Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de' Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro. Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del regno franco o latino.
A. D. 1095-1099
Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme, un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese. Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni, attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa, poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co' piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de' pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza, mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia, se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per promulgarvi.
Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo, contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de' Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de' Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi, Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli, non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny, nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de' Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro, ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata trascorsa.
A. D. 1095
Taluno potrebbe sulle prime stupire alla vista di un Pontefice Romano che si avvisò di erigere nel cuor medesimo della Francia un tribunale, d'onde lanciare i suoi anatemi contra il Sovrano di quella contrada: ma la maraviglia sparisce affatto agli occhi di chi si faccia una giusta idea di un Re di Francia dell'undicesimo secolo[394]. Filippo I, pronipote di Ugo Capeto, e fondatore della famiglia regnante, che in mezzo allo scadimento della posterità di Carlomagno, avea instituiti in reame i suoi dominj ereditarj di Parigi e di Orleans, ben possedea in proprietà la giurisdizione e la rendita di questo picciolo Stato; ma quanto al rimanente della Francia, nè Ugo, nè i primi suoi discendenti, altra cosa erano che gli alti feudatarj di circa sessanta Ducati, o contee ereditarie o independenti[395], i Capi de' quali paesi, sdegnando le legali assemblee, poco obbedivano, così alle leggi come al Monarca; e il sol modo che questi avesse tal volta per vendicarsi della loro tracotanza, nella indocilità de' Nobili di minor conto era posta. A Clermont dunque, e in tutta la signoria del conte di Alvernia[396], il Papa potea disfidare impunemente la collera di Filippo, onde il Concilio adunatovi da Urbano, nè in numero, nè in ragguardevolezza, a quello di Piacenza cedè[397]. Oltre alla sua Corte, e al collegio de' Cardinali Romani, il Pontefice vedeasi ivi fiancheggiato da tredici arcivescovi, da dugentoventicinque vescovi, e da quattrocento prelati di mitra insigniti. Le persone più rinomate per santità e dottrina in quel secolo vennero a rischiarare co' lumi della loro scienza, e a soccorrere co' proprj consigli, i Padri della Chiesa: intanto che immenso stuolo di possenti signori e di valorosi cavalieri accorrea da tutti i vicini reami al Concilio, e ne aspettava con impazienza i decreti[398]. Tanto era il fervore inspirato da zelo e curiosità ad un tempo, che migliaia di stranieri, non trovando più alloggio nella città, accampavano nella pianura, senza badare che già innoltrato era il novembre. Otto giorni di questa adunata partorirono per vero dire alcuni canoni edificanti, o giovevoli alla riforma de' costumi. Portate severissime censure contra la licenza delle guerre fra particolari, venne confermata la tregua di Dio,[399] ossia la sospensione di ogni ostilità per quattro giorni della settimana. La Chiesa si chiarì proteggitrice de' sacerdoti e del sesso femminile da essa presi sotto la sua salvaguardia; la qual tutela, durante tre anni fu estesa ai coltivatori e ai mercatanti, impotenti vittime della vessazion militare: ma comunque una legge sia rispettabile, l'autorità dalla quale deriva non perviene in un subito a cambiare l'indole di una generazione; e sappiamo men grado ad Urbano degli sforzi da esso fatti per sedare i litigi de' privati, allorchè allo scopo di queste sue provvisioni consideriamo. Ei non pensava che ad agevolare a sè stesso le vie di dilatare l'incendio della guerra dalle rive dall'Atlantico, alle sponde dell'Eufrate. Dopo la convocazione del sinodo di Piacenza, la fama di un sì grande disegno sparsa erasi appo i diversi popoli. Gli ecclesiastici che da un paese e dall'altro tornavano, aveano già predicato in tutte le diocesi il merito e la gloria alla liberazione di Terra Santa congiunti: pel quale motivo, il Pontefice dall'alto della cattedra che nel mercato di Clermont gli era stata innalzata, non durò molta fatica a persuadere uditori, così ben preparati, e propensi avidamente a credere ad ogni suo detto. Chiari ne sembravano gli argomenti, veementi erano le sue esortazioni, e il buon successo non poteva mancare. Migliaia di voci, che in una sola si confondevano, interruppero l'oratore esclamando strepitosamente nel rozzo linguaggio di que' tempi: Deus lo volt, Deus lo volt.[400] «Dio vuole così certamente; il pietoso Pontefice replicò. Che questo accento memorabile Deus vult, dettato senza dubbio dallo Spirito Santo, sia d'ora in poi il vostro grido eccitatore della battaglia; esso animerà lo zelo e il coraggio de' difensori di Gesù Cristo. La sua Croce è il simbolo della vostra salute. Portatene una rossa di color di sangue sul vostro petto, o sulle vostre spalle, e sia dessa il segno esteriore della irrevocabile obbligazione che avete assunta». Giubilando ognuno obbedì, e molta mano di ecclesiastici e di laici attaccarono sulle lor vesti il segnal de' Crociati[401], supplicando Urbano a farsi lor condottiero. Il prudente successor di Gregorio ricusò quest'onore pericoloso, adducendo a scusa del suo rifiuto lo scisma della Chiesa e i doveri del Pontificato. Arringati poscia que' fedeli, il cui zelo di partecipare alla santa impresa venia ritardato o dal sesso, o dalla lor professione, o dagli anni, o dalle infermità, raccomandò loro secondassero colle preghiere e colle elemosine il coraggio di coloro che aveano la bella sorte di potere militare in persona, conferì il titolo e la podestà di Legato appostolico ad Ademaro; vescovo di Puy, nel Velay, primo a ricever la Croce dalle mani del sommo Pontefice. Raimondo, conte di Tolosa, il più fervente fra i condottieri laici, assente trovavasi dal Concilio; ma gli ambasciatori di lui ne fecero la scusa, e pel loro padrone obbligaronsi. Tutti i ridotti campioni si confessarono, e ricevettero l'assoluzione, unitamente ad una esortazione, divenuta superflua, di sollecitare i loro compatrioti ed amici a seguirli. La partenza per Terra Santa venne deliberata pel giorno solenne dell'Assunzione, ossia quindicesimo di agosto del successivo anno[402].
Gli atti violenti sono tanto famigliari agli uomini, che connaturali ai medesimi potrebbero quasi supporsi. Il più lieve pretesto, il più incerto fra i diritti ne sembrano bastanti motivi per armare una nazione contro d'un'altra. Ma il nome e l'indole d'una guerra santa vogliono un esame più rigoroso, nè dobbiamo credere sì alla presta che i servi di un Principe di pace abbiano sguainata la spada di distruzione senza motivi rispettabili, senza le apparenze di un diritto legittimo e di una indispensabile necessità. Alle tarde lezioni dell'esperienza per lo più è riserbato l'illuminare gli uomini sulla politica o buona, o cattiva di una qualunque impresa dai medesimi sostenuta; ma prima che a questa si accingano, gli è d'uopo almeno che la coscienza loro il motivo e lo scopo ne approvi. Nel secolo delle Crociate, i Cristiani dell'Oriente e dell'Occidente, erano con vero convincimento persuasi della giustizia e del merito della loro spedizione; e comunque gli argomenti che eglino adoperavano, si trovino il più delle volte annebbiati da un continuo abuso della Scrittura, e delle figure rettoriche; trapela però che particolarmente fondavansi sul diritto naturale e sacro di difendere la propria religione, sui titoli speciali che essi reputavano avere al possedimento di Terra Santa, sull'empietà de' loro nemici o Maomettani, o Pagani che fossero[403].
I. Il diritto di una giusta difesa comprende, non v'ha dubbio, anche quella de' nostri collegati o spirituali, o civili; e si appoggia sull'esistenza reale del pericolo, più o meno incalzante a proporzione dell'odio e del poter de' nemici. È stata imputata a dogma maomettano una massima perniciosa, il dovere cioè di estirpare tutte le altre religioni coll'armi: accusa portata contro essa dall'odio, o dalla ignoranza, e confutata abbondantemente dal Corano, dalla storia de' conquistatori Musulmani, dalla tolleranza pubblica e legale al culto de' Cristiani conceduta dall'Islamismo. Non può per altro negarsi che i Musulmani, sotto un ferreo giogo, assoggettano le chiese dell'Oriente; che così in pace come in guerra si attribuiscono, come per diritto divino e incontestabile, l'Impero dell'Universo: che le conseguenze necessarie della loro condotta minacciano ad ogni istante le nazioni, da essi nomate infedeli, di perdere la loro religione, o la loro libertà, doppia perdita, che appunto nell'undicesimo secolo, le vittorie de' Turchi faceano a ragione temere. Essi aveano sottomessi in men di trent'anni tutti i reami dell'Asia fino a Gerusalemme e all'Ellesponto, e l'Impero greco già inclinar sembrava alla sua totale rovina. Oltre ad un sentimento naturale d'affetto pe' loro fratelli, i Latini avevano un interesse proprio nel difendere Costantinopoli, il baluardo il più saldo dell'Occidente; nè può contrastarsi che il privilegio della difesa, tanto al prevenire quanto al respingere una invasione, legittimamente si estende. Però al buon successo di tale impresa così numerosi soccorsi non si voleano, nè la ragione umana potrà approvare giammai le spaventose migrazioni che, spopolando l'Europa, apersero inutilmente alle genti migrate una tomba nell'Asia.
II. L'acquisto della Palestina non avrebbe, in verun caso, contribuito alla possanza, o alla maggior sicurezza de' Latini; onde il fanatismo soltanto ha potuto accignersi a difendere questa impresa contra un picciolo paese tanto rimoto. Ma i Cristiani armavano i loro diritti sopra una terra, promessa ad essi in virtù d'un patto inalienabile, suggellato col Sangue di Gesù Cristo. Il lor dovere gli obbligava, dicevano, a scacciare dalla santa eredità che lor pertenea, una banda di ingiusti possessori che, profanando il sepolcro dell'Uomo Dio, la devozione de' Pellegrini insultavano. — Come rispondere ad essi che la preminenza di Gerusalemme, e la santità della Palestina, colla legge di Mosè erano sparite? che il Dio de' Cristiani non è una divinità locale: che il possedimento di Betlemme o del Calvario, l'acquisto della tomba, o della culla del Redentore non renderanno mai scusabile agli occhi di lui l'infrazione de' precetti morali dell'Evangelio? Questi argomenti perderanno sempre ogni forza contra le pesanti armi della superstizione, nè è cosa sì agevole che anime timorate, spontaneamente i loro creduti diritti sulla Terra Sacra de' misteri e de' prodigi abbandonino.
III. Ma le guerre sante che hanno insanguinati tutti i climi del globo, dall'Egitto alla Livonia, dal Perù all'Indostan, ebbero d'uopo di cercare la loro legittimità, in massime più generali e più pieghevoli a cotal uopo. Si è soventi volte, e per più riprese, supposto e affermato che la differenza delle dottrine religiose, basta a giustificare qualsivoglia ostilità; che i campioni della Croce possono soggiogar santamente, od anche piamente immolare, tutti gl'increduli ostinati, e che la Grazia è l'unica origine, del potere sulla terra, della felicità nel regno de' Cieli. Più di quattro secoli innanzi la prima Crociata, i Barbari dell'Arabia e della Germania, quasi nello stesso tempo, e nel modo medesimo, avevano invase le province orientali e occidentali dell'Impero romano. Il tempo, i negoziati, la conversione de' Franchi al cristianesimo, le conquiste di questi aveano autenticate; ma i principi maomettani comparivano tuttavia, così agli occhi de' sudditi, come a quelli de' vicini, quai tirannici usurpatori, nè scorgeasi alcuna ingiustizia nel privarli, o per via di guerre, o per via di sommosse, di un illegittimo possedimento[404].
Col corrompersi de' costumi de' Cristiani, più severo divenne il loro codice di penitenza[405], e la moltitudine de' peccati, partorì la moltiplicità dei rimedj. Ne' tempi della Chiesa primitiva, i peccatori, con una pubblica e volontaria confessione, all'espiazione delle colpe si apparecchiavano. Nel medio evo, i vescovi e i preti, facendosi eglino stessi ad interrogare il colpevole, lo costrigneano a rendere un severo conto de' suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni, prescrivendogli indi, sotto quai patti dovea meritarsi la divina misericordia: ma poichè la tirannide e l'indulgenza, aveano un campo per abusare a vicenda di questo arbitrario potere, venne composta una regola di disciplina, che d'istruzione e di guida ai giudici spirituali servisse. Primi inventori di siffatta legislazione furono i Greci; la Chiesa latina, i lor precetti penitenziali[406] tradusse, o imitò: e ne' giorni di Carlomagno, il clero di ciascuna diocesi aveva un codice, che veniva prudentemente nascosto agli occhi del volgo. In sì dilicata valutazione delle offese e de' gastighi, l'acume e l'esperienza de' frati, tutti i casi, e tutte le distinzioni andavano prevedendo. Trovavansi nella lor lista peccati che parea non avesse potuto sospettare la stessa malizia, altri cui la ragione non sapea prestar fede. Le colpe più comuni di fornicazione, di adulterio, di spergiuro e di sacrilegio, di rapina e omicidio, venivano espiate con una penitenza, che, giusta le circostanze, dai quaranta giorni ai sette anni si prolungava. Durante questo corso di salutari mortificazioni, una pratica metodica di preghiere e digiuni ridonava la salute all'anima del peccatore, e l'assoluzione delle sue colpe ottenevagli. Il disordine delle sue vesti ne annunziava i rimorsi e la contrizione; astener doveasi da ogni affare, e sociale diletto. Ma il rigoroso adempimento di tali prescrizioni, avrebbe di leggieri convertiti in deserti i palagi, i campi e le intere città; i Barbari dell'Occidente non mancavano, per dir vero, di fiducia e di docilità al sacerdozio; ma la natura umana contra le massime si ribellava, e spesse volte le magistrature indarno adopravansi a far forte l'ecclesiastica giurisdizione; oltrechè, diveniva cosa impossibile l'eseguire esattamente una gran parte di penitenze. Il peccato di adulterio, per un giornaliero reiterarsi delle fralezze degli uomini, moltiplicavasi, e quello dell'omicidio talvolta comprendea la strage di una intera popolazione; ogni atto peccaminoso producea un conto a parte; onde in quella età di anarchia[407] e di corruzione, non era difficile che un peccatore, anche fra i meno colpevoli, contraesse in penitenze un debito di trecent'anni. A questa sua impotenza di pagamento suppliva una commutazione, o indulgenza: ventisei solidi[408] d'argento, quattro lire sterline all'incirca, pagavano la penitenza di un anno per l'uomo ricco, tre solidi, o nove scellini, all'indigente egual servigio prestavano. Cotali elemosine vennero bentosto adoperate agli usi della Chiesa, che nella remission de' peccati una sorgente inesausta di ricchezze e di potenza rinvenne[409]. Un debito di tre secoli (mille dugento lire sterline all'incirca) potea arrecar sommo danno ad uno splendidissimo patrimonio: la mancanza d'oro e d'argento fu ammendata colla alienazione delle terre; e Pipino, e Carlomagno, formalmente protestarono che le immense loro donazioni aveano per iscopo la guarigione delle proprie anime. Ella è massima delle leggi civili, che chiunque non può pagare con danaro, sconti col proprio corpo, onde i Monaci ammisero la pratica della flagellazione, doloroso ma economico supplimento[410]. Dopo una stima arbitraria, un anno di penitenza fu valutato tremila colpi di disciplina[411], e tali erano la robustezza e la pazienza del famoso eremita S. Domenico l'Incuoiato[412], che in sei giorni con una flagellazione di trecentomila battiture, il debito di un secolo intero pagava. Un grande numero di penitenti d'entrambi i sessi, cotesto esempio imitò. E poichè era permesso il trasportare in un altro il merito della sopportata flagellazione, un campion vigoroso potea sulle proprie spalle espiare i peccati di tutti i suoi benefattori[413]. Sì fatti compensi pecuniarj e personali introdussero, nell'undicesimo secolo, un genere di più onorevole soddisfazione. I predecessori di Urbano II, aveano concedute indulgenze a coloro che, contro i Saracini dell'Affrica e della Spagna, brandivano l'armi; estendendo l'esempio ricevuto da essi, questo Pontefice, nel Concilio di Clermont, compartì indulgenza plenaria a tutti quelli che sotto i vessilli della Croce si arrolerebbero: la quale indulgenza era posta nell'assoluzione di tutti i loro peccati, e nella remission generale di tutto il debito che in penitenze canoniche ai medesimi rimaneva[414]. La fredda filosofia del nostro secolo, durerà forse fatica a comprendere la viva impressione, che sopra anime colpevoli e fanatiche questa promessa operò. Alla voce del lor Pastore, i masnadieri, gli omicidi, gli incendiarj a migliaia accorrevano, impazienti di riscattare le proprie anime, col trasportare in mezzo agl'Infedeli il furore onde si erano fatti esecrabili nella lor patria. I peccatori di ogni grado e di ogni specie, questo nuovo metodo di espiazione avidamente abbracciarono. Niuno credeasi a bastanza puro, niuno esente da colpa e dal dovere di far penitenza; e quelli ancora che aveano minor motivo di paventare la giustizia di Dio e della Chiesa, si confortavano nell'idea di acquistare tanto maggiori diritti ad una ricompensa del lor pietoso coraggio, così in questo Mondo, come nell'altro. Il Clero latino non esitò a promettere la corona del martirio[415] a chiunque fosse in così santa spedizione soggiaciuto; e chi alla conquista di Terra Santa sopravvivea, poteva aspettarsi con sicurezza un premio, che cogli anni della vita sua accumulavasi in Cielo. Di fatto, tutti questi Crociati offerivano il proprio sangue al figlio di Dio, che immolato erasi per la lor redenzione; prendeano la Croce; entravano con fiducia nella via del Signore; la Providenza di lui dovea vegliare sovr'essi, e forse anche la sua onnipotenza, con modi visibili e miracolosi, toglier di mezzo gli ostacoli che l'impresa loro impacciassero. La nube e la colonna di Jehova non erano marciate dinanzi agli Israeliti guidandoli fin nella Terra Promessa? a miglior diritto i Cristiani non poteano sperare che i fiumi si aprirebbero per dare ad essi passaggio, che le mura delle più forti città cadrebbero al suono delle loro trombe, che il sole arresterebbe il suo corso, per lasciare a questi campioni il tempo necessario a distruggere gli Infedeli?
Fra i condottieri e i soldati che al Santo Sepolcro affrettavansi, oserei assicurare non essersene trovato un solo che lo spirito di entusiasmo, la fiducia nel merito dell'impresa, la speranza del guiderdone e del patrocinio celeste, non animassero. Ma mi persuado parimente che, per la maggior parte di essi, tali motivi non fossero i soli; e che per alcuni anzi, non formassero il principal fomite di tanto fervore. La preponderanza, o l'abuso, della religione, difficilmente arrestano il torrente de' costumi dei popoli, bensì quando voglion affrettarne il corso, l'impulso loro non trova più resistenza. I Papi e i Sinodi indarno tuonavano contro le guerre de' privati, i sanguinosi tornei, gli amori licenziosi, i duelli giudiziarj. Più agevolmente riuscivano ad eccitare disputazioni metafisiche fra i Greci, a trar ne' chiostri le vittime del dispotismo e dell'anarchia, a santificare la pazienza de' vili e degli schiavi, o in appresso, a farsi merito dell'umanità e della benevolenza che fra i moderni Cristiani ravvisansi. Gli esercizj della persona, e la guerra, erano le passioni favorite de' Franchi e de' Latini; veniva lor comandato di abbandonarsi alle medesime per ispirito di penitenza, di trasportarsi in lontani paesi, e sguainare le loro spade contra le nazioni dell'Oriente; il buon successo, o solamente l'aver cercato di meritarlo, bastavano a fare immortali i nomi degli eroi della Croce; anche una pietà la più pura da una sì luminosa prospettiva di gloria militare allettata esser poteva. Nelle picciole lor guerre europee, questi campioni versavano il sangue de' loro amici, o compatriotti, per l'acquisto forse unicamente di un villaggio, o di un castello: quale esser doveva la loro esultanza nel correre ad affrontare stranieri nemici, vittime al ferro lor consacrate! già colla loro immaginazione afferravano le corone ricche dell'Asia; e i trofei riportati dai Normanni nella Puglia, e nella Sicilia, parean mallevadori d'un trono al più oscuro fra i venturieri. Le contrade abitate dai Cristiani in quel secolo di barbarie, e per clima, e per coltivazione al suolo de' Maomettani cedevano: oltrechè, i vantaggi, di cui natura ed arte largheggiavano all'Asia, erano stati fuor di misura esagerati dallo zelo, o dall'entusiasmo de' pellegrini, e dalle idee che avea concepita l'Europa in veggendo i frutti di un commercio ancor nell'infanzia; il volgo di tutte le classi bevea con avidità i racconti delle maraviglie, che presentava una contrada innaffiata da fonti di mele, e da ruscelli di latte, abbondante di miniere d'oro e di diamanti, coperta di palagi di marmo e di diaspro, adombrata da boschetti olezzanti di cinnamomo e d'incenso. Ciascun Capo di guerrieri si ripromettea dalla sua spada un ricco ed onorevole possedimento, cui assegnava per solo confine l'ampiezza de' proprj desiderj in questo paradiso terrestre[416]. I vassalli, i soldati poneano la propria fortuna nelle mani di Dio e del loro Signore. Le spoglie di un Emiro turco, bastar doveano ad arricchire l'infimo tra i fantaccini: la squisitezza de' vini della Grecia, l'avvenenza delle donne di quel paese, nella immaginazione di que' campioni della Croce, destavano commozioni più conformi alla natura umana, che alla lor professione[417]. Nel medesimo tempo, l'amore della libertà accendea gli animi di tutti coloro che della tirannide feudale ed ecclesiastica erano vittime. Col divenire Crociati, i borghigiani, e i contadini, soggetti alla servitù della gleba, sottrar si poteano al giogo di un superbo padrone, e trapiantarsi colle loro famiglie in una terra di libertà. Il frate vedeva un modo di sciogliersi dalla rigida disciplina del suo convento; il debitore di sospendere gl'interessi dell'usura e le persecuzioni de' creditori; gli assassini, e i malfattori d'ogni genere, di sfuggire la punizione de' loro delitti, e di disfidare impunemente le leggi[418].
Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente, dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione. Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de' Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra vita. Laonde per aver di che sostenere, giusta il loro grado, le spese del viaggio, i Principi diedero in pegno i proprj allodj, ed anche le loro province, i Nobili vendettero terre e castella, i contadini il bestiame e gli strumenti d'agricoltura. Il numero e la fretta de' venditori, inviliva il prezzo delle proprietà, intanto che i bisogni e l'ampiezza dei compratori faceano salire ad esorbitante valore l'armi e i cavalli. In questo mezzo, quelli che rimasero alle case loro, e possedeano qualche danaro e l'accorgimento necessario a farlo fruttare, nell'epidemia generale arricchirono[420]. I Sovrani acquistarono a buon patto i dominj de' lor vassalli, e i compratori ecclesiastici, mettendo a conto di pagamento la promessa di lor preghiere, minor danaro sborsavano[421]. Alcuni zelanti Crociati, valendosi di un ferro caldo, o di un liquor corrosivo che ne rendesse l'impronta indelebile, stampavano sul proprio corpo la Croce che gli altri di portar sull'abito si contentavano; e fuvvi uno scaltro frate, il quale, dando a credere che un miracolo divino gli avesse impresso il santo marchio sul petto, la venerazione dei popoli e i più ricchi benefizj della Palestina con questa frode si procacciò[422].
A. D. 1096
Il Concilio di Clermont, come dicemmo, avea posto pel giorno della partenza de' Crociati il 15 di Agosto; ma costrinse ad anticiparla il numero e la straordinaria impazienza di pezzenti plebei a questa spedizione raccoltisi. Racconterò brevemente e quanto costoro soffersero, e quanto di malvagio operarono, prima d'incominciare il racconto dell'impresa più rilevante e più felice de' lor condottieri. Al comparire di primavera, oltre sessantamila persone di entrambi i sessi e della feccia del popolo, dai confini della Francia e della Lorena sen vennero, tutti accerchiando il primo missionario della Crociata, e sollecitandolo con grida, e con ogni modo di importunità, perchè presto al Santo Sepolcro li conducesse. Piero, trovatosi Generale, senza averne o il sapere, o l'autorità, guidò, o piuttosto seguì i suoi ardenti proseliti lungo le rive del Reno e del Danubio. Il numero e il bisogno li costrinsero ben tosto a sbandarsi. Gualtieri Senza Sostanze, luogotenente dell'Eremita, e soldato coraggioso, comunque oppresso dall'indigenza, comandava l'antiguardo de' Crociati. Ci formeremo facilmente un'idea di questo esercito di ciurmaglia osservando che per ogni quindicimila pedoni vi si contavano appena otto uomini a cavallo. Godescallo, altro frate fanatico, le cui prediche aveano arrolati quindici o ventimila contadini de' villaggi dell'Alemagna, l'esempio e le traccie di Piero eremita d'appresso seguì; e a tutti costoro ancora si unirono dugentomila mascalzoni, la feccia più ributtante della plebaglia di tutti i paesi, che delle pratiche di pietà, del ladroneccio, dell'ubbriachezza, e d'ogni ribalderia, un orrendo miscuglio faceano. Alcuni Conti o gentiluomini, condottieri di tremila soldati a cavallo, trovarono espediente l'adattarsi alle costoro voglie per partecipar con essi alle prede. Ma i veri comandanti, almeno da questa bruzzaglia riconosciuti per tali (chi crederà oggimai ad un eccesso tal di demenza?) erano un'oca e una capra, che costoro si teneano a capo di tutte le squadre, e alle quali bestie questi spettabili Cristiani attribuivano una ispirazione divina[423]. Contra gli Ebrei, carnefici di Gesù Cristo, vennero adoperate le prime e men difficili imprese di codeste bande fanatiche, e di quelli che le secondavano. Le ricche e numerose colonie di tal nazione, stanziatesi nelle città mercantili del Reno e della Mosella, ivi sotto la protezione dell'Imperatore e de' Vescovi, di un libero esercizio del loro culto godeano[424]. A Verdun, a Treveri, a Magonza, a Spira, a Worms più migliaia di questi infelici furono spogliati e trucidati[425], nè dopo la persecuzione di Adriano, altra più sanguinolenta ne aveano sofferta. Ben la fermezza de' Vescovi salvò alcuni di essi che momentaneamente finsero di abbracciare il Cristianesimo; ma gli Ebrei più ostinati, fanatismo opposero a fanatismo, e sbarrate le proprie case, e lanciandosi entro il fiume, o in mezzo alle fiamme, colle proprie famiglie e co' proprj tesori la rabbia, o almen l'avarizia, de' furibondi lor nemici delusero.
A. D. 1096
Tra i confini dell'Austria e la capitale dell'Impero d'Oriente i Crociati dovettero attraversare, per un intervallo di seicento miglia, i selvaggi deserti della Ungheria e della Bulgaria[426]. Fertile oggidì, e frastagliato da fiumi è quel suolo; ma in quella età non vi si incontravano che paludi, e quelle vastità di foreste, la cui estensione non conosce più limiti, allorchè l'uomo è schifo di assoggettare alla propria solerzia la terra. Avendo entrambe le nazioni ricevuti i principj del Cristianesimo, gli Ungari obbedivano ad un principe nato fra essi; un luogotenente del greco Imperatore i Bulgari governava. Ma la feroce indole di queste genti, al più lieve pretesto di scontento, destavasi, nè lievi pretesti i ladronecci de' Crociati ad essi fornirono. Queste ignoranti popolazioni, presso le quali, come si è veduto, l'agricoltura mal regolata languìa, abbandonavano nella state le lor città, fabbricate di legno e di canne, per portarsi sotto le tende, più consuete abitazioni di popoli pastori e cacciatori. I Pellegrini crociati dopo aver chieste con arroganza alcune vettovaglie di cui mancavano, se ne impadronirono colla forza, voracemente le dissiparono, e dopo il primo contrasto che ebbero, a tutto l'impeto della vendetta e della indignazione si diedero. Ma l'assoluta ignoranza del paese ove trovavansi, e dell'arte della guerra e della disciplina a cadere in tutti gli agguati gli avventurava. Il prefetto di Bulgaria avea truppe regolari sotto i suoi ordini, e allo squillar primo della tromba guerriera, l'ottava, o decima parte degli Ungaresi corse all'armi, e in un corpo formidabile di cavalleria si ordinò; le quali truppe ai pietosi masnadieri tendendo insidie, sovr'essi ottennero una sanguinosa e memorabil vendetta[427]. Un terzo all'incirca di questa masnada, spogliata di tutto ed ignuda, ebbe a ventura il potersi riparar nella Tracia: Piero l'Eremita fu tra quelli che si salvarono. Il Greco imperatore che rispettava i motivi del viaggio impresosi dai Latini, e desideroso inoltre de' loro soccorsi, fece scortar questi avanzi per una strada sicura e facile infino alla sua Capitale, ove li consigliò stessero ad aspettare l'arrivo de' lor compatriotti. La ricordanza delle commesse irregolarità, e dei danni che ne erano ad essi avvenuti, li tenne in dovere, sin tantochè incoraggiati della liberale accoglienza che a costoro fecero i Greci, la solita cupidigia tornò a dominarli, nè risparmiarono gli stessi benefattori; e giardini e palagi e chiese divennero scopo alle loro devastazioni. Alessio, che per la propria sicurezza incominciò a paventare, tanto fece che li persuase a trasferirsi sulla sponda asiatica del Bosforo; ma spinti da cieco impeto, abbandonarono ben tosto il campo che il Principe greco aveva ad essi additato come il migliore, e senza pensare alle conseguenze, si precipitarono addosso ai Turchi che la via di Gerusalemme tenevano. L'Eremita, vergognandosi di far sì trista comparsa, dal campo de' Crociati a Costantinopoli si trasferì, e il luogotenente del medesimo Gualtieri, ben degno di comandare a migliori truppe, si adoperò, ma indarno, per introdurre qualche poco di ordine e di disciplina in mezzo a questi selvaggi. Tornati a sbandarsi per avidità di saccheggio, caddero facilmente negli agguati che apparecchiò loro il sultano Solimano. Questi fece spargere destramente la voce, che una parte di Crociati marciata innanzi, della capitale de' Turchi erasi impadronita. Tutti gli altri corsero allora sullo spianato di Nicea, impazienti di raggiugnere i compagni, e star con essi a parte di preda; ma caduti vittime de' turchi dardi, cumuli d'ossa annunziarono la sconfitta de' primi a quelli che vennero dopo[428]; e già trecentomila Crociati avean trovato il lor sepolcro nell'Asia, prima che una sola città agl'Infedeli si fosse tolta, prima che i Capi e i Nobili della Cristianità, gli apparecchi della santa impresa avesser compiti[429].
| CROCIATI | CAPI | VIAGGIO A COSTANTIN. | ALESSIO | NICEA E ASIA MIN. | |
|---|---|---|---|---|---|
| I. Gesta Francorum | p. 1, 2 | p. 2 | p. 2, 3 | p. 4, 5 | p. 5-7 |
| II. Roberto il Monaco | p. 33, 34 | p. 35, 36 | p. 36, 37 | p. 37, 38 | p. 39-45 |
| III. Baldricus | p. 89 | p. 91-93 | p. 91-94 | p. 94-101 | |
| IV. Raimondo d'Agiles | p. 139, 140 | p. 140, 141 | p. 142 | ||
| V. Alberto d'Aix | l. j, c. 7, 31 | l. ij, c. 1-8 | l. ij, c. 9, 19 | l. ij, c. 20-43; l. iij, c. 1-4 | |
| VI. Foulcher di Chartres | p. 384 | p. 385, 396 | p. 386 | p. 387, 389 | |
| VII. Giberto | p. 482, 485 | p. 485, 489 | p. 485, 490 | p. 491-493, 498 | |
| VIII. Guglielmo di Tiro | l. j, c. 18, 30 | l. j, c. 17 | l. ij, c. 1, 4, 13, 17, 22 | l. ij, c. 5-23 | l. iij, c. 1-12; l. iv, c. 13-25 |
| IX. Radulphus Cadomensis | c. 1, 3, 15 | c. 4-7, 17 | c. 8-13, 18, 19 | c. 14-16, 21-47 | |
| X. Bernardo Thesaurarius | c. 7, 11 | c. 11-20 | c. 11-20 | c. 21-25 |