319. D'Herbelot (pag. 801). Del rimanente, quando la posterità di Selgiuk fu pervenuta all'apice delle grandezze, non si mancò di celebrarlo, come trentaquattresimo discendente del grande Afrasiab, imperatore di Turan (p. 800). La genealogia tartara di Zingis ne fa conoscere un altro modo di adulare e un'altra favola: al dir dello storico Mirkond, i Selgiucidi di Alankavà derivano da una vergine (p. 801, col. 2); e se questi sono i Zalzut di Abulgazi-Bahadur-Kan (Hist. généalog. p. 148) vien citata in favor loro una testimonianza di molto peso; quella di un principe tartaro, discendente di Zingis, di Alankavà, o Alancù, e di Oguz-Kan.

320. Per effetto di un lieve cambiamento, Togrul-Beg trovasi essere il Tangroli-Pix de' Greci. Il d'Herbelot (Bib. orient. p. 1027, 1028) e il De Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 189-201) raccontano con molta esattezza le particolarità del regno e dell'indole di Togrul.

321. Cedreno (t. II, p. 774, 775) e Zonara (t. II, p. 257) colle solite lor cognizioni sugli affari di Oriente, ne dipingono questo ambasciatore come uno Sceriffo che simile al Syncellus del Patriarca, sia stato il vicario e il successore del Califfo.

322. Ho tolta da Guglielmo di Tiro una tal distinzione fra i Turchi e i Turcomanni, distinzione almeno popolare e spontanea. I nomi sono gli stessi e la sillaba man ha lo stesso valore negli idiomi persiano e teutonico. Pochi fra i critici ammetteranno l'etimologia di Giacomo di Vitry (Hist. Hieros. l. I, c. II, p. 1061), secondo il quale, Turcomanni significa Turci, e Comani un popolo mescolato.

323. È vero, che la religione maomettana non ha culto d'Immagini; e se i Cristiani lo avevano, siccome esso nè per la teoria, nè per la pratica non era, come pure non è, un'idolatria, così non sembra aver egli potuto indurre i popoli idolatri del Settentrione ad abbracciare a poco a poco il Cristianesimo. Molti poi di quei popoli s'erano fatti Ariani, ma non Cattolici. (Nota di N. N.)

324. Histoire génér. des Huns, t. III, p. 165, 166, 167. Il De Guignes cita Abulmahasan, storico dell'Egitto.

325. V. la Biblioteca orientale, agli articoli Abbassidi, Caher o Cayem, e gli Annali di Elmacin e di Abulfaragio.

326. Ho tolte dal signor De Guignes (t. III, p. 197-198) le particolarità che a questa stravagante cerimonia si riferiscono; e il dotto Autore le ha tratte da Bondari, che ha composta in arabo la storia dei Selgiucidi (t. V, p. 365). Nulla mi è noto sul carattere di questo Bondari, nè intorno al paese, o al secolo, ne' quali ha vissuto.

327. Eodem anno (A. E. 455) obiit princeps Togrul-Becus... Rex fuit clemens, prudens, et peritus regnandi, cujus terror corda mortalium invaserat, ita ut obedirent ei reges atque ad ipsum scriberent. Elmacin, Hist. Saracen., p. 342, vers. Erpenii.

328. V. intorno le guerre de' Turchi e de' Romani, Zonara, Cedreno, Scilitzes, il continuator di Cedreno, e Niceforo Briennio Cesare. I due primi erano frati, uomini di Stato i due ultimi; nondimeno tali erano i Greci d'allora, che appena distinguesi fra gli uni e gli altri qualche differenza di stile e di carattere. In quanto spetta agli Orientali mi sono prevalso, giusta il solito, delle erudite ricchezze del d'Herbelot (V. gli articoli de' primi Selgiucidi), e delle esatte ricerche del signor De Guignes (Hist. des Huns, t. III, l. X).

329. ’Εφερετος γαρ εν Τουρηοις λογος, ως ειη πεπρωμενον ηαταραφηναι το Τουρηων γενος απο της τοιαυτης δυναμεως, αποιαν ο Μακεδον Αλεξανδρος εχωι κατασρεψατο Περσος. Corse voce fra i Turchi, essere destino che da tanta potenza fosse rovesciata la stirpe turca, come per Alessandro Macedone furono sconfitti i Persiani. (Cedreno, t. II, p. 791). Nulla v'ha di inverisimile nella credulità del volgo, e i Turchi aveano imparata dagli Arabi la Storia, o la leggenda di Escander Dulcarnio. (D'Herb. p. 317, ec.)

330. Certamente che Dio fa vedere alcune volte subito, e chiaramente il suo castigo. (Nota di N. N.)

331. Οι και Ιβεριαν ηαι Μεσοποταμιαν, και Αρμενοιαν οικουσι και οι την Ιουδαικην του Νεσορου και των Ακεφαλων θρησκεδουτιν αιρεσιν, quelli che abitano l'Iberia e la Mesopotamia, e l'Armenia, e quelli che seguono l'eresia giudaica di Nestorio, e degli Acefali. V. inoltre le osservazioni di Scilitzes a piè della pagina di Cedreno (t. II, p. 834), poichè le costruzioni equivoche di questo Greco non mi inducono tuttavia a credere che egli abbia confuso il Nestorianismo e l'eresia dei Monofisiti. Egli parla frequentemente di μενις, χολος, οργη Θεου, ira, bile, collera di Dio, qualità che mi sembrano appartenere a tutt'altro che ad un ente perfetto; ma la cieca dottrina del ridetto scrittore è costretta a confessare che una tal collera οργε, μενις etc., non tardò a percotere i Latini ortodossi.

332. Se i Greci avessero conosciuto il nome di Georgiani (Stritter, Memoriae Byzant., t. IV, Iberica), io ne attribuirei l'etimologia all'agricoltura di questi popoli, come quella del Εκυθαι γεωδγοι, Sciti, Georgj (agricoltori) d'Erodoto (l. IV, c. 18, pag. 289, ediz. di Wesseling). Ma tal voce non rinveniamo nè fra i Latini (Giacomo di Vitry, Hist. Hierosol., c. 79, p. 1095), nè fra gli Orientali (d'Herbelot, p. 407), se non se dopo le crociate, e divotamente è stata tolta dal nome di S. Giorgio di Cappadocia.

333. Mosheim, Instit. Hist. eccles., p. 632. V. inoltre nei Voyages de Chardin (t. I, p. 171-174) i costumi e il culto di questa popolazione tanto avvenente e spregevole. La genealogia da' Principi georgiani incominciando da Adamo, e venendo sino ai nostri giorni, leggesi nelle Tavole del sig. de Guignes (t. I, p. 433-438).

334. Costantino Porfirogeneta fa menzione di queste città. (De administ. imper. l. II, c. 44, p. 119.) Gli Scrittori bizantini dell'undicesimo secolo ne parlano parimente chiamandola Mantzichierte, che molti confondono con Teodosiopoli; ma il Delisle, nelle sue note e nella sua Carta, ha determinata la situazione di Malazkerd. Abulfeda (Geogr., Tab. 18, p. 310) la vuole una piccola città, costrutta di pietre nere, provveduta d'acqua, ma priva di alberi ec.

335. Gli Uzj de' Greci (Stritter, Memor. byzant., t. III, p. 923-948) sono i Gozz degli Orientali (Hist. des Huns, t. II, p. 122; t. III, p. 533 ec.). Se ne trovano sulle rive del Danubio e del Volga, nell'Armenia, nella Sorìa, e nel Korasan, e sembra che il nome di Uzj sia stato dato all'intera popolazione de' Turcomanni.

336. Gioffredo Malaterra (l. I, c. 33) accenna con distinzione Urselius (il Russelius di Zonara) fra i Normanni che sottomisero la Sicilia, e gli attribuisce il soprannome di Baliol. Gli Storici inglesi raccontano in qual guisa i Bailleul vennero dalla Normandia a Durham; fabbricarono il castello di Bernard sul Tees; fecero entrare nella loro famiglia una erede di Scozia ec. Il Ducange (Note ad Nicephor. Briennium, l. II, c. 4) ha fatte diverse indagini su questo argomento per onorare il presidente di Bailleul, il cui padre avea abbandonato la professione dell'armi per vestire la toga.

337. Elmacin (p. 343, 344) accenna un tal numero che il verisimile non eccede; pure Abulfaragio (p. 227) lo riduce a quindicimila uomini a cavallo, e il D'Herbelot (p. 102) a dodicimila. Del rimanente lo stesso Elmacin fa ascendere a trecenmila uomini l'esercito imperiale, ed anche Abulfaragio si esprime in tal guisa. Cum centum hominum millibus, multisque equis et magna pompa instructus. I Greci si astengono dall'indicare alcun numero determinato.

338. Gli autori greci non asseriscono così chiaramente che il Sultano si sia ritrovato alla battaglia: assicurano che Arslan diede il comando delle truppe al suo eunuco, e che indi si ritirò lungi dal campo ec. Parlano forse in tal guisa per ignoranza, o per gelosia, o il fatto sarebbe mai vero?

339. Questo Andronico era figliuolo di Cesare Giovanni Duca, fratello dell'Imperator Costantino (Ducange, Fam. byzant. p. 165). Niceforo Briennio, mentre loda le virtù, e attenua le colpe (l. I, p. 30-38, l. II, p. 53) di cotest'uomo, confessa ciò nonostante l'odio del medesimo contra Romano. ου πανυ δε φιλιως εχον προς βασιλεα non avea dramma d'affetto pel re. Scilitzes narra in più chiare note il tradimento di Andronico.

340. Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto, raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile.

341. Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio, eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης non indegni dell'Impero Romano, e che l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato.

342. Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (ad calcemCedreni, t. II, p. 835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I, p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in Elmacin (Hist. Saracen., p. 343, 344), in Abulfaragio (Dynast., p. 227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211). Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore, una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e l'affricano Novairi.

343. Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213), sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (Hist. Saracen., p. 344, 345).

344. Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi legge l'iscrizione, vi si dée già trovare.

345. La Biblioteca orientale ne presenta il testo per la storia del regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la Histoire générale des Huns (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che, se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto.

346. V. un eccellente Discorso posto in fine alla Storia di Nadir-Shah, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak, Anvari, Rascidi, ec., nella Biblioteca orientale.

347. Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la fine dell'undicesimo secolo.

348. V. Chardin, Voyages en Perse, t. II, p. 235.

349. L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A. H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze originali de' Persiani e degli Arabi. (De Religione veterum Persarum, c. 16, p. 200-211).

350. Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης κακοδαιμονεσερον πενιας, la maggiore di tutte le calamità. Ella toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col suo Visir. (Alexias, l. VI, p. 177, 178).

351. Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p. 269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman, qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita prima della fine del duodecimo secolo.

352. Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (Voyages en Turquie et en Perse: p. 107-110).

353. Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore obbedivano ai decreti d'arresto, ossia Sciaus del gran Sultano (Alexias, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i due figli di Solimano (p. 180).

354. Petis de la Croix (Vie de Gengis-khan, p. 161), cita questa espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene.

355. Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103, 104), e ad Anna Comnena (Alexias, p. 91, 92, ec., 168, ec.).

356. Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron (V. Abulfeda, Geogr., Climat 17, p. 301-305.).

357. Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec. coll'espressione Consustantialem, che spiega, e stabilisce appunto la Divinità di Gesù Cristo. (Nota di N. N.)

358. Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum (Guibert. Abbat., Hist. Hierosol., l. I, p. 468). Ella è cosa singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott nelle sue Memorie (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e dell'arcivescovo greco».

359. L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo turco come se vi fosse stato in persona. Matres correptae in conspectu filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem passio ad filias, ec.

360. V. diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di Solimano in Anna Comnena (Alexias, l. VI, p. 168, 169), colle note del Ducange.

361. Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi.

362. Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la ravvisa per autentica (Not. ad Alexiad., p. 335, ec.), benchè sia piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) verbis vestita meis, privilegio d'una indefinita estensione.

363. Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera Gesta Dei per Francos, contengono sicurissime particolarità intorno alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec. (Mém. de l'Acad. des inscript., t. XXXVII, p. 467-500).

364. Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium gravabatur, aut respirabat qualitate (l. I, c. 3, p. 630). La latinità di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più.

365. V. intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa Eginardo (De vita Caroli Magni, c. 16, p. 79-82), Costantino Porfirogeneta (De administr. imperii, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi (Critica, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15).

366. Il Califfo concedè diversi privilegi Amalphitanis viris amicis et utilium introductoribus (Gesta Dei, p. 934). Il commercio di Venezia nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che confondea le due fazioni del Circo (Veneti et Prasini) co' Veneziani e coi Parigini.

367. I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come semplice loro Profeta, ed inviato da Dio. (Nota di N. N.)

368. Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (Bibl. orient., t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo.

369. L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica (t. II, p. 214-306. De lumine sancti sepulchri).

370. Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare l'espressione pia frode. (Nota di N. N.)

371. Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno 870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino, che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno.

372. I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627), Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il miracolo, e gli fu sostituita la frode.

373. Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu inventata (Mémoires du chevalier d'Arvieux, t. II, p. 140; Giuseppe Abudacni, Hist. Coph., c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim, di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la liquefazione del sangue di S. Gennaro.

374. Possono consultarsi il D'Herbelot (Bibl. orient., p. 411), il Renaudot (Hist. patriar. Alex., p. 390-397, 400, 401), Elmacin (Hist. Saracen., p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto, tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono fatto interpretare verbalmente da un amico.

375. La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono, giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione, trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi da lui trascorsi (Voyages, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney.

376. V. Glaber, l. III, c. 7, e gli Annali del Baronio e del Pagi, A. D. 1009.

377. Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres.... reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad propria reverterentur. (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, Historiens de France, t. X, p. 50).

378. Glaber (l. III, c. 1). Katona (Hist. crit. reg. Hungar., t. I, pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un monastero a Gerusalemme.

379. Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de' racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto.

380. V. Elmacin (Hist. Saracen., p. 349, 350), e Abulfaragio (Dynast., p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (Histoire des Huns, t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i nomi di Abulfeda e di Novairi.

381. Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076) fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo 1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il regnum Babylonicum (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius, A. D. 1064, n. 56).

382. De Guignes, Histoire des Huns, t. I, p. 249-252.

383. Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano un aureus da ciascun pellegrino. Il caphar de' Franchi è oggidì di quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi.

384. L'origine del vocabolo Picard, e per conseguenza di Picardie, non più remota del duodicesimo secolo, è affatto singolare, e deriva da un scherno, meramente accademico, sugli studenti dell'università di Parigi, venuti dalle frontiere della Francia, o della Fiandra, ai quali a motivo della indole loro litigiosa fu attribuito l'epiteto di Picards. (Valois, Notitia Galliarum, pag. 447; Longuerue, Descript. de la France, pag. 54).

385. Guglielmo di Tiro (l. I, c. 11, p. 637, 638) descrive così l'Eremita: Pusillus, personna contemplibilis, vivacis ingenii, et oculum habens perspicacem gratumque, et sponte fluens ei non deerat eloquium. (V. Alberto d'Aix, p. 185; Giberto, p. 482; Anna Comnena in Alex., l. X, p. 284 ec., e le Note del Ducange, p. 349).

386. Ultra quinquaginta millia, si me possunt in expeditione pro duce et pontifice habere, armata manu volunt in inimicos Dei insurgere, et ad sepulchrum Domini ipso ducente pervenire. (Greg. VII, epist. 2, 31, t. XII, p. 322, Concil.).

387. V. le vite originali di Urbano II, scritte da Pandolfo Pisano, e da Bernardo Guido nel Muratori (Rerum ital. script., t. III, part. I, 352, 353).

388. Cotesta donna è conosciuta sotto i nomi di Prasse, Euprecia, Eufrasia e Adelaide. Ella era figlia di un principe russo, e vedova di un Margravio di Brandeburgo (Struw, Corp. Hist. german. p. 340).

389. Henricus odio eam coepit habere: ideo incarceravit eam, et concessit ut plerique vim ei inferrent; imo filium hortans ut eam subagitaret (Dodechin, Continuat. Marian. Scot., apud Baron., A. D. 1092 n. 4), e nel Concilio di Costanza, da Bertoldo, rerum inspector viene indicata; quae se tantas et tam inauditas fornicationum spurcitias, et a tantis passam fuisse conquesta est, etc. e indi a Piacenza: satis misericorditer suscepit, eo quod ipsam tantas spurcitias non tam commisisse, quam invitam pertulisse, pro certo cognoverit papa cum sancta synodo (Ap. Baron. A. D. 1093, n. 4, 1094, 3). Bizzarro argomento alle infallibili decisioni di un Pontefice e di un Concilio![*]. Cotali abbominazioni ripugnano a tutti i sentimenti della natura umana, cui non può alterare una contesa che alla mitra e all'anello si riferisca. Sembra ciò nullameno che questa femmina sciagurata si lasciasse indurre dai preti a raccontare, o ad attestare colla propria sottoscrizione alcuni fatti obbrobriosi per essa e per suo marito ad un tempo.

* I cattivissimi costumi di quel tempo davano tali sospetti ai Concilj, che per mancanza di buone leggi, di saggia politica, d'illuminati magistrati, e in somma d'incivilimento, dovevano udire tali cose, e rimediarvi, e giudicarne: di que' secoli di mezzo, disse dottamente il Sabellico, ed abbiam noi maggior diritto di dirlo, giacchè di molto andarono innanzi le scienze, da Sabellico a noi: stupor et amentia quaedam oblivioque morum invaserant hominum animos. (Nota di N. N.)

390. V. la Descrizione e gli Atti del Sinodo di Piacenza (Concil. t. XII, p. 821 ec.).

391. Giberto, nato in Francia tesse egli stesso l'elogio del valore e della pietà di sua nazione, la quale co' detti e coll'esempio predicò la Crociata: Gens nobilis, prudens, bellicosa, dapsilis et nitida.... Quos enim Britones, Anglos, Ligures, si bonis eos moribus videamus, non illico Francos homines appellemus? (pag. 478). Egli medesimo per altro confessa che la vivacità de' suoi compatriotti degenera in vane millanterie (pag. 502), e in petulanza verso gli estranei (p. 483).

392. Per viam quam jamdudum Carolus magnus, mirificus rex Francorum, aptari fecit usque C. P. (Gesta Franc., p. 1, Roberto Monaco, Hist. Hieros., l. I, p. 33 ec.).

393. Giovanni Tilpino, o Turpino fu arcivescovo di Reims nell'anno di Cristo 773. Dopo il 1000, un frate delle frontiere della Spagna compose il romanzo che porta in fronte il nome di questo prelato, e ove questo Monsignore vien tratto a dipingersi da sè medesimo, com'uomo al vino e alle risse propenso. Ciò nullameno, tanta era in que' tempi l'opinione del merito degli ecclesiastici, il pontefice Calisto II, A. D. 1122, riconobbe un tale apocrifo libro, siccome autentico, e l'Abate Sugger lo ha citato rispettosamente nelle grandi Cronache di S. Dionigi (Fabric. Biblioth. latin. medii aevi, ediz. Mansi, t. IV, pag. 161).

394. V. Etat de la France, del Conte di Boulainvilliers, t. I, p. 180, 182, e il secondo volume delle Observations sur l'Histoire de France dell'abate Mably.

395. Nelle province australi della Loira, i primi Capeti godeano appena della supremazia feudale; d'ogni lato la Normandia, la Brettagna, l'Aquitania, la Borgogna, la Lorena e la Fiandra, restrigneano i limiti della Francia, così propriamente detta. V. Adr. Valois, Notitia Galliarum.

396. Questi Conti, usciti d'un ramo secondogenito de' duchi di Aquitania, vennero finalmente da Filippo Augusto spogliati della massima parte de' loro dominj; e i vescovi di Clermont insensibilmente diventarono i sovrani della città (Mélanges tirés d'une grande Biblioth., t. XXXVI, p. 288 ec.).

397. V. gli Atti del Concilio di Clermont (Concil., t. XII, p. 829, ec.).

398. Confluxerunt ad concilium e multis regionibus, viri potentes et honorati innumeri, quamvis cingulo laicalis militiae superbi (Baldric, testimonio occulare, p. 86-88; Roberto monaco, p. 31-32; Gugl. di Tiro, 1, 14-15, p. 639-641; Giberto, p. 478-480; Foulcher di Chartres, p. 382.)

399. La tregua di Dio (Treva o treuga Dei) ebbe la sua prima origine in Aquitania, nel 1032; biasimata da alcuni vescovi, come occasione prossima di spergiuro, rifiutata dai Normanni che in contraddizione co' lor privilegi la riguardarono (V. Ducange, Gloss. lat. t. VI, 682-685).

400. Deus vult! Deus vult! era il grido del Clero che intendeva il latino (Robert. Monach, l. I, p. 32). I Laici che parlavano il dialetto provenzale, o di Limoges lo corrompevano esclamando: Deus lo volt o Die el volt! V. Chron. Cassinense, l. IV, c. II, p. 497, nel Muratori, Script. rerum ital., t. IV, e Ducange, Diss. XI, p. 207, sopra Joinville, e Gloss. lat., t. II, p. 690. Quest'ultimo autore offre nella sua Prefazione un saggio difficile anzichè no del dialetto di Rouergue nel 1100; e le circostanze di luogo e di tempo, si avvicinano assai a quelle in cui il Concilio di Clermont fu tenuto (p. 15, 16).

401. Essi la portavano per lo più sull'omero, ricamata in oro o in seta, ovvero fatta di due pezzi di drappo cuciti sull'abito. Nella prima spedizione di tal genere tutte queste Croci erano rosse; nella terza i soli Francesi aveano serbato questo colore. I Fiamminghi preferirono croci verdi, bianche gl'Inglesi (Ducange, t. II, p. 651). Pure il rosso sembra il color favorito del popolo inglese, e in tal qual modo nazionale, se abbiasi riguardo ai loro stendardi e alle loro vesti militari.

402. Il Bongars che ha pubblicate le relazioni originali delle Crociate, adotta con compiacenza il titolo fanatico prescelto da Giberto, Gesta Dei per Francos. Alcuni critici proposero l'ammenda Gesta diaboli per Francos (Hannau 1611, 2 vol. in-fol.). Offrirò qui brevemente la nota degli autori da me consultati per la storia della prima Crociata collocandoli nell'ordine in cui si trovano nella raccolta, 1. Gesta Francorum; 2. Roberto il monaco; 3. Balderico; 4. Raimondo d'Agiles; 5. Alberto d'Aix; 6. Foulcher di Chartres; 7. Giberto; 8. Guglielmo di Tiro; 9. Radolfo Cadomense de gestis Tancredi(Script. rer. ital. t. V, p. 285-333), e 10. Bernardo Tesoriere, De acquisitione Terrae Sanctae (tom. VII, pag. 664-848). Quest'ultimo fu ignoto ad un autore francese moderno che ha composto un lungo registro critico degli storici delle Crociate (Esprit des Croisades, tom. I, p. 13-141), e i cui giudizj credo nella massima parte poter confermare. Non mi è riuscito il procacciarmi che tardi la raccolta degli Storici francesi del Duchesne. 1. Petri Tudebodi sacerdotis Sivracensis Historia de Hierosolymitano Itinere (t. IV, p. 773-815), è stata rifusa nelle opere del primo scrittore anonimo, del Bongars. 2. La storia in versi della prima Crociata, in sette libri divisa (p. 890-912), oltre all'essere assai sospetta, è ben poco istruttiva.

403. Se il lettore si farà ad esaminare la prima scena della prima parte dell'Enrico IV, troverà nel testo del Shakespeare gli slanci naturali dell'entusiasmo, e nelle note del dottore Johnson gli sforzi di uno spirito vigoroso, ma ad un tempo pregiudicato, che avidamente afferra tutti i pretesti per odiare e perseguitare chiunque nelle opinioni religiose da lui differisca.

404. Il sesto discorso del Fleury intorno alla Hist. ecclesiast. (p. 223-261) contiene un esame filosofico sulla cagione e su gli effetti delle Crociate.

405. Muratori (Antiq. ital. medii aevi, t. V, Dissert. 68, p. 709-768) e il sig. Chais (Lettres sur les jubilées et sur les indulgences, t. II, Lettres 21 e 22, p. 478-556) discutono ampiamente il soggetto della penitenza e delle indulgenze del Medio evo. Avvi però fra essi questa diversità che il dotto Italiano dipinge con moderazione, e forse con troppo deboli tinte, gli abusi della superstizione, mentre il ministro olandese gli esagera con eccesso di acerbità.

406. Lo Schmidt (Ist. degli Alemanni, t. II, p. 211-220, 452-462) offre uno scritto del Codice penitenziale di Regino nel nono secolo e di Burcardo nel decimo. A Worms in uno stesso anno furono commessi cinquantacinque assassinj.

407. Il male di que' tempi, nel quale erano involti i laici del pari, che gli ecclesiastici, ed i difetti delle discipline stesse colle quali pretendevasi porvi rimedio, sono già descritti lungamente dagli Storici. I progressi della civiltà, l'ordinamento delle leggi, la cognizione del vero ben pubblico, la buona filosofia, nata, a cresciuta lentamente, ma sodamente, dopo il coltivamento della lettere, e delle arti che a lei disposa, ed elevò gli animi, ci condussero ad uno stato oltremodo migliore, onde noi riguardiamo con compassione quei passati secoli, ne' quali si aveva una falsa idea dell'indulgenze. (Nota di N. N.)

408. Si può provare all'evidenza che fino al dodicesimo secolo il solidus d'argento, o lo scellino, valea dodici danari o soldi, e che venti solidi equivaleano al peso di una libbra d'argento, una lira sterlina in circa. La moneta inglese si trova ridotta ad un terzo del suo valore primitivo, e la francese ad un quinto.

409. Una qualche parte di queste grandi somme era impiegata a benefizio de' poveri; ma questa disposizione, per sè stessa pia, non faceva, non altrimenti, che quella simile de' ricchissimi monasteri, che alimentare l'infingardaggine, ed impedire il movimento dell'industria, una delle vere sorgenti della prosperità di un popolo. (Nota di N. N.)

410. È noto che v'erano cattive costumanze intorno la remissione de' peccati, e intorno al genere di penitenza, onde cancellarli. (Nota di N. N.)

411. Ad ogni centinaio di battiture, il penitente si purificava recitando un salmo; e tutto il Salterio accompagnato da quindicimila staffilate scontava cinque anni di penitenza canonica.

412. La vita e le imprese di san Domenico l'Incuoiato si trovano riferite da Pier Damiano, ammiratore ed amico di questo Santo. V. Fleury (Hist. ecclés., t. XIII, p. 96-104). Il Baronio (A. D. 1056, n. 7) osserva, sulle tracce di Damiano, quanto fosse venuto in usanza un tal modo di espiazione (Purgatorii genus), ed anche fra le più ragguardevoli matrone (sublimis generis).

413. A un quarto di reale, o anche ad un mezzo reale per battitura. Sancio Pansa non mettea tanto cara l'opera sua; nè forse era più mariuolo.... Mi ricordo aver veduto ne' Voyages d'Italie del padre Labat (t. VII, p. 16-29) una pittura ammirabile della destrezza d'uno di cotesti giornalieri.

414. Quicumque pro sola devotione, non pro honoris vel pecuniae adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Jerusalem profectus fuerit, iter illud pro omni paenitentia reputetur. (Canon., Concilio di Clermont, II, p. 829). Giberto chiama novum salutis genus questo pellegrinaggio (p. 471), e tratta, quasi da filosofo, un tale argomento.

415. Tali erano almeno la fiducia de' Crociati, e l'opinione unanime degli Storici d'allora (Esprit des Croisades, t. III, p. 477); giusta la teologia ortodossa però, le preghiere pel riposo dell'anime dovrebbero essere incompatibili coi meriti del martirio.

416. I venturieri scriveano lettere intese a confermare tutte queste belle speranze, ad animandos qui in Francia residerant. Ugo di Reiteste vantavasi di avere in sua porzione una abbazia e dieci castella, pretendendo che la conquista di Aleppo altre cento glie ne frutterebbe. (Guibert, p. 554, 555).

417. Nella sua lettera, o vera, o falsa, al conte di Fiandra, Alessio fa un miscuglio de' rischi della Chiesa, delle reliquie de' Santi e dello amor auri et argenti et pulcherrimarum faeminarum voluptas (p. 476): come se, montando in collera, osserva Giberto, le donne greche fossero più belle delle francesi.

418. V. i privilegi de' Crucesignati, immunità da' debiti, usure, ingiurie, braccio secolare ec. Essi erano sotto la perpetua salvaguardia del Papa (Ducange, t. II, p. 651, 652).

419. Facevano bene a procacciarsi denari, perchè non dobbiam sempre attendere miracoli. (Nota di N. N.)

420. Giberto (p. 481) offre una pittura vivacissima di questa frenesia generale. Egli era nel picciol numero di que' suoi contemporanei, capaci di esaminare e apprezzare con freddezza di mente la scena straordinaria che innanzi agli occhi accadeagli: Erat itaque videre miraculum caro omnes emere, atque vili vendere, ec.

421. Per quanto grande fosse il fanatismo, e la cecità degli uomini in quel tempo, bisognava che l'Autore non solamente citasse cotesta specie di pagamento, ma lo provasse con qualche esempio particolare. (Nota di N. N.)

422. Trovansi nell'opera (Esprit des Croisades, t. III, p. 169, ec.) intorno a questi stigmi alcune particolarità tolte da autori ch'io non ho confrontati.

423. Fuit et aliud scelus detestabile in hac congregatione pedestris populi, stulti et vesanae levitatis, anserem quemdam divino spiritu asserebant afflatum, et capellam non minus eodem repletam; et hos sibi duces secundae viae fecerant, ec. (Alberto d'Aix, l. I, c. 31, p. 169). Se cotesti contadini fossero stati fondatori di un impero, vi avrebbero potuto introdurre, come in Egitto, il culto degli animali che la filosofia de' lor discendenti avrebbe giustificato sotto il velo di qualche sottile e speciosa allegoria.

424. Beniamino di Tudela descrive lo stato de' suoi confratelli ebrei, dimoranti sulle rive del Reno, partendosi da Colonia; questi erano ricchi, generosi, istrutti, benefici, e l'arrivo del Messia con impazienza aspettavano (Viaggi t. I, p. 243-245, di Baratier). Ebbero d'uopo di un periodo di settanta anni (egli scrivea verso l'anno 1170) per rilevarsi dopo le perdite e le stragi sofferte.

425. Lo spogliamento e le strage degli Ebrei che per ogni Crociata rinnovellavansi, vengono dipinti come cose indifferenti dagli storici di quella età. Vero è che S. Bernardo (epist. 363, t. I, p. 329) avverte i Francesi orientali che non sunt Judaei persequendi, non sunt trucidandi. Ma un frate, rivale di S. Bernardo, predicava un'affatto opposta dottrina.

426. V. la Descrizione contemporanea dell'Ungheria in Ottone di Freysingen (l. II, c. 31) e nel Muratori (Script. rerum ital., t. VI, p. 665, 666.).

427. Gli antichi Ungaresi, senza eccettuarne Turotzio, sono male istrutti della prima Crociata, che, secondo essi, si ridusse a passar tutta per un sol luogo. Il Katona, costretto, come noi, a citare gli scrittori francesi confronta però con cognizione de' luoghi l'antica e la moderna geografia. Ante portam Cyperon est Sopron o Poson, Mallevilla, Zemlim, Fluvius Maroe, Sava; Lintax, Leith; Mesebroche vel Merseburg, Onar, o Moson; Tollemburg, Praga (De regibus Hungar., t. III, p. 19-93).

428. Anna Comnena (Alexias, l. X, p. 287) descrive questo οσων κολωνος, monte d'ossa, υψηλον και βαθος και πλατος και πλατος αξιολογωτατον, alto e scosceso e largo, degnissimo di memoria; i Franchi medesimi, all'assedio di Nicea, se ne prevalsero per fabbricare un muro.

429. Trovansi alla successiva p. 301 in un picciolo specchio i rimandi particolari agli Storici che scrissero i grandi avvenimenti della prima Crociata.

430. L'autore dello Esprit des Croisades ha poste in dubbio, e avrebbe anche potuto negare a suo grado, la crociata e la tragica morte del Principe Svenone, e de' suoi mille cinquecento, o quindicimila Danesi trucidati in Cappadocia dal sultan Solimano; ne ha conservata a bastanza la memoria il Tasso nell'ottavo suo canto.

431. Gli avanzi del regno di Lotharingia, o Lorena, vennero divisi in due Ducati, della Mosella, e della Mosa; il primo ha conservato il suo nome; l'altro ha acquistato quello di Ducato del Brabante. (Valois, Notit. Gall., p. 283-288).

432. V. nella Descrizione della Francia, dell'abate di Longuerue gli articoli intorno a Bologna (part. I, p. 47, 48, Bouillon; p. 134). Nell'atto di sua partenza Goffredo diede in pegno alla Chiesa il Ducato di Buglione, ottenendone tredicimila marchi.

433. V. in Guglielmo di Tiro (l. IX, c. 5-8), il carattere di Buglione; il suo antico divisamento, in Giberto (p. 485); l'infermità, e il voto ch'ei fece, in Bernardo il Tesoriere (c. 78).

434. Anna Comnena suppone che Ugo ostentasse nascita, potenza e ricchezze (l. X, p. 288); i due ultimi articoli potevano forse a qualche contestazione esser soggetti, ma una ευγενεια, nobiltà celebre, più di settecent'anni addietro nella reggia di Costantinopoli, attestava come antica fosse in Francia la dignità de' Capeti.

435. V. Guglielmo Gometicense (l. VII, c. 7, p. 672,673, in Camdem Normannicis). Roberto impegnò il Ducato di Normandia per un centesimo di quanto ne è rendita annuale a' dì nostri. Diecimila marchi possono valutarsi un mezzo milione di lire, e la Normandia oggigiorno paga ogn'anno al Re cinquantasette milioni (Necker, Administ. des finances, t. I, p. 287).

436. La lettera che Stefano scrisse a sua moglie trovasi, inserita nello Spicilegium di Dom Luc d'Acheri (t. IV), e citata nello Esprit des Croisades (t. I, p. 65).

437. Unius enim, duum, trium seu quatuor oppidorum dominos quis numeret? Quorum tanta fuit copia, ut non vix totidem Trojana obsidio coegisse putetur. Così esprimesi Giberto colla sua sempre dilettevole vivacità. (p. 486).

438. È cosa straordinaria che Raimondo di San Gille, personaggio secondario nella Storia delle Crociate, sia dagli scrittori greci ed arabi collocato a capo degli eroi di questa spedizione (Anna Comnena, Alex. l. X, XI, e Longuerue, p. 129).

439. Omnes de Burgundia et Alvernia, et Vescovania et Gothi (di Linguadoca) provinciales appellabantur, coeteri vero Francigenae et hoc in exercitu; inter hostes autem Franci dicebantur. (Raimondo d'Agiles, p. 144.)

440. La città natalizia, ossia il primo appannaggio di questo Raimondo, era dedicata a sant'Egidio, il nome del qual Santo, ai giorni della prima Crociata, i Francesi convertirono nell'altro di Saint-Gilles o Saint-Giles (san Gille). Situata nella Bassa Linguadoca, fra Nimes e il Rodano, questa città, vanta una Collegiata di cui lo stesso Raimondo è stato il fondatore (Mélanges tirés d'une grande Bibliothèque, t. XXXVII, p. 51).

441. Erano genitori di Tancredi il marchese Odone il Buono, ed Emma, sorella del gran Roberto Guiscardo. Fa maraviglia che la patria di un tanto illustre personaggio sia sconosciuta. Il Muratori, con molta probabilità, lo presume italiano, e forse della stirpe de' marchesi di Monferrato nel Piemonte (Script., t. V, p. 281, 282).

442. Per compiacere la puerile vanità della Casa d'Este[*] il Tasso ha inserito nel suo poema, e nella prima Crociata un eroe favoloso, il valente e innamorato Rinaldo. Forse ei prese ad imprestito questo nome da un Rinaldo decorato dell'Aquila bianca estense, che vinse l'Imperatore Federico I (Storia imperiale di Ricobaldo, nel Muratori, Script. Ital., t. X, p. 360; Ariosto, Orlando furioso); ma primieramente la distanza di sessant'anni fra la gioventù de' due Rinaldi, distrugge la loro identità; in secondo luogo, la Storia imperiale è una invenzione del Conte Boiardo, architettata sul finire del secolo XV (Muratori, p. 281-289). Per ultimo questo secondo Rinaldo e le sue imprese, non sono men favolose di quelle dell'altro Rinaldo cantato dal Tasso (Muratori, Antichità estensi, t. I, p. 350).

* Più antica di Virgilio, il quale assegna per antenati ad Augusto i pronipoti di Venere, figlia di Giove, è la compiacenza dei potenti nel veder immortalate le loro prosapie dal canto de' sommi poeti; e meglio che puerile potremmo chiamarla, una vanità ingenita nella natura umana. Nel caso particolare poi, chi conosce la vita e le sfortune del Tasso, potrà facilmente persuadersi che la finzione da esso inventata ad onore di una famiglia, la quale non manca d'uomini illustri, anche senza ricorrere a finzioni, gli fu suggerita da desiderio di rendersi accetto ai suoi padroni, anzichè da una brama da essi spiegata di voler essere onorati in tal guisa. (Nota dell'Editore)

443. Due etimologie vengono assegnate alla parola gentilis, gentiluomo. L'una deriva dai Barbari del quinto secolo prima arrolatisi come soldati, divenuti indi conquistatori dell'Impero Romano, i quali dalla loro straniera origine traevano vanità. L'altra dall'opinione de' giureconsulti che hanno per sinonimi i vocaboli gentilis ingenuus. Alla prima etimologia inclina il Selden; la seconda più spontanea, è anche la più probabile.

444. Framea scutoque juvenem ornant. Tacito, Germania, c. 13.

445. Gli esercizj degli atleti, soprattutto il cesto e il pancrazio, vennero biasimati da Licurgo, da Filoppemene e da Galeno, vale a dire da un legislatore, da un Generale e da un medico. Contro la censura di questi il lettore può leggere la difesa che ne ha fatto Luciano nell'elogio di Solone (V. West, sui Giuochi olimpici nel suo Pindaro, v. II, p. 86-96, 245-248).

446. Nelle opere del Selden (t. III, part. I. I Titoli di onore: part. II, c. 1-3, 5-8) trovansi molto estese descrizioni intorno la cavalleria, il servigio dei cavalieri, la nobiltà, il grido di guerra, gli stendardi e i tornei. V. anche il Ducange (Gloss. lat. t. IV, p. 398-412 ec., Diss. intorno al Joinville, l. VI, al XII, pag. 127-142, 165-222), e Mémoires de M. de Sainte-Palaye sur la Chevalerie.

447. L'opera Familiae dalmaticae del Ducange è arida ed imperfetta; gli storici nazionali troppo moderni e favolosi: troppo lontani e trascurati gli storici greci. Nell'anno 1004, Colomano diede per confini al paese marittimo Salona e Trau (Katona, Hist. crit. t. III, p. 195-207).

448. Scodra, presso Tito Livio, sembra essere stata la capitale o la Fortezza di Genzio, re degl'Illirici, arx munitissima, indi non colonia romana (Cellarius, t. I, p. 393-394), che ha preso poi il nome di Iscodar, o Scutari (D'Auville, Géogr. ancien., t. I, p. 164). Il Sangiacco, oggidì Pascià di Scutari, o Sceindeire, era l'ottavo sotto il Beglierbeg di Romania, e somministrava seicento soldati sopra una rendita di settantottomila settecento ottantasette risdaleri. (Marsigli, Stato militare dell'Impero Ottomano p. 128.)

449. In Pelagonia castrum haereticum... spoliatum cum suis habitatoribus igne combussere. Nec id eis injuria contigit: quia illorum detestabilis sermo et cancer serpebat, jamque circumjacentes regiones suo pravo dogmate faedaverat (Roberto Mon., p. 36, 37). Dopo avere freddamente raccontato il fatto, l'arcivescovo Baldricco aggiugne come un elogio: Omnes, siquidem illi viatores, Judaeos, haereticos, Saracenos aequaliter habent exosos; quos omnes appellant inimicos Dei (p. 92).

450. Αναλαβομενος απο Ρωμης την χρυσην του’ Αγιου Πετρου σημαιαν, levando da Roma tutto l'oro monetato di S. Pietro (Alexiad., l. X, p. 288).

451. Ο Βασιλευς των Βασιλεων, και αρχηγος του Φραγγικου στρατεματος απαντος, Re dei Re, e generalissimo di tutto l'esercito Franco: pompa orientale, che è ridicola in un conte di Normandia; ma il Ducange, compreso da patrio zelo (Not. ad Alexiad., p. 352, 353; Dissert. sopra Joinville p. 315) ripete con compiacenza i passi di Mattia Paris (A. D. 1254), e di Froiss (vol. IV, pag. 201) che attribuiscono al re di Francia i titoli di rex regum, o di chef de tous les rois chrétiens.

452. Anna Comnena, nata nel dì 1 dicembre, A. D. 1083, ind. VIII (Alexiad., l. VI, p. 166. 167) avea tredici anni all'epoca della prima Crociata. Già atta alle nozze, o forse sposatasi al giovine Niceforo, ella lo chiama con tenerezza τον εμαν Καισαρα, il mio Cesare (l. X, pag. 295, 296). Alcuni moderni hanno attribuita a dispetto amoroso l'avversione in cui ebbe Boemondo. Quanto alle cose accadute a Costantinopoli e a Nicza (Alex., l. X, XI, p. 283-517) la parzialità de' suoi racconti può contrabbilanciare quella degli storici latini; ma si ferma poco sugli avvenimenti che dalle stesse cose seguirono, ed è inoltre a tal proposito male istrutta.

453. Nel modo di dipingere il carattere e la politica di Alessio, il Maimbourg ha favoriti i Franchi cattolici, il Voltaire si è mostrato di soverchio parziale ai Greci scismatici. I pregiudizj di un filosofo sono meno scusabili che quelli di un Gesuita.

454. Fra il mar Nero ed il Bosforo sta il fiume Barbyses, profondissimo nella state, e che scorre per uno spazio di quindici miglia in mezzo ad una prateria uniforme e scoperta. La sua comunicazione con Costantinopoli e coll'Europa, è assicurata dal ponte di pietra di Blachernae che fu rifabbricato da Giustiniano e da Basilio (Gillio De Bosphoro Thracio, lib. II, c. 3, Ducange C. P. Christiana, lib. IV, cap. 2, pag. 179).

455. Due sorta v'erano di adozioni; quella dell'armi, e l'altra, la cerimonia della quale si stava nel far passare il figlio adottivo tra la pelle e la camicia del padre. Il Ducange, Dissert. XXII p. 270, suppone che Goffredo sia stato adottato nel secondo di tali modi.

456. Dopo il suo ritorno dalle Crociate, Roberto si fece affatto ligio al re d'Inghilterra. V. il primo atto dei Foedera del Rymer.

457. Sensit vetus regnandi, falsos in amore, odia non fingere; Tacito VI, 44.

458. La vanità degli storici delle Crociate accenna leggiermente e con imbarazzo questa circostanza umiliante; nondimeno è cosa molto naturale, che se questi eroi s'inginocchiarono per salutar l'Imperatore, che rimaneva immobile sul proprio trono, gli baciarono i piedi o le ginocchia. Solamente fa maraviglia che Anna non abbia ampiamente supplito al silenzio e all'oscurità dei Latini; l'umiliazione dei loro principi avrebbe aggiunto un capitolo, rilevante per questa donna, al Coeremoniale aulae Byzantinae.

459. Questo Crociato si diede il nome di φραγγος καθαρος ευγενων, Franco puro fra i Nobili (Alexiad., l. X, p. 301). Bel titolo di nobiltà, ascendente all'undicesimo secolo per chi potesse ai dì nostri provarsi derivato da questo Roberto! Anna racconta, con segnalata compiacenza, che questo arrogante Barbaro Λακινος τετυφωμενος, Latino pien di fumo, fu in appresso ucciso e sconfitto, combattendo alla prima linea dell'esercito nella battaglia di Dorilea, l. XI, p. 317; circostanza che può giustificare quanto il Ducange ha supposto intorno all'audace Barone; cioè essere questi Roberto di Parigi, del distretto chiamato il ducato o l'Isola di Francia.

460. Con eguale accorgimento il Ducange scopre che la chiesa di cui favellava il Barone, è S. Drauso o Drosino di Soissons. Quem duello dimicaturi solent invocare: pugiles qui ad memoriam ejus (alla tomba), pernoctant invictos reddit, ut de Italia et Burgundia tali necessitate confugiatur ad eum. Joan. Sariberiensis epist. 139.

461. Varie sono le opinioni sul numero d'uomini che questo esercito componeano; ma non avvi autorità paragonabile a quella di Tolomeo che lo determina di cinquemila uomini a cavallo, e trentamila fanti (V. gli Annales di Usher, p. 152).

462. V. Foulcher di Chartres p. 587. Egli annovera diciannove nazioni di nome e lingue diverse (p. 389). Io però non comprendo con molta chiarezza qual differenza ei ponga tra Franci e Galli, fra Itali e Apuli. Altrove (p. 385) parla col massimo disprezzo dei disertori.

463. V. Giberto, pag. 556. Però la modesta opposizione di questo istorico lascia tuttavia luogo ad ammettere un numero d'uomini considerabilissimo. Urbano II, nel fervor del suo zelo, conta sino a trecentomila i pellegrini (Epist. 16, Concil. t. XII, p. 731).

464. V. Alexias, l. X, p. 283-505. La ridicola schifiltà di questa principessa, la trae a lamentarsi della bizzarria di certi nomi alla pronunzia difficilissimi; e di fatto son pochi i nomi latini che ella non siasi studiata di sformare con quella orgogliosa ignoranza sì comune e tanto prediletta ai popoli ingentiliti. Ne citerò un solo esempio; ella trasforma il nome di S. Gille in Sangeles.

465. Guglielmo di Malmsbury che scrisse verso l'anno 1130, ha inserito nella sua Storia (l. IV, p. 130-154) il racconto della prima Crociata; ma avrei bramato che invece di prestare orecchio a voci di lieve conto, raccolte attraversando l'Oceano (p. 143), si fosse limitato a narrare quanto riferivasi al numero, alle famiglie, e alle avventure de' suoi compatriotti. Trovo in Dugdale che un Normanno inglese, Stefano conte di Albermarle e di Holdernesse, comandava alla battaglia d'Antiochia l'antiguardo in compagnia del Duca Roberto (Baronage, part. I, p. 61).

466. Videres Scotorum apud se ferocium, alias imbellium cuneos (Guibert, p. 471). Il crus intectum, e la hispida chlamys, possono riferirsi ai montanari scozzesi: ma il finibus uliginosis è applicabile con più naturalezza alle paludi della Irlanda. Il Malmsbury parlando degli abitanti di Galles e degli Scozzesi (l. IV, p. 133), dice che i primi abbandonarono venationem saltuum, i secondi familiaritatem pulicum.

467. Qui l'Autore a torto allude di nuovo al culto renduto da' Cattolici alle immagini. (Nota di N. N.)

468. Questa fame da cannibali, talvolta reale, e più sovente menzognera e artifiziosa, viene affermata da Anna Comnena (Alex., l. X, p. 288), da Giberto (p. 546), da Radolfo Cadom. (capo 97). L'autore dell'opera Gesta Francorum, il monaco Roberto, Baldricco e Raimondo di Agyle, riferiscono questo stratagemma all'assedio e alla carestia di Antiochia.

469. I Latini lo additano col nome di Solimano, nome che pur gli davano i Musulmani il carattere e l'indole di questo Sultano è stata di molto sublimata dal Tasso. I Turchi il nomavano Kilidge-Arslan (A. E. 485-500, A. D. 1092-1107. V. le Tavole del De Guignes, t. I, p. 245). Gli Orientali si valeano di questo nome; parimente l'adoperavano, benchè corrotto alcun poco, i Greci, ma non trovasi che un nome solo nelle storie de' Maomettani, i cui scrittori si dimostrano molto aridi e laconici in tutto quanto si aspetta alla prima Crociata (De Guignes t. III, part. II, p. 10-30).

470. Su tutto ciò che riguarda fortificazioni, macchine e assedj del Medio Evo, si consulti il Muratori (Antiq. Ital., t. II, Dissert. 26, p. 452-524). Il belfredus, d'onde è venuta la più moderna voce beffroi, era la torre sulle ruote degli Antichi (Ducange t. I, p. 608).

471. Non posso starmi dall'osservare la somiglianza tra le fazioni operate dai Crociati nell'assedio di Nicea dal suo lago protetta, e quelle di Fernando Cortez dinanzi alla capitale del Messico. (V. Robertson, Storia dell'America t. I, p. 608.)

472. Miscredenti, voce inventata dai Crociati francesi, e adoperata oggidì solamente nel significato ch'essa offre. Sembra però che i nostri antichi, nell'ardore della lor divozione, riguardassero come sinonimi i vocaboli miscredente, e uomo spregevole; questa pregiudicata opinione cova tuttavia nelle anime di alcuni che si pretendono essere veri cristiani.