell'arte di verificare le date).

297. L'editto favorevole di Cesare, per cui la città riconoscente contava la sua epoca dalla vittoria di Farsaglia, fu segnato εν Αντιοχεια τη μητροπολει, ιερακαι ασυλω, και αυτονομω και αρχουση και προκαθημενη της ανατολης in Antiochia capitale santa ed inviolata, e libera, e dominante, e preside dell'Oriente. (Giovanni Malala in Chron., p. 91, ediz. di Venezia). Convien distinguere ne' suoi scritti i fatti relativi al suo paese da lui ben conosciuto, da quelli dell'istoria generale dei quali è un solenne ignorante.

298. Qui l'Autore intende parlare del Monotelismo, ossia di quell'eresia, od opinione erronea, che sosteneva esservi in Gesù Cristo una sola volontà. Ecco lo stato della controversia, e come fu decisa dal Concilio ecumenico, ossia generale VI, l'anno 680.

Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche, che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani, dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata prima già condannata.

Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico.

Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo, che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de' vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che queste cose sostenevano:

I. Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre volontà, il che è falso.

II. Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza; se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto della sua sapienza.

I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati. Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro, Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da' difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert. II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19. Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage, Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli, Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti. (Nota di N. N.).

299. V. Ockley (vol. I, p. 308-312), che pone in ridicolo la credulità del suo autore. Quando Eraclio fece questo addio alla Sorìa, Vale, Syria, et ultimum vale, profetizzò che i Romani non rimetterebbero il piede in quella provincia che dopo la nascita di un funesto rampollo, che sarebbe il flagello dell'Impero (Abulfeda, p. 68). Io non conosco nè poco nè punto il senso mistico di questa predizione, che forse non ne aveva di sorta alcuna.

300. Nel buio dell'oscura ed inesatta cronologia di questi tempi ho per guida un monumento autentico (che sta nel libro delle cerimonie di Costantino Porfirogenito) il quale attesta, che il 4 giugno, A. D. 638, l'imperatore coronò nel palagio di Costantinopoli Eraclio suo figlio cadetto alla presenza di Costantino suo figlio primogenito, e che il 1 gennaio, A. D. 639, i tre principi andarono alla gran chiesa, e il 4 all'Ippodromo.

301. Sessantacinque anni prima di Cristo, SYRIA Pontusque monumenta sunt Cn. Pompeii virtutis (Vell. Paterculus, II, 38), o piuttosto della sua fortuna e potenza: dichiarò provincia romana la Sorìa: e gli ultimi dei principi Seleucidi furono inetti ad armare un sol braccio in difesa del lor patrimonio (V. i testi originali raccolti dall'Usserio. Annal., p. 420).

302. Abulfeda, Annal. Moslem. p. 73. Poteva Maometto aver la scaltrezza di variare gli elogi pe' suoi discepoli. Era solito dire d'Omar, che se potesse esservi dopo lui un Profeta Omar lo sarebbe, e che sarebbe risparmiato dalla giustizia divina in una disgrazia generale (Ockl. vol. I, p. 221).

303. Al-Wakidi pure avea scritto l'istoria della conquista del Diarbekir ossia della Mesopotamia (Ockley, sul fine del secondo volume) non veduta, per quanto pare, dai nostri interpreti. La cronaca di Dionigi di Telmar, patriarca giacobita, racconta la presa di Edessa, A. D. 637, e di Dara, A. D. 641 (Assemani Bibl. ortent. t. II, pag. 103); e i lettori attenti ponno attignere alcuni particolari incerti dalla Cronografia di Teofane (p. 280-287). La maggior parte delle città della Mesopotamia si arresero spontanee (Abulfaragio, p. 112).

304. Sanno i dotti che cotale lettera è apocrifa. (Nota di N. N.)

305. Sognò di essere in Tessalonica, sogno del tutto innocente e insignificante; ma il suo indovino, o la sua vigliaccheria gli fecero un presagio certo di sconfitta racchiuso in quella funesta parola βες αλλω νικην, dà la vittoria a un altro (Teoph. p. 286: Zonara t. II, l. XIV, p. 88).

306. Tutti i passi e tutti i fatti relativi all'isola, alla città e al colosso di Rodi furon raccolti nel laborioso Trattato di Meursio, che fece le stesse ricerche sulle isole di Creta e di Cipro (V. nel terzo volume delle sue opere il Trattato denominato Rhodus l. I, c. 15; p. 715-719). L'ignoranza di Teofane e di Costantino, scrittori dell'istoria Bizantina, fa ascendere a mille trecento sessant'anni lo spazio di tempo trascorso fra la caduta del colosso di Rodi e la vendita de' suoi frantumi fatta da' Saraceni, e scioccamente assicurano che quei rottami fecero il carico di trentamila cammelli.

307. Centum colossi alium nobilitaturi locum, scrive Plinio col suo spirito solito (Hist. natur., XXXIV, 18).

308. Sappiam questo fatto dall'ardire d'una vecchia che gliene fece rimbrotto in faccia al Califfo, e ad un suo amico. La quale fu mossa a ciò dal silenzio d'Amrou e dalle liberalità di Moawiyah (Abulfeda, Annal. Moslem., p. 111).

309. Gagnier (Vie de Mahomet, t. II, pag. 46 ec.) cita l'istoria o il romanzo abissinio di Abdel-Balcides. Questi ragguagli per altro sulla ambasceria e sull'ambasciatore non sono inverisimili.

310. Questa risposta ci fu conservata dal Pocock (Not. ad Carmen Tograi, p. 284), e il signor Harris (Philosophical Arrangements, p. 350) giustamente la loda.

311. V., sulla vita e il carattere d'Amrou, Ockley (Hist. of the Saracens, vol. I, p. 28, 63, 94, 328, 342, 344, e alla fin del volume; vol. II, p. 51, 55, 57, 74, 110, 112, 162) e Otter (Mém. de l'Acad. des inscr. t. XXI, p. 131-132). I lettori di Tacito raffronteranno sicuramente Vespasiano e Muziano con Moawiyah e Amrou. L'analogia per altro sta più nella situazione che nel carattere di questi personaggi.

312. Anche Al-Wakidi ha composto un'istoria particolare della conquista d'Egitto, ma Ockley non potè procacciarsela; e le indagini di quest'ultimo (vol. I, p. 344-362) pochissimo aggiunsero al testo originale d'Eutichio (Annal. t. II, p. 296-323, vers. Pocock), Patriarca melchita d'Alessandria che visse tre secoli dopo quella rivoluzione.

313. Strabone, testimonio esatto ed osservatore, parlando d'Eliopoli, nota che νυνι μεν ουν εκι πανερημος η πολις ora è quella città al tutto deserta (Geographia l. XVII, p. 1158); ma parlando di Menfi dice, πολις δ’εσι μεγαλη τε κα: ευανδρος δευτερα μετ’ Αλεξανδρειαν città grande e popolosa, seconda dopo Alessandria (p. 1161). Accenna tuttavia la mescolanza d'abitatori, e la rovina dei palazzi. Ammiano ragionando dell'Egitto, propriamente detto, pone Menfi fra le quattro città, maximis urbibus quibus provincia nitet,(XXII 16), e il nome di Menfi appare illustre nell'itinerario romano, e nella lista dei vescovadi.

314. Non si trovano che in Niebuhr, e nel geografo di Nubia (p. 98) questi ragguagli curiosi su la larghezza (duemila novecento quarantasei piedi) e sui ponti del Nilo.

315. Comincia il Nilo ad ingrossare a poco a poco dopo il mese di Aprile: l'elevazione si fa più sensibile nel tempo della luna che viene dopo il solstizio d'estate (Plinio, Hist. nat., v. 10), e si pubblica per lo più al Cairo nel giorno di S. Pietro (29 giugno). Da un registro di trent'anni viene indicata la maggior altezza delle acque fra il 25 luglio e il 18 agosto (Maillet, Descript. de l'Egypte lettera XI, p. 67, ec. Pocock, Description de l'Orient, vol. I, p. 200; Shaw's Travels, p. 383).

316. Murtadi, Merveilles de l'Egypte, p. 243-259. Si dilunga egli su questo argomento con lo zelo, e collo spirito minuzioso d'un cittadino e d'un devoto, e le sue tradizioni locali hanno gran sembianza di verità ed esattezza.

317. D'Herbelot, Bibl. orient. p. 233.

318. È benissimo conosciuta e fu descritta la situazione del vecchio e nuovo Cairo. Due scrittori, che aveano perfetta cognizione dell'antico e del moderno Egitto, fissarono dopo dotte indagini il sito di Menfi a Gizeh rimpetto al vecchio Cairo (Sicard, Nouveaux Mémoires des Missions du Levant, t. VI, p. 5, 6; Observat. et Voyages de Shaw, p. 296-304). Dobbiam per altro rispettare non poco l'autorità e gli argomenti del Pocock (vol. I, p. 25-41), del Niebuhr (Voyage, t. I, p. 77-106), e particolarmente del d'Anville (Description de l'Egypte, p. 111, 112, 130-149), i quali collocan Menfi appresso il villaggio di Mohannah alcune miglia più abbasso verso mezzogiorno. Questi scrittori, nel fervor della disputa, dimenticarono che il vasto terreno d'una metropoli cuopre, ed annulla la più gran parte dello spazio che forma il subbietto di questa discussione.

319. V. Erodoto, l. III, c. 27, 28, 29: Eliano, Hist. Var. l. IV, c. 8: Suida in Ωχος, t. II, p. 794; Diodoro di Sicilia t. II, lib. XVII p. 197, ediz. di Wesseling. Των Περσων ησεβηκοτων εις τα ιερα, dei Persiani violatori dei templi, dice l'ultimo di questi Storici.

320. Quei cristiani Egiziani, che non vollero ricevere la decisione del Concilio ecumenico di Calcedonia, che aveva decretato contro Eutiche, Abate di un monastero, esservi in Gesù Cristo due nature, sono nominati Cofti, o Copti, o Giacobiti, ed a cagione della loro erronea opinione, d'esservi in Gesù Cristo una sola natura, sono detti con greco vocabolo Monofisiti. Al tempo del Concilio di Calcedonia ed anche poco dopo erano intorno a seicentomila; oggidì sono ridotti a circa quindicimila per le persecuzioni, e gli atroci massacri che ne fecero i Cattolici sostenitori del Concilio di Calcedonia. Il Capo della Chiesa Copta fu ed è il Patriarca d'Alessandria, successore di S. Marco evangelista.

Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de' Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto. La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio, ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand. pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana. (Nota di N. N.).

321. Mokawkas mandò al Profeta due vergini Cofte colle loro fantesche, ed un eunuco; un vaso d'alabastro, una verga d'oro puro, dell'olio, del mele, e le più belle tele dell'Egitto; un cavallo, un mulo, e un asino, tutti e tre insigni per qualità particolari. L'ambasceria di Maometto partì da Medina il settimo anno dell'Egira (A. D. 628) V. Gagnier (Vie de Mahomet, t. II, p. 255, 256, 303) che copia Al-Jannabi.

322. Eraclio aveva commessa al patriarca Ciro la prefettura dell'Egitto, e la direzione della guerra (Theoph. p. 280, 281). «Non consultate voi in Ispagna i vostri preti? diceva Giacomo II. — Sì, gli rispose l'ambasciator del re Cattolico, e i nostri affari van di conseguenza». Non oso davvero riferire i disegni di Ciro, che volea pagare il tributo ai Musulmani senza scemar le rendite dell'imperatore, e convertire Omar dandogli in isposa la figlia d'Eraclio. (Nicephor., Breviar. p. 17, 18).

323. V. la vita di Beniamino in Renaudot (Hist. patr. Alexand., pag. 155-172) il quale ha corredata l'istoria del conquisto dell'Egitto con alcuni fatti tolti dal testo arabo di Severo, isterico Giacobita.

324. Il primario tra i Geografi, il d'Anville (Mémoires sur l'Egypte, p. 52, 63), ci ha data la descrizion locale d'Alessandria; ma ne dobbiam cercar alcune particolarità ulteriori ne' viaggiatori moderni: non citerò che Thevenot (Voyage au Levant, part. I, p. 381-395); Pocock (vol. I, p. 2-13); Niebuhr (Voyage en Arabie, t. I, p. 34-43); due viaggi più recenti ed emuli, quelli del Savary e del Volney, potranno il primo dilettare, l'altro istruire.

325. Eutichio (Annal. t. II, p. 319), ed Elmacin (Hist. Saracen., p. 28) son d'accordo nel fissar la presa d'Alessandria nel venerdì della nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'Egira (22 dicembre A. D. 640). Contando i quattordici mesi passati davanti ad Alessandria, i sette mesi davanti Babilonia ec., parrebbe che Amrou cominciasse l'invasion dell'Egitto sulla fine dell'anno 638; ma si sa per cosa certa che entrò in quel paese il dodici di bayni (sei giugno). (Murtadi, Merveilles de L'Egypte, p. 164; Severo, apud Renaudot p. 162). Il general Saraceno, e poi Luigi IX re di Francia si fermarono a Pelusio, o Damiata, durante l'inondazion del Nilo.

326. Eutichio, Annal., t. II, p. 316-319.

327. Non ostante qualche contraddizione fra Teofane e Cedreno, l'esatto Pagi (Critica, t. II, pag. 824) ha ricavata da Niceforo e dalla cronaca orientale la vera data della morte d'Eraclio. Finì egli i suoi giorni l'11 febbraio, A. D. 641, 60 giorni dopo perduta Alessandria. Una lettera in dodici giorni arrivava da Alessandria a Costantinopoli.

328. Ci restano molti Trattati di questo amante della fatica (φιλοπονος): ma si leggono quelli che sono stampati come quelli che non furono pubblicati mai; Mosè ed Aristotele sono i subbietti principali di que' verbosi commentari, uno de' quali porta la data del 10 maggio, A. D. 617 (Fabricio, Bibl. graec. t. IX, p. 458-468). Un moderno (Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon senso, e in vero sapere.

329. Abulfaragio, Dynast., p. 114. vers. Pocock. Audi quid factum sit et mirare. Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo scetticismo ragionevole di Renaudot (Hist. Alex. patriar., p. 170; Historia..... habet aliquid απιστον (incredibile) ut Arabibus familiare est).

330. Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.

331. È vero che ortodosso, in sostanza, non vuol dir altro che uomo di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro; ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo ortodosso può soltanto adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai Maomettani. (Nota di N. N.)

332. V. Reland, De Jure militari Mohammedanorum nel terzo volume delle Dissertazioni p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de' Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al nome di Dio.

333. Si consultino le Raccolte del Freinsheim (Supplément de Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (Annal. pag. 469). Scrive Tito Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: Elegantiae regum curaeque egregium opus, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente criticato dal rigido stoicismo di Seneca (De tranquillitate Animi, c. 9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.

334. V. il capitolo XXVIII di quest'opera.

335. Aulo Gellio (Nuits attiques VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII, 16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole d'Ammiano son da notarsi: fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et loquitur monumentorum veterum concinens fides, etc.

336. Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia, degli Esapli, delle Catenae patrum, de' commentari ec. (p. 170). Il nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, Prolegomen., ad N. T., p. 8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.

337. Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano (Instit. Orat. X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.

338. Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton (Reflexions on ancient and modern learning, p. 85-95) oppone su questa materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione sia stata una gran perdita per la filosofia.

339. Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna, tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289).

340. Eutichio, Annal. tom. II, p. 320; Elmacin, Hist. Saracen., p. 35.

341. È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (Mém. sur L'Egypte, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e stampata a Strasburgo nel 1770 (Jungendorum marium fluviorumque molimina, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due mari (Mémoires du baron de Tott, t. IV).

342. Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto delle Meraviglie dell'Egitto composto nel tredicesimo secolo da Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle Antichità Egiziane è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di stima (V. la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289).

343. Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo (Lettera II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo (Lettera IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su quella contrada un'occhiata più acuta:

«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le circondano!» (Works and Memoirs of Gray edizione di Mason p. 199, 200).

344. Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai successori di Maometto.

345. Maillet, Description de l'Egypte, p. 22. Segna egli questo numero come opinione comune, e soggiunge che generalmente quei villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più gente che nelle nostre grandi città.

346. Eutichio, Annal., t. II, p. 308-311. I venti milioni furono calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici. (Recherches sur la population de la France, pag. 71, 73). Il signor Goguet (Orig. des arts, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno.

347. Elmacin (Hist. Saracen. p. 218); d'Herbelot senza scrupolo ammette questo enorme computo (Bibl. orient., p. 1031); Arbuthnot (Tables of ancient coins, p. 262) e il de Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità d'Appiano, che dona ai Tolomei (in Praefat.) un'entrata annua di settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria (Bernard, De Ponderibus antiquis, p. 186).

348. V. i calcoli del d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 23 ec.). Il signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (Recherches sur les Egyptiens, t. I, p. 118-121).

349. Renaudot (Hist. patriarch. Alexandr. p. 334) il quale tratta la lezion comune, o la version d'Elmacin, da' error librarii. I 4,300,000 pezze che egli sostituisce pel nono secolo sono un termine medio assai probabile, oltre i 3,000,000 che acquistarono gli Arabi colla signoria dell'Egitto (idem, p. 168) e i 2,400,000 che il sultano di Costantinopoli riscosse nell'ultimo secolo (Pietro della Valle, t. I, pag. 352; Thevenot, part. I, p. 824). Il Paw (Recherches, t. II, p. 365-373) cresce a poco a poco la rendita dei Faraoni, dei Tolomei, e dei Cesari, da sei a quindici milioni di scudi di Germania.

350. La lista di Schultens (Index geograph. ad calcem vit. Saladin., p. 5) contiene duemila trecento novantasei città o villaggi: quella del d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 29), a seconda dei dati fornitigli dal divano del Cairo, ne numera duemila secento novantasei.

351. V. Maillet (Description de l'Egypte, p. 28): i suoi argomenti sono giudiziosi e sembrano procedenti da un uomo leale. Son più contento delle osservazioni fatte da questo autore, che della sua erudizione: egli non conosceva nè le lettere greche, nè le latine, ed è troppo incantato dalle finzioni degli Arabi. Abulfeda (Descript, Aegypt. arab. et latin., Joh. David Michaelis, Gottingue, in 4. 1776) ha raccolto quanto essi dissero di più ragionevole. Per riguardo ai due viaggiatori moderni, Savary e Volney, il primo diletta, come già notai; ma il secondo è tanto istruttivo che io vorrei che potesse girare tutto il globo.

352. La mia narrazione della conquista dell'Affrica è cavata da due Francesi che scrissero sulla letteratura degli Arabi. Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes, t. I, p. 8-55) e Otter (Hist. de l'Acad. des inscriptions, t. XXI, p. 111-125, 136); essi hanno attinto i fatti in gran parte da Novairi, che compose (A. D. 1331) un'Enciclopedia in più di venti volumi. Questa Enciclopedia ha cinque parti generali; ella tratta, 1. della medicina, 2. dell'uomo, 3. degli animali, 4. delle piante, e 5. dell'istoria. Gli affari dell'Affrica sono discussi nel sesto capitolo della quinta sezione di quest'ultima parte (Reiske, Prodidogmata ad Hadii chalifae tabulas, p. 232-234). Fra gli storici antichi citati da Novairi, è da osservarsi la narrazione originale d'un soldato che conduceva la vanguardia dei Musulmani.

353. V. l'istoria d'Abdallah in Abulfeda (vit. Mohammed p. 109), e Gagnier (Vie de Mahomet, t. III, p. 45-48).

354. Leone l'Affricano (in Navigazione e Viaggi di Ramusio, t. I, Venezia, 1550, fol. 76, retro) e Marmol (Description de l'Afrique, t. II, p. 562) hanno descritta la provincia e la città di Tripoli. Era il primo un Moro erudito che avea viaggiato; compose o tradusse la geografia dell'Affrica a Roma, dove si trovava prigioniero, e avea preso il nome e la religione di Papa Leon decimo. Lo spagnuolo Marmol, soldato di Carlo V, era prigioniero dei Mori quando compilò la sua descrizione dell'Affrica; tradotta in francese dal d'Ablancourt (Parigi, 1667, 3 vol. in 4). Marmol avea letto ed osservato; ma non ha quell'occhio curioso e quelle vedute estese che si trovano nello scritto di Leone l'Affricano.

355. V. Teofane, che fa menzione della sconfitta piuttosto che della morte di Gregorio. Egli dà al Prefetto il nome ingiurioso di Τυραννος Tiranno; è verosimile che Gregorio avesse presa la porpora (Chronograph., p. 285).

356. V. in Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 45) la morte di Zobeir, che fu onorato dalle lagrime di Alì contro cui si era egli ribellato. Eutichio (Annal., t. II, p. 308) parla del suo valore all'assedio di Babilonia, se pure non si tratta d'altra persona collo stesso nome.

357. Shaw's Travels, p. 118, 119.

358. Mimica empito, dice Abulfeda, erat haec, et mira donatio; quandoquidem Othman, ejus nomine nummos ex aerario prius ablatos aerario praestabat (Ann. mosl. p. 78). Elmacino (nella sua oscura versione pag. 39) riporta, per quel che pare, questo medesimo raggiro. Quando gli Arabi assediarono il palazzo di Othmano, fu questa una delle principali incolpazioni allegate.

359. Επεστρατευσαν Σαρακηνοι την Αφρικην, και συμβαλοντες τω τυραννω Γρηγοριω τουτον τρεπουσι και τους συν αυτω κτεινουσι και στοικησαντες φορους μετα των Αφρων υπεστρεφαν. Guerreggiarono i Saraceni in Affrica, e venuti a conflitto col tiranno Gregorio lo batterono, e con lui uccisero i suoi compagni, e dopo avere segnato il tributo sugli Affricani si ritirarono. (Teofane, Chronograph., p. 285, ediz. di Parigi). La sua cronologia è incerta ed inesatta.

360. Teofane (in Chronogr., p. 293) riferisce le voci vaghe che andavano arrivando a Costantinopoli sulle conquiste degli Arabi all'occidente; e Paolo Warnefrido, diacono d'Aquileia (De gest. Langobard., l. V, c. 13), ci avvisa che a quei giorni mandarono un'armata navale da Alessandria nei mari di Sicilia e dell'Affrica.

361. V. Novairi (apud Otter, p. 118), Leone l'Affricano (fol. 81 retro), che conta solo cinque città ed infiniti casali; Marmol (Descript. de l'Afrique, t. III, pag. 33) e Shaw (Voyages, p. 57-65-68).

362. Leone l'Affricano, fol. 58; Marmol t. II, p. 415; Shaw pag. 43.

363. Leone l'Affricano, fol. 52; Marmol t. II, p. 228.

364. Regio ignobilis, et vix quicquam illustre sortita, parvis oppidis habitatur, parva flumina emittit, solo quam viris melior et segnitie gentis obscura. (Pomponio Mela, I, 5, III, 10.). Mela è tanto più degno di credenza in quanto che i suoi Maggiori, oriundi della Fenicia, aveano lasciata la Tingitania per traslocarsi in Ispagna. (V. in II, 6, un passo di questo geografo, messo a crudel tortura dal Salmasio, da Isacco Vossio, e da Giacomo Gronovio, il più violento dei critici). Viveva egli nel tempo che questo paese fu interamente soggiogato dall'imperatore Claudio; eppure, trent'anni dopo, Plinio (Hist. nat., V, 1) si lagna di quegli autori troppo indolenti per indagare quella provincia selvaggia e rimota, e troppo orgogliosi nel confessare la loro ignoranza.

365. Aveano gli uomini a Roma la smania del legname di cederno, come le donne quella delle perle. Una tavola rotonda di quattro o cinque piedi di diametro, si vendeva al prezzo d'un ricco podere (Latefundii taxatione), cioè per otto, dieci o dodicimila lire sterline. (Plinio Hist. nat., XIII, 29). So bene che non va confuso il citrus coll'albero che dà il frutto dagli antichi appellato citrum; ma non sono abbastanza dotto in botanica per caratterizzare il primo, che somiglia al cipresso dei boschi, col nome volgare o con quello che gli assegna Linneo, e non deciderò nemmeno se il citrum sia l'arancio o il limone. Pare che il Salmasio abbia esausta questa materia; ma troppo spesso si intrica nelle file confuse d'una mal ordinata erudizione (Plinian. Exercit., t. II, p. 666 ec.).

366. Leone l'Affricano fol. 16 retro; Marmol, (t. II, p. 28). Trattasi spesso di questa provincia, che fu il primo teatro delle glorie e della grandezza dei Sceriffi, nella curiosa storia di questa dinastia registrata in fine del terzo volume della descrizione dell'Affrica del Marmol. Il terzo volume delle Ricerche storiche sui Mori, pubblicata recentemente a Parigi, spande molta luce sulla storia e la geografia dei regni di Fez, e di Marocco.

367. Otter (pag. 119) ha messa tutta l'enfasi del fanatismo a questa esclamazione che il Cardonne (p. 37) ha mitigata, e che sotto la sua penna non indica il pio pensiero di predicare il Corano. Eppure aveano l'uno e l'altro davanti il testo di Novairi.

368. Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 129, 130) parla della fondazione di Cairoan, e Leone l'Affricano (fol. 75), Marmol (t. II, p. 532) e Shaw (p. 115) parlano della situazione della moschea ec.

369. Bene spesso gli autori han commesso un enorme sbaglio per una piccola somiglianza di nome, confondendo la Cirene dei Greci col Cairoan degli Arabi, due città lontane mille miglia l'una dell'altra. Non evitò quest'errore il grande de Thou, errore tanto meno scusabile in quanto si trova in una descrizion dell'Affrica accuratamente da lui elaborata (Hist. l. VII, c. 2, in t. I, p. 240 ediz. di Buckley).

370. Oltre le cronache arabe d'Abulfeda, d'Elmacin, e d'Abulfaragio pel settantesimoterzo anno dell'Egira, si possono consultare d'Herbelot (Bibl. orient. p. 7) ed Ockley (Hist. of the Saracens, vol. II, p. 339-349). Ockley riferisce in modo patetico l'ultimo colloquio d'Abdallah e di sua madre, ma dimenticò un effetto fisico del dolore da lei provato alla morte del figlio: il ritorno cioè, e le funeste conseguenze dei suoi mestrui in età di novant'anni.

371. Λεοντιος.... απαντα τα Ρωμαικα εξωπλισς πλοιμα ςτρατηγον τε επ’αυτοις Ιωαννην τον Πατρικιον εμπειρον των πολεμιων προχετρισαμενος προς Καρχηδονα κατα των Σαρακηνων εξεπεμψεν Leonzio.... imbarcò tutte le forze romane, ed eletto per capitano di quelle il patrizio Giovanni pratico di guerra lo spedì a Cartagine contro de' Saraceni (Niceforo, Constantinop. Breviar. p. 28). Il patriarca di Costantinopoli e Teofane (Chronogr. p. 309) hanno in poche parole rammentato quest'ultimo tentativo per soccorrer l'Affrica. Il Pagi (Critica t. III, p. 129-141) ha stabilita la Cronologia, confrontando esattamente gli storici Arabi e Bizantini che sovente si contraddicono per le epoche e pei fatti. V. pure una nota d'Ockley (p. 121).

372. Dove s'erano ridotti i nobili Romani e i Goti: e di poi, i Romani fuggirono e i Goti lasciarono Cartagine (Leone l'Affricano, fol. 72). Non so da quale scrittore Arabo abbia tolto questo fatto relativo ai Goti: ma questo nuovo ragguaglio è tanto importante e verosimile che mi basta la più piccola autorità per ammetterlo.

373. Questo Commendatore è chiamato da Niceforo βασιλεως Σαρακηνων re dei Saraceni definizione un po' vaga, ma esatta abbastanza, delle incombenze del Califfo. Teofane usa la strana denominazione di Προτοσυμβολος Protosimbolo, che Goar, suo interprete, applica al Vizir Azem. Forse attribuivano giustamente al ministro piuttosto che al principe l'uficio attivo; ma dimenticarono che i califfi Ommiadi non aveano che un Cateb, o segretario; e che non fu rimessa o istituita la dignità di Visir, se non che l'anno 132 dell'Egira (d'Herbelot p. 912).

374. Solino (l. XXVII, p. 36 ediz. Salmasio) dice che la Cartagine di Didone ha sussistito seicento settantasette, o settecento trentasette anni. Queste due versioni dipendono dalla differenza dei manoscritti e delle edizioni (Salmas. Plinian., exercit., t. I, pag. 228). Il primo di questi computi, che ne porta la fondazione a ottocentoventitre anni avanti Gesù Cristo, s'accorda meglio colla testimonianza ben pesata di Velleio Patercolo; ma i nostri cronologisti (Marsham, Canon. chron., p. 398) preferiscono l'ultimo conto, che par loro più conforme agli annali degli Ebrei e de' Tiri.

375. Leone l'Affricano, fol. 71; Marmol. t. II, p. 415-447: Shaw, p. 80.

376. Si ponno distinguere quattro epoche nella Storia del nome di Barbaro: 1. al tempo di Omero, quando i Greci o gli abitanti della costa asiatica usavano forse un idioma comune, il suono imitativo di barbar divenne un nome che si dava alle tribù più rozze, che aveano più ingrata pronunzia e più difettosa grammatica. Καρες βαρβαροφωνοι I Carii di barbaro accento (Iliade 2, 567, con lo Scoliaste d'Oxford, con le note di Clarke e col Tesoro greco di Enrico Stefano t. I, pag. 720). 2. Sin dai tempi d'Erodoto almeno, fu applicato a tutte le nazioni straniere alla lingua e al nome dei Greci. 3. Nel secolo di Plauto i Romani si sottomisero a questo insulto (Pompeo Festo l. II, pag. 48 ediz. del Dacier), e si davano da sè il nome di Barbari. Vennero a poco a poco nella pretensione che non convenisse questo titolo all'Italia, e alle province che aveano assoggettate; e infine non lo diedero che ai popoli selvaggi, od ai nemici che stavano fuori del precinto dell'impero. 4. Conveniva ai Mori in tutti i sensi. I conquistatori Arabi presero questa parola dalla lingua dei Romani stanziati nelle province, ed è poi divenuto un nome locale pei popoli che vivono lungo la costa settentrionale dell'Affrica nomata Barbaria.

377. Il primo libro di Leone Affricano, e le Osservazioni del dottor Shaw (p. 220, 223, 227, 247 ec.) schiarirono assai le tribù erranti della Barbaria che dagli Arabi o dai Mori discendono. Ma lo Shaw s'era tenuto a una rispettosa distanza da quei Selvaggi, e pare che Leone, prigioniero a Roma, dimenticasse in Italia quel che sapeva della letteratura Araba, mentre acquistava qualche cognizione di quella dei Greci e dei Romani. Ha commesso gran numero d'errori grossolani nella prima parte dell'istoria Maomettana.

378. In una conferenza disse Amrou, ad un principe Greco, che la lor religione era differente, e che questo dava giusto motivo alle liti tra fratelli (Ockley, Hist. of the Saracens, vol. I, p. 328).

379. Abulfeda, Annal. moslem., p. 78, vers. Reiske.

380. Il nome d'Andalusia vien dato dagli Arabi non solo alla provincia che ha questo nome al presente, ma a tutta la penisola di Spagna. (Geograph. nub., pag. 151; d'Herbelot, Bibl. orient., pag. 114, 115). Sembra che questo nome non derivi da Vandalusia, paese dei Vandali, come han detto alcuni autori (d'Anville, Etats de l'Europe, p. 146, 147 ec.). La vera etimologia par quella di Casiri che osserva che Handalusia significa in arabo la region dell'occidente, e così equivale all'Hesperia dei Greci (Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 327, ec.).

381. Descrive il Mariana la caduta e il risorgimento della monarchia dei Goti (t. I, p. 238-260, l. VI, c. 19-26, l. VII, c. 1, 2). Lo stile di questo storico nella suo nobile opera (Historia de rebus Hispani, libri XXX, Aia 1733, 4 volumi in folio colla continuazione del Miniana) ha quasi il pregio e l'energia degli autori Romani classici, e dal duodecimo secolo in poi si può riposare sulle dottrine e sul giudizio che egli palesa. Ma questo Gesuita non era scevro dai pregiudizi del suo Ordine; come il suo rivale Buchanan, egli ammette e abbellisce le leggende nazionali più assurde. Trascura troppo la critica e la cronologia, e colla sua vivace immaginazione supplisce alle lacune dei monumenti storici. Queste lacune sono considerabili e frequentissime. Rodrigo di Toledo, primo storico Spagnuolo, viveva cinque secoli dopo la conquista degli Arabi: e quanto si sa dei tempi anteriori è ristretto in poche linee aridissime degli oscuri annali, o cronache, d'Isidoro di Badajoz e di Alfonso III re di Leone, da me trovati solamente negli annali del Pagi.

382. Lo stupro, dice Voltaire, è difficile a fare, come a provare. Si sarebbero mai collegati i vescovi per una fanciulla? (Hist. gener., c. 26). Questo argomento non è concludente in buona logica.

383. Sembra che nella storia di Cava, il Mariana (l. VI, c. 21, pag. 241, 242) voglia gareggiare col racconto che fa T. Livio nella storia di Lucrezia. Ad esempio degli antichi, cita rare volte gli autori, e la testimonianza più antica indicata dal Baronio (Annal. eccles., A. D. 715, n. 19) quella è di Luca Tudense, diacono di Galizia, del secolo tredicesimo il quale dice solamente Cava quam pro concubina utebatur.

384. Gli orientali Elmacin, Abulfaragio ed Abulfeda trapassano in silenzio la conquista della Spagna, o appena appena ne fan motto. Il testo di Novairi e degli altri scrittori Arabi si trova, con qualche mistura, nella storia dell'Affrica e della Spagna sotto la dominazion degli Arabi (Parigi 1765, 3 vol. in 12, t. I, p. 55-114), scritta dal signor de Cardonne, e in modo più conciso nella storia degli Unni (t. I, p. 347-350) del signor de Guignes. Il bibliotecario dell'Escurial non ha risposto alla mia aspettazione, eppure sembra che abbia attentamente rifrustati i materiali confusi che sono sotto la sua custodia. Alcuni frammenti preziosi del genuino Razis (che scrisse in Cordova l'anno dell'Egira 300), di Ben-Hazil, etc. dan lume alla storia della conquista di Spagna (V. Bibl. Arabico-Hispana, t. II, p. 32-105, 106-182, 252-319, 332). Il dotto Pagi ha fatto suo pro delle cognizioni che aveva il suo amico abate di Longuerne sulla letteratura degli Arabi, e molto mi giovarono le lor fatiche.

385. Uno sbaglio di Rodrigo di Toledo, nel paragone che ha fatto degli anni lunari dell'Egira cogli anni giuliani dell'Era di Cesare, condusse il Baronio, il Mariana e la turba degli storici Spagnuoli a porre la prima invasion degli Arabi nell'anno 713, e la battaglia di Cheres nel novembre 714. Questo anacronismo di tre anni fu scoperto dai cronologi moderni, e soprattutto dal Pagi (Critica, t. III, p. 169-171, 174), che hanno indicato la vera data della rivoluzione. Il sig. Cardonne, versato nella letteratura degli Arabi e che per altro ammise l'antico errore, ha palesato in questo proposito una ignoranza o una negligenza inescusabile.

386. Il primo anno dell'Era di Cesare, seguìta dalla legge e dal popolo di Spagna sino al secolo decimoquarto, è di trent'otto anni anteriore alla nascita di Gesù Cristo. Parmi che si riporti alla pace generale per mare e per terra che rassodò il potere e la divisione dei Triumviri (Dione-Cassio, l. XLVIII, p. 547, 553; Appiano De bell. civ., l. I, p. 1054 ediz. in folio). La Spagna era una delle province sottomesse a Cesare Ottaviano, e Tarragona, che innalzò il primo tempio in onore d'Augusto (Tacito, Annal., 1, 78), potè apprendere dagli orientali questa specie d'adulazione.

387. Il padre Labat (Voyages en Espagne et en Italie, t. I, pag. 207-217) parla col suo brio ordinario della strada del Cantone e del vecchio castello del conte Giuliano, come pure dei tesori nascosti ec., a cui prestan fede i superstiziosi Spagnuoli.

388. Il geografo di Nubia (p. 154) descrive i siti che furono il teatro della guerra; ma difficilmente si crede che il Luogo-tenente di Musa siasi appigliato ad un espediente tanto disperato ed inutile quanto quello d'incendiare i propri vascelli.

389. Xeres (la colonia romana d'Asta Regia) non è lontana da Cadice che due leghe; nel sedicesimo secolo era un granaio del paese, ed oggi è noto il vino Xeres a tutte le nazioni Europee (Lud. Nonii Hispania: c. 13, p. 54-56, opera esattissima e concisa). D'Anville (Etats de l'Europe, etc. p. 154).

390. Id sane infortunii regibus pedem ex acie referentibus saepe contingit. (Ben-Hazil di Granata, in Bibl. arabico-hispana, t. II, p. 323). Alcuni Spagnuoli creduli pensano che Rodrigo riposasse in una cella d'un Eremita; altri dicono che fu chiuso vivo in una botte piena di serpenti, e che esclamò con grido lamentevole: «Sono straziato nella parte ove tanto peccai!» (Don Chisciotte, part. II, l. III, c. I).

391. Il sig. Swinburne ha speso settantadue ore e mezzo per andare sopra le mule da Cordova a Toledo per la via più breve. Debbe abbisognare più tempo alle mosse lente e deviate d'un esercito. Attraversarono gli Arabi la provincia della Mancia, divenuta pei lettori di tutte le nazioni una terra classica sotto la penna di Cervantes.

392. Nonio (Hispania, c. 59, p. 181-186) descrive in pochi tratti le antichità di Toledo, la quale nel tempo delle guerre puniche era urbs parva, ed urbs regia nel sedicesimo secolo. Egli prende in prestito da Rodrigo il fatale palatium dei ritratti moreschi; ma modestamente accenna che altro non era che un Anfiteatro romano.

393. Rodrigo di Toledo (Hist. Arab., c. 9, p. 17, ad calcem Elmacin) descrive questa tavola di smeraldo, e si fonda sull'autorità di Medinat-Almeyda, del quale ci dà il nome in lettere arabiche. Par che conosca gli autori Musulmani; ma non posso convenire col sig. di Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 350) che abbia letto e copiato Novairi, perchè morì un secolo prima che Novairi componesse la sua storia. Questo sbaglio nasce da un errore anche più goffo: il sig. di Guignes confonde lo storico Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo nel secolo tredicesimo, col cardinale Ximenes che governò la Spagna nel principio del secolo sedicesimo, e che ha esercitato i pennelli della storia, ma non li ha maneggiati giammai.

394. Avrebbe potuto Tarik incidere su l'ultima rocca quel verso vanaglorioso di Regnard e dei suoi compagni nell'estremità della Lapponia: Hic tandem stetimus, nobis ubi defuit orbis.

395. Questo fu l'argomento del traditore Oppas; e i Capi a cui si diresse non risposero già collo spirito di Pelagio: Omnis Hispania dudum sub uno regimine Gothorum, omnis exercitus Hispaniae in uno congregatus Ismaelitarum non valuit sustinere impetum. (Chron. Alphonsi regis, apud Pagi, t. III, p. 177).

396. D'Anville (Etats de l'Europe, p. 159) in poche parole, ma chiare, riferisce il risorgimento dei Goti nelle Asturie.

397. I legionari superstiti dopo la guerra de' Cantabri (Dione-Cassio, t. LIII, p. 720) furono collocati in questa metropoli della Lusitania, e forse della Spagna (submittit cui tota suos Hispania fasces). Nonio (Hispania, c. 31, p. 106-110) fa l'enumerazione degli antichi edifizii, ma la termina con queste parole: Urbs haec olim nobilissima ad magnam incolarum infrequentiam delapsa est et praeter priscae claritatis ruinas nihil ostendit.

398. I due interpreti di Novairi, il de Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 349) ed il Cardonne (Hist. de l'Afrique et de l'Espagne, t. I, pag. 93, 94, 104, 105) fanno entrare Musa nella Gallia narbonese; ma io non trovo che Rodrigo di Toledo, od i manoscritti dell'Escuriale faccian menzione di questa impresa; ed una Cronaca francese rimanda l'invasione dei Saraceni al nono anno dopo la conquista della Spagna, A. D. 721 (Pagi, Critica, t. III, pag. 177, 195: Historiens de France, t. III). Ho gran dubbio che Musa non abbia passato i Pirenei.

399. Quattro secoli dopo Teodemiro, i suoi demanii di Murcia e di Cartagena ritengono il nome di Tadmir nel geografo di Nubia (Edrisi, p. 154-161); V. pure il d'Anville (Etats de l'Europe, p. 156; Pagi, t. III, p. 164). Nonostante la miseria in cui vedesi oggi l'agricoltura della Spagna, il sig. Swinburne (Travels in Spain, p. 119) vide con piacere la deliziosa vallata che da Murcia si stende ad Orihuela, e che, in uno spazio di quattro leghe e mezzo, presenta una quantità considerabile di belle biade, di legumi, di trifoglio, di Aranci, ec.